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1 settembre 2023 5 01 /09 /settembre /2023 06:20
La mitica buccia di banana (foto di Maurizio Crispi)

La mitica buccia di banana (foto di Maurizio Crispi)

Quella che vedete nella foto è la classica "buccia di banana", abbandonata per strada…
La buccia di banana è rinomata (un classico topos delle gag e storielle comiche nel cinema e nei fumetti) perché l'incauto che vi mette sopra il piede, mentre cammina, irrimediabilmente scivola rovinosamente a terra, facendosi anche mooolto, molto male, anche se per chi guarda l'evento dall'esterno lo scivolone ha qualcosa di intrinsecamente comico e che strappa la risata o un sorriso divertito. 
Sarebbe del resto lo stesso se si mettesse il piede su di una cacca di cane (lasciata esposta dal proprietario di un cane cittadino) particolarmente molle e ancora non rinsecchita dal sole.
Tutto questo è ovviamente riferito alle città, non certamente alle campagna dove è lecito (ed è possibile) trovare roba scivolosa sui sentieri che si percorrono.
Ma là non succede nulla. Sarà probabilmente, nelle città, a provocare i summenzionati incidenti, la combinazione dell'oggetto molle e scivoloso e il suo giacere su una superficie dura che non offre aderenza di sorta (come è appunto il caso dei marciapiedi rivestiti di cemento o di altri materiali)

Tuttavia oltre alla buccia "reale" nella quale ci possiamo sfortunatamente imbattere, ritengo che la buccia di banana abbandonata per terra abbia anche una sua valenza metafisica.
Ognuno ha - in fondo - la "sua" buccia di banana sulla quale prende prima o poi grandi scivoloni…
Quale sarà la mia?
Quale la vostra?

 

Il lapsus freudiano si può spiegare ricorrendo alla metafora dello scivolone sulla buccia di banana.

(Treccani.it) Per affrontare adeguatamente il lapsus forse ci può essere di aiuto la metafora dello “scivolone”, uno degli altri significati espressi dal termine latino. In genere lo scivolone è un evento con delle cause banali e degli effetti per lo più insignificanti (come il classico scivolone su una buccia di banana), che generalmente non richiede altro intervento al di fuori di un sorriso, ma che talvolta può indicarci, se accompagnato da altri segni, la presenza di una sottostante disfunzione (pensiamo all’esordio di una patologia neuro-muscolare), diventando quindi meritevole di un approfondimento.


 

Per questo motivo dire che "uno ha preso uno scivolone su di una buccia di banana" è anche un'espressione metaforica per dichiarare il fallimento di una costruzione di pensiero o di un'impresa ben congegnata per un nonnulla, come è appunto una buccia di banana.
Questa della foto, per fortuna, era stata misericordiosamente posta in alto.
Ma chi è davvero sfigato sarebbe capace di prendersi uno scivolone anche quando la buccia di banana - come in questo caso - viene messa in sicurezza...

La fisica dello scivolamento su una buccia di banana è stata studiata dagli scienziati giapponesi Kiyoshi Mabuchi, Kensei Tanaka, Daichi Uchijima e Rina Sakai.
 Questi hanno misurato il coefficiente di attrito radente (μr) tra la buccia di una banana Cavendish e un pavimento in linoleum, che risulta essere di 0,07. Inoltre, è stato calcolato che l'angolo del passo, di solito di circa 15°, per non scivolare su una buccia deve essere ridotto a 3,8°. Per questa ricerca, gli scienziati giapponesi hanno ottenuto il Premio Ig Nobel per la fisica nel 2014.
Dal punto di vista biologico, gli stessi ricercatori giapponesi hanno scoperto che sulla superficie interna della buccia di banana sono presenti dei piccoli follicoli che se schiacciati sono in grado di rilasciare un gel lubrificante composto da polisaccaridi e proteine[1], che provoca la scivolosità della buccia di banana.

imprevisto di più o meno grave entità, che provoca un danno, una perdita: il ministro è scivolato sulla buccia di banana di uno scandalo.

Dizionario De Mauro

Quando New York aveva un grave problema di bucce di banana
E da lì viene il cliché dello scivolone.

New york e bucce di banana (foto d'epoca)

(Enrico Pitzianti, pubblicato il 05/08/2019) Avete presente la scenetta di qualcuno che scivola su una buccia di banana? È un cliché così diffuso che lo diamo per scontato, come se fosse sempre esistito, perché è tanto datato da sembrare quasi ovvio - ma al contempo privo di fondamento: chi mai scivola sulle bucce di banana nella realtà? Ovviamente nessuno.

