In attesa fervida della pioggia che non arriva
Invochiamo il cielo
Facciamo passi di una danza della pioggia
Le nuvole sono giunte alla spicciolata,
si sono addensate,
e son cadute quattro
goccioline quattro
subito evaporate via
Poi quelle nuvole avare
si sono allontanate
e sul mare hanno liberato
uno scroscio di pioggia
Ma a chi e a cosa serve
la pioggia nel mare?
Quindi, hanno proseguito il cammino
verso le azzurrine montagne lontane
Alberi sempre in sofferenza
in modalità difensiva
non hanno avuto
quel sorso d’acqua
benefico e salvifico
Continuiamo ad aspettare,
sperando che non sia passata
l’occasione buona
Aspetta e spera
Campa cavallo
Il cavallo campó
sino a che l’erba fu cresciuta
e lui poté nutrirsene
Le nubi tornarono
Si addensarono
in una coltre uniforme
infine, tuono e piovve,
a più riprese
La pioggia fece l’amore
con la terra riarsa
Un dolce petricore si levó,
assieme all’aroma delle foglie cadute
e dell’erba secca
Questo scrissi il 3 agosto del 2014, traendo impressioni e spunti di riflessione da una mia passeggiata nel caldo del solleone non ancora, ma quasi, ferragostano.
Ma ritengo che queste impressioni - a leggerle oggi - abbiano ancora una valenza di piena attualità e, per così dire, di 'freschezza'
Palermo d'estate diventa una città fantasma e i suoi marciapiedi butterati e le sue strade dissestate, ricettacolo di ogni sorta di cose abbandonate, foglie secche, rifiuti e pattume, carte stracciate, fogli di giornale spiegazzate e fruscianti nel vento e deiezioni di ogni genere, da quelle calcinate dal sole a quelle ancora calde, fresche e fumanti (nonché sinceramente olezzanti)
Sembra di vedere una città in uno scenario post-apocalittico, abbandonata dai suoi abitanti in fuga
Nessuno lavora più, tutto si ferma, in una paralisi messicana.
La merda decora marciapiedi ed aiuole
E qualcuno cerca di nobilitarla, mettendogli le ali, facendo degli stronzi abbandonati parodie stercorarie di Icaro che, armato di ali fatte con piume incollate con la cera al suo torso e alle sue braccia (grazie all'ingegno del padre Dedalo), cercò di volare in alto e raggiungere il carro del Sole nel suo quotidiano passaggio su in cielo
E la sua hybris lo uccise, perché come tutti sanno i dardi dell'astro infuocato fecero sciogliere la cera che teneva avvinte le piume ed egli precipitò
Perfino il posteggiatore abusivo se n'è andato, lasciando la sua sedia di plastica rotta vuota e inoccupata.
Quella che vedo è una città in fase di rottamazione
Nel seccume e tra i rifiuti, rimangono soltanto le Trombe dell'Angelo che pendono inutili, incapaci perfino di far crollare le mura di Gerico e di spazzare via le montagne di rifiuti che si accumulano senza sosta
Dalle vetrine di negozi chiusi per ferie definitive occhieggiano manichini, alcuni impudicamente nudi, altri vestiti di tutto punto, uomini, donne e bambini e di notte escono fuori dalle loro case di vetro e invadono le strade silenziose, come zombie alla ricerca di prede
Quel bel pomodoro rosso troneggiante al centro della distesa d'asfalto e che pareva un fiore carico di promesse succose si disfà lentamente sotto il sole nella canicola d'agosto.
Ogni giorno un extracomunitario, probabilmente asiatico, pelle molto scura, bianca barba profetica, si accomoda su questa sedia pieghevole davanti all’ingresso della farmacia di via Ludovico Ariosto, a Palermo, proprio accanto alla libreria "Punto Einaudi", di cui sono frequentatore e cliente.
Per ore se ne sta seduto lì paziente e chiede un obolo a tutti coloro che entrano ed escono dalla farmacia, ma anche ai passanti.
É gentile nel suo chiedere, non invadente e neppure aggressivo, come invece si connota di frequente il comportamento di altri questuanti.
È una presenza assidua
Non si può non notarlo
Quando si ritira nei suoi quartieri (e mi chiedo: dove abiterà mai? Avrà una sua famiglia? Un suo posto?) la sedia la lascia legata alla balaustra un po’ sbilenca che delimita i posti auto riservati agli acquirenti della farmacia.
Non avrebbe senso, in fondo, portarsela a casa e fare avanti e indietro con quel carico!
È più pratico lasciarla lì, pronta per l’uso, il giorno dopo. In fondo, è il suo strumento di lavoro, ma - d’altra parte - chi potrebbe mai voler rubare una vecchia sedia?
Mr Arancino. Buona la prima! Ecco cos'ho avvistato questa mattina! C'era questo tipo enorme obeso, proprio un pacchione, un ciccione di grossa stazza, tutto proteso in avanti Ho pensato, in prima ...
