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26 gennaio 2022 3 26 /01 /gennaio /2022 10:15
Palermo, Villa Trabia (foto di Maurizio Crispi)

Palermo, Villa Trabia (foto di Maurizio Crispi)

Quando lessi questo graffito su di uno dei muri perimetrali fi Villa Trabia, per un attimo dimentico dei miei studi classici, ebbi dei dubbi e delle perplessità sulla giustezza delle affermazioni dell'anonimo writer.
Sono subito andato a fare le ricerche del caso...
Il poeta latino Catullo ebbe una relazione amorosa intensa e travagliata con la sorella del tribuno Clodio, tale Clodia.
Clodia viene cantata nei carmi di Catullo con lo pseudonimo letterario di "Lesbia", in onore della poetessa greca Saffo, molto cara a Catullo e proveniente dall'isola di Lesbo.
Lesbia, che aveva una decina d'anni più di Catullo, viene descritta dal suo amante non solo graziosa, ma anche colta, intelligente e spregiudicata. La loro relazione, comunque, alternava periodi di litigi e di riappacificazioni ed è noto che l'ultimo carme che Catullo scrisse all'amata fu del 55 o 54 a.C.
Quindi, l'autore della scrittura esposta da me rinvenuta aveva scritto giusto: io, non ricordando bene le vicende di Catullo, per un attimo avevo ingiustamente pensato che si fosse sbagliato...
E' stata la sempre provvida Wikipedia a sciogliere le mie riserve, aitandomi a riconoscere al writer il giusto apprezzamento per aver saputo celebrare il suo amore attuale con una si colta citazione.
Chapeau! Onore e gloria!

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19 gennaio 2022 3 19 /01 /gennaio /2022 19:32
Natale è andato via (foto di Maurizio Crispi)

Gennaio volge al termine, ormai
Come sempre, sta volando via veloce,

come le renne del Natale
Se i mesi passano, tuttavia,  la pandemia resta

Ed è questo il terzo inverno del nostro scontento
Sembra ormai così lontano il tempo
in cui a febbraio 2020 si cominciava a parlare
di casi di un'infezione respiratoria nella lontana Cina
Molti hanno pensato che la cosa non li riguardava
Epppure il virus era già tra noi,
girava silenzioso ed invisibile
Poi, hanno cominciato a manifestarsi
i primi casi, da noi, in Europa
e nel resto del mondo
E, ancora, alcuni pensavano:
non sarà nulla di più d'una banale influenza!
Eppure gli ospedali erano sempre di più intasati
e la gente moriva, spesso da sola e senza alcun conforto
da parte dei viventi
E' passata la prima onda
Poi è arrivata la seconda
e poi la terza che si è manifestata
quando già erano disponibili i vaccini
Decremento dei casi, grande euforia,
cuorcontenti e tutti giù per terra
Ed è arrivata la quarta ondata,
che è quella che stiamo vivendo adesso,
malgrado i  vaccini
Anche i vaxinati si infettano
(pensiero che era stato respinto dagli euforici del vaccino)
e si ammalano
(anche se forse in maniera più lieve)

Ma anche i covidati non sono immuni dalla recidiva
Siamo stati afflitti da una ridda di varianti,
una appresso all'altra,
ed altre forse se ne annunciano
meno aggressive, più aggressive,
più letali, meno letali
non si sa
Tutto e il contrario di tutto
Si procede a tentoni
Il fatto vero è che, quando andammo al primo lockdown,
pensammo che sarebbe stata una cosa di poco tempo
e, invece, siamo ancora qui
Ne avremo per molto tempo ancora?
Non si sa!
Intanto, siamo afflitti da ben altri problemi
che ci arrivano addosso come treni espresso
senza che nessuno faccia nulla per arginarli
come il pazzesco rincaro delle bollette delle utenze
o del costo della vita
o il promesso rincaro del canone RAI
e, non ultimo fatto di cui preoccuparsi, per noi italiani
un'elezione problematica del nuovo Presidente

Vorrei scendere da questo autobus che comincia a starmi stretto,
ma penso che dovrò viaggiarci ancora a lungo

E sono sempre in tanti, in troppi,
a morire
per Covid e non per Covid,

amici cari
punti di riferimento negli anni passati
Scompaiono per sempre,
lasciando solo un ricordo

Persone che sino ad ieri c'erano
e che oggi, quando ti svegli al mattino,
scopri che non ci sono più

E allora per cacciare via la tristezza
lanciamoci tutti in una conga
longa longa e,alla fine,
stremati, tutti giù per terra

per non pensarci proprio più

Il topo mattacchione... Potrebbe essere l'idea per una favoletta morale di Esopo in tempi di Covid

Il topo mattacchione... Potrebbe essere l'idea per una favoletta morale di Esopo in tempi di Covid

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30 dicembre 2021 4 30 /12 /dicembre /2021 08:01

L'impatto astronomico descritto nel film è un'allegoria del riscaldamento globale e il film è una satira sull'indifferenza dei governi e dei media nei confronti dell'emergenza,

Wikipedia

Basato su fatti realmente possibili

Dalla locandina del film

Don't Look Up (Locandina del film)

La pellicola di Adam McKayDon’t Look Up” (USA, 2021) ha, ovviamente, due antecedenti illustri - facilmente identificabili - in entrambi i quali si racconta la storia di un meteorite che si approccia alla Terra e che causerà immani danni, forse anche l’estinzione del genere umano, se non la distruzione della Terra stessa, al momento dell’impatto.

