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10 giugno 2013 1 10 /06 /giugno /2013 06:11

Divagazioni sulla spiaggia di Bovo Marina e alla Foce del Platani(Maurizio Crispi) Raramente le ciambelle riescono con il buco. Non sempre i progetti che si fanno a compimento: possono esserci postacoli ed impedimenti frapposti sulla via. E bisogna fare buon viso a cattivo a gioco, senza mai incamponirsi nel perseguimento del disegno originario, perchè comunque arriverà qualcosa di buono di una giornata che altri considerebbero fallita oppure potrà verificarsi un effetto "serendipity" conn la scoperta di qualcosa di nuovo.
Dovevo andare sulla spiaggia della Riserva Naturale Orientata di Torre Salsa (AG), ma arrivato all'ingresso del Pantano ho avuto la brutta sorpresa di trovare la strada trasformata in un acquitrino (in piena sintonia con il nome dell'accesso alla parte marina della Riserva che è appunto "Pantano") e la saggezza mi ha spinto a recedere.
Ho tentato altre vie (ci sono altri due ingressi che portano alla RNO di Torre Salsa), ma nessuno dei due consente di raggiungere la parte marina della Riserva.
Che fare?
Andare a Siculiana?
Andare ad Eraclea Minoa?
Alla fine ho deciso di spostarmi al posto più vicino e, cioè, al punto di accesso di Bovo Marina che pur non così isolato come Torre Salsa (perché puoi portare le auto sin quasi a ridosso della spiaggia) possiede tuttavia un suo fascino, sia per la presenza per quei due o tre rustici padiglioni sulle dune che provvedono ad un altrettanto rustico servizio di ristorazione (cui se ne aggiungono altri stagionali), sia per il fatto che, basta spostarsi di poco, e cìè una spiaggia immensa e solitaria ad accoglierti nel suo abbraccio, con pochi "avventori" sparsi a centinaia di metri l'uno dall'altro.
Divagazioni sulla spiaggia di Bovo Marina e alla Foce del PlataniMi sono incamminato verso sud-est, avvicinandomi così alla lunga spiaggia di Torre Salsa (ma per raggiungerla ci sarebbero volute almeno due ore di cammino).
Ho scarpinato per tre quarti d'ora abbondanti, sentendo la sabbia sottile ed indurita a fomare una sottile crosta crocchiare sotto i piedi.
Piccoli oggetti trascinati dal mare.

Conchiglie ed ossi di seppia.
Una scopettone per il WC.

Un sandalo spaiato con una decorazione finto-floreale fru-fru.

Tronchi e radici calcinati dal sole e corrosi dalla salsedine.

E poi, le dune costiere, costellate di rustiche piante che affondano in profondità il loro apparato radicale per raggiungere la poca acqua di cui hanno bisogno (le cosiddette piante "psammofile").

Ombrelloni che creano qua e là macchie cromatiche che spiccano sul marrone terroso della sabbia.

I ruderi di un'antica torre di guardia più su sul colle retrostante, fitto di una macchia arborea intricatissima.

Le montagne lontane, azzurrine.

E quelle più vicine, di un bianco calcareo abbacinante: ad ovest Capo Bianco, la cui presenza indica i ruderi dell'antica colonia fenicia di Eraclea Minoa, mentre ad Est i contrafforti che delimitano la parte marina della Riserva di Torre Salsa.
Divagazioni sulla spiaggia di Bovo Marina e alla Foce del PlataniLa solitudine e il silenzio.

Stranamente non ci sono gabbiani, anche se sulla sabbia se ne vedono abbondanti e fitte tracce.

Un silenzio enorme che, a tratti, diventa assordante, se non fosse per il brusio della risacca che a tratti irrompe con maggiore forza.

La forza della solitudine e nell'essere da soli: ma, nello stesso tempo, nella consapevolezza della solitudine si accresce il desiderio di essere in compagnia e si acuisce il senso della mancanza.

E c'è la voglia di parlare e di raccontare, ma non c'è nessun interlocutore: e, allora, magari ti provi a parlare ad alta voce con te stesso, ma il suono che viene fuori non lo riconosci, la tua voce è arrochita dal lungo silenzio e tu non la riconosci più. Ti sembra quella di un estraneo.

E quindi talvolta è bene essere da soli, perché proprio nella solitudine si ridefinisce il senso dell'essere in compagnia.
E' formativo vivere simili esperienze, anche se in un arco di tempo circoscritto.
Comprendi cosa può significare essere da solo, naufrago in un'isola deserta.
Comprendi perfettamente la solitudine di Ishi e la molla che scattò dentro di lui per condurlo dalle montagne dove aveva vissuto nascondendosi per anni, ultimo superstite della sua tribù alla vale dove numerosi vivevano i Bianchi che alla sua gente avevano rubato le terre e la libertà di viverle nel modo tradizionale.
Mi rintano sotto il mio ombrellino colorato che ho trascinato con me, assieme al mio zaino-guscio di tartaruga, contenente tutto l'essenziale per la mia sopravvivenza ad un giorno di solitudine, pieno delle mie irrinunciabili cose.
Divagazioni sulla spiaggia di Bovo Marina e alla Foce del PlataniIl kit della solitudine, si potrebbe dire.

Poi dopo essere stato sotto quell'ombrellino arancione che spiccava sullo sfondo azzurro del cielo ho rifatto la strada di ritorno, fermandomi per prendere un caffè sul padiglione sulle dune.

L'aria è fresca, malgrado il soffio del vento costante, perché soffia un vento gentile che accarezza più che scuotere. Sulla piattaforma di uno dei padiglioni sulle dune, bevo un caffè, fumo una sigaretta, leggo, scrivo.

Scatto fotografie e osservo.

Noto che, esattamente nella stessa posizione in cui l'ho visto l'anno scorso (eravamo a Settembre), c'è un signore-panzone che se ne sta stravaccato sulla sabbia all'ombra del suo ombrellone mentre la sua signora-panzonina accudisce dei bimbi.

Lascio alla fine la spiaggia, mi metto in auto e riparto. Inizio pigramente il viaggio di ritorno, ma prima faccio un'escursione sino alla Riserva naturale della Foce del Platani e qui, immerso nel'ombra profonda e densa della pineta che si allunga parallelamente alla spiaggia, faccio una breve passeggiata, sentendomi l'ultimo sopravvissuto.

Ed anche qui il silenzio è totale.

Divagazioni sulla spiaggia di Bovo Marina e alla Foce del PlataniPoi, nel crepuscolo, superando l'inquietante selva di pale eoliche, subito nell'entroterra di Sciacca, riprendo la via dell'interno, attraversando campi già falciati, con il fieno pronto per lo stoccaggio e quelli di ordinate geometrie delle vigne irrigue.

