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16 febbraio 2013 6 16 /02 /febbraio /2013 10:21

E fu subito ruzzlemaniaE' scoppiata la "ruzzlemania" a livello globale.
 Ruzzle è il diretto erede in versione digitale di giochi da tavolo quali Il Paroliere  (in Inglese, Boggle) oppure "Scarabeo" (variante italiana del britannico "Scrabble").
Giochi che si praticavano in alternativa alla tombola nelle feste comandate, oppure in serate tra amici. Il gioco da tavolo aveva delle sue regole ed dei suoi tempi scanditi da una certa "lentezza".
 
Di recente il gioco del Paroliere è diventato virtuale, grazzie ad una nuova App creata dalla Società svedese Mag Interactive, ma soprattutto grazie al fatto che nella rete si può giocare con degli avversari virtuali di ogni parte del mondo, ha assunto lo statuto di gioco online di tipo "social".

Da quando è stato immesso nella rete, Ruzzle ha conquistato oltre 11 milioni di utenti globali e, secondo alcuni, é l'esempio "di una programmazione virale che sviluppa la mente e le abilità linguistiche dei giocatori".

Sta di fatto che Ruzzle per alcuni sta diventando una vera e propria mania dal momento che si può giocare sia contro un altro utente online, ma anche contro se stesso, solo per esercitarsi.
Il dito devo correre veloce sul touchscreen dell'Iphone e può capitare che in una singola sesssion di gioco, un utente in gioco possa percorrere con il suo dito qualche chilometro.
E fu subito ruzzlemaniaMio figlio - come tanti altri suoi coetanei - è un giocatore di Ruzzle e, spesso e volentieri, lo vedo intento sul tastierino a comporre freneticamente parole: occorre un grande coordinamento occhio-mano per poter comporre velocemente le parole, ma nello stesso è necessaria un'attivazione dei centri del linguaggio per poter vedere quante più parole in una semplice griglia di lettere.
L'impulso a giocare è forte: vedo che mio figlio smette, ma l'impulso a riprendere il gioco è piuttosto forte, concretizzandosi di lì a poco in una session di gioco.
Ho conosciuto di recente una coppia di coniugi che, presi dal virus "ruzzle", giocano volentieri uno contro l'altro, stando nella stessa stanza o in luoghi diversi della stessa casa: un modo per socializzare attraverso un gioco virtuale.
Mi chiedo perchè, in questi casi, non ritornare all'antico "Scarabeo" o "Paroliere che sia...
Forse, perchè non piace più la lentezza del gioco manuale...
Oppure, forse, perchè si preferisce stare immersi nel proprio solipsismo, senza la fatica di doversi mostrare o interloquire con una persona in carne ed ossa.

Misteri della modernità...

 

 

(fonte: nannimagazine.it) Scoppia la Ruzzlemania, quando il gioco di parole diventa Social. Dal Paroliere all'iPhone, questa nuova App creata dalla società svedese Mag Interactive, ha già conquistato 11 milioni di utenti globali ed è l'esempio di una programmazione virale che sviluppa la mente e le abilità linguistiche dei giocatori


Creare parole nuove, una diversa dall'altra, chesi incrociano attraverso una lettera in comune con altre già presenti su un tabellone. Un tempo si chiamava Paroliere o Scarabeo ed era un gioco da tavola, oggi si chiama semplicemente 'Ruzzle' (ovvero la fusione delle parole 'Rumble' il nome iniziale del gioco e che significa 'scoprire', e 'puzzle', ndr) ed è la nuova App gratuita che sta letteralmente coinvolgendo e mandando in visibilio milioni di persone tecnologicamente evolute. Che sia un iPhone o un Android, poco importa, basta che sia connesso e Social.

Il meccanismo è semplice: si tratta di partite da tre 'round' di 2 minuti ciascuna. Poco tempoma molto concentrato per i due sfidanti devono utilizzare le 16 caselle con le lettere (disposte su una tabella di 4 colonne da 4 righe ciascuna), per tentare di formare il maggior numero di parole di senso compiuto. Vince la partita chi ottiene il punteggio più alto, dato dalla somma delle tre 'manche'. Si può giocare con gli amici di Facebook o Twitter, oppure sfidare uno sconosciuto attraverso la ricerca random, e ci si può divertire anche in maniera asincrona, vale a dire uno dei due gioca la sua mano e l'altro può rispondere anche in un altro momento. La partita in sospeso e da concludere, infatti, verrà notificata sul dispositivo che si sta utilizzando.

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3 febbraio 2013 7 03 /02 /febbraio /2013 09:00

sigaretta-elettronica(Maurizio Crispi) Come è noto, sa prendendo piede la Sigaretta elettronica.
Molti hanno fiutato l'affare e hanno aperto dall'oggi al domani dei negozi dedicati.
Intanto, è in corso una guerra tra Monopoli di Stato e Ministero della Salute, con un'accesa disputa su chi deve acquisire delle royalties su questo dispositivo e, eventualmente, il controllo della sua commercializzazione.
Insomma, ai danni, dei cittadini - intesi come consumatori - è in corso una spietata battaglia.
Intanto, la sigaretta elettronica va a ruba.
In tanti si precipitano ad acquistarla, spinti dall'esempio dei primi precursori, dal carisma di testimonial d'eccezione e dai primi spot pubblicitari dedicati (ed anche piuttosto aggressivi nel loro impatto).