Si tratta di “Deep Impact” e del successivo (ma solo di poco) “Armageddon - Giudizio finale”. Anche in “Don’t Look Up” l’incipit è del tutto analogo e, si potrebbe dire, canonico, con la causale scoperta da parte di un osservatorio stellare e il conseguente tentativo di coinvolgere le autorità in un progetto che tenti di fermare la cometa, distruggendola oppure frammentandola.
Ma qui la narrazione diverge senza assumere i toni da epopea dei due film che lo hanno preceduto e questa narrazione diventa un’occasione di satira feroce del bisogno da parte di chi governa di mantenere l’audience e di ottenere punti di consenso, oltre che modo per illustrare gli effetti devastanti d'un sistema di comunicazione mediatica falsificato e incurante della verità. In più, vi è anche un’efficace rappresentazione di come il potere politico e l’azione dei decisori possa essere inquinata dai grandi sponsor e dalle holding che gestiscono i flussi di denaro e quindi anche le opzioni praticabili.
Tutto evolve verso una conclusione di catastrofe annunciata e di tentativi abortiti e falliti miserevolmente.
I decisori e i loro sponsor fuggono su di una nave spaziale, i loro corpi ibernati, alla ricerca di un nuovo pianeta vivibile, mentre la cometa impatta sulla Terra aprendo uno scenario di devastazione totale.
Io personalmente l’ho trovato un film estremamente interessante, con un cast di attori eccellenti e con un’altra grande interpretazione di Leonardo DiCaprio.
Non mi sono preoccupato di celare il finale del film, poiché non si tratta di un thriller e soltanto apparentemente d'un action movie, ma è piuttosto un’opera di satira politica e di analisi graffiante dei sistemi di comunicazione contemporanei.
Il finale lo si può facilmente indovinare dalla narrazione stessa.
Ciò che conta di questa storia è il percorso, non il finale.
Tutti sanno, ma a nessuno (tra quelli che contano per prendere delle decisioni efficaci) importa, in definitiva di quali saranno gli esiti della vicenda, come appunto è avvenuto - e continua ad avvenire - nel caso del riscaldamento globale del pianeta. Le decisioni drastiche, quelle che ancora potrebbero modificare di qualche misura il corso degli eventi, raramente vengono prese a breve termine, ma vengono sistematicamente dilazionate e posposte ad un tempo che verrà-

 

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20 dicembre 2021 1 20 /12 /dicembre /2021 09:11
Così è (foto di Maurizio Crispi)

Natale si avvicina a grandi passi
E' sempre troppo veloce il Natale
con i suoi passi felpati

Fine novembre, l'evento cruciale
cui tutto sembra debba convergere
sembra ancora lontanissimo
Poi è inizio dicembre e, all'improvviso,
i giorni e le notti
cominciano a vorticare
conducendo in un turbinio
gli assetati di feste
all'inebriante mulinello di gioia e ineffabili piaceri
prescritti da altri

E' scontato che tutto si debba ripetere
secondo un copione prestabilito
Dopo le attese festose ed ansiose della mia infanzia
dopo i preparativi accurati di doni e contro-doni,
in eventi affrontati per anni
con fedele attenzione,
adesso non ne posso più

Sono stanco
Vorrei essere libero da abitudini asfissianti
omologanti
tutti a fare la stessa cosa
come in una catena di montaggio
perché si deve
Il commercio ha rovinato la festa,
e non siamo stati noi umani
- badiamo bene -
ad averla rovinata

Sono stati il commercio e le parole vuote
di tutti i vacui parlatori
prezzolati della radio e della televisione
che ci infarciscono la testa di cazzate
e che ci uniformano ad un unico modello:
a tutti deve piacere la stessa cosa,
fatta nella stessa modo,
non si deve mai deviare dal solco principale

Occorre gioire quando viene dato il comando di gioire
Oppure piangere quando viene dato il comando di piangere

Sono state le multinazionali ad averla rovinata,
la festa (e le feste),
Big data e big pharma

Io dico basta
Non ne posso più più

Come una tartaruga mi ritiro nel mio guscio
ma anche lì non credo di poter essere al sicuro
da infiltrazioni nefaste

