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30 aprile 2026 4 30 /04 /aprile /2026 07:00

Quella notte, il 5 maggio del 1972, squillò il telefono di casa (l'unico che ci fosse allora).
Papà era partito la mattina dello stesso giorno, per recarsi a Roma, in uno dei suoi frequentissimi viaggi di lavoro.

Riporto qui di seguito ciò che scrissi, altrove, in un mio blog dedicato alla memoria di mio padre1.

Squilla il telefono ripetutamente.
Mia madre va a rispondere.
Chi è, le sento chiedere.
Silenzio.
Chi parla?
Una lunga pausa di silenzio.
Poi, la voce di mia madre si leva più acuta.
Lei mi deve dire perché vuole sapere proprio ora se mio marito si trova sull'aereo in arrivo da Roma.
Me lo dica, me lo dica… La voce, sempre più alta, è prossima a rompersi in un lamento.
Pausa.
Di nuovo la stessa iterazione.
Grida scomposte.
E poi, silenzio.
Forse la voce implacabile all'altro capo del filo sta finalmente dicendo qualcosa.
Fine della telefonata.
Esco dalla stanza, ricomponendomi alla meglio, in ansia.
Cosa sarà successo?, mi chiedo.
Lo chiedo a mia madre.
Chi era?
Una giornalista del Giornale di Sicilia.
Che voleva?
Voleva sapere se papà era sull'aereo che veniva da Roma.
Perché lo voleva sapere?
Prima non me lo voleva dire
Poi alla fine te lo ha detto?
Sì.
L'aereo è caduto, è precipitato.
No. Che cosa mi dici!?
Sì, così.
Dopo questo sì, così netto ed irrevocabile, non ci sono più parole che si possano dire.
Cosa facciamo, adesso?
Non sappiamo cosa fare... Non siamo come quelli che vanno e vengono dall'aeroporto ad accompagnare e a prendere i propri familiari. Non sappiamo che fare...
Telefoniamo.
Sì, ma a chi?
Proviamo a chiamare in aeroporto.
Sì, proviamo.
Non si riesce a comunicare, le linee telefoniche per l'aeroporto sono intasate.
Andiamo, allora.
Sì, andiamo.
(...)
Ci vestiamo, siamo subito pronti.
Ci imbarchiamo sulla piccola cinquecento di mamma e partiamo angosciati, io alla guida.
L'autostrada per l'aeroporto è buia e silenziosa... poche macchine, strada deserta e poi, all’improvviso, il transito di un grumo di ambulanze con la sirena spiegata.
All'altezza di Carini, nel buio pesto della notte, vedo fasci di luce di cellule fotoelettriche che spazzano il fianco di Montagna Longa.
Sono preso dallo scoramento.
Per la prima volta dallo squillo del telefono il nodo che sento nel petto e in gola si scioglie in lacrime e pianto.
Mamma, cosa andiamo a fare là.
E' inutile torniamo a casa.
Andiamo ad aspettare a casa.
E' stato così che arrivati all'aeroporto senza nemmeno fermarci abbiamo imboccato la strada del ritorno.
Questo è quello che io ricordo.
Ma in verità – qui mi sovviene il racconto di mia madre, trentuno anni e dieci giorni dopo – siamo arrivati sin dentro all’aeroporto e, scesi dall’auto, siamo entrati nella sala arrivi.
Uno spazio desolatamente vuoto si è aperto davanti a noi.
Se ne erano andati tutti.
Un funzionario ci è venuto incontro…
Volevamo sapere…
Ma ci interrompe prima che noi si possa dire altro.
È inutile che stiate qua; andate a casa!
Perché, perché, fa mia madre.
Intanto si avvicina un giovane giornalista che noi conosciamo.
Anche lui ripete le stesse cose, con gentilezza.
Ha un giornale arrotolato che sporge dalla tasca.
Mia madre lo afferra e lo dispiega.
Legge la notizia “Si schianta su Montagna Longa l’aereo proveniente da Roma, morti i passeggeri e gli uomini dell’equipaggio". Non ricordo più il numero esatto.
Mia madre scorrere con lo sguardo l’elenco delle vittime. E lì c’è scritto a chiare lettere anche il nome di mio padre: Francesco Crispi.
Un cinico servizio a parte sulle personalità di spicco della cittadinanza a bordo dell’aereo.
Comprendiamo il motivo della telefonata di prima.
Era stata la cronista, autrice dell’articolo, a chiamare perché voleva avere la certezza del nome prima di includerlo nell’elenco, voleva essere sicura che si trattasse di quel Francesco Crispi, noto a Palermo negli ambienti giornalistici e della cultura, e non di altri.
Al ritorno, passiamo dalla strada dove c’è l’abitazione dei miei zii.
Saliamo per un po’. Andiamo a trovarli e a parlare con loro.
No. No. Cosa possiamo fare, cosa dire.
Torniamo a casa.
A casa tutti uniti, ad aspettare notizie.
Siamo tutti in piedi, in una situazione innaturale, un tempo sospeso, non c’è niente che si possa fare, solo attendere.
Storditi.
Attoniti.
Intanto si raccolgono gli altri parenti, i fratelli di mio padre, Aldo, il fratello di mamma, Zio Giovanni la moglie e figli, forse sono andati in aeroporto e anche loro aspettano notizie perché a bordo dell'aereo c'era anche la figlia Elisabetta.
Un dolore terribile.
Penso con amarezza che la mattina, mio padre non l'ho nemmeno salutato in modo appropriato.
So già che non lo vedrò più, nemmeno da morto.
È morto, una parola che non si può nemmeno pronunciare.