Eppure in passato succedeva eccome. Sembra strano pensarci oggi, ma in una città come New York le bucce di banana furono un problema enorme, così grosso che il sindaco dell'epoca, Theodore Roosevelt (sì, proprio lui) dovette intervenire dichiarando "guerra alle bucce di banana". Disse proprio una frase del genere.

Per avere un'idea di quanto grande fosse il problema basta guardare un articolo che uscì alla fine dell'ottocento proprio in un importante giornale newyorkese, era intitolato: “Banana Peel Causes Death”, cioè le bucce di banana causano la morte.

Come mai tanta attenzione alle bucce di banana? Le cause erano molte: l'immondizia si buttava in strada, e non perché poi qualcuno sarebbe passato a raccoglierla (cosa che capitava molto raramente) ma proprio perché la strada funzionava da discarica. Erano altri tempi, è passato più di un secolo, ma la mentalità era così diversa, così ingenua, ignorante e disattenta alle conseguenze ambientali dell'azione umana (vi ricorda qualcosa?) che oggi appare quasi irreale.

Per leggere tutto l'articolo segui il link sotto

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28 giugno 2023 3 28 /06 /giugno /2023 07:13
Di corsa fotogramma da un video di Francesco Crispi)

Riprovo a correre (correre? C’è da ridere…).
Goffo e appesantito più che altro.
Ma provarci é sempre meglio che non provarci.
Lunedì 26 giugno è stato un giorno cruciale
Sono riuscito a compiere 5 giri di seguito di Villa Sperlinga (e non pensiate chi sa che! Ogni giro misura circa 420 metri).
Ogni volta che ci provo, mi pongo l’obiettivo di incrementare di un giro completo.
Oggi 28 giugno nuova session podistica e ho completato ben 6 giri!
Per la prossima session mi attende l'asticella dei sette giri...
A questo obiettivo (i cinque giri consecutivi) ci sono arrivato dopo una lenta preparazione in cui alternavo tratti di corsetta a tratti di camminata.
Mi sono sentito soddisfatto
Anche se quello che faccio, a stento si può  chiamare corsa. 
Tutt’al più, all'esterno, penso che debba apparire come una buffa corsa rotolata, un comico trotterellare ballonzolando.
O meglio ancora una performance nello stile “armadio ambulante”.
Una modalità di corsa non-corsa che oscilla tra l'andatura tipica dell'armadio semovente e quella rotolata di un armadillo che, per scopi difensivi, si è fatto a palla.
Ma va bene così!
La ripresa (che qui non si vede, ma di cui ho riprodotto alcuni singoli e sfocatissimi fotogrammi) è stata fatta da mio figlio Francesco che, casualmente, mi ha intercettato durante la mia esecuzione sportiva finto-esilarante-podistica.
A parte questo empito corsereccio mi ritrovo sempre più claustrofilico…
E, specie ora che é finita la scuola di Gabriel, mi ritrovo a passare intere giornate a casa

Voilà!

Voilà!

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21 giugno 2023 3 21 /06 /giugno /2023 08:25

E adesso sono otto anni da che mio fratello se n’é andato
ed io sono rimasto l’unico ufficiale in carica ad attendere i Tartari
- unico e solo, in verità

 

Ed é dura cosa starsene da soli nel fortino,
circondati da eventi avversi
Me lo ricordo come fosse ieri il giorno della sua dipartita.

 

Fratello, amico, dove sei?
Con te potevo parlare 
Mi ascoltavi serio 
Poi mi dispensavi il tuo sorriso,
guardandomi con quel tuo sguardo 
un po’ ironico e sornione
come a dire
In fondo, che importa?
Si sopravvive, si sopravvive!
Vedrai che ce la farai!
Andrà tutto bene
Non devi preoccuparti!
Non temere alcun male
Io sono con te

 

Don’t Worry, Be Happy!

Questa foto è stata fatto l'8 febbraio 2014, poco prima che iniziassimo a pranzare o forse subito dopo aver finito il nostro pasto. Le stoviglie sono accatastate in modo strano: uno dei miei soliti scherzi... In questa foto mio fratello guarda verso l'obiettivo con una certa aura di tristezza, ma nello stesso con la sua espressione sorniona. Alla data fatidica, all'ultimo appuntamento con il destino mancano ancora un anno, qualche mese e una manciata di giorni. Ma nè lui, nè io lo sappiamo. Così è la vita.

