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27 giugno 2014 5 27 /06 /giugno /2014 07:31

The London Royal Hospital Museum. Il progresso della scienza medica in tre secoli di storia e l'Uomo Elefante(Maurizio Crispi) Ho avuto modo di visitare recentemente The London Royal Hospital Museum, il piccolo, ma interessantissimo allestimento museale che racconta la storia - attraverso ben tre secoli di attività - del Royal London Hospital, nato come istituizione benefica e caritevole in una zona di Londra che agli albori del XVII secolo aveva preso ad essere sovraffollata e con una popolazione che versava in condizioni di salute miserevoli e oggi divenuto parte del Barths NHS Trust e totalmente rinnovato, a parte alcuni edifici che sono stati mantenuti perché di rilevanza storica, alcuni rinnovati e riadattati, altri ancora in attesa sia di restauro ia di possibile destinazione.
Il Museo, attraverso una sequenza di pannelli esplicativi, di foto, sculture celebrative di personaggi, ritratti pittorici e reperti, soprattutto strumentazioni, mostra la storia del Royal London Hospital attraverso tre secoli di storia che hanno visto cambiamenti epocali nell'assistenza sanitaria, a partire non solo dalla costruzione della professione medica su solide basi scientifiche, ma anche dalla crescita della figura professionale dell'Infermiera a partire dal lavoro volontario e pionieristico di alcune donne illuminate che si trovarono a lottare contro le convenzioni come la famosa Florence Nightingale, The Lady of The Lamp" - come fu chiamata per il suo indefesso lavoro per assistere feriti e morenti durante la Guerra di Crimea per arrivare all'altrettanto grande (ed eroica) figura di Edith Cavell che con abnegazione diede la sua vita per salvare delle vite.
In relazione a ciò non mancano i riferimenti documentari al ruolo svolto dall'Ospedale durante le due guerre mondial, ma la cosa che più mi ha interessato è stato vedere esposto lo scheletro del famoso "Elephant Man" di cui conosco la storia sia attraverso il volume di Leslie Fiedler, Freaks, sia attraverso l'imperdibile e classico film di David Lynch "The Elephant Man", di grandissimo impatto emozionale anche per la scelta del rgista di raccontare la storia usando esclusivamente il BiancoNero.
La visita è di estremo interesse per tutti i diversi item esposti in vetrine e in pannelli, ricchi di spiegazioni minuziosi, ma la visione dello scheletro di Joseph Merrick, conosciuto come l'Uomo Elefante, con quel teschio deformato da impressionanti escrescenze ossee e accanto quello speciale copricapo che teneva celato il suo volto cosicchè potesse andare in giro senza susicitare grida di orrore negli astanti sono forse uno dei reperti in mostra più impressionanti, forse perchè illuminano sul doppio volto della cultura vittoriana che voleva procedere con ordine e rettitudine, in modo positivo, razionale, scientista, ma depurando il tutto da qualsi riferimento alla sessualità e alle cose sporche, ma che poi rivelava - proprio per questo motivo - una passione segreta per l'orrido e tutto ciò che contravveniva all'ordine razionale "depurato" di tutti gli elementi disturbanti. Lo stesso medico che, da benefattore, si occupo dell'Uomo elefante , salvandolo dal ripudio sociale e dandogli una cosa e un lavoro, fu lo stesso che organizzò degli show a pagamento in cui l'Uomo Elefante si scopriva per rivelare ai visitatori morbosi le sue deformità.
Oggi, da quella vetrina dove è collocato il suo scheletro, continua in fondo ad esibirsi, anche se nel frattempo gli esamii cromosomici effettuati hanno aiutato a chiarire in maniera definitiva la diagnosi del morbo da cui Merrick era affetto.

 

 

The London Royal Hospital Museum. Il progresso della scienza medica in tre secoli di storia e l'Uomo ElefanteThe Royal London Hospital Museum is located in the former crypt of a fine, late 19th century, early English style church, designed by Arthur Cawston, which has been extensively restored.
The building also accommodates the Library of the School of Medicine and Dentistry at Whitechapel. Visitors wishing to see the main body of the church can on weekdays, subject to the approval of the Duty Librarian at the Library reception desk.
The Museum has sections on the history of the hospital since its foundation in 1740, Joseph Merrick (the 'Elephant Man'), and former London hospital nurses Edith Cavell and Eva Luckes. A showcase on forensic medicine features original material on the Whitechapel ('Jack the Ripper') murders and hospital surgeon and curator, Thomas HorrocksOpenshaw who helped investigate. It also has a permanent exhibition of artefacts and archives relating to the hospital and the history of healthcare in the East End. Works of art, surgical instruments, medical and nursing equipment, uniforms, medals, and written archives and printed books are included.
 