Ora siamo qui, 54 anni dopo quell'evento che ha sconvolto le vite di noi tutti
Noi siamo in realtà dei sopravvissuti: guardando soltanto alla mia famiglia, ora che la mamma e mio fratello se ne sono andati, rimango soltanto io a custodire quella memoria dolorosa, desiderando fortemente di trovare nei miei figli dei validi portatori di quel testimone.
Ci ritroviamo ogni anno per salire sulla Montagna per rendere omaggio a coloro che persero la vita quel giorno, ma anche desiderosi di poter conoscere una verità diversa su ciò che veramente accadde quella notte.
Tutto venne liquidato sbrigativamente, forse troppo sbrigativamente.
Si giunse ad un verdetto di imperizia a carico dei piloti.
Alcuni patteggiarono con l'Alitalia
Altri no (come ad esempio, mio zio, l'Ingegnere Giovanni Salatiello, fratello della mamma), vollero condurre la loro battaglia.
Oggi sembrano riemergere altre verità a lungo sepolte e altre narrazioni.
Qualcuno vorrebbe anche che, con una riapertura del caso giudiziario, si potesse giungere ad una differente verità.
E' ciò che ha tentato di fare un recente film di Lorenza Indovina, La verità Migliore (2025)

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1. Dal mio blog, Francesco Crispi giornalista. Chi era, In una mattina di maggio mio padre è partito…, 
https://francescocrispigiornalista.blogspot.com/2010/06/in-una-mattina-di-maggio-mio-padre-e.html

La verità migliore di Lorenza Indovina (2025)

Ieri ho visto il film diretto da Lorenza Indovina, La verità migliore.
Un film bello e profondamente intimo che ha toccato tutti noi, o meglio quelli di noi che appartenengono alla categoria dei figli (o in senso lato dei "sopravvissuti") alla grande tragedia del disastro aereo di Montagna Longa.
E' un film coraggioso e dolente, ma nello stesso tempo pieno di gioia.
Anche io come molti altri appartengo alla categoria dei "figli", di coloro che rimasero orfani prematuramente a causa di quelli tragedia o monchi di un fratello, di una sorella, di iuna moglie.
A fronte di molti altri - quando morì mio padre - io ero "a mezza via" nel transito verso una più sicura età adulta.
Molti rimasero orfani molto più piccoli e crebbero nel ricordo di un genitore (o di entrambi) che avevano solo imperfettamente conosciuti a causa dell'età ancora giovanissima.
Di essi la memoria - per alcuni - si è apparentemente dissolta per molti anni e, del pari, non è stato possibile davvero elaborare il lutto. 
Anch’io del resto fantasticavo per anni che mio padre non fosse veramente morto, dal momento che mai vidi il suo corpo, poiché le sue spoglie ci furono consegnate già chiuse e sigillate dentro una bara.
Però con questo dolore per l'assenza ci ho convissuto per anni e ho imparato a recuperare brandelli della memoria di lui, attraverso i ricordi condivisi della vita familiare.
Ho fatto un lavoro assiduo e costante nei primi due decenni dopo la sua scomparsa, leggendo tutto quel che potevo sulla morte e sul morire, riflettendo sul caso e sulla necessità, sul mistero che conduce tante persone diverse a trovarsi assieme a fare il grande passaggio verso l'Ignoto. Mi fu molto d'aiuto leggere un libro di cui, casualmente, mio padre mi aveva parlato solo pochi giorni prima di andarsene e fu il piccolo libro di Thornton Wilder, Il Ponte di San Luis Rey2: Non so perché me ne parlò, allora, ma sicuramente per lui, parlarmene, alla luce degli eventi, fu una sorta di premonizione.
Di cosa parla questo romanzo?
La trama è semplice. Nel 1714 il ponte di San Luis Rey, che - per oltre un secolo - era stato la più importante via di collegamento per gli abitanti di Lima e Cuzco e, in generale, per i viandanti che si spostavano dall'una all'altra città, in Perù, crollò improvvisamente, causando la morte di cinque persone che si erano trovate tutte insieme su di esso, al momento del crollo fatale..

