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15 settembre 2023 5 15 /09 /settembre /2023 19:05

nevièra s. f. [der. di neve]. – Grotta o cantina destinata in passato a deposito della neve che si raccoglieva nell’inverno e si adoperava nella stagione calda per raffreddare cibi e bevande.

treccani.it

Una neviera etnea (una scoperta casuale)

Nella foto che ho scattato nel 2017, mentre mi accingevo a lasciare la postazione fotografica al posto di ristoro della 100 km del Vulcano, sito a Piano dei Grilli (Bronte), si vede quel che resta di una neviera etnea.
Ed è stato un avvistamento davvero singolare ed emozionante.
Una di quelle cose che si scoprono per caso, da turisti non canonici, per via di un'improvvisa e non pianificata serendipity.
Ho notato questa formazione, ho parcheggiato l'auto e mi sono avvicinato (la curiosità è fattore determinante di qualsiasi cosa su cui il Caso porta ad imbatterci) e nei pressi della staccianata parzialmente danneggiata che metteva in sicurezza l'intera area, ho letto una nota esplicativa piazzata su di un cartello e parzialmente scolorita dal sole.
Ho così appreso che ciò che vedevo (ed ammiravo) era quel che restava di un'antica neviera che era riuscita ad attraversare il tempo sino a me.


Da questo tipo di dispositivo i nostri antenati ricavavano il ghiaccio per fare deliziosi sorbetti oppure per tenere in freddo i cibi d'estate.
Naturalmente questo ghiaccio ottenuto dalla neve era un lusso solo per pochi...
In sostanza, si depositava la neve nella cavità ombreggiata da una volta (che in questo sito è crollata in tempi recenti) e, quindi, dopo aver creato uno strato di neve di un certo spessore, vi si stendeva sopra uno strato di paglia e quindi di nuovo neve; poi ancora paglia. E così via.
La paglia serviva alla coibentazione termica, sicché il freddo della neve non si disperdeva.
La pressione degli strati soprastanti, invece, consentiva la trasformazione della neve in ghiaccio: insomma, un metodo derivante dall’attenta osservazione osservazione di quanto accade in natura ed affinata dall’esperienza tramandata da una generazione all’altra attraverso il fare.

Questa grotta della neve è ubicata a Piano dei Grilli, sull'Etna, sopra Bronte, a circa 1100 metri di altitudine e, aggiungo qui, dalle fonti che ho consultato, riulta essere la neviera più grande dell'intero territorio etneo. 
Mentre ammiravo la conformazione della neviera sono stato colpito da un intenso brulichio sul terreno rossastro ed ecco che ai miei piedi ho visto l'imboccatura d'un formicaio dal quale sciamavano enormi formiche, alacri ed indaffarate ad accumulare riserve per i mesi di grama.

La foto sopra é di Maurizio Crispi (2017)

(da wikipedia) La ghiacciaia o neviera è un locale o manufatto in cui si immagazzinava in un luogo freddo la neve pressata o il ghiaccio durante l'inverno, per poterne disporre durante le altre stagioni. Il ghiaccio poteva essere ricavato e tagliato quando le acque (ad esempio di un fiume) venivano deviate e trasformate in ghiaccio durante l'inverno, attraverso l'azione della temperatura ambientale sotto 0°C, per poi essere immagazzinato e prelevato successivamente al momento del bisogno. Un'altra tecnica (neviera) consisteva nel raccogliere e immagazzinare neve pressata durante l'inverno, che - nel processo - si trasformava in ghiaccio. Questo sistema è stato usato con diverse tipologie in varie parti del mondo.

La ghiacciaia è sia l'ambiente in cui veniva prodotto e/o immagazzinato il ghiaccio, sia quell'armadio con intercapedine isolante rifornito di ghiaccio, che - in ambito prevalentemente domestico - assolveva alla funzione che in seguito avrebbe assunto il frigorifero.