Desert Solitaire. Una stagione nella natura selvaggia (Desert Solitaire: A Season in the Wilderness, nella traduzione di Stefano Travagli) di Edward Abbey in anni abbastanza recenti è stato molto opportunamente riproposto da Baldini&Castoldi /nella collana "Romanzi e racconti, nel 2015), dopo una prima edizione praticamente introvabile per i tipi di Muzzio, nel 1993, con il titolo di "Deserto solitario".
Questa era la presentazione di quella prima edizione:
"Deserto solitario di Edward Abbey, un fecondo scrittore statunitense di “letteratura naturalistica”, è il racconto eloquente, amaro e stravagante di una stagione trascorsa dall’autore, in qualità di ranger, a sorvegliare l’Arches National Park nello stato dello Utah (area di Moab), uno dei luoghi più caratteristici e più selvaggi dell’immenso e variegato paesaggio del Nord America: la regione dei canyon. All’epopea dell’esperienza narrata dall’autore, alla fine degli anni 160, questi territori ancora 'selvaggi' cominciavano ad essere investiti dal turismo 'su scala industriale' e ad essere minacciati dal progetto di una diga che ne avrebbe sommerso una parte, assieme alle ineguagliabili forme di vita animali e vegetali che l’abitavano. Il libro è per questo diventato negli Stati Uniti un documento di denuncia attorno a cui si è raccolto il movimento degli ambientalisti per difendere la natura dei parchi. Il libro non è però un semplice resoconto: è un racconto vero, di una notevole cifra letteraria, che contiene molte altre storie – di indiani e cow-boy, di cercatori di uranio e di cavalli selvaggi – che sfumano nella favola e nel mito; è un inno poetico e ribelle, di rara ispirazione, alla natura selvaggia; è un manifesto dai toni anarchici e estremi sui rapporti dell’uomo con l’ambiente naturale.
Scrive Abbey nella sua breve introduzione al volume:
"Una decina di anni fa [la sua opera fu pubblicata per la prima volta nel 1968] decisi di andare come ranger stagionale in un luogo chiamato Arches National Monument, vicino alla cittadina di Moab, nello Utah sudorientale. Il motivo della decisione non è più importante, ciò che ho trovato lì è l'argomento di questo libro" (p. 7)
Si trattò per lui di un'esperienza durata un semestre (dal 1° aprile sino al 30 settembre).
Ritornò a fare lo stesso lavoro anche l'anno successivo.
Sarebbe tornato anche per il terzo anno e forse lo avrebbe fatto anche per tutti gli anni successivi, ma rinunciò.
Perchè? Ce lo dice lo stesso Abbey:
"... gli Arches, un luogo primitivo quando vi ero stato la prima volta, sfortunatamente avevano conosciuto sviluppo e sfruttamento [che per lui furono intollerabili da affrontare] e dovetti rinunciare" (ib.).
La bellezza della natura selvaggia era stata deturpata e, negli anni successivi, lo sarebbe stata ancora di più, con progetti dissennati di sviluppo turistico, di sfruttamento minerario e idroelettrico, con la costruzione di una diga che, messa in opera, avrebbe stravolto l'aspetto originario dei canyon, occultando per sempre alcune delle più magnifiche bellezze naturali.
Abbey riferisce di essere tornato comunque, a distanza di molti anni, negli stessi luoghi, di aver fatto un tour completo e di essersi, infine, fermato per una terza stagione che gli diede modo di registrare i cambiamenti drammatici avvenuti in sua assenza.
L'essenza del libro è tratta dalle pagine di diario che Abbey ha riempito febbrilmente in queste tre stagioni, mentre altri capitoli sono stati costruiti con il ricordo di escursioni effettuate in altri momenti e con digressioni/riflessioni di vario tipo, tra le quali non mancano delle critiche intense e dure contro il suo datore di lavoro stagionale, cioè l'amministrazione del National Park Service (che fa capo al Dipartimento dell'interno del Governo degli Stati Uniti).
La sua esperienza ripetuta nel corso degli anni è stata di solitudine vivificante nel cuore del deserto (all'interno di scenari di una bellezza grandiosa), alloggiato in una piccola roulotte, con un incarico da ranger che comportava per lui un minimo di impegno giornaliero per alcuni compiti di routine e che, per il resto del tempo, lo lasciava libero di contemplare, di riflettere, di meditare, di osservare nei dettagli più minuti la flora e la fauna e di compiere anche delle escursioni.
Una posizione invidiabile quella di Abbey, per alcuni aspetti, a condizione di saper tollerare la solitudine.
L'esperienza della wilderness è anche un'esperienza di solitudine e di capacità di star da soli.
In questo senso, la scrittura (e l'esperienza che ad essa è sottesa) di Abbey si avvicinano molto a "Walden, ovvero la vita nei boschi" di Henry David Thoreau che è un classico sotto molti punti di vista e, tra le tante cose, anche dell'anarchismo libertario.