Anche alla tartaruga più sospettosa ed accorta
arrivano comunque il veleno delle microplastiche
e gli inquinanti dell'aria

Ed allora nascondo la mia testa sotto il cuscino,
per dormire e stra-dormire
non prima di aver messo i miei calzini,
usati un solo giorno,
a svaporare sul davanzale della finestra

 

calzini sul davanzale a svaporare (foto di Maurizio Crispi)

 

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20 dicembre 2021 1 20 /12 /dicembre /2021 09:00

Una mia nota diaristica di 10 e più anni addietro tuttora attualissima. Anzi, le cose vanno persino peggio.

parcheggio abusivo in area disabili

(19 dicembre 2010) Vorrei vivere in una città normale

In una città dove gli automobilisti non ti suonino inferociti con il clacson, alle tue spalle, appena il semaforo cambia dal rosso al verde

 In una città dove automobilisti e moto si fermino, se stai attraversando sulle strisce pedonali.

In una città dove i marciapiedi siano una parte della strada dove i pedoni possano comodamente camminare, conversando amabilmente - se lo desiderano - e non delle strisce calpestabili larghe meno di 50 centimetri (sulle quali è proibitivo procedere affiancati, come si desiderebbe), perchè la sede stradale è stata ampliata per consentire il parcheggio delle auto.

In una città dove camminare in bici non debba significare giocarsi la vita e la salute a causa degli automobilisti distratti e prepotenti.

In una città dove i marciapiedi non si trasformino in piste su cui le motociclette e i motorini sfrecciano a tutto gas per by-passare gli ingorghi e i pedoni devono scansarsi, quasi non fosse loro diritto camminare con traquillità sui percorsi a loro riservati.

In una città dove abbondino isole pedonali e strade vietate alle auto.

Vorrei vivere in una città in cui i marciapiedi e i piazzali non diventino delle discariche a cielo aperto.

In una città dove i taxi non parcheggino nelle zone di sosta riservate alle auto dei disabili.

In una città dove gli scivoli dei marciapiedi per consentire l'attraversamento a disabili in carrozzina, a mamme con passeggino e ad anziani dal passo incerto non siano occupati sistematicamente da auto parcheggiate in modi corsari.

Vorrei vivere in una città in cui prevalgano le regole della gentilezza e della convivialità, a scapito della giungla della prevaricazione e dell'asserzione spudorata del proprio sé.

In una città dove non si debbano sentire gli altri urlare le proprie conversazioni private nel telefonino, mentre sono in mezzo alla gente, e dove non ci siano automobilisti distratti sempre alle prese con il proprio cellulare, messaggerie, conversazioni e altro.

In una città con meno maxi-schermi HD in bar pub e ristoranti vari per offrire l'immancabile calcio in anticipi e posticipi, dirette e differite, solo di calcio, calcio, calcio...

In una città dove auto blu e mezzi di polizia non approfittino del loro status per prevaricare altri cittadini, laddove non ce ne sia bisogno.

In una città in cui anche l'auto della Polizia si fermi ad attendere al semaforo, se non ci sono urgenze di servizio.

In una città in cui non si debba sentire di continuo l'urlo lacerante delle sirene e degli antifurto con sensori regolati al minimo, sicchè scattano per un nonnulla, e i loro responsabili se ne fregano, se i loro dispositivi assordano il resto del mondo.

Vorrei vivere in una città in cui tutti non chiedano solo ed esclusivamente il rispetto dei propri diritti, ma assolvano anche ai propri doveri e rispettino le norme, in modo spontaneo e non perchè debbano temere sanzioni e punizioni.

In una città che sia ridente, gentile e armonica.

In una città in cui, anche nelle più banali, manifestazioni sia coltivato il gusto del bello.

In un città in cui molti, se non tutti, si sentano responsabili.

In una città dove alcuni cittadini, incrociandosi e guardandosi con occhi mesti, nella tempesta di nubi di gas di scarico e colpi di clacson, di ingiurie e grida partoriti da animi sovraeccitati non debbano dirsi con un'alzata di spalle rassegnata: "Palermo è una città che fa schifo!"

Voglio poter sperare, sempre, che un altro mondo è possibile.