Questa foto è stata fatto l'8 febbraio 2014, poco prima che iniziassimo a pranzare o forse subito dopo aver finito il nostro pasto. Le stoviglie sono accatastate in modo strano: uno dei miei soliti scherzi... In questa foto mio fratello guarda verso l'obiettivo con una certa aura di tristezza, ma nello stesso con la sua espressione sorniona. Alla data fatidica, all'ultimo appuntamento con il destino mancano ancora un anno, qualche mese e una manciata di giorni. Ma nè lui, nè io lo sappiamo. Così è la vita.

L'ultima camminata (foto di Maureen L. Simpson)

(21 giugno 2022) 21 giugno 2015. In quel giorno fatidico siamo andati tutti quanti a piedi in pizzeria, ed anche la cagnetta Frida ci ha accompagnato
É stata questa l’ultima volta in cui sono stato lo spingitore di mio fratello Salvatore nella sua carrozzina 
Qualche tempo prima era stato ricoverato in terapia intensiva per un infarto e poi dimesso
Pareva che le cose stessero andando meglio
Faceva una terapia che gli avevano prescritto
I valori erano buoni
Ed invece no, evidentemente qualcosa è andato storto, qualcosa è sfuggito
Mentre eravamo in pizzeria, ma avevamo già finito, Salvatore ha cominciato a presentare un’intensa dispnea e ci siamo affrettati verso casa
Si è abbattuto in avanti
Io spingevo e cercavo di tenerlo con il busto sollevato per facilitarlo in questa sua estrema fame d’aria
E poi se ne é andato, ma non mi sono arreso
L’ho caricato in auto, nella sua "tatamobile", deciso a portarlo in ospedale
Ma dopo aver percorso alcune decine di metri, mi sono fermato, ho riflettuto, ho preso atto della realtà 
Mio fratello era morto, se ne era andato, se ne era volato in cielo
E allora, schiacciato da questa consapevolezza, l’ho portato a casa per l’ultima volta per dare inizio ai tristi riti del commiato
Oggi ricorre il settimo anniversario della sua dipartita, ma é come se fosse ieri

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31 maggio 2023 3 31 /05 /maggio /2023 11:18
Rudere (foto di Maurizio Crispi)

A volte, sognando, creo degli scenari di città in degrado, prossime alla catastrofe, all’annientamento, all’implosione.
Camminando nella mia stessa città, a volte, ho l’impressione che quegli scenari ricorrenti nel sogno siano reali: la città, mi pare, diviene allora un ipertesto della distruzione.
Non é necessario che ci siano le bombe a distruggere: la distruzione e il degrado (che sono espressione universale del principio del decadimento entropico) si mettono in atto attraverso il cumularsi e il sovrapporsi di piccole trascuratezze quotidiane dalle negligenze dei nostri amministratori strafottenti. Questo è un elemento inoppugnabile.

Ma spesso - affermazione altrettanto vera ed inoppugnabile - siamo anche noi cittadini a dare un nostro potente contributo, attraverso il "non" fare, lo stare semplicemente a guardare lo sfacelo davanti ai nostri occhi senza mettere in atto piccole, elementari, azioni che, ripetute all’infinito da molti, potrebbero fare la differenza ed imprimere una svolta, rappresentando la "cura" (entro certi limiti) del principio entropico.
Cosa ci rende così inerti e passivi di fronte all’incombere del caos?
Provo ad elencare alcune possibili voci (e altre potrebbero essere aggiunte)

La sfiducia nelle nostre forze
L’indifferenza
A volte, l’incapacità di vedere
Il non voler guardare
Il distogliere lo sguardo

Mentre sarebbe sufficiente, in termini simbolici, chinarsi a raccogliere una cartaccia, a prendere una lattina schiacciata e metterla nel cestino dei rifiuti.

Io cammino e fotografo.

Dormo e sogno. Quando mi sveglio trascrivo nel mio taccuino digitale il contenuto dei sogni (quelli che ricordo, almeno).

Poi cammino e fotografo ciò che vedo, ciò che attrae la mia attenzione.

E poi scrivo di ciò che visto.

Tutto si muove all'interno di una grande circolarità, in cui ciascuna azione è premessa di quella seguente, ma in cui tutto si dispone in un circolo, non in una successione lineare, per cui ciascun atto influenza quello che segue, ma è a sua volta influenzato da ciò che l'ha preceduto

Fotografare é modo di guardare, fissando non solo l’apparenza sensibile di ciò che si vede e che attira lo sguardo, ma anche la filigrana delle cose e la loro tessitura nascosta.

