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1 novembre 2012 4 01 /11 /novembre /2012 08:18

Valgo anch'io, Incontro-dibattito a Palermo - Foto di Maurizio Crispi(Maurizio Crispi) Mercoledì 24 ottobre, in orario pomeridiano, si è svolto a Palermo, presso il Centro Multimediale Mondadori (Spazio Eventi), un incontro-dibattito, promosso dalla Comunità di Sant'Egidio (che a Palermo ha una sua sede), dal titolo "Valgo anch'io. Un lavoro di qualità per persone disabili", che è servito per presentare un progetto realizzato a Roma dalla Comunità Sant'Egidio che, attraverso un percorso di varie fasi, ha portato all'apertura di un ristorante in cui lavorano esclusivamente persone disabili (disabilità psichiche). 
Si tratta della "Trattoria degli amici" che, ubicata in pieno centro di Roma, ormai lavora a pieno regime, con una consolidata clientela di "amici".
Tra i relatori che si sono succeduti, uno in rappresentanza della Comunità di Sant'Egidio ha raccontato nel dettaglio il progetto e le sue diverse articolazioni, sino al prodotto finale: illustrandone, al tempo stesso, le motivazioni e le ragioni profonde, che sfatano alcuni luoghi comuni e quei pregiudizi che spesso fanno sì che i datori di lavoro potenziali non accettino disabili tra i propri dipendenti, come se il fatto stesso di essere disabile debba implicare mancanza di professionalità, inaffidabilità, inconstanza, scarsa efficienza, imperfetta capacità di applicazione etc.
Alla fine degli altri brevi interventi, è stato presentato un film che, per immagine e attraverso numerose interviste ai protagonisti di questa felice iniativa, ha consentito a tutti i convenuti (numerosi) di vivere in modo palpitante (ed emozionante) tutte le diverse fasi del progetto.
Il seme è stato gettato: uno degli intervenuti al dibattito, dopo la proiezione del film, ha avanzato l'idea di poter varare un'iniziativa del genere anche a Palermo...
Un esempio incisivo sul come iniziative coraggiose e lungimiranti come quella intrapresa dalla Comunità di Sant'Egidio di Roma possano innescare dei circuiti virtuosi.

 

 

Questa la presentazione de "La Trattoria degli Amici", rinvenibile sul web.

trattoria-degli-amici.jpgLa “Trattoria de Gli Amici” è lieta di accoglierla. Il nostro non è un semplice ristorante. Non solo per le “specialità” offerte, che speriamo siano di vostro gradimento, ma per il clima che si respira. Questo locale infatti è gestito da una cooperativa promossa dalla Comunità di Sant’Egidio.
Vi lavorano persone disabili affiancate dai loro amici che aiutano volontariamente. Insieme, perché non crediamo ad un mondo diviso in due. E poi, le cose migliori si fanno in amicizia.
Ci siamo divisi il lavoro: c’è chi serve, chi cucina, chi pensa a rendere accogliente l’ambiente e tanti clienti incominciano ad affezionarsi alla nostra tavola.
I quadri appesi alle pareti esprimono ciò che si può fare malgrado qualche difficoltà fisica o psichica. E il menù proposto è il risultato di un lavoro che non si può negare a qualcuno solo perché disabile.
Ecco perché ci chiamiamo “Trattoria degli amici”.
Allora, non resta che assaggiare i nostri piatti e ... Buon Appetito!

Visita il sito www.trattoriadegliamici.org


 

 

Valgo anch'io, Incontro-dibattito a Palermo - Foto di Maurizio Crispi

 

 

 


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24 ottobre 2012 3 24 /10 /ottobre /2012 10:18

stalking(Maurizio Crispi) Si dice che viviamo in un'epoca di relazioni "liquide". Questo è l'autorevole pensiero espresso dal sociologo zigmunt baumann che nello sviscerare il concetto di "liquidità" nei più diversi ambiti, ha anche dedicato un intero saggio alle relazioni amorose dei nostri tempi illuminate da questo speciale spotlight concettuale.

Le relazioni amorose si fanno e si disfanno con un'estrema facilità, si interdcambiano, si posano, si buttano via perchè c'è un nuovo prodotto scintillante ed attraente da afferrare (come siamo stati addestrati dalla scuola del consumismo spinto).
La stabilità nelle relazioni di coppia eè divenuta un bene prezioso, che forse solo cercandola con il laternino di Diogene si può trovare, mentre invece ciò che domina sono le relazioni effimere e veloci, "usa e getta", "disposable" ovvero "a perdere".

Sotto questo profilo, Facebook e altri "social network" sono degli "istigatori" o - meglio - dei catalizzatori.

Ma naturalmente, come in tutte le cose non c'è una tendenza senza il suo correlato complementare che va in senso opposto. E quindi può accadere che di fronte alle manifestazioni della "liquidità" nelle relazioni interpersonali e amorose vi siano alcuni che reagiscono in modo diamettelmente opposto, opponendosi alla tendenza, cercando di rendere stabile ciò che si è fatto instabile, facendo affermazioni di possesso e di dominio, prendendo iniziative di controllo asfissiante nei confronti dell'altro che seguendo le sue pulsioni liquide  se ne è andato.

E quindi, mentre  l'amore, da un lato, si fa liquido, fluido, sfuggente, instabile, mutevole, dall'altro lato può ricevere delle spinte forti ad essere amore molesto, amore messo in formalina oppure imbalsamato, amore che tormenta e che, alla fine, può pure uccidere.

Fatti come quello accaduto in un normale fine settimana di ottobre a Palermo in cui il fidanzato respinto esce di casa con un coltello per vendicarsi della ex che lo ha lasciato e finisce con l'uccidere senza esitazioni la sorella sedicenne della ex che si è frapposta tra loro nel tentativo di proteggere la vittima designata dal feroce accanimento dell'omicida, fanno riflettere e sono più il risultato di questa tendenza contemporanea di rilevanza sociale che non frutto di una infermità mentale (e dentro questa tendenza va inserito, ovviamente, il fenomeno del "femminicidio" - 73 donne uccise in Italia sino a Giugno del 2012 - considerato da alcuni commentatori, ma anche dall'ONU, come un crimine continuativo contro le donne perpretato con il favore e il colpevole silenzio delle Istitutzioni).