Dopo San Giuseppe Iato, proprio all'imbrunire, mi sono fermato per un'ultima sosta e ho dato fondo all'ultimo panino imbottito della mia piccola scorta alimentare e poi, seguendo la parte rimanente della "Via della liberazione", ho completato quel che mi rimaneva della strada sino a casa.

E un altro giorno è andato...

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20 maggio 2013 1 20 /05 /maggio /2013 10:24

Piazza Croci di Palermo dei miei ricordiDel tempo in cui ero piccolo, ricordo che Piazza Croci aveva per me un suo fascino misterioso perchè era dominata da un lato dalla fabbrica goticheggiante e e in rovina - secondo quello che pensavo al tempo - per una bomba sganciata durante i borbandamenti della città nella 2^ e dall'altro dall'incombente statua di Francesco Crispi di cui sapevo da ciò che mi diceva mio padre con una punta di forte orgoglio che era il nostro "avo" illustre. guerra mondiale.
E poi, ricordo anche che un suo lato (quello fiancheggiato dal muro perimetrale dell'Istituto delle Croci) era adibito a parcheggio delle carozzelle in attesa di clienti, quando ancora le carrozze a cavalli erano utilizzate come mezzo di trasporto alternativo rispetto al tram e poi più al bus, ma anche rispetto al più moderno taxi (di cui, quando ero piccol,o ce n'erano ben pochi).
E del parcheggio delle carrozze ricordo il forte odore ammoniacale dell'urina dei cavalli e quello più aspro del loro sterco e l'afrore dei loro grandi corpi.
Sensazioni oflattive che provocavano sempre in me una forte impressione, sia per le loro dimensioni ciclopiche e perchè tutto quello che facevano era più grande in proporzione, tanto da scuscitare meraviglia: i possenti getti d'urina fumante, l'enorme quantità di cacca che facevano quando alzavano la coda e si vedeva lo sfintere nero e scuro che si dilatava sotto la spinta di quella massa giallastra e fibrosa, da cui si sprigionavano altrettanti fumi di condensa al primo contatto con l'aria più fredda, quei tremiti improvvisi che percorrevano la loro pelle (e di cui appresi più avanti che erano provocati dai cosiddetti muscoli "pellicciai" di cui noi umani siamo sprovvisti del tutto, ad eccezione di un unico muscolo residuale della filogenesi che si chiama "platisma" e dei muscoli "orrripilatori"). E ricordo anche che quei sospiri e quei caratteristichi schiocchi delle labbra che sembrano scaturire da grandi caverne interne ospitate dal loro corpo suscitavano in me un bel po' di timore reverenziale.
All'odore forte dei cavalli si mescolava quello più acuto e pungente, misto ad un vago sentore di disinfettante che veniva dal vicino vespasiano, addossato al muro dell'Istituto, di grezza pietra d'aspra e tutto butterato.
Il tutto sotto l'ombra intensa e spessa di grandi Ficus Benjamina.

D'estate, il posto si arricchiva del baracchino del venditore di fichi d'india, di legno e dai colori sgargianti che riprendevano quelli (comprese le scene dipinte) tipici dele decorazioni pittoriche del Carretto siciliano.
In quel baracchino erano disponibili per la vendita, impilati con un artistico ordine, fichi d'india grossi e succosi che venivano sbucciati al momento dal ficodindiaio con abili movimenti di coltello dal ficodindiaio. Pe run piccolo sovraprezzo si potevano mangiare "agghiacciati"... e il Ficodindiaio li sbucciava ad una tale velocità che non si faceva in tempo a mangiarne uno e già quello successivo era pronto.
Il ficodindiaio creava in quel luogo una bella chiazza di luce anche di notte.
Lui, d'estate, era sempre lì caso mai a qualcuno rincasando venisse voglia di farsi una bella e rinfrescante mangiata di fichi d'India.

Che, diciamocelo pure, a notte tarda erano un'autentica goduria.
Piazza Croci di Palermo dei miei ricordiPapà ne andava ghiotto e qualche volta ci fermavamo assieme a lui per mangiarne, ovviamente, sbrodolandoci.
Il ficodindiaio era sempre là, in servizio, anche quando le carrozzelle rientravano alla base per la notte.
Il Vespasiano venne successivamente rimosso, come anche nel resto della città nel corso del tempo andarono progressivamente in obsolescenza i gabinetti pubblici (che invece sopravvivivo bellamente in tutte le piccole cittadine siciliane).
Sono del pari scomparse le carrozzelle, ormai non più mezzo di trasporto per i cittadini ma veicolo a salatissimi costi per i turisti di passaggio.
E si è ridotto il tempo in cui il Ficodindiaio presidia con il suo baracchino quel solito angolo.
A dire il vero, negli ultimi anni, non ho più visto nemmeno quello.
Ormai quel marciapiede è desolatamente vuoto e privo di quesi suoi molteplici odori che lo caratterizzavano.
Il mondo cambia e la modernità esige i suo tributi.
Prima, godevamo di piccole cose e ci prendevamo i nostri piccoli piaceri.
Oggi, tutti nei centri commerciali o passare in rassegna negozi di mutande e reggiseni oppure di gadget elettronici o di telefonia mobile.
Ma forse oggi la poesia delle piccole cose è morta e sepolta...

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17 aprile 2013 3 17 /04 /aprile /2013 18:55

Una visita unica ed impareggiabile ai RBG Kew a Londra, dove si può toccare con mano tutto quello che a noi manca...Domenica 14 aprile (2013), siamo andati in visita ai RBG (Royal Botanic Gardens) Kew impiantati su di un area vastissima delimitata da un lato dal River Thames, e arricchiti dalla presenza di specie botaniche rare e pregiate provenienti da quasi tutto il mondo. Le specie tropicali e che richiedono un clima mediamente piu' caldo sono alloggiati in serre di vaste proprorzioni.
L'area del parco ha una storia antichissima, risalente indietro nel tempo addirittura sino alla preistoria.
La giornata era un po' ventosa, ma nel complesso soleggiata e all-aperto si stava bene.
In Italia posti cosi' splendidi ci mancano e, soprattutto, le migliori intenzioni si infrangono davanti alla cronica mancanza di personale e di fondi, e sono sempre piu' insidiate dalla riduzione dei budget disponibili, a causa del "patto di stabilita'.
Qui, invece, cose di questo tipo sono in pieno rigoglio, sia per una sorta di orgoglio nazionale fortemente radicato, sia anche perche' senza esitazione nella gstione di posti come questo viene immediatamente messo da parte qualsiasi rigurgito populista e le quote d'ingresso da pagare (in considerazione degli elevati coti di gestione) vengono tenuti impietosamente alti (14 sterline il biglietto d'ingresso per gli adulti e per i bambini da 7 anni in su).
Eppure la gente paga senza esitare per godere di tanta bellezza e il parco e' letteralmente gremito di visitatori.
Chi vuole, inoltre, puo' farsi "amico dei Kew Gardens", pagando una quota annuale e divenenddo sostenitore delle sue iniziative E come "amico" potra' entrare gratuitamente.
E' questo un modo civile e molto "britannico" per rendere i cittadini partecipi delle cose e fare in modo che essi sentano di contribuire in una certa misura alla loro efficienza e se ne sentano responsabili.