A volte, tutto sembra richiamare la mia attenzione con prepotenza e quindi, se sono nel giusto assetto mentale e il mio orecchio può mettersi in ascolto, riprendo con foga straripante; altre volte, davanti a me si dispiega un testo muto, opaco, e in tali circostanze non mi sento per nulla portato a scattare delle foto.
Oggi è stata una di quelle giornate benigne e felici.
Uno di quei giorni in cui ho la sensazione di tornare a casa con in abbondante raccolto di immagini che sono soltanto la punta emergente (come quella di un iceberg) di un pieno di sensazioni, di emozioni e di pensieri.

Una lunga passeggiata mattutina. Dal sogno alla realtà e viceversa: i percorsi circolari della nostra mente
Una lunga passeggiata mattutina. Dal sogno alla realtà e viceversa: i percorsi circolari della nostra mente
Una lunga passeggiata mattutina. Dal sogno alla realtà e viceversa: i percorsi circolari della nostra mente
Una lunga passeggiata mattutina. Dal sogno alla realtà e viceversa: i percorsi circolari della nostra mente
Una lunga passeggiata mattutina. Dal sogno alla realtà e viceversa: i percorsi circolari della nostra mente
Una lunga passeggiata mattutina. Dal sogno alla realtà e viceversa: i percorsi circolari della nostra mente
Una lunga passeggiata mattutina. Dal sogno alla realtà e viceversa: i percorsi circolari della nostra mente
Una lunga passeggiata mattutina. Dal sogno alla realtà e viceversa: i percorsi circolari della nostra mente
Una lunga passeggiata mattutina. Dal sogno alla realtà e viceversa: i percorsi circolari della nostra mente
Una lunga passeggiata mattutina. Dal sogno alla realtà e viceversa: i percorsi circolari della nostra mente
Una lunga passeggiata mattutina. Dal sogno alla realtà e viceversa: i percorsi circolari della nostra mente
Una lunga passeggiata mattutina. Dal sogno alla realtà e viceversa: i percorsi circolari della nostra mente
Una lunga passeggiata mattutina. Dal sogno alla realtà e viceversa: i percorsi circolari della nostra mente
Una lunga passeggiata mattutina. Dal sogno alla realtà e viceversa: i percorsi circolari della nostra mente
Una lunga passeggiata mattutina. Dal sogno alla realtà e viceversa: i percorsi circolari della nostra mente
Una lunga passeggiata mattutina. Dal sogno alla realtà e viceversa: i percorsi circolari della nostra mente
Una lunga passeggiata mattutina. Dal sogno alla realtà e viceversa: i percorsi circolari della nostra mente
Una lunga passeggiata mattutina. Dal sogno alla realtà e viceversa: i percorsi circolari della nostra mente
Una lunga passeggiata mattutina. Dal sogno alla realtà e viceversa: i percorsi circolari della nostra mente
Una lunga passeggiata mattutina. Dal sogno alla realtà e viceversa: i percorsi circolari della nostra mente
Una lunga passeggiata mattutina. Dal sogno alla realtà e viceversa: i percorsi circolari della nostra mente
Una lunga passeggiata mattutina. Dal sogno alla realtà e viceversa: i percorsi circolari della nostra mente
Una lunga passeggiata mattutina. Dal sogno alla realtà e viceversa: i percorsi circolari della nostra mente
Una lunga passeggiata mattutina. Dal sogno alla realtà e viceversa: i percorsi circolari della nostra mente
Una lunga passeggiata mattutina. Dal sogno alla realtà e viceversa: i percorsi circolari della nostra mente
Una lunga passeggiata mattutina. Dal sogno alla realtà e viceversa: i percorsi circolari della nostra mente

Nel 2014 (16 giugno), di ritorno da una mia passeggiata mattutina londinese, scrissi queste considerazioni sul fotografare che mi sembrano pertinenti rispetto alle mie considerazioni di oggi, a proposito del fotografare

 

Donna con la sedia (London, 2014) - Foto di Maurizio Crispi

Chi è abituato a scrivere, esce con un piccolo quadernetto per buttare rapidamente degli appunti su ciò da cui viene colpito, magari si tratta di un Moleskine con la copertina azzurra, nella migliore tradizione di Bruce Chatwin.

 

Chi disegna e dipinge, può anche andare in giro con un blocco per schizzi e disegni, ma per questo - per pochi schizzi rapidi e veloci - anche un moleskine può andar bene.

 

Chi fotografa va sempre in giro - anche se non con l'attrezzatura fotografica più impegnativa, con una piccola macchinetta compatta per poter fissare istantaneamente ciò che entra nel suo campo percettivo.

