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18 maggio 2023 4 18 /05 /maggio /2023 11:01
Stephen King, Fairy Tale, Sperling&Kupfer, 2022

Qualche tempo fa, quando ho cominciato la lettura dell'ultimo romanzo di Stephen King, Fairy Tale (nella traduzione di Luca Briasco), pubblicato nel 1922 da Sperlinga&Kupfer (Pandora), ho scritto nel mio profilo social: “Con enorme piacere ho cominciato la lettura dell’ultimo romanzo di Stephen King, pubblicato in traduzione. Mi sta piacendo moltissimo e lo sto centellinando per non arrivare subito alla fine. Richiede una fine degustazione”.

E adesso che sono arrivato alla frase fatidica “The End”, mi sono dovuto commiatare dai suoi personaggi e soprattutto dall’avventuroso protagonista Charles Reade, che - per un concorso di circostanze - trova l’accesso ad un mondo fantastico, il Reame di Enpis - un tempo bellissimo, ma ora preda di una maledizione e corrotto, di cui Charlie in persona diverrà il salvatore e della sua fedele cagna di pastore tedesco Radar (Rades), ricevuta in eredità da un Howard Bodwitch, suo vicino di casa (che vive in una dimora dall'aspetto misterioso in cima ad una collina, un po' tetra e spaventosa, tanto che viene indicata dai ragazzi del quartiere come "la casa di Psycho"), primo scopritore di questo mondo, uomo dai molti misteri, e che proprio a Charlie Reade trasferisce la conoscenza del mistero e della meraviglia di quest'altro mondo.


A tutti gli effetti, Fairy Tale potremmo definirlo un romanzo "dark-fantasy".

Le ultime cento pagine le ho letteralmente centellinate, proprio perché non sarei mai voluto arrivare alla parola fine di questa avventura che tanto mi ha fatto immergere nella magia di una narrazione assolutamente all’altezza de Il Talismano (scritto a quattro mani con Peter Staub) e di altri romanzi del migliore King (come ad esempio, con una tematica affine, è stata la narrazione di "22/11/1963", in cui il protagonista, essendogli data la possibilità di spostarsi indietro nel tempo, tenterà di evitare l'assassinio di J. F. Kennedy).
Eppure ogni storia finisce, anche la più bella.
Ma potrà essere ri-narrata e, nel caso, ri-letta più volte.
Il volume è corredato dalle splendide splendide illustrazioni di due diversi disegnatori: i capitoli pari con quelle di Gabriel Rodriguez che ha già collaborato con Joe Hill nel suo NOS4A2 e per la realizzazione di molte graphic novel e i dispari con quelle di Nicolas Delort.
I disegni accrescono l’atmosfera horror-fiabesca, secondo la migliore tradizione delle narrazioni fantastiche.
Ci sono qui molteplici suggestioni e citazioni: tra queste anche un indubbio omaggio alle storie dei Fratelli Grimm (la fiaba di Tremotino, viene citata più volte) a H.P. Lovecraft (con alcuni cupi riferimenti alle tematiche dei "Grandi antichi", a proposito dal mostro che minaccia di uscire dalle profondità corrotte del regno di Enpis, quando le due lune in cielo si congiungeranno) e ad altre apocalissi. 
Per esempio, uno dei nomi che non deve essere mai pronunciato ad alta voce - e nemmeno bisbigliato, se è per questo -  nel Reame di Enpis è Gogmagog, una parola proibitissima che suscita negli astanti un terrore profondo e senza nome: facendo un minimo di ricerche si scoprirà che il termine si ispira direttamente al Libro dell’Apocalisse secondo San Giovanni.
Ho trovato queste indicazioni al riguardo: con l’espressione ‘goga e magoga’ si indica un luogo leggendario e favoloso, in qualche angolo remoto della Terra.
I nomi Gog e Magog appaiono nell’Apocalisse di San Giovanni, dove rappresentano una terribile minaccia, ma anche nel libro di Ezechiele, in cui Gog, signore di Magog, è un principe di cui si profetizza che si schiererà contro Israele.
Ma su Wikipedia si trova anche il riferimento ad un gigante possente che avrebbe fondato Albione: 

Gogmagog (anche Goemagot, Goemagog, Goëmagot e Gogmagoc) era un gigante leggendario, presente nella mitologia gallese e successivamente in quella britannica. Secondo la Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth (XII secolo), Gogmagog era un gigantesco abitante di Albione, gettato da una scogliera durante un incontro di lotta da Corineo, un compagno di Bruto di Troia. Gogmagog fu l'ultimo dei giganti che abitavano la terra di Albione, prima dell'arrivo di Bruto e dei suoi uomini. Secondo l'etimologia prevalente, Il nome "Gogmagog" deriva dai personaggi biblici Gog e Magog

La locuzione ha oggi perso il suo significato apocalittico, ma ha dato origine anche a un’altra espressione: «andare in goga e magoga», usata per descrivere il cadere dalle nuvole, perdere l'orientamento. 

 

Fairy Tale by Stephen King

(Soglie del testo) Un ragazzo, il suo cane, la discesa in un mondo magico e oscuro. Un'eccezionale favola dark. Benvenuti nel lato oscuro del «C'era una volta»
Charlie Reade è un diciassettenne come tanti, discreto a scuola, ottimo nel baseball e nel football. Ma si porta dentro un peso troppo grande per la sua età. Sua madre è morta in un incidente stradale quando lui aveva sette anni e suo padre, per il dolore, ha ceduto all'alcol. Da allora, Charlie ha dovuto imparare a badare a entrambi. Un giorno, si imbatte in un vecchio – Howard Bowditch – che vive recluso con il suo cane Radar in una grande casa in cima a una collina, nota nel vicinato come «la Casa di Psycho». C'è un capanno nel cortile sul retro, sempre chiuso a chiave, da cui provengono strani rumori. Charlie soccorre Howard dopo un infortunio, conquistandosi la sua fiducia, e si prende cura di Radar, che diventa il suo migliore amico. Finché, in punto di morte, il signor Bowditch lascia a Charlie una cassetta dove ha registrato una storia incredibile, un segreto che ha tenuto nascosto tutta la vita: dentro il capanno sul retro si cela la porta d'accesso a un altro mondo. Una realtà parallela dove Bene e Male combattono una battaglia da cui dipendono le sorti del nostro stesso mondo. Una lotta epica che finirà per vedere coinvolti Charlie e Radar, loro malgrado, nel ruolo di eroi. Dal genio di Stephen King, una nuova avventura straordinaria e agghiacciante, una corsa a perdifiato nel territorio sconfinato della sua immaginazione.

 

Hanno detto
«Per King non c'è mai confine tra i mostri che abitano la nostra vita quotidiana e quelli che potrebbero esistere in mondi paralleli, o persino nel nostro. Ma il punto è che sempre King riesce a creare qualcosa di nuovo. A raccontare da un altro punto di vista. A illuminare un altro pezzetto di realtà.» - Antonella Lattanzi, la Lettura
«Fairy Tale sa parlare bene della sofferenza, di una disperazione che fa stringere un patto con Dio: “Se lo fai per me, chiunque tu sia, farò qualcosa per te”.» - Thea Pellegrini per Maremosso

 

Stephen King

L'autore. Stephen King, nato nel 1947 a Portland nel Maine (USA), è autore di romanzi e racconti best seller che attingono ai filoni dell’orrore, del fantastico e della fantascienza, ed è considerato un maestro nel trasformare le normali situazioni conflittuali della vita – rivalità fra coetanei, tensioni e infedeltà coniugali – in momenti di terrore. Quando è ancora piccolo, sua madre deve far fronte a grandi difficoltà, perché il padre uscito di casa per fare una passeggiata non fa più ritorno. Nel 1962 inizia a frequentare la Lisbon High School e comincia a spedire i suoi racconti a vari editori di riviste, senza però alcun successo concreto. Conclusi gli studi superiori entra all'Università del Maine ad Orono, dove gestisce per un paio d'anni una rubrica all'interno del giornale universitario. Nel 1967 termina un primo racconto breve a cui fa seguito, qualche mese dopo, il romanzo La lunga marcia che riceve giudizi lusinghieri. Sottopone Carrie alla casa editrice Doubleday e ottiene un assegno di 2500 dollari come anticipo per la pubblicazione del romanzo.
A maggio arriva la notizia che la Doubleday ha venduto i diritti dell'opera alla New American Library per 400.000 dollari, metà dei quali spettano di diritto all'autore. Così, a ventisei anni, Stephen King lascia l'insegnamento per dedicarsi alla professione di scrittore. Da quel momento la sua carriera non avrà più interruzioni. Nel 1971 si sposerà con Tabitha, conosciuta due anni prima lavorando nella biblioteca dell'Università. Con un'operazione innovativa, il 14 marzo 2000 diffonderà esclusivamente su Internet il racconto Riding the Bullet. Nell'autunno dello stesso anno pubblicherà On writing: autobiografia di un mestiere, un'autobiografia e una serie di riflessioni su come nasca la scrittura. Tra i suoi libri più noti si ricordano Shining (1976; il film, del 1980, venne diretto da Stanley Kubrick); La zona morta (1979; versione cinematografica del 1983, per la regia di David Cronenberg); Christine la macchina infernale (1983; il film, dello stesso anno, è di John Carpenter); It (1986, il film è del 1990); Misery (1987; noto in Italia con il titolo Misery non deve morire, la pellicola è stata realizzata da Rob Reiner nel 1990), Mr Mercedes (2014). Tra gli altri ricordiamo: Cuori in Atlantide (2000), La casa del buio (2002), Notte buia, niente stelle (2010), Chi perde paga (2015), Fine turno (2016), The Outsider (2018), Elevation (2019), L'istituto (2019), Later (2021) e Fairy Tale (2022). È del 2016 la nuova edizione aggiornata di Danse macabre, pubblicato da Frassinelli con l'introduzione e cura di Giovanni Arduino. A Stephen King è stata assegnata nel 2003 la National Book Foundation Medal per il contributo alal letteratura americana, e nel 2007 l'Associazione Mystery Writers of America gli ha conferito il Grand Master Award.

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12 maggio 2023 5 12 /05 /maggio /2023 10:13

E' questo che non avremmo mai potuto capire a Oxford… perché va oltre la ragione. Non è razionale. (…) Questo è ciò che ho imparato negli ultimi sei anni, contrariamente a quello che insegnano a Oxford: il potere della non-ragione. Tutti dicevano… e per tutti intendo persone come me... tutti dicevamo: "Oh, è un tipo orribile, Hitler, ma non è completamente malvagio. E guardate le sue imprese: Dimentichiamo queste brutalità medievali antisemite, passeranno". Ma il punto è che non passeranno. Non si possono scindere dal resto. Sono parte integrante del tutto. E se l'antisemitismo è malvagio, è tutto malvagio.

