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21 luglio 2013 7 21 /07 /luglio /2013 10:58

(Maurizio Crispi) Camminando lungo Narrow Street, nella zona di Limehouse Basin (East London), zona un tempo malfamata, ma oggi "alla moda", ci si potrà imbattere in un ristorante londinese "chic" (naturalmente italiano), che con l'autorevolezza della sua "sciccheria" si presenta come "La Figa" - Pizzeria Restaurant.

 Il locale che si presenta come chic, porta un nome che è di pessimo gustoso e, secondo i parametri della buona educazione, anche volgare.
Per quanto l'esprit dei tempi sia orientato verso un abbattimento di qualsiasi senso estetico e con idici di tolleranza sempre più laschi nei confronti di tutto ciò che un tempo sarebbe stato ritenuto "offensivo", la volgarità rimane pur sempre contraria ad un'auspicata raffinatezza di modi e linguistica.
Chiamare il ristorante "La Figa" non sposta di molto il concetto (o la rappresentazione) che con questa parola si introduce: sarebbe come intitolare un ristorante con il nome (che sarebbe di pessimo gusto per i Britoni) "The Cunt"...
Oppure, spostandoci sul suolo italiano, sarebbe come chiamare un locale pubblico "Lo Sticchio" oppure "Il Pacchio": insomma, tutto ciò sempre all'insegna di una totale mancanza di buon gusto e di senso della decenza.
Dato il tono che il Ristorante si dà (a giudicare dal suo sito web), restano alquanto misteriose le ragioni che hanno spinto i suoi proprietari a battezzarlo in questo modo.
Due ipotesi diverse e diametralmente opposte mi si affacciano alla mente.
La prima è questa: nell'idea originaria di qualche pubblicitario interpellato su di un nome di successo italian style, forse c'è stata all'insaputa degli stessi committenti, una voglia di sbeffeggiare e di mettere in ridicolo, scegliendo questa denominazione e spacciandola per una di sicuro successo.
Oppure, seconda ipotesi, il nome è stato scelto a bella posta da un Italiano, consapevole che nessun Britone sarebbe stato in grado di dare la giusta tradizione della parola, interpretandola soltanto come una motto che conferisce al luogo un marchio molto italiano oppure che allude ad una "specialità" della Casa.
Seguendo l'una o l'altro ipotesi, non c' è alcuna differenza nel risultato finale: questo marchio non fa onore a noi Italiani all'estero, perchè rischia di farci passare (una volta che è tramontato definitivamente l'icona dell'Italian Style raffinato ed elegante, come i soliti "maiali", assatanati di sesso, a più non posso sboccati e fescenninici, nonché maestri nell'uso delle parole "cochon".

(Dal sito Web) La Figa, where fine italian cuisine, quality, service and ambience meet.
n our bright and colourful Italian restaurant you can enjoy fresh pasta, famous pizzas, seafood and assorted cuts of prime meat dishes.
You can enjoy your meal al fresco in the Mosaic piazza or enjoy the view from the spacious interior and gaze out at the azzure blue fountain.
A full restaurant menu is available for lunch and dinner with daily specials - please see our menus and wine lists pages.

(26.09.2018) In tempo recentissimi, attraverso un mio interlocutore sui social ho scoperto che il fondatore di questo locale era un turco-cipriota che aveva anche dato vita ad un altro locale di ristorazione sempre in Canary Wharf, ma più spostato in direzione del Tower Bridge con il nome altrettanto evocativo (e dissacrante di "Il Bordello". Questo Turco-Cipriota, in tempi recenti, mi ha detto il mio interlocutore si è suicidato, impiccandosi.
C'è da chiedersi se ci sia una connessione tra questa vocazione a percorrere un filone tanto monotematico nella denominazione dei suoi locali e questo suicidio ci possa essere una connessione.

"La Figa" è stata rilevata da un altro Turco-cipriota. Il mio interlocutore - che ci lavora - ha tenuto a precisare che il locale è molto bello ma che le cucine sono infestate da "migliaia" di topi (o, dato il contesto, da migliaia di "tope").

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17 luglio 2013 3 17 /07 /luglio /2013 17:34

La moltitudine e il formicaio(Maurizio Crispi) Londra è una grande metropoli, ma se si vive in una zona residenziale tranquilla non ci si fa caso.
Si può immaginare di essere in una piccola città dai ritmi abbastanza lenti, con le strade semivuote in alcune ore delle giornata, radi passanti, pochi veicoli a motore e, magari, a seconda della zona, in un luogo dalle connotazioni etniche.
E ci si abitua presto al continuo sfrecciare degli aerei di linea in avvicinamento o a quelli che decollano dagli aeroporti più vicini a Londra.
Poi, se ti capita di salire su di un mezzo pubblico in ora di punta (le cosiddette rush hour), quest'impressione di rilassatezza e della compostezza del ritmo di vita lenta, si disfà immediatamente.
Ti trovi a confronto con la mirade, con la moltitudine...
Centinaia e centinaia di persone riversate fuori dai treni della metropolitana, in trasferimento verso un'altra linea di superficie per raggiungere il proprio posto di lavoro oppure per farne ritorno, persone che convergono come una marea dagli outskirt e dalle cittadine satellite e che, poi, allo scadere delle ore lavorative vi fanno ritorno, in un continuo ed incessante movimento di flusso-riflusso, residenti che si incrociano per raggiungere posti di lavoro, magari allocati all'opposto del luogo di lavoro, Eastender che si incrociano con Westender, e così via.