Come è noto, la sigaretta elettronica consiste di un dispositivo (non disposable) che brucia un liquido aromatizzato (nella versione con nicotina o senza) che è la cosiddetta ricarica, in quanto va aggiunto periodicamente al dispositivo.
Il dispositivo, una volta attivato, emette fumo (in realtà vapore) che ha caratteristiche organolettiche (calore, aroma) simili a quello del funo della sigaretta.
Sotto questo profilo, quindi, il dispositivo in sé può essere un ottimo succedaneo della sigaretta, privo di tutti i prodotti dannosi derivanti dalla combustione del tabacco e della carta, compresi gli additivi aggiunti per la lavorazione del tabacco, altamente tossici.
Nello stesso tempo, non è un dispositivo che elimina la dipendenza tabagica: anzi, se è possibile ipotizzarlo la può incrementare, sia per la frequenza praticamente illimitata delle inalazioni di fumo (sin tanto che c'è liquido da bruciare nel dispositivo) sia per il mantenimento della gestualità, anzi nel radicare il consumatore nel compiacemento dell'ostentazione del gesto che si avvale del nuovo gadget "à la page".
E' chiaro che il rischio dell'incremento della dipendenza è tanto più elevato, se si usa per la ricarica il liquido contenente nicotina.
E' confortante tuttavai sapere che è stato stabilito il divieto della vendita di simili dispositivi ai minori di 16 anni, proprio perchè è stato accertato il rischio della dipendenza tabagica.

sigarette elettroniche shopIn più,  tuttavia, c'è da dire che la sigaretta elettronica sta rapidamente diventando un gadget di lussso, da utilizzare come oggetto di moda e come status symbol.
Il dispositivo interno è infatti "carrozzato" e ha un suo rivestimento: ed è qui che si giocano tutte la differenza e l'originalità di un tipo di sigaretta elettronica rispetto ad un altro.
Quindi, come ogni funatore sceglie la sua marca preferita di sigarette, così il fumatore di sigaretta elettroncia potrà scegliere tra un infinità di modelli, che variano per dimensioni, per foggia, per dimensioni per peso: ci saranno quelle da lavoro, quelle per lo sport, quelle da "sera" per le serate eleganti e così via... sino a quelle esclusive e griffate, facendo leva sull'esigenza di alcuni di distinguersi...


Benvenuti dunque nel mondo delle sigarette elettroniche!

Ma c'è da chiedersi: perchè complicarsi la vita con le sigarette elettroniche?
Non è sufficiente lasciare le cose come stanno e che ognuno faccia come crede?


Diaciamocelo pure, con l'immissione della sigaretta eletrtronica nel commercio stiamo assistendo allo strutturarsi di un neo-bisogno.
E, quindi, staremo a vedere come si sviluppano gli eventi.
Ma c'è da preoccuparsi: tutto ciò che è manovrato come nepo-bisogno spesso by-passa le attitudini di pensiero e riflessive del nostro cervello.


 

 


 

 

Negozio per la vendita di sigarette elettroniche a Palermo - Foto di Maurizio Crispi

 

 

 


 

 

 

Divieto di vendita ai minori di 16 anni - Palermo - Foto di Maurizio Crispi

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24 gennaio 2013 4 24 /01 /gennaio /2013 11:46

fake(Maurizio Crispi) Navigando nella rete e soprattutto frequentando i social network ci imbattiamo sempre di più nella parola “fake”, nel senso di oggetti e persone che vengono bollate con tale appellativo.
Nel gergo di Internet, e in particolare di comunità virtuali come newsgroup, forum o chat, un fake (dall'inglese per "falso", "posticcio") è un utente che falsifica in modo significativo la propria identità.

In contesti basati sull'anonimato e sull'identificazione attraverso nickname, tale falsificazione non ha in genere a che vedere con l'identità in senso stretto (comunque ignota), ma ad alcune caratteristiche importanti della persona. Così, per fare un esempio, verrà giudicato fake chi partecipa ad una discussione in cui siano coinvolti elementi di medicina fingendosi un medico (o un malato); chi frequenti un sito di incontri romantici fingendosi un esponente del sesso opposto; chi si introduca nelle discussioni di un gruppo con un certo orientamento politico, religioso, (o altro), limitandosi a fingere di condividerne i valori.
Un caso particolare di fake è l'utente che finge di essere un certo altro utente più o meno noto alla comunità, assumendone il nickname allo scopo di ottenere qualche vantaggio o di operare contro la reputazione del "proprietario" usuale del nickname stesso.
Altri ancora fingono di essere persone famose, e così via.

Uno degli episodi più celebri inerenti al fenomeno dei fake avvenne nel 1982-1983 sulla chat americana di CompuServe, ed è ricordato col nome "AlexAndJoan" ("Alex e Joan"). Alex (nella vita reale un riservato psichiatra cinquantenne di New York) si spacciò a lungo per Joan, una donna muta, neuro-psicologa altezzosa e antireligiosa, divenuta paraplegica in seguito ad un incidente stradale.
La sua spiegazione fu che il suo era un esperimento messo in atto "per poter meglio relazionarsi con le proprie pazienti".
L'impostura andò avanti per due anni e "Joan" divenne un personaggio assai dettagliato, con una complessa rete di relazioni emotive: la storia finì solo quando "Joan", coinvolse un amico conosciuto online in un incontro con Alex. Anche quelli che conoscevano poco Joan si sentirono coinvolti (e in qualche misura traditi) dall'inganno di Alex. A molti di quelli che “vivono” nel mondo online piace pensare di essere una comunità utopica del futuro, e l'esperimento di Alex ci ha dimostrato che la tecnologia non è una difesa contro le truffe.

Il termine Fake, peraltro, diventa anche un modo per descrivere un modo di essere e di relazionarsi: "essere fake" è un modo per dire "essere fasullo".

Nelle reti sociali, ci si incontra e ci si conosce in contesti che prescindono dalla vita reale: quasi esclusivamente si sta dentro l’universo sintetico.
Molti costruiscono di se stesso un profilo interamente “fake”, presentandosi per altro da quello che sono.
Donne che, in realtà, sono uomini (come il caso - testé citato - di Alex and Joan), uomini che si spacciano per donne, trans o travesta si presentano come donne, singole che dichiarano di essere una coppia, etc. etc. e si potrebbe snocciolare una casistica di tipologie fake pressoché infinita.
I nodi vengono al pettine, quando si decide di uscire a far due passi fuori dall’universo sintetico, quando si cerca di incontrare nella realtà una delle persone che si sono incontrate in rete e, aall'improvviso, traumaticamente, si scopre che la persona cui abbia dato un appuntamento era in realtà un “fake”. In questi casi, a parte la "doccia fredda" del duro impatto con la realtà - l’incontro rischia di trasformarsi in un flop oppure di avere degli inaspettati (e a volte) sgradevoli sviluppi.
Quindi, proprio per effetto dell’utilizzo - sistematico o involontario – del fake, gli incontri (desiderati, invocati, promossi) finiscono con l’essere una trappola deludente che conferma nei più l’idea che il confronto con la realtà è deludente ed insidioso e che sia meglio, tutto sommato, stare dentro i confini dell’universo virtuale.

