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19 settembre 2014 5 19 /09 /settembre /2014 06:59

Le monete di cioccolato della mia infanzia

(Maurizio Crispi) Una delle cose che, della mia infanzia, ricordo più volentieri  sono i ciondoli di cioccolato rivestiti di carta stagnola colorata con cui si decorava l'albero di Natale e le monete di cioccolato, anche loro rivestite di carta stagnola, dorata o argentata.
Queste ultime erano contenute sovente in un piccolo retino colorato che le faceva diventare una vera e propria "borsa di denari".

Le dimensioni erano diverse e riproducevano in scala (ma sempre in eccesso) le monete in circolazione di quel tempo.
Solitamente, il cioccolato all'interno dell'involucro era al latte.
La carta stagnola (e così pure il cioccolato) portava in rilievo scritte e diciture delle singole monete che venivano riprodotte. Erano in tutto e per tutto una riproduzione fedele, non c'è che dire.
Non era bello solo mangiare il cioccolato, ma era bella l'idea in sé di poter aver un oggetto da consumare che tuttavia dava a noi bambini la possibilità di giocare con oggetti propri del mondo degli adulti, come erano anche (forse oggi scomparse) le sigarette di cioccolata.
Le monete di cioccolato della mia infanziaEd infatti, uno delle cose che cercavamo di fare era di aprire l'involucro di carta stagnola senza romperlo, in modo tale che avremmo potuto rimettere assieme le due metà di cui era costituito, avendo qualcosa con cui giocare con l'illusione di essere "ricchi" di belle monete d'oro e d'argento!

 

Mentre non si vedono più gli omini e i ciondoli di stagnola e cioccolato per la decorazione dell'albero di Natale, stranamente le monete di cioccolato sono sopravissute agli assalti del tempo: ma nel tempo si vanno adeguando ai cambiamenti delle monete in circolazione. I Italia e in altri paesi dell'UE riproducano l'Euro (e centesimi), mentre in UK riproducono ovviamente le monete in circolazione.

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25 luglio 2014 5 25 /07 /luglio /2014 19:43

E' arrivato il Mastro Gelataio! (che mi riconduce ad un ricordo d'infanzia)

(Maurizio Crispi) Preceduto dalle sue musichette accattivanti in una tarda mattinata di un luglio assolato, nel prato del King Edward Memorial Park, che assume sempre di più in questi giorni una fisionomia balneare, affollato come è di bimbi e mamme, di donne giovani e meno giovani che prendono la tintarella, di adolescenti che giocano a palla e di altri frequentatori adulti che, in mancanza di una spiaggia raggiungibile, fanno come se fossero al mare, è arrivato il "Mastro Gelataio" con il suo furgoncino colorato, i cartelli che mostrano le diverse varietà di gelato disponibili.
Un furgoncino con speciale licenza, poichè il traffco automobilistico non è consentito all'interno del piccolo parco, anche se il suo interno è potenzialmente accessibile tramite una porta carraia sempre aperta durante le ore del giorno, soprattutto per i mezzi di servizio, auto della polizia e quant'altro.
Subito, risvegliati dall'inconfondibile jingle dal loro torpore estivo molti si sono dati una smosa e hanno cominciato a sciamare verso il furgoncino che prometteva leccornie fresche e dissetante. I bambini hanno cominciato a rincorrerlo, e gli adulti dietro di loro a passo più lento, anche se non trascicato: anche loro - in modo più compassato - entusiasti della lieta parentesi. Perfino, dall'estremità più lontana, vicino all'argine perfino dei addetti alla manutenzione con i loro giubbino giallo che connota la loro condizione di labourer si sono sono avvicinati.
Tutti si sono accalcati davanti alla finestrella dalla quale si è affacciato il Maestro Gelataio, pronto a raccogliere gli ordini.
E' arrivato il Mastro Gelataio! (che mi riconduce ad un ricordo d'infanzia)La folla si è infittita e, a poco a poco, ciascuno ha fatto ritorno alla sua postazione di partenza con la sua fresca preda...
Una scena che mi ha ricordato di quando da piccolo andavamo con la mamma a Mondello, alla nostra capanna in condominio. C'erano a quei tempi i venditori ambulanti che facevano avanti e indietro lungo la spiaggia, vendendo le mercanzie più diverse, da quelle gastronomiche ai giochi da spiaggia.
Alcuni giovanili e prestanti, altri alquanto invecchiati quasi secolari che davano l'idea di essere invecchiati facendo questo lavoro.
In calzoncini corti blu e con una maglietta bianca, spesso a piedi scalzi nella sabbia arroventata dal sole, a volte con un grande cappellaccio di paglia in testa per ripararsi dalla canicola, ma ciò nonostante con pelle che sembrava del colore del cuoio invecchiato, ciascuno gridava la sua mercanzia, in un rincorrersi di voci roche e cantilenanti che dicevano per esempio.
"Cocco, cocco bello agghiacciato"...
"Calia, semenza, nocciolì..."
"Sfincione... arancine,,, ciambelle"
"Pollanche, pollanche..."
"Ghiaccioli ghiacciati, ghiaccioli ghiacciati, ghiaccioli ghiaccioli".
Tutte cantilene che, a scriverle, perdono in gran parte il loro fascino, ognuna con una particolare cadenza che, per come lo ricordo io, serviva a loro come metronomo per scandire la loro andatura e tenerla costante nella sabbia rovente,ma morbida e cedevole.
Di rado infatti camminavano sul bagnasciuga, poichè gli acquirenti potenziali erano quelli che stavano vicino alle cabine e sotto gli ombrelloni.
E' arrivato il Mastro Gelataio! (che mi riconduce ad un ricordo d'infanzia)E poi c'erano quelli che vendevano giochi, come le famose biglie di plastiche per giocare con la pista a "il Giro d'Italia" o i palloni santos destinati a fare una fine precoce, occhiali da sole da poco prezzo, oli abbronzanti e così via.
Le cose da mangiare stavano all'interno di grandi cesti di vimini con coperchio nel caso dei pezzi di rosticceria, le pollanche in cesti rotondi più piccoli e il contenuto tenuto caldo da cenci colorati a mo' di coperchio. il cocco veniva portato, sospeso in alto sul bracio proteso, invece, in una grande ciotola di vetro ed era effettivamente ricoperto di ghiaccio, per tenerlo fresco.
Ad ogni giro di spiaggia (un chilometro e mezzo ad andare ed altrettanto per tornare), evidentemente si rifornivano con della merce fresca. Più veloce era il loro giro di giostra, più avevano l'opportunità di vendere e di rimpolpare i loro sudati guadagni. Questi venditori, per quanto anziani fossero, me li ricordo tutti segaligni, con le gambe nervose e asciutte: in fondo erano dei maratoneti ante litteram, poichè a fine giornata sicuramente avevano percorso almeno un trentina di chilometri, a giudicare da tutte le volte che li vedevo passare.
Di norma, la mamma non ci comprava mai niente. perché ci portava la merenda da casa, di norma pane e uva, oppure dell'altra frutta fresca estiva. Quando era in vena, di generosità e soprattutto disposta ad uscire dalle regole, ci poteva toccare un ghiacciolo "ghiacciato".
Ma io avevo sempre il desiderio di quelle cose.
Forse è per questo che, diventato più grande una volta mi comprai - una di fila all'altre - tre ciambelle fritte che mangia tutte sino all'ultima briciola.
E poi, naturalmente mi "abbunnò u stomaco"...
Cose d'altri tempi...
Oggi, di venditori ambulanti disposti a fare questo durissimo lavoro, ci sono sulla spiaggia soltanto i "vucumprà" e, adesso, anche signore asiatiche che offrono massaggi orientali, come capita sovente di vedere nelle spiaggie esotiche.
Quei venditori che ricordo io davano colore e atmosfera alla spiaggia.
Chi voleva un gelato "vero", se voleva, poteva farsi una camminata non troppo lunga e andare al "baretto" a mangiare uno dei gelati più buoni di Palermo, che poi venne scalzato da quello prodotto da altri maestri gelatai di nuova generazione.

 

 

 


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9 giugno 2014 1 09 /06 /giugno /2014 08:05

Un ricordo di mio padre trasportatore di mio fratello Salvatore(Maurizio Crispi) L'altro giorno, ho trovato dei bicchieri da birra lasciati vicino ad una panchina: rispettando la mia piccola consuetudine, li ho raccattati e li ho portati via con me.

Per tutto il tratto di strada dalla panchina a casa, ho camminato con cautela.

Tenere degli oggetti di vetro in mano, mentre si cammina o si corre, è pericoloso.

Se si inciampa e si cade, il vetro nell'impatto - è matematico - si romperà e ti taglierà la mano. 

A me è capitato, quando ero piccolo: quindi la prudenza non è mai troppa.

E, mentre camminavo assai preoccupato di poter cadere e farmi male, mi sono ricordato appunto che, una volta, - andando a casa dei nonni Crispi (che hanno sempre abitato in una grande casa popolare in Via Noce di Palermo, ad un terzo piano e senza ascensore) -, inciampai miserevolmente in un gradino, mentre portavo delle bottiglie di vino - o qualcosa in vetro - e che mi tagliai la mano - per quanto in modo non grave.

Ma perchè, proprio a me che ero allora un bimbetto di meno di dieci anni era stato affidato questo compito delicato? E, tra l'altro, si badi che i tre piani dei nonni, visto che l'edificio era di costruzione tardo ottocentesca, equivalano a salire per tutta l'altezza di una grande chiesa con ben tre rampe di scale per ogni piano.

In un percorso associativo, mi sono ricordato che, quando andavamo a pranzare dai nonni (alcune domeniche e in certe festività), papà prendeva sulla spalle mio fratello, già piuttosto robusto, e lo trasportava su per le scale per tutti e tre i piani, senza mai fermarsi per rifiatare.

