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17 giugno 2023 6 17 /06 /giugno /2023 08:48
Douglas Preston, Lincoln Child, Senza sangue

Senza sangue (Bloodless, nella traduzione di Rosa Prencipe) a firma di Douglas Preston e Lincoln Child, pubblicato da Rizzoli, nel 2022, è l'ultima puntata della saga dell’agente speciale Aloysious Pendergast, della sua pupilla Constance Green e dell’agente FBI Coldmoon, sempre in attesa di assegnazione definitiva e divenuto, nel frattempo, la "spalla" di Pendergast.
I due, reduci da una precedente indagine, volano a Savannah, città di antiche origini e capitale della Georgia, per indagare su due misteriosi omicidi, le cui vittime sono state rinvenute totalmente dissanguate (Udite! Udite!).
Sembra riattivarsi e diventare realtà la leggenda del “vampiro di Savannah” (esiste un ciclo fiction sui "Vampiri di Savannah" scritto da una Raven Hart), ma la verità si rivelerà ancora più perturbante.
La premiata ditta Preston-Child ritorna con questo romanzo alle tematiche horror dei suoi primi romanzi, come ad esempio il magistrale ed insuperato Relic o il fantastico Reliquary.
Preston&Child ci daranno altre puntate della saga con i loro personaggi preferiti?
Io penso proprio di sì! 
Staremo a vedere e aspettiamo fiduciosi, chi sa con quali effetti a sorpresa e con quali cambi di personaggi avremo modo di confrontarci!
Le opere di Preston e Child sono - come ho già detto diverse volte - non ben catalogabili dentro un genere specifico, sia esso horror, thriller o poliziesco o mistero.
Appartengono, tuttavia, a pieno diritto al genere del feuilleton ovvero del romanzo d'appendice, tanto celebrato da Umberto Eco, e si allineano quindi nella tradizione di Dumas, del nostro William Galt, di Maurice Leblanc o dei creatori di personaggi come Fantomas (Alain Souvestre e Pierre Alain) o Rocambole.

Letteratura di intrattenimento allo stato puro!


(In sovracoperta) Il vampiro di Savannah: una vecchia leggenda sembra aver preso vita e lascia una scia di vittime. Un nuovo caso per l'agente Pendergast.
(Risguardo) Un fermacravatta, otto mozziconi di sigaretta e un castello di teorie. È ciò che si lascia dietro il dirottatore del volo Portland-Seattle che il 24 novembre 1971 ha preso in ostaggio i passeggeri, liberandoli solo a fronte di 200.000 dollari di riscatto. Rimasto sull’aereo, ha poi ordinato al pilota di fare rotta verso Città del Messico e si è paracadutato scomparendo nella notte. 
Mezzo secolo dopo, in Georgia, l’agente speciale dell’FBI Aloysius Pendergast e il collega Armstrong Coldmoon raggiungono Savannah per affiancare la polizia locale in un’indagine dai risvolti raccapriccianti: sono stati rinvenuti due cadaveri svuotati del sangue fino all’ultima goccia. Le notizie corrono veloci e la gente ha paura, pretende risposte. Vengono riesumate vecchie leggende che attirano sul posto ciarlatani e fanatici dell’horror, qualcuno sostiene che il Vampiro di Savannah sia tornato. Mentre la psicosi dilaga e il bilancio delle vittime aumenta, i continui colpi di scena imprimono alle indagini una traiettoria impensata portando Pendergast a immaginare, con l’occhio scaltro del federale che non dimentica i vecchi casi irrisolti, uno scenario che potrebbe collegare questi omicidi all’unico dirottamento aereo rimasto insoluto nella storia degli Stati Uniti.

 

Gli autori
Douglas Preston (1956) è uno scrittore statunitense, famoso per aver scritto bestseller appartenenti al genere techno-thriller e horror, alcuni scritti in collaborazione con Lincoln Child. 
Lavora per le riviste «The Atlantic Monthly», «The New Yorker», «Harper's Bazar» e «National Geographic» dove pubblica articoli riguardanti l'archeologia.
Insieme a Lincold Child ha firmato successi come La stanza degli orrori, Ice Limit, Maledizione, Marea, Dossier Brimstone, Relic, Due tombe, La mano tagliata, Labirinto blu, La costa cremisi, La stanza di ossidiana. Il loro romanzo più venduto è Il libro dei morti.
Dal 1978 al 1985 Preston ha lavorato come scrittore, editor e direttore editoriale per conto dell'American Museum of Natural History di New York.
In collaborazione con lo scrittore italiano Mario Spezi ha scritto sul caso del mostro di Firenze con Dolci colline di sangue. Nel 2019 esce L'uomo che scrive ai morti (Rizzoli) scritto con Lincoln Child.
Vive nel Maine con la famiglia.
Lincoln Child (1957) è editor, saggista e scrittore americano. Molti dei suoi thriller sono stati scritti in collaborazione con Douglas Preston. Tra questi ricordiamo: L'isola della follia, Sotto copertura, Le porte dell'inferno, Labirinto blu, La costa cremisi. Sempre con Douglas Preston nel 2019 esce L'uomo che scrive ai morti (Rizzoli).

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13 giugno 2023 2 13 /06 /giugno /2023 10:55
Bill Clegg, Novanta giorni, Il Saggiatore

Novanta giorni (Ninety Days, nella traduzione di Sara V. Barberis), pubblicato da Il Saggiatore, nel 2013, è un libro memoir di Bill Clegg, noto agente letterario e scrittore statunitense, una preziosa testimonianza che si pone come seguito ideale dell’autobiografico “Ritratto di un tossico da giovane” (Einaudi) dello stesso autore.
Se in quest'ultimo testo vi è la storia dell'evolversi di una grave forma di dipendenza patologica in cui si intrecciano abuso di sostanze ed eccessi sessuali e della descrizione lucida del modo in cui si strutturano e si mantengono le "abbuffate" di droga e sesso, con l'evolversi di gravi manifestazioni psicopatologiche (tipiche di chi fa uso massiccio di sostanze stimolanti di tipo dopaminergico in maniera massiccia e in un arco di tempo limitato, con subentranti assunzioni), in "90 giorni" troviamo l'altra faccia della medaglia e cioè, dopo un periodo di permanenza prolungato in una struttura riabilitativa residenziale in cui Bill è stato tenuto controllato e protetto, in sostanza avulso dal contesto sociale, il difficile percorso verso la sobrietà nella condizione di chi è ora "libero", nel senso di essere costretto a fronteggiare tutti i dilemmi dell'autodeterminazione: qui, dunque, la sobrietà è uno stato che non deriva semplicemente dall'astenersi dall'uso di sostanze (e di tutti i comportamenti correlati), ma dalla capacità (tutta da costruire) di combattere le forze interiori e i riflessi condizionati che spingono verso la ricaduta (relapse, come si dice in Inglese).

Alcuni passaggi sono eloquenti, come quello a pag. 92 (e seguenti) in cui Bill descrive la sua terza ricaduta.

"Anche se passano otto ore dalla telefonata iniziale, nulla mi distoglie dalla droga. E' come se avessi premuto un interruttore e fossi in pilota automatico. Nessuna telefonata, ripensamento o pensiero delle conseguenze può dissuadermi dal consumare droga".
 

E, in un attimo, undici giorni di sobrietà, si annullano e Bill deve ricominciare il conteggio da zero.
 

Come già con il suo prequel, ci troviamo di fronte ad una narrazione autobiografica tesa e vibrante, a tratti anche dura, senza sconti per il lettore (e nemmeno per colui che scrive che si mette a nudo sino all'osso, senza pudore, affrontando catarticamente la piena confessione, sino ai dettagli più scioccanti) e che consente di guardare con lucidità sin nelle pieghe più riposte della mente di un tossico in riabilitazione che - come in un gioco dell’oca - percorre la sua via verso la stabilizzazione dall’uso di ogni droga, costellata di trappole e di fallimenti, alla ricerca della sua prima meta (che non sarà mai quella definitiva) e cioè del raggiungimento dell'obiettivo di novanta giorni consecutivi di astensione dall'uso di qualsiasi droga (incluso l'alcool) ovvero di "sobrietà" che una delle parole cardine di A.A.. Da qui il titolo.
Dietro questo doloroso (e faticoso) percorso che si muove all'interno della filosofia degli Alcoolisti Anonimi (A.A.) (che, con piccole variazioni ed aggiustamenti, può essere applicata a tutte le diverse forme di dipendenza patologiche, ivi incluse quelle non farmacologiche: e si veda a tal riguardo un libro - pure memoir - di recente pubblicazione, dal titolo "Azzardo" che racconta la storia di una donna dedita al gioco con le slot e soccombente ad una devastante dipendenza) c’è la ricerca della Verità - per quanto dolorosa possa essere - e della solidarietà di altri e verso altri con i quali si condivide lo stesso percorso.
Ogni tossicodipendente sarà per il resto della sua vita “riabilitazione” e la sua sobrietà dipenderà esclusivamente dalla capacità di comunicare senza infingimenti e menzogne le proprie difficoltà e le proprie debolezze all’interno della complessa relazione che si viene a creare tra il tossico in riabilitazione, il proprio sponsor e altri tossici che magari stanno peggio e nei cui confronti può attivarsi il senso di responsabilità e la sollecitudine (secondo il modello originario scaturito dall'incontro di due alcolisti (tra i quali il co-fondatore Bill W.) che avevano smesso di bere e cercavano di mantenere la propria sobrietà). 
Tutto questo mediato dalle “stanze” dove avvengono le riunioni di auto-aiuto in cui si concretizza la filosofa degli AA con molteplici occasioni di incontro, di confronto e di discussioni, in cui ciascuno è incoraggiato a partecipare, mantenendo l'anonimato e che poi diventano anche delle stanze mentali, profondamente interiorizzate.
Novanta giorni é, infine, un libro che può interessare chiunque perché ragiona dell’importanza estrema della ricerca della verità nelle relazioni interpersonali.