E sono centinaia di persone che si ingorgano negli stretti passaggi, costrette sovente a segnare il passo, come i podisti al momento della partenza di una di quelle maratone che annoverano partenti con cifre a 4 zeri.
E tutti sono diligentemente irregimentati, chiusi nel proprio mondo e nella propria individualità. Seri, imperturbabili e dal volto imperscrutabile, con la musica nelle orecchie, con lo sguardo perso nel vuoto, con gli occhi calati dentro un giornale o un libro.
Nessuno si spazientisce, nessuno cerca di essere più svelto degli altri: nella quieta compostezza di tutti, c'è evidente l'accettazione della consapevolezza di far parte di una moltitudine, del formicaio e, nei momenti di maggiore ingorgo, sono lì tutti a segnare il passo, come una formazione di soldati in marcia che, arrivati contro un muro o un qualsiasi ostacolo, continuano a segnare il passo fino a che qualcuno al comando non dia l'ordine di fermarsi.

In fondo, quelli che decidono di andare al lavoro pedalando sulla propria bici oppure correndo, portandosi sullo spalle uno zainetto con il ricambio e tutto quello che gli occorre per la giornata, sono quelli che barattano con il costo di una fatica fisica addizionale (ma benefica) l'obbligo di far parte del formicaio e che esprimono in qualche misura una scelta a favore della propria individualità.
 

 

Essere nel formicaio provoca in me un senso di spaesamento e di discomforto: soprattutto perchè mi ritrovo a pensare che in una città grande come Palermo (ma non grandissima, tuttavia nell'ordine di oltre 500.000 abitanti) può sempre capitare di imbattersi in qualcuno che ti riconosce e da cui sei riconosciuto, mentre qui nella grande metropoli - a Londra come in qualsiasi altra metropoli del mondo - rimani un Signor Nessuno, non ci sarà mai un conoscente o un amico che ti venga incontro per salutarti avendoti riconosciuto (nemmeno la più ottimistica previsione potrà mai essere soddisfatta e mostrando dunque di sapere chi sei e cosa fai, attribuendoti dunque un'identità.
 

 

In questo senso, la moltitudine affacendata provoca in me una sensazione di spaesamento e una reazione fobica, dalla quale mi difendo, osservando tutti gli altri che invece mi appaiono anestetizzati, automizzati, in qualche misura.
Penso allora che sarebbe meglio essere in un deserto senza nessuna presenza umana che in una folla di migliaia di cui i singoli individui sono tasselli anonimi, monadi incomunicabili.

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15 luglio 2013 1 15 /07 /luglio /2013 09:33

Libri e segreti(Maurizio Crispi) Tornando a casa dopo un'assenza, trovo, inaspettatamente, tante persone e una grande confusione
A quanto pare, un elettricista sta lavorando all'impianto elettrico

Cado dalle nuvole

Chiedo cosa stia succedendo e mi dicono che, a causa di un problema urgente si sono dovuti avviare questi lavori
Tutto è sottosopra. I mobili sono stati spostati. I libri rimossi. Tutte le miserie e i vezzi di una vita trascorsa in questa casa sono stati impietosamente messi a nudo, mentre degli strati archeologici e dimenticati sono riemersi
Mi sembra che tutto abbia un aspetto diverso
Tutte le persone intervenute (alcune che non vedo da tempo) sono sedute e chiacchierano amabilmente
I libri rimossi dalle scaffalature sono stati accatastati sul balcone
Mi precipito fuori, gridando e sbraitando
"Ma come è possibile? Cosa avete fatto? I miei poveri libri! Sta per iniziare a piovere! Aiutatemi a portarli dentro casa! Si rovineranno!"
Ma nessuno si muove
Ed io comincio ad affannarmi, ma assieme ai libri ci sono anche delle cianfrusaglie delle quali non ricordavo l'esistenza che attraggono la mia attenzione (diventando dei veri e propri "reperti", ognuno dei quali ha una sua storia da ricostruire) e che mi distolgono da quello che sento essere il mio compito primario che è quello di mettere in salvo i miei amati libri
Tra i libri ci sono anche delle cose vecchissime, tra le quali degli enormi volumi rilegati con annate intere della rivista "Epoca" e "Arianna" che i miei compravano regolarmente e che, all'inizio del nuovo anno, facevano rilegare, ma poi - per problemi di spazio - smisero. E ricordo che quegli enormi volumi io adoravo sfogliarli, soffermandomi ad odorare il misto ineffabile di odori della carta patinata e della colla da rilegatoria
Ma ora - nella vita vera - quei volumi sono giù in garage.
Sia come sia, a poco a poco, riesco a mettere i libri al sicuro, anche se l'ingombro è davvero tanto ed è tutto sottosopra
E intanto continuano i lavori da parte degli operai, mentre gli invasori proseguono nelle loro amabili conversazioni: il tutto in una dimensione di allegro caos che però non genera alcuna stella danzante

Più avanti sto seguendo una seduta di psicoterapia che vede un bimbo piuttosto piccolo come paziente. Io sono presente come uditore, mentre due giovani psicoterapeute in formazione conducono la sedute
Presente anche, comodamente sdraiato di tre quarti su di un lettino da psicoanalisi nello stile di quello usato da Freud, anche il mio analista e didatta,  Francesco Corrao.
Io sono seduto un po' alla periferia della stanza e, sopra la mia testa, incombe una piccola scaffalatura di libri
Con il capo rovesciato verso l'alto vado prendendo questo o quel libro, ma poi non riesco a metterli al loro posto e, mentre maldestramente, tentavo di ricollocare i volumi al proprio posto mi sentivo puntato addosso lo sguardo di Corrao

Un'angoscia che mi riporta ai tempi della mia analisi personale, quando stavo seduto nel salottino adiacente alla stanza della terapia e osservavo quella quantità incredibile di volumi, ordinatamente collocati in una libreria che andava dal pavimento al tetto: ricordo che, durante l'attesa che a volte si portraeva per interminabili minuti, stavo a guardare il dorso di tutti quei volumi, cercando di leggerne il titolo: avrei voluto alzarmi e prenderne qualcuno in mano, per sfogliarlo e carpirne i segreti, ma non lo feci mai. Questa semplice azione rimase per tutta la durata dell'analisi al livello di semplice e bruciante desiderio
Una volta vidi sporgere dalle pagine di una rivista un foglio che recava scritte delle frasi  vergate a mano, e pensai che un/a paziente che mi aveva preceduto avesse voluto lasciare un proprio "messaggio nella bottiglia", ma quest'azione puramente immaginata mi sembrò allora una "profanazione" di uno spazio quasi sacrale e, in seduta, nemmeno ne parlai.