 

The Museum is in three sections: the 18th, 19th and 20th centuries.
The 18th century section features an overview, together with specific subsections on the foundation of the voluntary hospital, benefactors, medical education and health in the 18th century. Among the original material displayed are the hospital charter of 1758, a drawing given by the artist William Hogarth in 1744 and the operation bell of 1792.
The 19th century section features an overview, together with subsections on surgery before antisepsis (including instruments belonging to hospital surgeon Sir William Blizard), nursing and Florence Nightingale, hospital expansion, hospital matron Eva Luckes, Dr Barnardo, Frederick Treves and the Elephant Man and Victorian doctors. Objects on show include a replica of a hat and veil worn by Joseph Merrick and documents relating to his residence at the hospital, contemporary surgical instruments and medical equipment.
The 20th century section features subsections on children and health, x-rays, the First and Second World Wars, Nurse Edith Cavell Nurse Edith Cavell, hospital Chairman Lord Knutsford, cardiology, blood transfusion, obstetrics and the National Health Service. Visitors can see an x-ray machine from the 1930’s and a carbon arc lamp used to give ultra violet light treatment to King George V in 1928. A changing display sponsored by the late Dr Mona Grey (1910 - 2009), first recipient of the Royal College of Nursling's lifetime achievement award, celebrating nurses who have made a difference. The museum welcomes suggestions of nurses, past and present to include in the gallery - please contact the Archivist with your suggestions.
There are special sections on hospital uniform (usually four uniforms are on show), forensic medicine (including material on the Jack the Ripper murders) and dentistry (including a denture made for George Washington).

 

The London Royal Hospital Museum. Il progresso della scienza medica in tre secoli di storia e l'Uomo Elefante

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4 giugno 2014 3 04 /06 /giugno /2014 21:13

Il Real Parco della Favorita: scenari postapocalittici, mentre la natura - magrado tutto - riprende il suo dominio

 

(Maurizio Crispi) Il Real Parco della Favorita potrebbe essere bellissimo, eppure non lo è.
Lo si può percorrere in lungo e in largo, utilizzando una rete di sentieri e di sterrati molto ramificata con ambienti che variano dai contrafforti collinari che si spingono sino alla parete rocciosa di Monte Pellegrino, alla fitta boscaglia con piante di alto fusto circondante da un fitto - a volte impenetrabile - umido sottobosco i cui arbusti si sviluppano sino formare lunghi tralci che salgono alla ricerca di luce per poi ridiscendere verso il basso, come vere e proprie liane della Giungla tropicale (da qui il neme di "Cambogia" ad un'area dove l'intrico è maggiore), alle vestigia di quelle che un tempo erano floride coltivazioni ad agrumeto e che, oggi, versano in uno stato di totale e tristissimo abbandono e ampie zone di filari di piante di Fico d'India.
Tutto questo è in sé bellissimo e straordinario: ben poche città possono contare su di un simile polmone verde che, in più, possiede indovate nel suo comprensorio splendidi manufatti (oggi in parte in rovina), testimonianza del tempo in cui il Parco della Favorita era riserva "reale" di caccia dei Borboni, come la Scuderia, le torrette di avvistamento, fontane, gebbioni, sino alla famosa neo-classicheggiante Colonna d'Ercole che, un tempo, era circondata da un grande bacino d'acqua sempre pulita (la cui superficie posso immaginare ricoperta di ninfee in fiore). Tutte vestigia di un'epoca di grande splendore.
Il Real Parco della Favorita: scenari postapocalittici, mentre la natura - magrado tutto - riprende il suo dominioSi aggiunge che, ad arricchirne la bellezza e a migliorarne la fruibilità, anni fa (in una burocratica notte dei tempi) un'amministrazione comunale investì del denaro - pubblico, ovviamente - per la creazione di diverse aree picnic con tavoli e panche di legno, punti di cottura al barbecue e fontanelle che erogavano ai gitanti (numerosissimi - secondo tradizione palermitana - nel giorno del Lunedì dell'Angelo, il 1° maggio e a Ferragosto) e che, un 'altra Giunta varò il progetto di un'Area giochi, d'una zona picnic e di un Percorso Salute in una zona che, sino a quel momento, era stata abbandonata e negletta (quella grande ansa tra l'Ippodromo, la Piscina comunale e il Campo di Bowling).
Quindi, il luogo - con tutte le sue sfaccettature - sarebbe splendido e meraviglioso dal punto di vista naturalistico lo è davvero, con il fitto intrico della verzura, le crescite rigogliose, i segni vitali d'una natura indomita. 
Ma, nella stesso tempo, tutto è preda di un inarrestabile degrado.
Alberi abbattuti, giganti possenti e dai tronchi calcinati dal sole estivo, scheletri di altri alberi che ancora si reggono in piedi come nude silhouette: delle aree riservate al picnic non rimane più nulla: tutto nel corso del tempo è stato devastato o asportato (aree di picnic da asporto, si potrebbe dire).
Del Percorso salute rimangono soltanto le vestigia.
Sporcizia dovunque, fazzolettini e preservativi usati, bottiglie di plastica accartocciate e bruciate dal sole, pezzi di vetro colorati, resti di merende al sacco selvagge, memoria di giorni di "scampagnate" i cui stessi protagonisti lasciano la propria monnezza per terra per poi ritrovarla la volta successiva e poi lamentarsene.