Per esempio, uno dei miei contatti in una rete sociale così scirve, scottato da un incontro avvenuto poco prima nella realtà, così scrive:

 

angeles-caidos-de-pablo-gallo(Anonimo) Ci si conosce qua [dentro FB], poi la chat di facebbok, poi le mail... Poi, una foto, … poi ancora altre due foto… E, in un ulteriore upgrade, si arriva allo scambio del numero di cellulare. Si fanno quattro chiacchiere, una bella voce, tante belle parole.... Poi, a questo punto, si decide di conoscersi di persona. Mi sposto da Malpensa a Como... Seduto in un bel bar... Assaporo l'attesa... Poi,  squilla il telefono… Una voce – quella voce -  mi dice: Sono qua di fronte al bancone del bar!
Mi volto... E… Delusione! Ma chi cazzo é?

Perché certe persone non riescono a farsi vedere per quello che sono, belle o brutte che siano? Che bisogno c'è di mandare o di mostrare foto fake? 
Io non capisco e, purtroppo, non riesco ad adeguarmi!

 

Quando si frequentano i social network, c'è sempre il rischio di imbattersi nella falsificazione, non c'è dubbio.
A volte, si tratta di falsificazioni spudorate, come nel caso riportato sopra, nell’esperienza diretta del mio contatto.

A volte si tratta di contraffazioni più sottili e meno deliberate: a volte le immagini, anche se vere, possono mentire sulla persona che rappresentano, o perché si riferiscono ad un periodo precedente, o perché sono state fotoshoppate, o perché hanno un taglio particolarmente accattivante.

D’altra parte, anche quando uno non mente su se stesso e mette le proprie immagini reali, non è detto che, poi, nell'incontro, si attivi un feeling o che si ritrovi quel feeling che si era ritenuto di sperimentare nel contatto attraverso la messaggeria private o nella conversazione telefonica e che, a ben guardare, era solo il risultato di un costrutto (che ci porta a vedere soltanto ciò che vogliamo vedere e a dare risalto a ciò che riteniamo significativo, spesso soltanto sulla base di un nostro percorso proiettivo.

Io ritengo che, fatte salve determinate garanzie, bisogna essere disponibili alle incertezze dell'incontro reale, quando si decide di uscire fuori dall’universo sintetico.

Del resto è così, quasi fosse una legge ferrea: quando si esce dalla dimensione delle relazioni virtuali per entrare nel mondo reale, si deve necessariamente accettare il rischio che qualcosa non funzioni a dovere.
Esci dal tuo guscio e ti esponi indifeso: sarai davanti ad una persona reale, con le sue caratteristiche, con i suoi pregi e con i suoi difetti.

E, se la persona che incontri non ti piace, non è detto che tu sia stato ingannato: semplicemente quella persona non ti piace.

Una volta - molti anni fa (molto prima che esistesse FB) ho incontrato nella rete una donna che abitava su al Nord, abbiamo conversato a lungo, ci siamo sentiti un paio di volte al telefono, abbiamo preso un appuntamento, ci siamo incontrati, siamo andati a cenare assieme, abbiamo chiaccherato... E poi non è successo nulla.

Non è scattata quella scintilla: pelle a pelle, la cosa non ha funzionato.

Non che lei avesse qualcosa di sbagliato o che non fosse attraente o gradevole, ma semplicemente non è scattata quella scintilla.
Ci siamo salutati, alla fine della serata, e tutto è finito lì.

E non è che io mi sia sentito ingannato, turlupinato o incazzato perchè avevo fatto un viaggio a vuoto, o quant'altro.

Come succede nel caso degli incontri sin dall'inizio sotto l'egida del reale, anche in questa circostanza, si pote constatare nel confronto diretto che, al di là di tutti i costrutti e delle speculazioni immaginative, non c'erano le premesse (quelle vere e fondamentali) per un rapporto "reale".

Assodato questo, non ci sentimmo più.

L'incontro reale spazza dalla strada tutte le finzioni che derivano da ciò che noi vogliamo vedere nella persona che supponiamo ci interessi e che vogliamo incontrare...

E, quindi, alla lunga, l'incontro nella realtà è la vera cartina al tornasole: necessario e indispensabile.

Il rischio, altrimenti, è quello di prendere a vivere in un universo di relazioni "fake"... e di rimanere impriogionati in una finzione che in parte noi stessi abbiamo contribuito a costruire.





Per un approfondimento sul termine Fake

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11 gennaio 2013 5 11 /01 /gennaio /2013 10:20

blogosfera.jpg(Maurizio Crispi) Leggendo la “La strada delle Croci” di Jeffrey Deaver (RCS Libri, nella traduzione di Viola Alberti, p. 79) mi sono imbattuto nel neologismo (coniato evidentemente, con una certa abilità, dalla traduttrice) di “escribizionista”, che secondo il testo originario è "colui che tiene un diario personale on line" (o che - aggiungerei io - scrive molto di sè in uno qualsiasi dei tanti social network).
La parola mi è sembrata molto calzante e azzeccata, a dir poco suggestiva, proprio per le assonanze tra "scribacchino" ed "esibizionista" (come peraltro rilevato dall'autore della piccola nota in www.neteditor.it), che rimandano ad alcune delle non-qualità che sembrano possedere i molti frequentatori (ed utilizzatori) della rete.
La parola è a tutti gli effetti un neologismo, tanto che non ne esistono tracce nel web (effettuando una ricerca con Google), se non per i rimandi allo stesso testo di Deaver nella sua traduzione italiana e ad una chiosa nel sito web che citato subito prima.
Peraltro, il romanzo in questione di Deaver prende in esame i rapporti tra realtà virtuale e realtà vera e i meccanismi in base ai quali dei reati possono essere perpetrati e degli omicidi compiuti da personaggi che agiscono nel mondo reale in continuità con le finzioni e gli artefatti della rete, passando dal doocing online a forme di persecuzione e vessazione vere.