In un'altra parte del sogno, un mio segreto compromettente sta per essere rilevato
Ho fatto dei passi falsi e ho lasciato dietro di me tracce ed indizi
Ho in mano una busta dal contenuto compromettente e vorrei liberarmene
Penso di andare in Polizia o dai Carabinieri a denunciare che ho ricevuto questa busta in un ufficio postale in cui sono esplose delle bombe e che, pertanto, temo che anche dentro il plico che mi è stato consegnato possa esserci del materiale esplosivo
Ma, poi, penso di essere del tutto fuori di testa
Rifletto bene al fatto che, dovunque io vada, poi aprirebbero la busta per verificare se la mia teoria sia vera, per poi ricondurre tutto il materiale all'interno a me
E la frittata sarebbe fatta. Sarei per sempre compromesso. Io steso probabilmente sarei considerato un pericoloso terrorista
Che fare?

Dopo aver fatto questo sogno (o questi sogni) ho pensato a me, quando ero piccolo, ai miei genitori.
Penso che i genitori di rado parlino con i propri figlio.

Loro, il più delle volte, sono chiamati ad agire, a fare delle cose, cercando di comportarsi nella maniera che sia il più possibile giusta.

Non ricordo di aver fatto mai dei discorsi particolarmente profondi con uno o con l'altro dei miei genitori, nell'età della ragione.

Mi ricordo di cose fatte assieme, questo sì, oppure di cose mancate, di momenti in cui ci sono stati un allontanamento e la creazione di una distanza.
Per una parte della nostra vita siamo impegnati a distanziarci e a differenziarci dai nostri genitori.
Per esempio, quando ero ragazzino non sopportavo che dovessi venire identificato come il "figlio di Ciccio Crispi".
Volevo essere identificato per quello che ero e, tuttavia, non conoscevo quale fosse la strada per diventare un'entità autonoma, conquistando una mia identità differenziata, unica, originale.
Spinti da questo bisogno di differenzaizione ci allontaniamo e, poi, va a finire che ci siamo allontanati così tanto che una nuova convergenza su basi diverse è impossibile, finche i nostri genitori sono in vita.

Poi, quando non ci sono più, delle convergenze inaspettamente si verificano: noi, in qualche modo, diventiamo loro.

Ma loro non ci sono più: e non è più possibile parlare con loro, intavolando un discorso, se non in una maniera puramente immaginaria.

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28 giugno 2013 5 28 /06 /giugno /2013 06:28

Le panchine come finestre aperte sul mondo interno ed esternoLe panchine di cui esistono moltissime varianti nei materiali in cui sono costruite (roccia, legno, pietra, marmo, plastica), nella loro allocazione (in un posto schifoso e senza nessun apparente pregio, davanti al mare, su di un lungolago,nel bel mezzo di un parco, davanti ad un aiola fiorita o sotto un albero secolare) nella loro foggia (basse alte, comode, scomode, con spalliera o senza, con seduta ampia o stretta), vanno viste al di là di una rappresentazione meramente utiliristica (che le vorrebbe catalogare come semplici oggetti dell'arredo urbano), ma nella loro qualità di strumenti per osservare il mondo e noi stessi.
E' la domanda stessa che ci spuò porre su di esse e sulla loro origine "Perchè l'uomo ha cominciato costruire panchine e a collocarle in giro?" che contiene già delle inattese risposte.
Si potrebbe argomentare: "L'idea della panchina nasce dalla necessità di offrire la possibilità di riposo al viandante e al cittadino, di riposo e sosta".
Cioè, in altri termini, dando per buona questa giustificazione, le panchine nascerebbero per assolvere ad una funzione del tutto gratuita o semplicemente per il piacere di allocarle.

E già queste due semplici paroline "riposo" e "sosta" aprono delle inedite riflessioni tali da infrangere in un batter d'occhio la logica utilitaristica che le vorrebbe veder confinate al ruolo di oggetti dell'arredo urbano "che offrono una seduta" a chi desidera sedersi.
E spiegherebbero anche perché possiamo trovre delle panchine in luoghi particolarmente belli, quasi che la panchina assolvesse ad una funzione estetica, così come possiamo trovare delle panche su cui accomodarci nelle sale di una pinacoteca: ma potrebbe spiegare altrettanto perchè talune panchine sono collocate in luoghi orribili, assediate dal traffico e dallo smog.
Attraverso la disponibilità ad offrire riposo e sosta, le panchine assolvono al compito non deliberatamente voluto da chi le ha progettate (ma insito - per così dire - nei loro geni) di offrire ai propri ospiti un particolarissimo vertice di osservazione sull'esterno e sull'interno.
Basta esaminare tre semplici casi, ai quali se ne potrebbero aggiungere infiniti altri in dipendenza della combinazione di luogo ed individuo, oltre alle qualità intrinseche di quella particolare panchina che osserviamo o su cui si sediamo o su cui qualcun altro è seduto.

