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6 novembre 2019 3 06 /11 /novembre /2019 08:55
Piazza Noce, Palermo (Foto di Maurizio Crispi)

Piazza Noce, Palermo (Foto di Maurizio Crispi)

Panchine di solitudine
Ma talvolta di condivisione e di compagnia
Se pare che uno sieda su di una panchina in solitudine,
é anche vero che egli si trova in un’interfaccia
con il mondo che scorre accanto
La panchina è stasi versus movimento
L’immobilità della panchina invita chi è in movimento
a ristare
Mentre il mondo é in affanno, l’appanchinato se ne sta fermo
in sospensione pensosa, contemplativa,
talvolta sentendosi fuori dai giochi
La panchina, dovunque si trovi,
é contemplazione o introspezione versus la vertigine del movimento
Forse, per questo, le panchine nei luoghi pubblici
possono essere così straordinarie
Sono un tramite, una porta, talvolta una finestra
E a me le panchine piacciono sempre:
ognuna di loro per quanto malmessa
ha qualcosa da dire
sia che sia vuota, in attesa di un occupante,
sia che sia temporaneamente abitata
Cosa sarebbero le panchine
se tra le loro differenti proprietà
fossero anche volanti come i tappeti delle magiche storie?
Bisognerebbe ridisegnarne l’intera filosofia e geografia,
allora
E le panchine sono la tua ancora di salvamento,
quando ti ritrovi a corto di argomenti:
panchine per voli della fantasia

 

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4 ottobre 2019 5 04 /10 /ottobre /2019 09:12
La panchina è mia! (foto di Maurizio Crispi)

Ogni mattina sono alla piazzetta della Noce (a Palermo), nei pressi dell'Istituto Valdese, dove mio figlio Gabriel va a scuola.
Io vado a piedi o in macchina e lì ci incontriamo con Maureen e Gabriel, poco prima dell'orario di ingresso.
La piazzetta, dominata da una statua della Madonna che riposa su di un alto plinto, benchè risistemata di recente e spesso sporca di spazzatura fluttuante, tipo sacchetti di plastica e incarti spostati dal vento qua e là, quel tipo di lordura endemica che caraterrizza tante vie e piazze della nostra città.
Ma, nello stesso tempo, è confortevole, perchè fornita di alcune panchine in ferro che (stranamente) non sono ancora state vandalizzate, forse perchè considerate dagli abitanti del quartiere un "loro" bene pubblico.
All'orario del mio arrivo, solitamente non c'è nessuno e le panchine sono tutte libere.

Poi, appena un po' più più tardi, la piazzetta si anima e arrivano alcuni abituali suoi frequentatori, probabilmente del quartiere, alcuni dei quali vanno ad occupare sempre la stessa panchina.
Una mattina, desideroso di cambiare prospettiva, sono andato a sedermi proprio su quella panchina.
E mi sono sistemato a fare le mie cose per un'attesa operosa (si interpreti: leggere un libro).
Nemmeno avevo iniziato a leggere che è arrivato un tizio del gruppo di panchinari fissi e benchè, tutte le altre panchine fossero libere, si è seduto accanto a me con tenace invadenza.
Io sono rimasto ma sentendo la mia privacy compromessa. Come quando al cinema, benchè la sala sia del tutto vuota, uno arriva e si piazza o davanti o dietro o accanto a te.
Da parte del frequentatore abituale della piazzetta (indigeno del quartiere giunta) ho sentito quell'azione come una dichiarazione di possesso, non detta a parole: "Questa panchina è mmmmia!".


 

La Piazzetta della Noce (foto di Maurizio Crispi)

Siccome di lì a poco sarebbero arrivati Maureen e Gabriel e , a meno di stringersi come sardelle, non ci sarebbe stato posto per tutti, dopo  una dignitosa persistenza durata qualche minuti, mi sono spostato per sedermi sulla panchina di fronte che era libera, ovviamente.

Poco dopo, la mia defezione, sono arrivati i suoi compagni di merendine, quelli con cui il ciondolamento senza far nulla si protrae nell'arco della mattinata. E quello, il primo della combriccola ad arrivare sul posto, è rimasto a fissarmi a lungo.
Wow!

