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10 febbraio 2023 5 10 /02 /febbraio /2023 09:55

Se è andato un vecchio caro amico

Gian Mauro Costa su Facebook

Foto condivisa su Fb da Gian Mauro Costa che ha commentato: “Se è andato un vecchio caro amico”.

Foto condivisa su Fb da Gian Mauro Costa che ha commentato: “Se è andato un vecchio caro amico”.

La grande magnolia abbattuta (foto di Maurizio Crispi)

È crollato un gigante.
È stato come se l’enorme mano d'un gigante invisibile avesse abbattuto un suo pari, dopo una strenua lotta.
Il gigante crollato è l'immensa Magnolia, ubicata all'angolo tra Viale delle Magnolie e via Boris Giuliano (ex Via Piemonte) che - da quando abito in questa zona (e, cioè, dal 1962) - ogni giorno mi sono ritrovato ad ammirare (e a salutare) quando passavo sotto la sua vasta canopia nei miei spostamenti quotidiani.
Tra l'altro, anche adesso, ogni giorno passo da lì, in occasione della mia passeggiata mattutina con il cane. Di solito, percorro viale Lombardia, quindi svolto per via delle Magnolie e passo sul ponticello di metallo, che, nel tempo, è stato parzialmente conglobato nella massa sempre più sviluppata di tronco e radici columnari (cosa che mi piace molto fare). Oggi, al momento di uscire, ho perso del tempo: non trovavo il mio I-phone e mi sono soffermato a scrivere una mail. Probabilmente, se fossi andato senza questi imprevisti mi sarei trovato a passare sotto la magnolia proprio nel momento critico…
Passare da lì, percorrere il ponticello metallico che moltissimi anni addietro l'amministrazione comunale pose per evitare ai passanti di inciampare nell'asperità delle radici emergenti dal suolo e causanti dissesto del marciapiedi, era per me un must. Come pure era un must stare ad osservare le radici pensili che scendevano lungo il tronco e che, anno dopo anno, si andavano ingrossando sino a diventare tronchi che poi si fondevano con quello principale.
Il guaio è che queste magnolie senza la possibilità di gettare radici columnari anche a distanza dal tronco principale e che poi diventano delle vere e proprie colonne portanti della grande fabbrica arborea e senza periodici interventi di alleggerimento finiscono con il diventare instabili, anche perché le radici nel terreno non possono andare dovunque, espandendosi a raggiera, in considerazione della cementificazione.
La grande Magnolia cresciuta a dismisura, con le sue radici interamente su suolo pubblico, è stata sottoposta a manutenzione l'ultima volta circa 10 anni addietro (secondo la testimonianza di uno dei condomini dello stabile ad angolo) e poi nulla più, malgrado le numerose richieste che si sono succedute nel corso degli anni senza che ottenessero nessuna significativa e fattiva risposta.

Ma torniamo al fatto.
Al crollo un’auto di passaggio è rimasta intrappolata. Il tettuccio è stato parzialmente deformato, ma i passeggeri sono stati estratti illesi, per quanto scioccati, grazie all'intervento tempestivo di un buon samaritano e accompagnati all'interno dell'atrio del Tiffany Cityplex, in quel momento aperto per via della presenza del personale adibito alle pulizie. Per loro, solo tanta paura e, ovviamente i danni materiali della vettura schiacciata sotto il peso immane dei rami.
E, per fortuna, il crollo non è avvenuto in ora di punta, quando - spesso e volentieri - le auto in questo tratto di strada sono incolonnate.
Altre auto parcheggiate ai lati della via sono state sepolte sotto le possenti diramazioni del tronco principale.
Come già detto, l’enorme magnolia si trova ubicata all’angolo tra via Boris Giuliano (ex via Piemonte) e viale delle Magnolie, qui a Palermo.
Il crollo è avvenuto con un enorme schianto, attorno alle 7.20: così hanno riferito alcuni condomini della palazzina ad angolo che sono stati a lungo ad osservare gli spasmi dell'albero mentre si apprestava il crollo, quasi avesse ingaggiato una lotta contro un nemico invisibile, prima di soccombere.
Soffiava, nelle ore del cedimento, un forte vento di grecale a raffiche.
Interessante notare che la prima auto della Polizia municipale è arrivata soltanto alle 8,10. Molta tempestività, davvero.
Ma c’è anche da dire che i Vigili Urbani, con maggiore urgenza, sono andati a presidiare l’incrocio tra via Piemonte e via Principe di Paternò. Ovviamente, si è creato subito un ingorgo di immani proporzioni.
Anche i Vigili del Fuoco sono arrivati in leggero ritardo.
Hanno transennato approssimativamente le macerie del grande albero che occupavano l’intera carreggiata e hanno cominciato a sgridare rudemente chi faceva la mossa di avvicinarsi molto: “Adesso che siamo arrivati noi C’é pericolo!” - ha detto qualcuno di loro, con involontaria e inconsapevole ironia.

Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi

Foto di Maurizio Crispi

Poi, dopo qualche tempo, sono arrivate le motoseghe con le loro urla laceranti e il gigante è stato smembrato e fatto a pezzi, in un tempo risibile considerando il tempo che aveva impiegato a crescere e a fortificarsi.
E mentre le motoseghe urlavano, la magnolia lacerata e spaccata piangeva rivoli di sangue bianco.

A poco a poco, a fatica, il grande corpo è stato smembrato, via le braccia, via le gambe, poi tagliato a pezzi, ma il colosso ha resistito a lungo, in una dura lotta con le motoseghe che stridevano e un escavatore enorme che abbatteva i denti di acciaio che guarnivano la sua benna sul tronco principale già scalfito dalle lame della motosega, per completare la loro opera destruente.
Una tristezza infinita, ancora maggiore di quella derivante dal vedere il colosso abbattuto sull'asfalto.
L’agonia è durata sino al tardo pomeriggio, quando già era calato il buio e quando rimanevano soltanto frammenti e detriti; e soltanto le grandi radici tabulari ancora profondamente radicate.
Chi sa se dopo, con calma e meticolosità, gli uomini delle motoseghe e delle ruspe ingaggeranno una battaglia pure contro di loro!
Oso pensare (e desiderare nel profondo del mio cuore) che quelle radici possenti, sporgenti dal terreno come le creste di un dinosauro antico, vengano lasciate lì in segno di rispetto e nella memoria del grande albero, in attesa che magari un giorno possano germogliare di nuovo e rigenerare una pianta vigorosa.
E' solo una fantasia la mia, ovviamente, perché molto realisticamente sono certo che tutto quanto verrà spazzato via, in nome dei "sani" principi della sicurezza e del "mettere tutto in sicurezza" che escludono del tutto il pensare e il sentire poetico ed emozionale.