Ci sediamo su di una panchina ed osserviamo il mondo, ponendoci in un certo senso al di fuori di senso, se non altro per una diversa percezione del tempo tra noi seduti e chi invece continua a muoversi secondo un vettore temporale lineare.
Ma, nello stesso tempo, possiamo osservare le panchine e i loro occupanti dall'esterno e possiamo desumere degli elementi sugli altri attraverso l'uso che fanno delle panchine o del modo (o dei modi) in cui dall'esperienza dello stare su di una panchina sono modificati.
Infine, se ci sediamo su di una panchina che il mondo - in modo inatteso - ci offre, possiamo fermarci ed osservare noi stessi, rivolgendo il nostro sguardo all'interno.
La panchina (le panchine), dunque, va intesa come catalizzatore di una migliore conoscenza del mondo e di noi stessi.
Nell'uso delle panchine ci sono molteplici variazioni e sfumature, ma rimane indubbbiamente il fatto che la Panchina archetipica siafondamentalmente una "soglia", una porta che può mettere in comunicazione tra loro mondi diversi.

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21 giugno 2013 5 21 /06 /giugno /2013 14:19

Quel venditore di strada vicino casa: una vita monocorde, spesa in quello stesso incrocioNei pressi della via dove abito a Palermo, all'incrocio tra Via Principe di Paternò e Via Piemonte (che ora si chiama in un modo diverso che non ricordo - ma non importa) stazionano da sempre dei venditori ambulanti di frutta e altri prodotti agricoli. Ci sono altri "venditori di servizi" da strada: occasionalmente dei lavavetro, oppure dei venditori di accendini e di fazzolettini tempo; qualche volta degli zingari questuanti e benedicenti. Ma queste sono presenze occasionali, a questo incrocio.
I venditori di frutta invece da che io ricordi sono stati una presenza costante: da almeno 25 anni sono là dalla mattina a sera inoltrata, ad eccezione che nelle domeniche e nelle altre feste comandate.
L'incrocio è loro, praticamente, ci sono stati da sempre e sono sempre gli stessi.
In particolare, sono in due, uno più grande segaligno con occhi azzurri e capelli tagliati corti, biondastri.
Un altro, più giovane, che è sostanzialmente la copia conforme dell'altro.
Ho sempre pensato che siano fratelli.
Quello più giovane ha cominciato a vendere al seguito del più grande quando doveva avere 10 anni e, quindi, si può senz'altro dire che ha egli abbia trascorso la sua vita in questo incrocio. guardando il mondo da quest'ottica ristretta.
Da che era un bambinetto con gli occhi chiari e i capelli biondi che mi prendeva in giro, quando passavo di corsa portando al guinzaglio i mei due pastori tedeschi è diventato un giovane uomo, ma fa sempre la stessa cosa: vende e poi vende, assillato dall'imperativo categorico che, entro sera, prima di tornare a casa, deve essersi liberato di tutta la merce che ha a disposizione della mattina. Niente deve essere riportato a casa, se non il denaro ricavato dalle vendite.
In genere, l'offerta riguarda un solo articolo fruttereccio: a volte si tratta di fragoloni, a volte di fragoline. Qualche volta è il turno degli ananas, altre volte, nella stagione adatta, dei meloni bianchi. Certe volte mette in vendita anche delle balle di sale da cinque chili.
La mercanzia se ne sta accatastata sul marciapiedi ombreggiato, in un punto in cui possa essere tenuta facilmente sott'occhio, mentre i due cercano di vendere attraendo gli automobilisti di passaggio con offerte convenienti, al ribasso: con prezzi che si vanno facendo via via più bassi, man mano che la giornata avanza ed ancora non è stata smaltita tutta la merce. E badate bene: solitamente il più giovane non è esentato dall'andarsene, se non quando abbia venduto tutta la mercanzia.

Quel venditore di strada vicino casa: una vita monocorde, spesa in quello stesso incrocioQuesto giovane uomo (quello più giovane, mentre il grande adesso fa una vita più rilassata, ritirandosi dopo qualche ora) a volte rimane sino a tardi, sempre a cercare di vendere, sino ad oltre le 23.00.
Io passo e ripasso, a volte a piedi, a volte in auto e mi si stringe il cuore a vederlo sempre là che si affanna da un auto all'altra, offrendo la sua mercanzia e respirando di continuo gas di scarico.
Qualche volta mi rivolge la parola e avvia un accenno di conversazione che potrebbe anche essere simpatica, perché c'è la complicità intercorrente tra due persone che si sono conosciute da lungo tempo.
Però, la conclusione è sempre univoca ed interrompe qualsiasi conversazione tra uomini liberi che è basata sul piacere puro e schietto della comunicazione: infatti, alla fine, qualsiasi sia stato l'argomento toccato, mi chiede di comprare qualcosa.

Questo esito delle nostre conversazioni mi ricorda di quando lavoravo al Servizio per le Tossicodipendenze e un utente in trattamento volle parlare con me, per presentarmi delle poesie che aveva scritto e invitandomi a leggerle, attendendosi un mio giudizio.
Io le lessi, alla sua presenza, mi soffermai a commentarle e le apprezzai, ma - ricevuto quel mio apprezzamento - il giovane (in realtà ormai di mezz'età, con metà della vita trascorsa nelle panie della droga), annullando in un attimo il piacere inestimabile e gratuito della lettura fine a se stessa e della condivisione, mi chiese se non volessi comprarle.
Il tossicodipendente da droghe illecite (e costose) è come un commerciante avido: a qualsiasi cosa dà un valore in termini di denaro, ad ogni bene potenzialmente vendibile viene attribuito un valore in denaro: in questo senso il tossicodipendente è come lo Zio Paperone dei fumetti che ha negli occhi il simbolo del dollaro: tutto ha un prezzo e viene quantificato in termini di denaro che ne può essere ricavato, qualsiasi cosa può scatenare la cupidigia del tossicomane che subito dopo converte quel valore in denaro in quantità di droga che può ricavarne.
Il lavoro del venditore da strada ha delle implicazioni analoghe, a somiglianza di quello che ha detto lo psicologo statunitense Abraham Maslow a proposito di alcune deformazioni della personalità quando si restringe enormemente l'orizzonte esperienziale di un individuo, quando afferma "Se come strumento possedete solo un martello, tutto ciò che vi circonda comincia a somigliare maledettamente un chiodo".
Questo povero ragazzo che ha passato la vita a vendere frutta ad un incrocio ha perso, per alcuni aspetti la sua libertà: egli stesso è divenuto una transazione commerciale da strada, talmente si è radicato dentro di lui il principio della compra-vendita e quindi, anche il semplice piacere di un dialogo fine a stesso, finisce nell'imbuto della trattazione, ovvero ha valore solo se conduce ad una possibile ed auspicabile (per lui) transazione. 