L'atteggiamento dell'omicida è stato, anche nelle fasi successive al delitto, lucido e coerente con la decisione iniziale di uscire di casa già armato con un coltello, pronto a mettere in atto un proposito lesivo, se non ancora omicida.

Ben diverso fu il caso Battaglia, accaduto a Palermo alla fine degli anni sessanta, e che pure scosse drammaticamente la città.

Un innamorato che mai si era manifestato tale e, quindi, mai respinto, uccise a colpi di pistola una studentessa di Palermo: il suo gesto sembrò configurarsi come espressione e terminale ultimo di una follia amorosa, un po' all'interno dei parametri della "Sindrome di De Clearambault".
L'omicida, infatti, sottoposto a perizia psichiatrica venne riconosciuto affatto da infermità psichica, venne pertanto considerato non responsabile delle sue azioni ed internato in Manicomio Giudiziario.

In ogni caso, fatti come recentemente accaduto a Palermo, possono essere espressione di una psico-sociopatia o di malattia.
Il procedimento penale stabilirà proprio questo, anche nel caso dell'omicida di Carmela: anche se, al momento, le premesse sembrano indicare che vi sia stata - come già accennato - una chiara pre-determinazione del gesto omicida ed una piena consapevolezza delle proprie azioni.
Ma questo lo stabiliranno in maniera incontrovertibili soltanto le consulenze tecniche.

stalking--1-.jpgIl fatto di Palermo, esitato nell'uccisione della giovanissima Carmela Petrucci, è inquietante perchè rappresenta una spia di allarme rosso della tendenza opposta alle relazioni "liquide", con l'aggravante del convergere di un'altra inquietante tendenza del nostro tempo che è quella di pensare che tutto sia possibile, che qualsiasi azione sia lecita se subordinata all'appagamento delle nostre pulsioni più inconfessabili. Un tempo si diceva che molti certe cose le pensano e soltanto in pochi le mettono in atto e che questo faceva la differenza tra il cosiddetto "normale" e il soggetto psico-soiopatico: oggi, sembra essere in corso un'inversione preocupante di tenendeza, in cui sono sempre di più quelli che "fanno" e che "agiscono", incuranti delle conseguenze del proprio gestioni, ma soltanto del fatto che siano pienamente eegosintoniche ed assertive (le trasmissioni TV alla maniera di Maria Defilippi, a questo riguardo, sono state una scuola micidiale di esercizio dell'assertività più letale e deteriore).
Ma a parte la liquidità delle relazioni che facilita, oggi, il disgregarsi delle "storie d'amore" o presunte tali, bisogna considerare che niente è per sempre, ma accettare questo elementare principio è una cosa che non tutti hanno la saggezza di accettare...
Bisogna saper lasciare andare le cose e le persone...
Siamo solo viandanti che possono condividere un pezzo della loro strada con qualcun altro: un pezzo di strada che potrà essere più o meno lungo, ed è sempre possibile che uno dei viandanti decida di camminare ad un certo punto più lento o più veloce o prendere una via laterale che gli sembra più promettente...
Da buoni compagni di strada ci si lascia, con il pensiero che, forse, quando ci saranno diverse circostanze e nuove configurazioni astrali ci si potrà rincontrare...
La corsa sulle lunghe distanze, da questo punto di vista, ci può insegnare molto...
Come dato generale, tuttavia, vi è da parte di alcuni la difficoltà a lasciar andare la donna con cui si è condivisa una storia sentimentale.

Ed è così che nasce la figura dello stalker, del "segugio assillante" (come veniva descritto questo personaggi nei primi lavori di Psichiatria Forense su questo argomento), del molestatore, con tutto il range di comportamenti correlati che vanno dalla semplice molestia, all'intimidazione, alla violenza fisica e all'omicidio.
Si veda a questo riguardo tra i tanti riferimenti bibliografici il volume di Federica Angeli ed Emilia Radice, Rose al veleno. Storie d'amore e d'odio (Bompiani, 2009) che contiene numerose semplificazioni paradigmatiche dei diversi volti dello stalking.
L'espressione comune "la mia donna" la dice lunga sul malcelato senso di proprietà che alcuni hanno nei confronti della donna a cui sono legati sentimentalmente e c'è da chiedersi se, in questa peculiarità linguistica, non vi sia una forte componente culturale che ostacola un modo più libero di porsi nei confronti da parte dell'altro sesso e che, mutatisi mutandis, ci allinea  né più né con quei paesi dell'Estremo Oriente (Pakistan, India) in cui la violenza nei confronti delle donne riottose e non disposte ad accettare l'indiscussa autorità dell'uomo arriva a manifestarsi persino con l'uso del vetriolo per sfigurarle per sempre per aver ha osato esprimere una  volontà di autonomia.
Un'aberrazione: eppure le molestie, le persecuzioni, le violenze sino all'uccisione sono tutti fenomeni che fanno parte dello stesso range di comportamenti.
Di seguito riporto lo scritto di una mia amica in Facebook, Elena Cifali che, quasi a caldo esprime le sue emozioni, il suo stato d'animo e i suoi pensierielicitati dal clamoroso - e doloroso - fatto di cronaca di Palermo.

(Elena Cifali) Ti amo e ti amerò per sempre!

Davvero?

Che faccio, inizio a preoccuparmi?
Guardavo il TG, l'altro giorno a pranzo ed ho ascoltato l’ennesima notizia: lo stronzo di turno che uccide la sua compagna.
Ancora una volta.
E sapete perché lo ha fatto? Perché l’amava.
Ma come, la ama e la uccide?

Si, perché l’amava per sempre!
Amare! Chissà che vuol dire !
Per sempre, poi!
Non esiste parola più sbagliata al mondo, e non iniziate a fraintendermi.
L’amore è relativo. 