Thornton Wilder, Il ponte di san Luis Rey

Fra' Ginepro, un frate che si accingeva ad attraversarlo, dopo aver assistito all'accaduto, sconvolto dalla tragedia, inizia a porsi delle domande di carattere religioso e morale: chi erano quei cinque e perché si trovarono proprio lì?
Cercando di risalire alle cause del crollo del ponte, la curiosità porta Fra' Ginepro a ricostruire i percorsi di vita dei cinque deceduti nel tragico evento, nel tentativo di capire se avessero qualcosa in comune.
Sulla scorta della sua indagine - racconta Wilder - nacque un problema morale su cui si pronunciò anche la Chiesa del tempo, chiamando in causa la Provvidenza e suscitando altri interrogativi: si era trattato d'una tragedia o di una punizione divina, che aveva fatto incrociare i destini dei cinque nel medesimo luogo alla medesima ora? Il Signore aveva voluto punire così i malvagi oppure, operando in tal modo, aveva volutamente chiamato a sé gli innocenti?
I quesiti, posti sull'eterna condizione umana e sulla morte, sulla misteriosa complicità di caso e destino, rimarranno inevasi.
Indro Montanelli, che a questo romanzo si ispirò nella scrittura del suo "Qui non riposano", consigliava agli aspiranti giornalisti di leggerlo e di trarne ispirazione, in quanto esempio di «alta tecnica narrativa, valevole per tutti gli scrittori, compresi i romanzieri»; ed anche «uno dei pochi veri capolavori di questo secolo, per ricostruire le varie vicende umane che avevano condotto tutti quei viaggiatori, sconosciuti l'uno all'altro, a trovarsi su quel ponte al momento della catastrofe».
Non so come mio padre fosse arrivato a questo testo: ma forse - voglio pensare - proprio seguendo quegli strani percorsi di lettura che fanno coloro che che amano i libri, in cui ciascun libro letto ne chiama altri aprendo percorsi imprevisti e tortuosi (in nuce, questo modus operandi in cui si combinano assieme le voglie e le curiosità dei lettori con l'intrinseco potere dei libri è l'origine e il senso dell'infinita Biblioteca di Babele borgesiana).
Me ne aveva parlato, sì. Forse mi aveva dato anche quel libricino, perché lo leggessi. Mio padre sperava sempre che io seguissi i suoi suggerimenti e le sue suggestioni e, instancabilmente, provava a seminare in me germi di cultura, cercando di darmi una veduta ad ampio raggio del mondo e molti vertici di osservazione per aiutarmi a guardare le cose nella loro complessità.
Ma io, sul momento, quel libro lo avevo messo da parte, perché allora rivendicavo la mia autonomia di scelte (o almeno cercavo mantenere un assetto di apparente indipendenza, per mia pace, poiché non si poteva sfuggire alle suggestioni che promanavano da lui).
Quindi, dopo il tragico evento, mi sentii chiamato a riprendere in mano quel volumetto, e da allora l'ho tenuto quasi sempre vicino a me, tra i libri che mi sono più cari e che devono stare - per così dire - sul comodino sempre pronti ad essere aperti, sfogliati, letti anche a caso, captando una frase qua e là.
Fui aiutato anche in questo percorso dall'esposizione ad una lunga psicoterapia personale. 
Poi, a distanza di molti anni, iniziai a radunare le mie memorie e a scrivere tutto ciò che potevo per ricordare mio padre, e poi mia madre e mio fratello, quando se ne andarono anche loro.
Questi scritti li ho pubblicati assiduamente nei miei blog: se non coltiviamo di continuo la memoria, i nostri cari ci abbandonano. 
Loro vivono in noi e attraverso di noi.
Il ricordare e il tessere in una trama di narrazioni i nostri ricordi dovrebbero essere la nostra legacy a coloro che rimarranno dopo la nostra dipartita, credo.
Quindi coltivare la memoria e creare attorno ai ricordi delle narrazioni dovrebbe essere - è - uno dei nostri compiti primari se vogliamo mantenere una continuità e sentire di essere parte di un flusso che si manterrà anche dopo la nostra scomparsa.
Altra cosa è quando gli elementi costitutivi di questa memoria non si sono ancora condensati, attorno a ricordi parzialmente coscienti e consapevoli.