Si tratta di un tema molto interessante proprio per questo motivo, poichè pone delle interessanti questioni: un esempio brillante dei modi - come osserva il citato commentatore della rete - in cui autori di bestseller possono offrire analisi delle tendenze odierne che gli scrittori mainstream (i rappresentanti blasonati della letteratura "alta") non riusciberebbero mai a rappresentare con la stessa lucidità.

Allora, si potrebbe dire che oggigiorno siamo tutti degli "escribizionisti", dal momento che tutti coloro che frequentano la rete, i social networrk e i blog, immettono se stessi e i propri pensieri quotidiani nel mondo virtuale e che, in una certa misura, tutto ciò che vi immettono è "per sempre", almeno sintantochè rimarranno in piedi il World Wide Web e la Blogosfera (o blogsfera),  con il quale neologismo (calco dell'inglese blogosphere o blogsphere) si indica, nell'ambito di internet, l'insieme dei blog (o diari in rete) caratterizzati dalla forte interconnessione: i blogger (o blogghisti o blogonauti) leggono i blog altrui, li linkano (creando dei collegamenti), e li citano nei propri post (messaggi). A causa di ciò i blog fra loro interconnessi hanno sviluppato una propria cultura.
Nel termine "blogosfera", in cui si può, peraltro, notare una certa assonanza con il termine biosfera, venne coniato coniato il 10 settembre 1999 da Brad L. Graham e successivamente fu "riscoperto" nel 2001 da William Quick.



Vi è a volte un senso di futilità, nel leggere certi commenti umorali e/o aggressivi da cui si scatenano dei tread che a poco a poco presentano delle derive inarrestabili che nulla hanno più a che vedere con il post originario.
Tuttavia, non sono d'accordo nel bollare tutti quelli che scrivono in rete come degli "esibizionisti della parola scribacchiata".
Penso che, a ben cercare, nella rete si possano trovare degli esempi di scrittura creativa di grande valore, oppure delle fonti di informazioni in tempo reale che nulla hanno da invidiare al migliore giornalismo della carta stampata.
In questo senso, la blogosfera - ed anche, con i debiti distinguo, le reti sociali - danno un contributo fondamentale a quelli che si definiscono i "new media".

 

 



La-strada-delle-croci.jpg(da www.neteditor.it) Deaver è un autore che si occupa spesso del rapporto tra mondo reale e virtuale (“Deep Blue”, “La finestra rotta”); non so se abbia inventato lui questa parola (non credo); certo descrive bene e sinteticamente un  fenomeno. Sarebbe bello se se ne diffondesse l'uso (ma è più facile che si diffonda l'uso del corrispondente termine inglese, quale che sia).  

Anche un sordo (onore alla traduttrice!) sente nella parola in questione l'eco delle parole “scribacchino” ed “esibizionista”;  personalmente, ho sempre pensato che il predominio della diaristica e dell'autobiografia più o meno romanzata, come il culto acritico dell'emotività, siano uno dei mali della scrittura in rete (forse il principale). Lui ha espresso meglio di me, insomma, quello che pensavo io. Credo sia un altro esempio di “sincronia” o di “risonanza” tra autore e lettore
Questa parola descrive, in modo credo più efficace di molti saggi, un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti. Non è consentito, se non si vuole ridurre il proprio pensiero ad un coacervo di slogan e formulette, fermarsi ad esse, ma certo [questo neologismo] è un buon inizio. Ciò dimostra, a mio parere, che i così facilmente disprezzati (ma non dai lettori...) autori di bestseller hanno una capacità di penetrazione della realtà superiore a molti intellettuali – senza dubbio superiore a quella che molti intellettuali ritengono che essi possiedano.

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1 gennaio 2013 2 01 /01 /gennaio /2013 12:58

Tappo di spumante a capodanno - Foto di Maurizio Crispi

 

 

 

Il sole risplende,

ma la città è ancora vuota e silenziosa,

dormiente

 

Per terra, sull'asfalto e nelle aiuole,

i resti di mortaretti e i giochi di fuoco

sono dovunque,

da quelli in formato mignon

alla tipologia Vulkan

autentica bomba-carta

china made

 

Tappeti di cicche,

cocci di vetro e ceramiche,

a tempesta

 

Qua e là,

chiazze di vomito disseccato,

rivelano indiscrete

i cibi del cenone ingordo,

tipologia e abbondanza

 

Seminati al suolo

i tappi di spumante,

con l'apparenza di stronzi ben torniti

residuali da prosaiche defecatio

open air

 

Da essi, per certo, il prossimo anno

sbocceranno provvidenziali

alberi carichi di bottiglie

come insolito frutto

 

Due morti,

tanti feriti,

effetti collaterali

della febbre dei botti

e degli artifici pirotecnico-clastici

 

Ci sono, ci sono...

anche se non si vedono
E magari al conto di morti e feriti

ci aggiungiamo anche quelli in coma etilico

 

 

Un merlo allegro

svolazza ciarliero

da un ramo all'altro
in un giorno che per lui

è come ogni altro

 

 

Vulkan, dispositivo pirotecnico, made in china - Foto di Maurizio Crispi

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31 dicembre 2012 1 31 /12 /dicembre /2012 07:58

Sulle tracce di Houellebecq (Cap. 5°). Lo sguardo degli scopatori

 

(5° capitolo) Una riflessione specifica occorre dedicarla a quello che io chiamerei lo “sguardo” degli scopatori di Cap d’Agde, poiché qui lo sguardo assume delle valenze particolari.