È stata questa la fine triste di un gigante che mi è stato compagno, anche amico direi, e che, negli anni, ho fotografato, per non parlare delle innumerevoli volte in cui al mio passaggio ne ho sfiorato il tronco sperando che una parte della sua forza entrasse in me.

Un gigante buono e gentile che, anche nel momento del crollo, è riuscito a non far male a nessuno.

Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi

Foto di Maurizio Crispi

Ficus, riflessione del giorno dopo: io non conosco chi abita nell’appartamento che gode di un bel giardino utilizzato per parcheggiare l’auto e le motociclette anziché godersi il verde in città, e sicuramente mi renderò impopolare con questo post; ma, dalla fotografia, risulta evidente che il cortiletto cementificato apparteneva per legge di natura al ficus centenario, piantumato anni prima che si decidesse di costruire il palazzo, che si decidesse di fare della curva a valle un asse viario dirimente del traffico cittadino. Altre epoche, altre sensibilità, ma mi piacerebbe sognare un futuro in cui le città diano il giusto respiro agli alberi e alla natura, nostra salvezza.

Maria Adele Cipolla - riflessione del giorno dopo

La Conigliera, storica tenuta dei Florio, doveva essere all’inizio del secolo uno degli spazi verdi più belli della città, un giardino caratterizzato dalle sue geometrie e dalla presenza di una struttura Liberty, ora non più esistente. Di quest’area, travolta dalla speculazione edilizia e distrutta infine da un incendio, oggi rimane soltanto un filare di ficus, che costeggia l’attuale via delle Magnolie.

La conigliera dei Florio, emblema di un altro progresso

La memoria della "Conigliera", in Viale delle Magnolie n.1, a Palermo (foto di Maurizio Crispi)

(Mauro Alessi) Panormos era una città tutta giardino e come una collana (dal greco ὅρμος) cinta dalla Conca d'Oro. In questo Eden le famiglie nobili e quelle venute dall'estero per innovative attività imprenditoriali condividevano il piacere di una vita immersa nella Natura di parchi e ville ricchi di specie botaniche acquistate in paesi esotici o scambiate tra loro, nell'ottica di una competizione nata per stupire ospiti, amici e visitatori. Vincenzo Florio che risiedeva all'Olivuzza, a villa Igiea e alla Casina dei Quattro Pizzi all'Arenella aveva acquistato un appezzamento di terreno dell'enorme giardino del duca Oneto di Sperlinga (firriato di Sperlinga) che si estendeva dalla sua settecentesca villa in via P.pe Palagonia (oggi diventata sede del Tribunale per i minori e del carcere Malaspina) verso la costa. Con la sua passione per la caccia e per la botanica realizzò una "conigliera" con un viale d'accesso costeggiato da sedici Ficus Macrophylla columnaris (denominati anche magnoloides da cui Viale delle Magnolie), figli del primo arrivato 170 anni prima all'Orto botanico di Palermo dall'Australia. Alla fine del viale era stato edificato un cottage (chalet) con torretta d'avvistamento per la cacciagione e al centro della conigliera una grande gebbia per irrigazione di agrumi e specie floreali spesso utilizzata per svaghi balneari e per gite in pedalò come fosse un laghetto.
All'interno del cottage, era predisposta una sala biliardo che permetteva il riposo di figli e consorti durante l'attività venatoria di padri e mariti. Un'altra porzione del 'firriato Sperlinga' era stata acquistata nel 1886 da Joshua Whitaker e dalla moglie Euphrosyne, che risiedevano nella palazzetto in stile gotico-veneziano, oggi sede della Prefettura in via Cavour.
Nel 1952 il sindaco Scaduto stipulò un accordo fra il Comune, i rappresentanti della Società Generale Immobiliare e i proprietari dei terreni autorizzando lottizzazioni di 60.000 
metri quadri a fronte di una cessione di 18.000 mq. come parco pubblico urbano (l'attuale "villa Sperlinga"). La speculazione travolse tutto e i poveri Ficus Macrophylla furono avvolti dal cemento non riuscendo più a trovare appigli per le loro radici aeree (columnari) e incontrando fondazioni edilizie per quelle sotterranee.

Le osservazioni di Mauro Alessi si ispirano ampiamente ad un articolo scritto da Cassandra Carroll Funsten, architetto paesaggista che allego qui di seguito in .pdf, scaricabile.

Ecco lo splendido articolo sulla "Conigliera dei Florio di Cassandra Carroll Funsten, architetto paesaggista

Quel che rimane del gigante crollato (foto di Maurizio Crispi)

Magnolia schiantata, ultimo atto

L'altro giorno sono arrivati con motoseghe, ruspe e altri macchinari e hanno rimosso tutto ciò che restava del gigante abbattuto, sino a non lasciare di esso più alcuna traccia.
Questo intervento radicale ha posto fine alla mia fantasia che dai resti delle possenti radici ancorate al suolo potesse rinascere qualcosa e che potesse avere luogo il miracolo della rigenerazione del gigante.
Oppure che quelle radici, per quanto isterilite, venissero lasciate lì a perenne memoria di quella meraviglia arborea di un tempo.
Lo spirito pragmatico ha prevalso, mentre invece nell'approccio a queste cose - secondo il mio modesto parere - ci vorrebbe un po' di fantasia e di un afflato di speranza.
Adesso che è stata fatta piazza pulita, sarebbe bello se l’amministrazione comunale ponesse qui una lapide commemorativa in memoria del gigante arboreo e del suo crollo e, magari anche se, vicino ad essa, piantasse anche un giovane virgulto d'una pianta di lunga crescita che sia compatibile con la costruzione adiacente; magari un cipresso o un olivo, o anche un carrubo.
Ma so che una simile cosa non accadrà mai.
Ai nostri amministratori mancano la voglia di coltivare il ricordo, la cultura e la sensibilità necessarie.

A Palermo è crollato un gigante
A Palermo è crollato un gigante
A Palermo è crollato un gigante
A Palermo è crollato un gigante
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31 gennaio 2023 2 31 /01 /gennaio /2023 12:15
A Trieste - estate 1962 - Abbazia (dal mio archivio di immagini)

Nell'Agosto del 1962, io e la mamma andammo a fare un viaggio estivo e fu la prima volta che partimmo assieme durante le vacanze.

 

La nostra metà fu Trieste, dove era allora di stanza mio zio Luigi che era ufficiale dell'Esercito, assieme alla sua famiglia. 
Fummo loro ospiti in una vecchia casa che era il loro alloggio d'ordinanza. 

