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17 gennaio 2014 5 17 /01 /gennaio /2014 08:17

Inverno a Londra, East End(Maurizio Crispi) Quella di un East End londinese freddo e umido è una visione crepuscolare.

Sino ad oltre le 8.00 del mattino fa buio: buio pesto, come fosse notte, rischiarato soltanto dalla luce dei lampioni che creano piccole isole di luce.

Nel pomeriggio ha piovuto, ma mentre camminiamo no, ha smesso già da un po': rimane della pioggia soltanto la superficie del marciapiede lucida d'acqua e quel particolare fischio che fanno le gomme delle auto passando sul bagnato.
Ogni tanto, il cielo si libera dalle nubi incombenti e si coglie uno sprazzo di cobalto che volge al nero.
Passanti solitari, evanescenti come ombre.
Ciclisti che sfrecciano lungo la Bycilcle Super-Highway che percorre tutta Cable Street
Rade macchine.
Orientali con lunghe palandrane e scuri pastrani e giacche a vento indossate sopra i loro usuali abiti tradizionali di tessuti leggeri.
Siamo a Londra, ma potremmo essere in una popolosa città dell'Estremo Oriente, per alcuni versi.

Nel cielo le nuvole passano veloci, lasciando intravedere delle chiazze di cielo che, rapidamente, vengono di nuovo oscurate.
Si vede brilllare la luna a tratti e, assieme a lei, la stella della notte, ma sono soltanto sprazzi: poi, entrambe scompaiono rapidamente inghiottite da altre nuvole che sopraggiungono.
La pioggia con facilità viene e va.

Di notte piove sempre e, al mattino (quando ancora il mattino sembra notte), i vetri delle finestre sono imperlati di gocce e, di continuo, se ne aggiungono di noi. Alcune di loro prendono a scorrere sulla ripida superfici, come lacrime, lasciando delle strature che presto scompaion, inghiottite da altre gocce.

Durante il giorno, improvvisamente e senza alcun preannuncio, il cielo si libera e comincia a risplendere il sole.
Ma è un sole che non riscalda, perchè soffia un vento gelido che penetra sotto i vestiti e taglia le guancie e il naso come un coltello affilato.


Inverno a Londra, East End

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21 novembre 2013 4 21 /11 /novembre /2013 21:28

Stromboli-anni-Ottanta-il-porticciolo-di-Ginostra--1-.JPG

 

 

Anni fa (sto parlando di metà circa degli anni Ottanta), trovandomi a Stromboli, in visita del selvatico (ed affascinante) porticciolo di Ginostra, scorsi una scritta ben strana su minuscolo frangiflutti in calcestruzzo che faceva anche da diga per quell'attracco (era ardito persino chiamarlo "porticciolo") grande quanto un francobollo.
La scritta faceva così: "E' severamente vietato il turismo nell'orto e sue vicinanze".
Lì per lì non capii.
L'orto? Quale orto? E poi chei andrebbe mai a fare il Turismo nell'orto?
A meno che non ci fosse nelle immediate vicinanze del porticciolo un orto e che tutti i turisti in arrivano ci passavano attraverso incuranti, danneggiando le colture.
Poi, improvvisamente capii.

In quegli anni Stromboli - ma in particolare Ginostra - era un posto davvero selvaggio che si raggiungeva solo a piedi con una camminata non indifferente, o dal mare in barca: e dove nemmeno gli aliscafi potevano attraccare.
E per questo motivo Ginostra era anche un luogo dove molti praticavano il naturismo senza problemi. Quale migliore occasione?
Forse qualcuno del luogo, indispettito da tanta libertà, forse messa in atto dalla rigogliosa colonia teutonica che, al tempo, si era installata nelle molto casette abbandonate di quel luogo, aveva cercato di arginare quelle forme naturismo "selvatico" a cui l'atmosfera e lo scenario edenico predisponevano, dando una normativa che facesse da argine a troppa libertà: "E' severamente proibito il nudismo nel porto e sue vicinanze".
Ma - evidentemente - qualcuno dei naturisti burloni, nottetempo, aveva modificato la scritta, trasformandola in un divertente non sense.

Probabilmente quella scritta oggi sarà scomparsa.
Ma è così con tanti graffiti: se si ha lo fortuna di fotografarli, poi, quelle istantanee rimangono a perenne memoria di quelle tracce cancellate.

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1 novembre 2013 5 01 /11 /novembre /2013 07:49

La Foce del Belice. Una passeggiata alla ricerca del mitico Casello 41Questo mio scritto diaristico risale alla fine di maggio 2013 (più o meno) e l'ho buttato giù poco dopo una mia gita sino alla foce del Belice. Lo scritto è nato come commento alla galleria fotografica che ho pubblicato sul mio profilo Facebook, ma poi per qualche motivo ho trascurato di renderlo visibile su questo blog, pur avendolo già inserito nel suo backstage, in attesa di un'ultima limatura.

Siccome il contenuto è tuttora attuale, lo pubblico adesso.

(Maurizio Crispi) Oggi ho deciso di prendere l'auto ed andare fuori Palermo.
Avevo sentito della Riserva Naturale Orientata della Foce del Belice, come di un luogo di mare particolarmente bello e selvaggio e mi è venuta voglia di andare a vedere di persona.
Così sono partito, con il favore di una splendida giornata di sole e di temperatura davvero mite, anche se come sempre non sono riuscito a districarmi dalle cose quotidiane molto presto.
Eppure, appena sono stato sulla strada si dischiude un mondo diverso:
La strada possiede un suo fascino magico e ti afferra subito con le sue seduzioni.
Avevo pochi riferimenti e, probabilmente, quelli che avevo non li ho capiti granché bene.
Comunque, sono riuscito a centrare il mio obiettivo quasi del tutto.
Anche se per motivi di tempo e per mancanza di orientamento nelle spiegazioni che avevo ricevuto sono rimasto sul lato ovest della Foce del Belice, mentre in realtà la mia meta era sul versante est, in corrispondenza del cosiddetto "Casello 41", al di là - procedendo in direzione di Agrigento del Paradise Beach Hotel, ma sempre avendo come riferimento la linea ferrata Castelvetrano-Sciacca, dismessa nel 1986, per mancanza di clienti a causa del boom della motorizzazione civile su ruota.

