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8 maggio 2013 3 08 /05 /maggio /2013 06:04

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Qualche volta, rovistando nei propri cassetti, si trovano inaspettatamente "pezzi" del passato...

A volte, si tratta di pezzetti di carta scarabocchiati e chissà perché accuratamente riposti, come se contenessero qualche importante segreto.
Come questo foglietto, ad esempio, che è datato 20 ottobre 1995 e risale nientemeno al periodo in cui mio figlio aveva meno di due anni.
Sul davanti, oltre alla data, sono disegnate in inchiostro tante margherite (proprio nel modo in cui l edisegnerebbero i bambini e sotto vi si legge la scritta "Uno sterminato campo di margherite".
Sul retro del foglietto, c'è scritto "LR 215", e poi, un rigo sotto, "DM 8 luglio 1981" (un decreto che statuiva alcuni cambiamenti nell'entità dell'addizionale IRPEF, ma che definiva anche il TAEG in questi termini: come un indicatore sintetico del costo totale del credito - mutuo o prestito che fosse - calcolato tramite un'esatta equazione algebrica con cui se ne definiva il valore sino all’ottava cifra decimale).

Ma non so dire il perchè e il percome di questa annotazione in merito a questo decreto.
Indubbiamente, mi piace il contrasto tra la materia prosaica e arida dei riferimenti legislativi e la dimensione più ariosa e creativa di quello "sterminato campo di margherite".
 

 

Di fatto, tracce come questa rappresentano elementi della nostra personale archeologia, di cui sono degli affioramenti casuali.

 

 

 

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22 aprile 2013 1 22 /04 /aprile /2013 10:37

Nella vita finiamo mai di fare cose...(Maurizio Crispi) Oggi, ascoltavo una discussione tematica a "Il Ruggito del Coniglio", con l'intervento degli ascoltatori. Il tema proposto era se "nella vita abbiamo mai finito"...
Gli interventi degli ascoltatori era come al solito divertenti e gustosi, perchè ciascuno aveva da raccontare un suo personale episodio a proposito del fatto che "non abbiamo mai finito".
L'umore generale degli interventi era di dispiacere per il fatto che "non si finisce mai", quasi che fosse auspicabile arrivare ad uno stato di atarassia e di sospensione, nel quale non avendo più nulla da fare ce ne stiamo semplicemente in uno stato di beata sospensione.
In realtà, io penso che c'è davvero da augurarsi che le cose da fare e da sperimentare nella vita e i nuovi progetti da avviare non finiscano mai.

Innanzitutto, perchè la vita è costantemente insidiata dall'entropia, vale a dire che un assetto relativamente stabile (che - direbbero i biologi - si mantiene in omeostasi con un certo dispendio energetico) vada incontro all'instabilità e alla disorganizzazione, anche la disorganizzazione e il caos possono poi generare un nuovo ordine (una stella danzante, come ebbe a dire Nietsche).
In secondo luogo, perchè se non ci fossero cose da fare (ed includo qui le cose da pensare e quelle da creare) si andrebbe lentamente verso la morte che, anche sotto il profilo biologico, va intesa come la cessazione completa di ogni attività.

Anche il ripetersi di certi schemi può avere un senso se, alla fine, è seguito da una trasformazione.
Ecco, penso alla vita come ad un susseguirsi di trasformazioni e metamorfosi: siamo sempre noi stessi, ma probabilmente osservandoci bene, siamo ognii volta un pochino diversi, e in questo sta uno dei misteri e della bellezza della vita: quella di offrirci continue possibili trasformazioni, all'interno di quello che appare come un continuum.


La vita è, nè più né meno come andare su di una bicicletta.

Anche se ad un occhio esterno il ciclista sembra essere sempre in perfetto equilibrio, in realtà quel macroscopico equilibrio è la risultante di una sequenza ininterrotta di disequilibri "discreti" a cui fanno seguito altrettanto "discrete" riprese dell'equilibrio.
L'equilibrio globale non è altro che una risultante vettoriale.
E così è la linea della nostra vita: la risultante d'una serie ininterrotta di equilibri e disequilibri.
Guai se cessassimo di fare cose, di pensare, di creare, di fare nuove progetti!
Come disse lo stimatissimo e compianto Pietro Mennea, grande sportivo ma anche grande maestro di vita a chi lo interrogava su senso di quel dito alzato al Cielo quando tagliava il traguardo nelle sue mitiche prestazioni atletiche e lo cito, andando a braccio: "Ho detto che avrei rivelato il segreto del significato che quel gesto ha per me, solo quando avessi tagliato l'ultimo traguardo. Ma ancora nella mia vita ho molti traguardi da raggiungere e superare. Nella vita, ricordatevelo, ci sono sempre dei nuovi traguardi da raggiungere, delle nuove sfide da raccogliere, e non sono solo quelle sportive. Quindi non è ancora tempo che io vi riveli il mio segreto".