Ma, in molti passaggi, c'è anche molto di Twain, a mio parere, e soprattutto del suo personaggio iconico Huckleberry Finn che si vede emergere chiaramente nel lungo capitolo che descrive la discesa del Colorado, compiuta da Abbey su due canotti di gomma attrezzati per un'avventura di una settimana, assieme ad un amico.
O anche la venatura lirica e struggente in alcune descrizioni paesaggistiche e naturalistiche che fa pensare alla prosa di Cormac McCarthy, quando i suoi personaggi agiscono al cospetto di una Natura che è assieme bellissima e intangibile, quasi crudele in questo distacco dagli Umani.
Vi è una forte vena di anarchismo libertario, quando Abbey - per esempio - invita coloro che vorranno visitare l'"Arches National Park" di lasciare l'auto alle soglie del parco e di avventurarsi a piedi ad esplorare, facendo ciò che possono (e vedendo ciò che possono, di conseguenza) soltanto muovendosi sulle proprie gambe. Ma questa vena si ritrova anche nell'invettiva che egli lancia contro coloro che vorrebbero costruire più strade asfaltate e più piazzole di sosta all'interno del Parco (il suo, ma anche di altri), per consentire forme di turismo facile e superficiale, in altri termini "consumistico" (da ciò discende il corollario che alcuni dei luoghi più belli dovrebbero essere mantenuti "segreti", anche se la la società dei consumi fa di tutto per evitare ciò).
Abbey sarebbe stato sicuramente tra quelli che qui in Italia si sarebbero schierati fermamente contro l'uccisone dell'orso "killer", come del resto lui accetta pacificamente che, nel corso della sua permanenza nel deserto, possa imbattersi in un puma. Simili accidenti fanno parte della wilderness e non si può bere dal calice di essa senza tener conto di eventuali pericoli (ed eventualmente affrontarli, o patirne le conseguenze), come anche smarrirsi nel deserto, morire per disidratazione o altro.
Quella di Desert Solitaire è una lettura assolutamente godibile ed è possibile imbattersi in alcuni passaggi descrittivi che - come ho già detto - sono fortemente lirici.
E, per tutti i motivi illustrarti, è anche un testo di formazione per il lettore che legge i resoconti e le narrazioni delle tre stagioni di Abbey nel deserto sudorientale dello Utah.
Infine, aggiungerei come postilla, non si può leggere l'opera narrativa successiva di Abbey, pubblicata la prima volta nel 1975, "The Monkey Wrench Gang" (I Sabotatori, Meridiano Zero, 2001) senza aver letto prima Desert Solitaire, poichè proprio qui si ritroveranno tutte le tematiche e le motivazioni che spingono i quattro protagonisti a diventare sabotatori per contrastare lo sfruttamento efferato del deserto e il sovvertimento (nonché l'addomesticamento) della natura selvaggia, voluto dal Governo centrale e dalle multinazionali.
La filosofia dei quattro sabotatori trae radici e alimento proprio dalle pagine di Edward Abbey e le loro imprese diventarono un "classico" della nuova ondata del movimento ecologico statunitense e del mondo (e, per alcuni versi, anche del cosiddetto "ecoterrorismo").
(Risguardo di copertina) "Desert solitaire" è diventato un libro di culto sin dalla sua pubblicazione, nel 1968. Un racconto provocatorio e mistico, arrabbiato e appassionato, in cui Edward Abbey ci restituisce la sua esperienza di ranger nell'Arches National Monument, nel Sudest dello Utah, catturandone l'essenza e trasmettendoci il desiderio di vivere nella natura e conoscerla nella sua forma più pura: silenzio, lotta, bellezza abbagliante. Ma "Desert solitaire" è anche il grido angosciato di un uomo pronto a sfidare il crescente sfruttamento operato dall'industria petrolifera, mineraria e del turismo.
Sono trascorsi quasi cinquant'anni, e le osservazioni di Abbey, le sue battaglie, non hanno perso nulla della loro rilevanza. Anzi, oggi più che mai, "Desert solitaire" ci chiama a combattere, mettendoci di fronte a un'ultima domanda fondamentale: riusciremo a salvare ciò che resta dei nostri tesori naturali prima che i bulldozer manovrati dal profitto colpiscano ancora?
L'autore. Edward Abbey,1927, Home (Pensylvania) e deceduto a Oracle (Arizona) nel 1989.
Ha studiato presso l'Università del New Mexico e all'Università di Edimburgo.
Filosofo, saggista e romanziere americano, esordì come scrittore negli anni Sessanta dopo aver lavorato a lungo come guardia forestale nei parchi nazionali di mezza America. Arrivato al successo con The brave Cowboy, che divenne un film interpretato da Kirk Douglas, con The Monkey Wrench Gang fu consacrato eroe della nuova ondata ecologista americana, diventando al contempo autore di primo piano nel panorama letterario americano.
Più di vent’anni dopo averlo acquistato, mi sono accinto alla lettura del romanzo cult di Edward Abbey, I Sabotatori (titolo originale: The Monkey Wrench Gang), pubblicato da Meridiano Zero nel 2001.