La Foce del Belice. Una passeggiata alla ricerca del mitico Casello 41Dopo Castelvetrano ci si inoltra in una vasta campagna collinare, di vigneti ordinati come scacchiere che, in questo periodo, si presentano con diversi cromatismi del verde, ma anche piena di appezzamenti di terreno del tutto abbandonati con casali diroccati e campi riarsi e alberi da frutto in stato di abbandono.
Stringe un po' il cuore nel vedere questo degrado, anche se il rigoglio dei vigneti è confortante.
Ci si ritrova poi nell'ampia valle del fiume Belice che appare come un vasto terreno pianeggiante, contornato ai due lati da rilievi collinari e basse alture, quasi parallele, dove - a macchia di leopardo - si ripropone lo stesso aspetto riscontrato prima, con l'alternarsi di campi coltivati e di campi e casali in abbandono.
Molti holiday resort sorgono quasi dal nulla: dev'essere una zona che presenta dei forti flussi turistici a partire dalla primavera da parte di "intenditori" nordici alla ricerca di posti incontaminati e poco chiassosi.
Dopo molto girovagare lungo strade strette e sterrati che sembrano perdersi nel nulla, arrivo finalmente - dietro indicazioni raccolte qua e là - all'ingresso della Riserva Naturale Orientata.
Dall'area di parcheggio, ubicata presso un antico casello della strada ferrata a scartamento ridotto (ma come ho scoperto poi non era il "Casello 41") ci si deve addentrare in un terreno stepposo interrotto da rigogliose macchie di alberi e da canneti.
Si tratta delle dune adiacenti la foce del Belice: dune che, in un tempo remoto per preservare il lavoro agricolo furono in qualche modo "stabilizzate", secondo un trend applicato in molti paesi europei costieri (specie sul versante atlantico), afflitti dalla continua mobilità delle dune.
In molti di questi paesi, si decise appunto di "stabilizzare" le dune per evitare che interi campi agricoli e fattorie venissero inghiottiti dal loro costante movimento e si ottenne questo risultato, dando vita ad un vero e proprio laboratorio naturale di botanica applicata.
La Foce del Belice. Una passeggiata alla ricerca del mitico Casello 41Qui le dune sono state stabilizzate in maniera forse più empirica (con un'azione di rimboschimento con eucalipti ed altre essenze), ma se ne intravede ancora il disegno originario, sino a quando varcando l'ultima cresta sormontata da arbusti piegati dal vento non si scorge il mare e la risacca lieve delle onde.
Il cielo è azzurrissimo, la sabbia calda e soffice sotto i piedi e vedo, all'improvviso, un'upupa, dai colori quasi scintillanti e dalla tipica ed inconfondibile cresta di piume sul capo, svolazzare per poi posarsi in mezzo alla vegetazione.
La ferrovia abbandonata, l'antica casermetta della guardia di Finanza e la torre dell'acqua per il rifornimento delle locomotive a vapore accrescono il senso di mistero e l'impressione di trovarsi in un posto di frontiera abbandonato.
E si possono immaginare imbarcazioni di contrabbandieri avvicinarsi alla riva nottetempo per scaricare i loro carichi.
Ci si chiede cosa dovevano pensare viaggiatori trasportati su quei vagoni, mentre attraversano questa landa avvolti da nuvole di fumo e pizzicati dalla polvere di carbone.

Cammino piano sulla sabbia e arrivo alla foce del Belice, le cui acque corrono tra densi canneti.
Vorrei passare dall'altra parte, ma non è possibile: il flusso d'acqua è piuttosto cospicuo e il fondale è profondo: per attraversare a guado finirei con il bagnare lo zainetto con le mie cose. 
E quindi preferisco rinunciare, benché il mio obiettivo sia raggiungere l'altra sponda e proseguire la mia passeggiata verso est.
Ritorno verso l'interno, perché penso che una buona possibilità potrebbe essere quella di passare sul ponte di ferro della ferrovia. Cammino a lungo tra i canneti, percorrendo stretti sentieri e ritorno sulla massicciata della ferrovia; e qui procedo mettendo cautamente i piedi sulle traversine che, in parte, sono ormai deteriorate o briciate: e, mentre così faccio, mi sento come uno dei personaggi del romanzo breve di Stephen King, contenuto nell'antologia Stagioni diverse (Il corpo1, The Corpse) e poi divenuto film con il titolo di Stand by Me (per la regia di Rob Reiner): nel racconto e nel film vi è una scena topica in cui i quattro amici in cammino si trovano a percorrere un lungo ponte in legno e ferro dove corre una ferrovia locale.
La Foce del Belice. Una passeggiata alla ricerca del mitico Casello 41Reminiscenze letterarie, come sempre!

Arrivo al ponte, infine, che però è sbarrato: un cartello corroso dalla ruggine avverte perentorio: "Non oltrepassare. Pericolo di crollo!"
A dire il vero sembra in ottimo stato e perfettamente calpestabile, eppure non oso superare lo sbarramento e transitare dall'altro lato: rimango a guardare con un certo rimpianto l'altra estremità del breve passaggio. E dico a me stesso: "Tornerò la prossima volta per esplorare il lato Est di questo tratto di costa!".
Ritorno in spiaggia e qui, proprio sul limitare della duna, sotto l'ombra di un eucalipto contorto mi distendo a riposare per un po'.
Mi addormento e rimango dormiente per circa un'ora.
Quando mi sveglio è tempo di andare ed intraprendo la strada del ritorno.
Tutto è molto bello. I colori sono estremamente vividi.
Mi chiedo se sia la qualità della luce a provocare questo effetto o una particolare brillantezza delle cose, o se non sia piuttosto il mio sguardo che conferisce a tutte le cose che osservo questa particolare qualità, questa immanente presenza e il loro splendore.
Non saprei.
Tutto il viaggio di ritorno lo faccio alla guida, senza nemmeno un attimo di stanchezza, godendo di questa particolare sensazione di scintillanza delle cose che mi circondano.