Nei giorni successivi mi sono sempre seduto in panchine diverse della piazzetta, ma mai più su quella.
Il tizio che indossa sempre pesanti occhiali da sole e che è sempre con la barba non fatta, arriva sempre poco dopo di me e sistematicamente si siede su quella panchina (si siede sempre esattamente sul lato della panchina che io avevo occupato quella volta).
Mi sembra che mi guardi in cagnesco e in maniera ostentamente prolungata, con gli occhi nascosti dietro quegli occhialacci neri. Quel suo sguardo insistito mi dice: "Vedi, questa panchina è mmmmia! Mia! Mia!"
Mi è sembrato si sia trattato di un fenomeno sociologicamente rilevante che ha a che vedere con la "marcatura" del territorio e con l'affermazione di proprietà personale su qualcosa che, in verità, è pubblico.
Come se quella panchina in quella specifica piazzetta assolvesse alla funzione del cosiddetto "stammtisch" delle birrerie tedesche (in cui il termine fa riferimento sia al gruppo di persone che si riuniscono, sia al tavolo - usualmente rotondo - da esse occupato).
Questo piccolo episodio mi ha fatto ricordare del tempo in cui frequentavo i corsi universitari.
Quando ero ancora una matricola, avevamo una lezione nelle prime ore del mattino, forse alle 7.30, e occorreva andare al Policlinico molto presto.
La lezione si svolgeva in un'aula ad anfiteatro, con i banchi a scala, e con una fila di poltroncine, proprio in basso, dove il professore aveva la sua postazione.
C'erano alcuni miei colleghi che occupavano solitamente quelle poltroncine e, per poterlo fare, arrivavano prestissimo, con largo anticipo: erano un misto tra quello che oggi si definirebbe un "nerd", ma a quei tempi la parola adatta era "secchione" e il tipo del leccaculo. Chi di loro arrivava per primo occupava i posti anche per tutti gli altri: in fondo, avevano costituito una sorta di lobby informale. Si capivano bene tra loro (e si tratta di quelle intese che si colgono al primo sguardo).
In omaggio alla loro duplice natura, oltre a prendere accanitamente appunti, presentavano il "Segno di De Musset", cioè facevano continuamente dei movimenti oscillatori con la testa (per indicare che avevano ben capito e che stavano seguendo, bevendo le parole del prof come se fossero acqua benedetta), come quelle famose statuine cinesi con la testa oscillante. Era uno spettacolo proprio buffo. E, poi, da parte loro c'era il rito delle domande pseudo-intelligenti, sempre per farsi notare dal professore ed entrare così nelle sue grazie. Erano anche quelli che spesso e volentieri si intrattenevano con il prof a fine lezione e facevano capannello attorno a lui.
Io me ne fregavo di tutto questo.

Non avevo simili preoccupazioni e un'assoluta fiducia nelle mie risorse personale, senza bisogno di ricorrere a simili astuzie.
Forse proprio per questa mia diversa concezione, lo stile leccardino di questi miei colleghi mi indisponeva.
E così decisi che per una volta sarei arrivato prestissimo, molto prima di loro e che avrei occupato una di quelle poltrone di prima fila.
Non vi dico le reazioni. Perchè uno dei secchioni/lecchini rimase ovviamente senza posto e privato della possibilità di esercitare le sue virtù. E non ci potè nulla: io benchè pressato a lasciare la poltroncina rimasi con il culo incollato ad essa.
L'escluso era incazzato nero e si muoveva come un leone condannato all'esilio, come se fosse stato privato della possibilità di esercitare un diritto acquisito e inamovibile.
Ma tant'è.

Io durante quella lezione mi divertii tantissimo, guardando di sottecchi la mimica e il comportamento di quel povero esiliato a cui avevo rovinato per una volta la festa.
E benchè con il suo sguardo dicesse "Quella poltrona è mmmia!" fu costretto alla fine ad accettare la sua condizione di escluso.

 

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10 luglio 2018 2 10 /07 /luglio /2018 09:33
Panchine vuote, panchine abitate e panchine in compagnia

Le panchine vuote e le panchine abitate sono ai due poli di un'intera gamma di possibilità.

A volte sono semplicemente vuote, come in attesa.

A volte sono occupate da uccelli che vengono a becchettare le briciole lasciati dalle merende di precedenti passaggi umani.

A volte attorno a certe panchine ci sono delle tracce che indicano il passaggio di un precedente ospite, come una bottigla di birra vuota, oppure i resti di una sigaretta fumata senza fretta.