Non è raro imbattersi in una prostituta che si aggira sperduta, ritornando da un incontro con un cliente, consumato in fretta o strani figuri che si aggirano nei meandri e nei luoghi più reconditi.

Sentieri un tempo percorribili sono adesso inghiottiti dalla vegetazione che ritorna ad essere padrona e a vietare il passaggio ai fruitori. E' davvero un paradosso dire ciò, ma si rimpiange il tempo in cui c'erano le moto da cross che percorrevano alcuni di questi sentieri e che, almeno, con il loro passaggio continuo, li mantenevano puliti. Ed erano gli stessi motociclisti che, qualche volta, si mettevano di santa pazienza a ridurre l'eccesso di vegetazione che rischiava di cancellare i passaggi.

E' una follia pensare che le aree protette si possano preservare impedendo il loro uso: l'uso, infatti, rimane garanzia di manutenzione da parte di chi è interessato, il non uso si traduce il più delle volte in abbandono e degrado.

L'importante è che l'uso non travalichi in abuso e negligenza: ma ciò dipende unicamente dalla coscienza civica dei singoli.

E la cultura civica si costruisce con i permessi, non attraverso i divieti.


La sensazione dominante è quella di passeggiare all'interno di un paesaggio post-apocalittico, da dopo-bomba.
Il Real Parco della Favorita: scenari postapocalittici, mentre la natura - magrado tutto - riprende il suo dominioE' quasi un paradosso che, aggirandosi nel parco si debba sperimentare sconforto, ma si debba avere la sensazione di poter fruire della bellezza: una bellezza che contiene in sé i germi della putrefazione, del degrado e della morte che, ciò nonostante, rimane sempre bellezza.
Tutto ciò che si tenta di fare per "migliorare" e per rendere gli spazi più fruibili rimane fatica inutile, risorse buttate al vento, poichè ciò che nasce contiene i germi della sua inarrestabile distruzione.
Sembra di vedere la materializzazione in questo processo delle parole del Gattopardo: più si cerca di cambiare (di modificare le cose, di migliorarle, di dar loro un nuovo assetto e un nuovo assetto) più rimangono immobili e inamovibili, anzi si attiva un potente processo che riporta le cose allo stato precedente o comunque uno ad uno statu quo.
In tutto questo, credo che i Ranger d'Italia che hanno avuto in gestione la Riserva Naturale Orientata del Parco della Favorita e di Monte Pellegrino (un territorio in sè immenso e dalle carattersitiche multiformi) possano fare da soli ben poca cosa, se non essere - quando ci sono - meri testimoni del degrado.
Soltanto la Natura alla fine - con il suo inarrestabile rigoglio che sommerge e copre le brutture degli uomini può averla vinta.

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17 maggio 2014 6 17 /05 /maggio /2014 08:46

Una visita alla Stepney City Farm. La fattoria dello zio Tobia nel cuore dell'East End

 