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19 giugno 2013 3 19 /06 /giugno /2013 07:06

L'infinito ciclo della morte e della rinascitaAnche gli scarti possono insegnarci qualcosa: nel caso illustrato dalla foto che correda il testo la lezione è che la vita nelle sue forme più elementari si nutre degli scarti e li rimette nel circuito, trasformandoli in qualcosa d'altro.
Mi rendo conto che l'immagine potrebbe urtare la sensibilità di qualcuno che vorrebbe sempre vedere rappresentazioni che fanno riferimento al concetto stereotipato di "bello".
Ma anche ciò che si vede nella foto fa parte della vita: ne rappresenta semplicemente la faccio che il processo della civilizzazione ha voluto nascondere e rimuovere.
Ogni tanto bisogna pur ricordare che la vita è fatta di tanti cerchi e che tutto procede con moti circolari dalla morte alla vita, dalla vita alla morte, all'infinito, e che tutto opera in una stessa direzione.
Non c'è mai una vera rottura, non ci sono scarti. 

Tutto è basato sul ciclo infinito vita-morte-rinascita.
Secondo i Jainisti, in quelle mosche o in quelle larve, ci ptrebbe essere la reincarnazione di qualcuno che è vissuto prima nei panni di uomini o di donne.
Solo che noi tendiamo a dimenticare il modello potente ed invicinbile che ci offre la natura.

Anche dalla merda nascono i fiori, alla fine.

E l'ultima frase si riconette con l'amatissima canzone di Fabrizio De Andrè, Via del Campo:

Via del Campo (Fabrizio de André)

Via del Campo c'è una graziosa
gli occhi grandi color di foglia
tutta notte sta sulla soglia
vende a tutti la stessa rosa.

Via del Campo c'è una bambina
con le labbra color rugiada
gli occhi grigi come la strada
nascon fiori dove cammina.

Via del Campo c'è una puttana
gli occhi grandi color di foglia
se di amarla ti vien la voglia
basta prenderla per la mano

e ti sembra di andar lontano
lei ti guarda con un sorriso
non credevi che il paradiso
fosse solo lì al primo piano.

Via del Campo ci va un illuso
a pregarla di maritare
a vederla salir le scale
fino a quando il balcone ha chiuso.

Ama e ridi se amor risponde
piangi forte se non ti sente
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior.

 

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31 maggio 2013 5 31 /05 /maggio /2013 15:49

Paese che vai usanze che trovi. E la prossemica ci aiuta a trovare una chiave di lettura di alcune differenze negli spazi comunicativi tra individui(Maurizio Crispi) La prossemica è quella disciplina semiologica che studia i gesti, il comportamento, lo spazio e le distanze all'interno di una comunicazione, sia verbale che non verbale.
Il termine fu introdotto e coniato dall'antropologo statunitense Edward T. Hall nel 1963 per indicare lo studio delle relazioni di vicinanza nella comunicazione, proprio a partire dai fenomeni che si verificavano all'interno degli spazi di comunicazione tra individui appartenenti ad etnie diverse, con diversi costrutti culturali rispetto agli spazi personali e ai confini invisibili che vengono collocati un po' o molto al di fuori dei propri naturali limiti corporei.

Ricordo che, ai tempi della mia formazione psichiatrica, mi imbattei nello studio di Hall, tradotto in Italiano con il titolo "La dimensione nascosta" (Bombiani, 1968) e che lo lessi avidamente, trovandovi molte ed interessanti chiavi di lettura sui modi in cui l'interazione tra individui diversi potesse essere disturbata, proprio per un problema di eccessiva vicinanza o lontananza. E trovai, allora, che quella lettura fosse davvero illuminante e che potesse servire da importante guida nella comunicazione verbale e non verbale.
Alla luce delle categorie stabilite da Hall è possibile dare una lettura di alcune discrepanze che, trovandocisi all'estero, si ritrovano nel modo in cui persone diverse si trovano a gestire la prossimità o la lontananza, rispetto alla propria cultura di origine, con la possibilità di osservare l'effetto straniante quando culture diverse entrano in antagonismo: per esempio, uno (di origini latine) si avvicina molto al suo interlocutore, mentre parla, e l'altro (nordeuropeo) si ritrae, cercando di ripristinare quella che per lui è la distanza ottimale, in un "balletto" che può diventare interminabile e imbarazzante, generando a volte delle incompresioni o la sensazione di scortesia di uno nei riguardi dell'altro, se non l'arresto del flusso comunicativo.
E tutti, anche se in maniera approssimativa, proprio per questo, dovrebbero conoscere i principi fondamentali della prossemica, in modo tale da poter evitare di essere involontariamente scortesi o invadenti.
Per esempio, noi Italiani siamo molto portati ad invadere lo spazio altrui, imponendogli una vicinanza corporea eccessiva durante la conversazione, oppure assalendo i suoi spazi personali con i suoni (incluse le conversazioni telefoniche ad alta voce), ma anche con lo sguardo.
Paese che vai usanze che trovi. E la prossemica ci aiuta a trovare una chiave di lettura di alcune differenze negli spazi comunicativi tra individuiE' indubitabile che sui mezzi di trasporto pubblici - o anche in ascensore - noi tendiamo a guardare gli altri passeggeri (li guardiamo, beninteso, senza fissarli), anche se, a volte, la permanenza in ascensore - in quanto spazio davvero molto ristretto - può risultare persino troppo "prossima" ed imbarazzante per noi Italiani.
In Inghilterra, invece noi Italiani - e Latini, in genere - dobbiamo sforzarci di correggere il tiro. L'etichetta rigorosa è di non guardare mai i nostri compagni di viaggio, evitando che persino gli sguardi si incrocino.
E' così che in ascensore tutti hanno lo sguardo rivolto altrove, o verso terra, o in alto, oppure perso semplicemente nel vuoto.
Io tendo ad osservare sempre le persone: è una cosa che mi piace fare sia per il mio passato di psichiatra, sia per la mia attività fotografica. E ho notato che qui, in Inghilterra, ho dovuto esercitare uno sforzo su me stesso per trattenermi.
Paese che vai usanze che trovi.
E la prossemica inventata da Edward T. Hall ci fornisce un prezioso strumento di decodifica.