Mio padre era un un uomo forte, di costituzione muscolosa e a quel tempo aveva recuperato i patimenti subiti al tempo della prigionia.

Trasportare mio fratello in queste circostanze era cosa sua: era assunzione di responsabilità, era accettazione di un fardello amato, era - forse - espiazione, era ascesa ad un monte sacro della mente e, nello stesso tempo, il percorso che conduceva al Golgota, al suo personale Golgota.

Non so: non ebbi mai il tempo e l'occasione di parlare con lui di queste cose in anni successivi.

Ma - sia come sia - vederlo inerpicarsi per quelle scale con mio fratello sulle spalle era  una scena con un carattere quasi sacrale e, nello stesso tempo, mitico.
Un carattere che io ruppi - senza volerlo, ma cionondimeno suscitando le ire di mio padre - quando giocherellando con una pallina, proprio mentre lui era intento in questa funzione, glieli feci rimbalzare sulla testa e, per aggravare le cose, mi misi pure a ridere.

Malgrado questo piccolo incidente di percorso, io lo guardavo sempre profondamente ammirato e, nello stesso tempo, intimidito dall'esibizione di tanta forza: e avrei voluto essere come lui, bruciando le tappe.

Era come vedere Enea che salva l'anziano padre Anchise dall'incendio di Troia, caricandoselo sulle spalle; era come osservare San Cristoforo che, omaccione barbuto e possente, trasporta Gesù bambino da un lato all'altro d'un fiume in tumulto e dalle acque profonde, era un traghetattore buono, era - per dirla in una parola - il trasportatore di mio fratello. Capivo bene che, in caso di bisogno, lui avrebbe trasportato anche me in quel modo.

Allora, da piccolo, non potevo fare queste associazioni, ma amavo mio padre per tutto ciò che era contenuto implicitamente nel suo gesto.

Per questo motivo, quando ci muovevamo per andare in qalche luogo dove vi fossero barriere architettoniche, a me e alla mamma spettava portare tutte ciò di cui v'era bisogno e fu così che quella famosa volta a me toccò il compito di portare le bottiglie di vino.

E caddi.

Io, con quel misero peso tra le mani, inciampai e caddi, mentre mio padre con il fardello di mio fratello sulle spalle non cadeva mai, non aveva mai un momento di cedimento.

Fu così che imparai a prendermi cura di mio fratello, desiderando emulare ciò che faceva mio padre per lui e che anche la mamma faceva in assenza di papà, in un'equanime distribuzione dei compiti (anche se il trasporto su per i tre piani dei nonni rimase compito esclusivo di papà).

Quando fui cresciuto ancora un poco e fui abbastanza forte, cominciai a partecipare ad alcune delle cure necessarie per mio fratello, partendo dalle cose più semplici, come metterlo in auto (e viceversa) e spostarlo dal letto alla carrozzina.

Nel frattempo, però eravamo andati ad abitare in una casa fornita di ascensore e così, salvo rare occasioni, le "acchianate" e le "scinnute" a forza di braccia non furono più necessarie.

Mio padre mi ha trasmesso l'idea dell'importanza della forza, non solo fisica, ma anche morale, come di una delle qualità necessarie per vivere bene e facendo le cose giuste.

Idea che, in maniera imperfetta e commettendo degli errori, io ho in qualche modo cercato di applicare nel corso della mia vita, pur continuando ad inciampare come quel bambino goffo a cui era stato chiesto di trasportare delle bottiglie.

L'immagine che ho conservato di mio padre, invece, è quella di un uomo che non inciampava mai anche se era oberato dai pesi più grandi.

Non era esattamente così, anche lui aveva i suoi difetti: ma questa è un'altra storia.

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14 marzo 2014 5 14 /03 /marzo /2014 16:08

La-bilancia-di-Nonna-Giuseppa.jpgGli oggeti, anche quelli più banali, sono veicolo del ricordo.
A volte, essi incarnano un evento, un'emozione sperimentata, un personaggio importante della nostra vita e, in questo senso,, rappresentano un ponte tra il presente e il passato.

In fondo, nel nostro quotidiano, siamo come quei sensitivi che per mettersi in contatto con una persona scomparsa o per "localizzarla" hanno bisogno di stringere tra le mani un oggetto appartenuto a quella persona.
Per questo motivo, gli oggetti che ci circondano non sono quasi mai banali. O megli alcuni non lo sono, altri possono diventarlo perchè ad essi si connette casualmente qualche evento emozionale intenso, alri - soprattutto quelli (anche di scarso valore materiale) appartenuti ai nostri cari estinti possiedono questa qualità all'ennesima potenza.
E gli esempi, sotto questo profilo, sono innumerevoli e ciascuno di noi, guardandosi attorno, potrebbe trovare tra le sue cose, qualche oggetto che ha una storia da raccontare o che attiva delle emozioni.

 
(Elena Cifali) E’ sabato pomeriggio.

Ho appena finito di rassettare la cucina, quando mi ricordo che le mele nel portafrutta dovrebbero essere consumate.

OK! Preparerò una torta di mele” dico a voce alta, quasi rivolgendomi allo speaker che intanto annuncia la prossima canzone alla radio.

Tutti gli ingredienti sono sul tavolo quando mi rendo conto che la bilancia elettronica ha smesso di funzionare a causa dell’esaurimento delle batterie.

Uffa! Adesso che faccio?

Come faccio a pesare esattamente le quantità di farina, zucchero e burro che mi serviranno ?

Quasi scoraggiata inizio a pensare di riporre tutto nella dispensa, quando con la coda dell’occhio noto la vecchia bilancia di nonna.

 

Lo scorso anno, quando nonna non era già più in grado di camminare speditamente e scelse, per questo, di trasferirsi definitivamente a Siracusa, la mia famiglia decise di vendere la casa in cui lei abitava a Gela.

Io e mia mamma ci occupammo di svuotare la casa dalle centinaia di oggetti che nonna custodiva con cura maniacale.

Molti degli oggetti li portai a casa mia, convinta che in qualche modo prima o poi mi sarebbero tornati utili. Molti altri li portai con me per un semplice legame affettivo.

 

La vecchia bilancia è uno di questi oggetti.

Prima di questo circostanza non l’avevo mai usata.

Riposta su di una mensola in cucina ha sempre fatto bella mostra di se, silenziosamente, quasi sapesse che prima o poi sarebbe servita a qualcosa.

E dunque l'ho presa con cura, l'ho tarata alla perfezione, grazie al suo sistema di molle, di pesi e di contrappesi e ho iniziato a pesare i miei ingredienti.

Peso il burro, la farina e lo zucchero e, nel frattempo, penso.

Come spesso mi accade torno bambina, agli anni in cui vivevo con i nonni.

Sento le loro voci.
Le loro parole gentili, vedo i loro gesti affettuosi.
Sento il profumo delle prelibatezze che nonna preparava.
Navigo nella dolcezza di quei ricordi, facendo riemergere sentimenti nuovi e travolgenti.

Lo scorso novembre, durante una brutta notte di pioggia, nonna decise che era arrivato il momento di lasciarci.
Sono passati alcuni mesi ma il dolore per la sua perdita è sempre più forte dentro me e non accenna ad affievolirsi.

Seppure nonna, in qualche maniera, trovi sempre il modo di manifestarsi, di starmi vicina, soprattutto durante i momenti di difficoltà che mi aiuta a superare.

Ogni giorno trascorro lunghi momenti in compagnia del ricordo dei nonni, soprattutto durante la corsa, quando cerco la concentrazione attraverso la rimemorazione di episodi a loro legati.

 

Ho pesato il burro, la farina e lo zucchero, e non solo.

Ho pesato i miei ricordi di bambina, ho pesato tutti quei momenti che ho trascorso con loro e che mi hanno aiutata a crescere e a diventare la donna che oggi sono.

Ho pesato il fardello di rimorsi e di rammarico per non essere riuscita ad essere perfetta nei loro confronti.

Io, nonna e la sua bilancia abbiamo preparato una torta delicatissima e squisita.
E non poteva essere che così.

 

Nonna mi ha insegnato tanto, primo fra tutti mi ha insegnato il senso del dovere e del sacrificio.
Mi ha insegnato a lottare per ciò in cui credo e mi ha insegnato a non cedere difronte alle avversità.

Oggi, davanti ad una bilancia elettronica scarica, è tornata a ricordarmi che nella vita c’è sempre un’alternativa.


 

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12 febbraio 2014 3 12 /02 /febbraio /2014 18:49

Prima di agire, conta e pensa...(Maurizio Crispi) Mio padre mi diceva sempre: "Quando ti viene l'impulso di fare qualcosa (qualcosa che potrebbe essere avventato) ... oppure se ti senti salire il sangue agli occhi, prima di agire, conta almeno sino a 10 e, intanto, pensa...".

 

Quando ero piccolo - come sempre capita in queste circostanze - non gli diedi molto ascolto e nemmeno dedicai alle sue parole la dovuta attenzione.
Eppure, successivamente, sono rimerse in varie circostanze.

E mio padre aveva ragione perchè - con tutte le sue doti, con la sua grandissima levatura culturale - era un impulsivo "tremendo" (e questa sua impulsività in un paio di circostanze in cui avevo fatto qualcosa di sbagliato l'ho sperimentata su me stesso) che, però, nel corso di tutta la sua vita da intellettuale (ma anche da uomo di azione), si era addestrato a riflettere e ad elaborare velocemente le situazioni che si presentavano per poter rispondere al meglio ed ottenere dei risultati e raggiungere i suoi obiettivi.
A tutti appariva per questo motivo un uomo pacato, ma dentro di sé era sicuramente tumultuoso e passionale.

E' un fatto davvero straordinario come noi, partendo da piccoli eventi o da interazioni quotidiane (in questo caso, l'evento trigger è stato l'aver letto un aggiornamento di status su FB, scritto da un mio contatto) per ricordarci di piccoli pezzi della nostra formazione e della relazione con i nostri genitori (e con i nostri educatori, almeno di quelli che, per noi, ebbero una qualche rilevanza): cose che sono sedimentate e che continuano ad agire dentro di noi, anche se il collegamento si è perso.
Ma, per fortuna, ogni tanto riemerge...