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19 aprile 2013 5 19 /04 /aprile /2013 19:10

I libri, la lettura e la vita Forse non ci sono giorni della nostra adolescenza vissuti con altrettanta pienezza di quelli che abbiamo creduto di trascorrere senza averli vissuti, quelli passati in compagnia del libro prediletto (Marcel Proust). 

(Maurizio Crispi) Aggiungerei a questa bella riflessione proustiana che chi ama i libri e cha passato molto tempo della sua vita nutrendosene come cibo per la mente, per il cuore e per l'anima, vive costantemente su un crinale, sul quale cammina, se vogliamo immaginare la vita come un percorso lungo una via o un sentiero che si va dipanando da un punto di origine verso una possibile fine.

Il cammino lungo il crinale, implica il continuo confronto con la Realtà, con le sue richieste, con le sue sfide, con i suoi impegni, con gli incontri fortuiti ed occasionali, mentre da un lato e dall'altro c'è la china rappresentata dai ciò che abbiamo appreso dai libri che abbiamo letto e dalle fantasticherie che essi hanno attivato dentro di noi e dalle potenti fantasie che essi sono capaci di attivare.

E, in ogni momento della nostra vita, è possibile che mentre camminiamo in avanti, si possa verificare un lieve (o grande) scivolone a destra o a sinistra dello stretto sentiero su cui procediamo che ci conduce a vivere questa o quella storia che non abbiamo mai vissuto prima e di cui abbiamo solo letto.

E' questa la vera ed intrinseca potenza della lettura, quella di introdurci a mondi e a potenzialità di vita e di conoscenza che altrimenti non potremmo mai sperimentare in una sola vita.

E da questi inattesi scivoloni riemergiamo sempre e riprendiamo il nostro cammino ma con un enorme arricchimento interiore perchè si è verificata una felice sintesi tra gli accadimenti della nostra vita e quelli fictional che ci ha offerto la lettura...

Se questo non accade, leggere è stato un'attività sterile, perché non è stata intimamente assorbita nella nostra vita, masticata, digerita e metabolizzata.

E questo è anche il motivo per cui alcune persone non riescono veramente ad amare la lettura e si attengono soltanto alla lettura di libri "tecnici", come qualche volta mi hanno confidato alcuni miei colleghi di lavoro.

Spesso potresti sentire costoro dire (in molte forme diverse, è ovvio): "Io, leggere i romanzi? Non ho tempo per farlo... Le uniche cose che leggo sono quelle che mi servono al mio aggiornamento professionale e mi sembra che leggere d'altro sia solo tempo perso".
Altri semplicemente non leggono _ anche se magari ciò non riescono nemmeno a confessarlo a se stessi con un chiaro pensiero - perchè sono intimamente disturbati dall'ampliamento e dal moltiplicarsi dei possibili orizzonti che la frequentazione dei libri è in grado di offrire. 

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16 aprile 2013 2 16 /04 /aprile /2013 15:42
I censori e le loro inconfessabili debolezze...