(Risguardo di copertina) Novanta giorni è l'obiettivo. Novanta giorni puliti per uscire dal buio, solo novanta giorni. La sostanza di Bill è il crack. Ma le crisi di astinenza, le ricadute, il rehab si ripetono per ogni dipendenza. Novanta giorni è infatti la storia di chiunque sia caduto, almeno una volta, in quella spirale. È la storia di persone interrotte che insieme cercano di mettere ordine nelle loro vite. I nuovi amici di Bill sono ex tossici che provano, un giorno alla volta, a non farsi. Una comunità che si incontra, discute, partecipa a riunioni settimanali, s'incoraggia con entusiasmo sportivo e premura fraterna, una rete di solidarietà che condivide un obiettivo: la libertà dai lacci della compulsione. Legami che per il vecchio Bill, brillante agente letterario diviso fra cocktail mondani e attici sulla Fifth Avenue, sarebbero stati impensabili. Nei reticoli di Manhattan si incrociano i destini di Polly, insegnante elementare cocainomane, che non riesce a smettere perché vive con la sua gemella Heather che ancora si droga; Lotto, figlio adottivo di una coppia di gioiellieri ebrei, che ha girato dodici centri di riabilitazione e pensa di poter prendere in giro la vita ancora una volta; Asa, giovane studente, rosso di capelli, innamorato di Bill, salvifico e silenzioso. E Bill, che grazie ai suoi nuovi amici impara a raccontare la verità, la sua verità.
 

Bill Clegg

L’autore. Bill Clegg, agente letterario americano, è autore dei memoir Ritratto di un tossico da giovane (Einaudi, 2011) e 90 giorni (Il Saggiatore, 2013). Il suo primo romanzo, Mai avuto una famiglia (Bompiani, 2016), è stato selezionato per il National Book Award, il Man Booker Prize, la Andrew Carnegie Medal ed è stato definito uno dei migliori libri del 2015 tra gli altri dal Library Journal, da Booklist, dal Guardian, da Kirkus Reviews.

Bill Clegg, Ritratto di un tossico da giovane, Einaudi

Questo memoir che racconta la storia tossicomanica di Bill Clegg, prima che entrasse nel mondo della riabilitazione, è interessante, ma è una lettura davvero faticosa, capace di mostrare, quasi al microscopio i meccanismi e le dinamiche interiori che scattano quando uno è preso dalla voglia smodata e irrefrenabile di consumare la sua droga preferita e, in questo caso, si tratta del "crack", che - in forma di cristalli - si fuma in apposite pipette con il principio attivo che, in funzione della manipolazione chimica che ha subito per essere tramutato in cristalli, penetra la barriera emato-cerebrale, provocando degli effetti massivi e rapidissimi che, dopo poco svaniscono. Da qui la tendenza del consumatore di rimanere intrappolato nel meccanismo devastante del craving che lo spinge verso un consumo ripetuto a brevissimi intervalli di tempo, magari con la contemporanea assunzione di alcool e di altre sostanze psicoattive.
La dipendenza dal crack è una delle più devastanti in assoluto, poiché il consumatore immerso in un modello di consumo detto anche drug-binge (parola che che in italiana può essere tradotta con "abbuffata") è capace di spendere nel giro di pochissimo tempo quantità enormi di denaro, indebitandosi sino al collo ed incurante delle conseguenze su se stesso e sugli altri, familiari, parenti e amici.

E, naturalmente, il memoir di Bill Clegg è intessuto anche di ricordi antichi (storie infantili ed adolescenziali), il che è corretto, poiché il percorso che porta una persona (e in questo caso è Bill) a coinvolgersi in esperienze di uso dipendente di sostanze psicoattive, nasce da lontano, dalle dinamiche familiari, dal modo in cui si è costruito il rapporto con il corpo, da come si sono svolte le prime esperienze di masturbazione (e, soprattutto, se queste hanno assunto un carattere compulsive e sono state oggetto di un non-detto).
 

«L’orrore strisciante delle ultime settimane: ricascarci; mollare Noah, il mio ragazzo, al Sundance Film Festival quasi una settimana prima; mandare una e-mail alla mia socia in affari, Kate, dicendole di fare quello che le pareva della nostra attività, che io non sarei tornato; entrare e subito uscire da una clinica di riabilitazione di New Canaan, nel Connecticut; passare una sfilza di notti all’hotel 60 Thompson per poi buttarmi a capofitto nello scabroso clima drogato dell’appartamento di Mark, con gli sbandati che rimediano un po’ di crack gratis quando qualcuno organizza un’abbuffata. L’orripilante film dei miei recenti trascorsi mi balena dietro le palpebre, e il futuro senza una bustina, nella consapevolezza che passeranno ore prima di vederne un’altra, si staglia con l’evidenza del nuovo giorno che sorge».

Come Bill Clegg, giovane agente letterario di successo, si lascia travolgere dalla tossicodipendenza e perde tutto, dal lavoro agli affetti, sprofondando in una vita fatta di mille alberghi tutti uguali, voli aerei mai presi, avidità e paranoia, incontri maschili e sesso consumato senza ombra di passione.
Un memoir lacerante: l'esplorazione di una deriva cieca, narrata senza facili giustificazioni e priva di autocompiacimento.
La storia di una dipendenza assoluta, senza un vero perché.
Una discesa negli abissi della paranoia, raccontata con l'implacabile precisione ed eleganza della grande letteratura.

Di quest'opera hanno detto

«Bill Clegg ha scritto un memoir snello, teso, rutilante. Anche se sappiamo da subito come dovrebbe finire la storia, è difficile credere che il protagonista riuscirà a sopravvivere all’ordalia che descrive con tanta, terrificante ricchezza di dettagli».
Jay McInerney

«Questa storia di un uomo – quasi sempre rinchiuso in camere d’albergo e impegnato in una guerra straziante con se stesso – è destinata a diventare un vero e proprio classico della letteratura sulla droga».
Irvine Welsh

Alessandra Mureddu, Azzardo, Einaudi

Azzardo di Alessandra Mureddu (Einaudi, Collana "Gli Unici, 2023) viene presentato come un romanzo per il quale vige la formula “ogni riferimento a persone esistenti e a persone è puramente casuale”.

Ma, in realtà, si tratta di una storia fortemente autobiografica, come del resto ha rivelato l’autrice in successive interviste.
C’è il racconto di anni e anni di dipendenza dal gioco d’azzardo (che oggi con una recente definizione onnicomprensiva viene definito "ludopatia"), soprattutto da quello istantaneo e fulmineo delle macchinette, ovvero dalle slot machine.
Sono descritti nel libro tutti i passaggi di un’esistenza votata al gioco e alla dissipazione, apparentemente alla ricerca della vincita e della mitica cascata di monetine, ma in realtà dolorosamente porterà verso la sconfitta e la ripetizione coatta di questa esperienza.
Tutti i momenti e i passaggi vengono ritratti lucidamente nella loro essenza, compreso il disfacimento esistenziale che fa da inevitabile corteo alla ludopatia, come a quasi tutte le altre forme di dipendenza patologica.
È una lettura faticosa e dolente, per alcuni versi irritante.
Io stesso che ho lavorato per quasi tutta la mia vita professionale a contatto con le dipendenze patologiche e che dovrei avere gli strumenti per comprendere mi sono sentito fortemente irritato dal racconto, soprattutto dalla debolezza intrinseca di questa donna incapace di resistere al richiamo del gioco.
Come recita il Verbo degli Alcolisti Anonimi, applicabile a tutte le forme di dipendenza, soltanto il riconoscimento quotidiano della propria debolezza e della propria inemendabile condizione di dipendente possono essere d’aiuto nel fronteggiare - giorno dopo giorno - il richiamo illusorio dell’oggetto della dipendenza e dunque proteggere dallo spettro della ricaduta.

L’astinenza va conquistata giorno dopo giorno senza lasciarsi mai travolgere dalla hybris, con l'aiuto di un'implacabile ricerca della Verità, davanti a se stessi e davanti agli altri.

 

Per me si è trattato di una lettura di studio piuttosto che di svago o intrattenimento.

 

 

(Soglie del testo) «Entro nella sala col passo trionfale di chi va a riprendersi il mondo. Le banconote da cinquanta, a colpi di un euro al secondo, spariscono nella fessura una via l’altra. Le conchiglie, quando escono, fanno pof, come lo schiocco di labbra di un pesce».

A quarantun anni, nella pienezza della propria vita, una donna decide di salvare il padre, avvocato e giocatore patologico. E salvarlo significa addentrarsi nel mondo delle sale da gioco: un mondo senza finestre in cui non si distingue il giorno dalla notte, e neppure chi vince da chi perde, perché ogni vincita è destinata a finire nella fessura della slot: se ti è andata bene vorrai vincere di piú, se stai perdendo continuerai a giocare per rifarti. Cosí, la figlia che voleva salvare il padre si ritrova a dover salvare se stessa dalla malattia del gioco, che la trascina in un gorgo senza fine. Il conto si svuota, i capelli si imbiancano, il corpo sparisce sotto una larga tunica nera. Le relazioni, gli amici, i colleghi, la famiglia: tutto viene intaccato in nome di questa febbre morbosa. Gli ori di famiglia rubati ai genitori e svenduti nei «Compro oro» per una manciata di contanti da dilapidare in fretta.