Robert Harris, Monaco, p. 259

Robert Harris, Monaco, Mondadori, 2018

Monaco (Munich, nella traduzione di Annamaria Raffo) di Robert Harris, pubblicato da Mondadori (Omnibus), nel 2018, racconta della Conferenza di Monaco del settembre 1938, mettendo in scena una quantità di personaggi storici a cui sono mescolati alcuni caratteri fittizi (pochi a dire il vero), come il britannico Hugh Legat e il tedesco Paul von Hartmann.
Leggere questo romanzo è come immergersi in un capitolo di storia - ormai non tanto recente - e offre l’opportunità di una riflessione a proposito del fatto che gli esiti di breve termine delle azioni diplomatiche non sono quasi mai lungimiranti.
Per esempio, proprio la Conferenza di Monaco diede alla Germania di Hitler la possibilità di rafforzarsi ulteriormente con il beneplacito di Gran Bretagna (con il suo Primo ministro Neville Chamberlain) e della Francia, rappresentata dal suo plenipotenziario Daladier.
L’obiettivo di Francia e Inghilterra era scongiurare lo scoppio immediato di una guerra con la Germania, se questa avesse annesso il territorio dei Sudeti della Cecoslovacchia.
L’esito della Conferenza di Monaco, dopo veloci trattative nelle quali ebbe un peso la mediazione di Mussolini, fu la concessione alla Germania di potere occupare in un tempo di dieci giorni quel territorio rivendicato perché abitato da tre milioni e mezzo di Tedeschi, con la condizione di rispettare alcune indicazioni, in caso di divergenza, scaturenti da una commissione internazionale all’uopo costituita.
Tutto fu deciso senza ammettere alla discussione la delegazione cecoslovacca che poi fu indotta ad accettare le decisioni prese, pena un’immediata invasione.
E i giochi furono fatti. Le due massime potenze che avrebbero potuto contrastare l'espansionismo della Germania di Hitler, in definitiva, si scrollarono di dosso con quegli accordi (scellerati) le responsabilità precedentemente assunte nei confronti della Cecoslovacchia e, come Ponzio Pilato, molto concretamente, della faccenda, molto ipocritamente, se ne lavarono le mani.
Chamberlain e Daladier ritornarono in patria, acclamati dai rispettivi popoli come eroi che avevano scongiurato la guerra.
Hitler ebbe una “formale” autorizzazione a proseguire indisturbato nelle sue politiche espansionistiche nel cuore dell’Europa e, nello stesso tempo, ebbe agio di rafforzare ulteriormente la sua corsa agli armamenti, a dispetto delle prescrizioni del Trattato di Versailles, ancora in vigore.
La guerra arrivò più tardi, poco più di un anno dopo, nel 1939 con l’invasione della Polonia, per trascinare tutti nel suo vortice di morte e distruzione.
Una guerra immediata, nel 1938, forse avrebbe potuto avere esiti differenti (a sfavore di Hitler), ma nessuno fu tanto lungimirante da comprendere ciò. Ma, purtroppo, con i "se" e con i "ma" non si può riscrivere la storia.
Il romanzo di Harris, in questo grandioso scenario storico perfettamente documentato, racconta l’estremo tentativo da parte di una frangia di dissidenti tedeschi di aprire gli occhi alla diplomazia della Gran Bretagna e della Francia, ma senza alcun esito, purtroppo.
In questo romanzo di Harris ciò che affascina maggiormente è la ricostruzione storica più che l’intrigo.
Sono davvero contento di averlo letto.
La morale della Storia, considerando gli eventi di lungo termine dopo la Conferenza di Monaco, è che non c’è nessuna trattativa possibile con i dittatori e che qualsiasi speranza di una pace duratura con loro è pura illusione.

Scrive Robert Harris, andando alle radici più antiche della scrittura di quest'opera: 
Questo romanzo è la naturale conclusione del forte interesse che da oltre trent’anni nutro per il trattato di Monaco e vorrei ringraziare Denyd Blakeway, il produttore con cui nel 1988 ho realizzato per la BBC il documentario televisivo “God Bless You, Mr Chamberlain”, per celebrare il cinquantesimo anniversario della conferenza. Da allora condividiamo una specie di ossessione per l’argomento” (ib., p. 295)

 

(Risvolto di copertina) Settembre 1938. Hitler vuole la guerra. Chamberlain vuole a tutti i costi preservare la pace. Alla conferenza di Monaco si gioca il tutto per tutto. E il mondo sta con il fiato sospeso.
Settembre 1938. Hugh Legat è uno degli astri nascenti del Servizio diplomatico britannico e lavora al numero 10 di Downing Street come segretario particolare del primo ministro, Neville Chamberlain. L'aristocratico Paul von Hartmann fa parte dello staff del ministero degli Esteri tedesco ed è in segreto un membro della cospirazione anti-Hitler. I due uomini, che si erano conosciuti e frequentati a Oxford, non si sono più visti né sentiti per sei anni, fino al giorno in cui le loro strade si incrociano nuovamente in circostanze drammatiche in occasione della Conferenza di Monaco, un momento cruciale che definirà il futuro dell'Europa. Entrambi si ritroveranno di fronte a un grave dilemma: quando sei messo alle strette e il rischio è troppo alto, chi decidi di tradire? I tuoi amici, la tua famiglia, il tuo paese o la tua coscienza? Nella tradizione di Fatherland, che ha reso famoso Robert Harris in tutto il mondo, Monaco è un romanzo di spionaggio basato sui fatti reali che hanno cambiato il corso della storia, che parla di tradimento, coscienza e lealtà ed è ricco di dettagli e figure chiave dell'epoca – Hitler, Chamberlain, Mussolini, Daladier –, raccontati in maniera vivida e cinematografica.
L’autore. Robert Harris, nato nel 2958 a Nottingham, laureato alla Cambridge University, è stato giornalista alla BBC, e uno dei più noti commentatori dell'"Observer" e del "Sunday Times". È diventato famoso in tutto il mondo nel 1992 con Fatherland, il cui successo lo ha inserito a pieno titolo nel ristretto gruppo di autori che hanno ridefinito e ampliato i confini del thriller. Successo confermato da Enigma (1996), Archangel (1998), Pompei (2003), Imperium (2006), Il ghostwriter (2007), da cui è stato tratto un film diretto da Roman Polanski, Conspirata (2010), L'indice della paura (2011), L'ufficiale e la spia (2014), Conclave (2016), Monaco (2018), Il sonno del mattino (2019). Prima di dedicarsi interamente alla narrativa ha scritto numerosi saggi, fra cui una celebre inchiesta sui falsi diari del Führer, I diari di Hitler (2002). Tutte le sue opere sono edite in Italia da Mondadori.

 

L'autore. Robert Harris, nato nel 1957, a Nottingham, laureato alla Cambridge University, è stato giornalista alla BBC, e uno dei più noti commentatori dell'"Observer" e del "Sunday Times". È diventato famoso in tutto il mondo nel 1992 con Fatherland, il cui successo lo ha inserito a pieno titolo nel ristretto gruppo di autori che hanno ridefinito e ampliato i confini del thriller. Successo confermato da Enigma (1996), Archangel (1998), Pompei (2003), Imperium (2006), Il ghostwriter (2007), da cui è stato tratto un film diretto da Roman Polanski, Conspirata (2010), L'indice della paura (2011), L'ufficiale e la spia (2014), Conclave (2016), Monaco (2018), Il sonno del mattino (2019). Prima di dedicarsi interamente alla narrativa ha scritto numerosi saggi, fra cui una celebre inchiesta sui falsi diari del Führer, I diari di Hitler (2002). Tutte le sue opere sono edite in Italia da Mondadori.

Buona parte della narrazione di Robert Harris si svolge all’interno del Fuhrerbau di Monaco di Baviera tuttora esistente ed oggi sede di una facoltà universitaria.  L'edificio del Führerbau (it. "Palazzo del Führer") è stato costruito tra il 1933 e il 1937 dall'architetto Paul Ludwig Troost in Königsplatz a Monaco di Baviera nel quartiere di Maxvorstadt. I progetti iniziali per la costruzione sono del 1931. Fu completato tre anni dopo la morte di Troost da Gall Leonhard.  https://it.m.wikipedia.org/wiki/Führerbau

Buona parte della narrazione di Robert Harris si svolge all’interno del Fuhrerbau di Monaco di Baviera tuttora esistente ed oggi sede di una facoltà universitaria. L'edificio del Führerbau (it. "Palazzo del Führer") è stato costruito tra il 1933 e il 1937 dall'architetto Paul Ludwig Troost in Königsplatz a Monaco di Baviera nel quartiere di Maxvorstadt. I progetti iniziali per la costruzione sono del 1931. Fu completato tre anni dopo la morte di Troost da Gall Leonhard. https://it.m.wikipedia.org/wiki/Führerbau

La conferenza e il patto di Monaco

Il patto di Monaco del 1938

75 anni fa Francia e Regno Unito si accordarono con Hitler per la spartizione della Cecoslovacchia, diventando il simbolo di come non si deve trattare con i dittatori

Nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1938 a Monaco i capi di stato e di governo di Francia, Regno Unito, Italia e Germania firmarono un documento con cui veniva permesso alla Germania di annettersi gran parte della Cecoslovacchia. Gli accordi furono salutati come un grande successo della diplomazia sulla forza e della pace sulla guerra.
I leader inglesi e francesi che vi avevano preso parte al loro ritorno in patria furono accolti da festeggiamenti. In realtà gli accordi di Monaco non servirono a fermare la guerra, ma la rimandarono soltanto di un anno. Gli accordi furono l’ultimo tentativo di fermare Hitler con la diplomazia e sono diventati il simbolo dell’arrendevolezza delle democrazie di fronte all’arroganza dei tiranni.

 

La strada verso Monaco. La conferenza di Monaco fu una riunione organizzata in tutta fretta nel disperato tentativo di fermare una guerra che, apparentemente, nessuno voleva. Da mesi la Germania nazista aveva innescato quella che divenne nota come la “crisi dei Sudeti”, cioè la minoranza di lingua tedesca che all’epoca abitava la Cecoslovacchia.
In una serie di discorsi durante tutta l’estate del 1938, Hitler aveva raccontato e ingigantito le sofferenze e le angherie a cui erano sottoposti i sudeti dal governo cecoslovacco. Contemporaneamente, tra i sudeti veniva formato un partito nazista e si organizzavano squadracce e bande armate con cui preparare un’insurrezione. Al culmine della crisi, il 24 settembre, Hitler presentò al governo Cecoslovacco un ultimatum che conteneva una serie di durissime condizioni: se non fossero state soddisfatte entro il 28 settembre, Hitler avrebbe invaso il paese.
Era il metodo che Hitler aveva già utilizzato con l’annessione dell’Austria e che avrebbe tentato di utilizzare di nuovo l’anno successivo con la Polonia. In teoria la Cecoslovacchia era protetta da trattati di alleanza con Francia e Regno Unito, ma entrambi i paesi fecero sapere ai cecoslovacchi di non essere pronti per la guerra e che difficilmente avrebbero potuto impegnare militarmente la Germania, almeno nel breve periodo.
Ugualmente, quando l’ultimatum di Hitler divenne pubblico, i governi di Francia e Regno Unito vennero presi dal panico. Gli ambasciatori cecoslovacchi fecero sapere che il loro paese avrebbe combattuto e questo rischiava di far sprofondare l’Europa in una nuova guerra mondiale. Il primo ministro inglese, il conservatore Neville Chamberlain, era particolarmente preoccupato.