Vedi anche l'articolo "Prossemica dell'ascensore", da cui è tratta l'immagina in basso che correda l'articolo.

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30 maggio 2013 4 30 /05 /maggio /2013 09:01

La mobilità sostenibile: l'esempio londinese ci dice che un modo diverso è possibile(Maurizio Crispi) A Londra si va molto in bici.
Ma più che per lo svago e lo sport (anche, ovviamente), la bici viene utilizzata come mezzo mezzo di trasporto e come strumento di lavoro.
Perchè? A fronte di una popolazione enorme di pendolari che si muovono dalle periferie verso il centro per ragioni dilavorative (i cosiddetti "commuter"), l'amministrazione cittadina ha deciso di disincentivare l'utilizzo dei mezzi privati motorizzati.
Quindi, in pratica non si può parcheggiare da nessuna parte (anche nei pressi delle abitazioni è scoraggiata attivamente la sosta delle auto, sicchè possedere un automezzo a Londra implica dei costi proibitivi, anche per un semplice parcheggio vicino casa, a meno che non si abbia un posto macchina privato abbinato all'appartamento in cui si vive) e non è stata volutamente portata avanti una politica centrata sulla costruzione di grandi parcheggi sotterranei o elevati, all'insegna dell'assioma (da evitare per le sue nefaste conseguenze): "Più parcheggi, più auto".
Il trasporto sui mezzi pubblici, per quanto efficientissimo, è molto costoso. L'abbonamento mensile in metropolitana medio verrebbe a costare attorno a £100 al mese: un vero  salasso!
Al tempo stesso, l'amministrazione cittadina sta incentivando l'uso della bici per andare al lavoro: per esempio, a questo scopo, è stato istituito un servizio gratuito di immatricolazione dei velocipedi (così da avere una minima protezione dal furto della bici, adesso un po' più frequente). Mentre l'impressione del numero di matricola assegnato sul telaio della bici (e la sua relativa trascrizione in un pubblico Registro) sono curati da agenti della Polizia cittadina, contestualmente viene offerto ai ciclisti un controllo di efficienza completo del proprio mezzo del tutto gratuito. Inoltre, c'è una politica orientata a creare corsie preferenziali ciclistiche e addirittura in alcuni punti della citta delle Bycicle Super-highway, piste ciclabili a due corsie, una per ciascun senso di marcia, e rese riconoscibile per il fatto di aver dipinto il fondo in blu.
Mobilità sostenibile a LondraE, inoltre, nel 2010, l'allora sindaco della città Boris Johnson ha lanciato il sistema detto
 Barclays Cycle Hire (BCH), che - al costo di un minimo abbonamento mensile - consente ad ogni cittadino di prelevare una bici da appositi parcheggi, fare i propri tragitti e, quindi, depositare la bici in un altro parcheggio del sistema, con la possibilità di prelevare un'altra bici in un punto qualsiasi della città per compiere ulteriori percorsi sulla bici.
Ma anche le ditte e le aziende, per via dell'abbattimento dei costi, incentivano l'uso della bici per il trasporto di mercanzie, di plichi, di derrate alimentari da un posto all'altro: negli orari di apertura degli uffici e dei negozi è possibile vedere una quantità di "trasportatori" che si spostano per mezzo di bici appesantite da carichi importanti e svariati o che con la bici trascinano carrelli da trasporto.

Il trasporto in bici, peraltro, è reso più semplice anche dalla grande informalità e duttilità dei Britannici, che sul posto di lavoro si sentono liberi di arrivare in tenuta sportiva per poi cambiarsi con gli indumenti da lavoro non appena arrivati nel proprio ufficio
E quindi per questo motivo, nelle cosiddette rush hour, è possibile vedere un'enorme quantità diciclisti con i vestiti più informali o addiritturra in tenuta sportiva recarsi o tornare dal posto di lavoro, in genere portando uno zainetto sulle spalle che contiene i vestiti dii ricambio da indossare sul posto di lavoro, nonchè l'occorrente per un desk-lunch frugale.
In genere, chi lavora in ufficio, tiene in un suo armadietto, le scarpe da indossare al lavoro e altre cose di cui possa aver bisogno durante le ore lavorative.
E' così è fatta: lo spostamento verso il posto di lavoro e poi verso casa si può realizzare con la massima efficienza e il massimo risparmio.
 