Con l'invenzione dei sistemi refrigeranti che portarono al diffondersi delle fabbriche del ghiaccio la ghiacciaie così come il commercio del ghiaccio naturale persero la loro economicità.

Il termine viene talora utilizzato impropriamente come sinonimo di congelatore o freezer.

Storia. La prima traccia storica dell'utilizzo di una ghiacciaia si ha dai tempi degli antichi Sumeri, descritta nella Tavoletta di Zimri-Lim, re di Mari, concernente la costruzione di una ghiacciaia a Terqa nel 1780 a.C. circa. Nell'antichità fino all'era moderna l'uso del ghiaccio era comunque un uso di lusso, per lo più per raffreddare le bevande dei signori. Nelle terme romane più facoltose veniva usato nel frigidarium.

Nathaniel Jarvis Wyeth brevettò nel 1825 un aratro da ghiaccio (ice plough) trainato da cavalli che rese più facile ed economico l'estrazione nei laghi degli Stati Uniti e diede un ulteriore impulso all'industria di esportazione mondiale del ghiaccio che declinò dopo il 1930, con l'avvento del frigorifero domestico meccanico. I primi frigoriferi domestici del 1800, infatti, erano in realtà armadi con intercapedine isolante che venivano riempiti regolarmente con un blocco di ghiaccio proveniente da ghiacciaie. Grazie alla meccanizzazione e la concorrenza del mercato, il costo del ghiaccio commerciale scese e divenne accessibile anche alle fasce meno abbienti della società. In un certo senso, la diffusione e il successo di massa del primo frigorifero a ghiaccio (ghiacciaia) dette impulso all'invenzione del frigorifero meccanico.

Le neviere in Sicilia.  L'uso della neve in Sicilia è certamente abbastanza antico. Gli arcivescovi di Monreale, Palermo e Catania, godevano del privilegio sicuramente medievale di conservare e vendere la neve conservata sui monti delle rispettive diocesi. A partire dal XVI secolo, quando il ghiaccio non venne più utilizzato per esclusivo uso medico, si incrementa la richiesta di ghiaccio naturale e il suo commercio. L'uso di scavare fosse sulle montagne (i nivieri) nelle quali la neve era accumulata e conservata, può benissimo collegarsi alle pratiche e metodologie del mondo antico greco-romano. Le neviere più grandi si trovavano sulle Madonie e sul monte Etna, dove era più facile mantenere bassa la temperatura. 
Sono documentate neviere sui Peloritani e sui Nebrodi con articolate strutture per l'immagazzinamento e il rifornimento delle località sulle coste. Ma anche sui monti Iblei nei dintorni di Buccheri, Buscemi e Palazzolo Acreide.

Se fino al XV secolo la neve veniva utilizzata quasi esclusivamente per uso medico, successivamente venne richiesta per raffreddare il vino e per confezionare sorbetti o gelati.

Le neviere siciliane avevano varie forme:

a grotta
a cupola
a dammuso
in genere l'ingresso per l'estrazione della neve era rivolto a nord e la neve veniva caricata dall'alto.
Vi era un commercio della neve che interessava i vari comuni della Sicilia e che poteva giungere persino a Malta.
Il trasporto avveniva di notte a dorso di muli.

 

La neviera di di Piano Grilli (Bronte). Foto tratta dal web

La neviera di di Piano Grilli (Bronte). Foto tratta dal web

Vi sono diversi cartelli (anche se sbiaditi) che ci indicano la strada per raggiungere la Grotta della Neve. Nelle vicinanze della grotta bisogna lasciare il sentiero principale per qualche centinaio di metri. Arrivati alla grotta (recintata) possiamo vedere la profondità e immaginare come una volta si conservava la neve in questi luoghi. Oggi, dalla volta costruita in pietra lavica resta solo un arco, ed è questo che dà alla grotta quel tocco di fiabesco.

siciliadagiocare

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1 settembre 2023 5 01 /09 /settembre /2023 06:20
La mitica buccia di banana (foto di Maurizio Crispi)