 

Chamberlain a Monaco nel 1938

Chamberlain, l’uomo con l’ombrello. Difficilmente il Regno Unito avrebbe potuto sottrarsi alla dichiarazione di guerra alla Germania, visti i trattati che la legavano alla Cecoslovacchia. La guerra però era estremamente impopolare tra la popolazione e tra i membri di tutti i partiti. La situazione era particolarmente complessa da gestire per Chamberlain, il primo ministro inglese su cui in seguito vennero fatte molte ironie.
Uno dei nomignoli con cui Chamberlain era noto già all’epoca era “l’uomo con l’ombrello”. In un’epoca in cui dittatori come Franco, Mussolini, Hitler e Stalin si presentavano in pubblico vestiti da militari e con pose aggressive, Chamberlain sembrava l’incarnazione delle virtù pacifiche e borghesi. Si vestiva in genere in maniera molto formale e un po’ antiquata e spesso si presentava in pubblico proprio con un ombrello (che è tuttora considerato in certi casi un oggetto molto borghese e un po’ effeminato).
Sin dall’inizio del suo mandato, nel 1937, Chamberlain aveva cercato di inserire la Germania in un sistema di relazioni diplomatiche stabili in Europa, cercando di contenere, e probabilmente sottovalutando, l’aggressività del regime nazista. Con il tempo aveva conquistato l’immagine di politico difensore della pace, il che gli aveva procurato consensi non solo nel Regno Unito, ma in quasi tutta Europa.
Quando venne a sapere dell’ultimatum tedesco, Chamberlain si rivolse all’unica persona che credeva avrebbe potuto persuadere Hitler: Benito Mussolini. Alle 10 di mattina del 28 ottobre, quattro ore prima che scadesse l’ultimatum, Chamberlain, tramite l’ambasciatore a Roma, contattò il ministro degli Esteri Galeazzo Ciano che a sua volta informò il Duce. Il governo inglese chiedeva la mediazione del governo italiano per persuadere la Germania a concedere altre 24 ore di tempo alla Cecoslovacchia e ad organizzare una conferenza per evitare la guerra.

 

La stretta di mano tra Chamberlain e Hitler che sancisce l'accordo di Monaco

Come si svolse la conferenza di Monaco. Mussolini, lo sappiamo dai diari di Ciano e da quelli di altri suoi collaboratori, fu molto felice di acconsentire alla richiesta inglese, soprattutto perché dava a lui e all’Italia il ruolo di importanti mediatori in faccende europee di primo piano. Mussolini si mise in comunicazione con Hitler e in poche ore riuscì ad ottenere un rinvio di 24 ore dell’ultimatum e a organizzare una conferenza a Monaco di Baviera.
La notizia arrivò a Londra mentre Chamberlain stava tenendo un discorso al parlamento. Quando disse che Hitler aveva accettato la conferenza, la sua voce venne sommersa dalle grida di gioia e dagli applausi dei parlamentari di entrambi gli schieramenti. La mattina dopo Chamberlain partì in aereo da Londra e arrivò a Monaco insieme al primo ministro francese Édouard Daladier e a Benito Mussolini.
Gli incontri cominciarono subito e alle discussioni non partecipò alcuna delegazione cecoslovacca, anche se alcuni membri del governo erano presenti in città. Fu una condizione imposta da Hitler a cui né Chamberlain né Daladier si opposero. Le discussioni andarono avanti tutto il giorno sulla base del cosiddetto “piano italiano”, che in realtà era stato preparato dal ministero degli esteri tedesco.
In sostanza l’unica cosa ad essere discussa fu quanta parte della Cecoslovacchia avrebbe dovuto essere annessa alla Germania nazista. A ora di cena, mentre i delegati italiani e tedeschi partecipavano a una festa voluta da Hitler, Chamberlain e Daladier incontrarono i cecoslovacchi e gli chiesero di accettare l’accordo o sarebbero stati lasciati soli ad opporsi alla Germania.
All’una e trenta di notte del 30 settembre l’accordo di Monaco venne firmato dalle quattro grandi potenze. La Germania otteneva quasi tutti i territori che aveva chiesto, una striscia lungo il confine occidentale del paese. Altri pezzi di Cecoslovacchia sarebbero stati annessi dalla Polonia e dall’Ungheria. Una commissione internazionale si sarebbe occupata di determinare altre eventuali questioni territoriali.

 

Chamberlain al suo ritorno con la promessa di una pace duratura tra Regno Unito e Germania: "Andate e fate sonni tranquilli!"

Dopo Monaco.  Gli accordi di Monaco vennero considerati come l’ultima concessione ad Hitler, quella che avrebbe finalmente fatto cessare le tensioni e le minacce di guerra che oramai da qualche anno attraversavano l’Europa. Ritornati in patria tutti i negoziatori vennero accolti con grandi festeggiamenti per essere riusciti a scongiurare la guerra. Mussolini fu celebrato dalla propaganda di regime non solo per avere mantenuto la pace, ma per aver riportato l’italia in un ruolo di primo piano accanto alle grandi potenze europee.
Il primo ministro francese, Daladier, aveva un quadro più chiaro della situazione e, come scrisse nelle sue memorie, sentiva di aver ceduto troppo all’arroganza di Hitler. Con sua grande sorpresa, anche lui venne accolto con numerosi festeggiamenti al suo ritorno a Parigi.
Ma quello che venne considerato il vero trionfatore degli accordi di Monaco fu Chamberlain. Al suo ritorno nel Regno Unito venne accolto come un eroe per essere riuscito ad evitare la guerra. Appena sceso dall’aereo che lo aveva riportato indietro da Monaco, Chamberlain tenne un breve discorso che all’epoca divenne rapidamente molto famoso.
Miei cari amici, questa è la seconda volta che siamo tornati dalla Germania a Downing Street con una pace onorevole. Io credo che sia una pace per la nostra epoca. Vi ringraziamo dal profondo dei nostri cuori. Ora io vi raccomando di andare a casa e dormire sonni tranquilli nei vostri letti.

Ironicamente, quasi esattamente un anno dopo, il primo settembre del 1939, l’Europa e il Regno Unito sarebbero entrati nel più sanguinoso conflitto della loro storia.

Scrive Robert Harris:  “Questo romanzo è la naturale conclusione del forte interesse che da oltre trent’anni nutro per il trattato di Monaco e vorrei ringraziare Denyd Blakeway, il produttore con cui nel 1988 ho realizzato per la BBC il documentario televisivo “God Bless You, Mr Chamberlain”, per celebrare il cinquantesimo anniversario della conferenza. Da allora condividiamo una specie di ossessione per l’argomento” (ib., p. 295)

Monaco. In un romanzo di Robert Harris, il racconto della Conferenza e del Patto di Monaco: mai trattare con i dittatori!
Monaco. In un romanzo di Robert Harris, il racconto della Conferenza e del Patto di Monaco: mai trattare con i dittatori!
Monaco. In un romanzo di Robert Harris, il racconto della Conferenza e del Patto di Monaco: mai trattare con i dittatori!
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21 aprile 2023 5 21 /04 /aprile /2023 11:54
Patricia Highsmiths, Acque profonde, La Nave di Teseo, 2022

Acque profonde (Deep Water, in lingua originale, del 1957) di Patricia Highsmiths (pubblicato da La Nave di Teseo nella traduzione di Marisa Caramella nel 2022) ha visto una recente riduzione cinematografica con titolo omonimo: Deep Water - Acque profonde, per la regia di Adrian Lyne, 2022), una trasposizione - secondo alcuni - con poco nerbo e alquanto piatta.
E forse un simile giudizio è vero, essendomi io trovato a vedere il film prima e, soltanto dopo, a leggere il romanzo, proposto molto opportunamente dalla casa editrice in concomitanza con l'uscita del film. La lettura, in effetti, è stata tutta un'altra cosa.
Nel film è Ben Affleck nei panni di Vic van Allen, mentre Ana de Armas (attrice emergente in questi ultimi anni con una poliedricità di ruoli) è nel ruolo di Melinda.
Si tratta di una storia di coppia, in cui lui, Vic, sembra essere una vittima, marito paziente e tollerante nei confronti delle intemperanze di Melinda, esuberante e sempre pronta a cornificarlo, in maniera esplicita nella loro stessa dimora coniugale e senza alcun rispetto delle convenzioni sociali.
Si potrebbe definire questo romanzo come una collezione di crudeli interni di famiglia nella vita di una coppia che vive in un piccolo centro del Massachusetts, mentre la ristretta società benpensante del posto assume il ruolo di semplice coro che amplifica e ri-narra in continuazione le vicende della coppia, schierandosi con l'uno o con l'altra oppure facendo da diapason emotivo.
I due coniugi sembrano però essere legati da un patto indissolubile di mutua alleanza: i loro equilibri si reggono proprio sulla complementarità dei ruoli.
Le loro interazioni sono snervanti. La capacità di sopportazione di Vic indurrebbe il lettore a prenderlo a ceffoni; mentre Melinda con la sua sciocca e vanesia esuberanza è semplicemente insopportabile.
La saggezza sembra risiedere in Margherita, unica figlia dei due, poco più decenne.
Vic fa tutto in casa e, in più, cura i suoi affari: vive di rendita grazie ad un'eredità, ma è anche titolare di una piccola casa editrice di preziosi libri di poesie e riedizioni di antichi testi, curati nella scelta della carta, dei caratteri e delle rilegature. Hai i suoi hobby, tra i quali l'allevamento di lumache delle cui abitudini è un attento osservatore. Cucina e si occupa della casa e della piccola Margherita. Melinda vive scioccamente la sua vita, di volta in volta introducendo in casa dei nuovi "fidanzati": via uno, eccone uno nuovo; e spesso è alticcia per via delle abbondanti libagioni.
Entrambi i protagonisti sono vividamente rappresentati e assolutamente indisponenti per l’aderenza sia ai riti sociali sia ai reciproci giochi di crudeltà.
Ognuno dei due ha le proprie responsabilità nel grande gioco che si è innescato e non può più interrompersi, coltivandolo attivamente e mettendolo in scena, mossa dopo mossa, in ambito domestico e nel piccolo teatro societario che hanno a disposizione.
Vic gioca la parte del marito fedele, capace di incassare torti e umiliazioni, sempre con il sorriso sulle labbra;
Melinda gioca invece la parte della moglie leggera ed infedele, pronta ad accettare corteggiatori in casa e ad amoreggiare con loro
Ma questo gioco porterà a delle conseguenze che arrivano inaspettate e all'improvviso, con una tendenza alla reiterazione e al rialzo della posta in palio (che poi rimane assolutamente indefinibile ed evanescente).
Ma tutto avviene con un'assoluta indifferenza emozionale, senza tempeste e senza premeditazione. 
Azioni gravi, ma compiute con leggerezza, quasi si trattasse di bere un bicchier d'acqua.
Il bello delle storie di Patricia Highsmiths è che il delitto, il fatto di sangue, nascono come una naturale gemmazione di dinamiche interpersonali crudeli e corrotte, senza nessun senso di colpa successivo all’atto (quindi, siamo ad anni luce di distanza da "Delittto e Castigo"!) e senza alcuna elaborazione. 
Le azioni anche le più efferate e cruente hanno il carattere di espulsione di elementi mentali impensabili e non digeribili che semplicemente debbono essere esteriorizzati per essere poi immediatamente dimenticati.
Si veda come rappresentante paradigmatico di questa tipologia di personaggi amorali e "senza coscienza" il Tom Ripley, protagonista centrale di ben cinque romanzi dell'autrice che, pur essendo statunitense nelle sue origini possiede una sensibilità di scrittura molto europea. Oppure si pensi ad un altro suo magistrale romanzo, pure trasposto in film, che è "Sconosciuti in treno".
In fondo, sembra dirci la Highsmiths, dentro ciascuno di noi alberga un Mr Ripley che il caso o le circostanze potranno fare emergere, all'improvviso e senza sconti o edulcorazioni.