 

La mobilità sostenibile: l'esempio londinese ci dice che un modo diverso è possibilePer lo stesso motivo, anche se in numero ridotto rispetto ai ciclisti, è possibile vedere dei pendolari che vanno al lavoro o ne tornano correndo: anche loro riconoscibili dai normali runner per il fatto che corrono lungo le vie più affollate sempre nelle rush hour, portando uno zainetto sulle spalle.
Al mattino, tra le otto e le nove, e di pomeriggio a partire dalle 17.00 le strade di Londra si riempiono così di una variopinta folla di ciclisti che pedalano e di runner che corrono, abbinando le esigenze lavorative con una scelta di trasporto semplice, salutare ed economica.
La bici e i piedi rimangono ancora il mezzo di trasporto più economico e alla portata di tutti: gli unici che ancora nessun governo ha pensato di tassare, fortunantamente.

E' tutto molto semplice, in fondo.

E ci si chiede perchè in Italia la mobilità su bici nelle grandi città stenta così tanto ad attecchire.

Ci si potrebbe chiedere: Perché?

La risposta è semplice: c'è un problema di paradigma culturale che fa da potente ostacolo (anche se ci sarebbero anche molti altri fattori da analizzare).


Mobilità sostenibile a LondraNoi Italiani - per poter adottare il modello inglese dei trasporti cittadini - dovremmo accogliere una mentalità diversa e abbandonare certi stereotipi (pseudo)culturali che tendono a separare le proprie preferenze sportive dall'ambito lavorativo e altri che richiedono ai lavoratori una formalità eccessiva nell'abbigliamento da tenere sul posto di lavoro, sicchè allo stato attuale sarebbe impensabile per un lavoratore "rispettabile" presentarsi in azienda, in ufficio o in fabbrica in tenuta sportiva per indossare poi la tenuta più idonea sul posto.

In ogni caso penso che questa riflessione possa valere principalmente per chi lavora nel terziario, mentre per chi lavora in fabbrica e sulle ragioni del suo non uso della bici come mezzo di trasporto andrebbero fatte altre analisi.

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25 maggio 2013 6 25 /05 /maggio /2013 07:41

Nella vita di un uomoLa vita di un Uomo (includo in questo termine, uomini e donne, ovviamente) è fatta di tante cose diverse.
Ma certamente, nella vita di un Uomo si incontrano molte morti.
Quando si è piccoli, se si è fortunati, ci imbatterà nella morte di uno o due nonni...
E, quando ciò succede, si è ancora troppo piccoli per capire il senso della morte: i grandi ci diranno che il nonno o lanpnna sono andati in cielo, oppure tra gli angeli, oppure ancora che sono partiti per un lungo viaggio ben protetti all'interno di una navicella spaziale.
Forse ci si imbatterà anche nella morte di qualche animale domestico cui abbiamo voluto bene e quelle morti le vivremo con un senso di ingiustizia che sarà molto affine al lutto degli anni più avanzati.
Poi, sempre se si è fortunati, le morti si rarefanno e comincia un periodo più felice, in cui i tuoi cugini più grandi cominciano a sposarsi e ad avere figli.
E allora comincia l'era dei matrimoni e dei battesimi.
Ci sono in continuazione cerimonie, sposalizi, battesimi, festini e banchetti.
Poi, si va avanti ancora un poco e cominciano le lauree dei tuoi compagni ed amici.
E ancora una volta festini, banchetti ed auguri.
E sempre che tu sia sia fortunato, ancora niente morti: a meno che delle sciagure non si abbattano su di te per sottrarti anzitempo i tuoi genitori o qualche persona cara.
Poi, anche le lauree, i matrimoni e i battesimi si diradano e comincia l'era delle prime comunioni ed è ancora una volta il turno di un ciclo di feste.
Vai avanti e vai avanti attraverso anni bene o male senpre eguali.
E poi di nuovo in questo eterno altanare di morte e vita, riprendono a fioccare le morti.
Magari, cominciano a morire prematuramente alcuni dei tuoi compagni di scuola.
Oppure è un tuo cugino più giovane ad andarsene.
Ma poi arriva inelluttabilmente viene il turno, quando si arriva in questa fase della vita, della generazione che ci ha preceduto: zii, genitori, lontani cugini di secondo grado più grandi.
E, ovviamente, si diventa frequentatori di funerali e di momenti di cordoglio.
Qualcuno resiste, tuttavia, ed avanza indomito verso la tarda età.
Intanto, cominciano a morire personaggi pubblici che hai conosciuto nella tua vita oppure personalità della cultura che hai amato (musicisti, scrittori, artisti) o rispettato o che sono stati nel loro campo fulgidi esempi di umanità.
E tu vai avanti in mezzo a tante morti e vorresti vedere di nuovo l'arcobaleno della vita che ti metta allegria e che ti infonda speranza rispetto a questa continua battaglia contro la morte che, giorno per giorno siamo costretti ad ingaggiare.
E, magari, inaspettatamente, inciampi in un nuovo progetto di vita che ti illumina il futuro.

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22 maggio 2013 3 22 /05 /maggio /2013 08:16

Le cose sono soltanto cose

 

 