 

Scrivere, disegnare, fotografare sono tre attività diverse, ma affini che richiedono di essere costantemente alimentate da stimoli e da suggestioni.
In ciò che si guarda e che con strumenti diversi si fissa in forma di appunti che siano una traccia grafica, una parola scritta o un'istantanea, si vede già una storia, come lo scultore nella radice contorta di un vecchio ulivo o in un blocco di marmo, intravede già una forma che deve essere portata alla luce con fatica e con un duro lavoro.
Le storie sono nella mente di chi guarda: si tratta poi di portarle alla luce e di farle vivere.
Per poter far ciò, bisogna essere sempre con tutti i sensi all'erta, ma nello stesso tempo deporre categorie mentali rigide e pregiudizi, quelle prigioni del pensiero che ti impediscono di vedere autenticamente le cose e che ti fanno dire: "Questo non ha importanza", oppure "Non vale la pena soffermarsi su di un dettaglio tanto stupido!".
Ho notato, di mattino presto, questa giovane donna che trasportava una sedia lungo una via del tutto deserta.
Cosa stava facendo? 
Dove stava andando, reggendo con le braccia una sedia ingombrante e pesante?
Stava facendo un trasloco? Oppure aveva trovato quella seggiola abbandonata da qualche parte e aveva deciso di recuperarla, assodato che era in ottime condizioni?
E' arrivata alla fermata dell'autobus quasi avesse deciso di salire sul primo autobus di passaggio.
Forse si era stancata del peso.
Ma la strada era deserta e non c'era nessun autobus in vista.
Sicché, la donna - dopo aver consultato gli orari (almeno, così mi è sembrato, osservando la scena da lontano) - è ritornata sui suoi passi, sempre reggendo quella sedia, camminando con piglio spedito.
L'ho seguita con lo sguardo, finché non è svanita nel nulla.

 

Nella foto: la donna con la sedia (Shadwell, lungo the Highstreet, una domenica mattina molto presto).

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2 maggio 2023 2 02 /05 /maggio /2023 06:12
La bici incartata del venditore di frutta e verdura

La bici incartata del venditore di frutta e verdura

(30 aprile 2010) C'è da chiedersi cosa faccia il proprietario della bici quando decide di usarla.
La scarta meticolosamente per non rovinare l'involucro (da riutilizzare in futuro), oppure la usa così com'è con tanto di copertina?
In ogni caso, è sicuramente uno che ci tiene davvero tanto alla sua bici e che intende preservarla dalle ingiurie del tempo e proteggerla dalle intemperie, dalla ruggine, dalla corrosione, dal decadimento.
Non mi ricordo dove sia accaduto: un'artista moderno realizzò un'installazione (così si dice adesso) che prevedeva che interi edifici venissero incartati in enormi involucri di carta (o tela o plastica) bianca.
Sarei contento se qualcuno che si ricorda meglio mi dicesse di più di questa cosa.
Se la bici fosse stata disposta in questo modo da un'artista e collocata all'interno di una galleria d'arte oppure in altro luogo esposto al pubblico (con apposita etichettatura), come installazione, appunto, molti avrebbero parlato di opera d'arte.
Come nel caso della famosa (e dissacrante) "merda d'artista". La merda è merda, però se è un "artista" (ma solo perchè dichiarato tale) a prendere la sua merda e a inscatolarla, allora diventa "merda d'artista" e, in un modo oppure nell'altro, potrà destare l'interesse dei critici e dei galleristi.
E qui dovremmo andare a leggere attentamente le considerazioni che Mario Vargas Llosa dedica alla "cosiddetta" arte moderna in una serie di saggi raccolti nel volume "La Civiltà dello Spettacolo" (Einaudi, 2013).

Ma siccome quella incartata è la bici del rivenditore di frutta e verdura nessuno vede la cosa in questi termini.
Eppure, dove sta la differenza?
Per essere coerenti (e se fossimo coraggiosi intellettualmente) dovremmo dire pane al pane e vino al vino e affermare che il nostro ortolano, senza saperlo, è un grande artista spontaneo…

Nel suo piccolo un redivivo di quell'artista da me citato, di cui non ricordo il nome.

 

Una mia amica con cui sono in contatto attraverso Facebook ha così chiosato le mie considerazioni, aggiungendo alcune preziose informazione che mi hanno illuminato sull'artista di cui non ricordavo il nome, da me citato.