 

Quasi ogni giorno facevamo delle escursioni con la zia Adele alla guida di una vecchia  e gloriosa Dauphine. 

 

Andammo un po' dappertutto nei posti più facilmente raggiungibili: ad Abbazia, a Zagabria, alle grotte di Postumia e persino al maestoso Sacrario di Redipuglia (a questa visita partecipò anche lo zio, in divisa). 

 

Nella visita al Castello di Miramare, si unirono a noi anche la zia Jole e la cugina Adamaria che proprio in quell'estate aveva conseguito il diploma di maturità classica.

 

Le foto sono davvero ruspanti, scattate con una macchinetta fotografica 6X6 che mi era stata regalata come mia prima camera. Niente più che una scatoletta e un pulsante per azionare l'otturatore. La pellicola doveva essere estratta e sigillata al buio per evitare che si alluciasse. 

 

Le foto quindi sono assolutamente ruspanti e naif.

 

Ogni tanto si insinua davanti all'obiettivo un dito (in genere è quello della mamma). 
Queste foto hanno un gusto davvero antico, ma fanno riemergere spensierati ricordi di un tempo che fu

Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
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17 dicembre 2022 6 17 /12 /dicembre /2022 18:58
Daniele Del Giudice, Orizzonte mobile, Einaudi

Con Orizzonte mobile, pubblicato da Einaudi (Supercoralli) nel 2009, Daniele Del Giudice (oggi purtroppo compianto) ci ha regalato un diario di viaggio, anzi un diario di più viaggi, poiché le annotazioni scritte dall'autore in occasione di uno straordinario viaggio che si trovò a compiere tra Cile, Patagonia, Terra del Fuoco e Antartide, nel 1990, si intersecano con brani tratti dai diari di due spedizioni, una nella Terra del Fuoco (spedizione Bove, alla fine del XIX secolo) e l'altra nell'Antartide (Spedizione De Gerlache, nel 1892) - con il breve resoconto di un suo secondo viaggio antartico, in verità mai compiuto, collocato nel 2007.
A mio parere (anche se il mio parere conta poco perché è viziato dalla mia passione per i libri di viaggio) è uno straordinario testo che, sì, ci fa vivere i luoghi di cui Del Giudice o i cronisti delle antiche spedizioni parlano, ma soprattutto ci trasmette le emozioni che può procurare un viaggio in luoghi così estremi e così ostili all'Uomo.
La bellezza di questo testo va ricercata nelle note a margine pagina che scavano nell'intensità del rapporto che si viene a creare tra il visitatore e questi luoghi.
Ora, avendone completato la lettura, mi sorge il dilemma: collocherò questo libro tra quelli di Daniele Del Giudice oppure tra quelli di viaggio, accanto - ad esempio - al libro cult di Bruce Chatwin, In Patagonia, oppure a quelli che raccontano della sfortunata spedizione di Shackleton e di quella di Scott e di quella vincente di Amundsen, oppure al diario di quel tipo straordinario che ha compiuto l'impresa di attraversare l'Antartide a piedi in solitaria, senza alcuno aiuto esterno?
Propenderei per questa seconda possibile collocazione. 
L'orizzonte mobile del titolo è l'evanescenza del concetto stesso di orizzonte quando si raggiungono i luoghi più estremi ed interni dell'Antartide, poiché in prossimità del Polo Sud geografico basta spostarsi di pochi chilometri in direzione est o ovest per cambiare fuso orario, sicché percorrendo una distanza lineare di poche decine di chilometri si può andare avanti di un intero giorno o all'indietro di altrettanto.

 

(dal risguardo di copertina) Un uomo in viaggio verso il "più profondo e radicale dei Sud", L'Antartide. Da Santiago del Cile a Punta Arenas e poi sempre più giù, sopra "un altro pianeta, un corpo celeste abitato da milioni di pinguini, impacciati ed impeccabili marziani". Esplorando un gelido Meridione che conserva nei suoi ghiacci le storie di chi l'ha abitato, di chi ha cercato di raggiungerlo: uomini avventurosi dal destino spesso tragico ed emblematico che si sono spinti  fin dentro quel cuore di tenebra abbacinante.
Mentre narra la propria spedizione antartica, Daniele Del Giudice ripercorre i taccuini di quelle coraggiose spedizioni altrimenti sconosciute ai più, con naufragi, navi imprigionate mesi e mesi tra i ghiacci, equipaggi indomiti, marinai sull'orlo della disperazione o annientati dalla follia: sono gli ultimi veri racconti d'avventura, che hanno fissato il mito e la memoria di questa Terra Incognita. 
Con un lavoro di intarsio, al confine tra vita e letteratura, l'autore ricostruisce una "iper-spedizione" che collega fra loro episodi di viaggi storicamente realizzati, ripercorrendoli sui sentieri del mondo e su quelli della scrittura. Giocando sulla diversità delle prospettive e delle voci, ci offre un "orizzonte mobile" nello spazio e nel tempo ma stabile e duraturo nei sentimenti che suscita. 
Un viaggio fuori dal tempo, dentro un paesaggio ipnotico e indifferente all'uomo, di sublime bellezza: dal giallo ocra delle pampas ai ghiacciai che colano in acqua, tra cime rocciose, nevi eterne e precipizi. Davanti agli occhi, un orizzonte di ghiaccio e luce, sempre sfuggevole. Sono luoghi, storie, giorni, anni, ere geologiche che resistono alla prospettiva lineare del semplice raccontare. Una millenaria geometria naturale che ogni cosa stratifica, ogni memoria cristallizza. Un mondo simultaneo di cui questo libro è il canto.

 

Daniele Del Giudice

L'autore. Daniele Del Giudice (Roma, 11 luglio 1949 - Venezia, 2 settembre 2021) è stato uno scrittore italiano. Ha esordito con Lo stadio di Wimbledon (1983), che narra l’inquieta ricerca di un giovane intorno alla vita − e al silenzio − dello scrittore triestino Bobi Balzen. L’avventura della percezione, nell’impegno di «vedere oltre la forma» e tracciare una mappa del mistero della creazione, è il tema dominante dei romanzi successivi (Atlante occidentale, 1985; Staccando l’ombra da terra, 1994), dei racconti (Mania, 1997, premio Grinzane) e della raccolta di scritti In questa luce (2013), sorta di autobiografia intellettuale.
Da ricordare anche il saggio Nel segno della parola, scritto con Umberto Eco e Gianfranco Ravasi (BUR 2005) e questo Orizzonte mobile (2009)

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21 settembre 2022 3 21 /09 /settembre /2022 08:05
Era una magnolia possente e vigorosa. Lo scempio è stato compiuto in un giardino condominiale a Palermo, in via Principe di Paternò n. 15 Secondo me, é stato un abuso, perché simili alberi hanno un valore inestimabile e di essi non si deve poter disporre liberamente.