Quando si verificano sulla spiaggia teatrini di sesso multiplo con gente che via via si aggiunge, inserendosi in una situazione già avviata (come ad esempio quella di una donna che succhia il cazzo al suo uomo, oppure di due che si mettono a scopare, frequentemente la donna sopra nella classica posizione "spegni-candela"), e che si attiva sessualmente, gli sguardi degli scopatori uomini assumono delle specifiche peculiarità: si fanno freddi, di ghiaccio, taglienti.

Frequentemente, ho avuto modo di osservare uno sguardo intento ad esplorare circolarmente il mondo attorno: uno sguardo un po' rapace, che plana circolarmente sulla folla degli astanti che, a loro volta osservano gli scopatori.
Più di una volta ho avuto la sensazione che in questi sguardi mancasse qualcosa di essenziale: forse il sentimento o persino l'emozione.
E' come se nella dimensione di sesso performativo, si manifestasse la tendenza a guardarsi attorno con un movimento di esplorazione dello spazio circostante di tipo circolare: uno sguardo che gira da una persona all'altra, come una lama che esplora.

Poi c’è lo sguardo intenso e febbricitante delle persone che sono escluse dal gioco sessuale in corso, come partner attivi, ma che sono inclusi come guardoni con piena licenza di eccitazione e che fanno pienamente parte del gioco con una legittima e riconosciuta funzione complementare.

Ho notato che le persone che guardano (e dalle diverse scenette di sesso ne sono attirate – e catturate - a decine e decine, come mosche dalla carta moschicida) non sono dei semplici guardoni (voyeur o scopofili, per usare una terminologia da manuale) nel senso classico del termine e vincolate a questo ruolo "parafilico" come nelle vecchie trattazioni psichiatriche: sono piuttosto dei soggetti che vorrebbero partecipare attivamente, ma non ne hanno ancora avuto l'opportunità.

Da qui l’intensità febbrile dello sguardo: c’èil godimento derivante dal guardare, ma intanto c’è la ricerca di situazioni in cui si apra la possibilità di partecipare attivamente, di inserirsi.

Diciamo pure che alcune categorie precostituite delle cosiddette parafilie vengono ad essere sovvertite: o, meglio, più  semplicemente non possono essere applicate.

Nei giorni successivi potrà capitare di osservare che una di quelle persone che prima è stata soltanto a guardare, magari smenandosi l'uccello, si ritrova a diventare sessualmente attiva perché è stata accettata all'interno di una nuova interazione sessuale, agita da altri partner.

Quello che si osserva è una sorta di rotazione continua con un'intercambiabilità fluida dei ruoli.

Per esempio, uno che è stato accettato per inserirsi in un gioco di coppia tra due Italiani e che il giorno successivo era impegnato in un gioco a tre acquatico, in cui lui penetrava da dietro una tizia che intanto succhiava il cazzo al suo compagno, questo stesso - si chiama Sebastian, una specie di folletto della spiaggia di Cap d'Agde sempre addentro in varie situazioni e con le mani in pasta, si fa per dire - il giorno successivo era in prima a fila a guardare un'interazione di sesso tra due coppie formate da giovani tedeschi, in cui una coppia scopava, lei messa alla pecorina, mentre gli altri due erano intenti in una situazione di sesso orale (lei in ginocchio che succhiava l'uccello al partner).

Così, c'è una piena intercambiabilità dei ruoli.

Sulle tracce di Houellebecq (Cap. 5°). Lo sguardo degli scopatoriI classici guardoni - i voyeur o scopofili che traggono esclusivamente piacere ed eccitazione  dal guardare - sono appena una minoranza: tutti gli altri sono dei single che aspettano l'occasione per poter entrare a far parte di un''ammucchiata, transitando così dal ruolo di spettatori a quello di performanti (e si badi che ciascuna categoria è complementare ed essenziale all'altra: qui, a Cap d'Agde, il sesso non può mai essere disgiunto dalla consapevolezza dello sguardo dell'Altro).

Gli spettatori qualche volta riusciranno nel loro intento. Del resto, il guardare è anche importante ai fini dell'apprendimento di un codice di comportamento di Cap d'Agde, come anche dei privé[1] le cui regole- base possono essere utilizzate come parametro di riferimento per tutte le analoghe situazioni idi scambismo.

Con il semplice guardare gli avventizi di Cap vanno a scuola e apprendono le più basilari regole di comportamento; poi, una volta appresi i codici fondamentali, basta essere intraprendenti e sfrontati, considerando che qui le regole delle comuni interazioni del vivere quotidiano nella relazione con l’Altro sono destituite di ogni valore, come – del pari – è bandita qualsiasi situazione che abbia attinenza con il pudore, con il sentimento e con la passione.

Questi ultimi due aspetti – se ci sono – rimangono confinati alla privatezza del rapporto di coppia, anche all’interno delle cosiddette coppie "trasgressive”.

Le tecniche di aggancio ed infiltrazione sono molteplici: ci si avvicina, ci si mette in prima fila, magari per attuare una maggiore prossimità con chi fa già sesso ci si accovaccia sulla sabbia (facendo in modo da avere sempre il cazzo pronto), si scambiano quattro parole con la coppia che ha avuto (o sta avendo) un'interazione, cogliendola in un suo momento di pausa, ma anche frasi allusive e scherzi verbali salaci possono servire, e magari ci si lancia in proposte esplicite.

Ma ciò che più conta è il linguaggio del corpo: ci si avvicina, si tentano dei toccamenti, in parti sensibili alla lei della situazione (quei contatti che, in una graduazione del raggiungimento dell’intimità sessuale nella vita “normale” rappresentano la metà ultima da varcare, prima del rapporto sessuale vero e proprio) e, se questi approcci non sono rifiutati,  ci si può spingere ad azioni ancora più esplicitamente sessuali ed elaborate, come toccare il seno della donna, baciarle e succhiarle i capezzoli, toccarle le grandi labbra o spingere il dito ancora più dentro e, infine, succhiare la fica della donna mentre lei succhia il cazzo del compagno o iniziare a sditalinarla.

Dopodiché, si potrà entrare facilmente in tutte le fasi ulteriori dell'interazione.