L'altro giorno, a Kew Gardens (RBG Kew, London), c'era un bel prato fiorito, cosi' bello che sembrava una nuvola colora di violetto e di 
celeste.
Veniva voglia di tuffarcisi, di rotolarcisi dentro and anche di nuotarci, se solo fosse stato possibile. 
Ed e' stato cosi' che siamo sdraiati sul quel prato per fotografarci a vicenda, mentre avevamo la sensazione di galleggiare su di un'eterea nuvola di colore.
Ed e' arrivato un tipo anziano, ma non molto pi' vecchio di me, eppure sembrava un vegliardo, grigio e stinto.
Mi ha squadrato dall'alto in basso e mi ha detto: "Non dovevate fare questo. Se vi sdraiate sul prato e se tutti lo fanno, presto non ci saranno piu' fiori. Vedi? - ha aggiunto, indicando un cartello piuttosto lontano - c'e' anche scritto su quel cartello che non si deve calpestare il prato".
Sul momento, mi sono sentito un po' in colpa, pero' - a ben guardare - dal lato da cui ero arrivato, non c'era nessun cartello.
Spinto dal senso di colpa che mi ha attanagliato il cuore (era il mio Superio che entrava in azione), ho provato ad addurre questa ragione, a mo' di giustificazione.
Ma, poi, ho lasciato perdere, gli ho voltato le spalle e me ne sono andato.
Anche perche' - riprendendo a camminare - ho notato che tanti altri - allegramente e con gioiosita' - stavano facendo la stessa che un istante prima avevamo fatto noi.
E non ho potuto fare di meno di pensare che coloro che, in maniera gratuita e senza averne l'autorita' si pongono nella posizione di volenterosi censori dei comportamenti altrui, sono spesso i primi che vorrebbero trasgredire, ma non lo fanno perche' sono pusillanimi e con le loro censure cacciano i propri sensi di colpa scaturenti dall'aver soltanto fantasticato negli altri.
La volonta' di fare i censori spietati spesso nasconde una deformazione grottesca dell'organizzazione intera della personalita' e desideri inconfessati di trasgressione (da quella piu' banale ed innocente di distendersi su di un bel prato fiorito ad altre ben piu' gravi).
In ogni caso, chi - arbitrariamente - si autonomina censore soprattutto rispetto a comportamenti innocenti e non certamente delittuosi, e' spesso incapace di gioire delle cose, perche' e' tormentato da istanze interiori crudeli e tiranniche con le quali combatte i suoi stessi impulsi, che vengono costantemente negati e proiettati all'esterno in modo tale da estirpare dal proprio Se' il "mostro" e collocarlo all'esterno.
Ed e' questo lo stesso meccanismo che trasforma povere vittime innocenti in aberranti mostri, quando sia spinto alle piu' estreme conseguenze e questo tipo di fenomeno dalle profonde implicazioni sociali lo si puo' spesso notare nel modo in cui certe notizie vengono diffuse e nel modo in cui vengono alimentati certi stereotipi.
E sarei anche portato a pensare che coloro che albergano dentro di se' questo violento censore sono anche quelli che, in determinate circostanze, se solo ne ricevono l'autorita' e la validazione da parte di un'istanza superiore, possono essere i primi a trasformarsi in volenterosi carnefici. 


I censori e le loro inconfessabili debolezze...
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20 marzo 2013 3 20 /03 /marzo /2013 12:21

Stiamo perdendo la capacità di ridere e sorridere

Oggi mi sono soffermato a fotografare una bella buccia di banana, abbandonata sotto il bordo di un marciapiedi di Villa Sperlinga (a Palermo).
Era proprio "bella", secondo me, e in quella particolare postura che casualmente aveva assunto, rinvenivo anche una valenza estetica.
Nel fare le foto mi sono accosciato alla ricerca della migliore inquadratura (e ne ho voluto fare una con un angolatura di ripresa dal basso).
A pochi metri di distanza, c'era uno che attendeva in auto.
Quando mi sono girato e mi sono accorto del suo sguardo, ho avuto la netta sensazione che mi guardasse in modo strano, come se avessi fatto una cosa un po' da fuori di testa.
Un'altra volta stavo fotografando un a bambolina abbandonata sull'asfalto. Era mattino presto e non c'era quasi nessuno in giro.
Mentre ero intento a fotografare si ferma una volante della Polizia e uno degli agenti mi fa con fare allarmato e inquisitivo: "Cosa è successo?".
Cosa si risponde ad una simile domanda? Niente, meglio restare zitti.
Rimango colpito dal fatto che la maggior parte della gente manca di fantasia e non è capace di vedere le sfaccettature delle cose o quello che, nella loro filigrana sono capaci di racocntare.

