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“Gente senza storia” (titolo originale “Ordinary People”, nella traduzione di Masolino D’Amico, originariamente pubblicato da Mondadori nella collana "Scrittori Italiani e Stranieri", nel 1976) di Judith Guest è il romanzo da cui è stato tratto nel 1980 il film omonimo in lingua originale, noto in Italia con il titolo “Gente comune”, più in linea con il titolo in lingua originale, di quanto non fosse invece il titolo del romanzo in traduzione. E’ stato un film premiato on ben quattro premi Oscar che ha visto l’esordio alla regia di Robert Redford. Una grande film che nella sua costruzione captava l’attenzione e colpiva al cuore gli spettatori con la vicenda tormentata del giovane Conrad, appartenente ad una “comune” famiglia dell’Illinois.
Il film è riuscito a riprendere alla lettera e nello spirito il romanzo di Judith Guest (pur con alcune differenze che verranno analizzate più avanti) con una narrazione pluricentrica che si sposta soprattutto tra i tre comprimari principali che sono i due genitori di Conrad, lo stesso Conrad, a cui si aggiunge lo psicoterapeuta Berger e naturalmente, in assenza, il fratello maggiore, morto in uu incidente a cui Conrad è sopravvissuto.
Come in tutte le famiglie in cui avvengono eventi drammatici sia i genitori, sia Conrad vivono tormentati. La madre cerca di rifugiarsi in una pseudo-normalità, il padre prova a barcamenarsi, Conrad soffre (ma di cosa? Lo scopriremo solo leggendo il libro, anche se chi ha visto il film sa quali sono i modi in cui si procede verso la catarsi finale). La cifra fondante di tutta la vicenda è che i tre non si parlano e, soprattutto, non elaborano l’evento che è troppo grande e troppo per potere essere elaborato senza un aiuto specifico. O meglio, mentre la comunicazione tra Conrad e la madre è puramente formale e superficiale, perché la prima vuole in ogni modo tenersi fuori dalla sofferenza scaturente da un autentico confronto, tra il padre e Conrad vi è - nell'evolversi della vicenda - un accenno timido di apertura e di confronto, anche se sempre ad anni luce di distanza dalla realizzazione di quello che potrebbe essere un taumaturgico abbraccio mentale, se non addirittura fisico (gli Statunitensi di origine anglosassone hanno una forte fobia nei confronti dei gesti di intimità fisica).
Si rifugiano dunque – soprattutto la madre – in una condizione di vita in cui si riprendono a fare le cose di prima. Ma l’impossibilità di parlare e di confidarsi crea un vuoto interiore via via più grande.
Conrad, il sopravvissuto, tenta il suicidio in modo grave e cruento e viene ricoverato per molti mesi in una clinica per riprendersi.
All’uscita dalla clinica, Conrad cerca di tornare alla normalità, cioè alla scuola, allo sport, alla musica, al canto, ma c’è qualcosa che continua a non funzionare: il vuoto interiore e il senso di colpa non risolto continuano ad operare striscianti dentro di lui, impedendogli di avere una vita di relazione con i coetanei e spingendolo a rinunciare alla competitività – per esempio, pur essendo molto dotato nel nuoto, abbandona gli allenamenti..
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Tutto questo – nella narrazione – lo apprendiamo per gradi attraverso flashback ricorrenti: il motivo della disgrazia, le sue dinamiche, i rapporti con il fratello deceduto, la natura dei rapporti familiari, rimangono parzialmente non detti e li andiamo scoprendo a poco a poco, attraverso il filo conduttore degli incontri con Bergen, lo psicoterapeuta, a cui Conrad viene indirizzato dopo il suo ricovero, sino alla catarsi finali e alla presa di consapevolezza, catalizzata dall’inaspettato suicidio di una sua coetanea, compagna del lungo ricovero nella clinica dopo il suo tentativo di suicidio.
Il romanzo, forse, è più duro del film (che si concentra soprattutto sul faticoso lavoro interiore - con passi avanti, piccole conquiste e crisi improvvise - che Conrad è costretto ad affrontare per uscire dall’impasse), soprattutto nei confronti della madre di Conrad che viene rappresentata come una donna che non riesce a manifestare pienamente né il dolore, né gli affetti e che vorrebbe rifugiarsi in una normalità quotidiana che non c’è più e che sarà impossibile ricostruire identica a com’era prima della tragedia. Soprattutto, poi, la madre Beth è ossessionata dalle apparenze e dall'immagine che la famiglia proietta nel contesto sociale di riferimento. Quindi, come spesso accade quando una famiglia si trova ad affrontare accadimenti drammatici come una morte improvvisa di uno dei suoi componenti (e segnatamente di uno dei figli) per accidenti o disgrazia o anche suicidio, si crea un alone di non detto e di non comunicato che non solo grava sui rapporti sociali, ma - nello stesso tempo - crea una faticosa ed ingombrante zavorra nei rapporti intrafamiliari. Il padre di Conrad è invece quello che si preoccupa e che riflette sulle difficoltà del figlio, comprendendo attraverso un incontro illuminante proprio con il terapeuta del figlio che lui stesso ha dei problemi irrisolti e che dovrà affrontarli per poter superare quel nodo doloroso. La madre di Conrad nel romanzo lascia la partita dei rapporti coniugali per una separazione di cui non si sa se sarà solo temporanea o se diverrà definitiva.