 

Il monumento di piazza del duomo a Milano impacchettato da Cristo

"Per quanto riguarda l'artista probabilmente ti riferisci al bulgaro Christo Vladimirov Javacheff, che nel suo percorso artistico iniziò a "impacchettare" oggetti comuni della vita quotidiana, realizzando anche progetti sempre più impegnativi e ambiziosi, sia all'interno delle città, sia in vasti ambienti naturali secondo i principi della LAND ART.
Ha impacchettato luoghi e edifici di grandi dimensioni con chilometri di teli di plastica, ed anche a Milano, dove ha realizzato il celebre impacchettamento del monumento della piazza del Duomo.
Non si può dimenticare poi quando a Surrounded Island nel 1981, "impacchettò" con una cintura di polipropilene fucsia delle isole a largo di Miami in Florida e gli alberi lungo le Champs Elysées a Parigi nel 1987, e nel 1995 il Reichstag di Berlino che venne impacchettato con un tessuto argentato.
Preciso anche che questo grande artista ha sempre realizzato le sue opere con la collaborazione insostituibile della sua compagna Jeanne-Claude Denat de Guillebon che purtroppo morì improvvisamente lo scorso anno".

Mario Vargas Llosa, La Civiltà dello Spettacolo, Einaudi, 2013

La banalizzazione dell'arte e della letteratura, il successo del giornalismo scandalistico e la frivolezza della politica sono i sintomi di un male maggiore che ha colpito la società contemporanea: l'idea temeraria di convertire in bene supremo la nostra naturale propensione al divertimento. In passato, la cultura era stata una specie di coscienza che impediva di ignorare la realtà. Ora, invece, agisce come meccanismo di intrattenimento, persino di distrazione. Inoltre, gli intellettuali sono scomparsi e anche se alcuni di loro firmano sporadici manifesti e prendono posizione su eventi e persone di fatto non esiste più un vero e proprio dibattito. Il Premio Nobel per la Letteratura, in questa durissima radiografia del nostro tempo, riflette sulla metamorfosi che la cultura ha subito in questi anni, nell'inquietante remissività generale, e invita gli scrittori "a coniugare la comunicazione col rigore, l'originalità e l'impegno creativo, per costruire nuove forme d'arte" e poter salvare, cosi, la cultura.

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21 aprile 2023 5 21 /04 /aprile /2023 18:22
Palermo, Foro Italico Umberto I - I contrappesi-bilancieri del Nautoscopio. In fondo, Capo Zafferano che, nella distanza, appare come un'isola

Palermo, Foro Italico Umberto I - I contrappesi-bilancieri del Nautoscopio. In fondo, Capo Zafferano che, nella distanza, appare come un'isola

(Agosto 2010) Quand'ero piccolo pensavo che Monte Catalfano fosse un enorme capodoglio che riposava in emersione, al largo (come ero convinto, incrollabilmente, che Monte Cuccio, fosse un antico vulcano estinto) 

 

E, del resto, gli antichi naviganti narravano storie di isole galleggianti, gigantesche, vicino alle quali si mettevano alla fonda, per poi scoprire che si trattava di pesci di immani proporzioni, al momento dormienti I guai avrebbero potuto arrivare, quando si fossero svegliati e avessero deciso di immergersi nel blu, in acque profonde, trascinando con sé nave e marinai…

 

Uno dei viaggi meravigliosi di Sindbad il marinaio che mio padre mi leggeva quando, piccino, a letto aspettavo che giungesse il sonno, narrava proprio di questa leggenda. In particolare la prima delle esotiche ed affascinanti avventure di Sindbad.

 

Dopo aver dissipate le ricchezze lasciategli dal padre, Sindbad inizia ad andar per mare per recuperare la propria fortuna. Scende a terra su quella che egli ritiene essere un’isola, ma questa si rivela un pesce gigante (o balena-isola) su cui degli alberi hanno addirittura messo radici. Il pesce si immerge negli abissi e la nave riparte senza Sinbad, che si salva la vita solo grazie ad un barile che passa per caso nelle sue vicinanze, inviato per grazia di Allah. Sospinto a terra su un’isola, il re di questa lo prende sotto la sua protezione e lo nomina capitano del porto. Un bel giorno la nave di Sinbad arriva proprio in quel porto ed egli reclama i suoi beni, ancora nella stiva della nave. 
Il re dell’isola gli conferisce preziosi regali e Sinbad fa ritorno a Baghdad, dove riprende una vita di lussi e piaceri. 