Per noi Italiani, tutte queste sono cose praticamente marziane o, addirittura, apparteneti ad un'altra galassia.

Una visita unica ed impareggiabile ai RBG Kew a Londra, dove si può toccare con mano tutto quello che a noi manca...All'interno del Parco nei diversi periodi dell'anno hanno luogo concerti, eventi culturali, mostre, ed iniziative per i piu' piccini.

Nel giorno della nostra visista era ancora operante per i piu' piccini la "Chocolate Quest", una sorta di "caccia al tesoro" alla ricerca dei momenti topici della storia del Cioccolato, (vista sotto il profilo botanico, ma anche con incursioni in altri campi del sapere), con tanti bambini mascherati e truccati da pellerossa in giro per i diversi meandri del parco.
E, camminando, si potevano ammirare le splendide opere scultoree di David Nash (ed era l'ultimo giodella mostra) che, pur essendo fatte di materiali diversi dal legno, apparivano come elementi lignei innestati nel terreno o parti di alberi indigeni appartenenti ad epoche geologiche antiche rimaste nel sito, dando l'impressione di essere state lì da sempre, o addirittura di essere cresciute fuori dal terreno stesso.

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4 aprile 2013 4 04 /04 /aprile /2013 20:03

E rieccomi a Piazza Magione

Piazza Magione, palermo (dal web)


Dall'ultima volta che ci sono passato sono trascorsi alcuni mesi
E non è certamente venuto da queste parti un mago Merlino con la sua bacchetta magica a ripulire tutto con un incantesimo
La monnezza e il degrado che mi avevano colpito allora ci sono ancora immutati, forse accresciuti, purtroppo
I conci di tufo che delimitano le fondamenta degli antichi edifici sono stati in parte divelti
Le assi di alcune delle panchine di legno sono state asportate
Insomma c'è di che per stare allegri!
Ma allevia la visione dell'incuria e della monnezza sparsa qua e là (in procinto di trasformarsi in reperto archeologico o di completare un processo di mineralizzazione), il verde risplendente dei prati e gli alberi nei quali si indovina una tensione pronta ad esplodere, soprattutto in quelli che, in autunno, hanno perso le foglie.
Allevia la sgradevole sensazione di degrado anche il fatto di vedere tanti che "usano" il posto in modo buono: una ragazza distesa a prendere il sole e accanto il suo cane
Un'altra che porta a spasso un cagnone

Cagnolini, cani, cagnoni: un complemento indispensabile del mondo, presenze assidue e costanti
Un ragazzo del posto, intento a far coccole ad un cuccioletto di cane, mentre se sta seduto all'ombra dell'alto edificio ornato di grandi graffiti e dalla facciata butterata che un tempo ospitava le suore di Madre Teresa di Calcutta
Una coppietta si fa le moine su una delle poche panchine rimaste intatte
E c'è anche un gabbiano isolato, in mezzo a tanti piccioni che pascolano tra l'erba e le commessure dei grandi lastroni di pietra, alla ricerca di bocconcini gustosi
L'arrivo improvviso d'una scolaresca che si ferma attorno alla statua di Padre Pio, schiamazzando e facendo giochi di corse e rincorse e poi indugiando a fare la sua brava merenda
Frida, curiosona, si protende verso gli scolari e alcune delle bimbe si avvicinano a coccolarla un po' e prima mi chiedono il permesso (ma non realmente per educazione, solo perché timorose di un'improbabile aggressività da parte della canuzza).
Io sorbisco un caffè al solito bar di sempre, Il Cokito, mentre fumo una sigaretta, pensoso.
Penso a dei fili magici che si protendono attraversano l'aria e che stabiliscono dei collegamenti con chi sta molto lontano, consentendo il movimento incessante di energie, di forze e di calore
E poi, me ne sto un po' ad aggiornare la mia agenda, un po' sonnacchioso e via via riscaldato dal sole i cui raggi picchiano sempre di più
Poi, leggo per un po' e la batteria del telefono sta per scaricarsi e non ho quasi più credito residuo.
E quindi, mi sento un po' paralizzato, isolato, "insulare"
Ma chi vive sulle isole deve per forza essere abituato a questo!
E poi, quando vado via, ci sono altre coppie che prendono il sole, distese su quegli scampoli di prato verde-smeraldo e che chiacchierano in un tempo fermo, senza troppi accadimenti e senza frenesia.

Ed io sono sempre pronto ad alzarmi, per andare altrove
La verità, l'essenza delle cose, si trova sempre nell'intervallo che ti separa dal posto dove sei all'altrove dove stai andando o dove vorresti arrivare.


Foto di Maurizio Crispi

Di nuovo a Piazza Magione di Palermo, ma ora è primavera
Di nuovo a Piazza Magione di Palermo, ma ora è primavera
Di nuovo a Piazza Magione di Palermo, ma ora è primavera
Di nuovo a Piazza Magione di Palermo, ma ora è primavera
Di nuovo a Piazza Magione di Palermo, ma ora è primavera
Di nuovo a Piazza Magione di Palermo, ma ora è primavera
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3 aprile 2013 3 03 /04 /aprile /2013 18:32
Monte Cuccio di Palermo nella mia fervida fantasia di bambino era un vulcano..Quando ero piccolo...
Ogni volta che vedevo Monte Cuccio con la sua singolare cima puntuta, la mia fantasia si infiammava sempre...
E dicevo sempre: "Mamma, mamma, guarda c'è il vulcano".
E la mamma: "Maurizietto, ma quello non è un vulcano, è solo una montagna che finisce a punta..."
Ed io, alla volta successiva: "Mamma, Mamma, come che da quel vulcano non esce il fumo?"
E la mamma: "Maurizietto, ma ti ho già detto mille volte che quella montagna non è vulcano, ma soltanto una montagna che finisce a punta".
Ma era una storia infinita.
Dialoghi come questo si ripetevano con una notevole frequenza: probabilmente, dal punto di vista di mia madre, sino allo sfinimento.
E mi piaceva davvero tanto pensare che avessimo un vulcano proprio alle porte di casa.
E me l'immaginavo che sbuffava fumo e che zampillava di fiamme, lava e lapilli incadescenti.
Lo collocavo perfettamente nei miei scenari mentali fatti di geografi avventurosi e di intrepidi eroi che si scontravano con le forze della Natura o che dovevano prevalere sulle sfide da un ambiente selvaggio e orrifico.
Poi, il tempo di Monte Cuccio, visto come vulcano, passò, come passano tante cose che fanno parte dell'archeologia del nostro sapere.
E arrivai anche sulla cima di quel monte, la prima volta assieme a mio padre: e quella volta ebbi la prova inconfutabile che non si trattava di un vulcano, nemmeno di un vulcano spento da millenni: vidi con i miei occhi che, sulla cima, non c'era traccia alcuna di un antico cratere.
E così la forza della Ragione spazzò via gli ultimi residui del mio immaginario avventuroso.
Eppure...
Quando ogni tanto guardo il monte che ormai l'inconfondibile marchio della skyline dei monti che contornano l'ex-Conca d'Oro che assediava con sterminati campi di agrumi con i loro frutti gialli e arancione la città storica, mi ritrovo a pensare con una certa nostalgia a quando immaginavo che Monte Cuccio fosse un vulcano ancora in attività.
E spesso è proprio l'immaginazione l'attività che riempe di condimento la nostra vita...
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16 marzo 2013 6 16 /03 /marzo /2013 12:25