(Maurizio Crispi) La "Stepney City Farm" è un luogo straordinario, come altri che ho già visitato, come la piccola city farm lillipuziana ai piedi del "grattacielo" di Tarling Street, a due passi da casa nostra, oppure la  Hackney City Farm, un po' più distante, ma sempre in zona o anche la Spitalfield City Farm, dalle parti di Brick Lane.
E' una vera e propria fattoria dello zio Tobia nel cuore della Londra metropolitana.
Vederla in opera ha quasi dell'incredibile.
E non è soltanto una "finta" attrazione ad uso e consumo dei bambini che sono coartati nei loro condomini e privati di un autentico rapporto con il mondo naturale, ma un un luogo vero ed autentico, dove molti che, per lo più prestano la loro opera su base volontario (ma intanto apprendono un mestiere) ci lavorano, un luogo che produce i frutti della terra "organic" come si dice qui - biologici, diremmo noi.
Un luogo di salvation per animali da "produzione" destinati altrimenti a morte certa.
Una visita alla Stepney City Farm. La fattoria dello zio Tobia nel cuore dell'East EndPer esempio in un ampio recinto ci sono ex-galleria da batteria che sono lasciate qui a razzolare liberamente e a riprendersi da una vita grama e asfittica. "Presto recupereranno il loro piumaggio" - si può leggere su di un cartello che racconta la loro storia. Galline in riabilitazione: incredibile!
Ma ci sono anche le pecore con una moltitudine di agnelli e il temibile montone dalle corna ricurve, gli asinelli miti e dolci, le capre. Per non parlare di oche ed anatre e dei maiali, nel loro recinto, sormontato da un piccolo cartello con una scritta gialla su fondo rosso: "Attenzione, i maiali possono mordere"!
Ma poverini! Se capita che lo facciano non è che siano cattivi. In fondo i maiali (intesi come animali) - come ci insegna lo psicoanalista statnitense poi divenuto spiritualista ed animalista, J. M. Masson, in uno dei capitoli di un suo affascinante saggio, Il Maiale che cantava alla luna. La vita emotiva degli animali da fattoria (Il Saggiatore, Milano, 2005) - sono capaci di grandi sentimenti e sanno essere romantici. Forse più umani degli umani.
Ma non solo: c'è anche un recinto con un piccolo stagno e tutt'atttorno un ambientazione lacustre adatta per i volatili alla ricerca di refrigerio.
E poi, un'ampia area destinata agli "allottment": che sono delle piccole aioule rettangoli (sarebbe meglio dire dei "terrari") che chiunque può prendere in affitto per coltivalrli con ciò che preferisce, procedendo attraverso tutte le fase, dalla preparazione alla semina, alla sarchiatura e infine al raccolto: e tanti arrivano giornalmente e fanno i loro lavori nel minuscolo appezzamento di terreno che è stato loro assegnato.
In un altro angolo, ci sono le arnie con le api operose che producono cera e miele
Uova, latte, prodotti dell'orto, miele vengono venduti o direttamente o dietro prenotazione.
E gli acquirenti non mancano mai: i prodotti vanno a ruba. Ogni sabato i prodotti della fattoria vengono messi in vendita e c'è davvero un affollamento di acquirenti che vengono ad acquistarli.
E poi, ci sono anche la bottega del fabbro e quella del falegname, dove vengono anche organizzati corsi per l'apprendimento delle tecniche base di queste due attività. Ed infine, vi è persino un "Centro di Arte Rurale" che immagino possa insegnare i rudimenti della "land art" oppure come combinare il senso dell'estetica con i lavori agricoli.
Una visita alla Stepney City Farm. La fattoria dello zio Tobia nel cuore dell'East EndOggi tutto ciò che è lavoro manuale (e non solo) è disprezzato perchè è considerato l'opposto del tempo libero, dello svago e dell'intrattenimento, mentre un tempo - attraverso il lavoro che rimaneva la realtà primaria - si cercava anche di dare soddisfazione ad altre esigenze fondamentali e si perseguiva il bello: pensate, ad esempio, all'intrinseca bellezza di un muretto a secco ben fatto o di una staccionata realizzata con pali di legno avanzati dal digrossamento del bosco. Anche nel lavoro il perseguimento del bella e della cosa ben fatta.
I lavori fervono in un benefico contatto con la natura.
Sono tantissimi i bambini in visita, accompagnati dai genitori o delle intere scolaresche ciarliere: infatti questa city farm, come le altre dislocate nel territorio metropolitano hanno delle speciali convenzioni con le scuole in modo da poter insegnare ai ragazzini le vie dell'agricoltura, il ciclo delle stagioni, la vita degli animali domestici.
Ma ci sono anche degli adulti da soli o in coppia arrivano in visita, attratti dalla pace e dalla serenità che il luogo inspira e che fa respirare assieme all'aria che entra nei polmoni.
Attraverso questa visita si ha l'opportunità d'un contatto vivificante e benefico con il mondo della fattoria operosa: del resto, la canzoncina della fattoria di zio Tobia è impressa nella mente di tutti i noi e un tempo era il succedaneo immaginario del contatto reale con gli animali che ci vivono (la canzone-filastrocca italiana era " Nella Vecchia fattoria" e fu magistralmente interpretata dal Quartetto cetra, mentre il suo corripsondente inglese si chiama "Old MacDonald Had a Farm").
Qui hanno pensato: "E se invece di cantare ai nostri bambini la canzoncina, gliela facessimo vedere?".
Non manca una simpatica caffetteria, con dei tavoli disposti fuori, ombreggiati da robusti alberi fronzuti: ci si sofferma volentieri a bere un caffè e a mangiare una pasta, mentre in questa precoce primavera, con temperatura quasi estive, è in corso un'ora di intrattenimento musicale per un gruppo affollatissimo di bambini (e di mamme). L'iniziativa si chiama "Frogprince Baby Music" e si svolge ogni venerdì mattina alle 11.00.
Tutto bello, tutto perfetto, quasi troppo, se penso alle nostre realtà imperfette e alla nostra incapacità di organizzare cose come questa, sulla base di un semplice lavoro volontario e della disponibilità dell'Amministrazione comunale di cedere dei suoi terreni e destinarli a questa finalità che assolve contemporaneamente alla finalità dell'intrattenimento e dell'utilitarismo.
Il tutto in uno scenario bucolico che riporta il visitatore indietro nel tempo: impressione accresciuta dal severo campanile dell'antica Chiesa di Stepney che occhieggia tra gli alberi.
Quii se sei davvero fortunato, in un magico istante, una coccinella può posarsi sul tuo braccio e rimanere con te per tutto il tempo della tua visita.

Piccoli miracoli che possono ancora accadere.