La mitica buccia di banana (foto di Maurizio Crispi)

Quella che vedete nella foto è la classica "buccia di banana", abbandonata per strada…
La buccia di banana è rinomata (un classico topos delle gag e storielle comiche nel cinema e nei fumetti) perché l'incauto che vi mette sopra il piede, mentre cammina, irrimediabilmente scivola rovinosamente a terra, facendosi anche mooolto, molto male, anche se per chi guarda l'evento dall'esterno lo scivolone ha qualcosa di intrinsecamente comico e che strappa la risata o un sorriso divertito. 
Sarebbe del resto lo stesso se si mettesse il piede su di una cacca di cane (lasciata esposta dal proprietario di un cane cittadino) particolarmente molle e ancora non rinsecchita dal sole.
Tutto questo è ovviamente riferito alle città, non certamente alle campagna dove è lecito (ed è possibile) trovare roba scivolosa sui sentieri che si percorrono.
Ma là non succede nulla. Sarà probabilmente, nelle città, a provocare i summenzionati incidenti, la combinazione dell'oggetto molle e scivoloso e il suo giacere su una superficie dura che non offre aderenza di sorta (come è appunto il caso dei marciapiedi rivestiti di cemento o di altri materiali)

Tuttavia oltre alla buccia "reale" nella quale ci possiamo sfortunatamente imbattere, ritengo che la buccia di banana abbandonata per terra abbia anche una sua valenza metafisica.
Ognuno ha - in fondo - la "sua" buccia di banana sulla quale prende prima o poi grandi scivoloni…
Quale sarà la mia?
Quale la vostra?

 

Il lapsus freudiano si può spiegare ricorrendo alla metafora dello scivolone sulla buccia di banana.

(Treccani.it) Per affrontare adeguatamente il lapsus forse ci può essere di aiuto la metafora dello “scivolone”, uno degli altri significati espressi dal termine latino. In genere lo scivolone è un evento con delle cause banali e degli effetti per lo più insignificanti (come il classico scivolone su una buccia di banana), che generalmente non richiede altro intervento al di fuori di un sorriso, ma che talvolta può indicarci, se accompagnato da altri segni, la presenza di una sottostante disfunzione (pensiamo all’esordio di una patologia neuro-muscolare), diventando quindi meritevole di un approfondimento.


 

Per questo motivo dire che "uno ha preso uno scivolone su di una buccia di banana" è anche un'espressione metaforica per dichiarare il fallimento di una costruzione di pensiero o di un'impresa ben congegnata per un nonnulla, come è appunto una buccia di banana.
Questa della foto, per fortuna, era stata misericordiosamente posta in alto.
Ma chi è davvero sfigato sarebbe capace di prendersi uno scivolone anche quando la buccia di banana - come in questo caso - viene messa in sicurezza...

La fisica dello scivolamento su una buccia di banana è stata studiata dagli scienziati giapponesi Kiyoshi Mabuchi, Kensei Tanaka, Daichi Uchijima e Rina Sakai.
 Questi hanno misurato il coefficiente di attrito radente (μr) tra la buccia di una banana Cavendish e un pavimento in linoleum, che risulta essere di 0,07. Inoltre, è stato calcolato che l'angolo del passo, di solito di circa 15°, per non scivolare su una buccia deve essere ridotto a 3,8°. Per questa ricerca, gli scienziati giapponesi hanno ottenuto il Premio Ig Nobel per la fisica nel 2014.
Dal punto di vista biologico, gli stessi ricercatori giapponesi hanno scoperto che sulla superficie interna della buccia di banana sono presenti dei piccoli follicoli che se schiacciati sono in grado di rilasciare un gel lubrificante composto da polisaccaridi e proteine[1], che provoca la scivolosità della buccia di banana.

imprevisto di più o meno grave entità, che provoca un danno, una perdita: il ministro è scivolato sulla buccia di banana di uno scandalo.

Dizionario De Mauro

Quando New York aveva un grave problema di bucce di banana
E da lì viene il cliché dello scivolone.