Catania, Casbah e metropoli europea al tempo stessoPochi giorni fa (il 13 marzo 2013, per l'esattezza) ho fatto un viaggetto sino a Catania per accompagnare mio fratello che lì doveva essere presente ad un incontro "istituzionale". La giornata non era per niente buona, nello svilupparsi di un generale peggioramento dellle condizioni meteo. Abbiamo affrontato il viaggio in auto, sfidando il vento (soprattutto all'andata) e la pioggia intensisima (al ritorno).
Mentre mio fratello era occupato nelle sue faccende, io sono andato in giro: e ho scoperto, avviandomi nella mia consueta passeggiata alla scoperta dei luoghi, che la sede della Azienda Sanitaria Provinciale (ASP) è proprio a due passi dalla centralissima via Etnea.
Pur con qualche inconveniente legato alla pioggia, ho fatto il turista, rendendomi conto che, all'infuori di una mia partecipazione ad una maratona alcuni anni fa, non mi era mai caputato di camminare e curiosare per le vie del capoluogo etneo.

L'arrivo a Catania è stato caratterizzato da un'atmosfera cupa ed umida.

Le scure pietre laviche di cui sono fatti molti edifici paiono ancora più scure...
Il passaggio dalle periferie di Catania offre l'idea di una Casbah o di una città mercantile, alquanto di frontiera, tanto è imponente la presenza di extracomunitari, provenienti dall'Africa profonda.
Poi, man mano che ci si avvicina al centro, si fa predominante l'aspetto d'una grande città dalle grandi vie monumentali con selciato di pietra, a partire dalla stupefacente Via Etnea che taglia perpendicolarmente la metropoli dalle antiche mura su verso le pendici del Vulcano che domina la città.
Qua, verso il centro, nel cuore pulsante dell'operosa metropoli, l'atmosfera è visibilmente più tranquilla e meno caotica...
Via Etnea ha due anime in verità. 
Catania, Casbah e metropoli europea al tempo stessoLa sua parte bassa è tranquilla e consacrata esclusivamente al traffico pedonale: Ed è anche la zona delle grandi chiese, a partire dal Duomo e dei grandi palazzi dell'aristocrazia di un tempo e del potere.
Grandi piazze lastricate di pietra si succedono, piazze dalle dimensioni spettacolari e di impianto tardo settecentesco o dei primi anni dell'Ottocento, realizzate in uno spettacolare ridimensionamento urbanistico di cui ha fatto le spese un reticolo di strade preesistenti, mentre altri edifici - ma di minore pregio - sono stati abbattuti (come, per esempio, accadde a Palermo all'epoca della costruzione del Teatro Massimo o dello sventramento della città vecchia per fare spazio alla più moderna via Roma)... I pedoni che le attraversano, individui isolati oppure numerose scolaresche in visita, sembrano nel confronto con le dimensioni della sfarzosa scenografia urbanistica, esili figurette insignificanti, per quanto colorate e in risalto sullo sfondo fatto di neri e di grigi severi.

Anche qui, frammischiati con la folla di passanti, vi sono extracomunitari e mendicanti, in un miscuglio da corte dei miracoli.
Ma la loro presenza è più discreta e, in qualche caso, quasi utilitaristica: pensiamo ad esempio ai venditori di mono-articoli, molto presenti ed attivi, come nelle città dell'Estremo Oriente frequentate da turisti occidentali.
Il venditore di mono-articoli ha una ricca varietà di merci stivate da qualche parte (ma, il più delle volte, per esigenze connesse alla logistica del suo lavoro, in un luogo facilmente raggiungibile) e, a seconda delle circostanze, si ricicla come venditore di un articolo piuttosto che d'un altro.
Catania, Casbah e metropoli europea al tempo stessoEssendo quella della mia visita una giornata piuttosto piovosa, l'offerta di questi venditori era quella degli ombrelli (pieghevoli, telescopici e quant'altro). 
Magari gli stessi venditori, in un'altra circostanza (per esempio in condizioni di caldo e sole piuttosto forte), si improvviseranno imbonitori di altre mercanzie, come - ad esempio - cappellini con la visiera ed occhiali da soli.

L'unico inconveniente è che sembrano essere così tanti e che sembrano intralciarsi l'uno con l'altro.
Ciò potrebbe essere tuttavia a favore degli eventuali compratori, perché darebbe ampio spazio al mercanteggiamento sul prezzo. Camminando e camminando si arriva alla scenografico duomo sormontato da statue barocche tra ci l'effige di Sant'Agata, santa protettrice di Catania: un simbolo religioso che è contrastato, quasi al centro della grande piazza, da un simbolo "laico", sentito dai catanesi come potente oggetto di identificazione, che è il famoso "liotru" (cioè l'elefante, scolpito dalla scura roccia lavica che sulla sua schiena sorregge un grande obelisco di marmo bianco.
Cosa sarebbe Catania senza Sant'Agata a proteggerla dall'alto dei cieli e senza u liotru simbolo terreno di forza, ma anche ricco di implicazioni metafisiche?


Catania, Casbah e metropoli europea al tempo stessoLa parte superiore di Via Etnea, invece, perde quello smalto della grande città di levatura europea e si fa più popolare. 
In più, non essendo chiusa al traffico automobilistica, è davvero caotica e costantemente intasata di autoveicoli che camminano al passo e che inquinano con i gas di scarico, in un'intollerabile sinfonia di clacson selvaggi.