Se può esserci salvezza, passerà forse dai Dodici Passi del Programma di recupero per i Giocatori Anonimi, ma le ricadute eroderanno ogni volta qualcosa di piú profondo. O forse la salvezza s’insinuerà in un sogno o in un piccolo gesto come quello del padre nella pagina finale del libro.

A raccontare questa storia, la sua storia, è una donna che ha superato da poco i quarant'anni. La sua voce è esatta, limpida, dura, il suo sguardo senza filtri. La sua mano non fa che infilare banconote nella fessura delle slot e premere il tasto start, per anni. Mentre la sua vita va a rotoli, lei aspetta «l'eco prolungata del solfeggio, le schegge di luce che si propagano al monitor». Perché ogni vincita è un battito in piú nel petto. Alessandra Mureddu racconta dall'interno, con una scrittura infiammata, potentissima, un mondo che pochi conoscono, eppure descrive un sentimento in cui è impossibile non rispecchiarsi: la dipendenza di cui parla - che passa dalle macchinette alle relazioni sessuali e affettive, al padre, al cane, e potrebbe estendersi a qualsiasi cosa - è il segno del nostro tempo. Azzardo è uno sfolgorante e feroce romanzo su ciò che abbiamo di piú umano: le nostre debolezze.

 

Per approfondire sui temi del gioco d'azzardo rinvio a questi miei articoli su questo stesso blog

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6 giugno 2023 2 06 /06 /giugno /2023 08:44
Robert Heinlein, Non temerò alcun male, Bompiani

Nel 1970 Robert Heinlein, uno dei più grandi maestri della SF pubblicò un opera che si colloca tra quelle in cui egli riflette sul fine vita, Non temerò alcun male (I Will Fear No Evil), il cui titolo originale è tratto dal Salmo 23:4 della Bibbia. Ricordo che lo lessi (lo divorai) nella forma di un tascabile Bompiani (uscito nel 1977) e, in effetti, la sua prima edizione italiana era stata fatta da Bompiani, nel 1972

Qui, in un mondo sovrappopolato nel XXI secolo, un tycoon, molto anziano e gravemente ammalato decide di avvalersi di un'avveniristica tecnologia per sfuggire al destino che l'attende e che gli consentirà di trasferire la sua mente in un corpo giovane.

Johann Sebastian Bach Smith, nato come Schmidt, ormai novantenne e decrepito, è tenuto in vita da un supporto medico, sicché decide di far trapiantare il proprio cervello in un nuovo corpo, offrendo un milione di dollari ai congiunti di un donatore in stato di morte cerebrale.

Non appena le circostanze lo consentono viene effettata l'operazione (a Heinlein non interessa dare spiegazioni tecnologiche sul perché e sul per come sia possibile compiere una simile cosa, non si sofferma sui dettagli tecnici: dice che è possibile e basta. E il lettore deve seguirlo). Le circostanze per dar corso alla "rinascita" di Schmidt sono che sia disponibile un corpo recipiente, in buona salute e in stato di morte cerebrale: la sorte vuole che il corpo donatore sia quello di una giovane donna che è Eunice Branca, sua segretaria che è stata uccisa da un balordo, e Schmidt nelle clausole del contratto avevo omesso di specificare controindicazioni circa il sesso del recipiente.
Quindi, al suo risveglio, Schmidt si ritrova dentro il corpo di una donna e, per giunta, molto avvenente e desiderabile.

Robert Heinlein, Non temerò alcun male, Bompiani (tascabili), 1977

Inizia così a vivere una nuova vita, avendo assunto l'identità di Joan Smith, guardando il mondo attraverso gli occhi di una donna, ma rimanendo uomo di esperienza e di appetiti sessuali assolutamente rinvigoriti (anche se orientati per necessità di cose verso il sesso maschile). Questo genera delle situazioni a volte imbarazzanti, a volte comiche, soprattutto quando egli si ritrova a confrontarsi con il suo più fedele collaboratore che è il suo avvocato di sempre Jakob Moshe Solomon) ed è nel fiore degli anni. Da donna (con quell'alchimia ormonale) si ritrova a desiderare un contatto sessuale con lui, ma la sua mente è quella di un uomo: insomma, Schmidt dovrà confrontarsi con grandi difficoltà interiori, sino a compiere il grande passo, dopodiché finirà per sposarlo.

Molti interrogativi restano aperti, tuttavia: cede a questo impulso perché è il corpo da donna che vuole così, oppure è lui - ancora uomo nella mente - che in modo inatteso - scopre delle valenze omosessuali dentro di sé?

Sin dall'inizio le cose si complicano ancor di più, poiché  probabilmente per via della persistenza della mente che aveva abitato quel corpo, la personalità del corpo recipiente si risveglia, iniziando un dialogo con Schmidt, prima occasionale e a sprazzi, poi sempre più costante e serrato.
Quindi, nel rapporto (che presto diventa stabile relazione) con l'uomo sono adesso in due ad interagire con una fantasmagoria di effetti. Il costante dialogo con Eunice Branca, aiuta Schmidt a destreggiarsi nella sua nuova identità.

E, alla fine, colpo di scena finale, Jakob Moshe Solomon muore all'improvviso per un ictus e, per una strana alchimia (anche qui Heinlein non ci fornisce alcuna spiegazione) entra nel corpo di Eunice Branca che già ospita la mente di Schmidt e quella di Eunice e quindi nel finale si trovano tutti e tre assieme a dialogare e a confrontarsi.
 

Ricordo che questo romanzo mi entusiasmò, al pari di "Straniero in terra straniera" che lessi subito dopo: ma questo forse ancor di più, perché Heinlein affrontava il tema del fine vita e dell'immortalità che del resto compare in altre opere come in Lazarus Long, l'immortale oppure nel precedente I figli di Matusalemme.

E qui si tratta di un Heinlein più maturo che affronta i grandi temi filosofici della vita e della morte, ben lontano da quello delle prime opere "spaziali", tipo "La fanteria dello spazio", considerato una vera pietra miliare nel contesto della Space Opera militare.

Perché tutta questa tiritera su Heinlein?

Ieri, scartabellando Netflix, mi sono imbattuto tra i new release in un film non troppo recente (USA, 2015) il cui titolo è "Self/less", con un buon cast di attori e di buona fattura.

Le battute d'inizio della pellicola mi hanno fatto pensare irresistibilmente a "Non temerò alcun male", perché anche qui un ricco tycoon, ammalato gravemente, con metastasi diffuse e destinato a morire di lì a poco, decide di rivolgersi ad una società (quasi clandestina e solo da pochi conosciuta per via del passaparola) che si rivolge ad una audience di clienti facoltosi e motivati per aiutarli a sopravvivere alla propria prossima morte. 

Self/less

L'industriale ultramilionario Damian Hale, maestro nell'arte del potere, allontanato dalla figlia Claire, si scopre malato di cancro. Di fronte alla propria malattia terminale, viene a sapere di un'organizzazione scientifica segreta che gli propone la creazione in laboratorio di un corpo sano in cui la sua brillante mente potrà continuare a vivere, secondo gli studi di transumanesimo del professor Jensen. Dopo aver inscenato la sua morte pubblica di fronte all' amico Martin O'Neil e al mondo, Damian si sottopone alla procedura si trasferimento della sua mente in un corpo giovane (che ritiene sia stato clonato), detta "shedding", risvegliandosi secondo le promesse in un nuovo corpo giovane. Successivamente ad un periodo di riabilitazione, inizia la sua nuova vita, dovendo però dipendere dall'organizzazione che gli fornisce misteriose pillole antirigetto avvisandolo di possibili allucinazioni post intervento che presto tuttavia spariranno.


La parte iniziale del film potrebbe essere stata presa di peso dal romanzo di Heinlein, anche se poi i dettagli e l'evoluzione successiva divergono fortemente dal modello originario. 

Poi, tuttavia, la storia di Self/less diverge radicalmente da quella raccontata magistralmente (e con grande ironia) da Robert Heinlein. Cosa accomuna, in realtà, il romanzo e questo film (come anche un altro film simile che mi è capitato di vedere recentemente sempre su Netflix e di cui in questo momento - sfortunatamente - non ricordo il titolo)?

Simbolo del Transumanesimo

Credo che sia il tema del "transumanesimo" (ovvero del "Transhumanism") di cui questa, presa da wikipedia, è una possibile - sintetica definizione: Il transumanesimo (o transumanismo, a volte abbreviato con >H o H+ o H-plus) è un movimento culturale che sostiene l'uso delle scoperte scientifiche e tecnologiche per aumentare le capacità fisiche e cognitive e migliorare quegli aspetti della condizione umana che sono considerati indesiderabili, come la malattia e l'invecchiamento, in vista anche di una possibile trasformazione post umana.

Quando Heinlein scrisse il suo libro di transumanesimo ancora non si parlava del tutto e il termine non era stato nemmeno coniato: e, quindi, egli è stato, da questo punto un autentico precursore e un visionario. Ma questa è, del resto, l'essenza della più pura declinazione della SF.