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29 gennaio 2014 3 29 /01 /gennaio /2014 10:56
The Last Waltz - locandina del film

(Maurizio Crispi) The Last Waltz - L'ultimo valzer (1978) è un film di Martin Scorsese che racconta l'ultimo grandioso concerto del gruppo rock di origini canadesi "The Band" (con l'intercalare di una serie interviste con i diversi componenti della band) dopo 18 anni di carriera (successivamente, nel 1993 The Band si riunì per un breve arco di tempo e produsse tre nuovi album).
Vidi la prima volta il film al tempo della sua uscita nelle sale cinematografiche e ne rimasi profondamente colpito, emozionato.
E fui realmente dispiaciuto quando il film finì e con esso la band di cui, attraverso le interviste, era stata tracciata la storia..
Perchè?
The Band con il suo " Music from Big Pink" (di cui nel 2000 fu prodotta una versione rimasterizzata con l'aggiunta di alcune tracce inedite) fu una delle mie prime scoperte musicali autonome, dopo gli inzi di ascolto musicale alla guida di mio padre che era un cultore della musica classica e dell'opera lirica, ma che non mancava di offrirmi stimoli nuovi, regalandomi dischi innovativi che pensava potessero interessarmi (come Joan BaezJohn MayallThe Beatles) come anche, a lui, devo la prima scoperta di Fabrizio De André (con il suo regalo dell'LP "Tutti morimmo a stento")
Bob Dylan fu la mia prima scelta autonoma e subito cominciai ad ascoltare la sua musica, decifrarne i testi, amare i contenuti che trasmetteva, leggere su di lui e approfondire le tematiche che potevano essere seguite come i fili di una ragnatela che s'intersecano e ciascuno dei quali conduceva a nuove vie da percorrere.
Il mio mentore (virtuale) in quest'esplorazione fu Riccardo Bertoncelli, a partire dal suo testo avveniristico (per quei tempi) sulla musica Rock e Pop di quegli anni, Pop story. Suite per consumismo, pazzia e contraddizioni di Arcana, edito per la prima volta nel 1973 (un classico nel genere
 perché nello stile della critica e della storiografia rock "ispirata" e forse oggi, purtroppo, introvabile).
The Band è inestricabilmente collegata a Bob Dylan, visto che spesso collaborarono assieme (ricordate i "Basement's Tapes"?), ma anche perchè a lui fece da spalla nelle prime tournée.

The Band, il cui leader indiscusso fu Robbie Robertson (il quale, poi, continuò ad incidere album da solo, con un nuovo ed inedito interesse per le musiche dei Nativi americani), operò, incidendo molti album (non moltissimi) e calcando le scene musicali per oltre 18 anni.
Ma per il gruppo arrivò il momento degli addii e, quindi, posero fine alla loro attività quasi ventennale con un grande concerto di commiato che venne denominato "The Last Waltz" e a cui invitarono in veste di ospiti tanti dei musicisti rappresentativi della loro epoca musicale: sicché in quel concerto si schierò un parterre di artisti davvero grandioso, in un certo senso l'epitome di una parte della musica rock degli anni Sessanta e Settanta.
Il concerto ebbe luogo nel Winterland Concert Ballroom di San Francisco, il 25 novembre 1976 e fu evento memorabile, tanto che qualcuno disse: "Cominciò come un concerto e divenne una celebrazione"; e questa divenne la sua epitome, la frase incisiva con cui tramandarlo.
Il film di Scorsese peraltro, come documentario rock, rimase come una pietra miliare nella cinematografia di genere sia per la qualità del suono, sia per l'innovatività delle soluzioni di ripresa adottate.

Al tempo dell'uscita del film, io - ancora agli albori della mia vita lavorativa - stavo appena cominciando a fare le mie scelte e, quindi, vedere il concerto di commiato di musicisti che avevo seguito appassionatamente per quasi dieci anni (the Band e molti degli artisti coinvolti nel concerto, mentre altri erano per me nuovi), mosse in me delle emozioni, relativamente a qualcosa che non avevo ancora sperimentato e che, forse, avrei solo sperimentato in seguito.
Ma nel film vidi anche una metafora del commiato in genere e del passaggio da una fase della vita ad un'altra (e questo era qualcosa che allora era per me più accessibile in termini di esperienza: avevo già costruito dei possibili modelli dentro di me).
In effetti, per poter procedere nei miei studi di Medicina e arrivare alla loro conclusione, avevo dovuto rinunciare a possibili alternative e, comunque, avevo dovuto tralasciare delle "non scelte", quali potevano essere quella di rimanere in uno stato adolescenziale protratto, "non scelte" verso le quali - in un momento di difficoltà - mi ero sentito profondamente attratto.
Quindi la malinconia degli addii (che è anche il dispiacere susseguente ad una rinuncia, qualsivoglia essa sia, o quella sottile saudade per ciò che non si è ancora raggiunto da cui ci sente estromessi), in una certa misura, l'avevo già sperimentata dentro di me.
L'addio e il commiato sono carichi di nostalgia, ma nello stesso tempo possono diventare una grande festa e una celebrazione di ciò che siamo stati ed è quello che appunto The Band fece in occasione del suo ultimo commiato.
Uscii dall'aver visto il film commosso, quasi in lacrime, profondamente toccato nell'intimo, dispiaciuto che il film fosse finito e, con esso, The Band.
Poi continuai ad ascoltare per decine di volte l'album omonimo del concerto e OST del film di Scorsese e dalla visione di quel film, partirono per me innumerevoli altri sentieri musicali da seguire (come quello tracciato da Van Morisson o la scoperta degli album di Emmylou Harris).
A distanza di più di 40 anni, nel rivederlo in DVD, le emozioni sono state identiche, gioia, commozione, nostalgia, sconforto al pensiero di ciò che è stato e di ciò che si è perso, ma anche soddisfazione per ciò che ho fatto nella mia vita.

E, poi, aggiungerei che The Band costruì un suo repertorio di canzoni e pezzi memorabili: basti pensare a "The Weight"...  per non parlare di tutte le altre.
Un'ultima notazione: a vederli retrospettivamente, a distanza di tanti anni, dopo aver macinato l'ascolto di una quantità incredibile di musica di tutti i tipi, devo dire che tutti i musicisti di The Band sono bravissimi, capaci di trasmettere nel modo in cui suonano entusiasmo ed emozioni.
Sanno essere travolgenti e sanno adattarsi a modalità musicali diverse, come hanno fatto per ciascuno degli ospiti presenti accanto a loro in quest'ultimo concerto, con i quali imbastiscono delle cover dal clasdsico repertorio di ciascuno (come nel caso del pezzo con Muddy Waters con il suo classico "Hoochy Koochy Man" o con Bob Dylan, lanciati con lui in una rimarchevole e toccante interpretazione di "For Ever Young").

 

Il film di Scorsese peraltro, come documentario rock, rimase come una pietra miliare nella cinematografia di genere sia per la qualità del suono, sia per l'innovatività delle soluzioni di ripresa adottate.

 

(Da Wikipedia - En) The Last Waltz was a concert by the rock group The Band, held on American Thanksgiving Day, November 25, 1976, at Winterland Ballroom in San Francisco.
The Last Waltz was advertised as The Band's "farewell concert appearance", and the concert saw The Band joined by more than a dozen special guests, including Paul Butterfield, Bob Dylan, Neil Young, Emmylou Harris, Ringo Starr, Ronnie Hawkins, Dr. John, Joni Mitchell, Van Morrison, Muddy Waters, Ronnie Wood, Neil Diamond, Bobby Charles, The Staple Singers, and Eric Clapton.
The musical director for the concert was The Band's original record producer, John Simon.

The event was filmed by director Martin Scorsese and made into a documentary of the same name, released in 1978. Jonathan Taplin, who was The Band's tour manager from 1969-1972 and later produced Scorsese's film Mean Streets, suggested that Scorsese would be the ideal director for the project and introduced Robbie Robertson and Scorsese.
Taplin was the Executive Producer of The Last Waltz.
The film features concert performances, scenes shot on a studio soundstage and interviews by Scorsese with members of The Band.
A triple-LP soundtrack recording, produced by Simon and Rob Fraboni, was issued in 1978.
The film was released on DVD in 2002 as was a four-CD box set of the concert and related studio recordings.

 

The Last Waltz is hailed as one of the greatest concert films ever made, although it has been criticized for its focus on Robertson.

Da The Last Waltz, il pezzo finale "I Shall be released" con tutti gli artisti sulla scena.

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8 gennaio 2014 3 08 /01 /gennaio /2014 07:38

Abbiamo avuto un'infanzia felice? Sì, penso di sì...Nel cassetto del comodino di mio padre, dove ho guardato oggi - forse per la prima volta - da quando se ne è andato nel lontano 1972,  ho trovato una busta contenente delle foto di noi piccoli. 

Erano le foto che teneva sempre con sé, evidentemente (alcune altre erano nel suo portafoglio, quello che aveva sempre con sè, perchè lo usava per portarci la patente di guida).

Questo ritrovamento - inutile dirlo - mi ha commosso molto.

E le foto ritrovate - alcune mai viste prima - le ho guardate e riguardate a lungo: foto in bianco nero, di un formato minuscolo, oggi assolutamente impensabile, alcune virate in seppia e con i bordi frastagliati (altra usanza tramontata nelle stampe fotografiche di oggi realizzate per mezzo di sofisticati macchinari che operano in modo standeard, senza poter introdurre questi piccoli abbellimenti).

Mio fratello e me da soli in vari momenti.

Insieme.

Mio fratello con la mamma.

Io con la mamma.