Altre volte i loro ospiti sono extracomunitari alla ricerca di riposo, di frescura e il più delle volte in solitudine, come se fossero in attesa di qualcosa che per loro non arriva quasi mai.

Oppure, vi si possono scorgere ospiti dormienti, accasciati, abbandonati, ignari di tutto ciò che è loro attorno, come se lo stare sulla panchina li ponesse in una dimensione extratemporale ed extraspaziale, quasi in una bolla sospesa, che per loro - dormienti e sognanti - può diventare una sorta di treno dei desideri che li conduce ai luoghi da cui sono partiti e che consente loro di ricomporrre affetti spezzati.

Poi ci sono le panchine occupate da chi se ne sta in solituddine ad osservare e ad ascoltare altri che sono, invece, in gruppo e festosi.

E poi ci sono quelle in cui si accomodano per brevi istanti coppie solitarie, anziani assieme da una vita, che se ne stanno in silenzio, vicini uno all'altro, muti, ma intenti in quella che sembra essere una silenziosa conversazione, intensa e vibrante.

Queste ultime sono le panchine che preferisco, e invece molte di quelle che ho descritto mi mettono malinconia.

Ma in ogni caso le panchine, anche attraverso le assenze e il vuoto, sono capaci di raccontare delle storie.

Tutte le foto sono di Maurizio Crispi
Tutte le foto sono di Maurizio Crispi
Tutte le foto sono di Maurizio Crispi
Tutte le foto sono di Maurizio Crispi
Tutte le foto sono di Maurizio Crispi

Tutte le foto sono di Maurizio Crispi

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9 luglio 2018 1 09 /07 /luglio /2018 07:41
Tracce. Quelle dei Cristiani vastasi sono fatte di monnezza

Un cartello è stato esposto a Mondello (la nota e frequentata spiaggia di Palermo), nei pressi de "L'ombelico del Mondo": vuole rappresentare una piccola "storia" targata WWF contro i "Cristiani vastasi" che insozzano ed inquinano, e offrire lo spunto per una meditazione sostanzialmente malinconica.
Le tracce dei "Cristiani", nel senso lato di "human being", maleducati e incuranti, sono purtroppo fatte di monnezza... Sembra non esserci scampo a questo male anche da parte di coloro che si commuovono davanti alle specie in pericolo di estinzione e che ne contemplano la bellezza.

Bisognerebbe, invece, imparare a fare ciascuno la propria parte. Invece di aspettarsi che un servizio comunale provveda alle pulizie (il che che ci lascia un implicito lasciapassare a lasciare sporcizia al nostro passaggio, una sorta di giustificazione morale), bisognerebbe esercitarsi quotidianamente negli elementari doveri civici.

Pensate: se ciascuno di noi, ogni giorno, si chinasse a raccattare da terra una bottiglia di vetro abbandonata, un pezzo di carta, un giornale appollottolato (o qualsiasi altra cosa), le nostre città sarebbero più pulite.

In fondo siamo direttamente responsabili dell'incuria e dell'abbandono: dovremmo imparare che tutto ciò ci riguarda e cha siamo noi personalmente ad avere la possibilità di fare pendere l'ago della bilancia verso un mondo più pulito e sostenibile.

Io, personalmente, mi sforzo di farlo: così come raccatto da terra la cacca del mio cane, così , con un minimo sforzo, durante le mie uscite quotidiane a piedi non manco di raccogliere la monnezza da terra. E per fortuna i cestini della spazzatura non mancano e in questo periodo vengono svuotati abbastanza sollecitamente.

Dobbiamo invertire la tendenza e tornare ad una società in cui ciascuno si senta personalmente responsabile della tutela del bene comune.

Anche qualcun'altro ha scritto di questa locandina: brevi considerazioni con il titolo "Noi Palermitani".