Ho trovato in rete, un articolo in cui, nel contesto di considerazioni più ampie, viene tracciato un parallelismo tra "Non temerò alcun male" e il transumanesimo: 

"La scienza sta vivendo oggi un pericolo crescente: quello di trasformarsi in tecnoscienza tendente ad abbandonare l’approccio olistico del disallineamento fisico della persona umana e ad eliminare il rapporto medico-malato. Stanno aprendosi varchi di consenso a teorie che si inscrivono nella corrente del Transumanesimo  ipotizzante un trasferimento dei dati di coscienza degli umani dentro una memoria delocalizzata totalitaria, una specie di titanico CLOUD da utilizzare per una successiva reviviscenza del contenuto di una mente dentro altri corpi e/o dispositivi esogeni. Sul tema, fanno pensare le implicazioni tecno-etiche dello scrittore di fantascienza Robert Heinlein nel suo memorabile libro NON TEMERO’ ALCUN MALE nel quale viene narrata la cascata di effetti collaterali rivenienti da un trapianto di cervello di un uomo in un corpo di donna. Il Transumanesimo sta per essere a sua volta sorpassato a sinistra dalla corrente dell’INTRASPECISMO  dove la differenza tra umani e animali scompare in nome della eliminazione del pensiero antropocentrico..."1

Il film non tributa nessun credito letterario, d'altra parte. C'è da dire anche che la SF letteraria, nel corso degli anni, ha creato dei modelli che sono entrati con forza nell'immaginario collettivo e che, quindi, poi finiscono per permeare in modo originale altre opere oppure danno vita a nuovi modi di vedere, senza che si abbia più alcuna consapevolezza della loro scaturigine.

Guardate questo film (che merita), ma soprattutto leggete il romanzo di Heinlein!

 

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Note

1. Tratto dall'articolo Gli effetti delle pandemie e la tecnoscienza che incombe (dettiescritti.it). Maiuscoletti nel testo originario.

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1 giugno 2023 4 01 /06 /giugno /2023 11:00
Andreas Eschbach, Miliardi di tappeti di capelli, Fanucci

Miliardi di tappeti di capelli (titolo originale: Die Haarteppichknüpfer, nella traduzione di Robin Benatti), è stato il primo romanzo di Andreas Eschbach, portato a termine dopo anni di lenta gestazione, pubblicato nel 1996, ma lanciato in traduzione italiana da Fanucci (Immaginario Solaria) soltanto nel 2002.

 

Dalla prefazione dell’Autore: “Miliardi di tappeti di capelli è una di quelle storie che si portano a termine come se cadessero dal cielo. Sono un dono, perché prendono luce da un momento all’altro e bisogna solo metterle su carta
(…)
“È una storia di tessitori di capelli. Non posso promettervi che l’amerete. Non posso nemmeno promettervi che vi piacerà.
“Posso solo farvi una promessa: non la dimenticherete, mai.

In effetti è proprio così.

Il racconto tratta della storia di una vera e propria casta "privilegiata" di fabbricanti di tappeti di dimensioni standard (all'incirca 2 metri per 2 metri) che essi tessono, impiegando per un singolo tappeto l'intero arco della propria vita, con i capelli delle proprie mogli, concubine e figlie. Questa abilità viene tramandata dal padre al figlio maschio primogenito (gli altri figli maschi dovranno essere uccisi o sacrificati) e si pone al confine tra la dimensione artigianale ed una prettamente religiosa, eseguita a maggior gloria dell'Imperatore di tutto l'universo conosciuto; i manufatti vengono consegnati al fine di addobbare il palazzo dell'Imperatore. In questa società quasi medievale, il ruolo dei singoli è fissato rigidamente sin dalla nascita, e su di essi veglia la figura divina ed imperscrutabile dell'Imperatore, immortale, inarrivabile e da cui dipende ogni cosa del creato.
Lentamente nel corso del romanzo si dipana una trama complessa e coinvolgente, in cui brevi episodi, apparentemente slegati dal contesto generale fanno da viatico e da perno alla narrazione generale, contribuendo ad affascinare e trascinare il lettore verso la sorprendente conclusione.

 


É una storia che pur avendo alcuni spunti da space opera si propone al lettore con numerosi rimandi borgesiani (e soprattutto alla sua infinita "Biblioteca di Babele"), come sottolinea Robin Benatti nella sua postfazione: è vertiginosa l’idea di un impero che si estende a tutta la galassia e che a dominato centinaia di migliaia di mondi abitati in un arco di tempo di 250.000 anni guidato da imperatori che sono mantenuti in vita per migliaia di anni, mentre gli abitanti delle diverse migliaia di mondi sono tutti piegati alla missione di fabbricare tappeti usando i capelli delle mogli e delle figlie, uniti nell’eternità in un’unica insensata missione, sino a quando l’imperatore sarà in vita e la sua dinastia si perpetuerà.
In queste pagine riecheggia anche qualcosa di kafkiano e il rimando che mi è venuto spontaneo fare è stato a "Un messaggio dell'Imperatore".
La narrazione si articola in una serie di racconti, tutti embricati tra loro e intessuti nel filo conduttore di questo impero galattico in cui tutti i sudditi che vivono sparsi in centinaia di migliaia di mondi sono accomunati da questa unica missione che è quella di fabbricare questi mirabili tappeti di capelli umani.
Tutto, qualsiasi evento e aspetto organizzativo della vita è finalizzato a questo scopo.
Il testo offre, ovviamente, una riflessione profonda su come il Potere si regga spesso spesso su di una mistica leggendaria che finisce con il formattare tutti gli aspetti dell'Etica, della Morale e del pensiero religioso e come tutti questi aspetti possano finire con l'auto-mantenersi anche quando il loro motore primo ha smesso di esistere.
Quando agli abitanti di questo o di quel pianeta viene comunicato che l'Impero non esiste più e che l'Imperatore non governa più le loro vite, così come è stato negli ultimi 250.000 anni, i suoi abitanti stentano a credere ad una simile notizia e vogliono continuare a condurre la loro vita come hanno sempre fatto, a loro memoria, cioè fabbricando tappeti di capelli umani, con il pensiero che periodicamente delle astronavi verranno a prendere i tappeti ultimati per portarli al centro dell'Impero, dove adorneranno il Palazzo dell'Imperatore.
Solo alla fine del romanzo avverrà il disvelamento del perché e del per come l'Impero abbia preso questa via.
Ed è anche un finale ingegnoso quello che attende il lettore: un finale che non ha alcun significato evolutivo, ma che rappresenta soltanto la conclusione di un apologo o di un grande affresco allegorico.


(Risguardo di copertina) Miliardi di tappeti di capelli: Da tempo immemorabile, in un mondo lontano, alcuni uomini tessono tappeti annodando i lunghi capelli delle figlie e delle consorti. Nel corso della vita ogni tessitore porta a termine un solo tappeto, e l'arte viene trasmessa in eredità dal padre al discendente maschio, fin dall'inizio della Storia. I tappeti, miliardi di tappeti, sono destinati all'imperatore divino, suprema autorità del cosmo, per adornare il suo palazzo. Ma qualcosa sta cambiando: giungono voci inquietanti, forse dei ribelli hanno osato sfidare l'imperatore. Il dubbio si insinua in una società arcaica e immobile, e una realtà nuova si appresta a lacerare costumi e tradizioni immutabili.

 

Andreas Eschbach

L'Autore. Andreas Eschbach (Ulma, 15 settembre 1959) è uno scrittore tedesco, noto per la sua produzione fantascientifica.

Eschbach ha studiato ingegneria aerospaziale all'università di Stoccarda e in seguito ha lavorato come ingegnere del software.

Ha iniziato a scrivere dall'età di 11 anni. La sua prima pubblicazione professionale è stata il racconto breve Dolls, pubblicato nel 1991 dalla rivista tedesca di computer C't. Nel 1994 ha ricevuto la borsa di studio della Fondazione Arno Schmidt assegnata ai nuovi scrittori tedeschi di grande talento.

Tre dei suoi romanzi hanno vinto il Kurd-Laßwitz-Award, uno dei premi più prestigiosi nell'ambito della fantascienza tedesca. Ha ricevuto inoltre numerose volte il Science Fiction Club Deutschland, premio del fandom, tanto che nel 2000 ne è stato escluso per manifesta superiorità sui concorrenti.[senza fonte]

Alcune sue opere sono state tradotte in numerose lingue, inclusi inglese, francese, italiano, russo, turco e giapponese. Nel 2002 il suo romanzo Lo specchio di Dio è stato adattato per la televisione tedesca. Nel 2003 l'opera Eine Billion Dollar è stata adattata per la radio.

Vive nei pressi di Stoccarda ed è tuttora attivo come scrittore.

E' autore di una ventina di romanzi e di alcuni racconti, oltre che di opere destinate ad un pubblico giovanile. Dei romanzi soltanto pochi sono sinora tradotti in lingua italiana.

Lo si può sicuramente considerare uno dei maggiori - se non il più grande . scrittori di SF in lingua tedesca.