 

 

 

 

 


 

 

Una visita alla Stepney City Farm. La fattoria dello zio Tobia nel cuore dell'East End

 

 

 


 

 

 

Una visita alla Stepney City Farm. La fattoria dello zio Tobia nel cuore dell'East End

 

 

 


 

 

Una visita alla Stepney City Farm. La fattoria dello zio Tobia nel cuore dell'East End

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16 maggio 2014 5 16 /05 /maggio /2014 08:21

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(Maurizio Crispi) Grazie alla ricerca di Maureen (e alle preziose dritte forniteci da Trip Advisor) - alla vigilia del nostro viaggio "matrimoniale", assieme al nostro piccolo gruppo familiare allargato, nel Lake District - siamo arrivati alla Country Hill Summer House situata ad Hawshead Hill nei pressi di Ambleside (Cumbria).
Il nostro viaggio è stato memorabile perchè dalle grandi e trafficatissime motorway (la M1, mentre al ritorno abbiamo percorso la più tranquilla M6) ci siamo trovati immessi in strade sempre più piccole e strette, man mano che ci addentravamo nel cuore della Cumbria, seguendo le indicazioni del nostro navigatore tom-tom.
E mentre procedevamo in questa immersione sempre più mprofonda in un mondo naturale apparentemente incontaminato e fermo nel tempo, eravamo affascinati da un paesaggio selvatico e selvaggio, dai profili montani (fell) e laghi, alberi sparsi e fronzuti oppure raccolti a formare piccole foreste, animali al pascolo e soprattutto miriadi di pecore con i loro agnelli, e i muri a secco costruiti con antica maestria, pari soltanto a quelli che, in Sicilia, troviamo nel territorio agreste di Ragusa.
E, alla fine, salendo lungo una strada che si faceva sempre più stretta e tortuosa, fiancheggiata da muri di pietra muschiosi, eccola la nostra destinazione: la "Summer Hill Country House"!
Summerhill Country House di Mike&Patsy, un luogo idillico nel cuore del Lake District (Cumbria)Ci è piaciuta a prima vista: Maureen ne aveva già visto le foto nel web, ma io no, anche se lei - puntualmente - mi aveva inviato i link e tutto quanto occorresse perchè io mi facessi le mie idee e le potessi dare a ragion veduta la mia approvazione.

Mi sono fidato del suo gusto e non ho voluto approfondire, dopo averne avuta una veduta d'insieme, perchè non mi piace avere molte anticipazioni sui luoghi dove arriverò, per avere intatto il piacere della sorpresa e della scoperta.
Sin dall'inizio, la cortesia e l'ospitalità di Patsy e Mike Derry, che conducono questo B&B (d cui sono anche proprietari) sono state davvero splendidi, tanto da farci sentire - dopo tante ore di viaggio stipati, armi e bagagli, nel nostro piccolo "magical bus" - finalmente a casa.
Siamo stati messi a nostro agio, tutte le spiegazioni necessarie ci sono state date e abbiamo occupato le nostre stanze: stanze linde e luminose, "personalitte", cioè ciascuna diversa, sia nell'arredamento, sia nei colori.


Cordiale l'atmosfera, massime le facitalizioni e le spiegazioni su tutto ciò di cui potessimo avere bisogno.
Durante i breakfast non ci è mancato mai niente con un'ampia scelta tra colazione "continentale o "all'inglese", ma soprattutto non è mai venuta meno una conversazione brillante e spiritosa con i nostri due ospiti, una conversazione che - pur essendo leggera e non finalizzata - serviva nello stesso tempo a suscitare delle idee, ad attivare curiosità e a raccogliere informazioni sulle nostre destinazioni.
L'edificio di pietra a pianta rettagolare è antico (risalente addirittura al 18° secolo), ed era abitato da un'anziana signora che faceva la tessitrice. Voluto da questa proprietaria, esisteva gà un ascensore-elevatore che conduceva ad una delle stanze del piano superiore: e a partire da questa "facility", Mike e Patsy hanno inserito tutte le altre comodità per disabili che, come è noto, non riguardano solo coloro che hanno un handicap fisico, ma possono essere di beneficio per tutti, poichè ciascuno di noi in diverse età della vita può trarre vantaggio dall'assenza di barriere architettoniche per una sopravvenuta difficoltà nella locomozione.
Dopo l'anziana signora, la grande casa fu occupata da una comunità di artisti che hanno lasciato delle tracce: la più significativa è la scultura "monolitica" di legno traforato che, realizzata da Walter Bailey e raffigurante una figura umana stilizzata ("The Clock of Seasons"), si trova su di una piccola eminenza erbosa e che rende il luogo fascinoso, conferendogli il tocco arcaico dei megaliti di Stonehenge o di Castleriggs.