Quando l'ho preso tra le mani era ben stagionato, con le pagine ingiallite a dovere e, finalmente, l'ho aperto, l'ho sfogliato e finalmente mi ci sono immerso, avendo la consapevolezza di avere tra le mani un libro cult, un vero prodotto d’annata, scritto da un ecologista ante litteram (ma anche predicatore dell’ecoterrorismo), quando ancora ben poco si parlava di tutela dell’ambiente, con l’eccezione, ovviamente di un classico come “Primavera silenziosa” di Rachel Carson.
Il primo capitolo mi ha fatto intendere che io e questo libro saremmo andati d’accordo!
Ho sentito sin da subito che sarebbe stato il mio libro di lettura preferito nelle mie attese in auto!
(Presentazione) Un medico. La sua infermiera nonché fidanzata. Un giovane reduce specializzato in demolizioni. Un mormone con tre mogli. Un improbabile quartetto di aspiranti guerriglieri, eco-terroristi decisi a salvare quel che resta della natura di Utah e Arizona, del selvaggio paesaggio del deserto. Intraprenderanno una lunga serie di sabotaggi e di avventurose incursioni fino al progetto più ambizioso: far saltare la diga del Glen Canyon, intollerabile scempio ambientale.
Praticamente sconosciuto in Italia, il polemista-filosofo-naturalista-scrittore Edward Abbey (1927- 1989) è considerato una specie di eroe dal movimento ambientalista e dalla controcultura americana. La sua lotta appassionata in difesa della wilderness ha raccolto schiere di ammiratori entusiasti e di detrattori imbestialiti. Nato durante la Grande Depressione in una sperduta fattoria dei monti Appalachi, in Pennsylvania, all’età di 17 anni si mette sulla strada e viaggia per il Sud Ovest, in autostop e su carri merci, restando folgorato dalla bellezza selvaggia di quei luoghi desertici da cui per tutta la vita non riuscirà mai più a staccarsi. Abbey esprime una ribellione radicale contro il concetto imperante di antropocentrismo. La guerra che l’uomo ha dichiarato alla natura – afferma l’autore – nasce dalla terrificante percezione che essa è assolutamente indifferente al destino dell’uomo. Inutile attribuire valenze etiche alla natura, un processo efficiente, brutale, spietato e insieme pulito e meraviglioso. È un luogo magico in cui si può entrare solo patteggiando costantemente la propria presenza.
Nel ‘75 dà alle stampe quello che diverrà il suo best seller: The Monkey Wrench Gang (I Sabotatori), dove – tra il serio e il faceto – propone una sorta di contro-vandalismo attivo contro il vandalismo perpetrato dal cosiddetto progresso contro la natura, che dopo l’ignoranza distruttiva dei pionieri deve subire le pratiche distruttive coscienti delle industrie. In questo libro facile e scanzonato, Abbey abbandona la contemplazione e la disobbedienza civile di Thoreau per indossare definitivamente gli abiti di Ned Ludd.
Lascia lente le briglie del tuo ippogrifo, o Astolfo,
e sfrena il tuo volo dove più ferve l'opera dell'uomo.
Però non ingannarmi con false immagini,
ma lascia che io veda la verità e possa poi toccare il giusto.
Da qui, messere, si domina la valle: ciò che si vede, è.
Ma se l'imago è scarna al vostro occhio,
scendiamo a rimirarla da più in basso
e planeremo in un galoppo alato
entro il cratere ove gorgoglia il tempo
Mura in parte dirute,
ancora imponenti
Arcate ardite
che lasciano immaginare inauditi fasti
Il giallo delle ferule
e poi i sonagli delle pecore condotte al pascolo
con i fischi del pastore che le conduce in gruppo serrato,
con l'ausilio del cane fedele
Qualche mucca sparuta al pascolo
In un altro campo
una compagnia di ciuchini
si appresta attorno ad una mangiatoia
dove sono state disposte balle di fieno
Nel cielo intrecciano voli, a decine,
le cornacchie che trovano alloggio
nelle cavità dei bastioni diroccati
Alcune dopo aver razzolato nell'erba alta
si levano in volo
con qualche grasso lombrico
pendente dal becco
C'è silenzio profondo,
rotto appena dai richiami delle cornacchie,
di altri volatili,
forse anche dal cra cra di un corvo
e dal soffio del vento
Dall'alto della rocca
si domina la valle
ed è una veduta di grande serenità
e d'impegno
Vorrei levarmi in un volo a spirale
in groppa ad un cavallo alato,
salire verso il firmamento
sino a toccare le stelle
per poi ridiscendere al fondo della valle
ove gorgoglia il tempo
Ho sempre visto da lontano i ruderi del Castello di Cefalà Diana: quella torre svettante e la sagoma di quell'arco slanciato mi hanno sempre attratti, provocando in me un senso di soggezione per via
La foto che vedete è stata scattata dalle parti di via Ruggerone da Palermo
Ci sono delle zone della città - autentiche zone franche o zone d’ombra o non luoghi - in cui i raccoglitori latitano per giorni e giorni, mentre la monnezza deborda sino ad invadere la sede stradale in montagne prorompenti.