Ed ecco che mi sovviene una frase di Hugo Pratt, grande cultura dell'avventura e dello scorribande in terre meravigliose e lontane con le sue tavole disegnate:

"...all'orizzonte di quell'oceano ci sarebbe stata sempre un'altra isola per ripararsi durante un tifone, o per riposarsi e amare. Quell'orizzonte aperto sarebbe stato sempre lì, un invito ad andare." (Hugo Pratt)

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17 febbraio 2023 5 17 /02 /febbraio /2023 10:09
Autosberleffo (foto polaroid di Maurizio Crispi)

Negli anni Ottanta acquistai una macchina Polaroid. 
La usai solo per un periodo di tempo limitato: mi piaceva sperimentare e, soprattutto, mi piaceva poter vedere subito la foto già pronta.
Era l'unica tecnologia visuale, al tempo, che consentiva ciò. 
Oggi al tempo della fotografia digitale, uno può vedere subito l'immagine che ha catturato e di foto ne può fare quante ne vuole, non essendoci il limite posto dal costo delle pellicole, e del loro sviluppo e stampa. Tutto oggi è immediato, senza la necessità di "mediatori".
Allora, benché con quella macchina polaroid la tentazione di fare tanti scatti polaroid fosse enorme, occorreva limitarsi, poiché quelle pellicole - se ben ricordo - avevano un costo abbastanza elevato elevato.
E quindi ogni scatto andava ponderato attentamente.
Queste foto che ho trovato dentro una busta sono gli unici scatti polaroid che mi rimangono di quel periodo. Per la loro stessa natura che consentiva una fruizione immediata (ma nello stesso tempo una non "riproducibilità"), spesso e volentieri gli scatti polaroid venivano regalati ad altri soggetti che vi comparissero.
Di quel periodo ce n'erano, in effetti (le ricordo), ma si sono disperse. 
Molti degli autoritratti (oggi si direbbe selfie) li ho fatti nel corso di una mia permanenza solitaria a Levanzo nell'Aprile del 1988, o giù di lì.
Fu una settimana di solitudine totale e benefica.
L'isola - che era ed è la mia preferita delle Egadi - in quel periodo era poco frequentata. 
Passavo le giornate correndo, andando in canoa, passeggiando e leggendo. 
Ricordo che ebbi il dono di giornate con un meteo eccezionalmente bello e temperature miti. Nessun contatto esterno.  Allora la telefonia mobile era ai suoi primordi e quindi non c'era nessuna possibilità di essere "connesso" o "wired", come si direbbe oggi.

Se uno si metteva fuori tiro, lontano da tutto e da tutti lo era per davvero.
 

Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
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Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
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Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
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31 gennaio 2023 2 31 /01 /gennaio /2023 12:15
A Trieste - estate 1962 - Abbazia (dal mio archivio di immagini)

Nell'Agosto del 1962, io e la mamma andammo a fare un viaggio estivo e fu la prima volta che partimmo assieme durante le vacanze.

 

La nostra metà fu Trieste, dove era allora di stanza mio zio Luigi che era ufficiale dell'Esercito, assieme alla sua famiglia. 
Fummo loro ospiti in una vecchia casa che era il loro alloggio d'ordinanza. 

 

Quasi ogni giorno facevamo delle escursioni con la zia Adele alla guida di una vecchia  e gloriosa Dauphine. 

 

Andammo un po' dappertutto nei posti più facilmente raggiungibili: ad Abbazia, a Zagabria, alle grotte di Postumia e persino al maestoso Sacrario di Redipuglia (a questa visita partecipò anche lo zio, in divisa). 

 

Nella visita al Castello di Miramare, si unirono a noi anche la zia Jole e la cugina Adamaria che proprio in quell'estate aveva conseguito il diploma di maturità classica.

 

Le foto sono davvero ruspanti, scattate con una macchinetta fotografica 6X6 che mi era stata regalata come mia prima camera. Niente più che una scatoletta e un pulsante per azionare l'otturatore. La pellicola doveva essere estratta e sigillata al buio per evitare che si alluciasse. 

 

Le foto quindi sono assolutamente ruspanti e naif.

 

Ogni tanto si insinua davanti all'obiettivo un dito (in genere è quello della mamma). 
Queste foto hanno un gusto davvero antico, ma fanno riemergere spensierati ricordi di un tempo che fu

Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
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27 gennaio 2023 5 27 /01 /gennaio /2023 09:26
Festa di Cosma e Damiano a Sferracavallo, Anni Sessanta (foto di Maurizio Crispi)

Negli anni Sessanta i miei zii con i miei cugini andarono a trascorrere i mesi estivi a Sferracavallo, borgata marinara di antico corso e apprezzato luogo di villeggiatura estivo sin dai primi del Novecento, che è tuttora una frazione di Palermo, e lo fecero per molti anni sino a quando non si spostarono in una casa di proprietà alla Fossa del Gallo.