Qualcuno l’ha mai visto, toccato, raccolto, conservato? No, nessuno!
Si può vedere, toccare, raccogliere e conservare un oggetto, ma non un sentimento e tanto meno un’emozione.
L’amore è quella “cosa” che ti fa desiderare di stare insieme ad un'altra persona, che ti fa pensare solo a lui, che ti fa sentire le "farfalle nello stomaco" (ma questa emozione può darla anche l’attesa per un’imminente competizione sportiva su cui si è puntato molto o di una partenza per un viaggio molto fantasticato e che finalmente si realizza).
L’amore è quella “cosa” che ti fa desiderare il bene della persona che hai acconto. Non il suo male!

Ma allora perché tu - moglie o marito - tormenti con inutili paranoie, con scene dal film horror, con dispetti ed ancor peggio con la morte la persona amata ?
Uomini e donne che vivono sotto lo stesso tetto e che arrivano ad odiarsi profondamente, che arrivano a desiderare che l’altro sparisca [possiamo pensare allo straordinario film interpretato da Jean Gabin, Il gatto, ricavato da un romanzo di George Simenon - ndr]…. No, questo non è amore, non lo è mai stato. 
Questa è pura paranoia, essere sposati non significa possedere la vita dell’altro, deve già bastarvi la vostra, e se solo la sapeste usare non avreste tempo per occuparvi di quella dell’amato (o forse odiato). Rifletteteci!
E non parlatemi di gelosia!
La gelosia non dovrebbe esistere, sempre per il principio che la vita dell’amato non ci appartiene, ma semplicemente si dovrebbero condividere alcuni momenti insieme, ma non tutti, perché non si è la stessa persona né eguali come due gocce d'acqua, ma due individui distinti e separati.
Ognuno con la propria testa, ognuno con le proprie aspettative, ognuno con i propri sogni e con le proprie responsabilità. 

Ma cos'è questa frase: Facciamo tutto assieme!
Tutto insieme? Ma davvero?
Ma non vi rompete le scatole, non riuscite davvero ad essere autonomi ed indipendenti? 

Sarà che sono sbagliata io, ma quando faccio qualcosa insieme al mio compagno è perché mi va di farlo, perché apprezzo la sua vicinanza, perché ritengo che posso essergli utile o lui può esserlo a me, e non perché non sopporto che lui possa avere una sua vita che va oltre me!
Su, dai, ma come si fa a richiedere la costante presenza del compagno?
E se lui/lei si vogliono allontanare? Allora lo ammazzi?
Pazzi, questi io li chiamo Pazzi!
Nessun amore è per sempre.
Tutto inizia e si trasforma (alcune volte finisce anche).

Neppure l’amore per i figli o per i genitori è per sempre. 
Quante volte assistiamo a scene in cui i figli si mettono contro i genitori o viceversa?
E sapete perché?
Perché nella maggior parte dei casi i cosiddetti "parenti di Pilu" (come chiama i coniugi una mia carissima amica) si divertono a mettere gli uni contro gli altri.
Genitori che non amano più le loro creatura – e dovete spiegarmi perché, forse perché non sono più piccoli ed indifesi come neonati ma adesso hanno un cervello sviluppato che li fa ragionare? 
Torniamo sempre al punto di partenza: l’amore per sempre non esiste e non deve esistere, altrimenti sono guai!
Ci sono tanti modi di amare: ci sono gli amori intensi che durano il tempo di una stagione, gli amori per i figli e per i genitori che durano, finchè il “parente di pilu” non si intromette, ci sono gli amori per le passioni, per la natura, per la corsa e un’infinità di altri amori.
Ma – adesso non scatenatevi - l’uomo non è un essere predisposto per amare per sempre.
Gli unici che conoscono che amano per sempre sono i cani (non ho testimonianza di altre bestie). 
Ti guardano, ti annusano e ti leccano anche dopo che li hai rimproverati, bastonati, abbandonati anche solo per un giorno e te ne sei andato a divertirti.
Loro sono sempre li ad aspettare e quando torni non ti ringhiano rabbiosi dicendoti: Era ora che tornassi! Mi hai lasciato chiuso in casa per 16 ore di seguito e ora ti incazzi anche perchè ho pisciato sul tappetto pregiato!
Niente di tutto questo sono lì a scondizolare e afarti festa felici, perchè sei finalmente tornato.
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9 ottobre 2012 2 09 /10 /ottobre /2012 08:04

gogna5879.jpg

 

 

Un tempo esisteva il "pubblico ludibrio", quando ancora la pratica della giustizia (e le relative condanne) erano più spicciative e meno affogate nell'oceano della burocrazia o dalle riserve e restrizioni imposti dalle aberrazioni del "politicamente corretto" o del garantismo più estremo.