I cassoni ricolmi e mai svuotate sono delle autentiche cornucopie della munnizza.
Perché continua ad accadere ciò?
Varie possono essere le cause
Mancanza di personale?
Penuria di mezzi?
Incapacità di pianificare e organizzare?
Oppure semplice strafottenza/negligenza?
Può anche darsi che l'incuria/negligenza dipendano da un mix letale di tutte le cause elencate sopra.
E qui facciamo un bel salto indietro nel tempo
per arrivare alla parte conclusiva d'una passeggiata pomeridiana
lungo la spiaggia di Mondello
(ma già con il buio incipiente ed incombente)
Un raggio di sole ha raggiunto
la mia finestra rimbalzando
da non so quale altra superficie riflettente
e ciò mi ha indotto ad uscire
in tutta fretta e a salire in auto,
per dirigere verso il luogo
che in assoluto preferisco,
ma avevo anche voglia di ascoltare
in auto un nuovo CD
che è la colonna sonora
di This must be the place
A Mondello, sulla spiaggia,
i colori erano già tenui,
il cielo trasparente
(con quella trasparenza cristallina
che sembra annunciare la primavera,
anche se quel tempo è ancora lontano),
striato di nuvole tendenti a caricarsi
d'una sfumature di rosa
Poche persone sulla spiaggia,
alcuni con cani e con bimbi
Alcuni altri passeggiatori solitari,
come me
Qualcuno seduto sulla sabbia
al limitare della linea delle piccole onde di risacca,
intento a scrutare l'orizzonte
Contemplazione
Riflessione mesta
Malinconia
Molti i corridori,
quegli impenitenti faticatori
Poi, i colori si sono spenti
e l'ultimo guizzo di luce se n'è andato,
sostituito dal riverbero giallastro dei lampioni
E così un altro giorno è finito
C’é stato il ritorno, nel buio,
interrotto dalle luci rutilanti
dei fari delle auto
Il freddo della sera
che attanaglia le tempie
L'attesa del sole che sorgerà domani
Le tre età dell'uomo (Die Lebensstufen) è un dipinto a olio su tela del pittore romantico tedesco Caspar David Friedrich, realizzato nel 1835 e conservato al Museo delle Belle Arti di Lipsia.
L'opera raffigura un promontorio proteso sul mar Baltico al tramonto. Su questo paesaggio aspro e desolato sono collocate cinque figure umane che guardano altrettante imbarcazioni veleggiare sul mare. Vi troviamo un vecchio che, rivolgendo le spalle all'osservatore, osserva l'orizzonte poggiandosi su un bastone: il suo abbigliamento comprende un mantello e un berretto patriottico rinascimentale. Davanti a lui vi sono un giovane uomo e una donna accompagnati da due bambini, di cui uno intento a sollevare una bandierina della Svezia, ricordo della terra di origine del Friedrich.[1]
Alle cinque figure dipinte sul lembo di terra in primo piano Friedrich, come già accennato, contrappone le cinque navi che navigano sullo specchio d'acqua, reso con tonalità verdi-violacee. Le due imbarcazioni più piccole alludono alla giovane età dei due bambini, mentre le altre si identificano idealmente nei tre personaggi adulti.
Il veliero centrale, in particolare, rinvia all'anziana età di Friedrich, ormai pronto a congedarsi dalla vita: questa riflessione sulla morte è approfondita dal pittore con l'inserimento di una barca capovolta sulla spiaggia.
Il mare, tuttavia, non è agitato, bensì calmo e placido: Friedrich, infatti, è pienamente consapevole di aver appena passato la fase «burrascosa» della vita ed è quindi tranquillo. L'intero quadro, quindi, trasmette uno stato di calma e di quiete fisica e spirituale.
Questa sensazione è enfatizzata non solo dal comportamento disteso dei cinque personaggi, bensì anche dalla particolare tavolozza adottata da Friedrich, che ne Le tre età dell'uomo ha accostato la vitalità del rosso e del giallo ai toni scuri della riva, così da conferire profondità alla composizione.
Monopattini e monnezza
Palermo é la città delle due M
Lo dicono anche i più esperti cartografi
Avete notato che i monopattini elettrici
abbandonati in strada
si associano spesso
alla monnezza
a cassonetti straripanti
e a cesti debordanti come maligne cornucopie?
C’è, forse, in questo
una naturale affinità tra le due cose,
in omaggio ad un oscuro pensare delirante?
Oppure, forse, ciò accade
perché la monnezza è endemica,
ovvero ovunque e comunque presente,
assillante,
prepotente,
invadente,
tracimante,
come del resto son diventato endemici
i mono-trabiccoli elettrici
di sicuro altrettanto assillanti e invadenti?
Palermo, è dunque la città delle due M
o forse si potrebbe anche dire
la città delle tre M,
se includiamo anche
le epidemiche merde dei cani,
costantemente presenti,
inquinanti e assillanti
In questo mare magno,
siamo costretti a navigare a vista,
eludendo,
scansando,
saltellando,
per scansare queste tre M
moleste e assillanti
Oggi voglio raccontare una storia edificante, ma edificante davvero.