Tutti e tre assieme, in un giardino.

Vicino alla Millecento FIAT nuova. 

Momenti diversi che rimandano a piccoli istanti felici, malgrado le difficoltà.

Mio fratello su un grande cavallo a dondolo che tenevamo a casa (ne ho soltanto un vago ricordo).

Mio fratello dentro un'automobilina a pedali.

Io imbronciato.

Io sorridente.

Mio fratello sorridente e sereno.

Io in bici a Villa Giulia (ma ancora con le rotelle) nel 1956.Io von un cravattinoa farfallo vestito per bene forse per la prima comunione. 

 

Poi, tra le altre cose (come la "bustina" della sua divisa da militare in uno stinto grigio-oliva, la fondina della sua pistola d'ordinanza ed una piccola pistola scacciacani che portava sempre cos sé nelle sue lunghe passeggiate in montagna)  de ho ritrovato un piccolo foglietto, dove mio padre aveva disegnato la mappa del tesoro...

Abbiamo avuto un'infanzia felice? Sì, penso di sì...Certi giorni stavamo a lungo all'Ospedale Enrico Albanese, dove mio fratello trascorreva parte della settimana perchè era inserito in un programma residenziale.
Noi andavamo là e stavamo là: io andavo a giocare nel terreno circostanze che trovavo affascinante.

L'Ospizio Marino (così si chiamava allora questa struttura) era sul mare, costruita appositamente in un luogo soleggiato, poichè era stata inizailmente pensata come luogo di cura per il rachitismo (che all'inizio del XX secolo, ancora inperversava).

E, quindi, dal piano dove si trovavano i padiglioni, si poteva discendere al mare, seguendo delle misteriose scalette e attraversando una fitta boscaglia, sino ad arrivare al "solarium" una vecchia costruzione costruita proprio per esporre al sole i corpicini deformi dei bimbi rachitici.

Papà aveva trovato il modo di irreggimentare attraverso il gioco la mia passione per l'esplorazione di questo spazio misterioso. E, in questo modo, metteva a freno la mia impazienza.

E così mi aveva disegnato una mappa, piena di toponimi dai nomi accattivanti, tipo "balcone dei Serpenti", "sentiero delle Tigri", "bosco degli Orsi", "passaggio dei Draghi", seguendo i cui percorsi - come nei migliori romanzi di avventure salgariani e stevensoniani - sarei arrivati infine al "tesoro".io andavo in esplorazioni, seguendo le istruzioni della "mappa" e poi tornavo da lui per riferirgli dei risultati delle mie esplorazioni. Lui si metteva nei panni del geografo ed io in quello dell'esploratore.

E del resto nel rapporto tra l'adulto che sa molte cose e il ragazzino che si affaccia alla vita e che ha tanto da imparare non dovrebbe essere sempre così? 

E, forse anche per questo  (ma senza averne consapevolezza alcuna), mi divertivo tantissimo. 

 

Penso che, malgrado tutto, io e mio fratello (anche mio fratello, malgrado la sua malattia) abbiamo avuto il dono impareggiabile di avere - grazie ai nostri genitori - un'infanzia felice nel suo complesso (anche se fatta, come tutte le cose della vita di piccole gioie soltanto e punteggiata di dolori e di piccole infelicità, com'è naturale che sia..

E a loro posso soltanto dire grazie per tutto quello che mi hanno insegnato e per il modo in cui me lo hanno insegnato. Credo proprio che, oltre a quelle che mi ha disegnato, mio padre sia riuscito a trasmettermi delle mappe e degli strumenti per navigare nella vita e che, soprattutto, mi abbia insegnato a non aver paura ad avventurarmi nelle esplorazioni di ciò che ancora non conosco. 

 

Maureen guardando le foto di Salvatore piccolo, mi ha detto: "Oggi, ha proprio lo stesso sorriso di allora"

 

 


La "mappa del tesoro" disegnata da mio padre

 

 

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Salvatore nell'automobilina a pedali; vicino allo stipite della finestre, per metà profilo, si intravede la nostra bambinaia di quel tempo chiamata in casa "Lilla"

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Io e Salvatore con la mamma.

 

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Salvatore piccolo

 

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Io, forse nel giorno della Prima Comunione

 

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10 dicembre 2013 2 10 /12 /dicembre /2013 17:59
Un casework semiserio: ...but seriously!, ispirato ai miei ricordi di lavoro e alle mie elucubrazioni, al tempo del Ser.T

Un casework semiserio: ...but seriously, ispirato ai miei ricordi di lavoro e alle mie elucubrazioni, al tempo del Ser.TMi ritrovo a spolverare dal mio archivio di scritti un documento mai pubblicato prima, poiché a quel tempo non esistevano ancora i blog e, quindi, non era così semplice una sponda su cui rendere visibili le proprie riflessioni.

Lo scritto risale al culmine della mia attività lavorativa, come dirigente responsabile di un Ser.T di Palermo, allora - come tuttora del resto - articolazione dell'Azienda sanitaria e va contestualizzato all'incirca attorno al 2003-2004.
Era stato un periodo di grandi speranze, quello immediatamente successivo alla creazione dei Ser.T, per effetto della cosiddetta legge "Lumia", ma presto anche di frustrazioni, perchè all'idealismo di pochi presto si affiancò la rapacità e l'ambizione sfrenata di molti.
Forse, in questo mio "casework", al culmine della mia amarezza, è proprio questo ciò che cercai di descrivere, sia pure in una forma trasformata e un po' da fiction.
Di conseguenza, nel leggere questo scritto, va tutto preso con beneficio d'inventario, tenedndosi sempre aderenti ad una chiave ironica e disincantata allo stesso tempo.

 

Il casework che segue vuole servire da stimolo a tutti quelli che intendono avviare una riflessione sul management nelle pubbliche organizzazioni.

L’esempio prescelto riguarda la Sanità, ma – ovviamente – potrebbe essere applicato a molte altre realtà.

Il caso discusso in ogni caso è puramente fittizio.

I personaggi presentati – più che altro dei caratteri - sono anch’essi di pura fantasia e, quindi, ogni riferimento a fatti e a persone reali è puramente casuale.

 

Il dott. Severino Ruoppolo dirige un’importante unità operativa che si occupa di tossicodipendenti, ubicata nel territorio di una grande azienda sanitaria.

Ruoppolo, in accordo con una forte coerenza tra pensiero ed azioni, prende particolarmente a cuore la qualità dei prodotti erogati dalla sua Unità Operativa (UO) e, ma nello stesso tempo ritiene che la garanzia di una buona qualità dei servizi resi agli utenti sia vincolata al rispetto di decenti condizioni di benessere psico-fisico degli operatori, che a lui fanno riferimento, e dalla possibilità di poter disporre di mezzi idonei al raggiungimento degli obiettivi cui è preposta l’ UO commisurati con i carichi di lavoro.

All’interno della Azienda Sanitaria, Ruoppolo non è benvoluto perché non mai accettato di sottostare a giochi di potere e a logiche di schieramento.

Per questo motivo, ogni volta che le sue richieste e le relative rappresentazioni di disagio vengono disattese dai vertici gerarchici, Ruoppolo, anziché lasciare che le parole dette rimangano semplicemente dette (verba volant…), ben consapevole di generare fastidio, scrive – quanto meno per lasciare traccia di ciò che egli ha tentato di ottenere.

In ogni circostanza difficile, quindi, Ruoppolo si trova quasi obbligato a comporre e ad inviare lettere incisive, supportate da numerosi allegati tendenti a testimoniare ciò che egli ha fatto nel corso degli anni, senza peraltro ottenere mai risposte di rilievo.

Di recente, si sono verificati numerosi fatti indicanti un diffuso disagio degli operatori (furti di arredi e di farmaci, aggressioni da parte di utenti ai danni degli operatori) e infine, dulcis in fundo, l’improvvisa annunciata carenza del personale infermieristico che svolge una funzione di rilievo nel rapporto quotidiano con l’utenza (con il passaggio annunciato a breve scadenza da tre unità ad una soltanto).

Ruoppolo, ha già provveduto da tempo ad inoltrare le richieste tendenti ad ottenere dei rincalzi al personale  anche con incarichi temporanei, ma anche in questo caso senza ottenere alcuna risposta.

Ruoppolo, quindi, afflitto dalla previsione che presto non potrà far fronte alle necessità del lavoro quotidiano, manda ai vertici aziendali un’ulteriore richiesta.

Qualche giorno dopo, in occasione di un incontro tra colleghi che dirigono Unità Operative analoghe, Ruoppolo  ha l’occasione di avere un colloquio a quattr’occhi con il dott. Giovanni Grissino, Direttore del Dipartimento, cui afferisce la sua unità operativa.

Il colloquio, come già detto, si svolge a porte chiuse.

“Certo” fa Grissino “Quelli che hanno votato per il Centro-Destra, anche i nostri colleghi, adesso cominciano a pentirsene, con questi vertici aziendali che ci ritroviamo”.

Ruoppolo si limita ad ascoltare, annuendo, ma senza interferire.

“Per esempio, adesso, pensano di cancellare con un colpo di spugna i diversi Distretti per costituirne uno solo”

“E poi”, aggiunge Grissino [riferendosi alla triade, composta dal manager e dai due direttori, amministrativo e sanitario], “… questi tipi che sono a capo dell’Azienda Sanitaria sono davvero strambi. Quando ci si rapporta con loro bisogna stare attenti a come ci muove. Io stesso cerco di essere cauto e prudente…”

“Ma, Giovanni, cosa intendi dire? …sii più chiaro.” commenta, a questo punto, Ruoppolo.

Ruoppolo comprende bene che, nelle frasi ellittiche di Grissino c’è un chiaro riferimento alle recenti comunicazioni che egli, preoccupato della situazione, si è premurato di inoltrare ai vertici, non senza avere prima informato alcuni di loro dei passi che intendeva intraprendere.