Era una magnolia possente e vigorosa. Lo scempio è stato compiuto in un giardino condominiale a Palermo, in via Principe di Paternò n. 15 Secondo me, é stato un abuso, perché simili alberi hanno un valore inestimabile e di essi non si deve poter disporre liberamente.

Era una magnolia possente e vigorosa.
Lo scempio è stato compiuto in un giardino condominiale a Palermo, in via Principe di Paternò n. 15
Secondo me, si è trattato di un vero e proprio abuso, perché simili alberi hanno un valore inestimabile e di essi non si deve poter disporre liberamente.

Benché la pianta in questione non sia una specie autoctona, essendo una specie di alto fusto e con delle valenze decorative e ambientali dovrebbe essere tutelata, con una doppia attenzione, sia da parte del Servizio Ville e Giardini del Comune di Palermo sia dall'Assessorato alla Tutela dei Beni ambientali. 
Le piante di alto fusto che insistono su terreni e su fondi privati diventano a tutti gli effetti un bene pubblico con tutte le conseguenze del caso.
Quando subentrano delle condizioni della tutela della sicurezza si deve pur procedere a qualche forma di potatura che non sia però la "capitozzatura " integrale che ha subito questa povera Magnolia, senza potersi difendere.

Una capitozzatura integrale di questa portata equivale quasi ad una decapitazione e non vale nulla che qualcuno dica che "la pianta è forte e si riprenderà".

C’era una volta una poderosa magnolia,
oggi rasa al suolo da uomini stolti
La sentenza è stata pronunciata
L’albero è stato smembrato
senza pietà alcuna
Mi sono rattristato profondamente
e ci sono stato male
tutto il giorno
Ancora devo metabolizzare
il tormento che questa violenza
mi ha dato
È cosa buona e giusta
il taglio di alberi
che danno ombra e vita
e che sono baluardo
al sovrariscaldamento della città?
Questi tagli si consumano
nell’indifferenza generale
Non ci sono difensori civici
che alzino la mano
per rallentare queste frenesie distruttive

(Palermo, Viale delle Magnolie)

Maurizio Crispi (28 novembre 2024)

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15 settembre 2022 4 15 /09 /settembre /2022 09:15
Peter Matthiesen, Il leopardo delle nevi, Mondadori, 1980

Il Leopardo delle nevi di Peter Matthiesen è diventato negli anni un libro culto, utilizzato da viaggiatore e da esploratori del versante tibetano dell'Himalaya.

Io lo comprai alla sua prima uscita in edizione italiana nel 1980 (in lingua originale era comparso appena due anni prima, nel 1978), ma lo misi da parte ripromettendomi di farlo in seguito. In quel periodo ero molto interessato a libri naturalistici e ne compravo più di quanti potessi leggerne, anche se - malgrado il titolo - Il Leopardo delle Nevi è libro naturalistico soltanto marginalmente, mentre è fondamentalmente un libro di viaggio e, se vogliamo, anche di formazione.

Tra il 2020 e il 2021 mi è capitato di leggere due, molto più recenti, resoconti di viaggio che ne parlavano: ma non solo in essi l'opera di Matthiesen veniva asetticamente citata. Bensì dei due viaggiatori, rispettivamente il nostro Paolo Cognetti e il francese Sylvain Tesson era stata un vero e proprio Badaeker lungo percorsi sostanzialmente sovrapponibili e fedele compagno di viaggio, letto durante i bivacchi notturni alla luce del fuoco o di una fioca lanterna e gelosamente trasportato nello zaino, al riparo delle intemperie.

Sono andato immediatamente a cercarlo tra i miei libri e, dopo qualche esitazione, in merito alla sua collocazione, con mio grande giubilo, l'ho trovato e ho subito cominciato a leggerlo. Lettura tardiva, ma ancora più prelibata dopo una tanto lunga stagionatura. I libri sono così: non è detto che, nel momento in cui li prendi, siano destinati ad un'immediata fruizione. Ed è un piacere ancora maggiore sapere che sono stati in uno degli scaffali di casa tua in fedele attesa, silenti, promananti una loro silenziosa energia. 

Comincia così:

Sul finire del settembre 1973 partii insieme a GS verso la Montagna di Cristallo, camminando in direzione ovest sotto l'Annapurna e nord lungo il fiume Kali Gandaki, poi di nuovo ad ovest e a nord attorno ai picchi Dhaulagiri e attraverso il Kajiroba, quattrocento chilometri o più, verso la Terra di Dolpo sull'altopiano del Tibet. GS è lo zoologo George Schaller (ib., Prologo, p. 11).

 

Prima di questa spedizione, George B. Schaller aveva già compiuto importanti osservazioni naturalistiche tra cui quelle relative al Gorilla di montagna dei Monti Virunga nel cuore della foresta tropicale africana (che io avevo già già letto a quel tempo - Cfr. L'anno del gorilla, De Donato, 1968) e lo scopo di questa sua spedizione era quella di osservare il bharal, o Pecora Azzurra dell'Himalaya, con l'intento di capire se questa specie fosse in realtà più capra che pecora. Un sottoprodotto di questa osservazione naturalistica avrebbe potuto essere l'individuazione di qualche esemplare di qualche rarissimo individuo del Leopardo delle Nevi (Panthera uncia), che - nel corso del XX secolo - era stato avvistato solo altre due volte (ed uno dei due avvistamenti era appannaggio dello stesso Schaller).

 

La spedizione di George Schaller, iniziata il 28 settembre 1973 da Pokhara, punto di partenza di tutte le spedizioni himalayane, e conclusasi nel dicembre successivo regalerà molteplici e dirimenti osservazioni sul Bharal, mentre sarà quasi fallimentare per quanto concerne gli avvistamenti del Leopardo delle Nevi che rimarrà una metà desiderata, ma sempre evanescente.

Poco dopo il rientro dei due esploratori a Katmandu, la Terra di Dolpo verrà chiusa ai visitatori stranieri a causa di disordini su base politica.


Matthiesen che farà da accompagnatore di Schaller per poi ripartire un po' prima di lui, sarà il cronista di questo viaggio con una profonda sensibilità che deriva dall'avere abbracciato lui stesso la fede buddhista e dall'essere dunque un praticante della meditazione profonda. E, quindi, di quest'avventura diventerà anche il cantore ispirato e profondo.