 

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18 dicembre 2021 6 18 /12 /dicembre /2021 12:48
Alice Miller, La persecuzione del bambino, Boringhieri, 1987

Durante gli anni della mia formazione (non quella da psichiatra, ma piuttosto quella successiva da psicoterapeuta) mi imbattei in un saggio estremamente interessante, scritto dalla psicoanalista svizzera Alice Miller, che lessi con avidità.
Il volume, pubblicato da Boringhieri nel 1987 e che vide poi successive riedizioni, era intitolato "La persecuzione del bambino. Le radici della violenza". La sua traduzione arrivava in Italia non molto più tardi della pubblicazione in lingua originale, nel 1980.
In questo saggio, la Miller partiva da un excursus storico sul tema della "pedagogia nera" che per vari motivi si trovò ad essere imperante nei sistemi educativi intra ed extrafamiliari tra la fine del Settecento e tutto l'Ottocento, nella maggior parte dei paesi europei con un suo nucleo pulsante ed irradiante nei paesi anglofoni e di lingua tedesca: metodi fondati sulla coercizione dei giovani, sulla loro mortificazione e, in sostanza, sulla persecuzione di ogni elemento vitale. Tali metodi educativi "neri" avevano delle clamorose ricadute: basti pensare - a titolo di esempio - alla figura del padre del Presidente Schreber (che diventò poi uno dei casi clinici freudiani), rinomato (o, forse, si dovrebbe dire "famigerato") pedagogista del tempo che arrivava persino a progettare specifici dispositivi (tipo tutori) per insegnare ai propri figli le più corrette posture nei diversi contesti e le cui metodologie educative vennero successivamente esaminate nel saggio di Morton Schatzmann, La famiglia che uccide. Un contributo psicoanalitico alla discussione sul caso Schreber (originariamente pubblicato da Feltrinelli  negli anni Ottanta del secolo scorso) per mostrare come il loro impiego potesse avere degli effetti devastanti nella crescita degli individui che vi erano esposti.
Si chiedeva la Miller, inoltre, se fosse possibile parlare - al tempo in cui scriveva il suo saggio - di una pedagogia "bianca", finalmente libera dal veleno di quei metodi tanto afflittivi oppure se non fosse vero piuttosto il contrario che cioè, dietro a metodi pedagogici illuminati e non coercitivi, potessero nascondersi - per fare improvvisa irruzione - quei metodi nefasti, apparentemente superati.
In, effetti, la Miller mostrava come ciò potesse avvenire e indicava anche come in educatori moderni, apparentementi irreprensibili, potessero nascondersi fantasmi del passato e cascami educativi, fondati proprio su quei metodi educativi "neri".
La seconda parte del volume della Miller era dedicata a degli studi di "psicoanalisi applicata" proprio per mostrare come l'esposizione ai medodi della pedagogia nera avesse potuto determinare profonde deformazioni della personalità di tre personaggi e cioè Christiane F. (l'autrice del libro autobiografico Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino), Adolph Hitler e il criminale degli anni Sessanta Jurgen Bartsch, assassino e seviziatore di bambini, forgiandone il destino.
La tesi finale della Miller è che, malgrado le intenzioni dichiarate siano difformi, al tempo in cui scriveva le sue considerazioni - e io credo a tutt'oggi - nei sistemi educativi (da quello familiare a quello scolastico) vengano messi in atto dei metodi "neri" mascherati, allo scopo di piegare la caparbietà e l'impetuosità vitale del bambino e piegarlo alle esigenze degli adulti. Avverte la Miller che quest'azione educativa (e quella occulta risulta essere ancora più insidiosa) può portare nel lungo termine i bambini che vi sono esposti (specie nella loro transizione ad individui adulti) alla necessità di riempire con esperienze abnormi il vuoto lasciato dalla rimozione delle emozioni e dalla perdita dell'identità (che spostandoci ad altro ambito viene perfettamente delineata nel celebre concept album dei Pink Floyd, The Wall e nel film di Alan Parker che ad esso fu ispirato).
Lessi il saggi della Miller con una forte partecipazione emotiva dal momento che mi sembrò di rinvenire numerose tracce di quella "pedagogia nera" in certi input educativi che io stesso avevo ricevuto da bambino. Ad esempio, la nonna paterna quando dicevo delle frasi sconvenienti, esortava mia madre a pungermi la lingua con uno spillo, qualora avessi ripetuto quelle parole (e mia madre che era di ampie vedute mai si adeguò fortunatamente a quest'invito). Oppure, citerò qui anche il caso di una mia prozia che, tutta vestita in nero (rimasta vedova, non aveva più smesso il lutto), mi inseguiva per casa con un ago in mano con il quale avrebbe voluto pungermi perchè avevo fatto una monelleria.
Per non parlare di un'esperienza al tempo delle elementari che frequentai in una celebre scuola gesuitica di Palermo, in cui - quando andavo in quarta elementare, se mi sovviene la memoria - mi venne comminata la punizione di scrivere sul quaderno per 500 volte la frase "Non si parla in classe": compito da eseguire a casa e che io, vergognatissimo e determinato a tenere nascosta l'onta a tutti i costi ai miei genitori, portai a termine nascosto sotto il letto e fuori dalla vista.