Ecco di seguito il link

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21 giugno 2018 4 21 /06 /giugno /2018 09:15
(foto di Maurizio Crispi)

(foto di Maurizio Crispi)

A volte si assiste ad eventi singolari e surreali, in qualche modo.
Capita, ad esempio che in occasione di pubblici eventi, si cerchi un posto lievemente sopraelevato dove sedersi e poter guardare comodamente ciò che accade, al di sopra di una mare di teste fluttuanti.
A Palermo in occasione di un recente evento pubblico di Capoeira, una Roda nella moderna declinazione di questa disciplina, con più di un centinaio di partecipanti (oltre ad altrettanti - se non di più - spettatori tra familiari e curisoi) nella centrale Piazza Giuseppe Verdi di Palermo (di fronte al Teatro Massimo), due extracomuntari per vedere meglio si erano accomodati sulla sponda di un camioncino lì parcheggiato, per meglio godersi lo spettacolo: e se lo godevano alla grande, battendo le mani al ritmo adrenalinico delle percussioni e dei berimbao.
L'addetto al camioncino stava raccogliendo la spazzatura che riempiva diversi cestini sparsi lunghi il marciapiede.
Tutt'a un tratto, il comodo appoggio che i due avevano trovato è stato messo in moto dal guidatore che, nel frattempo, aveva completato il suo carico: e i due sono stati portati via, assieme ai sacchi di monnezza.  
I due hanno reagito allo svolgersi dei fatti con autorinonia e fair play (non hanno cercato di scendere, tantomeno) e mi hanno ammiccato mentre li fotografavo, continuando nello stesso tempo ad accompagnare con il battito delle mani la musica della Roda che, adesso, per loro stava andando in dissolvenza.
Non hanno tentato di scendere, quasi sentissero ormai di far parte del furgoncino, come a dire: "Vediamo adesso dove ci portano".
Oppure: "Vediamo a quale altro spettacolo potremo assistere".
Una grande fortuna quella di aver scelto di sedersi su di una panchina mobile!
Mi è venuto di pensare ad uno dei viaggi fantastici di Sindbad il Marinaio, quando l'avventuroso personaggio durante il suo primo viaggio si trova a sbarcare su di un piccola isola tondeggiante al centro del mare, alla ricerca di acqua di cui fare scorta. Mentre lui e i suoi uomini esplorano il piccolo lembo di terra,sul quale sono cresciute macchie di alberi e dove rinvengono anche una piccola sorgiva, questo imporovvisamente con loro sgomento comincia a muoversi e a sussultare. E di cosa sdi trattava?
Ebbene, era un enorme pesce che galleggiava addormentato tra i flutti: la Balena-isola!
Tutti gli altri uomini scappano terrorizzati, solo Sindbad spinto dalla curiosità di voler vedere e di voler capire rimane.
Mio padre, quando ero piccolo, mi leggeva spesso le avventure di Sindbad il Marinaio, ma di questo storia in particolare non ricordo il finale (benchè questa fosse una delle storie che maggiormente destava la mia meravigliavia, come anche quella dell'incontro con il minaccioso uccello Rok).

Panchina immobile (ma con pesci fantastici alla maniera di Sindbad) - Foto di Maurizio Crispi

Panchina immobile (ma con pesci fantastici alla maniera di Sindbad) - Foto di Maurizio Crispi

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4 giugno 2018 1 04 /06 /giugno /2018 09:14
Non soffermarti ad amare

Camminando al Foro Italico Umberto I di Palermo mi sono imbattuto in un writing (o scrittura esposta), forse nuovo o comunque recente, ma era da molto tempo che non mi capitava di passeggiare da quelle parti, e quindi non sparei dire quanto recente.

Non soffermarti ad amare (foto di Maurizio Crispi)

Questa la frase, tracciata con caratteri stampatello con vernice verde: "Non soffermarti ad amare".
Chi sa quali pensieri hanno spinto l'anonimo writer a vergare l'insolito messaggio...
Si é trattato di una forma di sua autoconsapevolezza cinica e disincantata, o di un invito (o esortazione)rivolto a se stesso ad andare oltre senza sforzarsi di amare alcuno/a?
Oppure, ha voluto essere il tangenziale rimprovero a colui/colei che non aveva ricambiato l'esplicitazione dell'amore?
In ogni caso, quale che sia l'interpretazione della frase, rientriamo pienamente nella definizione di Zygmunt Bauman sugli "amori liquidi" della contemporaneità e tutt'altro che imperituri come si soleva pensare un tempo.
Anche il più grande amore è destinato a naufragare e allora tanto vale non soffermarsi ad amare...