___________________________________________

1. Alla fine dell'estate, Gordie e i suoi tre migliori amici, spinti dalla voglia di avventura, vanno alla ricerca del cadavere di un loro coetaneo scomparso. Motivati dal desiderio - ognuno per una ragione diversa - di riscattarsi e diventare degli eroi, si mettono in cammino lungo i binari della ferrovia. Dovranno superare momenti di fatica, paura e mille ostacoli, fra cui anche quello di doversi scontrare con i bulli, e scopriranno che i mostri non si nascondono dentro gli armadi, ma nel cuore delle persone.
E' uno dei romanzi brevi di Stephen King contenuti  nel volume Stagioni diverse (Il corpo)



 

 


La Foce del Belice. Una passeggiata alla ricerca del mitico Casello 41Alcune notazioni naturalistiche. La riserva naturale orientata della Foce del Belice e Dune Limitrofe, al limitare tra la Provincia di Trapani e quella di Agrigento ha un'estensione territoriale di circa 130 ettari denominata zona A (riserva) alla quale si aggiungono altri 140 ettari, classificati come zona B in quanto area della pre-riserva. 
La riserva naturale della foce del fiume Belice è un'area lacustre costiera estesa per oltre 5,0 km sulla costa meridionale della Sicilia e bagnata dal Canale di Sicilia, tra Marinella di Selinunte e il promontorio di Porto Palo, mentre all'interno è delimitata dalla linea ferroviaria Castelvetrano-Sciacca, sospesa dal 1986. Qui sbocca in mare il fiume Belice dopo un corso di 77 chilometri. Esso nasce all'interno della Sicilia a Piana degli Albanesi ed ha andamento stagionale. 
La foce ha zone depresse che periodicamente vengono inondate dall'acqua salmastra. 
Il litorale è sabbioso ed è costellato di piccole dune che si spostano sotto l'azione dei venti. 
L'ultimo tratto del fiume, penetra all'interno della riserva seguendo un percorso quasi rettilineo per poi distendersi parallelamente al litorale e, dopo aver formato un'ultima ansa, si getta nel mare. 
La riserva è stata istituita, soprattutto, per favorire la conservazione e la ricostituzione delle formazioni dunali, della flora e della fauna tipiche degli ambienti sabbiosi. Essa comprende ambienti diversi: le dune, la foce del fiume con la tipica vegetazione palustre e, nella parte più interna, la macchia mediterranea sempreverde.

 

Foto di Maurizio Crispi

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21 ottobre 2013 1 21 /10 /ottobre /2013 08:08

Una visita al Monte Sacro d'Orta(Maurizio Crispi) Mi sono ritrovato pochi giorni fa (a metà circa di ottobre 2013) per la seconda volta nella mia vita  a camminare per il Monte Sacro d'Orta, con Gabriel Babacino e Maureen.
E' stata una passeggiata magica (anche perché eravamo tutti assieme) Il luogo possiede indubbiamente delle qualità devozionali e una qualche forme di energia che spingono il visitatore a mettersi nei panni del pellegrino alla ricerca misitca di qualcosa.
Il percorso non è facile, se si cercca di visitare nel loro ordine cronologiche le cappele votitve dedicate agli episodi della Vita di San Francesco d'Assisi.
E' più facile sbagliare strada, procedere a ritroso nella vita di San Francesco oppure saltare da un'episoddio all'altro senza continuità.

Potrà capitare magari di trovarsi prima a visitare la cappella dedicata alla morte del Santo e, soltanto dopo, quella che raffigura la sua nascita.
I momenti cruciali della sua vita (quelli documentati e parte integrante dell'Iconografia del Santo che si ritrovò a percorrere nella sua vita terrena alcune delle stesse tappe fondamentali della vita del Cristo) sono rappresentati, pur nella ricchezza barocca delle statue policrome e degli affreschi, in maniera potente ed entrano profondamente nel cuore, invitando alla riflessione e alla meditazione.
Ciascun episodio, infatti, è in sè una storia compiuta ed invita alla riflessione e al raccoglimento.


E, prescindendo dall discorso della Santità del poverello Francesco, quello che colpisce è la sua determinazione nel perseguire l'ideale, quell'ideale che gli viene da una prima illuminazione e che lo porta di continuo a seguire una strada di scelte coerenti, in cui gli si presenta sempre l'opportunità di tradire la sua scelta originale.
Anche perchè nel grande disegno con cui il percorso devozionale è stato concepito, si intravede -come già detto - qualche similitudine tra gli episodi cruciali della vita di San Francesco e quelli di Gesù Cristo.

C'è una profonda tessitura mistica che permea questo colle, incombente sul lago d'Orta e dove non si sente alcun rumore della civilizzazione, ma soltanto il crepitio della ghiaia sotto i piedi e il debole frusciare delle foglie secche calpestate, e il sentore debole della tessitura organica delle foglie cadute che si disfà per generare nuova vita e dove si è a tu per tu in un rapporto personale ed esclusivo con il cielo e con le ombre dense e corpose che si radunano i grandi alberi.


Sono molti i "pellegrini" che girano lungo questo cammino devozionale, respirando il respiro degli alberi, in silenzio.

 

Alla fine del percorso (e non importa che si seguano le tappe nel loro ordine statuito) ci si sente diversi, in qualche modo profondamente cambiati.

 

Fare una visita al Monte Sacro d'Orta è autenticamente una terapia per l'anima.


(da Wikipedia) Il Sacro Monte di Orta fa parte del gruppo dei nove Sacri Monti prealpini in Piemonte e Lombardia considerati patrimoni dell'umanità e si trova nel comune di Orta San Giulio in provincia di Novara.
Le motivazioni che hanno portato al riconoscimento così recitano: «Questo complesso, il solo dedicato a San Francesco d'Assisi, fu costruito in tre fasi. La prima, che ebbe inizio nel 1590 per volere della comunità locale e che continuò fin verso il 1630; essa è contraddistinta, come stile, dal manierismo. Nella seconda fase, che durò fino alla fine del XVII secolo, lo stile predominante fu il barocco, stile che si sviluppò poi, durante il terzo periodo, sino alla fine del XVIII secolo, in forme più libere fondendosi con altre influenze. Il complesso consiste di 21 cappelle, l'antico Ospizio di San Francesco, una porta monumentale ed una fontana. Questo sacro monte è l'unico a non aver subito cambiamenti nel suo assetto topologico dopo il XVI secolo. Il giardino, con una magnifica vista sul lago di Orta, ha una qualità eccezionale».