Alla fine, subito dopo aver superato il duomo e "u liotru", là dove attraverso una porta cittadina si sbuca dall'altro lato della possente cortina muraria di un tempo, si ammassano i venditori di souvenir, tra i quali spiccano i pupi del Teatro delle Marionette che, qui a Catania, hanno delle caratteristiche costruttive e morfologiche leggermente diverse dai "pupi" del Palermitano.


Alla fine della passeggiata, quando ha cominciato ad imperversare una pioggia piuttosto fredda e stizzosa, mi sono riparato da "Prestipino", lungo via Etnea e qui ho ordinato un aperitivo.
La sosta e il sentirmi in sintonia con il resto del mondo e, nello stesso tempo, in comunicazione con un mio ospite segreto, vitale e ricca di colpi di scena mi hanno rinfrancato.

Poi, è arrivato il tempo di rimettersi in marcia per fare ritorno a casa.
Ho ripercorso all'incontrario le stesse vie: i mendicanti erano ancora al loro posto, come anche i venditori di ombrelli, alacremente intenti a proprorre la loro mercanzia e ad intessere trattative, anche se uno si era accomodato su di un gradino per una rilassante (ma, al tempo stesso, inquieta) pausa-sigaretta.
Catania, Casbah e metropoli europea al tempo stesso
Su di un muro campeggiava un graffito che fa "Ammiria mancia l'occhi"". Ammiria è parola catanese (a Palermo si pronuncia e si scrive in maniera leggermente diverse) che va detta con l'accento retratto sulla "a" e significa invidia: quindi il significata della apoditticva affermazione è "L'invidia mangia gli occhi".
I graffiti metropolitani in fondo servono anche questo: ci ammoniscono, ci ammaniscono pillole di sapienza popolare e ci invitano alla riflessione.
E, in questo senso, hanno una funzione sociale ed esprimono una voce genuina che dice il più delle volte la verità o delle verità scomode.

Ed un altro giorno è andato.
Uno in più ed uno in meno, al tempo stesso.

 

 

 

 

 


Catania, Casbah e metropoli europea al tempo stesso

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22 gennaio 2013 2 22 /01 /gennaio /2013 12:31

forum_04.jpgLe note che seguono, alquanto impressioniste, raccontano della mia prima ed unica visita del Centro Commerciale Forum a Palermo che, già alla fine del 2010, ha dato la stura all'operazione dei grandi centri commerciali di nuova (ed ultima) generazione della Sicilia, sia occidentale sia orientale, che da allora nascono e crescono come funghi (vedi, ad esempio, nel Palermitano, il Poseidon oppure quello voluto da Zamparini), creando seri problema di viabilità nelle zone in cui sorgono, ma soprattutto - con le loro offerte al ribasso - un effetto "strangolamento" sui piccoli commerci a gestione familiare, sia nelle periferie sia nei centri cittadini.
I Centri commerciali rientrano secondo me tra quelle cose rubricabili come "circenses" nella famosa frase latina "panem et circenses".
In verità, la formula del successo è nel fatto che la maggior parte della gente gode autenticamente di questa possibilità che è a lei offerta.
In genere, si va al centro commerciale, per "stare", per passeggiare, per guardare, riempiendosi gli occhi di cose che magari non si compreranno, per mangiare qualcosa a basso prezzo, per stare al fresco nelle torride giornate d'estate con l'aria condizionata sparata a tutto volume oppure per stare al caldo, mentre negli spazi piuttosto ampi e senza traffico i più piccini possono scorrazzare liberamente.

Non ho grande simpatia per i Centri Commerciali, perchè come tutto ciò che viene disseminato nella realtà come intrattenimento consumistico (appartenente alla categoria dei "circenses": come i giochi, gli sport, le trasmissioni televisive a basso livello culturale) servono ad ottundere la coscienza delle masse e spingono sempre di più verso una voragine di non pensiero. Ma lascio ad altri approfondite analisi sul pericolo a cui portano i grandi centri commerciali, pensati unicamente in funzione della speculazione e del guadagno di pochi soltanto alprezzo dell'erosione progressivo delle piccole imprese.
La mia - come dico in premessa - è un'analisi impressionista, un racconto in soggettiva delle mie impressioni, filtrate attraverso i miei personali vertici di osservazioni trasudanti bieca soggettività.
In ciò che ho scritto, ci sono - ovviamente - tutte le mie antipatie e le mie convinzioni personali, che inevitabilmente entrano nella costruzione della mia griglia di osservazione.
Lo scritto è indubbiamente una nota diaristica, ma anche un reportage "gonzo", per alcuni versi, visto che io ero là, in quel momento, mescolato alla folla, "mi stavo sporcando" nel contesto del centro commerciale, per quanto il mio obiettivo di quel giorno fosse solo di andare al cinema e, per me, si trattata soltanto di ingannare l'attesa sino all'orario di inizio del film...
Comunque, mi sento di sottoscrivere che in questi luoghi c'è molto dei"non luoghi" di foucaultiana memoria, spazi senza memoria e senza storia, senza sedimentazioni identitarie... e senza possibili evoluzioni se non quelle dettate dall'offerta del mercato. Anche se come commenta una mia lettrice su FB (Maria Rosa Tarantino):  "Anche i non luoghi adesso sono luoghi. Questa in particolare è stata domanda di esame a Geografia in Antropologia Culturale: portai delle foto di Disneyland in California, e la professoressa convenne con me sull'idea che i non luoghi, ora arricchiti dalle anime, energie, sentimenti speranze e tristezze di chi li popola ora sono luoghi, luoghi del post-moderno....non solo space, ma place, secondo una distinzione lessicale che l'inglese rende ottimamente".

forum 01Ahhhh! Questo è allora un centro commerciale!
Vedo dappertutto gente contenta, felice...
Girovagano, acquistano mangiano e, se non possono spendere, si riempiono gli occhi e anche questo è funzionale al consumismo... 
Riempirsi gli occhi di novità tecnologiche, di aggiornamenti della moda o di "beni per il corpo" serve ad alimentare il desiderio che domani spingerà a consumare...
E, poi, magari, anche se le tasche sono semivuote, qualcosa - anche per pochi soldi - si finisce comunque con il comprarla, perchè l'offerta è buona o la seduziione ammicante del bene esposto è rirresistibile.
All'interno del complesso, si sviluppa una vera e propria rete viaria con fantasiose denominazioni ittiche: come "via del granchio", "via dell'aragosta", "piazza delle barche"...
Un'enorme quantità di negozi ed esercizi commerciali si dispiegano davanti ai miei occhi esterrefatti (sembra che in tutto ce ne siano 125!!!).
All'ingresso ci sono addirtttura, in buona evidenza delle grandi mappe su cui orientarsi e con l'evidenziazione degli itinerari da seguire.