Il suo resoconto, infatti, supportato da appunti pressoché giornalieri, è - apparentemente - la narrazione di accadimenti, di fatti e di luoghi, ma è in realtà un viaggio interiore, nel profondo nell'animo.
Non può che essere così, dal momento che - man mano che la piccola spedizione con il suo seguito di guide e di portatori si allontana dalla civiltà occidentalizzata (con le sue brutture, con i resti di plastica e con i cumuli di immondizia) ed entra in lande sempre più remote, la vita materiale si va esemplificando sempre di più, lasciando spazio ampio agli scenari interiori.
Non può che essere così.
Matthiesen cerca la pace dell'anima, dal momento che è ancora fresca dentro di lui la ferita aperta dalla morte per cancro della moglie molto amata, anche lei buddista.
Il viaggio così, benché scandito dallo scorrere dei giorni del calendario, diventa un tempo sospeso e avventura di esplorazione interiore alla ricerca di pace e di equilibrio, pur nell'accettazione dell'impermanenza.

Le descrizioni dei luoghi, con le case che si fanno sempre più semplici ed essenziali, con i loro muri di preghiera, con le bandiere di preghiera che vibrano nel vento tutte sbrindellate, con i piccoli tempi e con  monasteri minuscoli, fatti di piccoli stanze, eppure pieni di inestimabili tesori della fede, con la sobrietà e la capacità di vivere con pochissimo (anche dal punto di vista alimentare), rimandano costantemente ad una dimensione del vivere profondamente mistica.

Il viaggio di Schaller e di Matthiesen si concluderà il 1° dicembre a Katmandu in attesa del volo che li riporterà alla civilizzazione e qui avviene la transizione dal Buddismo all'Induismo ben più affollato e rumoroso: in un luogo in cui le due culture e le due tradizioni religiose si confrontano e si mescolano. 
E' il tempo dei commiati e degli abbandoni. 
La fine del viaggio è accompagnata dalla nostalgia per i luoghi che si sono visti e che si stanno per abbondare forse per sempre, senza possibilità di ritorno, e forse anche per via dell'ombra rimasta evanescente di quel mitico leopardo delle nevi, appena una volta avvistato (forse), ma mai visto realmente.

Ma è questo che debbono essere i viaggi più veri e profondi (i viaggi dell'anima, in altri termini): non il tempo del compimento e dell'accumulo di trofei da portare via con sé, ma il tempo del non concluso e di ciò che rimane imperfetto, di ciò che non si potuto trovare, benché lo si sia cercato a lungo e con intensità.

Dunque, in questo, il resoconto di Matthiesen contiene degli insegnamenti profondi e vi si ritrovano le sue radici dell'essere libro di culto. 

 

Peter Matthiesen, Il Leopardo delle Nevi, BEAT, 2015

​Il Leopardo delle Nevi è attualmente disponibile in edizione BEAT (2015) e questo ne è il risguardo di copertina.

Nell'autunno del 1973 l'autore, in compagnia dello zoologo e naturalista George Schaller, percorse a piedi più di 250 miglia nel cuore della regione himalayana del Dolpo, l'ultimo baluardo rimasto dell'autentica civiltà tibetana. I due viaggiatori cercavano il leopardo delle nevi dell'Asia del nord, una creatura così poco avvistata da essere diventata quasi mitica. Pubblicato per la prima volta nel 1978, è il racconto di un viaggio avventuroso tra le gole profonde e le montagne del Tibet, ma è anche un racconto sulla vita e la morte, sul rapporto con la natura e sul senso dell'esistenza. Al viaggio e alla ricerca del mitico animale, si affianca un viaggio più significativo, quello alla ricerca dell'essenza della vita.

 

 

Peter Matthiesen

L'Autore. Peter Matthiessen, naturalista, esploratore, narratore, è nato a New York nel 1927 ed è morto a Sagaponack il 5 aprile 2014.
Negli anni Cinquanta è stato cofondatore della rivista letteraria statunitense Paris Review.
Le sue numerose spedizioni nelle aree più selvagge del mondo l’hanno condotto in Alaska, Asia, Australia, Oceania, Africa, Nuova Guinea e Nepal, memorabilmente descritti nei suoi libri: The Cloud Forest, Under the Mountain Wall, Blue Meridian, Killing Mr. Watson, At play in the Fields of the Lord, e, soprattutto, Il leopardo delle nevi.

 

 

 

 

Sono felice di averlo trovato tra i miei libri. Ero tassativamente sicuro di averlo. Sylvain Tesson nella sua scrittura-reportage sul leopardo delle nevi si è ispirato a questo classico che gli è stato compagno di viaggio nella sua spedizione alla ricerca della "pantera delle nevi", seguendo quasi lo stesso percorso di Matthiesen, come del resto racconta Cognetti in un altro libro diaristico ambientato negli stessi luoghi.
E la sua lettura mi ha aiutato ad immergermi nel ricordo del mio viaggio in Nepal nel lontano 1992 e del mini-trekking che mi ritrovai a fare lungo i pendii dell'Annapurna, assieme a due occasionali compagni di viaggi.

La Pantera delle Nevi di Sylvain Tesson, Sellerio

Sylvain Tesson, La pantera delle nevi (titolo originale: La panthère des neiges, nella traduzione di Roberta Ferrara), Sellerio (collana Il Contesto), 2020

(Risguardo di copertina) Nel 2018 Sylvain Tesson viene invitato dal fotografo naturalista Vincent Munier ad andare alla ricerca degli ultimi esemplari della pantera delle nevi. Questi animali magici e segreti, schivi ma altrettanto temuti, la cui caratteristica è la dissimulazione e l’occultamento, vivono in Tibet, sull’immenso altipiano del Qiangtang. In inverno le temperature sono glaciali, l’area è costantemente spazzata da forti venti e la neve non riesce mai ad attecchire. In volo verso la Cina Tesson conosce Marie, la compagna del fotografo, cineasta naturalista, e Léo, aiutante di campo e filosofo. Sono diventati una «banda dei quattro», insieme affrontano la strada e raggiungono paesaggi sempre più maestosi e deserti. La popolazione diminuisce, al suo posto la fauna sembra apparire dal nulla, al riparo dagli effetti nocivi della civiltà; greggi di antilopi, pecore blu, mandrie di yak, branchi di lupi, predati e predatori attraversano distese lunari e sconfinate, sembrano fagotti di lana, o macchie di inchiostro. A 5.000 metri di altitudine si apre il regno della pantera. In questo santuario naturale, totalmente inospitale per l’uomo, il felino ha trovato il modo di sopravvivere e di difendere la sua tranquillità. Per avvistarla bisogna organizzare degli appostamenti in cui restare immobili a volte per trenta ore consecutive, con la temperatura che staziona a decine di gradi sotto lo zero. La ricerca di questo animale mitico diviene per Sylvain Tesson il racconto di un’avventura straordinaria e la scoperta di uno spazio infinito di riflessione. Le conseguenze disastrose dell’intervento umano sulla natura, il destino di un mondo in cui le specie animali andranno a scemare fino a scomparire, l’annullamento del sé nella meditazione indotta dall’attesa spossante, la spiritualità che l’accompagna, il divenire invisibili nel flusso degli elementi che regala la fugacità della meraviglia. E poi la consapevolezza che la natura è popolata di presenze che ci guardano senza ostilità, ma tenendoci d’occhio: «gli animali sono i guardiani del giardino pubblico, dove l’uomo gioca col cerchio credendosi il re». Immergendosi totalmente nell’ambiente, trasformandosi in uno sguardo assoluto capace di vincere sul tempo, Tesson ha scritto il suo libro più coraggioso e importante.