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7 agosto 2013 3 07 /08 /agosto /2013 18:23

Meditazione sull'Etna

Cammino tra i crateri antichi
del vulcano che mai s'addorme

Tutto è silenzio nel primo mattino
L'aria odora di fresco e pulito,
come nel primo mattino del mondo
in ere geologiche remote

La sabbia lavica
scricchiola sotto i piedi
I miei passi risuonano,
cone se, sotto, la terra fosse cava

Scenari di betulle,
corteccia bianca su sfondo nero,
occhi di nodi che ti fissano.
Sono gli ent-alberi dell'Etna,
i suoi primi abitatori 
e solo dopo vennero Efesto
e i Ciclopi miti pastori

Odore resinoso dei pini

Tronchi caduti e calcinati
se ne stanno riversi a terra
come animali irrigiditi nella morte,
con le zampe protese in alto
in un anelito verso il cielo

Le fronde stormiscono
e una lucertola guizza dentro la sua tana di radici

C'è qui un vento che soffia eterno
ai piedi della fucina magmatica
di Efesto e dei suoi aiutanti

Tutto è antico,
stratificazioni e stratificazioni geologiche,
persino il silenzio e l'aria sembrano antichi

Tutto qusto genera in me una sorta di stordimento

Poi, all'improvviso, irrompe la modernità
con il rombo d'un aereo ad elica in alto,
che, a fronte di tanta vetustà,
non è che il ronzio fastidioso d'un moscone

Noi che camminiamo su di un letto di ceneri e di lapilli
presto saremo solo ombre, cenere e polvere
Forse anche rimarrà, di noi,
qualche frammento d'osso calcinato
e il vulcano continuerà ad essitere imperturbabile

Il vento sale verso l'alto
trascinando al cielo le nostre parole vuote

(Crateri Sartorius, il 4 agosto 2013)

Meditazione sull'Etna

 

Nelle foto di Maurizio Crispi: Etna all'alba. Ancora lui: l'Etna, Sua Maestà, di fronte alla cui potenza ed eleganza, noi tutti ci inchiniamo!

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21 luglio 2013 7 21 /07 /luglio /2013 10:58

(Maurizio Crispi) Camminando lungo Narrow Street, nella zona di Limehouse Basin (East London), zona un tempo malfamata, ma oggi "alla moda", ci si potrà imbattere in un ristorante londinese "chic" (naturalmente italiano), che con l'autorevolezza della sua "sciccheria" si presenta come "La Figa" - Pizzeria Restaurant.

 Il locale che si presenta come chic, porta un nome che è di pessimo gustoso e, secondo i parametri della buona educazione, anche volgare.
Per quanto l'esprit dei tempi sia orientato verso un abbattimento di qualsiasi senso estetico e con idici di tolleranza sempre più laschi nei confronti di tutto ciò che un tempo sarebbe stato ritenuto "offensivo", la volgarità rimane pur sempre contraria ad un'auspicata raffinatezza di modi e linguistica.
Chiamare il ristorante "La Figa" non sposta di molto il concetto (o la rappresentazione) che con questa parola si introduce: sarebbe come intitolare un ristorante con il nome (che sarebbe di pessimo gusto per i Britoni) "The Cunt"...
Oppure, spostandoci sul suolo italiano, sarebbe come chiamare un locale pubblico "Lo Sticchio" oppure "Il Pacchio": insomma, tutto ciò sempre all'insegna di una totale mancanza di buon gusto e di senso della decenza.
Dato il tono che il Ristorante si dà (a giudicare dal suo sito web), restano alquanto misteriose le ragioni che hanno spinto i suoi proprietari a battezzarlo in questo modo.
Due ipotesi diverse e diametralmente opposte mi si affacciano alla mente.
La prima è questa: nell'idea originaria di qualche pubblicitario interpellato su di un nome di successo italian style, forse c'è stata all'insaputa degli stessi committenti, una voglia di sbeffeggiare e di mettere in ridicolo, scegliendo questa denominazione e spacciandola per una di sicuro successo.
Oppure, seconda ipotesi, il nome è stato scelto a bella posta da un Italiano, consapevole che nessun Britone sarebbe stato in grado di dare la giusta tradizione della parola, interpretandola soltanto come una motto che conferisce al luogo un marchio molto italiano oppure che allude ad una "specialità" della Casa.
Seguendo l'una o l'altro ipotesi, non c' è alcuna differenza nel risultato finale: questo marchio non fa onore a noi Italiani all'estero, perchè rischia di farci passare (una volta che è tramontato definitivamente l'icona dell'Italian Style raffinato ed elegante, come i soliti "maiali", assatanati di sesso, a più non posso sboccati e fescenninici, nonché maestri nell'uso delle parole "cochon".

(Dal sito Web) La Figa, where fine italian cuisine, quality, service and ambience meet.
n our bright and colourful Italian restaurant you can enjoy fresh pasta, famous pizzas, seafood and assorted cuts of prime meat dishes.
You can enjoy your meal al fresco in the Mosaic piazza or enjoy the view from the spacious interior and gaze out at the azzure blue fountain.
A full restaurant menu is available for lunch and dinner with daily specials - please see our menus and wine lists pages.

(26.09.2018) In tempo recentissimi, attraverso un mio interlocutore sui social ho scoperto che il fondatore di questo locale era un turco-cipriota che aveva anche dato vita ad un altro locale di ristorazione sempre in Canary Wharf, ma più spostato in direzione del Tower Bridge con il nome altrettanto evocativo (e dissacrante di "Il Bordello". Questo Turco-Cipriota, in tempi recenti, mi ha detto il mio interlocutore si è suicidato, impiccandosi.
C'è da chiedersi se ci sia una connessione tra questa vocazione a percorrere un filone tanto monotematico nella denominazione dei suoi locali e questo suicidio ci possa essere una connessione.

"La Figa" è stata rilevata da un altro Turco-cipriota. Il mio interlocutore - che ci lavora - ha tenuto a precisare che il locale è molto bello ma che le cucine sono infestate da "migliaia" di topi (o, dato il contesto, da migliaia di "tope").