La tragedia di chi perse uno dei propri cari in tenerissima età (o ancora pre-adolescenziale) fu doppia, poichè oltre alla perdita fisica della persona amata e fondamentale, non si era ancora costituito un bagaglio di ricordi. 
Io credo che, senza entrare nel merito della soggettività di ciascuno, si possa allora costituire una sorta di buco nero della memoria, come quando soffriamo dei postumi di un trauma cranico e rimane nella nostra mente una cicatrice che si esprime come un vuoto di memoria che riguarda le cose fatte e gli eventi vissuti, subito prima e subito dopo il punto X (quello rappresentato dall'evento).
In queste circostanze chi è cresciuto senza il padre o senza la madre si trova a dover fronteggiare il compito di ricostruire qualcosa con elementi narrativi surrettizi che derivano dal raccogliere le narrazioni altrui, facendole proprie oppure ad intraprendere un lavoro di scavo nella propria mente inconscia, alla ricerca di tracce e di segni che potranno essere poi utilizzati per comporre della costruzioni verosimili e soggettivamente soddisfacenti
La lunga premessa che ho fatto è per dire che il lavoro di Lorenza Indovina è meraviglioso, perchè con esso è riuscita a rappresentare tutto questo in un film che, assieme, torna a sollevare dubbi e interrogativi su quanto avvenne quella notte nei cieli di Punta Raisi (senza peraltro sbilanciarsi verso spiegazioni alternative certe, ma piuttosto sollevando dei dubbi dialettici ed argomentati), e a scavare nella sua memoria personale alla ricerca d’un incontro con una figura paterna che, per vicissitudini di vita, nel corso del suo sviluppo, si era trovata a mettere da parte.
Come in tutte le storie di formazione, Lorenza, all’improvviso, mentre meno che mai sta pensando al suo passato doloroso, è raggiunta da un gruppo di messaggeri (che sono altri come lei, rimasti orfani da piccoli, e che credono fermamente che si debba ricercare una diversa verià su quell'evento tragico) e che con la loro fede (le loro ferme convinzioni) la convincono a mettersi su di una via di ricerca e a porsi interrogativi.
Lorenza segue (dapprima piena di dubbi e di reticenze) il suggerimento dei messaggeri (che a tutti gli effetti sono per lei un ponte verso un luogo dove stanno i ricordi perduti, le verità non dette, le narrazioni che ancora devono essere dette) e li segue in un viaggio che è fisico, ma anche dentro se stessa, con l’attraversamento di scenari fisici che si trasformano in scenari della mente
In questo sta la grande riserva di emozioni che il lungo di Lorenza riesce a trasmettere a tutti gli spettatori: non solo a quelli direttamente toccati da quella tragedia. 
E c'è anche un viaggio fisico, il ritorno a Palermo, dopo anni di assenza, l'ascesa a più riprese sulla Montagna dove si schiantò l'aereo, la visita al cimitero, la raccolta di notizie e di aneddoti riguardanti la figura paterna.
Alla fine di questo viaggio che si conclude con una lenta ascesa sul Monte e con un pernottamento in solitaria, in attesa dell'alba, Lorenza sorriderà, riderà, ma anche piangerà, perchè è riuscita a trovare la "sua" migliore verità ed una sua personale narrazione sul padre scomparso e, in parte, dimenticato; la presa di possesso di questo ricordo, o anche la sua rinarrazione implica - come in tutte le cose della vita, gioia, ma anche dolore.
L’assenza di una costruzione narrativa, la mancanza di risposte ai propri interrogativi e di verità soddisfacenti, viceversa, vengono a costituire nel corso del tempo un vorace buco nero nella mente che assorbe ogni energia e che spegne la gioia.
Mi sono davvero commosso nel seguire questo percorso e sono stato contento di avere portato i miei due figli a guardare con me la storia di Lorenza Indovina che è sua, personale, ma che riguarda tutti noi. 


_________________________________________

2. - Il ponte di San Luis Rey (The Bridge of San Luis Rey) è il secondo romanzo dello scrittore e drammaturgo statunitense Thornton Wilder, pubblicato nel 1927. Vinse il Premio Pulitzer l'anno dopo.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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