Ruoppolo comprende bene che Grissino vuole anche fargli capire che le sue comunicazioni sono risultate sgradite, ma nello stesso tempo è profondamente disturbato dallo stile comunicativo del suo interlocutore che avverte come molto intimidatorio.

Grissino, come Ruoppolo ha appreso a sue spese, è abilissimo a non dire mai nulla direttamente e altrettanto bravo nell’utilizzare verità distorte per manipolare gli eventi.

Ruoppolo, per nulla intimorito dalle abili reticenze di Grissino, vorrebbe che quest’ultimo si esprimesse in modo più esplicito.

Tra l’altro, dopo gli ultimi fatti che avevano causato disagio al servizio, avendo fatto tutto il necessario per predisporre delle soluzioni e per chiedere interventi decisivi, Ruoppolo si era allontanato per qualche giorno, poiché doveva usufruire di un periodo di licenza ordinaria già programmato in anticipo: tuttavia, dovendosi assentare, come del resto in altre circostanze, si era premurato di designare, tra i colleghi, un sostituto per la gestione ordinaria dell’Unità Operativa.

Malgrado ciò, durante quest’assenza tutti avevano insistentemente  chiesto di lui, dove fosse, cosa stesse facendo, insinuando più volte che egli si fosse allontanato irregolarmente e irresponsabilmente.

Come aveva appreso dalle notizie che gli erano giunte all’orecchio al suo ritorno, il Direttore del Distretto Sanitario (nel cui territorio è ubicata l’Unità Operativa diretta da Ruoppolo), dott. Serse Despotini, in preda ad un’ira non giustificata, aveva addirittura dichiarato più volte che avrebbe provveduto ad inviargli d’urgenza un telegramma per farlo rientrare dalle ferie anzitempo e, a quanto pare, aveva messo al corrente di queste sue recriminazioni persino il Direttore Sanitario dell’Azienda.

Vista la resistenza di Grissino ad essere più esplicito, Ruoppolo non esita ad affrontare il discorso sulle azioni avviate dal dott. Despotini e quanto queste, a suo modo di vedere, siano state motivate dal disappunto suscitato in Despotini dal fatto che Ruoppolo si fosse premurato di inviare alcune comunicazioni anche all’ufficio prevenzione e sicurezza dell’azienda, ravvisando che le condizioni dell’ambiente di lavoro fossero pregiudizievoli al benessere psicofisico degli operatori.

Al ritorno dal suo viaggio, Ruoppolo – come si è trovato a riferire a Grissino - aveva avuto una tempestosa comunicazione telefonica con Despotini, nel corso della quale quest’ultimo, in sostanza, lo aveva accusato di assenteismo dal servizio, imputandogli quasi la responsabilità degli eventi, oggetto delle segnalazioni di Ruoppolo e causa delle sue richieste tendenti ad ottenere un miglioramento delle condizioni di sicurezza della sua Unità Operativa.

All’infuocata telefonata, aveva fatto seguito una pesante lettera di sfiducia da parte di Despotini, nella quale Ruoppolo veniva privato – ma con un provvedimento del tutto contestabile – della facoltà di provvedere responsabilmente alla gestione delle sue licenze ordinarie e dei suoi periodi di aggiornamento. 

“Sì!” fa Grissino “In effetti anch’io sono stato interpellato su questa faccenda. Il dott. Marchesi, il nostro Direttore Sanitario, sollecitato dalle pressioni di  Despotini, voleva richiamarti con effetto immediato con un telegramma. E poi, è chiaro con questi tipi così strani e così infidi, imprevedibili, basta che uno scriva che non è grado di garantire il funzionamento dell’Unità Operativa, di non poter fare qualcosa, e subito ecco che questi qua non guardano più in faccia a nessuno, e dicono ‘Licenziamolo!’ per sostituirlo con un altro… Sai, non vanno tanto per il sottile… possono avere la mano davvero pesante…”

Ancora una volta, Despotini interloquisce “Ma, Giovanni, cosa vuoi dirmi? Ti prego di nuovo, sii più esplicito…

Grissino continua a rimanere nel vago, ma aggiunge: “Sai, per questi motivi, alcuni sono stati già licenziati… Dunque, bisogna essere prudenti.”

“Forse è per questo motivo che Despotini ti ha mandato la lettera,” ha continuato  “Perché lui stesso si era sentito messo in difficoltà rispetto alla dirigenza  aziendale a causa delle tue comunicazioni e delle tue richieste… Quindi, insisto a dirti, che bisogna essere prudenti…”.

Con quest’ulteriore raccomandazione ellittica si è conclusa la prima  parte del colloquio tra Ruoppolo e Grissino.

I due hanno continuato a parlare d’altro.

Alla fine, essendo necessario che Ruoppolo apponesse la sua firma, su di un documento che successivamente doveva essere firmato dal Direttore Amministrativo, dott. Bottoni, Grissino gli rammenta “Mi raccomando, ricordati di firmare in questa posizione; ma assolutamente non mettere la tua firma più in basso di quella del Direttore Amministrativo! Sai, questi qui ci tengono molto a queste formalità.”

“Sono proprio dei tipi strambi” soggiunge infine Grissino.

E con questa riflessione ha termine il colloquio tra i due.

“Un’intimidazione bella e buona” pensa Ruoppolo, andando via, sentendosi al tempo stesso adirato ed incupito, “Grissino è sempre lo stesso: cerca di navigare a vista per mantenersi a galla meglio che può e poi con chi ha bisogno di suoi interventi un po’ più incisivi, è bravo soltanto a fare il muro di gomma.”

Ruoppolo sa che, nell’organizzazione aziendale, come specificato nelle norme contrattuali che regolano il rapporto con la dirigenza, esiste in effetti la possibilità del cosiddetto licenziamento ad nutum , cioè del licenziamento attuato sulla base di un “cenno del capo” del Direttore Generale. Ma sa anche che questa è una norma di fatto mai applicata perché ad essa fa da contraltare tutta una serie di normative che tutelano i diritti del lavoratore dipendente.

Quindi, Ruoppolo sa bene che, in casi estremi, di fronte a palesi ingiustizie e ad atti grossolanamente arbitrari c’è pur sempre la possibilità di fare ricorso al TAR, al pretore del lavoro, etc., etc….

Ma, in ogni modo, prima di averla vinta, bisogna difendersi, mettersi nelle mani di un avvocato ed è chiaro che queste prospettive levano ogni serenità…

Quindi, in definitiva, non ci sarebbe molto di cui preoccuparsi,  ma non c’è nemmeno molto di cui stare allegri.

La conversazione appena conclusasi costituisce per Ruoppolo un tentativo intimidatorio nei suoi confronti: “Stattene buono. Non rompere più con le tue lettere e con le tue richieste!” che, ovviamente, avvelena ulteriormente il suo desiderio di esprimere con il proprio lavoro una costante tensione verso la realizzazione di buone pratiche.

Ruoppolo, quindi, se ne va mestamente, sentendosi avvolto in una cappa plumbea di disappunto e di scoramento: “Non cambierà mai niente…” dice tra sé e sé, pensando intanto ad un quadretto che tiene appeso nella sua stanza e che non manca mai di guardare all’inizio di ogni sua giornata lavorativa.

Ma cos’è questo quadretto a cui pesa Ruoppolo?

Si tratta di una vignetta di Altan in cui interagiscono due personaggi: un negretto in lacrime, tutto contrito e mesto, con i lucciconi che gli scendono lungo le guance, ma vestito con un abitino occidentale, per quanto tutto strappato; su di lui incombe, imponente e mansueto allo stesso tempo, il papà avvolto in stoffe dai vivaci colori. Nella vignetta, il bimbo, alzando la testa verso l’alto, dice “Mi hanno menato, babbo” e il papà, dall’alto della sua statura, gli dice in modo consolatorio, ma impartendogli una lezione di vita: “Le prendi quindi esisti; è già qualcosa”.

Sembra che il papà della vignetta – con la sua risposta apparentemente sconsolante – voglia trasmettere al figlio profondamente afflitto un avvertimento implicito: “Ancora non hai visto niente, figlio mio!”, ma, al tempo stesso una pensosa esortazione.

“Se uno le prende e poi lo racconta oppure ne scrive” si trova a riflettere Ruoppolo “trasforma un evento doloroso e umiliante in esperienza di affermazione, comunque, del proprio Sé contro ogni ingiustizia, esperienza che – in forma di narrazione – può essere trasmessa ad altri, quantomeno per tentar di  promuovere un’indignata mobilitazione delle coscienze e sollecitare anche altri a venire allo scoperto per raccontare analoghi casi di ingiustizia all’interno delle organizzazioni.”

Ruoppolo, sentendosi decisamente confortato da queste riflessioni, non può fare  a meno di pensare ad un secondo piccolo quadro che pure tiene nella sua stanza accanto all’altro. Si tratta della stampa  in bella veste di una poesia: la famosa “If…” di R. Kipling, da molti considerata melensa e retorica, ma secondo Ruoppolo veicolo di un messaggio intensamente formativo per tutto ciò che attiene al coraggio di vivere e di affrontare le difficoltà di ogni giorno, mettendosi costantemente in discussione e sopportando incomprensioni di ogni genere: un messaggio, che per Ruoppolo, duramente provato dal colloquio appena concluso, è fortemente corroborante,  specie se abbinato alle immagini di coda del famoso film di Ken Russell – con lo stesso titolo – che gli viene fatto di visualizzare in questo suo percorso associativo.

Ma Ruoppolo, lasciando immediatamente cadere l’immagine inquietante proposta da Russell a conclusione del film  nella quale gli  studenti – in  un surreale rovesciamento rivoluzionario dell’establishment – appostati sul tetto del college prendono a colpi di mitraglietta il corpo docente, compie un ulteriore  passaggio di questo suo percorso associativo con la rimemorazione di un'altra lettura, anch’essa supportata da immagini immagazzinate grazie alla visione di un’abile traduzione cinematografica del testo.