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20 luglio 2013 6 20 /07 /luglio /2013 16:24

Running Regent's Canal, una sopravvivenza del passato pre-automobilistico(Maurizio Crispi) Qualche giorno fa, partendo da Limehouse Basin (ubicato nella vasta zona londinese nota con il nome di Docklands), ho deciso di avventurarmi in una corsa lungo il suggestivo Regent's Canal che prosegue sino al Victoria Park (ed oltre), costituendo un'importante via d'acqua nell'ambito delle cosidette "British Waterways".
A differenza del Limehouse Cut che pure si diparte dal Limehouse Basin e che procede diritto come una stecca per miglia e miglia, il Regent's Canal è ingentilito da numerose pigre curve e movimentato dalla presenza di chiuse, tuttora funzionanti, che devono essere di volta in volta superate per consentirne la navigazione.
E' possibile vedere lungo di esso numerose case galleggianti ormeggiate o in navigazione.
Le chiuse si azionano a mano e quindi gli stessi proprietari delle chiatte possono procedere autonomamente nell'operazione di apertura e chiusura dei lock, ma il passaggio da una singola chiusa richiede parecchio tempo e molta fatica (il meccanismo deve essere azionato a mano).
Oggi si può osservare soltanto questo tipo di pigro movimento nomadico, ma un tempo - prima dello sviluppo dell'industria automobilistica - il canale ebbe una funzione fondamentale per il trasporto di merci, di derrate alimentari e di materiale da costruzione.
Oggi, il Regent's Canal è in declino sotto quel punto di vista, ma è una bella sopravvivenza del passato e, in più, rappresenta un piccolo ecosistema fluviale.
All'inizio del Regent's Canal si lambisce il Miles End Stadium.

Tutt'attorno, si ergono degli edifici condominiali, ma stranamente si aprono anche delle distese di terreni incolti che danno l'idea di essere in piena di campagna.
E ci sono luoghi di sosta con tavoli da picnic e, qua e là, panchine per la sosta.

Questa corsa mi è realmente piaciuta!
La prossima volta vorrei arrivare sino a Victoria Park.

 

 

(Da Wikipedia) Regent's Canal is a canal across an area just north of central London, England. It provides a link from the Paddington arm of the Grand Union Canal, just north-west of Paddington Basin in the west, to the Limehouse Basin and the River Thames in east London. The canal is 13.8 kilometres (8.6 miles) long.
First proposed by Thomas Homer in 1802 as a link from the Paddington arm of the then Grand Junction Canal (opened in 1801) with the River Thames at Limehouse, the Regent's Canal was built during the early 19th century after an Act of Parliament was passed in 1812. Noted architect and town planner John Nash was a director of the company; in 1811 he had produced a masterplan for the Prince Regent to redevelop a large area of central north London – as a result, the Regent’s Canal was included in the scheme, running for part of its distance along the northern edge of Regent's Park.
The entrance to the Regent's Canal at Limehouse, 1823.
As with many Nash projects, the detailed design was passed to one of his assistants, in this case James Morgan, who was appointed chief engineer of the canal company. Work began on 14 October 1812. The first section from Paddington to Camden Town, opened in 1816 and included a 251-metre (274 yd) long tunnel under Maida Hill east of an area now known as 'Little Venice', and a much shorter tunnel, just 48 metres (52 yd) long, under Lisson Grove. The Camden to Limehouse section, including the 886-metre (969 yd) long Islington tunnel and the Regent's Canal Dock (used to transfer cargo from seafaring vessels to canal barges – today known as Limehouse Basin), opened four years later on 1 August 1820. Various intermediate basins were also constructed (e.g.: Cumberland Basin to the east of Regent's Park, Battlebridge Basin (close to King's Cross, London) and City Road Basin). Many other basins such as Wenlock Basin, Kingsland Basin, St. Pancras Stone and Coal Basin, and one in front of the Great Northern Railway's Granary were also built, and some of these survive.
The City Road Basin, the nearest to the City of London, soon eclipsed the Paddington Basin in the amount of goods carried, principally coal and building materials. These were goods that were being shipped locally, in contrast to the canal's original purpose of transshipping imports to the Midlands. The opening of the London and Birmingham Railway in 1838 actually increased the tonnage of coal carried by the canal. However, by the early twentieth century, with the Midland trade lost to the railways, and more deliveries made by road, the canal had fallen into a long decline.

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18 luglio 2013 4 18 /07 /luglio /2013 17:38

Una visita all'Hackney City Farm: un luogo per il diletto di adulti e bambini(Maurizio Crispi) In un giorno caldissimo di metà luglio ci siamo avventurati in una passeggiata sino alla Hackney City Farm
Malgrado il caldo, abbiamo fatto tutta la strada a piedi, ben più di mezzora per andare e, forse, ancora di più per tornare.
Alla fine, io boccheggiante, Maureen pimpante e vispa.

Abbiamo consumato un lunch frugale nella cafeteria "Frizzante", con un interno rustico ed ombroso (stile Old West), dopodichè - rinfrancati - abbiamo fatto il giro dell'Hackney Farm.
Presenti all'appello tutti gli animali da cortile con il corteo degli odori - per non dire delle puzze, ma accettabili perchè "bio ... ahahah - tipici di qualsiasi fattoria rurale, ma anche gli asinelli, i maiali e le pecore... e i gatti, la cui presenza era annunciata da molteplici cartelli (in cui erano presentati pure come "animali da lavoro della fattoria", da non disturbare quindi), ma che sono rimasti invisibili per tutto il tempo, forse perchè si erano rintanati in qualche luogo fresco e recondito. Ma quasi tutti gli animali sembravano inerti e stralunati per via deò gran caldo, insolito per i climi britannici.
Poi, siamo entrati in un bel giardino, con tante specie da fiori e alberi da frutta, oltre che una grande varietà di piante da ortaggi stagionali.
La conduzione della City Farm funziona così: ci sono tanti volontari che ci lavorano e che si occupano degli animali e dell'orto. La loro ricompensa consiste nel potersi portare a casa alcuni dei prodotti dell'orto.
Le uova (unico prodotto degli animali che non vengono mai sacrificati per fini commerciali, ma vengono lasciati a vivere la loro vita naturale), vengono vendute.
Inoltre, l'amministrazione della Hackney City Farm è in collegamento con alcune aziende che producono ortaggi con modalità rigorosamente bio che, dietro preventiva ordinazione si possono acquistare.
Una visita all'Hackney City Farm: un luogo per il diletto di adulti e bambiniSi tratta di un luogo prevalentemente per bambini e scolaresche, quindi dotato di una serie di cartelloni "didascalici" ed esplicativi.
L'Hackney City Farm, al visitatore appare come una piccola oasi naturalistica e bucolica nel cuore della Londra metropolitana.
Anche durante la nostra piccola gita erano presenti tantissimi bambini, bambini accopagnati da singoli genitori, mamme, papà, oppure interi gruppi in visita guidata (forse scolaresche).