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25 maggio 2023 4 25 /05 /maggio /2023 09:10
David Quammen, Senza respiro, Adelphi, 2022

Spillover. L'evoluzione delle pandemie (Adelphi) di David Quammen venne scritto e pubblicato in lingua originale attorno al 2013, presentandosi per alcuni versi come un testo profetico rispetto a quanto si sarebbe verificato di lì a pochi anni. Con Senza respiro. La corsa della scienza per sconfiggere un virus letale (Breathless. The Scientific Race to Defeat a Deadly Virus, nella traduzione di Milena Zemira Ciccimarra), pubblicato da Adelphi (Fabula), nel 2023, costruisce un seguito a quel volume, raccontando i modi attraverso cui la pandemia da Coronavirus si è sviluppata, estendendosi a tutto il globo terracqueo e della corsa "senza respiro" compiuto dalla comunità scientifiche per identificare il virus e sequenziarlo, arrivando in tempi brevi (impensabili in altri tempi) a costruire dei vaccini. Cosa che non sarebbe stata possibile senza un lavoro intenso in altre direzioni condotto negli anni precedenti dai genetisti e dai virologi, le cui risultanze sono state messe a frutto ed applicate a questo caso particolare.
Questo saggio divulgativo, ma di ottimo livello, è scaturito da materiali di prima mano raccolti in approfondite interviste con biologi, virologi, genetisti, cerca di tirare le fila di tutto ciò che si sa sulla pandemia da Sars-CoV-2, dal suo esordio sino alla più recente evoluzione con la variante omicron.
Al pari di “Spillover”, anche questo saggio si legge come un romanzo che lascia il lettore avvinto alle pagine, tenendolo quasi “senza respiro”.
Si apprendono molte cose a cui i media non hanno dato il necessario risalto, altre vengono collocate in una corretta prospettiva, nel pieno rispetto dialettico delle diverse posizioni.
Quammen ci fornisce riflessioni, fatti, dati, lasciando a noi lettori il compito di trarre le conclusioni per quanto provvisorie.
Molto spazio viene dato all’origine del virus responsabile dell’attuale pandemia (da dove viene? Dove va?), toccando anche la vexata quaestio sulle sue possibili origini da una manipolazione in laboratorio, sfuggita di mano.
Certo è che la pandemia da Sars-CoV-2 è nata come una tempesta perfetta, a partire da una condizione di particolare adattabilità del virus a molte specie diverse di mammiferi (come evidenzia l'autore riportando un'ampia casistica e tutte le evidenze laboratoristiche, come ad esempio l'identificazione del "sito di scissione della furina" ed è altrettanto vero che dovremo convivere con esso ancora per molto tempo, poiché - come ci viene rammentato in uno dei capitoli più avvincenti - vi sono delle evidenze particolarmente significative sul fatto che il virus abbia innestato nel corso della pandemia un suo “ciclo silvestre” stante appunto la sua grande adattabilità a diverse specie di mammiferi selvatici.
Per esempio, si legge in uno degli ultimi capitoli: 
Questo virus ci accompagnerà per sempre. Sarà negli esseri umani - sempre da qualche parte - e sarà in alcuni degli animali che ci circondano. ‘Mai dire mai’ é una regola di buon senso, ma nessun esperto oggi può dirci in che modo potrà mai essere debellato il Sars-CoV-2. Nonostante decenni di sforzi non abbiamo debellatoné la polio né il morbillo, due virus che non hanno nessun altro posto dove nascondersi a parte gli uomini. Questo ha molte più alternative. Potremmo eliminarlo da ogni essere umano sulla faccia del pianeta (ma non è probabile) e rimarrà comunque nei cervi a coda bianca dell’Iowa, o nei visoni scappati dagli allevamenti che vagano nei boschi della Danimarca. 
Continuerà a cambiare. Si adatterà ai nostri adattamenti. L’ultima variante nel momento in cui scrivo queste frasi, la Omicron, sembra esserne un esempio lampante
”. (p. 403).
Sono affermazioni che devono far riflettere e che sono riferite in maniera nuda e cruda senza i giri di parole o le cautele dei politici che, a seconda di come gira il vento delle opportunità di consenso, minimizzano, nascondono, oppure amplificano e fanno allarmismo.
La dura verità degli scenari di viene immediatamente circonstanziata dalla previsione d'un incremento dei contagi da Covid-19 in Cina, nei prossimi mesi, dove si parla anche di picchi 60-65 milioni di nuovi contagi alla settimana.
L’intera trattazione di Quammen dovrebbe servirci ad acuire la nostra sensibilità verso altre possibili minacce virali ancora sconosciute, ma ciò nondimeno possibili (per eventi di spillover da parte di altri virus più letali). 
Si vedano a tal riguardo le recenti dichiarazioni del Direttore dell’OMS divulgate in rete.
David Quammen tiene a precisare che tutti i virgolettati sono stati estrapolati dalle interviste da lui effettuate, alcune della durata di ore. Per completezza di documentazione in calce al volume l'autore fornisce le schede coni dati essenziali su tutti gli scienziati intervistati e sulle circostanze delle interviste.
Il volume è corredato inoltre di indice analitico e di un’amplissima bibliografia riportante gli estremi di gran parte delle pubblicazioni citate (all’infuori dei “pre-print” (spesso di vita effimera) che sono citati solo nel testo.
Se mi è piaciuto? Sì, moltissimo!

 


(Soglie del testo) Il nuovo saggio dell’autore del bestseller Spillover racconta la battaglia per affrontare il Covid-19 dall'inizio della pandemia a oggi.
Secondo la teoria del caos, il battito d’ali di una farfalla può scatenare un uragano dall’altra parte del pianeta – e allo stesso modo il battito delle grigie ali di un pipistrello in una caverna nel Sud della Cina può seminare lutti a Times Square. Dall’inizio della pandemia, sei milioni e mezzo di persone sono morte nel mondo. Il Big One, descritto in termini quasi profetici in Spillover, ha bussato alle nostre porte, e non eravamo pronti. La nostra reazione ha seguito lo schema già illustrato da Lucrezio a proposito della peste di Atene: alla sottovalutazione iniziale è subentrata la ricerca di un capro espiatorio, poi il panico, e infine l’impulso, altrettanto irrazionale, della rimozione. La creazione dei vaccini ha ridotto il margine di manovra del virus, ma il nostro avversario ha già risposto con una contromossa, la « variante Omicron », che potrebbe essere la fusione di due ceppi diversi, ciascuno dei quali non è stato ancora ben indagato. Stiamo dunque assistendo a una battaglia non dissimile dalla partita a scacchi che nel Settimo sigillo vede il Cavaliere (la scienza, ma senza il conforto della religione) sfidare la Morte. Chi vincerà| Probabilmente si giungerà al pareggio, il che significa che dovremo convivere col virus in una guerra « a bassa intensità ». Ma al di là delle sofferenze inflitte al genere umano dal SARSCoV- 2, Quammen ci ricorda che i virus, come il fuoco, sono un fenomeno non necessariamente negativo, e che può anche portare vantaggi. Come i batteri, fanno parte di noi. Sono « gli angeli oscuri dell’evoluzione », meravigliosi e terribili, e questo li rende meritevoli di essere compresi, più che temuti e aborriti.

 

Hanno detto

«Il divulgatore scientifico americano, come già nel suo precedente scritto Spillover, di cui questo Senza respiro è (volenti o nolenti e con tutte le riserve del caso) una sorta di seguito spirituale, sceglie di accompagnarci nella lettura portandoci esattamente dove vuole lui, senza fretta, prendendosi i suoi tempi, ma con una scrittura agile e precisa, che non tralascia nulla e che analizza e viviseziona eventi, date, genomi di Rna.» - Filippo Ghiglione per Maremosso

 

David Quammen

L'autore. David Quammen (nato nel 1948, a Cincinnati) è un divulgatore scientifico, scrittore e giornalista del «National Geographic». Ha studiato letteratura a Oxford; oggi vive in Montana, ma viaggia molto per conto del «National Geographic». Ha lavorato anche per altre riviste e giornali, tra cui «Harper's», «Rolling Stone» e il «New York Times».
In Italia ha pubblicato saggi divulgativi con Adelphi e Codice. In particolare da ricordare Spillover. L'evoluzione delle pandemie, pubblicato nel 2017

Quammen, Perchè non eravamo pornti, Adelphi

David Quammen, Perché non eravamo pronti (nella traduzione di Milena Zemira Ciccimarra), Adelphi Editore (collana Microgrammi), 2020
In questo piccolo volume che si legge comodamente in poco meno di due ore, sono raccolti due articoli di David Quammen, “The Warnings” e “Did Pangolin Trafficking Cause the Coronavirus Pandemic?”, pubblicati ambedue su “The New Yorker”, rispettivamente l’11 maggio 2020 e il 31 agosto successivo.
Si tratta di due testi che esaminano gli esordi della attuale pandemia. Nel primo dei due articoli, l’autore prende in considerazione i motivi per cui il mondo non è stato pronto ad affrontare la pandemia, considerando le avvisaglie di precedenti episodi epidemici sostenuti da agenti infettivi diversi che avrebbero dovuto determinare un’attitudine di vigilanza. Nel secondo, invece, egli esamina l’influenza del traffico illecito dei pangolini nella diffusione della pandemia, tra l’altro demolendo l’idea che l’iniziale suo epicentro fosse stata la città di Wuhan. Il Coronavirus circolava già da prima, proprio a causa del commercio dei pangolini vivi che hanno amplificato il Coronavirus, consentendogli il salto di specie all’uomo.
Ma, avverte l’autore, per capire meglio la sequenza degli eventi e per poter essere meglio preparati in futuro, occorre fare delle ulteriori ricerche per meglio comprendere i meccanismi che hanno portato il virus a compiere lo spillover dal suo serbatoio naturale (i pipistrelli) al pangolino, nel quale all’inizio della pandemia é stato identificato un Coronavirus, affine geneticamente al 99%  con quello sequenziato ai primordi dell’attuale pandemia.
Quammen è un grande divulgatore.
Sapevamo come, e anche dove, i coronavirus ci avrebbero potuto colpire, eppure - eppure siamo a oggi, all'oggi inquietante e incerto da dove partono, proprio con questo testo, le nuove ricerche di David Quammen.