Ruoppolo, dunque, si sofferma a pensare alle vicissitudini di Sostiene Pereira e a come anche un oscuro giornalista addetto alla compilazione dei necrologi, ad un certo punto, prendendo consapevolezza delle palesi ingiustizie perpetrate da un regime dittatoriale, mette mano alla penna per denunciare ciò che ha visto, compiendo così un gesto di libertà creativa e di riscatto rispetto all’inconsapevole asservimento ad un regime politico ma soprattutto ad una dittatura del pensiero.

È stato così, secondo le fonti più accreditate, che Ruoppolo, non appena tornato a casa, mise mano alla penna e cominciò a scrivere…

 

Discussione. Quali insegnamenti trarre da questo casework?

Come per ogni casework ben costruito, a questo punto, giunti – come   siamo – alla fine della narrazione bisogna porre – porsi – degli  interrogativi.

Cosa avrebbe dovuto fare Ruoppolo?

Cosa avrebbe dovuto dire nel corso del colloquio con Grissino?

Quali riflessioni più generali suscita questo casework?

Infine, quali potrebbero essere gli obiettivi d’apprendimento della presentazione del casework all’interno di un ipotetico corso di formazione per il management nelle organizzazioni socio-sanitarie?

Se chi mi ha letto sino a questo punto vuole perdonarmi per la mia scherzosità e per l’ironia con cui cerco di far comprendere uno scenario altrimenti assolutamente drammatico, le mie personali conclusioni sono che la fiction che ho proposto possa essere l’esemplificazione delle miserie quotidiane che invadono le organizzazioni  del servizio sanitario nazionale.

Ovviamente, quella fittizia appena narrata è, in qualche misura, una esemplificazione estrema, ma ciò nondimeno paradigmatica di quanto si asseriva in premessa.

Si potrebbe dire che l’interazione narrata descriva un possibile tipo di “morte” (morte del pensiero, della responsabilità, della creatività) voluto da un regime di potere che di fatto è totalitario, per quanto nominalmente si dichiari fondato sulla democrazia e sulla condivisione di aspetti di mission e di vision, all’interno di un’organizzazione.

Quanto meno, ciò che viene rappresentato nel casework mette sicuramente in evidenza il tipo di morte a cui l’organizzazione potrebbe tendere qualora personaggi come il dott. Severino Ruoppolo la dessero vinta al manipolatore Grissino, al litigioso Despotini e agli altri cupi personaggi che si tengono nell’ombra minacciosi, pronti ad intervenire.

Per concludere con alcune considerazioni generali e per dare una risposta alla domanda contenuta nel titolo, vorrei per un attimo ritornare al già citato testo di Tramarin:  l’autore argomenta che, negli anni scorsi, buona parte delle amministrazioni degli ospedali e delle ASL non hanno per nulla incentivato i processi di libertà, di autonomia, di capacità di progettazione, sviluppo e progresso  che dovrebbero essere intrinseci al concetto stesso di azienda.

      Ma, citando le stesse parole di Tramarin, si può leggere ancora un affermazione lapidaria di portata generale:

… negli anni scorsi, si è dimostrato con grande ipocrisia, come si possa chiamare azienda un’istituzione che è invece un modello centralizzato, statalista e protezionistico finalizzato al controllo e alla riduzione della spesa sanitaria.

(…)

Oggi, appare chiaro a tutti che la malasanità è stata un fenomeno utilizzato in maniera strumentale per condizionare l’opinione pubblica e legittimare la riduzione della spesa sanitaria che negli anni scorsi è stata portata ai più bassi livelli in Europa.”[1]

La sanità oggi è una sanità ammalata: la malattia consiste, da un lato,  nella perversa volontà degli alti dirigenti di ridurre il più possibile i costi; dall’altro lato, nella profonda demotivazione e scontentezza di altri dirigenti (non solo medici, ma genericamente appartenenti al  ruolo sanitario), che vorrebbero operare con professionalità e con dignità, ma non possono farlo decorosamente a causa delle strategie messe in atto dal primo tipo di dirigente.

In questa sindrome, i cui segni diventano sempre più evidenti su tutto il territorio nazionale – per quanto a macchia di leopardo -   i dirigenti di alto livello (i manager) vanno avanti – insensibili per la loro strada, mentre gli altri dirigenti, quelli che vivono ineluttabilmente le contraddizioni insite in questo sistema, di fronte all’impatto crescente di demotivazione e scontentezza, possono imboccare due strade, che sono in alternativa l’una rispetto all’altra: o quella della realizzazione di una vera e propria sindrome da burn-out (di cui, oggi, dopo una serie di interessanti studi psico-sociali applicati alle organizzazioni socio-sanitarie risalenti agli anni Ottanta e ai primi anni Novanta, nessuno parla più; e ci sarebbe da chiedersi: perché?) oppure una sindrome da “cinismo” che porta ad accettare in modo sempre più esteso qualsiasi imposizione, qualsiasi nefandezza promossa nel nome della “cura dei bilanci” e a discapito della cura dei malati.

Tutto ciò è reso ancora più grave dalla intersezione dei problemi sin qui esaminati con quello del potere e della sua gestione.

In verità, alcune disfunzioni non sembrano tanto essere il derivato perverso di una volontà politica, ma piuttosto il prodotto di un sistema orientato all’acquisizione e al mantenimento del potere.

 

Il potere nelle organizzazioni sanitarie: alcune considerazioni psicologiche

Il potere e la sua gestione fanno parte di quelle che Di Chiara ha definito le “sindromi psico-sociali”.

Ma cosa sono le sindromi psico-sociali?

Riporto la definizione fornita dallo stesso Di Chiara[2]:

Definisco come sindromi psico-sociali quei comportamenti collettivi generatori di disagi immediati o futuri evidenziabili o ragionevolmente prevedibili, senza che, per questo, tali comportamenti cessino di avere luogo, pur non esistendo per essi motivazioni non rimuovibili.[3]

Le sindromi psico-sociali nelle organizzazioni sono supportate da specifiche “culture” che vengono descritte accuratamente nel saggio citato.

Ovviamente quando si parla di sindromi psico-sociali non si intendono incriminare le singole persone o emettere giudizi svalutativi nei loro confronti, poiché l’analisi che si può sviluppare utilizzando tali categorie concettuali attiene alle dinamiche del gruppo istituzionale capace di produrre delle dinamiche specifiche che trascendono i singoli individui.

I gruppi istituzionali, come ha bene mostrato Bion nel suo studio sulle dinamiche gruppali [4], producono dei fenomeni che sono qualcosa di più della somma delle caratteristiche dei singoli individui che li compongono.

In particolare, il potere e il suo esercizio sembrerebbero essere supportati da culture maniacali e paranoidi.

Afferma Di Chiara:

Scissione, proiezione, mancanza di legami funzionali tra il gruppo e  sottogruppi costituiscono … elementi caratterizzanti la cultura paranoica.[5]

La cultura paranoica propria dei gruppi che, all’interno delle organizzazioni,  gestiscono il potere confligge con le pratiche sviluppate da altri sottogruppi che, sempre all’interno delle istituzioni sanitarie, sono invece dominati dalla “sindrome della cura e della responsabilità” sia per specifiche sedimentazioni formative, sia per ruolo istituzionale.[6]

Frequentemente, tra le due tipologie di gruppi non esiste alcuna possibilità di autentico dialogo e di negoziazione delle effettive esigenze, se non, da un lato, l’arroccamento su posizioni conflittuali che possono alimentare in un circuito vizioso la paranoia del potere  nel gruppo che lo gestisce oppure dalla parte dei gruppi immersi nella “sindrome della cura e della responsabilità” la resa, la rinuncia ad alcune delle istanze proprie della loro specifica cultura della cura e il configurarsi di fatto di modalità collusive.

Su questi presupposti si fonda la lapidaria affermazione che si può  legge in un piccolo, interessante contributo su Il potere e le USL[7]:

Il potere nelle USL si basa perciò il più delle volte su di un processo di collusione.[8]

Ma cosa si deve intendere per “collusione”, ovviamente nel senso psicologico del termine?

Per “collusione” si intende l’attivazione di processi fantastici a cui segue un agire non mediato dal pensiero. L’azione, nel caso specifico, avviene all’interno dell’istituzione tra persone o gruppi. Tale azione, proprio perché si svolge all’interno di un’organizzazione, può assumere le caratteristiche o le sembianze di un atto organizzativo, ma in realtà non ha  né l’efficacia né la capacità di perseguire quegli obiettivi che si era proposta di realizzare.[9]

Ma, nelle ASL, prosegue ancora il nostro autore, con una formulazione molto pertinente con i temi discussi prima,

… il potere assume una funzione tutta particolare, ossia di dominio nella relazione. Poiché il pensare , cioè l’elaborazione e la fantasmatica attivata  dalla relazione sociale e l’utilizzarla per conoscere , viene di fatto congelata, i risultati a cui tende il potere non potranno mai coincidere pienamente con i risultati utili, necessari e coerenti con l’organizzazione stessa.

La volontà di dominio della relazione può manifestarsi il più delle volte,anziché nella forma della esplicita prevaricazione, in forme più sottili che possono oggi essere mascherate con parole quali “strategie aziendali”, “cambiamento strategico” etc. etc. che designano quei processi trasformativi a cui gli operatori appartenenti a quei sottogruppi dominati dalla cultura della cura e della responsabilità devono necessariamente sottomettersi in nome di una ragione superiore.

In quest’ottica, le attività di formazione intra-aziendale assunte alla funzione di volano principale del cambiamento strategico dell’azienda sanitaria rischiano di essere interpretate da alcuni – a tutti gli effetti - come attività di manipolazione…

Al giorno d’oggi, salvo che non si verifichi un radicale ribaltamento dei valori attualmente condivisi, l’esercizio del potere fa intrinsecamente parte delle organizzazioni della società contemporanea e decisamente prescinde dall’appartenenza politica di chi lo gestisce e dai valori dichiarati di eventuali aspirazioni ad una maggiore equità e giustizia sociale.