A volte mi ritrovo a fare delle cose buffe o che possono strappare il sorriso, perché hanno un che di insolito.
Per esempio, quando porto in giro Frida nel traino, oppure quando corriamo ed io - per essere maggiormente bilanciato - la tengo al guinzaglio passato attorno alla vita.
O altre stranezze.
Vedo che le persone che mi osservano vorrebbero sorridere o ridere, ma il più delle volte non lo fanno: si trattengono.
Quelli che parlano, dalle nostre parti lo fanno per offenderti, perchè non rientri nei loro schemi.
Io - nella stessa situazione - sorriderei o riderei liberamente, senza preoccuparmi; possibilmente farei anche qualche commento, in segno della mia partecipazione empatica a ciò che l'altro da me sta facendo in quel momento.
Perché questa rigidità che è assieme cognitiva ed esperienziale? Secondo me, perché al giorno d'oggi molte persone hanno paura di ridere o sorridere, di dare libero alle proprie emozioni, di ritornare ad essere in contatto con il proprio Sé bambino di un tempo, gioioso e giocoso.
Ed è lo stesso motivo, per cui tanti hanno paura dell'abbraccio che non vuole niente e disinteressato, nel suo senso più puro di intimità e di donazione.
Se è così, quanto abbiamo perso!

Anche le cose peggiori della vita si possono affrontare meglio se ci si tiene in contatto con la capacità di ridere e di sorridere.


E' esemplificativa (ed anche un luminoso esempio di ciò) la famosa risata di Tiziano Terzani.

 

 


 

 


 


Voglio ricordare qui, che ebbi a ascrivere un articolo sull'importanza di non prendersi mai troppo sul serio, dal titolo: "Non prendiamoci troppo sul serio!", pubblicato in un lontano passato su "podisti.net" con cui ebbi una lunga collaborazione.
E bravo chi lo trova!

Stiamo perdendo la capacità di ridere e sorridere
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19 marzo 2013 2 19 /03 /marzo /2013 09:29

Corso accelerato di fotografia... Come essere, da fotografi, narratori di storie istantaneeIeri mio figlio mi ha chiesto, mentre passeggiavamo dopo cena: "Papà, ma dove posso andare per fare delle belle foto?".
Una domanda certamente non semplice richiedente una risposta complicata.
Gli ho detto: "Il punto non è andare in luoghi oggettivamente belli, secondo il senso comune".
[Basti pensare al fatto che se si viaggia da turisti e si scattano foto, non è detto che si facciano delle belle foto anche quando si è andati in luoghi strepitosi sotto il profilo storico, monumentale o naturalistico/ paesaggistico]
Poi, ho aggiunto: "Dovunque, in realtà, puoi fare delle belle foto. Ma per fare ciò, devi avere sempre una macchina fotografica con te".
Lui ha ribattuto: "Ma non posso portarla sempre con me... E' troppo ingombrantre [ha una reflex digitale, una Canon che funziona anche da videocamera].
Io: "Allora potresti portare una piccola compatta, in modo tale che se fai una bella foto la puoi anche stampare con buoni risultati".
Poi, ho continuato con una piccola lezione e non so quanto di quello che ho detto è stato recepito. A riportarlo così, sembra una faccenda molto retorica; in realtà, un simile principio è più facile applicarlo in maniera istintiva, probabilmente: e, quando hai cominciato a farlo in maniera istintiva, allora cominci a comprendere alcuni punti fondamentali di quella che potrebbe definirsi una filosofia più generale dell'approccio fotografico alla realtà.
Questo è quello che gli ho detto, attingendo alla mia personale esperienza.
"Quando fotografi, ciò che conta è quello che tu vedi attraverso il mirino o nel display. Ciò che vedi deve andare al di là della mera apparenza del reale. In ciò che vedi, devi essere colpito da una storia potenziale, in altri termini deve formarsi una storia nella tua testa e allora tu fotografi. La storia nella tua testa farà sì che tu realizzi la fotografia con una certa inquadratura piuttosto che un altra, includendo certi elementi della realtà ed escludendone altri.
E, in funzione di ciò, assumono anche estrema importanza l'inquadratura e l'apertura o il restrigimento della focale.
Ecce, credo che questa sia la base fondamentale per fare delle buone foto.
Ed ecco che, ragionando in questi termini, non occorre andare in posti belli belli o interessanti per fare delle buone foto.
Tutto può diventare vero o interessante, in quanto tutto può farsi veicolo della storia o di un pezzo di storia istantanea che tu intendi raccontare".