New york e bucce di banana (foto d'epoca)

(Enrico Pitzianti, pubblicato il 05/08/2019) Avete presente la scenetta di qualcuno che scivola su una buccia di banana? È un cliché così diffuso che lo diamo per scontato, come se fosse sempre esistito, perché è tanto datato da sembrare quasi ovvio - ma al contempo privo di fondamento: chi mai scivola sulle bucce di banana nella realtà? Ovviamente nessuno.

Eppure in passato succedeva eccome. Sembra strano pensarci oggi, ma in una città come New York le bucce di banana furono un problema enorme, così grosso che il sindaco dell'epoca, Theodore Roosevelt (sì, proprio lui) dovette intervenire dichiarando "guerra alle bucce di banana". Disse proprio una frase del genere.

Per avere un'idea di quanto grande fosse il problema basta guardare un articolo che uscì alla fine dell'ottocento proprio in un importante giornale newyorkese, era intitolato: “Banana Peel Causes Death”, cioè le bucce di banana causano la morte.

Come mai tanta attenzione alle bucce di banana? Le cause erano molte: l'immondizia si buttava in strada, e non perché poi qualcuno sarebbe passato a raccoglierla (cosa che capitava molto raramente) ma proprio perché la strada funzionava da discarica. Erano altri tempi, è passato più di un secolo, ma la mentalità era così diversa, così ingenua, ignorante e disattenta alle conseguenze ambientali dell'azione umana (vi ricorda qualcosa?) che oggi appare quasi irreale.

Per leggere tutto l'articolo segui il link sotto

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29 agosto 2023 2 29 /08 /agosto /2023 06:33
Notte incombente (foto di Maurizio Crispi)

Il vento soffia lieve e fresco
nel giorno che si spegne
Le ultime retroguardie
delle centurie di nubi
che si sono inseguite
nelle ore di luce
senza mai soffermarsi
indugiano ancora
tinte di rosa sui bordi

 

Un cane in solitudine abbaia 
ossessivo la sua desolazione
e c'è anche un gatto che s’inarca di schiena
drizzando il pelo
e allargando le fauci 
da piccolo predatore
mentre fischia minaccioso

 

Si avvia alla sua conclusione
il terzultimo giorno d’agosto
Siamo sempre qua,
mentre le luci notturne 
prendono a pulsare

 

Attendiamo 
pieni di meraviglia
l’avvento della luna rosso-sangue

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2 maggio 2023 2 02 /05 /maggio /2023 06:12
La bici incartata del venditore di frutta e verdura

La bici incartata del venditore di frutta e verdura

(30 aprile 2010) C'è da chiedersi cosa faccia il proprietario della bici quando decide di usarla.
La scarta meticolosamente per non rovinare l'involucro (da riutilizzare in futuro), oppure la usa così com'è con tanto di copertina?
In ogni caso, è sicuramente uno che ci tiene davvero tanto alla sua bici e che intende preservarla dalle ingiurie del tempo e proteggerla dalle intemperie, dalla ruggine, dalla corrosione, dal decadimento.
Non mi ricordo dove sia accaduto: un'artista moderno realizzò un'installazione (così si dice adesso) che prevedeva che interi edifici venissero incartati in enormi involucri di carta (o tela o plastica) bianca.
Sarei contento se qualcuno che si ricorda meglio mi dicesse di più di questa cosa.
Se la bici fosse stata disposta in questo modo da un'artista e collocata all'interno di una galleria d'arte oppure in altro luogo esposto al pubblico (con apposita etichettatura), come installazione, appunto, molti avrebbero parlato di opera d'arte.
Come nel caso della famosa (e dissacrante) "merda d'artista". La merda è merda, però se è un "artista" (ma solo perchè dichiarato tale) a prendere la sua merda e a inscatolarla, allora diventa "merda d'artista" e, in un modo oppure nell'altro, potrà destare l'interesse dei critici e dei galleristi.
E qui dovremmo andare a leggere attentamente le considerazioni che Mario Vargas Llosa dedica alla "cosiddetta" arte moderna in una serie di saggi raccolti nel volume "La Civiltà dello Spettacolo" (Einaudi, 2013).