 

Questa la definizione del progetto alla base della Hackney City Farm (dal sito ufficiale): Educational project for children and local community to experience farming. History, volunteering, supporters, animals: "For over 20 years, Hackney City Farm has been giving the local community the opportunity to experience farming right in the heart of the city".

(Da Wikipedia) Hackney City Farm is a city farm in Haggerston the London Borough of Hackney. It is situated on Hackney Road at the junction of Goldsmith's Row.
It was established in 1984 as a community resource and to give the people, particularly young people, of the borough experience of animals. The farm is home to poultry, sheep, pigs and a donkey. The Farm also runs workshops in crafts and music, runs events and operates a café, Frizzante, which recently won a Time Out award for best family restaurant. Animals can be adopted at the farm, and free range eggs are for sale at £1.20 for 6.
The farm is a registered charity and a company limited by guarantee.
In 2008, a bike shop opened in the Farm. Bike Yard East sells cycle products and does repairs.

Ma, a questo punto e con simili suggestioni, non si può non rievocare la vecchia canzone "Nella vecchia fattoria" che fu persino originariamente dal mitico "Quartetto Cetra".

 

 


 

 

 


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16 luglio 2013 2 16 /07 /luglio /2013 00:04

They will not pass! Il murale che rievoca la Battaglia di Cable Street

 

The Battle of Cable Street, un episodio determinante per la vittoria della democrazia in Gran Bretagna sulle striscianti voglie di nazi-fascismo, alla vigilia della 2^ Guerra Mondiale, è ricordata da un gigantesco murale, realizzato in grandi proporzioni sulle pareti di un edificio che si trova appunto in uno slargo di Cable Street (East London).
Alcuni sostengono che, attorno alla Battaglia di Cable Street si sono generati molti miti, in gran parte dovuti, probabilmente, a cancellare con questa espressione di una volontà popolare, un compromissorio atteggiamento di acquiescenza e di simpatia nei confronti del nascente movimento filo-nazi-fascista in Gran Bretagna.
Sia come sia l'evento conserva una sua grande forza epica e, nell'immaginario collettivo, rappresenta probabilmente il paradigma di quella potente forza democratica presente in Gran Bretagna e capace di indurre i governanti ad ascoltare in determinate circostanze e in una certa misura la volontà popolare, modificando conseguentemente gli orientamenti politici.

La Battaglia di Cable Street o Cable Street Riot ("rivolta" di Cable Street) avvenne la domenica del 4 ottobre 1936 a Cable Street nell'East End di Londra.
Consistette in uno scontro fra agenti della Metropolitan Police Service, che scortavano un corteo autorizzato della British Union of Fascists, guidato da Sir Oswald Mosley e una folla di antifascisti.
Oswald Ernald Mosley - (Londra, 16 novembre 1896 – Orsay, 3 dicembre 1980) fu un politico britannico, fondatore nel 1932 del British Union of Fascists, una formazione politica di estrema destra, vicina al Partito Nazionale Fascista di Mussolini e al Nazional-socialismo hitleriano, che almeno nella prima parte della sua storia, ebbe un certa popolarità tra gli ambienti conservatori per la sua verace adesione all'anticomunismo ed al protezionismo.
Testate giornalistiche come il Daily Mail ed il Daily Mirror la sostennero pubblicamente in più di un'occasione.
Alcuni politici di destra arrivarono ad ipotizzare un'alleanza tra conservatori e blackshirt (camicie nere) in funzione anti-laburista) per fare barriera contro quella che era sentita come la marea avanzante del comuniscmo.
A fornte di un atteggiamento governativo tiepido e permissivo, si levo una moltitudine animata da sentimenti antifascisti, comprendente anche un gruppo di ebrei (molto rappresentati nell'East End), socialisti, anarchici, irlandesi e comunisti.
La maggior parte dei manifestanti di entrambi gli schieramenti parteciparono al corteo con lo scopo preciso di dar luogo ad una provocazione.
Mosley decise di far marciare migliaia di fascisti vestiti con le loro camicie nere, provocatoriamente, proprio nell'East End di Londra che, a quel tempo, era abitato da un gran numero di Ebrei.
La mobilitazione popolare fu di vaste proporzioni e in più di 250.00 si riversarono nelle strade per impedire lo svolgersi della manifestazione indetta da Mosley, all'insegna dello slogan "They shall not pass", a somiglianza del "No pasaran" degli anti-franchisti spagnuoli
Gli anti-fascisti sbarrarono la strada nel tentativo di impedire la sfilata.
Nonostante i tentativi pro-Mosley da parte della Polizia per riaprire la strada al corteo, che sitarono in numerose scaramucce, la marcia non poté essere effettuata ed il gruppo dei simpatizzanti nazi-fascisti nero-vestiti si disperse dentro Hyde Park.
Barricate vennero erette vicino all'incrocio con Christian Street, verso il West End di questa lunga strada.
La battaglia di Cable Street fu il fattore principale che determinò l'emanazione del Public Order Act 1936, che prescriveva un'autorizzazione preventiva da parte della Polizia per l'organizzazione di marce politiche ed il divieto di sfilare con indosso qualsiasi uniforme politica.
Questo episodio (e la successiva legge che ne scaturì, legge che, purtroppo, in tempi successivi, venne usata a scopo repressivo di movimenti libertari) è generalmente considerato uno dei maggiori elementi che portarono al declino politico del partito fascista britannico, ben prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale e che rimise il Governo inglese nella giusta prospettiva rispetto ad alcune imbarazzanti simpatie espresse da alcuni suoi eminenti rappresentanti verso i regimi totalitari nazi-fascisti.