 

(Soglie del testo) Un viaggio nei meccanismi più reconditi dell’inconscio che svela come, talvolta, l’autocontrollo sia solo la più infida delle nevrosi, capace di mutare un uomo apparentemente tranquillo in un omicida.
Victor Van Allen ha trentasei anni, possiede una casa editrice di prestigio, ha una buona rendita, ed è stimato e rispettato dai concittadini di Little Wesley, nel Massachussets, dove vive con la moglie, Melinda, e la figlia, Margherita. La sua vita sembra quasi perfetta ma, in realtà, il rapporto con Melinda è in crisi da tempo e, pur di evitare il divorzio, sono giunti a un accordo che permette un precario equilibrio: Melinda può avere degli amanti, ma non deve abbandonare il tetto coniugale. Vic in società si dimostra sempre molto tollerante con la moglie, anche per non venire meno alla sua fama di uomo liberale e razionale. Nonostante gli atteggiamenti di facciata, però, non è esente dalla gelosia e a una festa cerca di allontanare l’ultimo amante di Melinda raccontandogli di essere un assassino. Quello che era nato come uno scherzo si dimostrerà carico di conseguenze quando la bugia diventerà reale e Vic non riuscirà più a frenare i suoi istinti.

 

Hanno detto:

«Bellissimo e assolutamente avvincente.» – Megan Abbott
«Un thriller in cui tutte le paure, le fobie e i dolori nascono sotto il tetto coniugale… mostra senza paura una guerra tra marito e moglie.» – Gillian Flynn

 

Patricia Highsmiths

L’autrice. Patricia Highsmiths, nata in Texas (1921, Fort Worth), ha trascorso la maggior parte della sua vita in Francia e Svizzera. Nel 1955 compare il suo personaggio più famoso, Tom Ripley, protagonista della fortunata serie – Il talento di Mr. Ripley, Il sepolto vivo, L’amico americano, Il ragazzo di Tom Ripley e Ripley sott’acqua – che ha ispirato grandi registi, da Wim Wenders a Anthony Minghella a Liliana Cavani. 
Nel 1963 la Highsmith si trasferisce definitivamente in Europa, che da sempre riserva ai suoi libri un’accoglienza entusiasta. 
Tra i suoi romanzi e le sue raccolte di racconti ricordiamo Vicolo cieco, Quella dolce follia, Il grido della civetta, Diario di Edith, Acque profonde, Delitti bestiali, Urla d’amore, Piccoli racconti di misoginia, Gioco per la vita e La follia delle sirene. Nel 2018 esce Il sepolto vivo (La nave di Teseo).

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17 aprile 2023 1 17 /04 /aprile /2023 19:08
Robert Harris, Fatherland, Mondadori, 1992

Fatherland (nella traduzione di Roberta Rambelli) di Robert Harris, pubblicato da Mondadori nel 1992.
è un grande romanzo distopico (ucronico, a dir meglio) in cui viene tratteggiato un quadro geopolitico totalmente diverso nella seconda metà del XX secolo siamo nel 1964), poiché è stato Hitler a vincere la II Guerra Mondiale e, al tempo dei fatti narrati, il Reich domina l’Europa, compresi gli immensi territori dell’ex Unione sovietica, in una parte dei quali (in quelli più estremi ancora imperversa la guerra), mentre altre nazioni sono di fatto sottomesse alla Germania di Hitler, meri stati ancillari. Il momento è delicato in quanto il furher è alla ricerca di un'alleanza più stabile con gli USA ed in attesa di una visita dell'ambasciatore Kennedy (padre di John Fitzgerald Kennedy), il cui esito dovrebbe essere il rinsaldamento di un patto forte tra le due nazioni.
Nell’atmosfera festosa che precede le celebrazioni per il prossimo compleanno del Fuhrer (il suo 75° genetliaco) si verificano gli efferati omicidi di due ex gerarchi fascisti.
Viene chiamato ad indagare l’ispettore della Kripo (Kriminal Polizei) Xavier  March, il quale si rende conto ben presto che ci sono delle forze contrarie che vorrebbero depistare le indagini, se non addirittura affossarle. 
Perché? 
All’inizio pare che le due vittime fossero implicate in un traffico di opere d’arte sottratte dai paesi conquistati, ma poi questa traccia si rivela essere un ulteriore depistaggio.
Dove risiede la verità, allora?
È quello che cercherà di fare March con molta abnegazione al prezzo di mettere a rischio la propria vita.
Il romanzo è saldamente fondato sui fatti storici e sui documenti disponibili.
Una delle chiavi di volta della vicenda è la Conferenza di Wannsee nella quale si decise la “soluzione finale”, ma senza che mai da Hitler promanassero degli ordini scritti.

Robert Harris, Trilogy, Mondadori

Trovo che i romanzi di Robert Harris siamo sempre appassionanti e solidamente costruiti sia nella trama sia nei personaggi.

Ho letto Fatherland nel volume “Trilogy” che accoglie anche “Enigma” e “Archangel”.

Fatherland ha ispirato il film “Delitto di stato” (con Rutget Hauer, 1994), creato per la televisione. per la regia di Christopher Menaul.

Leggendo l'intrigo fantapolitico, abilmente tessuto da Robert Harris,, non si può non andare con la mente ad altri due capolavori ucronici che sono il surreale "La svastica sul sole" (The Man in the High Castle) di Philip K. Dick (pubblicato nel 1962 e vincitore del Premio Hugo come miglior romanzo nel 1963) e il sottile ed erudito (ma documentatissimo e con tanto di schede biografiche dei personaggi storici e dei loro destini nella realtà "veramente" accaduta) "Il Complotto contro l'America" di Philip Roth (pubblicato nel 2004 e vincitore del Premio Sidewise per la storia alternativa).

(Nota editoriale) E se Hitler avesse vinto la guerra? Robert Harris ipotizza un diverso andamento degli eventi storici in un fantathriller improntato su un'indagine per un delitto eccellente nella Berlino capitale dell'impero nazista.
 

 

Robert Harris

L’autore. Robert Harris (nato nel 1957) e laureato alla Cambridge University, è stato giornalista alla BBC, e uno dei più noti commentatori dell'"Observer" e del "Sunday Times". È diventato famoso in tutto il mondo nel 1992 con Fatherland, il cui successo lo ha inserito a pieno titolo nel ristretto gruppo di autori che hanno ridefinito e ampliato i confini del thriller. Successo confermato da Enigma (1996), Archangel (1998), Pompei (2003), Imperium (2006), Il ghostwriter (2007), da cui è stato tratto un film diretto da Roman Polanski, Conspirata (2010), L'indice della paura (2011), L'ufficiale e la spia (2014), Conclave (2016), Monaco (2018), Il sonno del mattino (2019). Prima di dedicarsi interamente alla narrativa ha scritto numerosi saggi, fra cui una celebre inchiesta sui falsi diari del Führer, I diari di Hitler (2002). Tutte le sue opere sono edite in Italia da Mondadori.

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15 marzo 2023 3 15 /03 /marzo /2023 09:38
Simon Raven, Il Morso sul collo, Gargoyle

Ho letto con grande piace Il morso sul collo (titolo originale: Doctors Wear Scarlet, nella traduzione di P. De Crescenzo), scritto dal quasi misconosciuto per il pubblico italiano Simon Raven e pubblicato meritoriamente da Gargoyle Editore (nella collana Nuovi incubi), nel 2009, dopo molti decenni dalla sua uscita in lingua originale.
Il titolo italiano di questo interessante romanzo lo colloca esplicitamente nel solco vampirologico, mentre quello in lingua originale rimanda ad altro che, facendo da sfondo all’intera vicenda, la contestualizza e la trasforma in una grande allegoria sulle storture del mondo accademico britannico, ed anche in generale.
Fa da cornice il Lancaster, struttura universitaria di antiche tradizioni, a Cambridge che, pur finzionale, rimanda molto credibilmente, alle prestigiose istituzioni storiche esistenti.
L'ambientazione è collocata negli anni Cinquanta. Il protagonista è lo studioso Richard Fountain che si trova a Creta per compiere delle ricerche archeologiche. Poichè da alcuni mesi non ha più dato notizia di sè, un manipolo di amici, nonché colleghi, parte a sua volta per la Grecia per riportarlo a casa, anche perché un ispettore di Scotland Yard, John Tyrrell vuole mettersi sulle sue tracce sulla base di segnalazioni ricevute dai colleghi della polizia greca per eventi "disdicevoli" in cui sarebbe stato implicato.
La missione avrà esito positivo, pur con molti spostamenti alla ricerca di esili tracce che Fountain ha lasciato dietro di sè, prima ad Atene, poi nella piccola isola di Hydra e infine nella parte più selvaggia di Creta: Fountain convalescente, come da una grave malattia, verrà riportato a casa, turbato e apparentemente immemore di alcune cupe circostanze che lo hanno visto coinvolto, tra cui anche la morte della donna che lí aveva amato in una relazione strana e morbosa, Criseide.
Insomma, non voglio anticipare altri dettagli per non fare da spoiler per chi volesse intraprendere la lettura di questo insolito - e prezioso - romanzo.
C’è di mezzo una storia vampirica? 
Sì, indubbiamente, anche se i suoi consueti e iconici elementi (pur presenti) sono stemperati in una cornice più vasta.
Siamo di fronte ad un caso - si potrebbe dire - di vampirismo “intellettuale” e spirituale che diventa perfetta metafora di ciò che accade nel mondo accademico da cui Richard Fountain proviene.
Questo romanzo è una vera chicca per gli amanti di tutte le possibili ramificazioni e divagazioni della letteratura vampirologica.