Ma siccome quella incartata è la bici del rivenditore di frutta e verdura nessuno vede la cosa in questi termini.
Eppure, dove sta la differenza?
Per essere coerenti (e se fossimo coraggiosi intellettualmente) dovremmo dire pane al pane e vino al vino e affermare che il nostro ortolano, senza saperlo, è un grande artista spontaneo…

Nel suo piccolo un redivivo di quell'artista da me citato, di cui non ricordo il nome.

 

Una mia amica con cui sono in contatto attraverso Facebook ha così chiosato le mie considerazioni, aggiungendo alcune preziose informazione che mi hanno illuminato sull'artista di cui non ricordavo il nome, da me citato.

 

Il monumento di piazza del duomo a Milano impacchettato da Cristo

"Per quanto riguarda l'artista probabilmente ti riferisci al bulgaro Christo Vladimirov Javacheff, che nel suo percorso artistico iniziò a "impacchettare" oggetti comuni della vita quotidiana, realizzando anche progetti sempre più impegnativi e ambiziosi, sia all'interno delle città, sia in vasti ambienti naturali secondo i principi della LAND ART.
Ha impacchettato luoghi e edifici di grandi dimensioni con chilometri di teli di plastica, ed anche a Milano, dove ha realizzato il celebre impacchettamento del monumento della piazza del Duomo.
Non si può dimenticare poi quando a Surrounded Island nel 1981, "impacchettò" con una cintura di polipropilene fucsia delle isole a largo di Miami in Florida e gli alberi lungo le Champs Elysées a Parigi nel 1987, e nel 1995 il Reichstag di Berlino che venne impacchettato con un tessuto argentato.
Preciso anche che questo grande artista ha sempre realizzato le sue opere con la collaborazione insostituibile della sua compagna Jeanne-Claude Denat de Guillebon che purtroppo morì improvvisamente lo scorso anno".

Mario Vargas Llosa, La Civiltà dello Spettacolo, Einaudi, 2013

La banalizzazione dell'arte e della letteratura, il successo del giornalismo scandalistico e la frivolezza della politica sono i sintomi di un male maggiore che ha colpito la società contemporanea: l'idea temeraria di convertire in bene supremo la nostra naturale propensione al divertimento. In passato, la cultura era stata una specie di coscienza che impediva di ignorare la realtà. Ora, invece, agisce come meccanismo di intrattenimento, persino di distrazione. Inoltre, gli intellettuali sono scomparsi e anche se alcuni di loro firmano sporadici manifesti e prendono posizione su eventi e persone di fatto non esiste più un vero e proprio dibattito. Il Premio Nobel per la Letteratura, in questa durissima radiografia del nostro tempo, riflette sulla metamorfosi che la cultura ha subito in questi anni, nell'inquietante remissività generale, e invita gli scrittori "a coniugare la comunicazione col rigore, l'originalità e l'impegno creativo, per costruire nuove forme d'arte" e poter salvare, cosi, la cultura.

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21 aprile 2023 5 21 /04 /aprile /2023 18:22
Palermo, Foro Italico Umberto I - I contrappesi-bilancieri del Nautoscopio. In fondo, Capo Zafferano che, nella distanza, appare come un'isola

Palermo, Foro Italico Umberto I - I contrappesi-bilancieri del Nautoscopio. In fondo, Capo Zafferano che, nella distanza, appare come un'isola

(Agosto 2010) Quand'ero piccolo pensavo che Monte Catalfano fosse un enorme capodoglio che riposava in emersione, al largo (come ero convinto, incrollabilmente, che Monte Cuccio, fosse un antico vulcano estinto) 

 

E, del resto, gli antichi naviganti narravano storie di isole galleggianti, gigantesche, vicino alle quali si mettevano alla fonda, per poi scoprire che si trattava di pesci di immani proporzioni, al momento dormienti I guai avrebbero potuto arrivare, quando si fossero svegliati e avessero deciso di immergersi nel blu, in acque profonde, trascinando con sé nave e marinai…

 

Uno dei viaggi meravigliosi di Sindbad il marinaio che mio padre mi leggeva quando, piccino, a letto aspettavo che giungesse il sonno, narrava proprio di questa leggenda. In particolare la prima delle esotiche ed affascinanti avventure di Sindbad.