A volte, il writer scrive alla luce della sua esperienza personale; a volte, il senso di ciò che scrive è quello stesso del lanciare in mare un messaggio sigillato dentro una bottiglia di vero, sperando che il capriccio dei venti e delle correnti lo facciano arrivare un giorno tra le mani giuste (anche se il lettore delle parole così lanciate  in mare rimarrà per sempre anonimo). A volte, tuttavia, nel caso dei messaggi dei writer metropolitani ci può essere il desiderio che proprio uno specifico destinatorio possa leggerli.
Come capita a volte nelle bacheche dei social, dove può comparire a volte un messaggio criptico. Tu allora lo commenti, ma il suo "proprietario" immediatamente ti bacchetta e ti corregge in privato: "Non avresti dovuto commentare, quello status non era rivolto a te. E' indirizzato ad una persona. Solo quest'ultima potrà commentarlo. Aspetto che si faccia avanti"

Palermo, Foro Italico

(foto di Maurizio Crispi)

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29 aprile 2018 7 29 /04 /aprile /2018 09:33
Prugna, per gli amici Secca, il bassotto a ruote di Rita Butrico (PA)

Oggi ho visto per la prima volta un cane a ruote andare a passeggio con la sua padrona.

Era un simpatico bassottino e aveva le zampe posteriori imbracate in uno speciale supporto, fornito di rotelle.

Il bassottino camminava spedito e arzillo.

Ho scoperto pochi giorni dopo che il bassottino ha cinque anni e che il suo problema consistente in una paresi e in una perdita di sensibilità dipende da un'ernia discale.

La sua padrona Rita (che tra l'altro si occupa disabili( mi ha detto che il suo nome è Prugna, che poi per gli amici diventa "Secca".

Questo tipo di ausilio che può essere utilizzato anche per le zampe anteriori viene costruito appositamente, cane per cane, poichè deve potersi adattare perfettamente alle caratteristiche del cane e alle dimensioni (peso e altezza da terra)

Quella delle ruote da applicare mediante apposita imbracatura al treno anteriore o posteriore del cane è una soluzione splendida per risolvere i problemi motori o articolari dei nostri amici a quattro zampe e per dar loro la possiblità di continuare a fare le loro passeggiate (o il loro lavoro) in autonomia, senza doversi trascinare penosamente.

In passato queste soluzioni "tecniche" non erano così facilmente disponibili e uno, solo se dotato di ingegno sufficente, se le doveva inventare.

Ma oggi è certamente più facile consentire ai nostri amici di vivere in felicità, anche quando le difficoltà neuromotorie che si manifestano in loro decreterebbero anzitempo - in natura - la loro fine.

A pensarci bene i "cani a ruote" sono degli animali disabili (ovvero portatori di handicap della propria motilità) o devono imparare, grazie ai marchingegni che gli uomini forniscono loro, ad essere dei "diversabili", come oggi si dice più correttamente.

Quando parliamo di barriere architettoniche, riflettiamo su questo punto: l'abbattimento di tutti gli ostacoli è per tutti, anche per i nostri amici animali.

Come diceva mio fratello Salvatore Crispi tutti i cittadini (non solo chi è disabile dalla nascita) possono trarre vantaggio dal fatto di vivere in un contesto "normale", senza barriere architettoniche in cui disabili con difficoltà motorie, anziani con ridotta capacità deambulatoria, future mamme (o mamme con passeggino) e cani con difficoltà neuromotorie, non vedenti e non udenti, ma proprio tutti, possano muoversi a proprio agio senza ostacoli e senza rischi.

La foto di Prugna è di Rita Butrico.

Il cane a ruote: anche per gli amici cani diversabili bisogna abbattere le barriere architettoniche
Il cane a ruote: anche per gli amici cani diversabili bisogna abbattere le barriere architettoniche
Il cane a ruote: anche per gli amici cani diversabili bisogna abbattere le barriere architettoniche
Il cane a ruote: anche per gli amici cani diversabili bisogna abbattere le barriere architettoniche
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18 gennaio 2018 4 18 /01 /gennaio /2018 09:11
Cani fantasma

Ombre inquiete
vagano nel parco
attorniate dai cani che furono
cani fantasma
cani del nulla
i cani che furono amici
i cani che morirono e che non risorsero
sono tutti là che latrano silenti
che aspettano di essere nutriti
o di essere accuditi
o di rispondere al richiamo
Dice il detto

Chi muore giace, chi vive si dà pace
ma i padroni dei cani del nulla
non si rassegnano
non riescono a trovare quella pace
e, alle prime luci dell'alba,
sono lì a chiamare
a cercare
a tentar di nutrire
E i cani defunti si assiepano attorno a loro
Ma vivono in una realtà separata
Loro cacciano nei pascoli del cielo