(Sinossi) Il risvolto di copertina della prima edizione italiana di "Gente senza storia" (Mondadori, 1977) presenta il ritorno a casa del diciassettenne Conrad, reduce da un tentativo di suicidio e tormentato dal senso di colpa per la morte del fratello. Il romanzo esplora le dinamiche di una famiglia della media borghesia americana, approfondendo i temi dell'incomunicabilità e del difficile percorso di guarigione del protagonista grazie all'aiuto del dottor Berger.
(L’autrice) Judith Guest, nata nel 1936 nel Michigan, oltre a Oridinary People, ha scritto altri quattro romanzi, alcuni dei quali pubblicati in Italia e un saggio.
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Esistono alcune differenze fondamentali tra il romanzo della Guest e il film di Robert Redford
1. Il modo in cui è costruito il personaggio della la madre di Conrad, Beth. Mentre nel libro viene descritta in modo più sfaccettato e profondo, nel film succede che l'interpretazione magistrale di Mary Tyler Moore rende il personaggio molto più freddo, tagliente e, per larghi tratti, quasi "antagonista" rispetto a Conrad e al marito. Pur essendo una donna rigida e ossessionata dalle apparenze, la narrazione permette al lettore di comprendere (seppur non giustificare) il suo immenso dolore represso e la sua totale incapacità emotiva di gestire il lutto. Nel film, senza l'accesso ai suoi pensieri più intimi, l'ostilità di Beth verso il figlio sopravvissuto Conrad appare più spietata e unidimensionale.
2. Il passato del padre di Calvin e il suo maggiore spessore psicologico. Nel romanzo viene dato ampio spazio al passato di Calvin Jarrett, rivelando che è cresciuto in un orfanotrofio. Questo dettaglio cruciale spiega la sua costante ricerca della "famiglia perfetta" e la sua tendenza a iper-proteggere Conrad per paura di perdere tutto ciò che ha faticosamente costruito. Nel film, invece, il passato da orfano di Calvin (interpretato da Donald Sutherland) viene a malapena menzionato in un dialogo passeggero e senza ulteriori approfondimenti. La sua figura sullo schermo si concentra quasi interamente sul suo ruolo attuale di mediatore emotivo e di uomo intrappolato nel silenzio della moglie.
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3. La struttura narrativa e i punti di vista. Nel libro viene utilizzata una narrazione in terza persona a punti di vista alternati (di tipo policentrico): un capitolo segue la mente di Conrad e quello successivo segue la mente di Calvin. Beth non ha mai un capitolo dal suo punto di vista, accentuando il suo isolamento. Nel film la prospettiva si sposta decisamente su Conrad (Timothy Hutton), così da far diventare la narrazione cinematografica una storia di formazione e guarigione psicologica incentrata sui suoi traumi e sulle sessioni di terapia con il dottor Berger (Judd Hirsch), lasciando che le dinamiche dei genitori emergano solo in funzione del suo percorso.
4. Il ruolo di Jeannine e la sessualità. Nel libro: la sottotrama romantica con la compagna di scuola Jeannine Pratt (Elizabeth McGovern) è molto più sviluppata e include anche una sfera intima e sessuale esplicita nell'ultimo capitolo, simbolo della rinascita vitale e della ritrovata vulnerabilità di Conrad. Nel film, invece, Il rapporto tra Conrad e Jeannine rimane estremamente casto, dolce e idealizzato. Serve più come un "ancoraggio sociale" per mostrare il progressivo reinserimento del ragazzo nel mondo reale piuttosto che un'esplorazione della maturità sessuale.
5. Sottotesti sociali e omofobia interiorizzata. Nel libro Judith Guest inserisce dettagli psicologici duri legati alle dinamiche maschili dell'epoca. Conrad lotta con una forte omofobia interiorizzata, derivata anche da vecchi insulti e provocazioni del fratello defunto Buck, che associava la fragilità emotiva alla mancanza di virilità, mentre nel film questo aspetto viene rimosso. Il film preferisce concentrarsi sul contrasto universale tra la facciata impeccabile della ricca borghesia WASP di Lake Forest (Illinois) e il vuoto emotivo devastante che si consuma tra le mura domestiche.
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