Sylvain Tesson

(Quarta di copertina) Un’immersione totale nei maestosi paesaggi del Tibet, l’incontro con mondi incontaminati, un avvicinamento alla meditazione e un’iniziazione all’arte dell’attesa.

«Un canto d’ammirazione per la natura e il regno animale» - Bernard Pivot, Le Journal du Dimanche

L’autore. Scrittore, giornalista e grande viaggiatore Sylvain Tesson è nato nel 1972. Dopo un giro del mondo in bicicletta si appassiona all’Asia centrale, che visita frequentemente a partire dal 1997. Come autore esordisce nel 2004 con un racconto di viaggi, L’Axe du loup. Nel 2009 ha pubblicato con Gallimard Une vie à coucher dehorse. Nel 2011 è arrivato il grande successo di Nelle foreste siberiane (Sellerio 2012), che ha vinto il Premio Médicis 2011. Tra gli altri suoi libri

Paolo Cognetti, Senza mai arrivare in cima, Einaudi

Paolo Cognetti, Senza mai arrivare in cime. Viaggio in Himalaya, Einaudi , 2018.

Questo piccolo libro, prezioso, contiene  il resoconto del viaggio che Paolo Cognetti intraprese sul finire del suo quarantesimo anno, nel 2017, poco prima di superare il crinale della giovinezza.
Il libro di Paul Matthiesen più volte citato è stato, per Cognetti, un assiduo compagno di viaggio: una copia di questo "mitico" volume, infatti, ha viaggiato assiduamente con lui. Si potrebbe dire che il viaggio di Cognetti&Co., benché molto più compresso nel tempo, rispetto a quello di Matthiesen, sia stato un'avventura autenticamente "sulle tracce".
Il volume è corredato di splendidi disegni, da bozzetti realizzati durante il viaggio da uno dei suoi compagni di avventura, Nicola Magrinche si ritrova di frequente di frequente a dialogare con le sue tavole a dialogare con i testi di grandi autori.

«Alla fine ci sono andato davvero, in Himalaya. Non per scalare le cime, come sognavo da bambino, ma per esplorare le valli. (...) Ho camminato per 300 chilometri e superato 8 passi oltre i 5000 metri, senza raggiungere nessuna cima. Mi accompagnavano un libro di culto, un cane incontrato lungo la strada, alcuni amici: al ritorno mi sono rimasti gli amici»
 

(dal risguardo di copertina) Che cos'è l'andare in montagna senza la conquista della cima? Un atto di non violenza, un desiderio di comprensione, un girare intorno al senso del proprio camminare. Questo libro è un taccuino di viaggio, ma anche il racconto illustrato, caldo, dettagliato, di come vacillano le certezze col mal di montagna, di come si dialoga con un cane tibetano, di come il paesaggio diventa trama del corpo e dello spirito. Perché l'Himalaya non è una terra in cui addentrarsi alla leggera: è una montagna viva, abitata, usata, a volte subita, molto lontana dalla nostra. Per affrontarla serve una vera spedizione, con guide, portatori, muli, un campo da montare ogni sera e smontare ogni mattina, e soprattutto buoni compagni di viaggio. Se è vero che in montagna si cammina da soli anche quando si cammina con qualcuno, il senso di lontananza e di esplorazione rinsalda le amicizie. Le notti infinite in tenda con Nicola, l'assoluta magnificenza della montagna contemplata con Remigio, il sa­liscendi del cammino in alta quota, l'alterità dei luoghi e delle persone incontrate. Questo è il viaggio che Paolo Cognetti intraprende sul finire del suo quarantesimo anno, poco prima di superare il crinale della giovinezza. «Alla fine ci sono andato davvero, in Himalaya. Non per scalare le cime, come sognavo da bambino, ma per esplorare le valli. Volevo vedere se da qualche parte nel mondo esiste ancora una montagna integra, vederla coi miei occhi prima che scompaia. Sono partito dalle Alpi abbandonate e urbanizzate e sono finito nel più remoto angolo di Nepal, un piccolo Tibet che sopravvive all'ombra di quello grande e ormai perduto. Ho camminato per 300 chilometri e superato 8 passi oltre i 5000 metri, senza raggiungere nessuna cima. Mi accompagnavano un libro di culto, un cane incontrato lungo la strada, alcuni amici: al ritorno mi sono rimasti gli amici».

Hanno detto di questo libro

«"Senza mai arrivare in cima. Viaggio in Himalaya" ci riconsegna quei luoghi nello spirito di una esplorazione e di una immedesimazione autentiche in cui sono la natura e l’oltre a plasmare la psiche del viaggiatore che le contempla, ne subisce il fascino, finanche la forza invincibile» – Andrea Velardi, Il Messaggero

«Cognetti, tra pecore azzurre e leopardi invisibili, ha fatto un viaggio nell’aspra poesia della natura» – Paolo Mauri, la Repubblica

«Paolo Cognetti riprende il passo fisico e letterario – lento, costante, classico – col quale ci aveva lasciati» – Stefania Chiale, Sette – Corriere della Sera

 

 

La Pantera delle Nevi - film documentario

Fu un’apparizione religiosa. Oggi il ricordo di quella visione ha per me un carattere sacrale. Lei alzava la testa, annusava l’aria. [...] Viveva sotto il vello del mondo. Era coperta di rappresentazioni. La pantera, spirito delle nevi, si era vestita con la Terra.
Sei pronto a partire per un viaggio che ti cambierà per sempre? 
Tratto dal racconto diaristico di Sylvain Tesson 𝙇𝙖 𝙋𝙖𝙣𝙩𝙚𝙧𝙖 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙚 𝙉𝙚𝙫𝙞, il miglior documentario dei César 2022 e del Trento Film Festival 2022.
La voce narrante è quella di Cognetti: e così si chiude il cerchio.
Le musiche sono di Warren Ellis e di Nick Cave.
Nelle sale cinematografiche dal 20 ottobre. 