Adesso che siamo nel XXI secolo parrebbe che siamo tutti di vedute abbastanza liberali e avanzate in fatto di educazione: ma non bisogna mai essere troppo ottimisti, anche quando i nostri figli sono in mani pedagogiche affidabili. L'insidia della "pedagogia nera" può sempre saltare fuori come un jack-in-the-box beffardo e sbeffeggiante (ma anche minaccioso, in definitiva), in modo tale da vanificare l'effetto dei metodi educativi che si dichiarano più moderni e più rispettosi dell'identità dei nostri piccoli.

Non devo parlare

Ed ecco che adesso - a dimostrazione  di ciò - accennerò brevemente a ciò che è successo in ambito scolastico a mio figlio Gabriel che ha poco più di otto anni.
L'altro giorno è uscito da scuola con un razzo di carta, ricavato da un foglio di quaderno a quadrettoni e me lo ha dato.
Ho visto che, sul foglio, c'erano scritte delle frasi e l'ho disteso, allora, per guardare meglio.
Ho constatato che vi era stata scritta più volte la stessa frase che faceva così "Non devo parlare". La frase riempiva per intero le due facciate del foglio ed era stata riprodotta ben 42 volte. Non c'era dubbio che a Gabriel fosse stato chiesto di scrivere questa frase, perchè si era distratto durante l'ora di lezione, magari dicendo qualcosa al compagno più vicino.
Mi sono chiesto ovviamente cosa potesse mai significare un'ingiunzione così decontestualizzata: un bambino a scuola, solitamente, lo si invita a parlare, ad esprimersi, a raccontare le proprie emozioni. Una frase di questo tipo da scrivere iterativamente come punizione mi è sembrata mortificante ed afflittiva, proprio perchè agli antipodi di un corretto approccio educativo. Lasciando perdere ogni valutazione sulla "bontà" del metodo, sarebbe stato meglio e più appropriato fare scrivere, ad esempio, "Non devo parlare con i miei compagni durante la lezione" oppure "Non devo distrubare la lezione". Chiedere ad un bimbo di mettersi a scrivere iterativamente una frase "punitiva" sul quaderno, mentre gli altri compagni continuano a seguire la lezione, è una misura costrittiva ed estraniante, pari a quella - che si adottava un tempo - di far mettere colui che disturbava la lezione in corso in piedi dietro la lavagna.
Comunque, mio figlio non sembrava particolarmente turbato del fatto accaduto, ma indubbiamente - trasformando il foglio della punizione in razzetto da far volare - aveva sentito l'esigenza di compiere un gesto apotropaico, eliminando  - ho pensato - l'aspetto "intossicante" della punizione comminata.
La mia reazione - in ogni caso - è stata fortemente emotiva, perchè - immediatamente - mi ha riportato indietro a quella mia esperienza scolastica di cui ho detto, dandomi la misura quanto potesse incongrua una simile punizione più di cinquant'anni dopo ed in un contesto che non è quello gesuitico, ma che si pone la mission di rispettare il più possibile la personalità in formazione dei bambini che gli sono stati affidati.
L'episodio accaduto è una riprova ulteriore della tesi della Miller secondo cui cascami della pedagogia "nera" sono sempre lì e possono sempre riafforare anche da parte dei più insospettabili, come una forma di "ritorno all'antico" o di recupero di esperienze precoci cui si sia stati sottoposti da bambini (con meccanismi che, in taluni casi, come possono essere delle situazioni di stress o di confusione, possono innestarsi quasi a corto circuito, in modo del tutto irriflessivo e secondo una via di minore resistenza).
Già, non bisogna dimenticare che tutti coloro che fanno il mestiere dell'educatore/insegnante sono stati bambini a loro volta e che, dunque, portano dentro di sé, profondamente iscritte, tracce dei metodi pedagogici cui sono stati sottoposti.
La memoria del passato tende sempre a riafforare e ad infiltrarsi nel presente, nei modi più inattesi.
Per scongiurare queste imbarazzanti epifanie occorre sempre vigilare: eventi-spia, come quello in cui è incappato mio figlio, possono pur sempre verificarsi e bisogna poter porre rimedio. Non sono fatti gravissimi in sé, ma tuttavia, riconoscerli impone una riflessione ed una discussione franca ed aperta.

E, credo che il saggio della Miller, sempre attuale, possa aiutarci a trovare delle importanti coordinate di riferimento.