Le cose sono soltanto cose.
Nella vita si accumulano di continuo oggetti, specie se si vive in modo "stanziale" e nella propria vita non si è mai fatto un cambio di casa.
Tutto può sembrarci importante, quando lo mettiamo da parte oppure quando lo riceviamo in eredità nelle case "transgenerazionali".
Tutto potrebbe avere in futuro una sua utilità, mentre ad altre cose attribuiamo il valore di "ricordo" (ricevuto in eredità, per così dire, o acquisito).
Sembrerebbe quasi che conservare ogni singolo oggetto - e per certe persone tale consuetudine diventa quasi "fatidica" - sia di vitale ed insopprimibile importanza.
Gli oggetti finiscono con il diventare "feticci" che dominano la nostra vita, anziché essere al nostro servizio.
E c'è sempre un po' di tutto che viene accatastato qua e là, a partire dalle piccole collezioni tematiche sino ad arrivare ad una quantità di ciarpame senza valore, se non quello che gli viene attribuito da colui che ha messo da parte.
A volte, si conserva qualcosa, perchè è più facile procedere in questo senso che non buttare via. In fondo l'atto del buttare via qualcosa, implica il contatto doloroso con il processo della separazione: e allora si preferisce tenere tutto ben stretto, seguendo la via della minore resistenza...
E' come se la nostra vita - come nel caso di un'imbarcazione tenuta a lungo alla fonda - si appesantisse di concrezioni e di strati che, ad un certo punto, assumono una vita propria e vanno incontro a loro cicli biologici, ma intanto fanno da freno ad una libera navigazione.
Intanto noi andiamo avanti - il nostro tempo va avanti - e di tante di quelle cose che abbiamo pensato pensando che avesse un senso perdiamo il significato.
E ci dimentichiamo di alcuni oggetti.
Quegli oggetti (o a volte "non oggetti") semplicemente continuano a vivere di una vita propria o prendono ad esistere in una "non esistenza", in cui l'unica possibilità che è loro data è di andare incontro ad un progressivo decadimento.
Gli oggetti che decadono ed invecchiano e che, a volte, si disgregano per tramutarsi in polvere, possono diventare una metafora della nostra stessa esistenza.
E, intanto, ci parlano del nostro decadimento.

Forse per questo, ad un certo punto, ci dimentichiamo persino della loro esistenza..
Una volta, rimasi sorpreso ed anche angustiato, quando un anziano e stimato professore di Liceo della nostra città  (insegnava Italiano e Latino) che abitava nel mio stesso palazzo, forse per un atto lucido e deliberato o forse perchè la sua mente aveva cominciato a vacillare, cominciò a liberarsi di tutte le sue cose, fogli, quaderni, libri che aveva usato nella sua carriera di insegnante.
Ogni volta che tornavo a casa dal lavoro, trovavo cumuli di cose che il professore aveva deciso di buttar via. E mi si tringeva il cuore: uno o due libri li recuperai e me li portai a casa.
Anche mia madre diceva di tanto in tanto che avrebbe voluto distruggere tutto: parlava soprattutto di corrispondenze, di lettere e di fotografie.
Aureliano Buendia, uno dei personaggi chiave in "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marqués fa una cosa analoga, sbarazzandosi di tutto ciò che lo riguarda, documenti, immagini, bruciando tutto quanto: ma lo fa mentre è pienamente lucido, perseguendo un atto di deliberata volontà.

Le cose sono soltanto coseQuando ero più giovane non capivo il perché di queste azioni.
Forse oggi capisco un po' di più.

Mi rendo anche conto che se ci si mette in una posizione oggettiva, magari coinvolgendo una persona esterna che viene incaricata di fare per conto nostro delle pulizie, alcune delle concrezioni - quelle più inutili e polverose - possono essere eliminate più facilmente. E quando si comincia, è più facile continuare anche da soli.
E' come se, deposti degli occhialacci di legno che abbiamo indossato per tutto il tempo, si vedesse finalmente che alcuni oggetti si sono ammalorati e che non ha più alcun senso conservare la loro polvere o la loro ombra o che quesgli stessi oggetti hanno perso tutto il loro potere ammaliante.
Quando si intraprende una simile impresa, è come fare pulizia nel camino, eliminando via quegli accumuli di fuligine che impediscono alla canna fumaria di respirare bene, con un buon tiraggio.
Oppure, per usare un'altra metafora che mi piace abbastanza, è come eliminare i rami morti e ormai inutili, in modo da dare a ciò che resta di un albero vetusto, maggiore vitalità e una migliore distribuzione della linfa e del nutrimento.
Forse in questo modo, liberandoci del superfluo e di ciò che si è deteriorato, dando via delle cose, allegerendoci dei nostri inutili fardelli, ci si potrà sentire interiormente rigenerati.
E questa pratica è contenuta, del resto, nel simbolismo dell'avvento del nuovo anno, quando usanza vuole che si buttino fuori dalla finestra vecchi oggetti, per rappresentare in maniera concreta che coiò che è vecchio deve andar via per dar luogo ad un possibile rinnovamento.
Dare via le cose vecchie, in fondo, è un ottimo modo per esercitarsi nella pratica d'uno dei precetti fondamentali del Buddismo, cioè nell'acquisizione della piena consapevolezza dell'impermanenza di tutto, e di noi stessi.
E, nello stesso modo, sbarazzarsi, facendo ogni tanto delle pulizie, è un ottimo modo per evitare di consegnare a chi ci seguirà soltanto un mucchio di inutile pattume.
Ma non fraintendetemi.
Ci sono delle cos eche non butterei mai via se ad esse riconosco un'utilità o una loro validità che si protrae nel tempo, come è nel caso dei libri.

Ma anche in questo caso si può procedere in una certa misura ad una "riqualificazione", sfrondando il superfluo e lasciando l'essenziale. Anche se in questo campo è diffcile giudicare: ma di fatto è ciò che viene fatto nella buona amministrazione delle biblioteche. Alcune cose dopo un certo tempo potrebbero dover andar ein soffitta ed altre eliminate.
Il Principe Tomasi di Lampedusa, grande lettore e studioso, nonchè conoscitore dei grandi classici della letteratura internazionale, soleva rinnovare periodicamente la sua biblioteca e, quando un nuovo volume di opere complete della collana francese Les Pleiades, di uno scrittore classico (collana più antica e prestigiosa dei "I Meridiani" di Mondadori, ma analoga nello spirito e negli intenti) entrava nella sua fornitissima libreria, egli soleva regalare i singoli volumi delle opere di quell'autore, ora raccolti in un unico tomo, agli allievi del suo piccolo ma agguerrito circolo letterario.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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