 

Dopo aver dissipate le ricchezze lasciategli dal padre, Sindbad inizia ad andar per mare per recuperare la propria fortuna. Scende a terra su quella che egli ritiene essere un’isola, ma questa si rivela un pesce gigante (o balena-isola) su cui degli alberi hanno addirittura messo radici. Il pesce si immerge negli abissi e la nave riparte senza Sinbad, che si salva la vita solo grazie ad un barile che passa per caso nelle sue vicinanze, inviato per grazia di Allah. Sospinto a terra su un’isola, il re di questa lo prende sotto la sua protezione e lo nomina capitano del porto. Un bel giorno la nave di Sinbad arriva proprio in quel porto ed egli reclama i suoi beni, ancora nella stiva della nave. 
Il re dell’isola gli conferisce preziosi regali e Sinbad fa ritorno a Baghdad, dove riprende una vita di lussi e piaceri. 

Ed ecco che mi sovviene una frase di Hugo Pratt, grande cultura dell'avventura e dello scorribande in terre meravigliose e lontane con le sue tavole disegnate:

"...all'orizzonte di quell'oceano ci sarebbe stata sempre un'altra isola per ripararsi durante un tifone, o per riposarsi e amare. Quell'orizzonte aperto sarebbe stato sempre lì, un invito ad andare." (Hugo Pratt)

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27 marzo 2023 1 27 /03 /marzo /2023 19:25
L'uomo aggritta (foto di Maurizio Crispi)

L'altro giorno, ho sostato per circa un'ora,

seduto su una delle panchine di piazza Ranchibile
di recente allogamento (e lievemente basculante
non so se a bella posta o per difetto)

Era pomeriggio
La piazza era illuminata in pieno dai raggi di sole
che volgeva al tramonto,

anche se parte di essa risultava ombreggiata

con ombre che si facevano via via più lunghe

Soffiava il vento, a raffiche,

che spostava cartacce e contenitori di plastica vuoti

I piccioni becchettavano a terra,

restii ad alzarsi in volo, 

forse per via del vento

oppure per approfittare dell'ultimo sole per scaldarsi

Tubavano a tratti

 

C’era un tipo fermo nei pressi di una panchina,
ad una ventina di metri da me
All’inizio ho pensato che fosse lì
in attesa di qualcuno
o semplicemente a guardare i piccioni

 

Ma è rimasto in piedi,
a lungo,
facendo minimi spostamenti, 
bilanciandosi sulle due gambe
oppure poggiando un piede 
sulla seduta della panchina che gli era vicino

 

Io dalla mia panchina 
potevo osservarlo

 

L'uomo ogni tanto si girava,
si guardava attorno
Avevo l’impressione che parlasse tra sé e sé
ma non coglievo traccia di telefono o auricolari
Ogni tanto sputava anche
(strano!)
E in controluce, come mi trovavo,
potevo vedere la traiettoria 
del getto di saliva
che si arcuava verso terra

 

Sono stato lì seduto
per quasi un’ora
e il tipo non si è mosso
da quel metro quadrato che occupava
stando in piedi
quasi che quello spazio
fosse la sua querencia

 

Quando sono andato via
l’ho lasciato lì

Ho immaginato che sarebbe rimasto lì
anche dopo il calare del sole

 

 

 

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27 luglio 2022 3 27 /07 /luglio /2022 10:20
Fiori di panchina (foto di Maurizio Crispi)

Ho visto un bus con tutti i finestrini oscurati

da affissioni pubblicitarie

e i passeggeri all'interno erano

come inscatolati dentro una cassa da morto

con le mascherine indosso

Erano lasciati liberi, per poter guardare fuori

soltanto dei minuscoli rettangoli

che hanno evocato in me le finestrelle

dei carri bestiame usati per trasportare i deportati

verso i campi di concentramento

E, dunque, questo bus pubblicitario

tanto simile anche adun minaccioso bunker semovente

mi ha fatto raccapricciare

Perchè privare i passeggeri, in viaggio,

della possibilità di guardare fuori?