Io ci andavo spesso, perché con loro eravamo da sempre molto vicini. Io era già autonomo perché avevo le due ruote motorizzate e prima ancora mi muovevo con molta determinazione con la bici.

Poi, papà prese una piccola concessione della Capitaneria di Porto su terreno demaniale costiero per allocarci una piccola capannuccia di legno proprio sulla scogliera su cui si affacciavano le case di altri amici di famiglia e di più lontani parenti.
Ho un ricordo molto bello di quelle estati, straordinario. 
Estati felici e spensierate. 

 

Grazie ai miei cugini scopersi la festa di Cosma e Damiano che si svolge proprio lì, a Sferracavallo nell'ultima settimana di settembre culminante con la processione dei due santi che vengono portati sulla loro vara per tutte le vie del paese, da i componenti della confraternita che svolgevano (e svolgono tuttora, credo) questo ufficio a piedi scalzi, con soste più o meno prolungate davanti alle diverse case, soprattutto quando veniva elargita un'offerta generosa.

 

Le offerte in denaro venivano appuntate sul petto dei due santi.
Se l'offerta era particolarmente generosa i portatori inscenavano una "danza" portentosa (con movimenti in avanti e indietro e laterali) davanti alla casa da cui proveniva l'offerta, muovendosi avanti e indietro e di lato incoraggiati costantemente dal suono della banda che intonava in queste circostanze dei ritmi bersagliereschi.

Nessuna via del paese veniva tralasciata, anche quelle che allora erano a fondo naturale e pietrose (e allora erano molte), irte di asperità.

Ero alle prime armi con la mia attrezzatura fotografica: credo di aver fatto queste foto con la prima reflex (una Asahi Pentax) che avevo avuto in dono dai miei il Natale precedente.

Nel corso degli anni sono tornato diverse volte a seguire questo evento, ma questi primi scatti sono rimasti in assoluto delle foto "seminali". Anche oggi, riguardandole, ne sono contento.

 

Certo, se allora avessi avuto un teleobiettivo o uno zoom avrei potuto lavorare di più sui dettagli, ma anche così vanno abbastanza a bene e riescono a cogliere lo spirito dell'evento.

 

I portatori erano i pescatori di Sferracavallo che avevano le piante dei piedi callose perché allora non usavano quasi mai scarpe, e questo gli consentiva di portare i Santi a piedi scalzi. Alla fine della giornata c'era una danza frenetica davanti la chiesa con la musica della banda che si faceva sempre più incalzante e con i portatori che ne seguivano il ritmo sempre con i Santi sulle spalle.
Credo proprio che sia così anche oggi.

Gianfranco Salatiello

È così anche oggi... E la vara, in ultimo, doveva entrare in chiesa senza toccare la cornice della porta se no era un anno di sventure e per i pescatori era veramente pericoloso. Ne sono morti, in mare. Viva i Santi Cosimo e Damiano!

Guido Marino

Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi

Foto di Maurizio Crispi

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26 gennaio 2023 4 26 /01 /gennaio /2023 07:12
In viaggio con la mamma (dall'archivio fotografico di Maurizio Crispi)

In questa foto io e la mamma stiamo cenando in qualche luogo di un nostro viaggio assieme. Questi viaggi avvennero puntualmente ogni estate da quando io ebbi 11 anni sino ai miei diciassette.
Poi, dopo, non volli più partire con lei perché mi sentivo in imbarazzo (le solite stupidate tardo-adolescenziali). 
Non volevo più apparire come un cocco di mamma, insomma.
Anche se, guardando le cose sotto un diverso punto di vista, quei viaggi furono un'occasione preziosa in cui avevo la mamma tutta per me.
Quando io e la mamma partivamo, mio padre rimaneva con mio fratello.
Nei suoi ultimi anni la mamma mi raccontò che avevano deciso di fare così, per evitare che io fossi troppo penalizzato dalle condizioni (e limitazioni) di mio fratello.
All'inizio, avevano tentato di seguire una via diversa nel senso di offrire a me e a mio fratello le stesse possibilità, ma poi si erano resi conto che le difficoltà con cui confrontarsi per portare in giro una persona con disabilità  - a quel tempo - erano davvero enormi.
Ho uno splendido ricordo di questi viaggi con la mamma che era, tra l'altro, un'ottima guida, attenta e curiosa.
Si noti bene che la camicia che indosso nella foto ce l'ho ancora, in ottime condizioni, e la tengo in campagna.
Si notino anche gli occhialoni con montatura massiccia e lenti scure: allora si usavano così anche per gli interni!

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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