Come sapete (anche se forse non tutti lo sanno) il 14 marzo 2019 in una cerimonia di grande spicco presso il giardino Rosa Balistreri (ex-Roseto), si è svolto l'evento "21 Madri Costituenti della Repubblica Italiana" nel quadro di un'intera giornata alla memoria delle 21 Madri Costituenti della Repubblica Italiana, promossa da A.N.D.E. Palermo e dall'Associazione Toponomastica Femminile.
I nomi delle 21 “madri costituenti” sono stati ricordati con delle targhe che sono state apposte sui gradini dell'Anfiteatro del Giardino “Rosa Balistreri” che è stato a loro dedicato (assumendo la denominazione di "Anfiteatro Donne della Costituzione") in una cerimonia pubblica alla presenza dell'allora sindaco della Città di Palermo Leoluca Orlando, di altri rappresentanti delle Istituzioni, del Dirigente del Settore Toponomastica del Comune, Michelangelo Salamone.
Questo l'antefatto.
Ma veniamo a ciò che mi ha colpito.
L'altro giorno, come faccio spesso al mattino, mi sono ritrovato a passeggiare nel giardino de Il Roseto (oggi dedicato a Rosa Balistreri).
Una bella giornata, non c'è che dire, con un bel sole e il cielo azzurro, percorso da nuvolette bianche.
Forse, proprio perché i raggi del sole nascente piovevano sul giardino, ho intravisto un luccichio proveniente dalla recinzione metallica che delimita il giardino tutt'attorno.
Mi sono avvicinato, incuriosito.
Di cosa si trattava?
D'una targa metallica!
Ed era - come ho scoperto accostandomi ancor di più - proprio una delle 21 targhe dedicate alle madri costituenti.
Ero là, esattamente alle spalle dell'anfiteatro.
Quindi, con il cuore in gola, ne ho disceso a balzi gli spalti, mi sono girato, abbracciando in una visione d'insieme l'intero anfiteatro.
Ebbene, delle 21 targhe commemorative, ne rimaneva al suo posto solo una, più l'altra che se ne stava infilata tra le sbarre dell'inferriata, due sopravvissute, 19 mancanti all’appello delle quali - come unica traccia della loro esistenza - rimaneva soltanto la superficie increspata dai resti della colla con cui erano state originariamente fissate.
Sono andato dai guardiani-giardinieri e ho chiesto loro cosa fosse accaduto alle targhe.
Uno di loro mi ha risposto: "Sono stati i picciuttieddi! Le hanno messe solo con la colla! Dovevano imbullonarle! Basta che di una si stacca un angolo e subito la scippano!"
È vero! Le hanno tolte via tutte, all’infuori di una.
Ma è una risposta debole, la sua: loro - i guardiani - dove sono? Dove erano quando lo scempio è stato compiuto? Non avrebbero avuto il dovere di controllare e di fermarli?
Hanno segnalato ciò che accadeva agli uffici preposti?
In ogni caso, il Giardino del Roseto è uno di quelli per i quali vige l'orario di chiusura notturno e, quindi, l'idea di vandali notturni che abbiano agito non attenzionati, non visti e non sentiti, è alquanto improbabile.
La rimozione delle targhe è stata portata avanti quasi sicuramente, mentre il personale era presente, ma - evidentemente - distratto.
Mi sembra che, nell'indifferenza generale, sia stato perpetrato un crimine molto grave, di annientamento e distruzione di un allestimento dall'elevato valore simbolico.
Un simbolicidio, dunque.
Ma nello stesso tempo - poiché le targhe rimosse ricordavano le 21 madri costituenti - si è trattato anche, a tutti gli effetti, d’un femminicidio, anche se soltanto metafisico e senza spargimento di sangue.
Un'azione casuale o premeditata?
E poi, perché nessuno è corso ai ripari?
Perché le targhe non sono state ripristinate?
Insomma, cose che succedono a Palermo!
Ed è grave il fatto che ciò sia accaduto nell’indifferenza generale dei cittadini e non solo degli amministratori.
Non abbiamo speranze!
Non riusciamo mai a vedere la luce in fondo al tunnel!
Ci riusciremo mai a venire fuori nella luce?
Quando cambierà questo andazzo, se mai potrà cambiare?
Il 1° febbraio 1945, a guerra ancora in corso, viene adottata la prima norma che estende il diritto di voto alle donne: si tratta di un primo passo che riconosce alle italiane il "diritto di ...
Romano Cappelletto e Angela Iantosca, Ventuno. Le donne che fecero la costituzione, Edizioni Paoline, 2022
Dalla prefazione diLivia Turco:
“È molto bello sentirle parlare in prima persona della loro vita e delle battaglie sociali e politiche che hanno condotto.leggere questo libro e come sentire direttamente la loro voce, vedere il loro viso, il loro sorriso. Sono donne che provengono da storie politiche e culturali diverse, ma tutte hanno partecipato alla lotta partigiana e antifascista. Sentono, dunque, vivissimi nel loro cuore e nella loro mente i valori della libertà, della giustizia sociale, della democrazia, che sono anche la sfida di un mondo nuovo da costruire, in cui le donne devono essere protagoniste”.