Quando ciò accade, e il neo-partner si addentra nell'interazione sessuale, assume lo sguardo freddo e glaciale di cui si parlava prima.

C'è qualcosa che fa pensare che quelle osservabili nel sito di Cap d'Agde siano modalità di interazione sessuale senz'anima.

In altri termini, se da un lato si riscontrano l'eccitazione dei sensi e il senso primitivo della conquista, dall’altro manca del tutto quell'addolcimento della gentilezza degli affetti e delle emozioni.

Siamo al livello primordiale della sessualità, per alcuni versi.

 

 

Note

Sulle tracce di Houellebecq (Cap. 5°). Lo sguardo degli scopatori[1] Nella frequentazione dei Privé all’interno dei quali si pratichi il sesso promiscuo e lo scambio di coppia sono suggerite alcune regole di comportamento-base. Facendo un giro nella rete se ne possono reperire diversi esempi che tuttavia sembrano tutte un copycat di una comune matrice.

Quelle che seguono sono prese dal sito web di un privé (New Harmony Privé: http://www.armonyclub.net/index.php/it/il-club/comportamento-nel-club.html).

Amiche ed amici, benvenuti nel regno del sesso libero e non mercenario. Vi proponiamo un decalogo di comportamento per coppie e single:

1. Il Club Privé non è un bordello ma un luogo di incontro per coppie e singoli che desiderano fare sesso di gruppo o desiderano scambiarsi i relativi partner.
2. Lo scambismo è un gioco di sesso sganciato dai sentimenti pertanto non è il caso né di corteggiare né di innamorarsi, in un Club.
3. Nel Club tutto è possibile, ma nulla è obbligatorio: quindi nessuno è autorizzato a chiedere a coppie o a single prestazioni sessuali.
4. Nel Club si accede solo se socio non si può imporre la propria presenza se questa non è gradita alla presidenza del Club.
5. Un abbigliamento decoroso per l'uomo, raffinato ma intrigante per la donna costituisce un ottimo biglietto da visita.
6. Riservatezza, discrezione, rispetto per la donna e buona educazione sono la premesse per stabilire un amichevole rapporto con gli altri.
7. Un Club non è né un night né un albergo a ore. le signore non vanno invitate ad appartarsi né sollecitate a fare sesso tanto meno in assenza del partner, che, invece, è sempre presente - a meno che decida di non esserlo - e partecipe.
8. Un single, interessato ad una socia, deve sapere che l'approccio è comunque con la coppia.
9. Prima di "agire", guardarsi intorno ballare, fare amicizia: respirare l'atmosfera del Club.
10. Né una coppia, né un single devono essere timidi la discoteca è il posto migliore per abbordarsi. Reciprocamente ci si può avvicinare tentando sfioramenti e carezze. Un rifiuto non sarà mai scortese, ma evidenziato da un discreto gesto.

 

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25 dicembre 2012 2 25 /12 /dicembre /2012 08:10

Il-cartolaio-con-la-sua-Lapa_byMaurizio-Crispi.jpgAncora oggi può capitare di vedere passare per le vie di Palermo una Ape della Piaggio, con il pianale di carico stipato all'inverosimile di cartoni degli imballi ripiegati alla meno peggio, che addirittura formano una montagna instabile. Prima, negli anni passati, prima della modernizzazione dei trasporti su ruota, avreste visto un carretto a traino animale, magari, ma stipato nello stesso identico modo.
Si tratta di "U cartunaru", ovvero  de "Il cartolaio"...

Chi é esattamente il "cartolaio"?
E' colui che, il più delle volte con l'ausilio di una "lapa", ovvero l'Ape della Piaggio (e prima era il semplice carretto trainato da cavallo o da asino), va in giro per le strade a raccogliere i cartoni degli imballi (non disdegnando nemmeno la carta, ma quella da imballo, mentre quella in forma di riviste e giornali era tradizionalmente più appannaggio del "robivecchi").
Il cartolaio esiste da sempre (e lo si ritrova dappertutto), prima ancora che si parlasse di "raccolta differenziata".
A Palermo, i raccoglitori di cartone li chiamano così: "Cartunari" (e ovviamente, l'accezione di "cartolaio" rientra nell'uso popolare del linguaggio).
Come ho imparato questa parola? Tanti anni fa mi chiamarono a fare una perizia psichiatrica su di un soggetto (per motivi che non sto a dire) di bassa cultura che, aiutato da buona parte dei suoi figli maschi, faceva appunto, secondo la definizione che lui stesso ebbe a darmi, il lavoro del "cartolaio".
Io gli dissi: "Cosa? Si spieghi meglio...". E lui mi spiegò.
Ero sempre crusioso di conoscere nel dettaglio le più strane attività lavorative e, nel corso delle anamnesi psichiatriche, mi dilungavo molto su questi aspetti (ma era anche un modo per conoscere le persone sotto il profilo specifico e per farsi idea dei modi del loro funzionamento psichici).
In realtà, avrebbe dovuto dire che faceva "u cartunaru", ma il tipo di cui racconto, trovandosi in una situazione che lo intimoriva in qualche modo e italianizzando alla meno peggio, disse per definire il suo lavoro questa parola: "cartolaio"... Insomma, gli parve male definire il suo lavoro con la parola dialettale.
Qualcuno obietterebbe: "Ma il cartolaio non è colui che lavora in una cartoleria". Non saprei proprio, anche perchè - a ben guardare - non credo che la lingua italiana possegga una parola specifica per definire questa categoria di lavoratori.
Il tizio mi diede tutte le spiegazioni del caso e, dalle sue parole, ebbi a desumere che no, non lavorava esattamente in una cartoleria...
La raccolta differenziata è il prodotto della civiltà post-moderna che è fatta di sprechi e di oggetti superflui: prima non se ne parlava, eppure si faceva lo stesso, dispiegando una grande inventiva a volte.
Prima, tutti gli scarti erano di valore, in quanto potevano essere riciclati per fare qualcosa d'altro. Nulla doveva essere buttato, tutto poteva essere riutilizzato, tutto prima o poi poteva servire.
Per esempio, sapete che al tempo delle foto in BN, esistevano i "raccoglitori dei fanghi" che si formavano al fondo dei bagni di sviluppo delle pellicole e delle stampe in BN: questi fanghi erano ricchi in sali d'argento e con un semplice procedimento catalitico da essi veniva recuperato l'argento che poteva essere poi rivenduto.Questi riciclatori ogni giorno a fine attività facevano il giro di tutti i fotografi della propria zona e raccoglievano gli scarti liquidi delle loro lavorazioni (che così non venivano buttati negli scarichi): e facevano questo senza che ci fosse nessuna norma che stesse a dire come si doveva operare.
Le norme e le regole, fatte con buone intenzioni, ci hanno fatto perdere qualcosa indubbiamente: qualcosa che a che fare con la buona volontà, con l'inventiva, con la capacità di iniziativa dell'individuo fresca e spontanea, mentre tutto ciò che è normato spesso finisce con il diventare un obbligo che viene sentito come una costrizione fastidiosa.