Summerhill Country House di Mike&Patsy, un luogo idillico nel cuore del Lake District (Cumbria)Mike, nel corso dell'avventuroso restauro della fabbrica nel corso del quale lui e la moglie hanno abitato per svariati mesi assieme a cinque operai che, assunti allo scopo, svolsero il loro lavoro in modo - per così dire - "residenziale" visto che - dato l'isolamento del luogo e la sua lontananza dalle vie più batture - sarebbe stato ben più complicato e costoso per loro, arrivare sul posto ogni giorno e andarsene alla fine del lavoro, ha rimesso in evidenza delle particolarità costruttive che erano state occultate nel corso del tempo: come è il caso del grande camino di pietra, costruito con la stessa tecnica dei muri a secco, nel salone dove si consuma il breakfast,  al cui posto appariva in muro intonacato una modesta stufetta a gas, riportato al suo aspetto originale da Mike in persona con un certosino lavoro di rimozione di ogni particella di intonaco che aveva nascosto del tutto il disegno delle pietre.
Davanti alla casa. a poca distanza da essa, su di un punto rilevato e parzialmente contornato da alti alberi, vi è un summerhouse, cioè un piccolo padiglione vittoriano con le finestre arricchite da vetri colorati, a pianta poligonale, per picnic estivi che Mike e Patsy hanno trovato e che hanno soltanto restaurato: questo è davvero un punto di pace e tranquillità dove si può star seduti a leggere o a godersi semplicemente il silenzio, interrotto dai frusci e dai canti spezzati dei tantissimi uccelli di molte diverse varietà che vivono qui, al primo sorgere del sole, oppure quando le lunghe serate primaverili - quando l'aria si fa tiepida - volgono al termine e il buio comincia ad avvolgere ogni cosa.

Mike e Patsy, nella loro vita lavorativa sono stati entrambi insegnanti e, con il loro pensionamento si sono ritirati qui, perseguendo un proprio progetto personale che è anche, indubbiamente, di pace interiore e di armonia, e di ricerca: il luogo - e il modo in cui è gestito - parlano di queste qualità interiori.
Mentre Mike insegnava English Drama nelle scuole superiori, Patsy - a quanto ho capito - è stata insegnante nelle Scuole primarie.

Di recente, Mike ha portato a compimento una sua personale sfida, pubblicando una sua opera narrativa dal titolo "Recognition": un romanzo ricco di contenuti autobiografici che, al di fuori di ogni previsione, ha raccolto molti consensi e pareri positivi. La sua pubblicazione è avvenuta soltato nella forma di e-book (o Kindle, adesso non ricordo), poichè - come ci ha spiegato Mike - i costi altrimenti sarebbero lievitati eccessivamente.
Patsy, invece, svolge diverse attività creative: dipinge, disegna, ma soprattutto fotografa e ha pubblicato diversi book fotografici, oltre ad esporre in mostra alcune delle sue opere più significative, ma è anche una brava cuoca e pasticciera. Per esempio, come tocca di gentilezza e di ospitalità, a parte una fruttiera sempre ricolma di frutti, su ciascun comodino, si potrà ritrovare ogni giorno, in una piccola ciotola, un cioccolattino, confezionato dalle sapienti mani di Patsy, con una varietà di differenti gusti: io ho avuto modo di assaggiare quello alla menta e quello all'arancia.

E di tutte queste attività fa un piccolo (e discreto) merchandinsing: deliziose i biglietti augurali dipinti: un piccolo valore aggiunto per chi è loro ospite.

Summerhill Country House di Mike&Patsy, un luogo idillico nel cuore del Lake District (Cumbria)Insomma, qui al Summer Hill Country House non manca proprio nulla: ci si può stare sperimentando un senso di piacevole rilassatezza, godendo del posto e del suo favoloso isolamento che può essere spezzato con facilità con uno spostamento di soli pochi chilometri per raggiungere alcuni dei luoghi più rinomati della Cumbria.



Ecco come si presentano Patsy e Mike Derry nel website dedicato al loro B&B. We are Mike and Patsy, who after years of discussion and suddenly arriving at the ripe old age of 50, decided to bite the bullet, give up our urban lives and fast-paced careers and try something radically different.
We have always needed to know there is a place where we can go and escape from the hectic hustle and bustle of every day. In a conversation with friends after dinner one night, where the food had been good and the wine had been flowing, we agreed we wanted to be able to provide this kind of haven for others, in a beautiful and restful spot.
In 2006 the hunt began in earnest for the ideal place. As soon as we saw Summer Hill we knew that we had found it.
We hope that when you visit you will have that same feeling and find Summer Hill somewhere to take some time, find some space, and relax.

 

 

Summerhill Country House di Mike&Ptsy si trova nel web al seguente indirizzo (clicca qui)

 

Ma la Summerhill Country House si ritrova anche su Trip Advisor con tutte le relative review di chi vi è stato ospite.

 

Le foto sono di Maurizio Crispi.

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13 maggio 2014 2 13 /05 /maggio /2014 09:37

A Palermo, un Container eco-creativo e collettivo

 

(Maurizio Crispi) Camminando una sera, alla vigilia di Pasqua per via Paternostro (nel centro storico di Palermo), dopo una sosta al Caffé Garibaldi per un veloce aperitivo, ci siamo inmbattuti in una piccola bottega a poca distanza dalla piazzetta dove si affacciano la Chiesa di San Francesco e l'omonima Focacceria.
Una bottega fantastica: mi è venuto immediatamente spontaneo chiamarla tra me e me la "Bottega delle Idee". Realizzata all'interno di un antico locale di pianterreno, un tempo adibito a magazzino di colle ed altri materiali per calzolai (del resto in tono con la via che, un tempo, era rinomata perchè vi si acquistavano - e riparavano anche - valigie, borse ed altri articoli di pelletteria.