Chi sono le ventuno donne che hanno contribuito all’elaborazione della Costituzione italiana? Quali sono le loro storie, la provenienza, le battaglie che hanno portato avanti, sacrificando spesso la vita privata e la propria famiglia in nome di un bene comune? Questo libro prova a raccontarlo attraverso le loro stesse voci, con una narrazione in prima persona che restituisce ai lettori la passione di chi ha partecipato alla ricostruzione di un Paese appena uscito da una devastante guerra. Il testo, rivolto agli studenti delle scuole secondarie di I e II grado, intende ricordare quelle figure, spesso dimenticate, che hanno lottato senza mai tirarsi indietro e mostrare quanta strada ci sia ancora da fare, oggi, per attuare i princìpi e le battaglie di ieri.
Il 14 marzo, alle ore 09:00, presso il giardino Rosa Balistreri, si svolgerà l'evento "21 Madri Costituenti della Repubblica Italiana" - Comune di Palermo
A loro va il merito di aver fissato nella Costituzione italiana i principi della non discriminazione delle donne. I 21 nomi saranno apposti sui gradini. La cerimonia è il programma il 14 marzo. Gli
Storie frammentarie, storie dimenticate, storie cancellate: sono quelle delle donne.Per rompere il tetto di cristallo che copre le strade delle nostre città, vogliamo raccogliere biografie femminili
Qui su tre vetrine (o luci, come si dice oggi), in via Sciuti a Palermo, si affacciava la Libreria Sciuti (ingresso al 91/F), una storica attività in questa parte della città.
I titolari, assillati dalle ristrettezze sempre crescenti in cui versa il mercato librario a causa della spietata concorrenza di Amazon e di altri venditori online ma anche per motivi connessi con la necessità, oggi, per chi esercita questo mestiere, di reinventarsi radicalmente allo scopo di potere attrarre un pubblico sempre più distratto, hanno dovuto abbandonare la partita, con grande dolore loro e degli affezionati clienti.
L’ultimo atto si è consumato, in silenzio e quasi senza che nessuno se ne accorgesse.
Nella fase di smobilitazione, con le scaffalature prima gremite di libri e ora sempre più desolatamente vuote, più volte mi sono ritrovato a parlare con Alessandro Cusimano e con Massimo, da sempre il mio preferito referente quando mi ritrovavo a ordinare dei volumi, e a discorrere del futuro della libreria, se avrebbe riaperto i battenti, dove e quando.
Mi sono ritrovato spesso, nel corso di queste conversazioni, spesso fortemente emozionali, a dover trattenere lacrime e singulti, perché vedevo dissolversi - con questa progressiva smobilitazione - un pezzo della mia vita che si è esteso nell'arco di diverse decenni.
Ho voluto intendere nel corso di queste chiacchierate che essi nel dover chiudere fossero stati assillati da richieste esose da parte dei proprietari dell'immobile, a cui non avevano più potuto far fronte, ma non è così, in realtà: questa è stata indubbiamente una mia narrazione personale che forse si è originata da loro non detti di cose a cui dare parola sarebbe stato imbarazzante e faticoso.
In realtà, la causa principale di questa chiusura (in verità, una morte annunciata) è stato il cambiamento dei tempi e il restringersi sempre più grave dei profitti, con la necessità - come ho detto - di doversi reinventare, cosa peraltro non facile e che come mostra Shaun Bythell, nel suo "Una Vita da Libraio", richiede enormi enormi energie e una non indifferente creatività organizzativa, sconfinando in attività che non sono esattamente connesse con la vendita di libri ma che fanno cultura, commercio, aggregazione e, per questo, non bastano le semplici e tradizionali, canoniche, presentazioni di libri con annesso firma-copie: la stessa causa che, in definitiva, ha portato alla decisone dei conduttori della Libreria Sciuti di non riaprire più in altri locali ubicati in zona (e in questo caso, sì, venivano davvero avanzate richieste di pigioni assolutamente esose); oltretutto, nella nostra realtà, per l'avvio o il riavvio di un'attività commerciale qualsivoglia sono enormi gli intralci burocratici e innumerevoli le norme da applicare, i certificati da richiedere, le specifiche tasse da pagare: non è come in altri paesi europei dove tutte queste procedure sono semplificate al massimo e, soprattutto, sono meno costose.
A giugno scorso (2023) la Libreria Sciuti ha chiuso i battenti, alla fine del doloroso sgombero e ancora per diverso tempo è rimasta l'insegna a sormontare le vetrine, come testimonianza del passato.
Il vicino negozio di arredi s'è espanso ad occupare i locali che furono della Libreria Sciuti.