Accanto alle pene capitali che, il più delle volte atroci e sanguinose, venivano comminate per reati gravi e gravissimi - e, ai tempi delle monarchie, il parricidio era considerato uno dei reati più gravi perchè adombrava la possibile uccisione del Re sovrano (sulla base dell'equivalenza simbolica Re/sovrano/padre), vi era una selva di reati minori che meritavano pene meno severe, ma non per questo - in alcuni casi - meno letali.
Tra queste, vi era appunto il pubblico ludibrio che veniva declinato in molti modi possibili: c'era la gogna (fissa o mobile, più leggera), c'erano i pietroni da portare appesi al collo per mezzo di grosse catene, oppure legati con un ceppo ai piedi, oppure ancora - per una sorta di contrapasso l'obbligo di portare appesi al collo rozzi oggetti di legno che rappresentavano la natura dell'infrazione, come enormi dadi di legno nel caso dei giocatori d'azzardo (quando, in alcuni paesi, questi erano vietati) o una grande pipa di legno massiccio (sino ad un certo punto nella Russia degli Zar l'uso del tabacco fu proibito).
La cosa singolare e significativa di tutte queste forme di "pubblico ludibrio" era quello di segnalare che, per il soggetto esposto, erano considerati decaduti temporaneamente i diritti civili usuali e le relative tutele: quindi, tutti si sentivano in diritto di sputare al addosso al malcapitato, se non rovesciargli sopra il pitale con le proprie deiezioni ancora fresche, lanciargli contro uova marce e ortaggi andati a male, insomma di tutto e di più. Qualcuno, particolarmente detestato per ciò che aveva combinato finiva anche lapidato (e, quindi, poteva anche essere accidentalmente ucciso). Ma per chi era esposto al pubblico ludibrio i diritti civili - come già detto - erano sospesi...
Queste pene "minori", per la maggioranza della popolazione dei paesi europei dai secoli bui del Medio Evo sino all'avvento del Secolo dei Lumi facevano da deterrente efficace delle infrazioni e dei reati: si era più timorati, più morigerati, più rispettosi. 
Tutto questo, oggi, si è perso: la sfacciataggine dei rei è suprema. 
Anche quando sono colti in castagna o con le mani nella marmellata negano spudoratamente o fanno la faccia di bronzo.
Bisognerebbe ripristinare, invece, in modi consoni con i tempi, il "pubblico ludibrio": farne un'istituzione di moralizzazione dei costumi.
Esporre al ludibrio personaggi come Fiorito o come quell'amministratore di un'Agenzia delle Entrate che ha distratto milioni di euro versati dai contribuenti, forse, servirebbe come monito e stabilirebbe una memoria futura di tipo deterrente.
Il Grillismo in qualche maniera - anche se i suoi modi esarcebati non giovano del tutto alla causa del rinnovamento - assolve in qualche modo a questa funzione perduta di controllo dello stato sui comportamenti esecrabili dei cittadini, rozzo ma efficace.
 
 
 
 
pubblico ludibrio - gognaUna nota etimologica (da unaparolaalgiorno.it/). La parola "ludibrio" (Scherno dal latino: [ludibrium], da [ludere] schernire). sopravvive quasi esclusivamente nell'espressione "pubblico ludibrio", per dire che qualcuno o qualcosa si espone od è esposto alle beffe della comunità, ad una derisione pubblica. Altrimenti è desueta, comatosa nei dizionari. 
Forse - mi perdonerete l'audacia - è un segno dei tempi: le nostre secolari culture nazionali sono fondamentalmente basate sulla beffa, ma oggi o si fa fronte compatto e pubblico per ridere distruttivamente di qualcuno fulminandolo irreparabilmente in un solo scandalo, oppure si rischia di andar per avvocati - offesa la rispettabilità, offeso l'onore! 
Il costante ludibrio personale, il canzonarsi vicendevolmente e senza impegno resta vestigio dei vecchi cuori ancora schietti delle nostre città, dalle Alpi alla Sicilia, di quella comune italianità ridanciana che sa non prendersi sul serio ridendo innanzitutto di sé.
Perciò, adesso o il ludibrio è di un gregge pubblico oppure è conveniente esiliarlo. Ma se si crede in questo valore, d'ironia che pulisce, di riso che spazza la paura, può essere buon esempio (non facile) prendersi di mira da sé per un personalissimo ludibrio, per dire che va bene, che si può fare - che è bello e sano vivere prendendosi in giro.
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9 ottobre 2012 2 09 /10 /ottobre /2012 07:46
varie-1952.JPGSono stato colpito da un'affiche pre-elettorale distribuita a piene mani nella mia città. Un candidato alla Presidenza della Regione è intento in colloquio informale con uno che si porta nella sua lista. La postura dei due è, come detto, infomale: il fotografo non ha richiesto loro di mettersi in posa.
Uno parla e il candidato alla Presidenza lo ascolta pensoso.

Sin dal primo sguardo questo poster mi è sembrato una burla
Ma di cosa cazzo parlano, mi sono chiesto...
L'impressione fasulla è che parlino dei massimi sistemi dell'Universo mondo e che mettano a punto idee intelligenti per governare la Sicilia nel modo migliore.
Un vero capolavoro sono le braccia pacatamente cons
erte e quelle due dita poggiate sulla guancia per accrescere nell'osservatore l'impressione di autorevolezza e di capacità di ascolto meditabondo.
Ma sicuramente non è così...
Forse discettano della partita di calcio che hanno visto su Sky il giorno prima o della pizza che intendono a mangiare assieme di lì a poco.
Oppure fingono solamente e si danno l'aria di essere intelligenti ed acuti, "loici" come pretendeva di essere il diavolo Barbariccia nell'Inferno dantesco, subito prima di scorreggiare.
E' più probabile questa terza ipotesi, messa abilmente a punto per il fotografo pubblicitario ingaggiato per la bisogna.
Anche per parlare di calcio, in fondo, ci vuole un po' di cervello e spirito arguto, anche se la cultura in possesso dei diversi interlocutori non è delle più vaste.
Questo poster elettorale che ammorba le nostre strade è come tanti altri: il discorso fatto per uno vale per tutti gli altri.
In fondo, quelli che si presentano a noi come "candidati" sono uomini vuoti, "vacanti" di idee e di principi morali: il loro scopo primario è quello di avere garantita l'immunità e il privilegio, oppure - nel caso di quelli emergenti - conquistarsi un posto al sole nel terreno dei privilegi da acquisire.
Siamo proprio arrivati alla frutta e al dessert.
Non abbiamo bisogno di simili immagini per lasciarci convincere.
Per poter farsi convinti, ci vorrebbero piuttosto sostanza, rettitudine morale, cultura politica "vera" e capacità di vedere nell'esercizio della pratica politica un semplice strumento per lavorare al bene comune.
Soprattutto ci vorrebbero idee di ampio respiro e capacità di mettersi in discussione.
Ma in chi si trovano simili qualità, oggi?
Ma forse aspettarsi tutto questo é pura utopia.
Eppure, nel deserto di principi morali in cui viviamo, nell'avere assunto a massimo obiettivo da raggiungere il proprio benessere personale, non mancano i gonzi, gli sprovveduti, i sempliciotti che da simili immagini si lasciano ancora abbagliare.
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25 settembre 2012 2 25 /09 /settembre /2012 21:18

Trapani - preparazione degli spazi ufficiali per la propaganda elettorale - Foto di Maurizio CrispiIn Sicilia, è tempo di elezioni...
I soliti rituali si fanno stringenti... E' cominciato l'attacchinaggio autorizzato e quello "selvaggio".
Faccie note e da censurare fanno la loro comparsa in gigantografie stradali, poster, affiche, volantini...
Gente che si attribuisce frasi insulse o altisonanti dietro le quali si cela un drammatico vuoto di idee e d'intenti.
Ti dà il voltastomaco accorgerti che tanti con quelle facce ipocritamente sorridenti e finto-rassicuranti - sono i soliti "noti" a riproporsi: chiacchierati, indagati, processati e condannati che, non appena è tempo di elezioni, non esitano a venire fuori dalle fognature in cui se ne stanno rintanati come topi che sentono odore di cibo.