Questa la sinossi ufficiale:
Molto più di un documentario, La pantera delle nevi è un film filosofico, che segue il celebre fotografo naturalista Vincent Munier e il romanziere e avventuriero Sylvain Tesson nel cuore degli altopiani tibetani, tra valli inesplorate e impervie, dove vive una fauna rara e nascosta agli occhi dei più.
Per diverse settimane Vincent Munier e Sylvain Tesson esploreranno queste valli alla ricerca di animali unici, cercando di avvistare la pantera delle nevi, uno dei grandi felini più rari e difficili da avvicinare. Più i giorni passano e più i due protagonisti entrano in contatto con la disarmante bellezza dell’universo, domandandosi quale sia il senso di ciò che li aspetta a casa al loro ritorno e quindi il posto dell’essere umano nel mondo.
La stessa pantera delle nevi, sfuggente e maestosa, qui diventa il simbolo della natura incontaminata che non si interessa all’uomo, metafora di un mondo in pericolo che potremmo non essere più in grado di vedere nel giro di poche generazioni per le disastrose conseguenze degli interventi umani.

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3 settembre 2022 6 03 /09 /settembre /2022 15:38

Anche questo pezzo risale al 2010, e precisamente venne reso visibile sulla mia bacheca Facebook, il 3 settembre di quell'anno.
Mai pubblicato nei due blog che avevo a quel tempo e, dunque, lo rilancio qui.

Scampolo di cielo di settembre al tramonto a Palermo (foto di Maurizio Crispi)

Scampolo di cielo al tramonto,
sul finire di un giorno di tarda estate...

 

Giorno di vento

 

Il presente si tramuta
veloce in passato

 

Il futuro è esiguo

 

Non c'è tempo
e non c'è niente
per riempire il tempo

 

Una vita di banali atti quotidiani
di vacue scritture,
di abitudini ossessive,
di rituali senza senso,
di colpi a vuoto


Il vento soffia,
eterno,
lasciando l'aria
piena di vibrazioni e tesa

 

Nel cielo corruscato le nuvole
navigano,
vanno,
vengono,
sostano,
si addensano,
poi si sfilacciano
o ripartono...

 

Il vento è premonizione
di qualcosa,
è foriero di eventi oscuri
ancora non scritti
ma, intanto, trascina via con sè
le anime inquiete
degli uomini
che rimangono
vuoti e melanconici
con lo sguardo languido
fisso in alto,
in attesa

 

(Palermo, il 3 settembre 2010)

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28 agosto 2022 7 28 /08 /agosto /2022 09:18

Questo scrissi il 28 agosto 2010, cercando di rimettere assieme le impressioni scaturite da una passeggiata notturna nel cuore del quartiere della Palermo antica, conosciuto con il nome di ballarò.

Anche questa nota mi è stata restituita da Facebook in forrma di "ricordi". Mai pubblicata nei miei blog.

Chiesa di Maria SS del carmelo a Ballarò (Palermo)

Il barong della monnezza urla, scricchiola, sbuffa e geme,

attorniato dalla sua scolta di servitori vocianti,

prezzolati solo per alimentare di continuo la sua bocca rapace

 

Mentre il ventre immenso del drago viene riempito,

grevi olezzi si diffondono nell'aria,

odori di digestione acidula, di putrefazione e morte

che nemmeno i più densi fumi d'incenso possono mascherare

 

La piazzetta è piena di banchi di vendita secolari,

accatastati e protetti da teli colorati che, nella notte,

paiono tutti dello stesso colore smorto

I venditori sono a dormire, adesso,

a terra sul pavimento di grosse pietre squadrate

ci sono solo i resti del mercato

 

Una volta passata la furia meccanica del barong

è di nuovo in quiete in attesa del nuovo giorno.

 

C'è una cupola arricchita di rilievi barocchi,

che domina dall'alto

rievocando i fasti passati d'una città,

oggi corrotta

 

Vie dai nomi antichi

formano un reticolo labirintico

dove, per non smarrirsi, occorre legarsi ad un filo di Arianna

nella speranza di non dover incontrare mai

l'orrendo minotauro dei nostri sogni più crudeli,

e la Bestia

 

Ma le strade sono vive e vitali

bar e osterie ancora aperti a tarda notte

 

Africani dalle pelle d'ebano,

avvolti in vesti colorate, indugiano

parlottando tra loro in idiomi stranieri

 

Musulmani con il turbante

accompagnati da donne velate

camminano inquieti

 

Giovani maghrebini hanno appena finito

la cerimonia del narghilé

nei pressi della porta antica

che trapassa i resti d'una possente cinta muraria

e, vicino, una torre d'acqua stillante umidore

 

Con un po' di fantasia

si potrebbero avvistare anche gruppi di dervisci danzanti,

con i loro cappelli cilindrici tinti di rosso cupo

e le ampie vesti bianche

alla ricerca della loro estasi turbinante

 

E, al passaggio, nella piazzetta,

chiuso dentro un'edicola incassata nel muro,

si nasconde un cristo dal volto sofferente,

incorniciato di spine e reclinato

sotto il peso immane della croce

(ma la croce si può soltanto immaginare, perchè manca,

eppure - nell'assenza - se ne riconosce l'ingombrante presenza)

 

Poco più avanti,

l'icona statuaria, a grandezza naturale,

di un santo pio benedicente,

attorniata da fiori e offerte votive.

 

Sussurri, brevi conversazioni, silenzi

il tessuto vivente della via risuona tutt'attorno

 

La vita pulsante

fatta di fede e bestemmie,

di cose quotidiane e cose ultime

i cui simboli sono disseminati dovunque

perchè mai ci si debba dimenticare

del termine che ci attende

 

E questi segni,

imbevuti della presenza di santi e demoni,

leniscono la fatica d'un cammino solitario

di cui è scritto che, dopo brevi pause,

debba ricominciare

in un eterno ritorno

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16 agosto 2022 2 16 /08 /agosto /2022 14:53
I cannoli del fontanile settecentesco di Palazzo Adriano (foto di Maurizio Crispi)

Il giorno dopo ferragosto,
sono uscito di primo mattino,
come d'abitudine,
per la rituale passeggiata umano-canina
L'impatto dell'aria calda è stato forte e devastante
Par d'essere davanti alla bocca d'un forno di panificio o per le pizze
che stia andando a pieno regime,
o nella traiettoria dell'alito caldo di un gigante

 