 

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9 ottobre 2021 6 09 /10 /ottobre /2021 11:27
Roberto Sottile, Suca. Storia e usi di una parola, Navarra Edizioni, 2021

Ho appena finito la lettura di Suca. Storia e usi di una parola di Roberto Sottile (edito da Navarra Editore nel 2021). Si tratta di un piccolo, ma esaustivo trattato sulla celebre parola che, inizialmente espressione disfemica confinata all’uso linguistico siciliano, si è progressivamente universalizzata.
Si tratta di un vero e proprio saggio linguistico, reso accessibile alla fruizione di molti grazie all’inserimento in coda al volume di un glossario che spiega in un linguaggio semplice i termini più astrusi della disciplina linguistica.
L’autore analizza nel volume tutti i diversi aspetti dell'icastica espressione che altri hanno definito l’”imperativo popolare”, comprendendo nella sua analisi le scritture esposte e il linguaggio dei media, oltre ai sempre più numerosi esempi del suo utilizzo nella letteratura contemporanea.
Il volume è arricchito da un apparato di note e da una cospicua bibliografia delle opere citate, ed è corredato da immagini esemplificative e paradigmatiche.
Roberto Sottile, docente di Linguistica italiana del Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Ateneo palermitano, è deceduto improvvisamente l’8 agosto 2021.
È stato sempre apprezzato per l’originalità della sua ricerca, fortemente radicata nella sua terra.

 

(Dal risguardo di copertina) L'origine della parola siciliana suca è rintracciabile nel verbo sucari 'succhiare', con un valore originariamente triviale. Ma, nel tempo, "l'imperativo palermitano" ha sviluppato una miriade di significati e usi figurati che si sono via via affermati in ambiti comunicativi diversi dal dialetto: nell'italiano colloquiale come nell'italiano giovanile, nelle scritture esposte come nei social, nei mass media come nel linguaggio delle tifoserie calcistiche. E, piano piano, ha perfino cambiato forma passando da SUCA a 800A e dimostrandosi capace di trasformarsi ancora, fino a diventare 751A. Oggi, suca e le varie espressioni in cui ricorre si usano per negare qualcosa o per esprimere una certa contrarietà nei confronti di una richiesta, una situazione, una "verità", ma questa contrarietà procede per gradi: può essere più forte o più attenuata a seconda che con essa si voglia comunicare rabbia o sfida, un sentimento di scherno oppure di dispetto. A Palermo, dove l'imperativo è nato, continua a reinventarsi, con nuove soluzioni grafiche e nuovi sensi figurati, trovando anche applicazioni nell'arte e nell'ambito di un costituendo Made in Sicily. Con un glossario di Kevin De Vecchis. Foto dell'opera di Giuseppe Mazzola.

 

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3 ottobre 2021 7 03 /10 /ottobre /2021 15:08
Sempre più alienati e avulsi dalla realtà
Sempre più alienati e avulsi dalla realtà
Sempre più alienati e avulsi dalla realtà
Sempre più alienati e avulsi dalla realtà

1. Per molti, troppi,
il mondo è per intero dentro lo schermo dello smartphone
Di rado – ciò si osserva sempre più di frequente -
gli usatori compulsivi dello smartphone riescono a staccarsene
I tempi di utilizzo aumentano a dismisura
Se si guardano gli altri, in contesti sociali,
si vede che per la maggior parte lo smartphone lo tengono in mano,
come se ormai fosse un'appendice della mano
una specie di increscenza in cui carne, plastica e metallo si fondono
oppure se è riposto in una tasca si può osservare
che una mano nervosa scende a cercarlo per compulsare lo schermo
e verificare se sono arrivate nuove notifiche
Il prossimo passo potrebbe essere quello
di consentire ad alcuni, se lo desiderano
di farsi impiantare direttamente nel corpo un sistema di telefonia mobile
con tutti gli annessi connessi
con la possibilità di proiettare i contenuti sulla superfice di speciali occhiali
che quindi fungerebbero da display
e di inviare il sonoro direttamente alle orecchie
il tocco delle dita sullo schermo potrebbe essere sostituito da altri tipi di comandi
Ma del resto ci siamo quasi a questa ulteriore rivoluzione.
Ho visto, camminando, dei grandi manifesti pubblicitari
che promuovono gli “smart eyewear”,
occhiali di nuova generazione che consentono di connettersi,
di rispondere alle chiamate, di ascoltare la musica:
si calzano questi occhiali e si hanno tutte le funzioni dello smartphone
che rimane nella tasca, probabilmente connesso attraverso bluetooth
Dunque, arriveremo presto agli impianti bionici:
il passo da fare è decisamente breve.