They shall not pass! Il murale che rievoca la Battaglia di Cable StreetIl Murale che rievoca la "Battaglia di Cable Street e la sua storia. The events depicted in this mural epitomise the fight against fascism and far-right activism in London; sadly, the creation of the mural itself demonstrates that this struggle is an ongoing one.
It can be found in a part of London probably most synonymous with immigration, firstly of Huguenots in the 17th Century, followed by the Irish, Ashkenazi Jews and most recently Bangladeshis. Back in 1936, as now, immigrants were easy scapegoats for the country’s problems, and with the rise of anti-Semitism in much of Europe at the time, Cable Street’s Jewish population were an obvious target for a demonstration by Oswald Mosley’s British Union of Fascists on 4th October 1936. An estimated 300,000 Jews, Irish Dockers, Communists, Labour Party Members, Trade Unionists and residents of the East End came together to oppose the Blackshirts of the BUF, united by a common call, echoing that of anti-fascist forces in the Spanish Civil War: ¡No Pasarán! – They Shall Not Pass! In reality the Battle was with the Police who tried to remove the barricades erected by the anti-Fascists to allow the march to go ahead, but Mosley’s troops had already scuttled off to Hyde Park, tails between their legs.
The mural depicts the events of a very physical confrontation between police and protesters in stunning detail: anti-fascist protesters proudly carrying banners; punches being thrown; a barricade of furniture and an overturned vehicle across Cable Street manned by residents of all ages and ethnic backgrounds; a chamber pot being emptied from a first floor window onto BUF members below; marbles being thrown under the hooves of horses being ridden by baton-wielding police; a fascist, with a startling resemblance to Adolf Hitler, looking very alarmed in just his underwear and socks; a police autogyro overhead observing events.
Work on a commemorative mural began back in 1976 when Dan Jones, Secretary of the Hackney Trades Council saw a mural under the Westway in west London and asked the artist, Dave Binnington, if he would like to undertake a project at Cable Street. An Arts Council grant allowed Dave to set up in the basement of St George's Town Hall, from where he undertook extensive research into the events of October 1936, examining photographs and news reports, viewing newsreel footage and, perhaps most importantly, consulting and interviewing local residents, some of whom were later depicted in the mural.
They shall not pass! Il murale che rievoca la Battaglia di Cable StreetThis initial stage of the project culminated in a public meeting on 18th October 1978 at which the final design, depicting the events of the Battle using a fish-eye perspective, was presented to local people, most of whom were supportive. However, one letter to a local paper described it as 'a political graffiti' while another writer asked: 'Do we need a reminder in the form of a large picture of violence being perpetually re-enacted?' Dave Binnington's response to such comments was that '...I'm a realist, and life isn't normal and happy, even today, with people being knifed and bottled just like in those far off pre-War days. I want this mural to be colourful and attractive, and to tell a story too without just being part of the Thirties nostalgia boom. I hope it will also be a monument to our ability to overcome oppression'.
With further funding in place from the Greater London Arts Association, the E Vincent Harris Fund for Mural Decoration, the Gulbenkian Foundation, the Leonard Cohen Trust, Greater London Council and the Royal Academy, work to finally paint the mural, on 3,500 square feet of the recently re-rendered wall of St George's Town Hall, using 150 gallons of paint, and at a cost of £18,000, began in late 1979. Dave was hoping that the mural could be completed by 4th October 1980, the 44th anniversary of the Battle.
But work was much delayed by technical problems, and by the sheer scale of the task ahead, and came to a halt at the end of 1981. Then on May 23rd 1982, far-right activists vandalised the incomplete mural, daubing it with slogans such as 'British Nationalism not Communism', 'Rights for Whites' and, somewhat ironically, 'Stop the Race War'. Exhausted and frustrated, Dave Binnington resigned from the project.
An attempt was made by volunteers, including local Councillors Graham Allen, Asheek Ali and Joe Ramanoop, to clean up the damage using white spirit but this was unsuccessful. Then in July 1982, Paul Butler, who had been discussing the project with Dave Binnington, got in touch with Ray Walker and Desmond Rochfort, and the three of them decided to take up the challenge of completing the Cable Street mural. The top section was completed largely along the lines of Dave Binnington's original design, then the vandalised lower section was sand-blasted, re-rendered and primed. Each artist then carried out research and produced drawings, Walker for the left hand section, Butler for the middle, and Rochfort for the right hand third; the result utilised a different perspective to that of Binnington's original fish-eye design, much apparent from the finished mural.
Work continued on the mural until it was finally completed in March 1983 and on 7th May that year it was officially opened by Cllr Paul Beasley, Leader of Tower Hamlets Council, accompanied by Jack Jones(former General Secretary of the Transport and General Workers Union), Tony Banks (Chair of the Greater London Council Arts Committee) and Dan Jones.
It would be nice if the story of the Cable Street mural ended there. But sadly it was vandalised again a number of times, most notably in June 1993 when it was attacked with paint bombs. The damage caused then was repaired at a cost of £19,000 (of which £18,000 came from Tower Hamlets Council and £1,000 from the Cable Street Group) by Paul Butler at a time when tensions were high due to forthcoming elections in which the British National Party were standing. As well as a swaying scaffold tower caused by strong winds, Paul had to contend with intimidation from far-right activists who poured paint on his car and slashed its tyres.
The mural has avoided the attentions of its adversaries since then and it is hoped that the presence of a CCTV camera and a pledge by Cllr Denise Jones in 1994 that '...the Council are committed to restoring the mural whenever it is damaged' will ensure its long-term future.
UPDATE 2011. During the summer of 2011, after much preparatory work, the Cable Street mural was restored by Paul Butler , one of the original artists. Initially a conservation team injected a seal to glue the render firmly onto the building wall. Then the piece was generally re-worked from top to bottom with focus on re-painting some areas more than others. Some more information about the restoration can be found here.
CONDITION. The mural is in excellent condition, thanks to recent restoration work.