Ho camminato per vie deserte
Non un'anima viva, benché formalmente
il giorno sia lavorativo
Ma la verità è che la città è tutta chiusa per ferie
come un villaggio messicano
all'ennesima potenza
Anche le edicole,
ma già!, forse, il giorno dopo Ferragosto
i giornali non escono

 

Il cane ansima per il gran caldo
Io sudo copiosamente
e vado cercando i tratti di strada più ombreggiati
(o meno esposti al sole)
Le foglie dei platani, appassite anzitempo,
si sono ammucchiate negli angoli morti
e vengono di continuo spostate dai refoli dello scirocco
Ombre lunghe nel primo mattino
Eppure scorgo di tanto in tanto
qualche camminatore affranto e traballante
trafelato alla ricerca di frescura
Arriva uno su di una bici elettrica,
grosse ruote tozze,
che tiene sospeso un dispositivo
per ascoltare la musica dal cellulare
a tutto volume, mediante bluetooth
Procede in un'onda sonora di bassi
che fanno tremare i polsi

 

Sono ancora nel caldo torrido,
così torrido che di più non si può
e la mia attenzione è attratta
dalla carcassa di un piccione che si dissecca sull'asfalto,
piume e ossa, in una parvenza di mummificazione
un resto che forse, prima, è stato cibo
per i gabbiani cittadini, sempre più predatori e carnivori
Il vento che ha soffiato una notte di bufera,
qualche giorno fa,
ha spezzato rami e abbattuto dei grossi platani
Uno è stato rimosso
e rimane soltanto un'ampia ferita nella tessitura
del marciapiede con le grandi pietre squadrate
che delimitavano l'aiuola spostate come fuscelli

 

E ancora vedo delle piccole farfalle gialline
che si rincorrono nell'aria
celebrando la loro effimera vita
Loro danzano lievi,
malgrado il caldo,
ma hanno poco tempo,
non possono fermarsi a riposare
neppure per un istante

 

Poi, all'improvviso,
si sente in alto,
forse proveniente da qualche tetto condominiale
sul quale hanno preso alloggio,
sento un'improvvisa baruffa tra gabbiani
Cosa si diranno mai?

 

Il loro è loro ormai

Noi umani siamo una specie
in via d'estinzione

 

I cannoli dell'antico fontanile settecentesco di Palazzo Adriano (PA) - Foto di Maurizio Crispi)

I cannoli dell'antico fontanile settecentesco di Palazzo Adriano (PA) - Foto di Maurizio Crispi)

Dolci e fresche acque - chioccolanti - dal cannello di ottone dell'antico fontanile di pietra, al centro della Piazza di Palazzo Adriano...
In questa fontana che non cessa mai di mormorare c'è tutta la storia di un luogo...E c'è tutta la magia delle fontane quando l'acqua per dissetarsi e per rinfrescarsi era libera e gratuita, un bene di tutti.
Queste meraviglie - le fontane che erogano in continuità acqua sempre fresca e pulita - stanno scomparendo dal mondo nella disattenzione generale...

Maurizio Crispi

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13 agosto 2022 6 13 /08 /agosto /2022 09:47
Alle falde di Monte Pellegrino (Foto di Maurizio Crispi, 2017)

Da molto tempo non faccio l’acchianata
a Santa Rosalia
Mi trovo lì, proprio ai piedi del monte
e faccio i preparativi
per intraprendere l’ascesa

 

Controllo lo zaino
Allaccio per bene gli scarponi
Indosso una giacca a vento leggera
per ripararmi dal vento

 

Tuttavia, non riconosco i luoghi
Avverto una sensazione di spaesamento
e di intimo malessere

 

Tutto appare diverso

Non vedo l’imbocco della Scala vecchia
che mi è così familiare
per innumerevoli altre salite
devozionali e sportive

 

Procedo per prova ed errore
ma i miei tentativi non portano a nulla
Ogni volta i sentieri che tento
risultano essere illusori e ingannevoli
oppure si arrestano
davanti a pareti di roccia insormontabili

 

Ogni volta, deluso, ritorno sui miei passi

 

Alla fine, mi risolvo a chiedere informazioni
ad uno che se ne sta
ai piedi del monte, vicino alla sua auto
Io sono straniero qui - mi risponde, pieno di garbo
Siccome io insisto, in preda all'ansia,
il tipo, dopo aver consultato una mappa,
mi dà delle istruzioni

 

Ed io mi avvio
fiducioso che, questa volta,
riusciró ad imboccare la strada giusta

 

Ma mai dire gatto, se non l’hai nel sacco

 

I gabbiani veleggiano in alto
e mi deridono con i loro versi

 

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30 luglio 2022 6 30 /07 /luglio /2022 09:27
Il furto della sanseveria (foto di Maurizio Crispi)

A Palermo, in Viale Principe di Paternò,  davanti all’ingresso di un esercizio di Bioestetica, sono stati posti - simmetrici - due vasi con Sanseverie.
A quanto pare all'inizio di luglio, una delle due piante decorative, spregevolmente, è stata estirpata dalla terra che l’accoglieva e portata via (ovviamente, da mani ignote). Ed è stato lasciato soltanto il vaso (bontà dei ladruncoli).
Un gesto più che altro vandalico, poiché non ci si arricchisce di certo rubando una sanseveria.
Ricordo che una volta ignoti sono entrati nel mio terreno in campagna, tagliando con le apposite forbici la recinzione di filo spinato, e hanno portato via tre piantine di ulivo, piantumate l'anno prima e seguite con cura nel loro sviluppo.
Che senso ha un simile furto: se quel ladro fosse venuto a chiedermi cinque euro per acquistare na piantina di ulivo di qelle dimensioni gliele avrei date volentieri, tanto per dire, ecco!
Ma nel caso del furto da me subito e di questo (dei cui effetti sono stato testimone e cronista) si tratta più che altro di un gesto asseverativo che dice “Io puó”.
L’altra Sanseveria gemella è stata risparmiata: ma sino quando?
Al gestore dell’attività commerciale non è rimasto altro da fare se non affiggere un cartello sul vaso sconsolatamente vuoto per esprimere il proprio disprezzo nei confronti del ladro
Questo è il vivere quotidiano in una città che si definisce "europea" e che, invece, non lo è affatto tra monnezza lasciata per giorni a marcire al sole, ignobili e vili furtarelli, clacson sparati a duemila, fumi di scarico … etc etc

Succede a Palermo. Il meschino furto di una sanseveria
Succede a Palermo. Il meschino furto di una sanseveria
Succede a Palermo. Il meschino furto di una sanseveria
Succede a Palermo. Il meschino furto di una sanseveria
Succede a Palermo. Il meschino furto di una sanseveria
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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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