Sono state rapidamente cancellate tutte le tracce che possano far dire che qui c’era una libreria “storica” della mia (della nostra città) con una necessaria azione di restyling e di omologazione alle vetrine già preesistenti del negozio di arredi che si espandeva già lungo tutto il marciapiedi.
Ancora di più - con la cancellazione delle ultime tracce - mi sento affranto e dispiaciuto.
Sono stato da sempre cliente affezionato di questa libreria che era a pochi passi da casa e per me, oltretutto, comodissima da raggiungere per soddisfare qualsiasi ghiribizzo librario mi saltasse in mente.
Qui potevo sempre entrare a dare un’occhiata alle novità, a ordinare i libri che andavo selezionando per i miei approfondimenti, ad acquistare quelli da dare in regalo, a scambiare quattro parole con i titolari e i dipendenti, circostanze che, a volte, si trasformavano in vivaci conversazioni e scambi di idee.
Ora, è tutto finito.
Ma è una storia che si ripete
Come è successo prima e come, sicuramente, succederà ancora
Per esempio, come non menzionare la scomparsa della Libreria L'Aleph in via Vincenzo di Marco, condotta dal mitico Lorenzo Giordano e soppiantata da un emporio cinese, o - ancora prima - con la storicissima LibreriaFlaccovio in via Ruggero Settimo, che è persino nei miei ricordi di infanzia, perché mi ci portava mio padre, al cui posto s’è insediato un venditore di intimo femminile e che, negli anni del dopoguerra sino certamente alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, è stata un centro pulsante della intellighenzia culturale di Palermo e della Sicilia, per non parlare di tante altre librerie cittadine (e mi viene in mente la Libreria Ciuni, collocata di fronte al Teatro Massimo) e di tanti altri storici esercizi invasi e metarmofizzati in attività di tipo diverso che sono effimere e che, soprattutto , non hanno tradizione alcuna e un mondo di cultura alle loro spalle.
Questi casi che ho menzionato sono vividi esempi di un mondo che scompare, che viene cancellato sistematicamente senza che si faccia nulla per serbarne tracce per una futura memoria collettiva e senza che si reagisca.
Siamo diventati torpidi e indifferenti.
La civiltà dello spettacolo in cui tutto passa ed è effimero, senza un reale valore, ci ha abituati a questo.
Non voglio essere o apparire sterilmente nostalgico o dare l'idea di essere uno che si piange addosso e guarda continuamente al passato, rimuginando e rimpiangendo ciò che non è più; e che è disgustato dal modo in cui il mondo sta cambiando velocemente, troppo velocemente persino.
Se fossimo in altri paesi con una maggiore vocazione culturale e un’attitudine a conservare le tracce del passato e a farle vivere nella memoria individuale e collettiva, nei luoghi che hanno ospitato queste tre librerie verrebbero affisse delle targhe in bronzo o in marmo per fissare il ricordo e così tramandarlo.
Ed è quello che io propongo agli amministratori distratti di una città che si avvia a vivere una crescente condizione di “non luogo”, senza conoscenza delle proprie radici storiche e culturali e senza memoria collettiva
Con grande dispiacere, ho appreso che, nella notte tra mercoledì e giovedì della settimana scorsa, è morto all'improvviso Lorenzo Giordano, il padre fondatore della Libreria L'Aleph di Palermo ...
( Maurizio Crispi ) In Via Generale Arimondi, al posto della bellissima e amata Libreria Aleph di Palermo, chiusa poco più di un anno fa a causa dell'improvvisa morte del suo gestore, Lorenzo ...
(Maurizio Crispi) L'altro giorno, passando dalla centralissima via Ruggero Settimo di Palermo, ho notato con una stretta al cuore che la storica Libreria Flaccovio, era chiusa: la porta sbarrata con
Una vita da Libraio (titolo originale: The Diary of a Bookseller, nella traduzione di Carla Palmieri) è l'appassionante diario giornaliero di un libraio dell'usato, Shaun Bythell, proprietario del...
Salvatore Cangelosi, La Città e i Libri. Avventure di un libraio, Torri del Vento Edizioni (Collana I Capperi), 2014
Il volume è arrichito dalla prefazione di Marcello Bonfante. Vi si parla di pezzi di storia delle librerie di Palermo e vi si chiariscono anche i rapporti "di parentela" per così dire tra Libreria Ciuni e la Libreria Sciuti
Andrebbe sicuramente letto per chi ha desiderio di consolidare ulteriomente le radici delle proprie memorie
(risguardo di copertina) Alla fine degli anni settanta, un giovane monrealese si impiega, per puro caso, in una libreria, senza sapere che quel lavoro diventerà tutta la sua vita. Attraverso le vetrine delle librerie in cui negli anni lavorerà, Cangelosi vedrà una città in continuo cambiamento, incontrerà volti noti e meno noti, stringerà la mano a scrittori più o meno famosi, ma soprattutto inizierà a conoscere se stesso. Un'autobiografia scritta come un romanzo di formazione, una prosa asciutta e ponderata frutto di anni di frequentazioni intellettuali e di meditate letture.
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.