Volti sorridenti in modo falso ci circondano: l'immagine di un perbenismo fasullo ci viene ammannita senza tregua.
Viene da vomitare: per resistere al lezzo ci vogliono stomaci veramente forti.
Ci cadono addosso a pioggia slogan che sembrano studiati per spot televisivi di prodotti commerciali e vari oggetti di consumo.
Menzogne vengono dispensate a piene mani.
Il capolavoro. la gigantografia che raffigura uno dei candidati alla Presidenza della Regione che si ripropone.
Cerca di presentarsi nella foto come un cittadino rispettabile, ma la "mpigna" (come diciamo noi siciliani, in dialetto) da "puérc" (senza nessuna offesa per il maiale che è animale dotato di sentimenti e di affettività, come dimostra J. M. Masson in uno dei suoi studi sull'emotività e gli affetti degli animali domestici
, dal titolo "Il maiale che cantava alla luna. La vita emotiva degli animali da fattoria" Il Saggiatore, 2005) non gliela può levare nessuno, nemmeno con molti e ripetuti lavaggi e ritocchi fotoshop.
Lo slogan dice con presunzione ed arroganza: "Sogno siciliano", vale a dire che "tutti" i Siciliani sognano di essere governati da uno che è come i governanti che si ritrovano ad avere gli animali da fattoria di cui racconta Orwell che, dopo aver infranto le catene delle schiavitù e dopo "libere" elezioni, si ritrovano tristemente sottomessi al governo di grassi maiali plutocrati. 
E tale presunzione è senz'altro una grave offesa per quella parte dei Siciliani che cercano di rimanere cittadini onesti.

Il sogno siciliano bySergio Conte
 Il sogno siciliano bySergioConter
Il sogno Siciliano
Foto di Sergio Conte (dal suo profilo FB)

 Il sogno SicilianoBySergio Conter

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18 settembre 2012 2 18 /09 /settembre /2012 07:57

libri01.jpgMia madre ha tenuto la maggior parte dei suoi libri di scuola e dell'università.
Nemmeno gli anni della guerra sono riusciti a disperderli (cosa che è invece accaduta con una parte dei libri scolastici di mio padre,passati di mano in amno ai fratelli più piccoli.
Ora che la mamma non c'è più, quei suoi libri se ne stanno ancora lì, conservati negli armadi dove lei li aveva riposti: ogni tanto li guardava o li consultava, perchè in qualcho modo rappresentavano la base del suo sapere, al quale poteva tornare indietro guardando al suo farsi.
Ogni tanto, mi diceva nei suoi ultimi anni: "Cercami per favore l'antologia con le poesie di Pascoli, dove ho studiato", oppure mi chiedeva di trovarle questo o quell'altro volume che desiderava guardare, sfogliare per leggerne bravi o per guardare le sue annotazioni a margine, scritte ordinatamente a matita, con la sua chiara scrittura rimasta immutata nel corso del tempo.
Anch'io ho conservato la maggior parte dei miei libri scolastici che ora se ne stanno negli stessi armadi, accanto a quelli su cui si era formata mia madre.
E questo mi d° il senso della continuità.

Quando già seguivo gli studi universitari, tornavo frequentemente a consultare i libri del corso di biologia.
E, se oggi mi capita di maneggiarne uno in cui mi imbatto cercando qualcosa, lo faccio con una grande emozione. Quelle pagine un po' ingiallite, figure, schemi, diagrammi, i miei disegnini, la mia firma impacciata sulla prima pagine del libro con l'anno scolastico di riferimento, mi ricordano quegli anni, mi ricordano di me.

Molti dei libri di scuola, li ho conservati, perchè c'ero semplicemente affezionato.
Qualcuno dei miei compagni (ma erano casi rari) li vendeva: ed io, plasmato dall'esempio di mia madre, li guardavo cvon orrore, mentre perpetravano quello che a me apparriva come un orribile misfatto.
Pensavo sempre che anche i libri di scuola entrassero a far parte del proprio bagaglio culturale da tramandare.
Oggi, invece, il primo pensiero dei ragazzi che si diplomano agli esami di maturità é quello di vendere quei libri su cui hanno sudato, sbarazzandosene come si fa con un odiato fardello.
Li vendono per una manciata di denari (o li svendono) per "accucchiare" quattro soldi, magari per comprarsi un nuovo telefonino.
Non c'è più il senso della tradizione (in generale) e quello della consapevolezza che si sta costruendo la "propria" tradizione e che i libri dello studio rappresentano propio questo.
I ragazzi di oggi, plasmati dal verbo dei media televisivi sono dei piccoli apprendisti stregoni sul valore smodato che si dà al denaro e al potere.
Ogni cosa ha valore soltanto se è convertibile in denaro o se serve ad acquisire potere, prestigio, consenso.
Tutto ciò che nons erve a questo scopo può essere buttato, se non convertibili a qualcuno di questi scopi primari.

Questa tenedenza é anche il segno di quanto "liquide" siano diventate le loro identità che non hanno più bisogno di fondarsi sulla memoria e sulla tradizione per sussistere, ma soltanto sugli oggetti di consumo e sul soddisfacimento di neo-bisogni che, entrambi per la loro stessa natura, sono intercambiabili.
Queste riflessioni nascono dal fatto che anche mio figlio ha fatto la stessa cosa: senza che ne sapessi niente, ha venduto tutti i suoi libri di scuola, praticamente il giorno dopo aver concluso gli esami e aver avuto la certezza che li aveva superati.
Ci sono rimasto male: spero soltanto che non abbia venduto anche il mio dizionario Italiano-Greco (il famoso ed insuperabile Rocci) che gli avevo dato (temporaneamente) e a cui tenevo parecchio.