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10 giugno 2013 1 10 /06 /giugno /2013 06:11

Divagazioni sulla spiaggia di Bovo Marina e alla Foce del Platani(Maurizio Crispi) Raramente le ciambelle riescono con il buco. Non sempre i progetti che si fanno a compimento: possono esserci postacoli ed impedimenti frapposti sulla via. E bisogna fare buon viso a cattivo a gioco, senza mai incamponirsi nel perseguimento del disegno originario, perchè comunque arriverà qualcosa di buono di una giornata che altri considerebbero fallita oppure potrà verificarsi un effetto "serendipity" conn la scoperta di qualcosa di nuovo.
Dovevo andare sulla spiaggia della Riserva Naturale Orientata di Torre Salsa (AG), ma arrivato all'ingresso del Pantano ho avuto la brutta sorpresa di trovare la strada trasformata in un acquitrino (in piena sintonia con il nome dell'accesso alla parte marina della Riserva che è appunto "Pantano") e la saggezza mi ha spinto a recedere.
Ho tentato altre vie (ci sono altri due ingressi che portano alla RNO di Torre Salsa), ma nessuno dei due consente di raggiungere la parte marina della Riserva.
Che fare?
Andare a Siculiana?
Andare ad Eraclea Minoa?
Alla fine ho deciso di spostarmi al posto più vicino e, cioè, al punto di accesso di Bovo Marina che pur non così isolato come Torre Salsa (perché puoi portare le auto sin quasi a ridosso della spiaggia) possiede tuttavia un suo fascino, sia per la presenza per quei due o tre rustici padiglioni sulle dune che provvedono ad un altrettanto rustico servizio di ristorazione (cui se ne aggiungono altri stagionali), sia per il fatto che, basta spostarsi di poco, e cìè una spiaggia immensa e solitaria ad accoglierti nel suo abbraccio, con pochi "avventori" sparsi a centinaia di metri l'uno dall'altro.
Divagazioni sulla spiaggia di Bovo Marina e alla Foce del PlataniMi sono incamminato verso sud-est, avvicinandomi così alla lunga spiaggia di Torre Salsa (ma per raggiungerla ci sarebbero volute almeno due ore di cammino).
Ho scarpinato per tre quarti d'ora abbondanti, sentendo la sabbia sottile ed indurita a fomare una sottile crosta crocchiare sotto i piedi.
Piccoli oggetti trascinati dal mare.

Conchiglie ed ossi di seppia.
Una scopettone per il WC.

Un sandalo spaiato con una decorazione finto-floreale fru-fru.

Tronchi e radici calcinati dal sole e corrosi dalla salsedine.

E poi, le dune costiere, costellate di rustiche piante che affondano in profondità il loro apparato radicale per raggiungere la poca acqua di cui hanno bisogno (le cosiddette piante "psammofile").

Ombrelloni che creano qua e là macchie cromatiche che spiccano sul marrone terroso della sabbia.

I ruderi di un'antica torre di guardia più su sul colle retrostante, fitto di una macchia arborea intricatissima.

Le montagne lontane, azzurrine.

E quelle più vicine, di un bianco calcareo abbacinante: ad ovest Capo Bianco, la cui presenza indica i ruderi dell'antica colonia fenicia di Eraclea Minoa, mentre ad Est i contrafforti che delimitano la parte marina della Riserva di Torre Salsa.
Divagazioni sulla spiaggia di Bovo Marina e alla Foce del PlataniLa solitudine e il silenzio.

Stranamente non ci sono gabbiani, anche se sulla sabbia se ne vedono abbondanti e fitte tracce.

Un silenzio enorme che, a tratti, diventa assordante, se non fosse per il brusio della risacca che a tratti irrompe con maggiore forza.

La forza della solitudine e nell'essere da soli: ma, nello stesso tempo, nella consapevolezza della solitudine si accresce il desiderio di essere in compagnia e si acuisce il senso della mancanza.

E c'è la voglia di parlare e di raccontare, ma non c'è nessun interlocutore: e, allora, magari ti provi a parlare ad alta voce con te stesso, ma il suono che viene fuori non lo riconosci, la tua voce è arrochita dal lungo silenzio e tu non la riconosci più. Ti sembra quella di un estraneo.

E quindi talvolta è bene essere da soli, perché proprio nella solitudine si ridefinisce il senso dell'essere in compagnia.
E' formativo vivere simili esperienze, anche se in un arco di tempo circoscritto.
Comprendi cosa può significare essere da solo, naufrago in un'isola deserta.
Comprendi perfettamente la solitudine di Ishi e la molla che scattò dentro di lui per condurlo dalle montagne dove aveva vissuto nascondendosi per anni, ultimo superstite della sua tribù alla vale dove numerosi vivevano i Bianchi che alla sua gente avevano rubato le terre e la libertà di viverle nel modo tradizionale.
Mi rintano sotto il mio ombrellino colorato che ho trascinato con me, assieme al mio zaino-guscio di tartaruga, contenente tutto l'essenziale per la mia sopravvivenza ad un giorno di solitudine, pieno delle mie irrinunciabili cose.
Divagazioni sulla spiaggia di Bovo Marina e alla Foce del PlataniIl kit della solitudine, si potrebbe dire.

Poi dopo essere stato sotto quell'ombrellino arancione che spiccava sullo sfondo azzurro del cielo ho rifatto la strada di ritorno, fermandomi per prendere un caffè sul padiglione sulle dune.

L'aria è fresca, malgrado il soffio del vento costante, perché soffia un vento gentile che accarezza più che scuotere. Sulla piattaforma di uno dei padiglioni sulle dune, bevo un caffè, fumo una sigaretta, leggo, scrivo.

Scatto fotografie e osservo.

Noto che, esattamente nella stessa posizione in cui l'ho visto l'anno scorso (eravamo a Settembre), c'è un signore-panzone che se ne sta stravaccato sulla sabbia all'ombra del suo ombrellone mentre la sua signora-panzonina accudisce dei bimbi.

Lascio alla fine la spiaggia, mi metto in auto e riparto. Inizio pigramente il viaggio di ritorno, ma prima faccio un'escursione sino alla Riserva naturale della Foce del Platani e qui, immerso nel'ombra profonda e densa della pineta che si allunga parallelamente alla spiaggia, faccio una breve passeggiata, sentendomi l'ultimo sopravvissuto.

Ed anche qui il silenzio è totale.

Divagazioni sulla spiaggia di Bovo Marina e alla Foce del PlataniPoi, nel crepuscolo, superando l'inquietante selva di pale eoliche, subito nell'entroterra di Sciacca, riprendo la via dell'interno, attraversando campi già falciati, con il fieno pronto per lo stoccaggio e quelli di ordinate geometrie delle vigne irrigue.

Dopo San Giuseppe Iato, proprio all'imbrunire, mi sono fermato per un'ultima sosta e ho dato fondo all'ultimo panino imbottito della mia piccola scorta alimentare e poi, seguendo la parte rimanente della "Via della liberazione", ho completato quel che mi rimaneva della strada sino a casa.

E un altro giorno è andato...

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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