 

Ho visto una che passeggiava

in una mano, stringeva lo smart phone,

quasi fosse il suo più èprezioso bene,

intenta a chiacchierare di inezie/facezie

- cose inutili -

con un interlocutore lontano

Nell'altra reggeva il guinzaglio del cane

al quale però non dedicava la benchè minima attenzione,

e nemmeno uno sguardo,

ma - nello stesso tempo - stringeva con forza

anche lo svapatore

(non si sa mai, occorre sempre poter alimentare

la propria dipendenza tabagica)

stringendolo con la forza con cui si tiene la presa

su uno strumento salvifico

 

Ho visto guidatori di monopattino sfrecciare

silenziosi per le strade

i leggeri vestiti estivi fluttuanti nel vento,

come piccole vele schioccanti,

i corpi atteggiati in posture diverse

alcuni con il corpo tutto proteso in avanti,

altri invece buttati all'indietro

alcuni con la testa incassata nelle spalle,

altri invece quasi restii a farla camminare

assieme al resto del corpo

E poi, i piedi: alcuni li tengono uniti, e paralleli,

altri invece si dispongono con i talloni uniti e le punte divaricate

Altri con un piede innanzi e uno indietro, in asse

Altri ancora con un piede avanti deciso e l'altro indietro,

ma elegantemente poggiato per la punta,

quasi fossero in procinto di piegarsi in una riverenza

E poi ho visto gli sciagurati

che cavalcano il manopattino in due

oppure trasportando i sacchetti della spesa

e altre sporte appese al manubrio,

quasi che i poveri monopattini

fossero delle bestie da soma

E ho visto anche i pacchioni andare sul monopattino

ma loro non riescono a raggiungere elevate velocità

e rimangono piantati per terra

come grosse palle semoventi

Il loro è più che altro un desiderio pio di movimento elettrico

 

Ho visto altri incedere con le giapponesine ai piedi

o anche "tappine", se così vogliamo dire,

(dunque erano tappinari e tappinare)

e sono calzature che determinano sempre

un'andatura indolente e strascicata,

perchè altrimenti scappano dai piedi

e, nel caldo umido del primo mattino,

si sente il suono ritmico delle suole

che sbattono sul tallone, ad ogni passo

 

Flip-flop

Flip-flop

Flip-flop

Squish

Flip-squish-flop-squish

 

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11 luglio 2022 1 11 /07 /luglio /2022 07:54
Alba e isole lontane (foto di Maurizio Crispi)

E' un'alba con nuvole flottanti nel cielo,
mentre il disco rosso del sole
si leva dalla sua casa d’acqua
Le nuvole cotonose trascolorano,
passando dal grigio, al rosato, all'arancione vivo
per poi tornare bianchiccie

 

E si vede il profilo delle isole lontane
isole mai trovate,
isole mai visitate,
che fanno gonfiare il cuore di nostalgia

 

L’aria è fresca,
Le rondinelle intrecciano voli,
I colombacci tubano,
E c'è anche una musica vivace
che pulsa nelle mie orecchie

 

Vivide chiazze di sole
disegnano un fine merletto sul muro

 

I resti della colazione
e delle letture mattutine
giacciono affastellati davanti a me
Sì, l’aria è ancora fresca
e soffia una brezza benefica,
ma la pioggia annunciata dai meteobilli
non è arrivata
Peccato!