Ecco qua, sembra semplice, ma è anche terribilmente complicato: questa poi del fotografaco come narratore di storie istantaneo!
Io sono un fotografo onnivoro, onnivoro e curioso.
Raccolgo immagini e spesso - questo è verissimo - quando fotografo, quel soggetto o quella particolare inquadratura mi stanno raccontando una storia che già si sintetizza con un possibile titolo che in nuce contiene già tutto.
Fotografare diventa così anche un modo per proiettare all'esterno parti del proprio sè, pensieri ed emozioni, e ricatturalrli in forma di immagini.
Qualcuno lo ha detto (forse è stato Wim Wenders in uno dei suoi saggi sulla cinematografia): se è vero che la macchina fotografica o la macchina da ripresa sono un'estensione dell'occhio che guarda e che rappresentano il tramite per la memorizzazione delle immagini nel nostro cervello e per una loro successiva rapprrsentazione eidetica e in bit di memoria, è anche vero che rappresentano un tramite attraverso cui parti di noi che transitano dall'interno verso l'esterno e in qualche maniera lo modificano.
In qualche maniera si verifica un reciproco influenzamente tra fotografo e realta, in una circolarità continua sintantochè non si protrae quella particolare seduta fotografica.
E così come noi ci rendiamo permeabili alla realtà che ci circonda, così la realtà è in qualche modo influenzata e "manomessa" dall'occhio che la osserva attraverso l'"occhio" dell'obiettivo.
Come è ormai convenuto anche nel campo delle scienze sperimentali da Popper in avanti, non si può condurre un'esperimento senza influenzare il campo in cui si svolge l'esperimento e diventarne in un certo senso parte ed anche una sua variabile che può portare ad una divergenza dei risultati rispetto a quanto atteso in maniera puramente teorica.
Ed è ciò che hanno anche assodato gli antropologi a proposito della cosiddetta "osservazione partecipante".

Di più non saprei dire.
Aggiungo anche, a scanso di equivoci, che io non sono un Fotografocon la Effe maiuscola, ma soltanto un mestierante molto istintivo della Fotografia, se vogliamo un po' un pasticcione.
Tutto quello che faccio è molto istintivo e poco curato sotto il profilo tecnico.
Quanto poi a post-produzione e a tecniche di ritocco e di valorizzazione dell'immagine, non ci so proprio fare.
Lascio correre e tutto rimane allo stadio della cosa fatta in modo ruspante ed allegro, spensierato tuttavia.
Lascio che lo facciano altri.

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18 marzo 2013 1 18 /03 /marzo /2013 14:06

Ricordare... per associazioni, in maniera impressionistica, o attraverso la compilazione delle I ricordi sono una cosa strana...
E' una cosa strana il modo in cui riemergono, a volte senza nessuna ragione apparente, come quando - camminando su di una spiaggia - ci si imbatte in una conchiglia a lungo sepolta nella sabbia che ad un certo punto è riemersa, ma solo in parte, mostrando di sé solo un bordo dentellato e colorato... E allora tu, attratto da quella macchia di colore, ti chini a raccoglierla e prendi ad esaminarla.
In altri casi, ci sono fatti ed eventi della tua vita quotidiana, non necessariamente eclatanti - piccole cose, per lo più - che ti spingono indietro nel tempo e fanno all'improvviso riaffiorare una cosa dimenticata.
Possiamo affermare che quesata modalità è quella del ricordo "associativo" in un processo in cui ci ritroviamo ad afferrare una traccia che prendiamo a seguire lungo un percorso tortuoso e complesso oppure che tiriamo verso di noi, come il pescatore che dopo aver lanciato la sua rete la trae a sè, ritirandola carica di cose che a volte sono prive di qualsiasi valore utilitaristico, ma ne hanno qualcuno potentemente evocativo.
Freud, a questo riguardo, parlava di una ricerca archeologica, affermando che il lavoro di scavo nei ricordi rimossi è paragonibile quello di un archeologo che, con una paziente attività di scavo e di catalogazione dei reperti va alla ricerca di relique e tracce di civiltà del passato che, poi, si sforza di mettere insieme in un quadro coerente: erano ancora fresche al tempo di Freud le scoperte di Heinrich Schliemann (che avevano dato un fondamento certo alle leggende sulla Guerra di Troia) e quelle dell'inglese Arthur Evans che condusse gli scavi di Cnosso con risultati ancora più strepitosi, discendenti in parte dalla sua spregiudicatezza ricostruttiva.
E proprio dal lavoro degli archeologi del suo tempo Freud trasse la sua metafora del ricordo, avvertendo però che la rimembranza deriva da un compromesso tra decostruzione e ricostruzione.
Quando ricordiamo, in realtà, noi non riesumiamo il passato, ma attivamente lo ricostruiamo. In terapia, poi, procedendo alla demolizione dei meccanismi di difesa e alla cancellazione degli effetti della rimozione, riemerge un passato che non più quello "vero", ma semplicemente un passato "verosimile" ed "accettabile" alla luce del presente. Ma, tornando alla vita ordinaria (quella che si svolge al di fuori di un contesto terapeutico) quando riesumiamo un ricordo (il più delle volte per i motivi accidentali sopraesposti), gli forniamo una nuova veste, di frequente più elaborata, in un certo senso lo ri-raccontiamo e ciò che recuperiamo non è più la stessa cosa di allora, è arricchito (o appesantito, a seconda dei casi) da una serie di successive incrostazioni, come la chiglia di una nave rimasta a lungo sommersa dopo il naufragio è ricoperta da incrostazioni di flora e fauna marina e per questo pulsante di vita.

