Scrissi questa nota diaristica il 3 marzo 2013, di ritorno dall'essere stato presente sulla scena di una gara podistica nel week-end, in veste di fotografo.
Probabilmente si trattava del mio viaggio tra Perugia e Castiglion del Lago, in occasione della Strasimeno del 2013, evento cui già in passato avevo avuto modo di partecipare in diverse occasioni, in veste di podista attivo, per poi continuare a frequentarla da fotografo in forza dei buoni rapporti creatisi con gli organizzatori e nella qualità - sino ad un certo punto - di rappresentante della IUTA.
I miei viaggi erano frequentemente "mordi e fuggi", partivo per il fine settimana e poi facevo in modo da rientrare già la domenica sera e, quindi, sovente gli orari e le scadenze erano davvero incalzanti…
Guai a mancare una coincidenza!
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Devo scappare via al termine della gara, prima che si svolgano le premiazioni
Il tragitto sino alla stazione è lungo e camminare con zaino e borsa prende il suo tempo
Il margine di tempo - per arrivare a prendere quel treno - non è molto grande
Ho lasciato i molti amici e conoscenti, rammaricato, senza salutare ed intanto, mentre cammino, alla volta dell'albergo, per recuperare la mia borsa, sinché mi è possibile, continuo a scattare foto ai runner che via via completano la gara lunga, alla spicciolata, ognuno distaccato dall'altro di molte decine di secondi o di molti minuti.
La signora dell'albergo - con grande gentilezza - mi offre un passaggio sino alla stazione: un favore gradito, anche perché non è stato in alcun modo richiesto e suona come una bella manifestazione di ospitalità disinteressata.
Dopo la quiete e lo slow time di Castiglione del Lago (e prima di Perugia), l'immersione nell'atmosfera sovreccitata e brulicante della Stazione Termini di Roma è traumatica.
Africani, arabi e musulmani: tutti i locali attorno a Piazzale dei Cinquecento, sotto porticati un tempo fastosi e ora semplicemente squallidi, sono di kebabbari e di venditori di cibo orientali, alcuni in forma di fast food in declinazione islamica, senza bevande alcooliche, ma solo acqua, gassose, coca cola, e succhi di frutta.
La Stazione Termini e i suoi dintorni sembrano una kasbah, affollata e frenetica.
Atmosfera elettrica: sembra che da un momento all'altro possa accendersi il litigio o anche una zuffa...
Tutto si svolge al limite, sul filo del rasoio, in quella che mi pare essere una specie di terra di nessuno.
Totale deregulation e ciascuno in questa babele di lingue e di etnie si sente solo.
Dopo il viaggio in un treno per Fiumicino sovraffollato, sono in aeroporto.
Sul treno tante le scenette: genitori che rimproverano aspramente i figli piccoli, perché ne fanno delle loro.
Papà che minacciano di prenderli a schiaffoni.
Due, uomo e donna, seduti di fronte uno all'altro, si guardano con tenerezza e sfogliano assieme il book fotografica di uno dei musei pittorici della Capitale più rinomati: si soffermano sulle riproduzioni di alcuni dipinti del Caravaggio e li commentano.
Quando scendono dal treno, lei cinge con il suo braccio la vita di lui e camminano così pieni di affettuosa indolenza (ed io che li osservo da lontano, vorrei potere avere il dono di un'intimità di questo tipo)
Giapponesi con la mascherina: sono davvero comici: proteggono se stessi dalla contaminazione o, altruisticamente, proteggono il proprio prossimo, cioè noi?
Obesi semoventi, con grosse valigie, rotolano da un lato all'altro.
Grande frenesia, e tantissimi viaggiatori che si intersecano, vociando, alcuni reduci dalla Mezza maratona Roma-Ostia, chiassosi ed eccitati, caciaroni e ridanciani
Soffro nel vedere così tante persone accanto a me con gli occhi sprofondati nel display del proprio smartphone, con le dita (o uno soltanto, a seconda dei casi) in frenetico movimento per far scorrere la pagina e per digitare commenti e messaggi.