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23 maggio 2023 2 23 /05 /maggio /2023 10:09
Silvia Moreno-Garcia, Mexican Gothic, Mondadori, 2022

Mexican gothic (titolo originale: Mexican Gothic, nella traduzione di Giovanna Scocchera) della scrittrice canadese (ma di origini messicane) Silvia Moreno-Garcia, pubblicato da Mondadori (Oscar Fabula) nel 2022, è un romanzo ad ambientazione messicana, ma in realtà molto british perché riguarda una famiglia inglese che si è trasferita in un luogo sperduto del Messico, ricreando qui la sua antica magione gravata da una maledizione (che, ovviamente, è stata importata dai luoghi di origine).
La narrazione propone una serie di topoi propri del Gotico come genere letterario: ad esempio, vi é il tema della casa maledetta che rimanda con forza alle immagini de “La caduta di casa Usher” di E. A. Poe, ma anche quello del patto con il diavolo - o meglio con un’orrida entità sovrannaturale - che finisce con il dominare le menti di coloro che “infesta” (e qui si ravvisa un forte rimando ai temi cari ad H. P. Lovecraft); o ancora quello della casa maledetta che domina e controlla la mente  di coloro che la abitano, procurando loro sogni ed incubi, e inoltre tenendo vincolati i suoi abitanti come con fili invisibili ed indissolubili.  E High Place, la dimora di proprietà della famiglia altolocata di origini inglesi che fa da scenario alla narrazione, assieme al cimitero adiacente, cupo e perennemente infestato da una nebbia vischiosa, non è da meno rispetto a questo canovaccio di base: gli ingredienti richiesti li possiede tutti e in modo lussureggiante.
L’eroina Noemì (con l'accento sulla "i", si badi bene) con molta fatica e al prezzo di essere “assorbita” anche lei, riuscirà alla fine a fare la differenza e a spezzare l’incantesimo, portando in salvo se stessa, assieme alla cugina dalla quale era stata chiamata in soccorso in una lettera accorata.
Il libro si legge con molto interesse e con il desiderio di andare avanti, per capire come si dipanerà la matassa. 
E, in effetti, si rimane catturati da una costante progressione del ritmo narrativo.
Indubbiamente, siamo di fronte ad un bell’omaggio - originale per via del re-mix delle diverse tematiche - alla letteratura gotica e horror, pur con delle venature pulp, tendenza volutamente marcata nell'editare il volume con una sovraccoperta double face, il cui retro - solitamente bianco - si presenta con una grafica e con cromatismi vivaci e sgargianti che rievocano appunto le copertine delle vecchie pubblicazioni di Weird Tales dalle quali si originò il termine "pulp", per via della cartaccia da quattro soldi utilizzata per la stampa di quei fascicoli).
Rispetto alle tematiche horror che sono familiari a chi abbia dimestichezza con il genere, tuttavia, il finale risulta debole, poiché lascia ben pochi dubbi al lettore e il seme, proprio delle narrazioni horror, non germoglia: quel seme che lascia crescere nell'animo di chi ha letto la storia sino alla fine un sentimento di forte turbamento al cospetto di un potere malefico di cui si ha certezza che sarà destinato inevitabilmente a risorgere. 
L'autrice, pur di origini latine, è naturalizzata canadese e ha dunque pubblicato tutti i suoi libri in Inglese.

 

Silvia Moreno-Garcia, Mexican Gothic, Mondadori

(Soglie del testo) Una magione isolata e maledetta. Un gentiluomo carismatico ma inquietante. E una donna coraggiosa, decisa a svelare i loro segreti.
«Questa casa è marcia fino al midollo, puzza di putrefazione, trabocca di ogni possibile perfidia e crudeltà. Ho provato a restare sana di mente, a tenere alla larga questa malvagità, ma non ci riesco e sto cominciando a perdere la cognizione del tempo e dei pensieri. Ti prego. Ti prego
Noemí Taboada riceve una lettera angosciata e delirante da sua cugina Catalina, che ha appena sposato un inglese altolocato e che implora il suo aiuto. E così si reca a High Place, una tetra dimora sperduta tra le montagne del Messico.
Noemí è poco credibile nei panni della crocerossina: è una raffinata debuttante, più adatta ai cocktail party che alle indagini poliziesche, ma è anche caparbia, sveglia, e non si lascia intimorire facilmente: certo non dal marito di Catalina, uno sconosciuto dall'aria sinistra ma intrigante; né dal padre, l'anziano patriarca che sembra particolarmente attratto da lei; e neppure dalla casa, che inizia a invadere i suoi sogni con visioni di sangue e sventure. Il suo unico alleato in questo luogo inospitale è il più giovane membro della famiglia. Ma forse anche lui ha un oscuro segreto da nascondere. Mentre dal passato riemergono storie di violenza e follia, Noemí viene lentamente risucchiata in un mondo terrificante e seducente al tempo stesso. Un mondo dal quale potrebbe essere impossibile fuggire.

Silvia Moreno-Garcia

L’autrice. Silvia Moreno-Garcia (1981), messicana d’origine e canadese d’adozione, è autrice di molti romanzi acclamati dalla critica, tra cui Gods of Jade and Shadow e Mexican Gothic (Locus Award). Ha inoltre curato diverse antologie, tra cui She Walks in Shadows/Cthulhu’s daughter (World Fantasy Award). È direttrice editoriale della Innsmouth Free Press e editorialista del “Washington Post”. Si è laureata in studi scientifici e tecnologici all’Università della British Columbia con una tesi dal titolo Magna Mater: Women and Eugenic Thought in the Work of H.P. Lovecraft. Vive a Vancouver.

Mexican gothic. Un apprezzabile omaggio alla letteratura gotica nel pieno rispetto di tutti gli stilemi propri del genere
Mexican gothic. Un apprezzabile omaggio alla letteratura gotica nel pieno rispetto di tutti gli stilemi propri del genere
Mexican gothic. Un apprezzabile omaggio alla letteratura gotica nel pieno rispetto di tutti gli stilemi propri del genere
Mexican gothic. Un apprezzabile omaggio alla letteratura gotica nel pieno rispetto di tutti gli stilemi propri del genere
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21 aprile 2023 5 21 /04 /aprile /2023 11:54
Patricia Highsmiths, Acque profonde, La Nave di Teseo, 2022

Acque profonde (Deep Water, in lingua originale, del 1957) di Patricia Highsmiths (pubblicato da La Nave di Teseo nella traduzione di Marisa Caramella nel 2022) ha visto una recente riduzione cinematografica con titolo omonimo: Deep Water - Acque profonde, per la regia di Adrian Lyne, 2022), una trasposizione - secondo alcuni - con poco nerbo e alquanto piatta.
E forse un simile giudizio è vero, essendomi io trovato a vedere il film prima e, soltanto dopo, a leggere il romanzo, proposto molto opportunamente dalla casa editrice in concomitanza con l'uscita del film. La lettura, in effetti, è stata tutta un'altra cosa.
Nel film è Ben Affleck nei panni di Vic van Allen, mentre Ana de Armas (attrice emergente in questi ultimi anni con una poliedricità di ruoli) è nel ruolo di Melinda.
Si tratta di una storia di coppia, in cui lui, Vic, sembra essere una vittima, marito paziente e tollerante nei confronti delle intemperanze di Melinda, esuberante e sempre pronta a cornificarlo, in maniera esplicita nella loro stessa dimora coniugale e senza alcun rispetto delle convenzioni sociali.
Si potrebbe definire questo romanzo come una collezione di crudeli interni di famiglia nella vita di una coppia che vive in un piccolo centro del Massachusetts, mentre la ristretta società benpensante del posto assume il ruolo di semplice coro che amplifica e ri-narra in continuazione le vicende della coppia, schierandosi con l'uno o con l'altra oppure facendo da diapason emotivo.
I due coniugi sembrano però essere legati da un patto indissolubile di mutua alleanza: i loro equilibri si reggono proprio sulla complementarità dei ruoli.
Le loro interazioni sono snervanti. La capacità di sopportazione di Vic indurrebbe il lettore a prenderlo a ceffoni; mentre Melinda con la sua sciocca e vanesia esuberanza è semplicemente insopportabile.
La saggezza sembra risiedere in Margherita, unica figlia dei due, poco più decenne.
Vic fa tutto in casa e, in più, cura i suoi affari: vive di rendita grazie ad un'eredità, ma è anche titolare di una piccola casa editrice di preziosi libri di poesie e riedizioni di antichi testi, curati nella scelta della carta, dei caratteri e delle rilegature. Hai i suoi hobby, tra i quali l'allevamento di lumache delle cui abitudini è un attento osservatore. Cucina e si occupa della casa e della piccola Margherita. Melinda vive scioccamente la sua vita, di volta in volta introducendo in casa dei nuovi "fidanzati": via uno, eccone uno nuovo; e spesso è alticcia per via delle abbondanti libagioni.
Entrambi i protagonisti sono vividamente rappresentati e assolutamente indisponenti per l’aderenza sia ai riti sociali sia ai reciproci giochi di crudeltà.
Ognuno dei due ha le proprie responsabilità nel grande gioco che si è innescato e non può più interrompersi, coltivandolo attivamente e mettendolo in scena, mossa dopo mossa, in ambito domestico e nel piccolo teatro societario che hanno a disposizione.
Vic gioca la parte del marito fedele, capace di incassare torti e umiliazioni, sempre con il sorriso sulle labbra;
Melinda gioca invece la parte della moglie leggera ed infedele, pronta ad accettare corteggiatori in casa e ad amoreggiare con loro
Ma questo gioco porterà a delle conseguenze che arrivano inaspettate e all'improvviso, con una tendenza alla reiterazione e al rialzo della posta in palio (che poi rimane assolutamente indefinibile ed evanescente).
Ma tutto avviene con un'assoluta indifferenza emozionale, senza tempeste e senza premeditazione. 
Azioni gravi, ma compiute con leggerezza, quasi si trattasse di bere un bicchier d'acqua.
Il bello delle storie di Patricia Highsmiths è che il delitto, il fatto di sangue, nascono come una naturale gemmazione di dinamiche interpersonali crudeli e corrotte, senza nessun senso di colpa successivo all’atto (quindi, siamo ad anni luce di distanza da "Delittto e Castigo"!) e senza alcuna elaborazione. 
Le azioni anche le più efferate e cruente hanno il carattere di espulsione di elementi mentali impensabili e non digeribili che semplicemente debbono essere esteriorizzati per essere poi immediatamente dimenticati.
Si veda come rappresentante paradigmatico di questa tipologia di personaggi amorali e "senza coscienza" il Tom Ripley, protagonista centrale di ben cinque romanzi dell'autrice che, pur essendo statunitense nelle sue origini possiede una sensibilità di scrittura molto europea. Oppure si pensi ad un altro suo magistrale romanzo, pure trasposto in film, che è "Sconosciuti in treno".
In fondo, sembra dirci la Highsmiths, dentro ciascuno di noi alberga un Mr Ripley che il caso o le circostanze potranno fare emergere, all'improvviso e senza sconti o edulcorazioni.