L'opera è preceduta da un'approfondita ed articolata introduzione dal titolo: "Simon Raven: sull'umanità fragile, ipocrita, speranzosa", scritta da Stefano Martello, il quale conclude:



Attuando un processo di esclusione, possiamo affermare che il testo non sia un noir (non ne ricorrono le atmosfere e le situazioni), né un romanzo horror (per gli stessi motivi).
Forse un thriller? Parzialmente nelle pagine conclusive, non tanto, però, da includerlo, nella letteratura di genere. Forse un romanzo storico? No, se non per qualche rimando.
E allora? (...) ho parlato di un trattato romanzato sulla Libertà, ma non credo che questo basti ad includere il testo nel genere saggistico.
Un libro sui vampiri, dunque?
Qualche traccia, qualche pretesto, ma niente di definitivo.
Forse Raven voleva solo scrivere un libro sull'Umanità.
(...) 

(ib., pp. 15-16)

Concordo pienamente sul fatto che questo romanzo va indubbiamente collocato al di fuori di qualsiasi genere, benchè di essi compaiano tracce e stilemi che un lettore accorto potrà rintracciare ed evidenziare. Ma il romanzo, in verità, è qualcosa di più, anzi molto di più, ed è apprezzabile proprio per questa capacità di andare oltre.

Simon Raven, nato nel 1927 e morto nel 2001, è stato un prolifico scrittore di romanzi di successo, ma anche di sceneggiature.
Il morso sul collo è uno dei pochissimi tradotti in Italiano ed é stato uno dei primi romanzi pubblicati nella sua lunga carriera ed espressione precoce del suo interesse per il sovrannaturale.

 

Il Morso sul collo - edizione inglese

(Risguardo di copertina) Che fine ha fatto Richard Fountain, archeologo di successo, ex-militare e accademico votato a una brillante carriera? Dalle claustrofobiche atmosfere di un college d'Oltremanica alle colline assolate e sperdute della Grecia, infestate da un'inquietante presenza, fino al ritorno in Inghilterra, desiderato e temuto a un tempo, l'indagine e il ritrovamento del protagonista da parte di un manipolo di colleghi e amici si rivelerà non privo di colpi di scena mozzafiato. Dalla ricostruzione del passato - che muove dall'indagine e dagli incalzanti interrogativi ispettore Tyrrel - Anthony Seymour, voce narrante della vicenda e primo fra gli amici di Richard, sarà costretto a una corsa contro il tempo, finendo per il confrontarsi con un mito tenebroso, quello del vampirismo, che sembra un'invenzione di letteratura e cinema e intreccia invece le proprie radici con gli arcani riti di una civiltà che è abituata da secoli a nascondere i propri segreti. Tutto sembra risolversi al meglio, ma Anthony e gli altri non conoscono il destino che li attende: solo durante la cerimonia inaugurale dell'anno accademico presso il Lancaster College di Cambridge troveranno le risposte definitive.

https://thecharterhouse.org/.../life-simon-raven.../

Simon Raven

Simon Arthur Noël Raven (28 December 1927 – 12 May 2001) was an English author, playwright, essayist, television writer, and screenwriter. He is known for his louche lifestyle as much as for his literary output.

Expelled from Charterhouse School, he was commissioned in the infantry in National service, before studying at King's College, Cambridge. Unable to earn a living as a writer, he rejoined the Army, but soon resigned, rather than be court-martialled for 'conduct unbecoming' on account of his gambling debts.

Declaring that he wrote only for people who shared his own standards, he never attracted the mass market, and had to be rescued by publisher Anthony Blond, who paid him a regular wage on condition that he stayed out of London and concentrated on his writings, many of which Blond published. The arrangement lasted for over 30 years.

Raven is remembered for his ten-novel sequence Alms for Oblivion and its baroque, supernatural sequels The Roses of Picardie and September Castle; as well as The Feathers of Death, an exploratory early army novel dealing with homosexuality between officers and "other ranks". He also wrote scripts for the television drama series The Pallisers (1974) and Edward & Mrs. Simpson (1978)).

 


 

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14 marzo 2023 2 14 /03 /marzo /2023 10:21
Roberto Alajmo, Notizia dal disastro, Sellerio

Notizia del disastro (Sellerio Editore) è un racconto-inchiesta di Roberto Alajmo sul “dimenticato” disastro aereo nel mare antistante l’aeroporto di Punta Raisi - quello del volo di linea Alitalia 4128 - nel dicembre del 1978, ed era già stato pubblicato da Garzanti nel 2001 ma di recente - nel 2022 - è stato riproposto da Sellerio.
Come spiega lo stesso Alajmo, in una sua breve prefazione era importante scrivere di questo evento per diverse ragioni.
Innanzitutto perché questo disastro aereo giunto a sei anni di distanza dal precedente evento, quello di Montagna Longa, era stato oscurato da quello di poco successivo, cioè dell’aereo di linea scomparso nei cieli sopra Ustica. Alajmo fa notare che l’attenzione si fosse polarizzata su quelli piuttosto che sul volo caduto nel mare antistante l’aeroporto, l'uno rimasto avvolto in aura di mistero e di indeterminazione, l'altro studiato e sviscerato in tutti i possibili modi sino a giungere ad una conclusione veridica sulle cause del disastro, anche se "senza colpevoli".
E ciò malgrado che nella tragedia di Punta Raisi, a differenza di quella che l'aveva preceduta e di quella che l'aveva seguita, si fossero avuti dei superstiti (21 su di un totale di 129 tra passeggeri ed equipaggio), quasi dei miracolati, che forse avrebbero potuto essere ben di più se i soccorsi in mare fossero stati più organizzati e solleciti. 
I superstiti di questo volo hanno costituito una preziosa fonte di informazioni e testimonianze anche relativamente agli ultimi istanti delle vittime, di alcune delle quali il corpo non venne mai recuperato.
Quindi Roberto Alajmo ha voluto intraprendere questo faticoso e doloroso (per i sopravvissuti) lavoro di raccolta delle testimonianze per dare vita e spessore anche a tutti coloro che morirono.
I sopravvissuti che furono costretti a convivere con i propri sensi di colpa e con la sindrome del “miracolato”., con reazioni variegate: dall’esaltazione ipomaniacale alla decisa rimozione sino ad un forzato e ostinato oblio che ha suggellato loro le labbra, con reazioni in fondo analoghe a quelle descritte da Primo Levi nel suo saggio-testimonianza “I sommersi e i salvati”. Reazioni le più disparate che hanno anche a che vedere, indubbiamente, con la Sindrome Post-Traumatica da Stress.
Capitolo dopo capitolo impariamo a conoscere le storie individuali di coloro che si salvarono - e, per riflesso, anche di coloro che perirono - sia prima del volo (quello fu un giorno di terribili ritardi, di volo saltati e di liste d’attesa interminabili) sia durante. E ovviamente, come nel famoso film di Kurosawa le storie e le testimonianze divergono perché i diversi personaggi vengono viste da diverse angolazioni.
Il ruolo di Alajmo, narratore di tali eventi e di questi destini intrecciati, è analogo a quello di Fra Ginepro, il frate che venne incaricato di studiare le storie dcinque viandanti che perirono a causa del crollo inatteso ed improvviso di un ponte di tavole e corde in Perù aulla strada tra Lima e Cuzco.
Quali eventi li avevano portato ad essere assieme in quella fatidica giornata? Si era trattato di una semplice coincidenza, oppure era stata la volontà di Dio, il destino o il Fato, a decidere che quelle cinque vite dovessero essere recise proprio in quel momento? E quanto poi, a distanza di secoli da quell'evento, racconta Thornton Wilder, nel suo "Il ponte di San Luis Rey", con il suo personaggio Fra Ginepro che cerca di investigare e capire cosa avesse messo assieme quei cinque viandanti, se il Caso o la Necessità o il Destino.

 

Thornton Wilder, Il Ponte di San Luis Rey, Mondadori Oscar

Nel 1714 il ponte di San Luis Rey, che per oltre un secolo è stato la più importante via di collegamento per gli abitanti di Lima e Cuzco, in Perù, crolla improvvisamente, causando la morte di cinque persone. Fra Ginepro, un frate che si accingeva ad attraversarlo, assiste all'accaduto e sconvolto dalla tragedia inizia a porsi delle domande di carattere religioso e morale: chi erano quei cinque e perché si trovarono proprio lì? Cercando di risalire alle cause del crollo del ponte, la curiosità lo porta a ricostruire le vite dei cinque deceduti nel tragico evento: avevano qualcosa in comune? Nasce un problema morale su cui si pronuncia anche la Chiesa e che chiama in causa la Provvidenza: si è trattato di una tragedia o di una punizione divina, che ha fatto incrociare i destini dei cinque nel medesimo luogo alla medesima ora? Il Signore punisce così i malvagi oppure in tal modo chiama a sé gli innocenti? I quesiti, posti sull'eterna condizione umana e sulla morte, sulla misteriosa complicità di caso e destino, rimarranno inevasi.
 

È questo il compito che si è voluto assegnare Alajmo: e devo dire che ci è riuscito egregiamente, fornendomi spunti di riflessione e facendo scaturire dentro di me intense emozioni, ma anche consentendomi potenti visualizzazioni di quali eventi possano essersi verificati quando l’aereo  del volo Alitalia 112 che trasportava mio padre e altri 115 (inclusi i componenti dell'equipaggio) si schiantò su Montagna Longa il 5 maggio del 1972: la non ci furono sopravvissuti che potessero farsi carico del doloroso compito del ricordo e del racconto.

 

Roberto Alajmo, Notizia dal disastro, Garzanti Editore

(Risguardo di copertina) «Il disastro di Punta Raisi del dicembre del 1978, contrariamente agli altri che in varia misura hanno coinvolto l'aeroporto di Palermo, non ha come scenario un attentato o un complotto. Ha come scenario il destino. Semplicemente il destino. Paradossalmente è stato proprio questo che mi ha spinto a scrivere "Notizia del disastro". Il fatto che dietro ci sia solo il destino. Collettivo e grandioso: ma solo destino. Crudelissimo e ingiusto: ma solo destino».
«Avevo cominciato a raccogliere documentazioni e testimonianze, ma qua-si subito ho dovuto fare i conti con le discrepanze che diverse fonti mi prospettavano. Ne è venuto fuori una specie di Rashomon. Come nel film di Kurosawa, ogni testimone racconta la stessa vicenda da diverse angolazioni, finendo per riferirla in maniera discorde e contraddittoria. Da qui la dicitura Romanzo che si trova sul frontespizio di questo libro. A romanzare questa vicenda non sono stato io. Sono stati i suoi stessi personaggi».
Il disastro aereo avvenuto il 23 dicembre 1978 - un DC9 proveniente da Roma con 129 passeggeri, schiantatosi in mare per una serie di infauste concomitanze - ebbe solo 21 superstiti, anche se a uscire vivi dall'aereo furono una sessantina. Il resto annegò in attesa dei soccorsi, a poca distanza dalla costa. Di quei passeggeri Alajmo racconta cosa successe subito prima e, per chi visse, subito dopo l'incidente: biografie, coincidenze, eccentricità, illuminazioni, ironie della vita, slanci di generosità e chiusure di egoismo: una trama sorprendente che ha come protagonista il Fato.