Cerco disperatamente di incrociare lo sguardo di qualcuno, ma è praticamente impossibile. Io sono l'unico che guarda ed osserva gli altri, e - anche se in questo modo così sbilanciato - mi sembra d'essere l'unico che si interessi al mondo degli altri. Poi, per finire e prima di scivolare in un sonno profondo e ristoratore sull'aereo, c'è la solita ed estenuante procedura dei controlli per la sicurezza.
Si procede con lentezza snervante: bisogna rispettare una miriade di adempimenti.
Fuori il laptop, levarsi il soprabito, via sciarpe e cappelli, in alcuni - preventivamente - via anche le scarpe, specie se hanno parti in metallo facilmente riconoscibili.
Poi, finalmente, quando ti sei privato di tutto e hai ripartito i tuoi beni in differenti vaschette, ecco che arriva il momento fatidico di passare (e per fortuna che ancora non ti chiedono di spogliarti del tutto, ma io credo che, continuando così, ci si arriverà prima o poi).
E' sempre come vincere un terno al lotto: una volta il segnalino suona ed un'altra volta, se hai addosso le stesse cose non suona. Io, per principio, non mi sfilo mai la cintura, perché so che solitamente - non essendo pesatamente borchiata - non fa mai suonare il metal detector. Quindi, per così dire, anziché fare il pecorone che si adegua acriticamente, io ci provo sempre. E questa volta la campana ha suonato per me, inesorabile: già mi preparavo a sfilarmi la cintura, quando il "guardiano" (l'addetto alla sicurezza), mi ha detto di tornare indietro e di levarmi anche le scarpe. "Ma come? - ho detto io - già altre volte sono passate con queste scarpe e non hanno mai fatto squillare l'allarme!
Sono loro, sono loro - ha detto nervosamente l'addetto - lo vedo da qui.
E mi sono dovuto levare le scarpe, mettendo a nudo piedi sudaticci e puzzolenti dopo un giorno intero di attività e calzini intrisi di sudore...Una cosa non esattamente edificante…
Sono passato: tutto OK!
Ho ricevuto l'approvazione e l'imprimatur dell'addetto alla sicurezza
Ho detto, raccattando le mie cose: "C'è sempre una prima volta!"
Una battuta ironica, accolta da un gelido silenzio...
Questi addetti alla sicurezza si prendono tremendamente sul serio e senso dello humour zero.
E queste misure della sicurezza sono davvero una cavolata
All'andata, mi avevano detto: "Dobbiamo aprire e controllare, c'è qualcosa che non va". Aprono una certa tasca della borsa e puntano il necessaire con le minime cose che mi porto in queste brevi trasferte. L'oggetto incriminato era l'innocuo contenitore della schiuma da bagno, da 200 ml, ma pieno per metà soltanto.
"Questo non lo può portare con sé!" - è arrivata puntuale l'ingiunzione del custode cerberigno e aspro.
Del resto ogni dettaglio che sfugge alla norma stabilita, fa di te un potenziale pericoloso terrorista dinamitardo e quant'altro...
"Ma... - faccio io - contiene meno di 100 ml…"
"No, la regola è che debba esserci per ogni caso un contenitore da 100 ml, massimo" - è la pronta replica che ricevo.
"Allora lo lascio, ovvio"...
Fine del discorso: meglio tagliar corto con questi individui.
Ma che sublime cavolata! - ho pensato.
Alcuni esperti a livello mondiale sostengono - a ragion veduta - che questo tipo di misure di sicurezza e l'intero apparato che alimentano servono a ben poco a sventare eventuali attentati, ma servono a dare l'idea che qualcosa si fa, alimentando un senso di sicurezza che rimane tuttavia solo soggettivo.
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