Un aspetto antico, sia per il soffitto sorretto da grandi arcate a volta, le pareti intonacate ma dalla superficie irregolare e bozzoluta, sia per le caratteristiche del pavimento di mattoni a riquadri bianco-sporco e nero di antica fattura, come si usava nelle abitazioni modeste oppure nei locali adibiti ad attività commerciali (mi diranno poi che hanno dovuto sgobbare duramente per rendere visibile il disegno originario, asportando strato dopo strato di morchia secolare).
Alle pareti - e all'interno del primo ambiente -, una gran quantità di reperti e di manufatti, alcuni appoggiati ai muri, tutti imbiancati a calce, oppure attaccati ad essi, altri al centro della stanza.
Seduto in una comoda poltrona uno con due cani, apprentemente in una posizione di riposo, un ospite forse.
Nella stanza in fondo, si poteva arguire una vera e propria bottega artigiana con tre al lavoro ad un piccolo bancone.
Alle loro spalle, una grande confusione di altri manufatti e di articoli vari, ancora - evidentemente - in via di sistemazione.

 Un luogo ancora giovane, dunque, e pieno di promesse e lusinghe, proprie del percorso che porta una cosa al suo configurarsi da una condizione di bozzetto ad una forma con dei suoi caratteri ben delineati.

Abbiamo parlato e mi hanno spiegato cosa sono e cosa fanno.

Sono  quattro - come i quattro moschettieri- ma oggi dei quattro ce ne sono soltanto tre: gli altri due - compreso l''uomo dei cani - sono amici e fiancheggiatori/supporter.
Parliamo e mi raccontano qualcosa di sé e del posto, mentre io vado curiosando con lo sguardo tra i vari oggetti, vagando dall'uno all'altro, poichè tutti - se isolati dal contesto - possiedono una potente forza attrattiva: una gioia per chi è naturalmente curioso!
Il primo sguardo non consente di cogliere tutti i dettagli, ma se poi con l'occhio si isolano i diversi elementi i diversi "pezzi" vengono fuori con la loro oroginalità.
Mi dicono che il loro è un laboratorio eco-creativo, un "contenitore" (e, in effetti, lo hanno denominato "Container"): partono da materiali poveri e ne realizzano dei manufatti, oppure da materiali riciclati e destinati dalla discarica, oppure ancora da idee "grafiche" che portano alla realizzazione di oggetti "trompe l'oeil" per case dove gli spazi sono esigui.
Ognuno dei quattro ha delle proprie competenze e possiede specifiche abilità
Una - ad esempio - viene dal mondo della grafica pubblicitaria, per esempio.
Un altro si dedica alle azioni di cucito e ricamo, realizzando borse, borselli e sporte personalizzati con geniali decorazioni, per fare un altro esempio.
A Palermo, un Container eco-creativo e collettivoMolti oggetti - anche pezzi di mobilia - vengono portati lì e se ne stanno, in attesa che - dalla loro presenza, coniugata alle caratteristiche del luogo che è fondamentalmente un laboratorio artigianal-creativo - scaturisca un'idea su come trasformarlo.
Gli oggetti non sono mai inerti e possiedono una loro intrinseca energia che può essere incanalata e opere d'arte possono essere realizzate dagli scarti. E, sin dall'inizio, non ho potuto non pensare a  Paolo Uilian e alla sua mostra "Paolo Uilian. Tra Gioco e discarica" (cfr. il Catalogo della mostra, realizzato a cura di E. Mari, Mondadori Electa, 2009).
Si avvertono una tensione positiva, una dimensione che prima ancora che utiliristica è fortemente ludica, ma anche un clima di amicizia, rinsaldata da un progetto comune e da una passione creativa condivisa.
Prima la passione, dunque, e il gioco e soltanto in seconda posizione il desiderio utilitaristico di ottenere un profitto da queste multifomi attività.
Ma, secondo me, è più la passione allo stato puro che muove "Container" e non altro: è quello che si percepisce nel brusio di fondo di questo luogo.
I luoghi, d'altra parte, hanno un loro potere silenzioso e questo sicuramente c'è l'ha.
Tornerò a trovarli questi ragazzi, perchè sono curioso di vedere come evolverà questa loro avventura: i viaggi non stanno nel risultato finale (il raggiungimento di una meta stabilita che spesso nemmeno si conosce), ma in tutto quello che accade nell'intervallo tra il momento della partenza e quell'arrivo, che a sua volta diventerà il punto di partenza di un'altra storia.

 

Eccome come Manuela Baldanza, Vincenzo Castellini, Valeria Monaco e Fabio Zammito si presentano: "Container, ovvero contenitore di idee e progetti in continua evoluzione: dalla pittura alla grafica, dalla sartoria al riciclo creativo senza trascurare l'interior design ed il modernariato seguendo come denominatore comune un 'movimento ecocreativo', basato sulla totale libertà di espressione e creazione".