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16 settembre 2012 7 16 /09 /settembre /2012 16:20

Gigantesca scultura di sabbia sulla spiaggia di Castellana Sicula - Foto di Maurizio CrispiUn tempo si costruivano i castelli di sabbia.

Oggi invece, per divertimento, si edificano sulla spiaggia i cazzi di sabbia, in stile scultura titanica.
L'altro giorno, mentre camminavo - subito dopo un nubifragio - sulla spiaggia di Siculiana Marina, ho notato due figure umane (ad un primo sguardo, presumibilmente uomini o ragazzi: da lontano non si capiva granché bene) che si affaccendavano a spostare sul bagnasciuga grandi masse di sabbia.
Lì per lì,  pensai che si trattasse di un adulto e di un bambino che, assieme, giocavano a costruire un bel castello di sabbia: un'immagine per me familiare, visto che tante volte mi sono ritrovato a giocare con mio figlio (per mio figlio) a costruire imponenti castelli, mura, torri, fortificazioni, contrafforti: lui il più delle volte, ad un certo punto si distreva e mi lasciava fare, mentre io andavo avanti come una ruspa umana (perchè il bello era riuscire a costruire dei castelli di sabbia che suscitassero meraviglia per loro dimensdioni o articolazioni).
La foga del loro lavoro era la stessa, identico l'entusiasmo: lo riconoscevo perchè sentivo che era stato il mio.
Li ho osservati per qualche attimo, meravigliato della solerzia e della tenacia della loro fatica.
Una donna era distesa sulla sabbia a prendere il sole, poco distante.
Occupava una stuoia, ma due altre stuoie (con relative masserizie abbandonate in disordine qua e là (ciabatte, vesti ed effetti personali) erano ben distese accanto a lei, da un lato e dall'altro, entrambe vuote.

I suoi due maschietti erano intenti a costruire davanti a lei questo edificio di sabbia, intensamente presi dal loro sforzo ludico.
La donna, ogni tanto si sollevava dalla posizione supina e, puntellandosi con i gomiti, se ne stava ad osservare il forsennato lavoro dei due...
Gigantesca scultura di sabbia sulla spiaggia di Castellana Sicula - Foto di Maurizio CrispHo proseguito nella mia passeggiata, facendomi il quadretto di una famigliola, in cui papà e figliolo adolescente (forse un po' cresciuto) giocavano a costruire un castello di sabbia, mentre la loro donna, mamma e moglie assieme, li osservava compiaciuta.
Al ritorno dalla mia camminata dopo un bel po' di tempo, i tre erano andati via.
La piaggia siera parzialmente svuotata (se così si può dire, perchè era già semi-vuota prima).
Sulla riva, proprio dove arrivavano le ultime propaggini di spuma della risacca e là dove avevo visto i due affaticarsi con la foga di ruspe umane, c'era un enorme rilievo di sabbia compatta, un gigantesco reperto ancora non intaccato dalla risacca e rimasto come un monumeto.
Mi sono avvicinato per guardare meglio, pensando che fosse il castello costruito dai due.
E, invece, avvicinandomi, ho visto meglio: si trattava piuttosto di una grande "scultura" raffigurante un pene gigante, contornato alla base da due palloni giganteschi, degni d'un elefante.
Detto in altri termini: trattavasi d'un cazzo di sabbia con relative palle, ma giacente orizzontalmente sulla sabbia e puntato come una freccia imperiosa verso il mare aperto.
il reperto ha cambiato la prospettiva secondo cui guardare la scenetta di prima, fornendo una nuova possibile ermeneutica: forse i due (a questo punto, senza ombra di dubbio, entrambi adulti) stavano facendo un gioco di esibizione sessuale nei confronti della donna, al centro delle loro attenzioni, con un omaggio alla sua femminilità (contesa o forse, visti i tempi in cui viviamo, condivisa): un gioco con la sabbia che, in un'ardita ipotesi, lascia pensare che amassero giocare in tre.

Oppure, considerando che gli anonimi "artisti" hanno lasciato la loro opera sulla spiaggia, si potrebbe intendere ciò che hanno fatto come semplice esibizione fallica, in stile goliardico e fescenninico, simile a quelle rappresentazioni apotropaiche che, scritte disegnate o dipinte, riempiono i muri e le superfici disegnabili  delle nostre città.
E, dunque, l'opera fallica potrebbe intendersi in un certo modo come un "graffito di sabbia".


 

 

Nelle foto (di Maurizio Crispi): gigantesca scultura di sabbia sulla spiaggia di Castellana Sicula