 

2. Sono tristi le scene in cui persone camminano per strada
con gli auricolari saldamente infitti nelle orecchie
e gli occhi incollati al display
talvolta sono immersi in una conversazione
talaltra guardano qualcosa
un notiziario,
un film,
ascoltano della musica su youtube o su spotify o anche un canale radio
oppure una diretta streaming o un podcast
Non si accorgono di nulla, di ciò che capita loro attorno
non vedono, non sentono, non percepiscono
Un’auto potrebbe piombare in corsa su di loro,
un masso o un albero cadere sulle loro teste.
Il loro senso di prossimità
tanto prezioso per scampare a certi pericoli ambientali è annullata
dalla cascata di dati che li pervade
L'altro giorno una passeggiatrice dicane se ne stava seduta
su di un basso muretto al Giardino Inglese
il cane sciolto e libero di fare ciò che gli/le pareva
Lei con il gingillo in mano e lo sguardo incollato al display
Ma che razza di passeggiata con il cane è questa?
uno che porta il cane a spasso dovrebbe guardarsi attorno
godere dell'aria fresca del mattino,
ascoltare il cinguettio delle prime voci canore degli uccelli,
guardare gli altri,
bearsi del mondo che si risveglia
occuparsi del proprio cane,
vigilare per evitare che il proprio cane parta a gran carriera appresso ad un gatto
e, invece, no,
questo starsene chiusi nel display formato carta da visita del proprio telefono

in una beata ignoranza di tutto il resto

Non uno sguardo al mondo di fuori.

Che differenza c'è, a questo punto, con lo starsene seduti dentro una caverna buia
e solo il telefono come tramite con la realtà?

Provo una viscerale antipatia per tutto questo.
Quanto stiamo perdendo?
Quanto abbiamo già perduto?

Alcuni dicono che non si può fermare il progresso,
anche se il progresso di cui parlano costoro è quello commerciale,
fatto di un'interminale costruzione di neo-bisogni.
Se perdessimo in un attimo tutti gli orpelli della modernità,
ci renderemmo rapidamente conto che di essi
non ne sentiamo alcuna mancanza.

 

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23 settembre 2021 4 23 /09 /settembre /2021 12:13
A cosy corner

Durante una mia passeggiata, mi sono imbattuto nei pressi della Fiera del Mediterraneo a Palermo in una vera e propria stanza a cielo aperto, espressione del sempre più diffuso fenomeno delle persone senza fissa dimora, o come si dice in inglese homeless.
Già in un precedente mio articolo ho commentato sullo strano caso dell'Homeless organizzato

In quessto caso, l'invisibile abitante era riuscito ad allestire utilizzando un angolo delimitato da due pareti un angolo confortevole, con un vero e proprio letto, con lenzuola e coperte.
L'asptto esteriore di questa "casa" mi ha colpito immediatamente e ho voluto fare uno scatto. In Inglese, questo luogo lo si descriverebbe come un "cosy corner", ovvero un angolino confortevole.

Osservando la disposizione degli arredi, la cura con cui sono sistemate le coperte e i cuscini (che trascendono dalla dimensione di un semplice giaciglio improvvisato), ci si dimentica che tutto questo è allestito all'aperto e che non vi sia un vero e proprio tetto, se non una tettoia che ripara solo parzialmente dai rigori climatici. C'era anche un piccolo tavolo ai piedi del letto e una sedia ordinatamente disposta sotto di essa.
Tutto lasciato in ordine, come nel caso di qualcuno che esce dal mattino da casa per sbrigare le sue faccende e ha il puntiglio di lasciare tutto in oridine, in modo tale che al proprio ritorno troverà una simile nettezza (e semplicità) domestica ad accoglierlo.
Si è portati a pensare piuttosto che si sia di fronte ad un confortevole ambiente domestico: una casa, in cui tutto è lasciato al suo posto, nel dovuto ordine, come se vi fossero porte e mura difenderla da possibili intrusioni.
Io stesso nello scattare la foto mi sono sentito a disagio, come se stessi invadendo con il mio sguardo e con l'occhi della macchina fotografica uno spazio privato.

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15 settembre 2021 3 15 /09 /settembre /2021 13:47

Scienza ed etica delle maschere della salute interagiscono dialetticamente in modo esplicito all'interno della 'logica medica' di qualsiasi estradizione. Sono due dimensioni che (paradossalmente) si sovrappongono storicamente sia nell'ambito della cultura medica occidentale (biomedicina), che nell'ambitodelle culture mediche tradizionali (etnomedicina). In entrambi questi contesti i "professionisti della salute' (i chirurghi e i medici da una parte, gli stregoni e gli sciamani dall'altra) usano le maschere come strumenti per prevenire (l'infezione e la malattia) ed evitare (il maligno e il male), ma anche ad assistere (le maschere terapeutiche per la ventilazine assistita) per guarire il malato e a curare (con le maschere-talismano apotropaiche) per 'allontanare' la malattia (...)