I cani fantasma sono davvero uno stuolo.
Solo chi si trova ad avere un cane per la prima volta in assoluto cammina accompagnato da un solo cane vivo.
Poi ci sono quelli che hanno avuto cani (da due in poi) e, quando passeggiano con un cane vivente, sono seguiti/accompagnati dai loro cani fantasma, quelli del passato, transitati nel nulla e ricordati.
Infine, ci sono quelli che pur avendo avuto cani, a un certo punto - non potendone più di confrontarsi con le loro morti - hanno rinunciato.
E costoro sono quelli che vanno a passeggiare in villa soltanto seguiti da uno stuolo di cani fantasma.
Di questa tipologia di padroni di cani ce ne sono molti esemplari.

 

Nell'immagine (di Maurizio Crispi), il Cimitero dei Cani a Villa Piccolo di Cala Novella

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15 gennaio 2018 1 15 /01 /gennaio /2018 07:29
Capsula del tempo

 

Siamo sempre alla ricerca di tracce del passato, di elementi e piccoli frammenti che possano aitarci a ricostruire un quadro più ampio del passato che ci consenta di rileggere il presente tenendo conto di radici e di filoni di pensiero che scendono indietro sino al passato più lontano. Ed è un compito che - per chi vada avanti con gli anni - si fa sempre più arduo, poichè spesso vengono a mancare i "testimoni" coloro che hanno vissuto in prima persona eventi remoti che ci riguardano. Per essere "accoglitore di memorie", occorre che ci siano stati dei "donatori" di esse: solitamente è così. Ma non tutto viene donato tempestivamente, oppure altre cose sfuggono alla narrazione, oppure altre ancora - che pure sono importanti - vengono taciute . Di altre che non possono essere trasmesse oralmente vengono lasciate tracce materiali.
E se, casualmente, rinveniamo qualcosa, una traccia, un piccolo documento, un oggetto, un pizzino scritto, un album di disegni, quel rinvenimento è una festa. Come quando un archeologo ritrova un frammento che lo riporta indietro nel tempo e gli consente di visualizzare una civiltà scomparsa o di dare vita a delle pietre altrimenti mute. E i grandi ritrovamenti avvengono spesso casualmente, quando si è abbandonata la volontà di trovare.
Ed è casualmente che mi sono ritrovato tra le mani una voluminosa opera in due tomi, proveniente dal passato, probabilmente di proprietà del nonno Giosué.
Si tratta del Nuovo dizionario dei sinonimi della Lingua Italiana di Niccolò Tommaseo (una "nuova" edizione "napolitana", eseguita sulla quarta milanese accresciuta e riordinata dall'autore), pubblicata Napoli presso Gabriele Sarracino nel 1859.
Sfogliando uno dei due tomi. le pagine si sono casualmente aperte in corrispondenza di quello che pareva essere un segnalibro, un esile foglio di carta quadrettato, ingiallito dal tempo. Solo che su una delle sue facce recava un messaggio.
Un messaggio emozionante per me. Quasi che il tomo di Tommaseo avesse avuto la funzione di Capsula del tempo oppure quella della proverbiale bottiglia che, recando sigillato dentro di sé un messaggio, arriva miracolosamente al suo destinatario designato dopo aver percorso i sette mari seguendo il capriccio dei venti e delle correnti.