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28 marzo 2012 3 28 /03 /marzo /2012 00:34
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Siamo di nuovo in tempi di campagna elettorale. L'altro ieri, qui a Palermo, per le primarie per la scelta del candidato alla carica di Sindaco per la Sinistra.
Oggi per le amministrative. Tra non molto, arriveranno le politiche.
Passano gli anni, ma non cambia mai nulla.
Si ripetono le stesse sceneggiate e gli identici allestimenti: una circolarità che ci riporta sempre allo stesso punto, senza alcun effettivo progresso.
Nulla ci viene risparmiato.
Pensiamo di essere divenuti più saggi e ci aspetteremmo che chi vuole governare possa mostrarci di essere saggio e di possedere delle "vere" qualità che per essere vere non hanno bisogno di essere sbandierate.
E, invece, puntualmente questo o quel candidato (in realtà tutti, anche i più insospettabili) finiscono con il cedere alle sollecitazioni e alle facili omologazioni: ciascuno, anziché tentare di presentarsi comel'individuo potenzialmente diverso e originale, si propone come uno che da individuo "standardizzato" si sforza - pietosamente - di trasmettere un messaggio-manifesto originale, non altro non che una formula pubblicitaria poco credibile nei suoi contenuti e nei suoi propositi.
Le fotografie dei diversi candidati leccate, ritoccate, fotoshoppate, sino a renderli simili a personaggi da soap opera o da fotoromanzo assolvono alla stessa funzione: quella di presentare un prodotto ben confezionato, senza alcuna idea - nemmeno una ideuzza - alle spalle a far da supporto.
E siccome il pensiero politico "forte" è tramontato e, con esso, la capacità di esprimersi con un linguaggio articolato e complesso, che veicoli le idee e non soltanto le "apparenze", tutti cercano di ritagliarsi un posto al sole, inventandosi degli slogan che altro non sono che vuote parole, roboanti, scintillanti, ma essenzialmente vacanti.
Qualcuno mi spieghi che necessità c'è di ammorbare la città con mega-manifesti, con affiche pubblcitarie, con mini-adesivi che vengono incollati nei posti più strategici (e non necessariamente consoni: come un bidone della monnezza, oppure uno sportello dell'Enel o addirittura per terra), con i famigerati "santini"... E ancora siamo a niente: se per il momento c'è un certo rispetto delle forme (questo è indubbiamente un progresso rispetto al passato), ancora non siamo arrivati ai giochi di fuoco degli ultimi giorni, quando di nuovo si scatenerà ogni forma possibile di attacchinaggio selvaggio.
Penso che tutto ciò è assolutamente inutile e non cambia in modo significativo l'esito elettorale. Chi dovrà prendere i voti, li prenderà a prescindere da quanti soldi avrà buttato nella produzione di tutto questo pattume patinato. Non sarebbe meglio ed infinitamente più popolare devolvere questi soldi in opere di bene?
Forse sarebbe più importante anzichè mandare la propria effige sostanzialmente mediocre nel mondo in tutti i modi possibili, spendere meno soldi e solo per incontrare la gente, andando in giro nelle piazze e nei luoghi di lavori, visitando i centri di aggregazione, parlando con i singoli cittadini e presentandosi senza la mediazione dell'immagine e senza la barriera fisica rappresentata dal palco del comizio.
Come dicevo, indubbiamente c'è oggi una maggiore morigeratezza di quanto non accadesse nell'avvicinamento alle precedenti tornate elettorali, ma quello che viene fatto è spostato in modo molto preoccupante sulla mera rappresentazione pubblicitaria di se stessi.
Rimane attuale la citatissima rappresentazione di Totò, nei panni Antonio La Trippa, portiere di uno stabile romano che si presenta alle elezioni e che fa - in proprio - una campagna elettorale di stampo "condominiale".


 
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24 marzo 2012 6 24 /03 /marzo /2012 08:32

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Di questi tempi sta prendendo la moda di scrivere per terra con vernice spray lunghi messaggi direttamente per terra, utilizzando come location la terra battuta dei viali di giardini e parchi, oppure il cemento dei marciapiedi o l'asfalto delle vie .. Grandi scritte in formato king size, davvero enormi....

Per potere fotografare simili reperti nella loro interezza occorrerebbe issarsi su di una piattaforma mobile per lavori edili....

Ho il sospetto che tali messaggi assertivi e dichiaratori, così perentori ed ingombranti, siano scritti alla presenza della dolce metà, destinataria del messaggio: una sorta di testimonianza realizzata dal vivo: finché durerà la scritta, durerà l'amore...

Il tutto all'insegna della liquidità delle relazioni amorose d'oggi, in consdiderazione appunto della loro evanescenza, come sottolinea Zuigmunt Baumann: con una caratterizzazione di forte marcatura territoriale, di megalomania e di esibizionismo.

Un tempo simili messaggi si incidevano in piccolo (quasi miniaturazzati) sulla corteccia degli alberi: erano destinati a durare nel tempo e, poichè venivano collocati in luoghi riposti, facevano parte del complice "segreto" d'amore e attenevano decisamente alla sfera privata.

Tali messaggi sono deperibili: alla prima pioggia tendono a sbiadire e il continuo calpestio dei passanti completa l'opera.

Fotografarli è un modo per tramandarli...

Un esempio particolarmente imponente, dimensioni in stile nazca, l'ho rinvenuto appena fatto a Villa Sperlinga (Palermo).

Ecco il testo messaggio integrale (gli "a  capo" sono quelli del messaggio originale)

 

Desidero fare parte del

tuo mondo ... Qualunque

esso sia, qualunque cosa

comporti ... Te quiero...

amor

 

A suggello dell'ultima parola è disegnato un cuore, mentre i puntini di sospensione e i puntini delle "i" sono stati realizzatii con molta cura a forma di cuoricino...

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24 marzo 2012 6 24 /03 /marzo /2012 01:38