 

Hanno detto
«Il racconto di Roberto Alajmo parla di tutte le persone coinvolte, sia sopravvissuti sia quelli che non ce l'hanno fatta. Dietro una scrittura cronachistica lui ci mette un cuore, un po' nascosto, un po' distaccato, un cuore che dà delle botte fortissime di emozione e ti lascia di stucco.» - Antonio Manzini per Maremosso

 

Roberto Alajmo

L’autore. Roberto Alajmo è nato a Palermo e qui continua a vivere. Collabora stabilmente con “l’Unità” e diverse altre testate nazionali.
Fra i suoi libri: "Almanacco siciliano delle morti presunte" (edizioni della Battaglia, 1996); "Le scarpe di Polifemo" (Feltrinelli, 1998); "Notizia del disastro" (Garzanti, 2001), col quale ha vinto il premio Mondello, "Carne mia" (Sellerio Editore Palermo, 2016) e "Io non ci volevo venire" (Sellerio Editore Palermo, 2021).
Con Mondadori nel 2003 ha pubblicato il romanzo "Cuore di Madre", finalista ai premi Strega e Campiello.
Nel 2004 è uscito "Nuovo repertorio dei pazzi della città di Palermo" e nel 2005 il romanzo "È stato il figlio", finalista al premio Viareggio e vincitore del SuperVittorini e SuperComisso.
Sempre per Mondadori nel 2008 è uscito "La mossa del matto affogato", seguito da "Il primo amore non si scorda mai" (2013).
Con Laterza ha pubblicato i saggi: "Palermo è una cipolla" (2005); "1982 - Memorie di un giovane vecchio" (2007); "L'arte di Annacarsi - Un viaggio in Sicilia" (2010); "Tempo Niente. La breve vita felice di Luca Crescente" (2011).
Per il teatro: "Repertorio dei pazzi della città di Palermo", "Centro divagazioni notturne" e il libretto dell'opera "Ellis Island", per le musiche di Giovanni Sollima.
I suoi libri sono tradotti in inglese, francese, tedesco, spagnolo, svedese e olandese.
(Fonti di questa nota bio-bibliografica: sito ufficiale dell'autore e archivio Laterza)

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3 marzo 2023 5 03 /03 /marzo /2023 16:27
J.-F. Grangé, Altare della paura, Garzanti

Da quando vidi il film "I fiumi di porpora" e lessi il libro che lo aveva ispirato. leggo sempre i romanzi di Jean-Christhof Grangé. Si potrebbe dire che li attendo al varco e non ne perdo uno
Le trame dei suoi romanzi a volte sono intricate, a volte quasi baroccheggianti e si tratta il più delle volte di thriller che tendono al noir con i personaggi principali che sembrano muoversi ai limiti del delirio e dell'allucinazione.
Ma ciò nondimeno mi tengono avvinto.
Grangé non mai ceduto alla tentazione di creare delle serie, in cui i singoli romanzi sono dei tasselli in una storia di ampio respiro che coinvolge sempre gli stessi personaggi principali.
Ogni romanzo si presenta come un novum (salvo alcuni che si presentano in qualche legati a coppie con il ricorrere degli stessi personaggi).
"Altare della paura" (Le jour des cendres, nella traduzione di Doriana Comerlati), pubblicato da Garzanti (Collana Narratori Moderni), nel 2021fa parte di questa tipologia di eccezioni, in quanto rappresenta la seconda indagine di una male assortita - eppure efficace - coppia di poliziotti, rispettivamente il commissario Paul Niémans e la sua aiutante sul campo Ivana Bogdanović.  Quest'ultima - sottoposta di Niémans - ha un passato difficile e doloroso dal quale si è riscattata con l'aiuto decisivo del commissario che le ha fatto da tutor salvifico, a tutti gli effetti.
I due vengono inviati dall'Ufficio centrale di Parigi per indagare su delitti di sangue gravi che si siano verificati nelle province più lontane della Francia e che richiedono una particolare delicatezza nelle procedure o che si presentano con una loro particolare complessità.
La loro precedente indagine (che ha rappresentato per noi lettori l'esordio della coppia di investigatori) si è svolta nell'Alsazia (si veda "L'ultima caccia", 2022).
Qui, invece, i due devono indagare su un presunto caso di omicidio avvenuto nel territorio dove vive da secoli una setta di anabattisti che hanno proprie usanze e riti (a somiglianza degli Amish in Pennsylvania) e che ammettono poche intrusioni nelle aree dove vivono grazie anche ad accordi impliciti con le amministrazioni locali confinanti.
Il presunto omicidio è avvenuto al tempo della vendemmia che per i "vendemmiatori di Dio" è fondamentale e rappresenta la principale risorsa economica.
Niémans indagherà dall'esterno, mentre Ivana si infiltrerà sotto copertura come lavorante stagionale.
L'indagine procede a ritmo incalzante e con numerosi colpi di scena, sino a quando i due - mettendo assieme le evidenze e i diversi bandoli - non giungono ad una risoluzione.
Una storia ben costruita che non mi ha deluso (15 luglio 2022)


(Copertina) In una comunità senza peccato, c'è un solo colpevole. E potrebbe essere l'unica anima innocente.
(Risguardo di copertina) Nella cappella alsaziana di Saint-Ambroise si riesce ancora a udire il fragore che ha accompagnato il crollo improvviso della cupola e la morte del vescovo Samuel, il cui corpo giace ormai senza vita sotto le macerie. A un primo sguardo, parrebbe trattarsi di un semplice incidente. Ma da alcuni dettagli non è possibile escludere l'ipotesi di un omicidio. È questo che pensano il detective Pierre Niémans e il suo braccio destro, Ivana Bogdanović, non appena visitano la scena del disastro. E scoprono che il luogo appartiene a una piccola comunità anabattista chiusa al resto del mondo. I suoi membri si fanno chiamare «vendemmiatori di Dio» perché vivono dei soli proventi di un vasto vigneto e si considerano gli unici emissari di un messaggio divino di purezza e integrità religiosa. Eppure, dietro una facciata di rettitudine e devozione, si cela una storia di rapporti coercitivi e malsani. Di promesse e giuramenti che non lasciano scampo. Di sacrifici che vanno oltre l'immaginabile e trovano la loro origine in un'interpretazione promiscua delle Scritture. Più Niémans e Bogdanović entrano in questa realtà fuori dal tempo, più si rendono conto di quanto sia difficile stabilire un confine tra bene e male, tra fede e fanatismo. Ma i due detective sono disposti a tutto pur di scoprire la verità. Anche a offrirsi come vittime sacrificali se serve a risparmiare vite innocenti ed evitare ulteriori spargimenti di sangue.
Torna il maestro del grande thriller con un nuovo episodio della serie che ha avuto inizio con il bestseller I fiumi di porpora, un successo internazionale senza precedenti, poi diventato un film con Jean Reno e Vincent Cassel. Nell'Altare della paura, Jean-Christophe Grangé accompagna i lettori nel cuore di una comunità apparentemente senza peccato, dove sembra impossibile individuare un movente o trovare un colpevole. Perché quest'ultimo potrebbe essere l'unica vera anima innocente.

 

Hanno detto
«Grangé non delude e si riconferma il re del grande thriller» – Le Figaro
«Un thriller straordinario, dal ritmo serrato, che ci ricorda come i sogni di purezza nascano spesso da cattive intenzioni» – Paris Match
«Grangé non ha pari, è capace di dipingere ritratti forti e incastonarli nel dramma della tragedia. L'altare della paura è un libro avvincente che si divora» – La Provence

Jean-Christophe Grangè

 

L'Autore. Jean-Christophe Grangé, nato a Parigi nel 1961, è autore di romanzi che hanno ampliato i confini del thriller tradizionale.
Dopo l'esordio negli anni Novanta, giunge alla notorietà grazie al film di Mathieu Kassovitz tratto da I fiumi di porpora (Garzanti 1999) interpretato da Jean Reno e Vincent Cassel, il primo di diversi adattamenti delle sue opere per il cinema e la televisione.
Per Garzanti ha pubblicato anche Il volo delle cicogne (2010), Il concilio di pietra (2001), Amnesia (2012), Il respiro della cenere (2013) e Il rituale del male (2016), primo volume della saga nera che trova la sua conclusione nell'Inganno delle tenebre (2017), La maledizione delle ombre (2019), L'ultima caccia (2020), sino  a L'altare della paura (2021).

Grangé, L'ultima caccia, Garzanti

Jean-Christophe Grangé, L'ultima caccia (nella traduzione di Doriana Comerlati),Garzanti (collana Narratori Moderni), 2020

Jean-Christophe Grangé ti aspetto sempre al varco! Da quando ti ho scoperto con "I fiumi di porpora" (a cui sono arrivato però tramite il film), non ho smesso di seguirti e di leggere le tue trame e i tuoi personaggi, a volte un po' contorti ed elaborati, ma sempre interessanti ed appassionanti, mai noiosi.
E ora attendo il prossimo… staremo a vedere (in genere Grangé ci regala un nuovo romanzo all'anno).
L'Ultima Caccia ci introduce alla conoscenza di un personaggio investigativo nuovo,  con il suo torbido e problematico passato, il commissario Niémans, e alla sua comprimaria, la giovane detective Ivana, anche lei forgiata da un passato complicato e doloroso. Niémans è stato prescelto per le sue particolari capacità intuitive e per la disinvolta rudezza con cui è capace di condurre le sue indagini, anche al prezzo - a volte - di infrangere delle regole e dei limiti.
I due vengono mandati ad indagare in uno scenario particolare, su di uno strano e truce caso di omicidio avvenuto nei boschi dell'Alsazia, riguardante il rampollo di un'illustre e potente famiglia tedesca (di alto lignaggio, peraltro).
Per questo motivo, il caso ha complicazioni internazionali e coinvolge in una inizialmente difficile collaborazione anche il corrispondente ufficio della polizia di oltreconfine.
Attraverso un percorso contorto e non semplice si arriverà all'individuazione di un colpevole, ma giustizia non sarà in fatta in senso pieno.
E tutti i personaggi, anche gli investigatori ritorneranno alla loro vita fiaccati e segnati, e con qualche insegnamento in più per quanto riguarda uno sguardo introspettivo su se stessi.