 

 

Foto di Maurizio Crispi: "U cartunaru con la sua lapa"  (Palermo, nei pressi di Viale Lazio).

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6 dicembre 2012 4 06 /12 /dicembre /2012 10:00

gioco-dazzardo-patologico(Maurizio Crispi) Una gran parte del reddito delle famiglie italiane viene dissipato in giochi e giochini d'azzardo: è stato calcolato che nel corso del 2011 la spesa media pro capite in un anno è stata di oltre 1600 euro.
Una cifra esorbitante, certamente destinata a crescere, visto che aumentano le forme di gioco d'azzardo e che vengono autorizzate nuove e più variegate "case" per il Gioco d'Azzardo.
Lo stato prende in tasse dagli introiti delle giocate il 10% del totale degli importi. Il resto viene redistribuito in vincite (a loro volta tassate) e guadagni dei gestori.
I governi subentranti della Bella Italia hanno egualmente favorito l'espandersi del gioco d'azzardo che è stato di fatto liberalizzato, con un progressivo e pervasivo incremento, se si pensa che adesso la nuova moda sono gli internet point "solo" per le giocate d'azzardo e che nel corso del prossimo anno verranno aperte in tutt'Italia - con regolare licenza - ben 1000 sale da Poker, mentre con un'apposita norma è stato reso possibile il gioco online direttamente da casa o tramite la telefonia mobile.
Alcuni sostengono che tutto ciò è immorale, perché non si fa altro che fomentare un "vizio"...
E' noto che il gioco d'azzardo, oltre un certo livello di intensità, tende a diventare "patologico" e a trasformarsi in vera e propria "Dipendenza non farmacologica".

I patrimoni di alcuni famiglie italiane sono così a rischio, perché il giocatore d'azzardo patologico non si ferma più davanti a niente.
Perchè lo stato indulge a tutto ciò: è chiaro, poichè si tratta di un grande quantitativo di denaro (pur piccolo, rispetto alla movimentazione complessiva) che entra nelle casse erariali.
Alcuni dicono: "Va bene. Ma tassiamo di più. E' giusto che lo stato prenda molto di più di quanto non accade adesso".
Altri vorrebbero che nei confronti dei Giochi d'azzardo si instaurasse un regime di de-liberalizzazione, se non di proibizione, andando in contro-tendenza rispetto alle norme permissive attualmente vigenti..
Altri ancora dicono: "Lasciamo le cose come stanno. Perché lo stato non può interferire con ciò che piace al singolo cittadino. Non può interferire con i comportamenti che sono sottoposti al libero arbitrio e alla propria personale responsabilità. Ognuno deve fare come gli pare, senza controlli restrittivi".
Argomentazione, peraltro, inoppugabile.
E qui, però, casca l'asino. Come dire: "Chiù pilu pi tutti, ma solo per le cose che decidiamo noi" (dove per "noi" si intende chi sta al governo.
Coerentemente con questo stato delle cose (e tenendo conto di tale argomentazione), allora la conseguenza più logica dovrebbe essere quella di liberalizzare tutto, ma proprio tutto, nell'ampio ventaglio di ciò che "piace", senza alcuna restrizione.
Quindi liberalizziamo (e tassiamo) la prostituzione che è il business sicuramente più prosperoso, l'uso delle droghe illecite (tassando adeguatamente, come è già per tabacchi e alcoolici).
Lasciamo che ogni cittadino - pagando adeguatamente in tasse - possa fare ciò che crede, ma senza fare discorsi di doppia morale, per cui una cosa è lecita (perchè fa comodo) e un'altra invece deve invece rimanere confinata nell'illegalità.

Se non si ha il coraggio di portare avanti coerentemente un simile principio, allora è giusto che nei confronti del Gioco d'Azzardo si mantengano le stesse leggi restrittive che si applicano ad altri comportamente potenzialmente pericolosi (anche sotto il profilo del dissesto economico personale e familiare) per il singolo e per la collettività.

Altrimenti, si rischia soltanto di essere ipocriti e di fare retro-pensiero, applicato in fondo una forma odiosa di Etica utilitaristica.

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13 novembre 2012 2 13 /11 /novembre /2012 10:22

La discarica a cielo aperto di una traversa di via Principe di Paternò a Palermo - Foto di Maurizio Crispi

 

 

Come si tiene una città pulita e si può dire "Risolto (o sotto controllo) il problema della monnezza"?

Così: facendo in modo che la strada davanti alla casa del sindaco (in questo caso, Via Principe di Paternò a Palermo) sia sempre pulita, come pure le vie immediatamente adiacenti, diciamo in un raggio di 100-200 metri massimo...

Occhio che non vede, cuore che non duole...
Poi, nelle altre zone della città, non importa...
Infatti, non c'è bisogno poi di andare molto lontano dalla casa del sindaco, presidata H24 da una pattuglia dei Vigili Urbani.
Lungo la stessa strada (un chilometro circa a monte, ultima traversina a sinistra, venendo da casa del sindaco), si può vedere un monnezzaio a cielo aperto dove i "cittadini" buttano senza ritegno di tutto e di più, persino vecchi televisori e materassi dismessi.
Inviterei il sindaco Orlando (che nella sua campagna elettorale ha utilizzato lo slogann "Luca lo sa fare"), a farsi un giretto da quelle parti: potrebbe anche andarci a piedi da casa, facendo una salutare passeggiata.