I ricordi sono il frutto di successive costruzioni e decostruzioni che si snodano in un processo infinito, che pocede seguendo un percorso a spirale: man mano che cresciamo (o invecchiamo, a seconda del punto di vista) ritorniamo a trovarci in corrispondenza con un punto precedente del nostro percorso esistenziale, ma ad un livello superiore della spirale che è la nostra vita: e, quindi, quel particolare ricordo verrà rivissuto o ri-raccontato alla luce di nuove acquisizioni.

Non mi sono mai esercitato invece nella tecnica del ricordare, basata sulla compilazione di "liste di cose": una tecnica lanciata da George Perec in un suo citatissimo volume (La vita: istruzioni per l'uso, 1978), e citata in un racconto di Gianrico Carofiglio che mi è recentemente capitato di leggere.

"...il modo migliore per raccogliere i ricordi, per non disperderli, sono le liste. Ogni lista deve avere un titolo - che ne so: titoli delle canzoni che ballavamo alle feste di quarto ginnasio, oppure i dolciumi dell'infanzia. Ogni voce della lista deve essere di pochissime parole. Se è una sola è meglio", afferma la protagonista del racconto "La velocità dell'angelo" di Carofiglio (in AA. VV, Cocaina, Einaudi, 2013, pp. 88-89). E le pagine seguenti sono un'esemplificazione pratica del metodo delle liste come strumento del ricordo e del processo che ci riporta ad essere padroni del nostro passato, mettendoci in condizione di poterlo raccontare.
E' come se, con le liste, si creassero degli insiemi di ricordi omogenei, ma anche qui, persino quando il compito sembra ingrato se non impossibile, quando si intercetta la prima voce della lista, questa fa da volano propulsore ed aiuta a "ripescare" altre voci simili, sino a dare al "compilatore" un senso di pace ed appagamento.
Un requisito fondamentale delle liste è che siano altamente specifiche e non generiche.


Io preferisco di gran lunga il ricordo associativo: è per molto più fascinosa la possibilità di sperimentare la "meraviglia" dell'improvviso ritrovamento di ciò che era stato dimenticato o, sin da subito, sepolto.

La "tecnica delle liste", invece, appaga maggiormente coloro che hanno l'ansia di poter dimenticare o che sono assillati dalla mancanza di un completo controllo su ciò che hanno fatto negli trascorsi della propria vita.

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22 febbraio 2013 5 22 /02 /febbraio /2013 09:31

Camminavo e riflettevo.
Riflettevo sulla differenza semantica (se ce n'è una) tra "fare sesso" e "fare l'amore".
Oggi l'espressione "fare sesso" è sempre più inflazionata. "Fare l'amore", per contro, pare un'espressione desueta e quasi giurassica.
Ma non mi è facile capire.
L'espressione "fare sesso" ipotizza la possibilità che si possa svolgere un'attività sessuale un po' come macchine, come corpi che sono sconnessi da una mente pensante e senziente.
Sarebbe un po' come attribuire alla famosa Statua di Condillac la possibilità di svolgere attività sessuali senza essere dotata dei cinque sensi fondamentali che la connettono con il mondo.

Siccome siamo Umani e poiché siamo dotati di diverse forme di sensibilità dalle più semplici alle più complesse, è praticamente impossibile - a meno di non essere dei bruti - fare del sesso "meccanico", riproducendo una situazione da catena di montaggio di organi in movimento reciproco.