 


(dal risguardo di copertina) Nel cuore della Foresta nera, dove gli alberi fitti formano un dedalo inespugnabile, il buio non ha confini. È un buio che non lascia scampo e non perdona i passi falsi, come quelli commessi dal giovane Jürgen von Geyersberg, rampollo di una nobile e stimata dinastia. Quando il suo corpo viene rinvenuto con evidenti segni di mutilazione, è subito chiaro che si tratta di un efferato omicidio di cui può occuparsi una sola persona: il detective Pierre Niémans, l'uomo perfetto per risolvere casi spinosi che richiedono sangue freddo e riservatezza in ogni fase dell'indagine. Perché è importante che non trapeli alcun dettaglio e si impedisca alla stampa di ricamare sopra le vicende di una famiglia tanto rispettabile. Con l'aiuto dell'allieva Ivana Bogdanović e del comandante Kleinert, capo delle forze dell'ordine tedesche, Niémans si mette sulle tracce degli assassini, individuando, grazie al suo intuito infallibile, una valida pista da seguire: è quella della pirsch, un misterioso rituale venatorio che sembra risalire ai Cacciatori neri, un gruppo di criminali senza scrupoli assoldati da Himmler durante la seconda guerra mondiale per rintracciare ed eliminare gli ebrei. Ma più il tempo passa, più questa pista, all'inizio tanto promettente, si perde in sentieri secondari che sviano la polizia rischiando di far naufragare le indagini. Ma una nuova battuta di caccia sta per cominciare. Per arrivare alla verità, a Niémans e ai suoi non resta che stare al gioco e trasformarsi in predatori, prima che siano loro a diventare prede. Jean-Christophe Grangé si conferma uno degli autori di thriller più amati dai lettori. I suoi libri, tradotti in trenta lingue, occupano sempre i primi posti delle classifiche internazionali e il suo ultimo successo non fa eccezione. Con L'ultima caccia, Grangé torna alle atmosfere del romanzo che gli ha regalato la notorietà, I fiumi di porpora, e tesse una storia ricca di suspense e colpi di scena, dove gli orrori del passato sono la chiave per risolvere gli enigmi del presente.

 

Hanno detto:
«Una storia scritta a regola d'arte, un romanzo che vi terrà col fiato sospeso fino all'ultima pagina» – Le Figaro Magazine
«Un colpo da maestro, Jean-Christophe Grangé ritorna alle atmosfere dei "Fiumi di porpora" regalandoci un romanzo ipnotico sulle insidie nascoste nei legami di sangue» – l'Opinion
«"L'ultima caccia" ci conduce nella profonda oscurità dell'animo umano, rivelandone i lati più terribili. Un romanzo squisitamente inquietante e imperdibile» – Marie Claire France

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3 marzo 2023 5 03 /03 /marzo /2023 16:15
Carl-Johan Vallgren, L'uomo del mare, Longanesi, 2013

I romanzi di Carl-Johan Vallgren sono solitamente speciali ed insoliti, e rappresentano bene una voce fuori dal coro nell'ambito dei cosiddetti giallisti e autori di noir scandinavi. 
L’uomo del mare (nella traduzione di Carmen Giorgetti Cima), pubblicato da Longanesi nel 2013 non sfugge a questo assioma.
Nella e Robert sono fratello e sorella e figli di una coppia di genitori bevitori, la madre inetta e incapace, il padre violento e irascibile. Robert è un disabile psichico.
Nella lo supporta, per quanto può, ma a scuola Robert è sottoposto ad azioni di bullismo.
Le traiettorie di vita di Nella e Robert si intersecano con quelle della banda di un certo Gerard, anche lui alunno della scuola, ma perversamente violento ed anche malvagio che dovunque semina terrore, distruzione e morte.
A causa di Gerard Nella sente di essere arrivata in un vicolo cieco, senza via di uscita.
A questo punto un fiabesco uomo del mare viene in suo aiuto: è un elemento sovrannaturale per la cui esistenza non sono richieste spiegazioni. Da un momento all'altro compare e così come è arrivato, poi scompare, lasciando dietro di sé una scia di perturbante, ma anche l'idea che - in modi imprevedibili - il Bene possa alla fine trionfare.
In questo romanzo, noir, mito e fiaba si intersecano dando vita ad una tessitura narrativa davvero apprezzabile.


(Risguardo di copertina) La vita non è stata generosa con Nella e il piccolo Robert, prigionieri di un'esistenza segnata dalla paura, col padre che entra ed esce continuamente di galera e la madre alcolizzata. E raccontare storie che infondano la speranza di un nuovo inizio è l'unico modo per sopravvivere senza impazzire. Così, giorno dopo giorno, Nella racconta a Robert la vicenda di un bambino nato, come lui, in un paesino di mare della Svezia meridionale, timido e goffo come lui, che come lui deve affrontare, oltre all'assenza dei genitori, le angherie dei compagni di scuola, spietati carnefici della diversità. Angherie dalle quali, nella vita reale, solo Nella tenta di difenderlo, lei che, a sedici anni, deve occuparsi di tutto. E se nella vita reale, a differenza del racconto, gli eventi sembrano procedere inesorabilmente verso il peggio, un giorno accade l'impensabile: l'incontro inatteso con l'uomo del mare

Carl-Johan Vallgren

sembra cambiare ogni cosa. Tra lui e Nella nasce un'amicizia profonda, ma in un mondo segnato dalla violenza il segreto straordinario che li lega non potrà rimanere tale a lungo…

L’autore. Carl-Johan Vallgren è un autore svedese, nato nel 1964. Dopo aver vissuto a Madrid, Copenaghen e Berlino, vive tutt'oggi a Stoccolma con moglie e i suoi tre figli. Musicista e scrittore, è tra i più noti e apprezzati autori del suo Paese, vincitore nel 2002 del prestigioso August Prize per il suo romanzo Storia di un amore straordinario. Con Il bambino ombra, primo libro di una serie che ha come protagonista Danny Katz con cui esordisce nel thriller, si è prepotentemente affermato nel panorama editoriale internazionale. Nel 2016 è uscito il secondo caso di Danny Katz, Nel tunnel
(Marsilio

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28 febbraio 2023 2 28 /02 /febbraio /2023 11:27
Charles Kenny, La danza della peste, Bollati Boringhieri

La danza della peste. Storia dell’umanità attraverso le malattie (The Plague Cycle. The Unending War between Humanity and Infectious Diseases, nella traduzione di Bianca Bertola), di Charles Kenny, proposto da Bollati Boringhieri (nella collana Saggi Storia) nel 2021, è un studio approfondito sul ruolo che le malattie infettive hanno avuto nello sviluppo dell’Umanità. 
Dei quattro cavalieri dell’Apocalisse, secondo San Giovanni, inviati sulla Terra per “sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere”, il Quarto sembra essere la morte stessa, il Terzo é universalmente riconosciuto come la carestia e il Secondo come la guerra, ma rimangono accese le discussioni sul Primo Cavaliere, anche se alcuni studiosi propendono a ritenere che si tratti delle pestilenze.
Dunque, ci avverte l’autore che anche se avevamo ritenuto che nel XXI secolo le maggiore piaghe dell’Umanità avrebbero potuto essere guerre e carestie, l’avvento del Covid-19 ci ha dovuto far ricredere e ci ha indotto a ridare al Terzo Cavaliere la sua giusta importanza.
Il Covid-19 è stata solo un’avvisaglia di altri eventi analoghi che potranno verificarsi in un futuro non lontano. In un mondo sovrappopolato e di scambi globali frenetici, di continua erosione degli ambienti naturali e di contaminazioni tra l’uomo e specie animali che sono vettrici di virus ancora sconosciuti e patogeni, la possibilità di altri eventi infettivi su larga scala e oltremodo possibile. E quindi bisogna essere preparati e non abbassare la guardia.
Non si può non apprezzare un'esposizione della materia da parte dell’autore assolutamente articolata e lucida.
È un saggio che, in una successione di capitoli tematici e senza appesantimenti, ma con il supporto di una vasta bibliografia e di un apparato di note, consente di arricchire le proprie conoscenze e farsi delle proprie idee. 

 

Hanno detto (quarta di copertina):
«Splendido […]. La forza intellettuale de La danza della peste è la sua analisi storica approfondita in grado di svelare la complessità delle relazioni tra globalizzazione, prevenzione delle malattie e stabilità politica ed economica… un saggio davvero magnifico!» Dorothy Porter, University of California, San Francisco 
«Una visione completamente nuova della storia del mondo: ampia, umana e sfortunatamente attuale
» - Tim Harford 
«Un libro assolutamente da leggere se si vuole davvero comprendere la crisi generata dal Covid-19, ed essere preparati a ciò che potremmo dover vedere di nuovo» - Richard Florida 
«Il racconto brillante di ciò che potrebbe sembrare l’argomento più importante di questi anni, ma che Charles Kenny dimostra essere l’argomento più importante degli ultimi cinquemila anni. Con chiarezza, profondità e arguzia, Kenny ci offre il quadro generale delle pandemie e del loro sviluppo nella storia» - Steven Pinker, Harvard University, autore di Come funziona la mente 

 

(Risguardo di copertina) Se osserviamo lo sviluppo dell’umanità nello scorrere dei millenni, ci rendiamo conto che la vitalità degli imperi, di qualsiasi età e latitudine, è sempre stata influenzata da una costante ineludibile: le malattie infettive. Colpendo a ondate reiterate, questa «danza della peste» ha imposto il ritmo della crescita e del declino di ogni civiltà umana, nessuna esclusa. Charles Kenny analizza la grande Storia della nostra specie tramite la lente, spesso trascurata, delle infezioni. Un’esplorazione che va dai vecchi imperi dissolti a causa di nemici invisibili fino all’emergere del concetto di igiene e sanità pubblica, dalle rotte degli schiavi ai genocidi causati dal vaiolo, dalle quarantene nella storia delle migrazioni fino all’HIV e all’Ebola, dagli albori delle campagne vaccinali ai movimenti no-vax. Grazie ai progressi della medicina, nelle ultime generazioni pareva che l’umanità si fosse liberata dalla morsa dei cicli pandemici, dando vita a un mondo globalizzato e spensieratamente florido. Ma questo incredibile sviluppo è diventato precario proprio a causa degli insidiosi aspetti di una prosperità apparentemente senza limiti. Le fluttuazioni della popolazione, il commercio globale e il cambiamento climatico hanno reso l’umanità di nuovo vulnerabile alle epidemie, come ha dimostrato fin troppo chiaramente il caso del Covid-19. In queste pagine, chiare e puntuali, scopriamo aspetti inediti della storia dell’uomo, informazioni a tratti inquietanti che pure è quanto mai necessario conoscere. Ma capiamo anche quanto sia urgente una maggiore cooperazione globale verso una salute sostenibile se vogliamo rimettere l’umanità sul cammino virtuoso già intrapreso contro le infezioni.

 

L’autore. Charles Kenny è ricercatore presso il Center for Global Development di Washington. Si è laureato in Storia a Cambridge, specializzandosi successivamente presso la Johns Hopkins University e la School of Oriental and African Studies di Londra. Ha collaborato alle riforme politiche in materia di salute globale, al peacekeeping e alla lotta alla corruzione finanziaria internazionale. Ha trascorso quindici anni come economista presso la Banca Mondiale, operando a Baghdad, Kabul, Brasilia e Pechino. Per Bollati Boringhieri ha pubblicato Va già meglio. Lo sviluppo globale e le strategie per migliorare il mondo (2012).

I quattro cavalieri dell'apocalisse nella famosa incisione di Albrecht Durer

(da wikipedia) I Cavalieri dell'Apocalisse sono quattro figure simboliche introdotte nell'Apocalisse di Giovanni 6,1-8, successivamente presenti nella cultura medievale e in quella contemporanea.