slot-machine.jpg(Maurizio Crispi) Ormai ci abbiamo fatto il callo: entrando in un bar o in una tabaccheria c'è un angolo occupato da una o più slot machine e, spesso, lo scranno collocato davanti é occupato da un giocatore, intento a mettere monetine a a premere il bottone che fa girare le ruote con i simbolini oppure a consumare istantanee - e quasi sempre perdenti - partite di videopoker.
Il gioco è meccanico, non richede nessuna abilità e ottunde il cervello: si risolve solo nelle due azioni fondamentali: mettere monetine e tirare leve o premere bottoni (a seconda del tipo di macchinetta): si tratta dunque di giochi basati sul più bieco meccanismo condizionante del premio.
Solo che il premio (l'attesa cascata di monetine oppure la possibilità di ripetere la partita gratuitamente più volte con il bonus accumulato in caso di vincita) arriva con molta rarefazione  e, solo di rado, la vincita è tale da compensare l'entità delle perdite. Il fatto più sorprendente è che, nei luoghi pubblici (tipo bar e tabaccherie), non c'è una "vera" vincita in denaro: i giochi che erogano vincite in denaro o gettoni, infatti, sono illegali e ammessi solo nei Casino) e, ciò nonostante sono tutti lì a ripetere coattivamente sempre quei gesti ottundenti in attesa di imbattersi nella ricompensa: come se fossero topi chiusi nella gabbia di un laboratorio che premono freneticamente la leva che farà loro ricevere un boccone di cibo.
Anche se la singola giocata richiede un importo modesto, è il cumularsi  quasi "decerebrato" delle giocate che crea incalcolabili perdite che, nella ripetizione (molte ore al giorno, giorno dopo giorno) si vanno accumulando erodendo spesso gfià magri bilanci familiari.
Un tempo nei bar c'erano anche i video-poker a denaro e, là, la perdita poteva essere ancora più grande, anche se "azzardosamente" mascherata da gioco d'abilità, in cui tuttavia era sempre la macchina a vincere (a volte, nel retro di alcune sale giochi e bar c'erano quelle illegali)
Padri di famiglia allora potevano dissipare tutte le loro risorse giocando e, quel che è peggio, senza nemmeno accorgersene. Ma anche oggi, dove non c'è vincita in denaro,  ma solo la ripetizione gratuita di una o più partite, a forza di ripetere giocate perdenti (ogni singola giocata si esaurisce in una manciata di secondi), le macchinette possono ingoiare picole fortune.
Si parla oggi di "ludopatia": in realtà, questa è un'espressione edulcorata, perchè siamo di fronte ad una massiccia endemia di "dipendenze patologiche dal gioco d'azzardo".
Sì, perchè anche l'interazione con queste macchinette ruba-soldi è una forma di gioco d'azzardo (gambling, come si dice in Inglese) che acchiappa le menti dei giocatori, incatenandole allo schema ripetitivo della perdita coattiva, in nome della ricerca di un'ipotetica vincita che, forse, non arriverà mai, perchè ben prima i soldi si saranno prosciugati del tutto.
videopoker.jpgUna volta fui chiamato ad una consulenza in un Pronto Soccordo, per un tentato suicidio. Si trattava di uomo cinquantenne che aveva tentato di uccidersi, perchè - a suo dire - non ce la faceva più:  giocando al video-poker, aveva perso tutto ripetutamente bruciando via la sua paga, ma anche eroso le riserve. Aveva tentato di interrompere il circolo visioso della Dipendenza (e allora il gioco d'azzardo non era ancora stato attenzionato come tipologia della Dipendenze patologiche non farmacologiche), ma il gestore della Sala giochi lungo la via che si trovava a percorrere ogni giorno lo invitava ad entrare, offrendogli come esca delle partite gratuite. E così lui era ricaduto più e più volte, sino a maturare quello stato di crescente disperazione che lo aveva indotto al gesto autolesivo...
Che fare, allora?
La limitazione dell'orario di gioco può indubbiamente giovare: ma - come per tutte le dipendenze patologiche - non è con la limitazione o con la proibizione che possono ottenersi dei risultati significativi.
Tutto, come sempre, dovrebbe passare attraverso le misure educative, l'ampliamento della consapevolezza, l'incremento della capacità di scelta responsabile e, in definitiva, attraverso tutto ciò che favorisce l'empowerment degli individui e dei gruppi sociali più fragili e maggiormente a rischio.
Dunque, l'intervento statale dovrebbe essere quello di favorire tutti questi interventi, ma certamente uno Stato accorto dovrebbe evitare di fomentare e di favorire tutte quelle cose che creano addiction, siano essi farrmaci o veicolo di dipendenze non farmacologiche.
Fa male al cuore - e anche all'intelletto - vedere uno Stato, come è il nostro, favorire l'apertura di Sale scommesse, la collocazione ogni dove di macchinette mangiasoldi, la vendita capillare dei famigerati "gratta e vinci", l'ampliamento a dismisura dei giochi pronostici; ma anche vedere uno Stato che consente ogni tipo di spot pubblicitario diffuso con tutti i mezzi possibili (Radio, TV, cinema e quant'altro), , per avvicinare i cittadini alle scommesse e ai giochi pronostici, avvalendosi di messaggi suadenti e accativanti (ma sostanzialmente mendaci) e lasciando credere che una vincita fondata sull'azzardo possa cambiare la vita.
Questo tipo di modus operandi è l'inflessibile cancro intellettuale che corrompe le menti dei cittadini più fragili e più sensibili, ma non solo, al punto che (e si tratta di casi accaduti di cui si è parlato sui mezzi di informazione) amministrazioni locali decidono di mobilizzare delle somme ingenti del pubblico denaro che dovrebbero gestire da puntare al Super-lotto nell'idea che, in caso di vincita secca, si potranno risanare dei bilanci zoppicanti.
Ecco: è qui che si deve intervenire.
Ma qui si arresta la buona volontà del fare. Hic sunt leones, si potrebbe dire: qui si incontrano le belve del profitto e del guadagno e, nel tentativo di riformare e di voler porre freno alle cattive abitudini, con queste belve ci si deve scontrare. E purtroppo é lo Stato è il primo a volere approfittare della miniera d'oro che si apre con la liberalizzazione dell'azzardo in tutte le sue forme.

I volenterosi e illuminati riformatori devono ingaggiare una battaglia contro i mulini a vento, persa in partenza: come il Sindaco di Verbania che, avendo deciso di tutelare la "salute" dei più giovani, ha deciso di decretare il divieto di rendere disponibili le slot machine al pubblcio nelle ore mattutine e che, clamorosamente, è stato condannato al pagamente di una pesante multa dal TAR. 
Tutto ciò è davvero odioso e da detestare.
In questo desolante andazzo, fa bene sentire che qualcuno decide di non piegarsi alla logica del sistema, come il gestore di un bar che ha dichiarato su Radio 2 (CaperpillarAM del 23 marzo 2012) che lui non vorrà mai allocare dei videogiochi nel suo esercizio, perchè sono soltanto dispositivi mangia-soldi per una ruberia istituzionalizzata: pur sapendo che, così facendo, perde una sua significativa quota di guadagno.
Ma, in questo caso, lodevolmente è il principio etico che l'ha vinta sulla logica del profitto.
Ed è quello che mi aspetterei dallo Stato che governa le nostre vite: l'aderenza ad alcuni principi etici fondamentali ed ineludibili.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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