La cattiva informazione e le consuetudini pseudo-culturali della postmodernità asseriscono, invece, che ciò sia possibile, sostenendo peraltro che il sesso debba essere una semplice attività performativa: forse perchè l'espressione "fare l'amore" rimanda in modo inquietante, in questo nostro mondo fatto di identità, di cose e di relazioni "liquide", a un'attività che si profila come troppo stabile o troppo impegnativa.
Mettere in gioco i propri sentimenti e i propri affetti? Ma via, che cosa scandalosa!

 
Eppure, anche quando ci si masturba, ci si impegna in un'attività mentale, si attivano delle fantasie, si richiamano dei ricordi, si pensano momenti trascorsi con persone del nostro passato più o meno recente o remoto (e, nei confronti di queste persone, si riattivano dei desideri).
Che sia per un'ora soltanto, per un giorno, per una settimana (o per una vita intera), secondo me non c'è differenza alcuna: un uomo e una donna assieme (o due uomini o due donne, nel caso delle relazioni gay) non possono limitarsi a "fare sesso", quando intraprendono delle attività sessuali.
Saranno sempre impegnati nel "fare l'amore", vogliano o non vogliano (anche se non hanno consapevolezza, e magari stanno pensando che fanno solo sesso).

 

Pensiamoci bene! Cosa contraddistingue noi Umani da altre creature viventi (ad eccezione delle grandi scimmie antropomorfe) nello svolgimento della sessualità? Secondo alcuni etologi, nello sviluppo dell'Homo sapiens ha avuto un ruolo determinante il fatto che i nostri antenati, con la conquista della stazione eretta, abbiano appunto scoperto che l'accoppiamento poteva avvenire anche fronteggiandosi l'uno con l'altro e, dunque, avendo davanti occhi non più soltanto la schiena della propria partner, ma il suo volto, i capelli, gli occhi; che, fronteggiandosi, c'erano due sguardi che si incrocciavano, due respiri che si fondevano, due volti ciascuno dei quali si rispecchiava nell'altro.
E, ovviamente, i nostri antenati scoprirono che c'era la possibilità dell'abbracciarsi e del tenersi stretti; e di ciò fecero tesoro, trovando in questo uno stimolo ontologico nella crescita della mente "affettiva" e delle sue complesse potenzialità.


Accoppiarsi, in realtà, implica tutto questo, anche oggi:  non si può prescindersi dal guardarsi, dallo scandagliare con i propri occhi il volto dell'altro, dall'abbracciarsi, dal sentirsi tutt'uno, anche se soltanto per pochi minuti.
Levate tutto questo: cosa rimarrebbe di significativo dell'accoppiamento?
Provate ad immaginare una situazione in cui non c'è nulla di tutto questo e ci simita ad un'asettica e meccanica confricazione di organi.

Eppure, ci sono tanti che continuano a usare l'espressione "fare sesso": secondo me, perchè si sentono rassicurati come se dire "fare l'amore" facesse scattare immediatamente il fantasma di una relazione vincolante e la paura dei sentimenti da mettere in gioco.
E, allora, si preferisce calcare l'accento sul fatto che il sesso pù gratificante debba essere semplicemente performativo.
In realtà, probabilmente, quelli che sostengono ciò mentono con se stessi...

E mentre pensavo a tutto questo, la mia cagnetta Frida si è fermata per espletare i suoi bisognini corporali... solidi, proprio davanti all'occhio vigile degli Agenti di Polizia Municipale di servizio davanti alla casa del nostro Sindaco..
E, alquanto imbarazzato, sono stato distolto dalle mie riflessioni e sono ritornato con i piedi in terra preso dalla necessità di rimuovere l'odoroso corpo del reato.

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21 febbraio 2013 4 21 /02 /febbraio /2013 10:25