Essi si presentano all'apertura da parte dell'Agnello (Gesù Cristo) dei primi quattro di sette sigilli che tengono chiuso un rotolo di papiro o di pergamena che Dio tiene nella mano destra. A parte l'ultimo, chiamato Morte/Peste (il termine greco θάνατος, thánatos, ha entrambi i significati), i nomi dei cavalieri non sono menzionati e perciò il loro significato simbolico deve essere dedotto dai loro attributi.

Nella celebre xilografia di Albrecht Dürer (ca. 1497–98) quattro cavalieri cavalcano in gruppo, guidati da un angelo, per portare morte, fame, guerra e conquista militare.
Le interpretazioni degli esegeti, tuttavia, sono discordanti, soprattutto per quanto riguarda il primo cavaliere, quello che monta un cavallo bianco. Numerosi tratti, infatti, "collocano il primo cavaliere in un ruolo e in un'atmosfera diversa da quelli chiaramente negativi in cui si muovono gli altri tre. Così sentivano i commentatori antichi che nel primo cavaliere vedevano il Cristo o la corsa vittoriosa della predicazione cristiana. Dopo che poi, soprattutto per influsso della xilografia di A. Dürer (1498), per qualche secolo è stata dominante l'interpretazione negativa di quel cavaliere, ora si torna a sentire come gli antichi con sempre maggiore insistenza".

Secondo una diffusa interpretazione moderna, invece, essi sarebbero tutti e quattro portatori di una punizione divina che precorre il giudizio universale. 
Essi, infatti, simboleggerebbero nell'ordine la conquista militare (cavallo bianco, cavaliere con arco), violenza e stragi (cavallo rosso, cavaliere con spada), carestia (cavallo nero, cavaliere con bilancia), morte e pestilenza (cavallo verdastro). 
Citazioni moderne nella cultura pop e nei media contemporanei hanno associato agli ultimi tre gli appellativi di Guerra, Carestia e pestilenza/morte.

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28 febbraio 2023 2 28 /02 /febbraio /2023 09:32
Gordon Williams, Cane di paglia, Lupetti Editore, 2010

Dopo molto tempo, decenni dall'uscita del film di Peckinpah sono riuscito a leggere il romanzo a cui il film Straw Dogs si inspirò, pubblicato in anni recenti da una piccola casa editrice italiana che ripropone dei testi " dimenticati" e ingiustamente negletti.
Il romanzo scritto Gordon M. Williams, Cane di paglia (The Siege of Trencher’s Farm, nella traduzione di Massimiliano Marcon), fu pubblicato nel lontano 1969 e mai tradotto in lingua italiana (almeno per quanto ne sappia io) sino a quando non è  stato recuperato meritevolmente da Lupetti Editore (collana I Rimossi), solo nel 2010

La trama è semplice ed essenziale. Il professore George Magruder si è ritirato a vivere in un cottage del Galles (o della Cornovaglia) con la sua famiglia per trascorrervi un anno sabbatico e portare a termine - in quella che aveva auspicato essere una pace bucolica - un suo saggio su di un erudito inglese di epoca elisabettiana.
Ma così non sarà.
I Magruder, considerati spregiativamente "yankee" dalla popolazione locale, sono malvisti e considerati degli intrusi malgrado qualche debole sforzo da parte della moglie di George - che è di origini britanniche - di socializzare.
Per un concorso di circostanze in una notte di bufera, anzi di tormenta, la loro casa viene presa d’assalto da un gruppo di uomini del posto totalmente sbronzi, armati e forse anche un po’ psicopatici.
Comincia un assedio senza esclusione di colpi.
Il mite Magruder, nel momento in cui il suo spazio domestico, viene minacciato, dismette la patina di civilizzazione e buone maniere, e prende a rispondere colpo a colpo con ferocia e determinazione, proprio nel momento in cui si rende conto che la sacralità del suo spazio privato domestico è minacciata, e fornendo così una icastica semplificazione delle teorie esposte molti anni dopo da Francesco Dragosei, nel suo saggio Lo squalo e il grattacielo. Miti e fantasmi dell’immaginario collettivo americano, Il Mulino, 2002, elaborato poco dopo l'evento drammatico del crollo delle Torri Gemelle.


Magistrali le immagini cinematografiche di Sam Peckinpah, con un giovanissimo ed efficace Dustin Hoffmann, nei panni di George Magruder: il film ricalca, grosso modo, il solco tracciato da Gordon Williams, anche se - avendo letto il romanzo - si potranno registrare delle differenze rispetto alla storia originale: tra queste il fatto che la moglie di Magruder non soltanto è genericamente britannica ma è anche originaria del piccolo villaggio in Cornovaglia dove si sono trasferiti a stare e che, a causa di ciò vi sono problemi relazionali irrisolti con alcuni dei suoi coetanei, tra i quali un suo antico spasimante. Altra differenze è che Magruder non è un letterato nel film, bensì un astronomo che deve completare un suo nuovo libro ricco di formule matematiche e che, a causa di ciò vive in un mondo di elucubrazioni tutte sue. In più, nel film, la moglie è vittima di una violenza sessuale, cosa che nel romanzo rimane in sottofondo, mai agita, ma soltanto fantasticati dai primitivi abitanti di Dando.
Queste differenze sono tuttavia ininfluenti nel trasmettere al fruitore del film sensazioni analoghe a quelle che dà la lettura del romanzo dove in un'escalation vorticosa Magruder assume quasi caratteristiche ferine per proteggere a tutti i costi il suo spazio domestico, cessando di essere un "cane di paglia", cioè un fantoccio inerte ed incapace e riconquistando (forse) la stima, il rispetto e l'amore da parte della moglie.

 

(Risguardo di copertina) Il professor George Magruder, sua moglie Louise e la piccola Karen si sono trasferiti da soli sei mesi nel piccolo villaggio inglese (immaginario) di Dando. Americano di nascita e di principi, Magruder soffre il cambiamento che rallenta la lavorazione del suo ultimo libro. Inglese di temperamento libero e sanguigno, Louise torna nel suo paese dopo la delusione del sogno americano e quella del suo matrimonio. La loro vicenda famigliare è però travolta dai segreti di Dando e dal primitivismo istintuale dei suoi abitanti, schivi, infidi e pericolosi. Finché la fuga di un malato di mente non renderà tutto ancora più difficile.
Pubblicato per la prima volta nel 1969 da Secker&Warburg, "The Siege of Trencher's Farm" portato due anni più tardi sul grande schermo da Sam Peckinpah con l'emblematico titolo di "Straw Dogs, Cane di paglia" (espressione tratta dal "Tao Te Ching" di Lao-tse).
Benché soltanto implicito nel romanzo di Williams, il tema della violenza sessuale come appendice della violenza lato sensu marcherà una nuova fase nella riflessione culturale sul male e sulla silenziosa ambiguità del contratto sociale.

Gordon Williams

L’autore. Dopo una breve parentesi da giornalista, Gordon Williams (1934-2017) di origini scozzesi, si è affermato come autore televisivo e prolifico autore di romanzi. Ha lavorato anche come ghost-writer di celebri autobiografie, fra cui quella del celebre calciatore Bobby Moore. Con Terry Venables (ct della nazionale inglese e di molti club europei tra cui il Barcellona) ha firmato quattro libri e la serie televisiva Hazel. Il suo romanzo The Siege of Trencher’s Farm, più noto come Il cane di paglia (Straw Dogs), pubblicato nel 1967, ha ispirato l’omonimo film di Sam Peckinpah, di cui nel 2011 é stato prodotto un remake.

Cane di paglia, il film. Locandina

Cane di paglia (Straw Dogs) è un film del 1971 diretto da Sam Peckinpah, tratto dal romanzo The Siege of Trencher's Farm di Gordon M. Williams.

Il titolo della pellicola è tratto dal Tao Te Ching di Lao Tzu:

«Il Cielo e la Terra non usano carità, tengono le diecimila creature per cani di paglia. Il santo non usa carità, tiene i cento cognomi per cani di paglia»

La violenza diventa la vera protagonista di tutta la vicenda, man mano che si assiste al mutamento del "cane di paglia" in un essere aggressivo e veemente. La tesi del film è, dunque, che nessuno è un "cane di paglia" e non esistono al mondo persone che accettano passivamente il proprio destino senza mai reagire alle ingiustizie ed ai piccoli soprusi che subiscono quotidianamente, mentre è invece insito nella natura umana l'istinto di autodifesa, che può emergere nel modo più brutale possibile, spingendoci a chiederci se in realtà la società non sia ancora silenziosamente governata dalle leggi tribali. 

 

Nel 2011 il film è stato oggetto di un remake, sempre di segno americano.

 

 

 

Cane di paglia.  Un romanzo dimenticato che tuttavia merita una lettura
Cane di paglia.  Un romanzo dimenticato che tuttavia merita una lettura
Cane di paglia.  Un romanzo dimenticato che tuttavia merita una lettura
Cane di paglia.  Un romanzo dimenticato che tuttavia merita una lettura
Cane di paglia.  Un romanzo dimenticato che tuttavia merita una lettura
Cane di paglia.  Un romanzo dimenticato che tuttavia merita una lettura
Francesco Dragosei, Lo squalo e il Grattacielo, Il Mulino

Francesco Dragosei, Lo squalo e il grattacielo. Miti e fantasmi dell’immaginario collettivo americano, Il Mulino, 2002

 

Uscito poco dopo la tragica caduta delle Torri Gemelle, il saggio di Dragosei, fondato sull’esame di una vasta gamma di fonti letterarie e mediatiche, fornisce una lettura estremamente interessante sul rapporto che lega gli Americani con il proprio spazio privato che è, insieme, home e homeland.
Mi è venuto in mente, leggendo “The Siege of Trencher’s Farm” (Cane di paglia) a cui si é ispirato Straw Dogs, il celebre film di Sam Peckinpah, con Dustin Hoffman protagonista nei panni dell’innocuo George Magruder, mansueto professore di college, tranquillo e pantofolaio, che però diventa una belva quando il suo spazio privato é minacciato di essere violato da una masnada di bulli del paesotto del Galles dove si é ritirato a trascorrere il suo anno sabbatico.

 

 

(Risguardo di copertina) Nel suo studio sui miti Mircea Eliade illustra come parte delle azioni dell'uomo si rifaccia a una serie di antichissimi archetipi simbolici impressi nella coscienza collettiva. Ne va alla ricerca nella cultura americana, con un paziente lavoro durato un decennio, Francesco Dragosei, che analizzando una serie di narrazioni ed elaborazioni dal '600 a oggi, vede il trauma della casa assediata e aggredita costituirsi e ricostituirsi ricorrentemente in tutte le province dell'immaginario americano. Da "Via col vento" a "Blade Runner", dall'iceberg del Titanic al lupo che incombe nelle casette dei tre porcellini, da Moby Dick a Dick, De Lillo o Pynchon il lettore comprenderà appieno la desolazione profonda dinanzi al Ground Zero.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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