Da questo punto di vista, anche una critica radicale dei sistemi di potere deve essere necessariamente disgiunta dalla critica alle appartenenze politiche: la libidine del potere – nel senso psicologico del termine, secondo l’analisi che ho sviluppato – è una conseguenza del sistema di governo delle organizzazioni, non dell’appartenenza politica degli individui.[10]

All’interno delle organizzazioni complesse – e le USL lo sono – il   potere non solo si manifesta come prevaricazione e controllo, ma anche come costante contrapposizione tra il medesimo e l’altro, tra un presunto “buono” e un “cattivo” stigmatizzato, e ciò sia nel rapporto inter-istituzionale che all’interno dell’organizzazione stessa.

Questo fenomeno di costante contrapposizione tra “buoni” e “cattivi” rischia di portare all’attivazione di sterili “crociate” interne, nelle quali il più delle volte i “buoni” sono semplicemente quelli  acquiescenti nei confronti del sistema, mentre i “cattivi” sono quelli che non rinunciano a far sentire la propria voce, non tanto in termini di dissenso destruente rispetto al sistema, quanto piuttosto in termini di denuncia costruttiva di disfunzioni che si vorrebbero veder emendate per garantire un miglior funzionamento del sistema stesso.

Va da sé che in tali condizioni la gestione del potere è tuta convogliata a confermare o a sconfermare l’altro, in rapporto al vissuto fantasmatico del gruppo, così come determinate funzioni della mente hanno il potere di soppiantarne altre, in questo caso di “logorare” quelle meno primitive.[11]

In altri termini, per citare ancora una volta il prezioso studio di Tronconi,

Continuare a gestire il potere diventa perciò dividere l’USL e le sue unità operative tra amici e nemici, cercando di privilegiare-rinforzare i primi e neutralizzare-castigare i secondi, e ciò indipendentemente dalla professionalità e dalla produttività. Secondo questi parametri, infatti, l’amico dovrebbe essere caso mai la persona capace e che rende, mentre il nemico il lazzarone e l’impreparato. Ma detti parametri richiedono che il potere sia messo al servizio di funzioni psichiche più evolute, dove il problema non sia tanto la sopravvivenza quanto l’efficacia e l’efficienza di un sistema organizzativo, deputato per legge a rispondere a determinati bisogni sociali e sanitari.

I “cattivi” o nemici, così definiti per il loro essere alleati con le funzioni più evolute del sistema, in altri termini secondo l’analisi sviluppata prima, delle parti pensanti di esso, possono trovarsi a subire un ulteriore processo di stigmatizzazione e di emarginazione da parte degli aspetti “tirannici”, in senso mentale, dell’organizzazione, diventando vittime innocenti di iniziative di controllo – se non addirittura di vessazione - che l’organizzazione stessa mette in atto, all’insegna di un vero e proprio “stalinismo” del pensiero, enunciando persino diktat contro una piena libertà di espressione.

Per corroborare questa affermazione è sufficiente qui ricordare il caso molto noto di Cornaglia Ferrarsi, per alcuni versi “vittima” del sistema di cui aveva denunciato le malfunzioni[12], ma anche quello – sull’altro versante della barricata - del Direttore Generale di un’Azienda Sanitaria della Sicilia che ha ingiunto a tutti i Dirigenti dell’ASL di astenersi dal fare qualsiasi dichiarazione esterna, scavalcando la catena gerarchica, dietro la minaccia – in caso di infrazione – dell’attivazione di severi provvedimenti disciplinari: una ingiunzione discutibile, perché mette in discussione alla radici la libertà di opinione dei dirigenti di quest’Azienda e la possibilità per essi di divulgare il proprio pensiero in articoli e riflessioni scritte.

Il potere nelle organizzazioni sanitarie, e ciò accade in alcune Regioni in particolare, è gestito in modo tale da creare costantemente la possibilità di ribaltamenti difensivi da parte delle alte dirigenze ai danni e al prezzo del discredito degli operatori che cercano di far funzionare le strutture periferiche.

Non è infrequente il caso che, a fronte di scandali e/o di eventi clamorosi, segnalanti impietosamente le disfunzioni del sistema sanitario, i manager e tutti gli altri personaggi in cima alla catena del controllo e del comando dell’Azienda Sanitaria, partano con immediate azioni di discredito e di  deprezzamento ai danni degli operatori delle singoli strutture, sottolineando che un dato evento sia dipeso da imperizia o, peggio, da negligenza di questi ultimi, mentre onestà intellettuale imporrebbe di riconoscere che determinati fatti accadano per mancanza di mezzi, di personale idoneo, di adeguate strutture logistiche, di non adeguamento alle norme sulla sicurezza del luogo di lavoro, della stentata fornitura di essenziali presidi sanitari, etc., etc. …

Afferma una giornalista siciliana, commentando un fatto di malasanità, in cui il Direttore Generale di un’Azienda Sanitaria in relazione ad un fatto accaduto ha accusato in modo virulento alcuni suoi medici, declinando così un’assunzione di responsabilità circa le disfunzioni sottese all’evento “critico”:

“Soldati valorosissimi di trincea, i nostri medici e infermieri, in lotta tutti i giorni non solo e non tanto contro l’ostilità di una malattia ma contro un nemico, assai più subdolo, invitto in Sicilia a tutt’oggi. Un nemico che invalida le grandi competenze e le straordinarie risorse umane di questi anonimi attori della salute, spossati da quell’ottusità politica, indolente e traffichina, che non garantisce i cuscini, le luci, i campanelli, i farmaci, i materassi, le prese di corrente, le pinze, i cateteri… Un florilegio di siffatte inadempienze rendono infrequentabili gli ospedali per gli stessi operatori, stremati dalla tempestiva, quanto inutile, reiterazione (quasi supplica) delle richieste ad una direzione sanitario-generale che, con fermezza e autorevolezza [per la tutela dei propri operatori] dovrebbe fare abbassare le orecchie… ai pretoriani della Regione… [corsivo mio][13]

Mi sono permesso di riportare per esteso l’intero brano tratto dal bell’articolo della Grasso, perché chi, come me ed altri colleghi, si è trovato vivere in prima persona le situazioni descritte, non può che dare testimonianza di una totale verosimiglianza dell’episodio narrato e criticato: nella parole riportate, io – personalmente – intravedo un’incisiva rappresentazione delle quasi-ontologiche disfunzioni che contraddistinguono il nostro sistema sanitario.

Il riferimento geografico-culturale alla Sicilia, semplicemente, colloca i fatti enunciati all’estremo di un intero spettro di possibili paradigmi.

Ma, al di là del riferimento localistico, è indubbiamente vero che, spesso, a medici e ad operatori sanitari eccellenti, competenti e dotati delle necessarie doti di humanitas, costretti ogni giorno a scalare le impervie pareti della gestione politica del potere, viene imposta, proprio da chi dovrebbe tutelare i suoi operatori, un’“immeritata gogna di malasanità”.[14]

Se è vero che, nelle Aziende Sanitarie, sta prendendo piede questa evoluzione, allora il caso del dott. Ruoppolo illustrato prima deve davvero considerarsi  senza speranza?

In un’organizzazione, nella quale si gestisca il potere, vi è la possibilità che si aprano scenari che di esso consentano un buon uso? Oppure sono le intrinseche qualità del potere a corrompere comunque il sistema,  generando cattiva gestione, sia per le loro implicazioni soggettive che per quelle oggettive?[15]

Ma questi sono quesiti a cui soltanto i filosofi potrebbero dare risposte competenti.

 

 

Note al testo

[1] Op. cit. p. 50-51. Viviamo in un momento in cui ancora una volta la “malasanità” viene utilizzata strumentalmente per picconare il sistema sanitario nazionale. Recentissimo di questi giorni un decreto dei ministri Sirchia/Tremonti che istituisce una sorta di polizia amministrativa per sanzionare in via diretta i dirigenti medici del Servizio Sanitario non solo per la prescrizione di farmaci di particolari case farmaceutiche ma anche per avere prescritto esami struntali e laboratoristici superflui oppure per avere indicato una struttura convenzionata e non un'altra. Il fatto grave, se questo decreto dovesse passare indisturbato è che il medico “presunto colpevole” non potrà più usufruire di una giusta causa, ma potrà essere subito ed insidacalmente sanzionato,  con la conseguenza dell’attivazione di un regime di “terrore” giacobino che potrebbe finire con il distogliere molti medici dall’intraprendere le necessarie azioni terapeutiche, incentivandoli  invece a fare soltanto il minimo, con l’esito - in un futuro prossimo venturo di certo non allegro – del rischio di ulteriori fenomeni di devitalizzazione e deterioramento della Sanità pubblica in Italia. (cfr l’articolo di Piraini M., recentemente comparso su un numero de La Repubblica di fine Marzo, Contro i medici la Ghepeù di Sirchia)

[2] Di Chiara G., Sindromi psico-sociali. La psicoanalisi e le patologie sociali, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1999.

[3] Ib., p. 3.

[4] Bion W.R., Esperienze nei gruppi, Armando Editore, 1961.

[5] Di Chiara, op. cit., p..41.

[6] Ib., pp.45-52.

[7] Cfr., Tronconi A., Il potere nelle USL, in Longin L., Mazzei  Maisetti F. ( a cura di), Psicoanalisi e potere, Laterza, Roma-Bari, 1991, pp. 131-140.

[8] Ib., p.137.

[9] Ib., p.137.