Il biglietto vergato dalla mano della mamma (la cui scrittura masntenne poi abbastanza identica, solo diventando nei tardi anni un po' più spigolosa e tremolante) dice delle parole che mi riguardano direttamente.
Un messaggio segreto - con un chiaro riferimento al giorno della mia nascita - da seppellire dentro un libro, una traccia che doveva essere lasciata, forse perchè proprio io ne leggessi il messaggio a distanza di anni o forse soltanto perchè la mamma aveva bisogno di dire quelle parole a se stessa nell'unica maniera in cui la sua inflessibilità interiore le consentiva.
Se ne comprende meglio il contenuto se si pensa che la mamma (le fonti di ciò sono alcune mie zie) in pubblico non manifestava un eccedente amore nei miei confronti. Poche coccole, poche volte prendermi in braccio e tenermi così. Forse perchè non voleva in alcun modo che preferiva me a mio fratello che era stato sfortunato e che non era nato sano.
Dovette essere quello, la scoperta della malattia di mio fratello, un grande trauma che i miei genitori cercarono di fronteggiare al meglio delle loro risorse e delle loro conoscenze.
Dopo due anni circa, arrivai io: per i miei dovette essere una festa la mia nascita, quando si resero conto che ero passato dalle strettoie del parto senza inconvenienti.
Il principio che papà e mamma adottarono (questa fu una delle poche cose che appresi direttamente dalla mamma, pochi mesi prima della sua dipartita), era quello dell'assoluta eguaglianza di comportamenti nei confronti miei e di mio fratello.
E lei con me, temendo di eccedere e di infrangere questo principio, non si abbandonava mai ed evitava le effusioni: soprattutto in pubblico, mentre in privato, quasi furtivamente ci si abbandova per brevi momenti (secondo un'altra testimonianza che mi è stata trasmessa).

Questo biglietto, fortunosamente trovato, testimonia quanto invece lei sia stata lieta e fiera della mia nascita e che sia andata alla ricerca di ponti verbali per celebrare una nuova vita che era nata il 9 agosto 1949 con il suo carico di speranze: una radiosa aurora dopo la sofferenza e nella sofferenza.
Ma la bellezza interiore di papà e mamma fu comunque quella di essere riusciti sempre, momento per momento, la mala sorte in gioia e in celebrazione del trionfo della vita e della speranza, sfuggendo alla tentazione del farsi vittima, del cadere nel gorgo del pessimismo e della rinuncia alla lotta testarda per una costante ridefinizione dei termini.

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24 agosto 2017 4 24 /08 /agosto /2017 09:42
La Panchina privata e i due viandanti-lettori

Una panchina viene proclamata, a chiare lettere blu, come "proprietà privata"...
Ma chi sarà colui che ne rivendica la proprietà a chiare lettere blu?
A meno che non sia la panchina stessa a rivendicare la proprietà di se stessa, affermando così con forza la propria mission che è quella di accogliere su di sè chiunque voglia sedercisi...
Un giorno, due - dopo aver a lungo vagabondato lungo i viali della villa, all'alba deserti - hanno scelto proprio quella "panchina privata" per sedercisi. Sembravano dei viaggiatori, piuttosto che degli abitanti della posto: entrambi portavano sulle spalle un piccolo zaino e, anche se ciò potrebbe non significare nulla, sì, avevano un aspetto da stranieri. Una coppia.
Molto meticolosamente hanno sistemato sulla panca di pietra un asciugamo ripiegato con il quale hanno parzialmente ricoperto la scritta e, e quindi, si sono seduti comodi, con gli zaini ai loro piedi, ma vicini stretti, esprimendo in ciò confortevolezza come due piselli nella culla avvolgente del loro baccello. Si sono seduti volgendo le spalle al sole che lanciava sugli alberi e gli arbusti e sull'erbetta verde i suoi primi raggi obliqui. Dopo aver rovistato nei rispettivi zaini, hanno tirato fuori dei libricini (misteriosi ed alchemici, mi verrebbe da dire) e hanno cominciato a leggere assorti, tenendosi sempre accosti, ma nello stesso separati nel silenzio della lettura.
Li ho lasciati, così, assorti in quella lettura condivisa.
E ho proseguito il mio cammino, come sempre calato nell'identità di passer-by che avvista e osserva, ma che poi si lascia alle spalle cose, eventi e relazioni perchè il mondo deve continuare a svolgersi sotto i suoi piedi.
Ma l'immagine dei due seduti su quella panchina a leggere tranquilli gomito a gomito è tornata a visitarmi più volte.
Perchè hanno scelto proprio quella panchina "privata" - mi sono chiesto?
Ma forse, proprio per via della scritta: in fondo, non abbiamo considerato una terza ipotesi a proprosito delle funzioni della panchina: se la panchina è un luogo pubblico, adibito alla sosta e alla condivisione, è nello stesso tempo uno spazio privato, in cui chi ci si siede si colloca in una dimensione atemporale - del tutto sua - dalla quale può osservare ciò che accade al mondo che fugge in avanti - o che resta indietro - e privato, una sua (o loro) bolla privata in cui si può fare tutto ciò che ci piace o semplicemente stare senza fare, solo andando verso se stessi.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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