 

(Soglie del testo) Un viaggio nei meccanismi più reconditi dell’inconscio che svela come, talvolta, l’autocontrollo sia solo la più infida delle nevrosi, capace di mutare un uomo apparentemente tranquillo in un omicida.
Victor Van Allen ha trentasei anni, possiede una casa editrice di prestigio, ha una buona rendita, ed è stimato e rispettato dai concittadini di Little Wesley, nel Massachussets, dove vive con la moglie, Melinda, e la figlia, Margherita. La sua vita sembra quasi perfetta ma, in realtà, il rapporto con Melinda è in crisi da tempo e, pur di evitare il divorzio, sono giunti a un accordo che permette un precario equilibrio: Melinda può avere degli amanti, ma non deve abbandonare il tetto coniugale. Vic in società si dimostra sempre molto tollerante con la moglie, anche per non venire meno alla sua fama di uomo liberale e razionale. Nonostante gli atteggiamenti di facciata, però, non è esente dalla gelosia e a una festa cerca di allontanare l’ultimo amante di Melinda raccontandogli di essere un assassino. Quello che era nato come uno scherzo si dimostrerà carico di conseguenze quando la bugia diventerà reale e Vic non riuscirà più a frenare i suoi istinti.

 

Hanno detto:

«Bellissimo e assolutamente avvincente.» – Megan Abbott
«Un thriller in cui tutte le paure, le fobie e i dolori nascono sotto il tetto coniugale… mostra senza paura una guerra tra marito e moglie.» – Gillian Flynn

 

Patricia Highsmiths

L’autrice. Patricia Highsmiths, nata in Texas (1921, Fort Worth), ha trascorso la maggior parte della sua vita in Francia e Svizzera. Nel 1955 compare il suo personaggio più famoso, Tom Ripley, protagonista della fortunata serie – Il talento di Mr. Ripley, Il sepolto vivo, L’amico americano, Il ragazzo di Tom Ripley e Ripley sott’acqua – che ha ispirato grandi registi, da Wim Wenders a Anthony Minghella a Liliana Cavani. 
Nel 1963 la Highsmith si trasferisce definitivamente in Europa, che da sempre riserva ai suoi libri un’accoglienza entusiasta. 
Tra i suoi romanzi e le sue raccolte di racconti ricordiamo Vicolo cieco, Quella dolce follia, Il grido della civetta, Diario di Edith, Acque profonde, Delitti bestiali, Urla d’amore, Piccoli racconti di misoginia, Gioco per la vita e La follia delle sirene. Nel 2018 esce Il sepolto vivo (La nave di Teseo).

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19 aprile 2023 3 19 /04 /aprile /2023 12:07
Carlo Coccioli, Requiem per un cane, Marsilio, 2010

Requiem per un cane di Carlo Coccioli era già stato pubblicato da Rusconi nel 1997. Successivamente è ritornato nel 2010 con una bella edizione Marsilio (Biblioteca Novecento), corredata da una prefazione di Marco Lodoli, che è quella che mi sono ritrovato a leggere negli ultimi mesi. Sì, in effetti si tratta di un'opera da tenersi accanto come un piccolo breviario per leggerne giornalmente oppure a distanza di giorni, un brano oppure un breve capitolo.

Ed è sicuramente una lettura fortemente coinvolgente e vibrante per chiunque abbia scelto di avere la presenza di un cane accanto a sé: una lettura che, inevitabilmente, offre spunti di riflessione e meditazione. 
Si tratta dell'accorato tributo di ricordi, di sentimenti espressi e forti emozioni ad un cane, Fiorello, che è stato fedele ed affettuoso compagno di Carlo di Coccioli, nelle sue peregrinazioni tra Messico (dove ha per lunghi anni risieduto sino alla morte avvenuta nel 2003) e Italia.
Carlo Coccioli mise mano a questo memoir nel 1973, mentre viveva a Città del Messico.
E lo pubblicò, inizialmente, in Spagnolo nello stesso anno.
Solo successivamente comparve l'edizione italiana con Rusconi, nel 1977, rivista e tradotta dallo stesso autore.
Nel risvolto di quella prima edizione si leggeva: "Si è affermato che Coccioli lo aveva scritto dietro consiglio del suo psicoanalista: e infatti soltanto dopo la pubblicazione di queste pagine dolenti e profonde... [Coccioli] riprendeva un certo gusto alla vita con l'aiuto di un altro cane, Fiorino, cui più tardi, forse per evitare il pericolo dell'esclusività in amore, si è aggiunto Oliver: Ma, pur senza sottovalutare l'eroe o meglio l'antieroe in sé, ossia il cane morto, il lettore è spinto a domandarsi se questo di Coccioli sia un libro su di un cane o su un'altra cosa che, al di là delle contraddizioni apparenti, si ritrova nella totalità dell'opera dello scrittore toscano residente in Messico" (ib., p. 12).

Carlo Coccioli e Fiorello

Ci si ritrova immersi in una narrazione profondamente toccante, articolata in brevi capitoli che si presentano al lettore come improvvisi e luminosi sprazzi della memoria, talvolta colorati di gioia pura, talaltra cupi e tristi; ma anche nei momenti più bui che vengono rievocati, il cane Fiorello appare come una presenza angelicata, un custode benefico, un protettore e forse anche un apportatore di gioia.
Non vi è un precisa sequenza cronologica nella presentazione dei diversi ricordi, poiché a volte Coccioli procede in via associativa piuttosto che seguendo il computo dei mesi e degli anni, ma ciò nondimeno si ravvisa una traccia che, grosso modo, procede dal primo incontro, folgorante, con un Fiorello ancora cucciolo, sino alla sua dipartita e alla dolente sepoltura, con il passaggio drammatico e doloroso per gli anni della vecchiaia e della cecità.
E questo aspetto Marco Lodoli nella sua prefazione tiene a precisarlo.
Scrive infatti: "...tutto il libro può e forse deve essere letto come un lungo poema, carico di immagini sontuose e frasi scorciate fino all'orlo della profezia, trapuntato di fiori e di chiodi arrugginiti, percorso da profumi balsamici e tanfi asfissianti, sempre in bilico tra la salvezza e la perdizione" (ib., p. 8)
E poi dice ancora Lodoli: "Il cane è l'angelo, cioè la porta dischiusa sul mister, e su quella porta Coccioli scrive convulsamente, disperatamente, forzando le parole per smuovere i cardini e vedere una fessura. (ib.)

 

 

Per notizie più dettagliate su questo semi-ignorato (per non dire "cancellato") scrittore italiano (per motivi diversi tra i quali ha avuto anche un peso la sua omosessualità) si veda il sito web a lui dedicato:

www.carlococcioli.com

Ma si veda anche l'esauriente voce di Wikipedia a lui dedicata.

 

     

Requiem per un cane. Carlo Coccioli e Fiorello: storia di un amore
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17 aprile 2023 1 17 /04 /aprile /2023 19:08
Robert Harris, Fatherland, Mondadori, 1992

Fatherland (nella traduzione di Roberta Rambelli) di Robert Harris, pubblicato da Mondadori nel 1992.
è un grande romanzo distopico (ucronico, a dir meglio) in cui viene tratteggiato un quadro geopolitico totalmente diverso nella seconda metà del XX secolo siamo nel 1964), poiché è stato Hitler a vincere la II Guerra Mondiale e, al tempo dei fatti narrati, il Reich domina l’Europa, compresi gli immensi territori dell’ex Unione sovietica, in una parte dei quali (in quelli più estremi ancora imperversa la guerra), mentre altre nazioni sono di fatto sottomesse alla Germania di Hitler, meri stati ancillari. Il momento è delicato in quanto il furher è alla ricerca di un'alleanza più stabile con gli USA ed in attesa di una visita dell'ambasciatore Kennedy (padre di John Fitzgerald Kennedy), il cui esito dovrebbe essere il rinsaldamento di un patto forte tra le due nazioni.
Nell’atmosfera festosa che precede le celebrazioni per il prossimo compleanno del Fuhrer (il suo 75° genetliaco) si verificano gli efferati omicidi di due ex gerarchi fascisti.
Viene chiamato ad indagare l’ispettore della Kripo (Kriminal Polizei) Xavier  March, il quale si rende conto ben presto che ci sono delle forze contrarie che vorrebbero depistare le indagini, se non addirittura affossarle. 
Perché? 
All’inizio pare che le due vittime fossero implicate in un traffico di opere d’arte sottratte dai paesi conquistati, ma poi questa traccia si rivela essere un ulteriore depistaggio.
Dove risiede la verità, allora?
È quello che cercherà di fare March con molta abnegazione al prezzo di mettere a rischio la propria vita.
Il romanzo è saldamente fondato sui fatti storici e sui documenti disponibili.
Una delle chiavi di volta della vicenda è la Conferenza di Wannsee nella quale si decise la “soluzione finale”, ma senza che mai da Hitler promanassero degli ordini scritti.