Vittorio A. Sironi, Le maschere della solute, capitolo conclusivo, pag. 110

'Mascherarsi' rappresenta oggi, in piena pandemia, un dovere personale, un atto indispensabile da parte di chi è consapevole e responsabile. L'inosservanza di questo dovere civico, a volte esibita con con indifferenza o addirittura con tracotanza, è un gesto che 'smaschera' la persona irresponsabile, colpevole di non rispettare gli altri e di disprezzare il prossimo.

ib. pag. 110

Vittorio A. Sironi, Le Maschere della Salute. Dal Rinascimento ai tempi del Coronavirus, Carocci Editore, 2021

Sono ormai diverse decine i volumi sugli argomenti più svariati che, usciti in tempo di Covid,  spaziano dalla narrativa distopica (si veda ad esempio il recente romanzo di Tullio Avoledo in cui si allude alla pandemia che fa da sfondo alla sua vicenda come a "La Situazione") alla diaristica ai saggi che tentano di raccontare lo stato dell'arte della pandemia, utilizzando i più diversi vertici di osservazione.
In questo variegato panorama, si distingue particolarmente il saggio del'antropologo e storico della Medicina, Vittorio A. Sironi, con il titolo Le maschere della salute. Dal Rinascimento ai tempi del coronavirus, pubblicato da Carocci Editore (Biblioteca di testi e studi, sezione Sanità e Professioni Sanitaria), nel corso dei primi mesi del 2021
Ed è di particolare interesse perchè tratta, in maniera longitudinale (dall'antichità ad oggi) e trasversale (l'uso delle maschere protettive e quindi genericamente denominarte come le "maschiere della salute", dell'utilizzo delle maschere protettive nei più diveri ambiti e  Questo saggio è in grado di fornire tutte le risposte necessarie per saperne di più sulle "mascherine" e della loro funzione.
Esse non sono un oggetto "alieno" piovuto su di noi a causa della pandemia da Coronavirus, ma qualcosa che, in mille fogge diverse, ha accompagnato le pratiche mediche (e non solo), sin dai primordi a partire dalle attività dei guaritori tribali e degli sciamani.
Esse - le mascherine - sono "le maschere della salute" del titolo, poiché, in varia misura, servono - e sono servite - a tutelare la salute, a proteggere e, in alcuni casi, a garantire il mantenimento delle funzioni vitali ed anche a guarire (si veda ad esempio il caso della maschera respiratoria collegata ad un pallone Ambu, oppure di quelle respiratorie collegate ai ventilatori polmonari).
Leggendo il testo - un capitolo dopo l'altro - si acquisiscono tutti gli elementi di conoscenza per rappacificarsi con la "mascherina" (vista non solo come presidio medico, ma anche come strumento di convivenza sociale) e rendersi conto che il loro utilizzo non solo potrà essere utile ancora molto a lungo per limitare i danni dell'attuale pandemia, ma potrebbe essere un presidio di cui continuare a servirsi anche in futuro per garantire una minore propagazione degli agenti infettivi (nel corso del 2020 ed anche del 2021, l'uso esteso della mascherina ha garantito il crollo delle malattie infettive stagionali, ad esempio). Non manca un capitolo molto approfondito sulla simbologia delle maschere della salute e sulle ricadute psicologiche del loro utilizzo.
Il volume è arricchito da una ricca documentazione iconografica, da un apparato di note e da un'accurata bibliografia, perchè è concepito come un vero e proprio saggio scientifico, benché scritto con prosa accattivante e fluida.
Il testo è preceduto da una premessa di Giorgio Cosmacini, illustre storico e filosofo della Medicina, ed è  seguito da una postfazione dell'antropologo Antonio Guerci.
Ne suggerisco vivamente la lettura, poichè prima di dire di no, occorre leggere e documentarsi, attingendo a testi accreditati, anziché basarsi su notizie scarsamente verificabili e piene di pregiudizi che circolano nel web e che alimentano le posizioni insensate di complottisti, negazionisti, no-vax e quant'altro.

 

(Quarta di copertina) Consigliate o addirittura obbligatorie, le mascherine protettive sono entrate a far parte della nostra vita, diventando il segno visibile dell'emergenza legata alla pandemia di Covid-19. Sono una barriera protettiva per impedire il contagio, un confine per separare la popolazione sana da quella malata, un nuovo indumento che cela parte del viso rendendo difficile riconoscere l'identità individuale. Queste "maschere della salute" hanno una lunga storia in ambito medico (dalle maschere della peste alle mascherine chirurgiche) e costituiscono ormai strumenti di prevenzione anche nel lavoro e nello sport. Il loro significato supera talvolta la semplice funzione sanitaria e protettiva, assumendo una rilevanza simbolica con implicazioni psicologiche e sociali, culturali e antropologiche. Tutte dimensioni che, insieme a quella storica, sono analizzate in questo volume.

L'Autore. Vittorio A. Sironi, neurochirurgo, storico e antropologo, insegna Storia della Medicina e della Sanità e Antropologia Medica all'Università di Milano Bicocca, dive dirige il Centro Studi sulla storia del pensiero biomedico (www.cespeb.eu). E' autore di numerosi studi sulla storia della medicina e della salute.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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