Al grande spazio interno, articolato in vie e piazze, si accede attraverso tre grandi ingressi principali: rispettivamente "Ingresso polipo", "Ingresso barche" e "Ingresso aragosta"...

Si intravede in questo un lodevole sforzo - e sfoggio - di fantasia in questo: forse visto che siamo in Sicilia, si è voluto fare riferimento al nostro patrimonio ittico-marino.
L'impressione dominante, anche per questo, è di posticcio e di artificiale, a partire dalle finte finestre che sormontano i negozi per dare ai peripatetici tristanzuoli l'impressione di camminare tra vere case.
Per non parlare poi dell'allegria dei frequentatori che sa di finto e di posticcio.

L'impianto di climatizzazione è sempre funzionante d'inverno e d'estate, sparato a pieno regime. 
Si respira un'aria artificiale che non sa di niente: eppure, si avvertono mescolati tra loro tutti quei sentori che si respirano nei supermercati alimentari. E sempre quel sentore di pesce, sull'orlo del marciume, che pur tenue ti spinge verso l'orlo della nausea.
La colonna sonora è un brusio continuo, voci che si mescolano, tintinnio di tazze, bicchieri e piattini, i bip bip dei videogiochi, musiche dissonanti che si sovrappongono perché molti degli esercizi hanno una propria colonna sonora e non c'è dietro nessun progetto, se non quello insensato di una babele sonora 
forum 02In giro - nei piccoli boulevard pedonali - poche panchine, gente in sosta attorno ad una fontana chioccolante-zampillante, sempre quel sentore ammorbante di pesce (sarà perché le vie portano i nomi di creature marine?), zaffate di aria fredda che si insinuano sotto la T-shirt, ragazzini che, giocando, urlano quasi a lacerarti i timpani
Tutto è fatto per condurti in giro, facendoti annegare, soffocare, crapulare in un mare di stimoli, proposte, sensazioni e tentazioni, tutto in proporzioni pantagrueliche tali da occludere la capacità di elaborazione autonoma, uccidendo - in definitiva - il pensiero, se quella capacità di pensare non è già morta a causa delle TV, prima di entrare qua dentro. 
E se non si consuma (nel senso di comprare), si mangia e ci si riempie il ventre indulgendo a quella che altro non è se non un'altra - non meno letale - forma di consumismo. 
Anche qui l'offerta é sovrabbondante, ridondante: si arriva ad una "piazza gastronomica" dove si apre una sfilza di locali che offrono tutti più o meno la stessa cosa, con molte varianti dello stesso copione (che è "bere, mangiare, consumare, avendo l'illusione di spendere pochi soldi").
E citiamo per divertirci un po' i fantasiosi nomi di alcuni di questi esercizi, alcuni rivelatori di una vena esotico-americaneggiante: Old Wild West, Centopanini, Villa Pizza, Stuzzico, Paradice , Lavazza Espression, Sea Food, Segafredo Zanetti, Rossosapore, Rossopomodoro Pizze, Di Martino Panineria, etc etc
Fuori, in un edificio a parte, c'è "Il Baglio", dove sono raccolti alcuni locali per una ristorazione più di qualità, come I Fratelli La Bufala pizzaioli emigranti e E Burger King. E Mangiafuoco
Si nota, nel complesso, un tragico livellamento al basso.
Griffe sí, ma di quelle a prezzi popolari. Ma - udite udite - c'è anche un punto vendita della rinomata Libreria Flaccovio, ma se fate un giro tra i banchi d'esposizione potete notare che, in prevalenza sono esposti soltanto best-seller ed esemplari librari di bassa cultura popolare, manualistica e cose così, insomma. 

forum 03Anche qui, quindi, la cultura è venduta a basso prezzo e l'oggetto-libro è svilito alla sua dimensione puramente commerciale e consumistica.

Nel complesso, mi è sembrato di aver fatto una rapida e veloce full immersion in un dispositivo per distogliere dal pensare e per indurre le persone ad agire a cortocircuito, bypassando la mente. In fondo, nei centri commerciali si è schiavi, mentre si pensa di essere liberi, tutto il contrario dello slogan che Forum palermo propone nel suo sito web: "Sei libero Sei a Forun Palermo".

Se non altro, in un caloroso giorno estivo (esattamente nel pomeriggio di Ferragosto di ben due anni fa) ho tratto occasione per stare un paio d'ore ben refrigerato, in attesa di entrare in una delle sale cinematografiche.




Foto di Maurizio Crispi

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9 gennaio 2013 3 09 /01 /gennaio /2013 15:31

Crevalcore - Foto di Maurizio Crispi(Maurizio Crispi) Crevalcore, una  tra le cittadine dell'Emilia duramente colpite dal sisma del 20 e 29 maggio 2012, cammina ancora a passo ridotto in attesa che i primi passi della ricostruzione avviati possano andare a regime.
Apparentemente è ancora tutto al suo posto, gli edifici sono tutti in piedi, sembrano integri e non si vedono molte lesioni all'esterno. Questo è uno dei motivi per cui si è detto con amarezza che il terremoto che ha colpito crevalcore sia stato "di serie B".
Però, gli edifici sono tutti transennati ed inagibili: la cosiddetta zona rossa riguarda pressocchè integralmente il centro storico, con il suo storico corso Garibaldi che si estende tra le due porte.
Gli edifici, per la tipologia dele scosse, sono implosi all'interno: le strutture interne sono crollate o sono state gravemente lesionate, mentre l'esterno (l'involucro) è rimasto miracolasamente al suo posto.
La parte centrale della cittadina, il suo centro storico tra la Porta Bologna e la Porta Modena, poste alle due estremità dell'elegante e sobrio corso principale, è tutta transennata e messa in sicurezza, praticamente deserta.
Poche persone - anche nel pieno dei giorni di attività lavorativa - vi si muovono, quasi esitanti e sperdute.
Proprio all'inizio del 2013, in occasione della mia visita, alcuni degli edifici venivano messi messi in sicurezza per dilazionare eventuali crolli.
Fa tristezza vedere tutti gli esercizi commerciali chiusi e così poca gente in giro, il tutto in un'atmosfera di silenzio quasi spettrale.
Pochi passanti in giro, quasi come ombre vaganti in una città fantasma.
Il silenzio, la mancanza di persone in giro, l'assenza di attività commerciali mi hanno riportato prepotentemente alle sensazioni che sperimentai dopo aver girovagato alcuni fa per le vie della bosniaca Mostar che era stata devastata dalla guerra civile. 
Fuori dalle porte contrapposte della città che forse dovranno essere abbattute del tutto (a detta di alcuni Crevalcoresi), sono state edificate delle strutture provvisorie che alloggiano il Polo Sanitario, l'Ufficio postale, le Banche, le Farmacie.
Crevalcore - Foto di Maurizio CrispiAlcune di queste attività - come la Farmacia Zoccoli, originariamente ubicata nel Corso principale - sino a non molto tempo fa erano state allocate in via del tutto provvisoria all'interno di container senza riscaldamento e solo di recente hanno potuto essere dilocate in una sede più definitiva attrezzata con i necessari confort.
Tutto questo mette addosso una profonda tristezza: ci si rende conto che fintantoché non si è colpiti direttamente da simili eventi tutto rimane astratto e puramente teorico.
Le cose bisogna vederle nella loro realtà, toccarle con mano per cominciare a capire cosa significhino veramente.
Ci si chiede allora: Come affronterei io stesso un simile evento. Quali strategie metterei in campo per confrontarmi con analoghe difficoltà?
Ed allora, quando ci si pongono simili interrogativi, si sente maggiormente la tristezza di una situazione in cui tante persone come te sono state espropriate dalla loro città e, in una certa misura, anche dalla propria vita.
La differenza sta nel fatto che a te non è capitato...
Mentre sei lontano vivi nell'ignoranza beata, ma quando ti immergi in una di queste realtà comprendi un po' di più, pensi al fatto che stato solo un po' più fortunato e rifletti sul fatto che la stessa cosa potrebbe capitare anche a te. Si percepisce palpabile, tuttavia, che nei cittadini di crevalcore vi è tanta energia, tanta voglia di ricominciare e di ricostruire, anche basandosi soltanto sulle proprie forze.