Robert Harris, Trilogy, Mondadori

Trovo che i romanzi di Robert Harris siamo sempre appassionanti e solidamente costruiti sia nella trama sia nei personaggi.

Ho letto Fatherland nel volume “Trilogy” che accoglie anche “Enigma” e “Archangel”.

Fatherland ha ispirato il film “Delitto di stato” (con Rutget Hauer, 1994), creato per la televisione. per la regia di Christopher Menaul.

Leggendo l'intrigo fantapolitico, abilmente tessuto da Robert Harris,, non si può non andare con la mente ad altri due capolavori ucronici che sono il surreale "La svastica sul sole" (The Man in the High Castle) di Philip K. Dick (pubblicato nel 1962 e vincitore del Premio Hugo come miglior romanzo nel 1963) e il sottile ed erudito (ma documentatissimo e con tanto di schede biografiche dei personaggi storici e dei loro destini nella realtà "veramente" accaduta) "Il Complotto contro l'America" di Philip Roth (pubblicato nel 2004 e vincitore del Premio Sidewise per la storia alternativa).

(Nota editoriale) E se Hitler avesse vinto la guerra? Robert Harris ipotizza un diverso andamento degli eventi storici in un fantathriller improntato su un'indagine per un delitto eccellente nella Berlino capitale dell'impero nazista.
 

 

Robert Harris

L’autore. Robert Harris (nato nel 1957) e laureato alla Cambridge University, è stato giornalista alla BBC, e uno dei più noti commentatori dell'"Observer" e del "Sunday Times". È diventato famoso in tutto il mondo nel 1992 con Fatherland, il cui successo lo ha inserito a pieno titolo nel ristretto gruppo di autori che hanno ridefinito e ampliato i confini del thriller. Successo confermato da Enigma (1996), Archangel (1998), Pompei (2003), Imperium (2006), Il ghostwriter (2007), da cui è stato tratto un film diretto da Roman Polanski, Conspirata (2010), L'indice della paura (2011), L'ufficiale e la spia (2014), Conclave (2016), Monaco (2018), Il sonno del mattino (2019). Prima di dedicarsi interamente alla narrativa ha scritto numerosi saggi, fra cui una celebre inchiesta sui falsi diari del Führer, I diari di Hitler (2002). Tutte le sue opere sono edite in Italia da Mondadori.

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15 marzo 2023 3 15 /03 /marzo /2023 09:38
Simon Raven, Il Morso sul collo, Gargoyle

Ho letto con grande piace Il morso sul collo (titolo originale: Doctors Wear Scarlet, nella traduzione di P. De Crescenzo), scritto dal quasi misconosciuto per il pubblico italiano Simon Raven e pubblicato meritoriamente da Gargoyle Editore (nella collana Nuovi incubi), nel 2009, dopo molti decenni dalla sua uscita in lingua originale.
Il titolo italiano di questo interessante romanzo lo colloca esplicitamente nel solco vampirologico, mentre quello in lingua originale rimanda ad altro che, facendo da sfondo all’intera vicenda, la contestualizza e la trasforma in una grande allegoria sulle storture del mondo accademico britannico, ed anche in generale.
Fa da cornice il Lancaster, struttura universitaria di antiche tradizioni, a Cambridge che, pur finzionale, rimanda molto credibilmente, alle prestigiose istituzioni storiche esistenti.
L'ambientazione è collocata negli anni Cinquanta. Il protagonista è lo studioso Richard Fountain che si trova a Creta per compiere delle ricerche archeologiche. Poichè da alcuni mesi non ha più dato notizia di sè, un manipolo di amici, nonché colleghi, parte a sua volta per la Grecia per riportarlo a casa, anche perché un ispettore di Scotland Yard, John Tyrrell vuole mettersi sulle sue tracce sulla base di segnalazioni ricevute dai colleghi della polizia greca per eventi "disdicevoli" in cui sarebbe stato implicato.
La missione avrà esito positivo, pur con molti spostamenti alla ricerca di esili tracce che Fountain ha lasciato dietro di sè, prima ad Atene, poi nella piccola isola di Hydra e infine nella parte più selvaggia di Creta: Fountain convalescente, come da una grave malattia, verrà riportato a casa, turbato e apparentemente immemore di alcune cupe circostanze che lo hanno visto coinvolto, tra cui anche la morte della donna che lí aveva amato in una relazione strana e morbosa, Criseide.
Insomma, non voglio anticipare altri dettagli per non fare da spoiler per chi volesse intraprendere la lettura di questo insolito - e prezioso - romanzo.
C’è di mezzo una storia vampirica? 
Sì, indubbiamente, anche se i suoi consueti e iconici elementi (pur presenti) sono stemperati in una cornice più vasta.
Siamo di fronte ad un caso - si potrebbe dire - di vampirismo “intellettuale” e spirituale che diventa perfetta metafora di ciò che accade nel mondo accademico da cui Richard Fountain proviene.
Questo romanzo è una vera chicca per gli amanti di tutte le possibili ramificazioni e divagazioni della letteratura vampirologica.

L'opera è preceduta da un'approfondita ed articolata introduzione dal titolo: "Simon Raven: sull'umanità fragile, ipocrita, speranzosa", scritta da Stefano Martello, il quale conclude:



Attuando un processo di esclusione, possiamo affermare che il testo non sia un noir (non ne ricorrono le atmosfere e le situazioni), né un romanzo horror (per gli stessi motivi).
Forse un thriller? Parzialmente nelle pagine conclusive, non tanto, però, da includerlo, nella letteratura di genere. Forse un romanzo storico? No, se non per qualche rimando.
E allora? (...) ho parlato di un trattato romanzato sulla Libertà, ma non credo che questo basti ad includere il testo nel genere saggistico.
Un libro sui vampiri, dunque?
Qualche traccia, qualche pretesto, ma niente di definitivo.
Forse Raven voleva solo scrivere un libro sull'Umanità.
(...) 

(ib., pp. 15-16)

Concordo pienamente sul fatto che questo romanzo va indubbiamente collocato al di fuori di qualsiasi genere, benchè di essi compaiano tracce e stilemi che un lettore accorto potrà rintracciare ed evidenziare. Ma il romanzo, in verità, è qualcosa di più, anzi molto di più, ed è apprezzabile proprio per questa capacità di andare oltre.

Simon Raven, nato nel 1927 e morto nel 2001, è stato un prolifico scrittore di romanzi di successo, ma anche di sceneggiature.
Il morso sul collo è uno dei pochissimi tradotti in Italiano ed é stato uno dei primi romanzi pubblicati nella sua lunga carriera ed espressione precoce del suo interesse per il sovrannaturale.

 

Il Morso sul collo - edizione inglese

(Risguardo di copertina) Che fine ha fatto Richard Fountain, archeologo di successo, ex-militare e accademico votato a una brillante carriera? Dalle claustrofobiche atmosfere di un college d'Oltremanica alle colline assolate e sperdute della Grecia, infestate da un'inquietante presenza, fino al ritorno in Inghilterra, desiderato e temuto a un tempo, l'indagine e il ritrovamento del protagonista da parte di un manipolo di colleghi e amici si rivelerà non privo di colpi di scena mozzafiato. Dalla ricostruzione del passato - che muove dall'indagine e dagli incalzanti interrogativi ispettore Tyrrel - Anthony Seymour, voce narrante della vicenda e primo fra gli amici di Richard, sarà costretto a una corsa contro il tempo, finendo per il confrontarsi con un mito tenebroso, quello del vampirismo, che sembra un'invenzione di letteratura e cinema e intreccia invece le proprie radici con gli arcani riti di una civiltà che è abituata da secoli a nascondere i propri segreti. Tutto sembra risolversi al meglio, ma Anthony e gli altri non conoscono il destino che li attende: solo durante la cerimonia inaugurale dell'anno accademico presso il Lancaster College di Cambridge troveranno le risposte definitive.

https://thecharterhouse.org/.../life-simon-raven.../

Simon Raven

Simon Arthur Noël Raven (28 December 1927 – 12 May 2001) was an English author, playwright, essayist, television writer, and screenwriter. He is known for his louche lifestyle as much as for his literary output.

Expelled from Charterhouse School, he was commissioned in the infantry in National service, before studying at King's College, Cambridge. Unable to earn a living as a writer, he rejoined the Army, but soon resigned, rather than be court-martialled for 'conduct unbecoming' on account of his gambling debts.

Declaring that he wrote only for people who shared his own standards, he never attracted the mass market, and had to be rescued by publisher Anthony Blond, who paid him a regular wage on condition that he stayed out of London and concentrated on his writings, many of which Blond published. The arrangement lasted for over 30 years.

Raven is remembered for his ten-novel sequence Alms for Oblivion and its baroque, supernatural sequels The Roses of Picardie and September Castle; as well as The Feathers of Death, an exploratory early army novel dealing with homosexuality between officers and "other ranks". He also wrote scripts for the television drama series The Pallisers (1974) and Edward & Mrs. Simpson (1978)).

 


 

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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