 Non è possibile lungo lo stesso asse viario ci siano simili discrepanze: e che la stra da si atenuta pulita davanti alla dimora del beneamato sindaco che - ricordiamolo - è il "primo" cittadino, ma pur sempre un cittadino che come tutti i comuni mortali - come ebbe a dire il mordace Voltaire - quando si siede, "sta seduto sul suo culo", un culo che è identico a quello di tutti gli altri, potenti o umili che siano.
Si sente dire nei dibattiti pubblici e nei confronti politici che il Sindaco debba essere al servizio dei cittadini che amministra, che debba tutelare in tutti i modi possibili il loro benessere e la loro sicurezza: verissimo!
Questa è la teoria così come viene enunciata disinvoltamente...
Queste fatidiche parole, in un recente dibattito televisivo, le ho sentite pronunciare da una giovane donna che è stata sindaco di un piccolo comune del Nord e che raccontava le sue esperienze, messe in opera proprio partendo da tali premesse.
Ma, purtroppo, venendo alle nostre realtà, una cosa é il dire, altra cosa é il fare: e spesso le buone intenzioni tali rimangono, ancor più odiose, perché poi - ex-post - suonano come una buggeratura.
Il passaggio alle "buone" pratiche rimane così, il più delle volte, pura utopia.
Io penso che il Sindaco Orlando, su questa questione - come su altre - debba doverosamente rimboccarsi le maniche e darsi da fare, uscendo dal Palazzo e muovendosi tra la gente, ascoltandola e invitandola ad un modello di gestione compartecipativo, le cui finalità siano condivise in quanto scaturenti dagli effetti bisogni della collettività.

A proposito, nei quotidiani locali del giorno 11 novembre 2012 è venuta fuori la notizia (con relativo titolone) che a Palermo si è raggiunta la quota di oltre il 50% del totale dei rifiuti che sono stati trattati con raccolta differenziata. 

Ma, a leggere dentro la notizia, si apprende che soltanto il 6% delle zone della città usufruisce allo stato attuale del regime di raccolta differenziata...
Quindi, i rifiuti trattati con la raccolta differenziata, in realtà, sono soltanto una minima parte del totale dei rifiuti urbani solidi prodotti.

Intanto, però si dà la notizia in modo "trionfalistico"... e si mistifica, come sempre...

In che razza di mondo viviamo...

Ogni tanto penso seriamente di volermene andare...

Penso che ancora non manchino i luoghi dove si possa vivere in modo accettabile...
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6 novembre 2012 2 06 /11 /novembre /2012 13:56

gioco-d-azzardo.jpgCresce l'indebitamento delle famiglie italiane a causa del gioco d'azzardo.
Cresce del pari la richiesta di interdizione di propri congiunti dall'amministrazione ordinaria e straordinaria proprio per porre un freno alla tendenza di alcuni di sperperare somme crescenti nel gioco d'azzardo.
E non si parla qui del grande gioco d'azzardo in cui si annoverano le scomesse autorizzate e non, il poker e altri giochi di carte a denaro (non virtuali), le corse dei cavalli e tutto il settore dei giochi pronostici, ma di quelli "minuti" - non per questo meno dispendiosi nella ripetizione compulsiva - cioè quello dei gratta e vinci e delle slot machine.
Si calcola che, in Italia, grazie all'imprimatur e alla "liberalizzazione" imposta dai governi precedenti, vi sia una densità media di circa 1 slot machine per 130 abitanti, che - a ben considerare - è una cifra davvero mostruosa, se si contano anche quelle "piccole" piazzate nei più disparati esercizi commerciali, come bar, tabaccherie, etc.
Il nuovo trend è quello delle giocate via internet e, sotto questo profilo, stanno nascendo come fungfhi degli internet point dedicati alle giocate online.
Il governo continua ad avere una linea "morbida" su tutto ciò, alimentando di fatto il trend, perchè c'è un fiume di denaro che affluisce nell'erario.
Però, se ciò collima con una linea "liberista", fa a pugni con i principi etici, con un Etica dello Stato che si preoccupi di tutelare i propri cittadini senza praticare la linea della relativizzazione della morale (con l'applicazione del noto principio gesuitico che "il fine giustifica i mezzi").
Bisognerebbe mettere fine a tutto ciò.
gambling-minorIl recente decreto salvastato prende in esame questo capitolo con la finalità della tutela delle finanze dei singolo contribuenti. Per la prima volta viene messa in campo la figura della "dipendenza dal gioco d'azzardo patologico" e il fatto che i soggetti in stato di dipendenza sono degli individui deboli che in qualche misura vanno tutelati.
Ma ciò che il legislatore ora prevede non è ancora abbastanza. Nel senso che pensare ad un intervento quando si è sviluppata una dipendenza dal Gioco d'Azzardo Patologico sarebbe come pensare a chiudere le stalle dopo che i buoi sono fuggiti.
Occorre giocare d'anticipo con incisività e quindi aserve un intervento di Legge che limiti la diffusione di tutte i tipidi gioco d'azzardo, limitando del pari ogni foma di pubblicità nella cartellonistica e negli spot televisivi.
Saranno capaci i nostri governanti di attuare degli interventi decisi e drastici?
Ne dubito fortemente, anche perchè da tempo, non viviamo più in uno stato che sia "veramente" governato dai principi dell'Etica e governato da leggi autenticamente morali.

 

Per approfondire 

 

Vedi: "Crisi, povertà, usura e gioco d'azzardo"

 

 

Vedi anche: "Gioco d'azzardo: ora é crisi anche per lo stato"

 

 

E su questo blog vai all'articolo: Lo spettacolo triste dei giocatori coatti di slot machine: sono come topi che premono una leva per ottenere in attesa del premio. E intanto si rovinano. Che fare?

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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