 

In compenso, i fichi sono in via di maturazione
e i fiori di cactus si schiudono
in ordine sparso

 

Il primo giorno di una nuova era
dopo lo strappo

 

Boh, tre volte boh!

 

Isole lontane e mai trovate (foto di Maurizio Crispi)

 

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21 giugno 2022 2 21 /06 /giugno /2022 09:23
La scultura in terracotta è di Pietro Gianelli

Ho visto una camminare per via Lincoln
in un giorno d'estate

 

Portava uno zainetto sulle spalle

 

Indossava un leggero vestitino estivo
stampato a fiori
con il gonnellino un po' scampanato

 

Aveva cosce poderose e sode come prosciutti,
polpacci delle dimensioni d'un birillo da bowling,
caviglie colonnari
e, ai piedi, dei leziosi sandaletti

 

Bianco-lattea di carnagione era

 

Io andavo in bici e quando l'ho superata
ho visto che Indossava una mascherina di comunità,
anch'essa stampata con una fantasia di fiori
Faceva pendant con il vestitino estivo
(anche se, all'aria aperta, oramai,
la mascherina uno se la potrebbe risparmiare)

 

Una donna boteriana, se vogliamo,
che, uscita dritta dritta da un quadro, portava a spasso
un'immagine di sé orgogliosa,
e che, malgrado la pesantezza della sue membra,
si muoveva nel mondo lieve e soave,
per quanto con una leggiadrìa,
condita da una robusta dose di auto-assertività

 

Ho apprezzato questo modo di essere
poiche possedeva una sua intrinseca eleganza
di cui era fiera

Mi sento contenta per lei
e per tutti i pacchion* del mondo

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17 giugno 2022 5 17 /06 /giugno /2022 17:14
La panchina irriverente (foto di Maurizio Crispi)

In via Principe di Paternó, lungo il marciapiedi opposto all’ingresso dell’Istituto superiore Camillo Finocchiaro Aprile, ho adocchiato una panchina in pietra (che è quella dell'immagine che correda il post)
Mi ha subito ispirato un titolo che è “Panchina irriverente”, ovvero di panchina dedita al turpiloquio.
Dopo questa fulminea transizione dall'avvistamento della panchina  in questione al titolo che, con immediatezza, mi è balzato in testa, sono passato all'esecuzione della foto, per mettere nel mio carniere di fotografo di panchine anche questa gustosa immagine
Come si può osservare nella foto, appare evidente - sul lato lungo del bordo della seduta - una scritta che fa "Cocca ti piace la" in la frase sbilenca e tronca è seguita da un rozzo disegno, poco più che una macchia di vernice
Si tratta dunque di una "scrittura esposta", composta da un ignoto writer, ma non di un writer di quelli che possiedono una tecnica, ma dalla mano di uno che non possiede nè il mestiere né l'arte: infatti, l'ignoto e imperfetto writer ha composto una scrittura abborracciata e, soprattutto, senza prendere preventivamente le misure
Infatti, appare evidente che, quando stava per concludere la sua frase sconcia, gli è mancato lo spazio, sicchè invece della parola che, secondo logica avrebbe dovuto seguire, ha inserito una grossolana icona che i più fantasiosi potranno decrittare con una certa facilità.
Mi fermo qua, lasciando l’ermeneutica ai lettori di questa nota

Possiamo ben dire che questo esemplare di panchina rientri nelle categoria delle panchine scritte e disegnate di cui ho scritto altrove, ma anche delle panchine come veicolo di messaggi

Sulla natura del messaggio e sul suo possibile destinatario si potrebbero comporre delle narrazioni, ovviamente
"Cocca" sarà una presenza femminile ben definita? Il messaggio è indirizzato specificata ad una sola persona, oppure è semplicemente generico, fatto soltanto per colpire chi dovesse "avvistarlo"
Non siamo nella testa del writer, ovviamente.
Ma credo che questa panchina con il suo messaggio irriverente possa dare luogo ad illazioni e a possibili narrazioni

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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