Crevalcore - Foto di Maurizio CrispiL'ottimismo non muore nella forte tempra dei cittadini di Crevalcore che, per esorcizzare la tristezza del Corso desolatamente vuoto, dominato tuttavia dalla presenza rassicurante della statua di Marcello Malpighi, illustre cittadino della città e sua sentinella, non hanno esitato a decorare egualmente le vie e le piazze del centro con luminarie natalizie che portano con sè la Buona Novella della ricostruzione che verrà.
Se si approfondisce e si parla con la gente, si comprende che le cose sono già andate abbastanza avanti: la ricostruzione s'è avviata su canali giusti e sono state intraprese delle iniziative vigorose, grazie anche all'intraprendenza del Sindaco Claudio Broglia, molto apprezzato dalla popolazione che proprio il 4 gennaio 2013 ha festeggiato con la cittadinanza (nell'American Bar del Corso, unico esercizio di questo tipo rimasto integro e aperto al pubblico) l'essere stato prescelto alle primarie del PD per portarsi alla prossima consultazione politica nazionale del prossimo 24 e 25 febbraio 2013.
Già oggi, il Sindaco Broglia è considerato un benemerito dalla popolazione da lui guidata e la sua candidatura è stata molto festeggiata, perchè una sua possibile elezione viene vista come ulteriore garanzia dell'impegno alla ricostruzione: Broglia viene visto da molti come un eroe che non ha esitato ad esporsi in prima persona e ad assumersi delle responsabilità per favorire i primi passi sulla via della ricostruzione.
Grazie alla disponibilità sua e dell'Amministrazione comunale da lui presieduta, sono potuti arrivare tra il 5 e il 6 gennaio 2013, oltre 800 atleti e i loro accompagnatori per partecipare alla seconda edizione della Maratona di Crevalcore che - oltre ad essere evento sportivo tecnico di qualità - si è prefisso di attuare - attraverso le quote d'iscrizione, una raccolta fondi da devolvere nel processo di ricostruzione.

 

 

 

Crevalcore - Foto di Maurizio Crispi

 

 

 


 

 

 

Crevalcore - Foto di Maurizio Crispi

 

 

Foto di Maurizio Crispi

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2 gennaio 2013 3 02 /01 /gennaio /2013 07:43

Monte Gallo visto da Pizzo Manolfo - Foto di Maurizio CrispiSi conclude l'anno, in genere, (o si inizia quello nuovo) cercando di fare ciò che si preferisce, ciò che più piace, ciò che si desidera in modo tale che la cosa (o le cose) che preferiamo e che ci piacciono ci accompagnino poi nell'anno nuovo.
Passare da un anno all'altro è come varcare una soglia ed è come se, facendo determinate cose, le stipassimo dentro lo zaino che contiene tutto ciò che vogliamo portare con noi in questo nuovo (ed ennesimo) upgrade della nostra vita. Altre cose, invece, ce le lasciamo alle spalle e rimarranno soltanto nel bagaglio più impalpabile dei nostri ricordi.
Alcune, infine, vengono buttate fuori dalla finestra (non solo materialmente, come è nelle tradizioni, ma soprattutto metaforicamente). Si ripuliscono così il camino e la sua ciminiera da troppi di strati di fuliggine che si sono accumulati nel corso dell'anno.

E' stato così che alla fine del 2012, mi sono ritrovato a fare una bella passeggiata su per Pizzo Manolfo (763 metri) con la sua cima gemella di Monte Castellaccio (890 metri) che è il complesso montagnoso incombente sopra Tommaso Natale e Isola delle Femmine, la cui parte sommitale fu dominata al tempo della 2^ Guerra Mondiale da una postazione dell'Antiaerea e che è oggi affollata da più prosaiche e antiestetiche ripetitori della telefonia mobile. Il fianco della montagna è bellissimo perchè è interamente ricoperto da un bosco ormai molto fitto di pini e cipressi. La montagna con i suoi sterrati e con i suoi single track è stata a lungo molto frequentata dai cultori della Mountain Bike, da cross-motociclisti e, soltanto in tempi più recenti, da amanti del trail in Sicilia sempre più numerosi.


Il primo belvedere di Pizzo Manolfo, dove lo sterrato del Demanio si biforca - Foto di Maurizio CrispiQuesta passeggiata non c'era messa, in realtà, tra le cose da fare, almeno per me.

E' nata sulla base di un invito estemporaneo ed io mi sono unito lietamente.
Abbiamo formato una combriccola di umani e di cani: niente di meglio per fare una bella passeggiata, perché i cani trasmettono immediatamente gioiosità e spensieratezza con la loro capacità di lasciarsi andare al gioco e alla corsa, dominati da pura energia istintuale.

Ci siamo inerpicati su per lo sterrato demaniale che conduce sino alla cima di Pizzo Manlfo e di Monte Castellaccio e da cui si dipartono anche uno sterrato che conduce sino a Torretto ed uno ad anello che circumnaviga l'intero complesso montagnoso.
Qui, sino a qualche anno fa, ci venivo frequentemente ad allenarmi, specie quando mi preparavo per una delle ultime 100 km cui abbia partecipato. 
La salita prolungata e costante è un impegno utilissimo per la specificità della 100 km del Passatore, i cui primi 50 km - come molti sanno - sono tutti in salita.
Ma ci venivo anche perché mi piaceva il posto, con la sua pace e il suo silenzio e con il regalo di splendide vedute di cui si comincia a godere, non appena si supera una certa altitudine e lo sguardo può spaziare oltre le cime degli alberi che qui crescono vigorosi.