[10] Si può tuttavia aggiungere che l’appartenenza politica può contribuire allo “stile” di esercizio del potere. Alcuni degli effetti perversi del potere come dominio e sopraffazione dell’altro, come coperchio con cui in maniera prevaricatoria si cerca di bloccare il pensiero creativo sono straordinariamente simili, quale che sia  l’appartenenza politica del gestore di turno del Potere. Basti pensare alla dolente rievocazione che Ermanno Rea fa della sinistra napoletana nel tentativo di tratteggiare la storia del piccolo gruppo di giornalisti che fecero pare della redazione napoletana dell’Unità  (Rea E., Mistero napoletano. Vita e passioni di una comunista negli anni della guerra fredda, Einaudi, Torino, 2002).

[11] Questa citazione e la successiva da Tronconi A., op. cit. pp. 139-140.

[12] I lettori ricorderanno che Cornaglia Ferraris, medico all’interno di un importante istituto sanitario di ricerca italiano (il Gaslini), è stato l’autore di un libro-pamphlet di denuncia, documentata, di alcune distorsioni esistenti nella sanità italiana e che, a causa della pubblicazione di questo libro, inizialmente uscito anonimo (con lo pseudonimo di Medicus medicorum) e soltanto in seconda ristampa firmato esplicitamente, oltre a subire iniziative disciplinari da parte dell’Ordine dei Medici, fu a rischio di “licenziamento” dall’Azienda Ospedaliera di cui faceva parte. Si trattò di un caso che fece scalpore e che suscitò ovviamente delle mobilitazioni d’opinione (cfr. Cornaglia Ferraris P. - Medicus Medicorum), Camici & pigiami. Le colpe dei medici nel disastro della sanità italiana, Editori Laterza,  Bari 1999, a cui hanno fatto seguito altri libri di critica e di denuncia)

[13] Dall’articolo di Grasso S., Abbassate le orecchie entrando in ospedale, in La Repubblica Palermo, 10.04.2003.

[14] Ib..

[15] Cfr. Galli C., Potere, in Portinaro P.P., I concetti del male, Einaudi, Torino, 2002, pp. 298-324.

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25 novembre 2013 1 25 /11 /novembre /2013 06:28

Mia mamma e la conservazione degli oggettiMia mamma che aveva vissuto le ristrettezze delle guerra e che si era trovata ad approviggionarsi con la carta annonaria, voleva avere a casa abbondanti scorte di tutti i generi essenziali.
Il sale, lo zucchero, la pasta, lo scatolame non dovevano mai mancare.
Le scorte andavano periodicamente aggiornate e rimpolpate.
Ma lo stesso atteggiamento previdente lo adottava per qualsiasi cosa: lo spagno degli incarti, le carte degli involti, i vassoi di cartone, i ritagli di stoffa, i barattoli di vetro, le bottiglie vuote, tappi di sughero, sacchetti di carta e cartone, per citare le cose più comuni, ma ce n'erano anche di più speciose: tutto doveva essere conservato per possibili usi futuri.
Altri oggetti dovevano essere ricilcati ad altri usi sino alla loro totale consuzione: così era per gli spazzolini da denti consumati, ancora buoni per fare le pulizie, oppure per i vecchi bastoni di scopa.
Il principio di base era che nulla doveva essere mai buttato.
"Non si sa mai", soleva dire.

Ed anche: "Sarebbe un peccato buttarlo via".
Io, inevitabilmente, ho preso le stesse abitudini.

Per anni ho conservato di tutto, pensando che - esattamente come lei mi aveva inculcato - che ogni cosa potesse tornare utile un giorno.
Solo che a forza di conservare, ti dimentichi di ciò che hai conservato.
Una volta, da un rivenditore di strada comprai una "balla" di sale. Ciò accadde più di vent'anni fa. E ancora oggi sto usando di quel sale.
Recentemente, ho fatto un repulisti e, avendo la necessità di trovare nuovi spazi, per riporre le cose, ho eliminato un bel di queste cose "eccedenti", accumulate nel corso degli anni.
Ora, mi sento più leggero.
Ma nello stempo, quando mi avanza un sacchetto di carta dalla libreria o dall'aver fatto shopping o una scatole per scarpe vuota, un barattolo di vetro o la bottiglia che conteneva una birra, il mio primo impulso sarebbe di conservare, conservare, conservare
Devo forzare me stesso per "eliminare".

Ai tempi di mia madre (quando era giovane, durante la guerra e nell'immediato dopoguerra), conservare avere un senso, perchè alcuni "generi" e alcuni materiali erano rari e, quindi, la loro conservazioni ai fini di un loro riciclaggio funzionale, aveva un senso.

Adesso, non più. Non c'è alcun senso, anche se forse - perdurando la crisi - torneremo a queste forme di parsimonia.
Eppure, quelle meticolose procedure di conservazione possiedevano un loro fascino. Non posso non pensare al rito di quando c'era da aprire la confezione dei dolci che, la domenica, non mancavano mai sulla nostra tavola.
Prima di togliere l'incarto, occorreva  scioglere meticolosamente i nodi dello spago (mai tagliarli! Sarebbe stata un'eresia) e avvolgere con cura lo spago per poi metterlo in un apposita scatola di latta che faceva da deposito degli spaghi e delle cordelle (con cui, allora, si facevano i "chiacchi" per legare i panni sul filo per stendere: un succedaneo povero - ed economico - delle attuali mollette di plastica).
In ogni caso queste procedure - il rito - dilazionando i tempi, incrementavano ulteriormente il piacere di quando finalmente aperto il pacchetto e disvelato il suo contenuto ci saremmo potuti lanciare all'arrembaggio dei dolci (...ma sempre con parsimonia: uno a testa, al massimo, oppure due mezzi). Gli altri a cena oppure il giorno dopo per colazione o per merenda a scuola.

E' davvero straordinario come noi cresciamo ad immagine e somiglianza dei nostri giorni, plasmati da loro o come un positivo oppure, in taluni casi come un negativo. Ed è altrettanto straordinario come una serie di piccole abitudini acquisite negli anni dell'infanzia ce le portiamo appresso come parte di un nostro lessico familiare - in senso lato - prezioso ed unico.

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8 novembre 2013 5 08 /11 /novembre /2013 13:51

Il piccolo tesoro di Franci, dimenticato e ritrovatoQualche giorno fa, mettendo in ordine alcune cose nella casa di Capo Zafferano, dentro il cassetto di un tavolinetto del soggiorno, ho trovato una ciotola di palastica piena di frammenti di vetro colorati.
E mi sono ricordato, con una certa commozione, ovviamente.
Quando Franci era piccolino e andavamo alla spiaggietta di Capo Zafferano (dal lato di Sant'Elia) tra i sassi e i ciottoli, si trovano in grandi quantità eterogei reperti,alcuni dei quali indubbiamente interessanti. Tra questi, un intero assortimento di pezzetti di vetro - ciò che rimaneva di bottiglie di bibite diverse - che, nel corso del tempo, erano stati levigati e smussati dal mare sino ad assumere essi stessi l'aspetto di piccoli ciottoli, dal verde chiaro, al verde scuro, al marrone, per non parlare di quelli traslucidi e semitrasparenti, tutti con un effetto di "sabbiaturra".
Bagnati erano bellissimi, perchè erano luccicanti.

E, mescolati ai ciottoli bianchi, rotondi o ovali, conferivano loro un tocco di grande bellezza cromatica.

Franci ne era letteralmente affascinato: li ricercava minuziosamente, li raccoglieva e li portava a casa.
Li chiamava i "suoi gioielli".
E, nel corso del tempo, ne aveva raccolto una bella quantità.
Asciutti perdevano una parte del loro fascino perchè la loro brillantezza svaniva e diventavano opachi.
Ma rimaneva egualmente belli e a lui piaceva molto giocarci.
Poi, quando per un po' di tempo di tempo, abbiamo smesso di andare a Capo Zafferano, quel piccolo tesoro è rimasto là, proprio dove lui li riponeva al termine del gioco.
Dimenticato, come reperto di un tempo che fu.

E adesso quel piccolo tesoro è venuto alla luce.
Li ho portati a Palermo, nella loro ciotola, perchè penso di consegnarli a Francesco.
Penso che gli piacerà vedere concretamente un piccolo "pezzo" della sua infanzia che non è andato disperso in periodiche epurazioni della sua stanza per far posto a nuove cose.
E adesso, soprattutto, è abbastanza cresciuto per dare a questa piccola - in sé senza valore - il valore affettivo e di supporto della memoria che merita.
Mi ricorda - d'altra parte - del tempo in cui io, da piccolo, collezionavo i tappi delle bottiglie di birra e di altre bibite gassate, sino a accumularne una piccola fortuna: ne avevo messi assieme oltre mille e li tenevo in un robusto sacco di plastica trasparente.
Ci giocavo spesso.
In che modo?
Dopo averli messi tutti sul pavimento, li usavo per comporre dei disegni, oppure li disponevo in interminabili file, oppure li suddividevo per tipi, ma anche guardavo ammirato la loro varietà cromatica e di decorazioni che spesso attorniavo il logo o il nome della bibita.
Un bel giorno mi stancai di questo gioco.
Ma - più o meno in concomitanza - ci fu anche mia madre che mi disse: "Maurizietto, ora sei cresciuto abbastanza. Quanto tempo ancora vuoi giocare con questi tappi?"
Io presi la sua frase come un invito a liberarmi del mio gioco preferito, perchè ormai ero diventato grande. E, detto fatto, presi il sacco con tutti i tappi e lo scaraventai fuori dal balcone che aggettava sul retro della casa (buttare cose le più disparate fuori dalla finestra, usarle come oggetti da lancio era un'altra delle mie attività preferite).
Il grosso sacco finì sul tetto del garage sottostante e, all'impatto, letteralmente esplose con un grandioso effetto "pirotecnico", cospargendolo tutto di tappi colorati che rimasero là ad arrugginirsi.
Ogni volta che mi affacciavo, potevo vedere questo pezzo della mia infanzia che sbiadiva e si andava corrodendo sempre di più.
Sino a quando non cambiammo casa.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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