Lo spettacolo pietoso dei Oggi sono passato dal solito posto - dove nei pressi di casa mia - collocano dei grandi riquadri per l'attacchinaggio elettorale. Si tratta di pannelli metallici che il Comune mette (per poi levarli) ad ogni tornata elettorale.
I manifesti elettorali - per me solo cattiva e menzognera pubblicità, per non dire robaccia di merda - nell'arco di ogni campagna elettorale vanno via cadendo visto che sono disposti in stratificazioni successive, con la pioggia e con l'umido.
Cadono a terra e nessuno li rimuove: non si sa a chi competa il compito di smaltire queste graziose spoglie dei nostri politicanti o aspiranti tali.
E, ad ogni tornata, è sempre peggio.
Figuratevi che dalle Amministrative di Palermo dello scorso autunno, questi miserabili e disgustosi resti sono rimasti a marcire sul marciapiedi, anche quando i cartelloni metallici sono stati rimossi.
Ora che questi ultimi sono stati ricollocati per la nuova tornata elettorale, fanno bella mostra ai loro piedi quei mucchi putridi e poltigliosi di carta mescolata a colla.
Sembrano essere lasciati lì per l'eternità: si tratta di una grave mancanza di attenzione e di disinteresse nei confronti della comunità dei cittadini.
Gli stessi personaggi che ne hanno disposto l'affissione (per un loro mero interesse) dovrebbero venire a rimuovere questi cumuli di rifiuti.
Magari - come ha commentato un mio conoscente - a colpi di lingua, visto che ormai le loro belle effigi si sono trasformate in disgustosa poltiglia.
E' ciò sarebbe soltanto il minimo che potrebbero fare per una doverosa azione che dimostri rispetto nei confronti della cittadinanza, come una sorta di contrapasso per aver inflitto loro questo schifo.
Sarebbe ora di prendere dei provvedimenti per evitare che un simile fenomeno continui a replicarsi anno dopo anno, elezioni dopo elezioni.

 

 

 

Lo spettacolo pietoso dei

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21 febbraio 2013 4 21 /02 /febbraio /2013 09:09

Le fatalità, il Non è molto tempo che mi è capitato di imbattermi nel mio vettore temporale in un giorno di cose mancate, di coincidenze e di fatalità che spingono potentemente in una direzione quasi predestinata. 
Tutto è fatidico, ancora una volta... 
E' ciò che sempre mi ritrovo a pensare...
Fatalità e coincidenze: non saprò mai se le coincidenze mi porteranno ad una svolta esistenziale, ad un incontro decisivo, ad un novum inatteso...
E se le coincidenze in un percorso fatale fatto di cambi di rotta e di nuove linee esistenziali che si aprono a partire da quel bivio, ti portano ad imbatterti in un baule abbandonato, ancora intatto e con il lucchetto chusio, che facilmente puoi immaginare pieno di tesori, o ti portano ad incontrare un libro buttato per terra che il vento ha aperto ad una certa pagina e non ad un'altra (e tu avidamente leggi quelle parole e comprendi che sono rivolte esattamente a te), oppure ad incrociare la tua via con quella di una donna di cui sino ad un attimo prima ignoravi l'esistenza e che altrimenti non avresti mai incontrato, non fa differenza alcuna...
E' la combinazione di fatalità, di atti mancati, ma anche di libero arbitrio che ti portano a questo incontro e non ad un altro. Certo è che, come quelle coincidenze ti fanno assaporare il vento delle novità, così altre coincidenze ti possono distogliere e portare lontano in altre direzioni inattese e meno favorevoli.
Le fatalità, il Il destino ti tira da tutte le parti ... sei come un naufrago che le correnti trascinano verso un'isola agognata e che quando sta per toccare riva da un vento improvviso viene nuovamente allontanato verso il mare aperto.
Ma, in ogni caso, si tratta di eventi che imprimono una movimentazione alla tua vita e che introducono dinamismi ed importi energetici inattesi, proprio metri stavi vivendo un momento di stanca e di disillusione


Se sabato non avessi decisi di mettere in funzione il carrellino per trasportare il cane con la bici...

Se non avessi verificato che il perno della ruota non andava bene così com'era... 

Se non fossi uscito con la bici per fare montare al meccanico un perno più stabile, se il biciclettaio non mi avesse detto che la bici gliela dovevo lasciare per poi passare a ritirarla lunedì...

Se non avessi fatto tutto questo, non mi sarei trovato con Frida in via Resuttana e non avrei deciso di andare a piedi sino alla Villa dello Stadio....

Non sarei stato esattamente in quell''ora e in quel posto...

Le fatalità, il Ma di più non posso dire, perché nulla in realtà è accaduto...

Forse, mi sono solo imbattuto in un miraggio, ma è quanto basta...

In fondo, si vive di miraggi e di illusioni che per noi come le ombre del Mito Platonico della Caverna...

Però dopo essere stati colpiti dal miraggio e sapere che dietro a questa miraggio potrebbe esserci una realtà che, inizialmente, non ti è dato di cogliere, cambia le cose e non fa essere più le stesse...

Cos'è cambiato? Niente... e tutto, si potrebbe dire.
E la vita continua.

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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