Ho ritrovato intatte le emozioni di un tempo e di questo dico grazie, alla maniera di Roland Deschai, l'Ultimo Pistolero della saga della Torre Nera di Stephen King.
Sono stato subito avvolto dal vago sentore muschiato del sottobosco, in un miscuglio di forti odori resinosi, di foglie in decomposizione e di terriccio umido.
Il sole ogni tanto si insinuava tra i rami e gli aghi di pino spezzando la quieta ombrosità del bosco fitto e creando una danza silenziosa di pulviscolo dorato.
Da un certo punto in poi ho cominciato a percepire un odore fragrante di legna resinosa bruciata in uno dei camini delle case sottostanti.
Mi sono sentito in pace e mi sono chiesto perché da tempo non fossi più tornato in questo luogo: una domanda a cui è difficile una risposta. Facciamo le cose che ci piacciono e, poi, ad un certo punto, inspiegabilmente ce ne dimentichiamo... Eppure sono sempre lì a portata di mano...
Un mistero, davvero.

Monte Gallo visto da Pizzo Manolfo - Foto di Maurizio CrispiPoi, continuando a salire, all'improvviso si è aperta la visuale: eravamo arrivati ad un punto in cui i nostri occhi erano più in alto delle cime più alte di alcuni delle conifere (pini e cipressi) cresciuti sul pendio erto del monte.
Si godeva una magnifica vista su Monte Gallo, su Monte Pellegrino più verso la destra, sulla baia di Mondello, incastonata tra i due monti e sulla quella piccina e affascinante di Sferracavallo.
Ma la cosa più preziosa da avvistare è stata il profilo di Ustica, a circa 60 km dalla costa in direzione Nord, che emergeva dalle brume del mare, con il suo inconfondibile skyline.
Ogni volta che la vedo nella distanza rimango meravigliato, come se scorgessi "l'isola che non c'è" delle fiabe, oppure "l'isola non trovata" delle leggende, delle storie e delle canzoni...
Ed anche per questo dico grazie.

Mi sono ricordato che qui, molto prima del tempo in cui sulla cima più alta fossero collocate le antenne dei ripetitori, ci venivo con mio padre, appassionato camminatore in montagna ed esploratore sia dei luoghi più lontani sia di quelli prossimi.
Fu proprio lui a portarmi sin sulla cima di Pizzo Manolfo a visitare le piazzole dell'Antiaerea risalenti al 2° conflitto mondiale.
Ustica vista da Pizzo Manolfo - Foto di Maurizio CrsipiE, quando ero ragazzo (ma, in fondo, tuttora) tutto ciò che appartiene alla categoria "ruderi", castelli, fortini, fortificazioni e casematte mi appassionava perché in quei resti vedevo e sentivo - come adesso - gli echi di avventure e combattimenti che alimentavano la mia fantasie, grazie alle letture che, sempre mio padre, mi forniva...

Penso che nel corso dell'anno che verrà, qui a Pizzo Manolfo, ci tornerò ancora molte volte.
 

 

In fondo con questa passeggiata ho ritrovato un vecchio e bonario amico...


Foto di Maurizio Crispi

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14 dicembre 2012 5 14 /12 /dicembre /2012 07:55

Mondello in una sera di pioggia - Foto di Maurizio CrispiMondello (la spiaggia dei Palermitani) con la pioggia e con il sereno cambia volto. Ma è sempre quello stesso posto che, indifferentemente dalle condizioni meteo, conserva il suo fascino e ti parla.
Ci vai e stai lì e ascolti te stesso e il fluire dei tuoi pensieri.
Oppure, semplicemente, cammini, guardi le nuvole in cielo, osservi il mare sempre mutevole, oppure guardi il monte che, a seconda delle condizioni di luce, ti può apparire benevolo o arcigno.
Te ne stai ad ascoltare il picchiettio della pioggia, oppure - se ne hai voglia - ti immergi nel flusso di gocce che cadono giù dal cielo corruscato e nella nuvola di salsedine in minute goccioline trasportata dal vento furioso.
Te ne stai, godendo del rombante ruggito dei marosi.
E ogni volta ringrazi per avere un posto simile a portata di mano.
A giudicare dalle prima foto che correda queste riflessioni, potrebbe sembrare che io abbia dormito in auto, aspettando che la pioggia avesse fine per poter uscire dall'auto e fare una bella passeggiata rasserenante... 

Certo, chi vuole è liberodi pensarla così, in effetti potrebbe essere proprio così che sono andate le cose... 

Mondello con il sereno dopo la tempesta - Foto di Maurizio CrispiIo stesso, se ci penso soltanto un po,' me ne convinco. 
E' vero... 
Romanticamente, ho atteso seduto in macchina, in attesa che sorgesse un nuovo giorno pieno di sole e di azzurro. 
La passeggiata che poi ho fatto ha riscattato il grigiore della sera e quell'uggiosità greve che mi era entrata nelle ossa, con il ripetersi di paesaggi e di vedute già tante volte visti eppure sempre nuovi.
Ma ogni tanto mi sono scappate delle foto in BN: il giusto contraltare alla meraviglia della bella giornata e l'appropriato tributo ai mezzi toni grigi del giorno prima. 
E, con il dono finale di un albero carico di frutti di melograno già aperti che con il loro rosso vivido occhieggianti dal muro di confine del terreno privato di un villino, ho ricevuto un segno di buon auspicio e una bella ventata di allegria... Anche se i frutti già aperti con il loro ventre di chicchi rossi preannunciava in qualche modo la fine e la perdita... 
Ma è sempre così, in ogni cosa è contenuto sempre tutto, l'inizio e la fine, l'alfa e l'omega... 
Basta saper guardare e non tirarsi mai indietro davanti a niente...

Mondello in BN - Foto di Maurizio Crispi
Pioggia fredda e pungente
Raffiche sul mare,
franngenti bianchi di spuma,
sfioccata in tenui merletti

Monte Gallo,
fosco,
emerge dalla grigia coltre
di spruzzaglia d'acqua salsa

Fantasmi,
ombre vaganti
nella luce tremula dei lampioni

In pochi esigui segni
è iscritto il mistero di tutto

Sono pronto ad avventurarmi
nel gorgo del tempo,
dove il passato e il futuro 
si annullano

Sono pronto,
anche se per questo
non si può mai essere 
del tutto pronti

Effetti piroclastici
del sole che verrà

Melograno a Mondello - Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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