 

 

 

 

Container è su Facebook

 

 

 

Paolo Uilian. Tra Gioco e Discarica. un video

 


 

 

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5 maggio 2014 1 05 /05 /maggio /2014 07:28

The Pencil Museum a Keswick. Ci si fa matita in un viaggio di esplorazione dell'Universo della Matita

(Maurizio Crispi) Letteralmente, ci si deve fare in qualche modo matita per potere apprezzare tutto ciò che si potrà vdere entrando nel Museo delle Matite (The Pencil Museum, Home of the World's First Pencil), a Keswik nel Lake District (Cumbria).
Nella foto che fa da "cappello" a questo mio breve resoconto, siamo appunto all'ingresso del Pencil Museum che si trova a Keswick, all'interno della vecchia fabbrica di matite (che oggi si è trasferita in una sede più moderna): una fabbrica dalla quale partivano carichi di matite di tutti i generi, diretti in tutti i luoghi del Regno Unito e del mondo.
La fabbrica nacque proprio qui, a poca distanza dal luogo in cui alcuni pastori fecero la casuale scoperta della grafite, alla fine del XVI secolo.
Attratti da un albero che era stato abbattuto da un fulmine, videro tra le radici contorte che emergevano dal terreno un blocco di materiale nerastro.
In un primo tempo pensarono che si trattasse di carbone, ma dovettero presto recedere da tale convinzione poiché non prendeva fuoco.
Ma, essendosi accorti che le loro mani si macchiavano, pensarono bene di utilizzarla in piccole schegge per marchiare di nero il vello delle proprie pecore.
E questo fu il primo utilizzo riconosciuto della grafite come rudimentale "matita".

In verità, all'inizio, la grafite non venne utilizzata per fare delle matite, ma ebbe degli usi "militari": infatti, si vide che il suo utilizzo era fondamentale per rivestire l'interno delle forme in cui si colava il metallo fuso per la fabbricazione delle palle di cannone.
Se ne estraeva poca ed era considerata molto preziosa: si calcola che un chilo di grafite equivalesse ai tempi della Regina Elisabetta al valore di £1500 odierne.
Veniva portata a Londra direttamente dai luogi d'estrazione alla Torre di Londra, sotto scorta armata.
Ma ciò nonostante erano frequenti i furti messi a punto da bande armate di ladri che infestavano le strade del tempo, con consistenti danni per la Corona: si calcola che, in quegli anni, vi fosse stata una perdita - a causa di quest incursioni - di oltre £150.000. 
A causa di ciò, venne promulgata una specifica legge dal Parlamento inglese che comminava ai ladri di grafite l'immediata deportazione in Australia.
Con le trasformazioni delle tecnologie di guerra, in GB la grafite non fu più necessaria e il suo uso venne divulgato e liberalizzato, sottratto al monopolio dello stato.
Si cominciarono quindi a fabbricare le matite, da quelle semplici a quelle colorate con lo sviluppo di una tecnica di miscelatura della grafite con i pigmenti colorati, con sistemi di costruzione sempre più raffinati.
La matita oggi la diamo per scontata: ma, in realtà, è un oggetto complesso la cui realizzazione richiede una tecnologia complessa.

Il Museo contiene molte storie interessante ed avvincenti, come quella della matita "di guerra"
Una matita "finta" che al suo interno cavo conteneva una sottilissima mappa geografica dettagliata ed un mini-bussola.
Ingentivi quantitativi di queste matite camuffate vennero inviate ai POW (Prisoners of War) britannici in Germania per fornire loro un minimo armamentario di strumenti da poter utilizzare in caso di fuga.
Solo nel 1999, avvicinandosi il giro del millennio, la fabbrica di matite di Keswick potè desecrare i dettagli costruttivi di questa matita da guerra e realizzarne un numero di copie limitato per i collezionisti, assolutamente identiche a quelle realizzate in tempo di guerra.
E poi si possono ammirare (ma con una lente d'ingrandimento) le sculture in grafite realizzate dall'anima delle matite da un artista giapponese specializzato in miniature; oppure la preziosa matita "del Giubileo", realizzata nel 2012 e offerta in omaggio alla Regina Elisabetta (solo due copie ne vennero fatte e l'altra è in esposizione nel Museo) oppure la "matita più grande del mondo" che si meritò l'iscrizione nel Guinness dei Primati.

The Pencil Museum a Keswick. Ci si fa matita in un viaggio di esplorazione dell'Universo della MatitaInsomma, un oggetto piccolo e semplice come è la matita (a cui non siamo soliti accordare molta importanza) racconta qui in questo piccolo - ma meraviglioso - museo tantissime storie.
Ed è anche incredibile come a partire da un singolo oggetto che appartiene alla nostra quotidianità si possa raccontare la "Storia", utilizzando uno specifico - originale ed insolito - vertice d'osservazione.

In più il Museo, come tanti altri visitabili in UK è interattivo: offre ai suoi visitatori la possibilità di "fare", mettendo a disposizione nella caffetteria, matite colorate, pastelli e cartoncini su cui disegnare e colorare. Chi vuole può lasciare in esposizione le sue opere in una parete fittamente decorata con tutte le minuscole opere dei visitatori; ma oltre a questo, il Museo organizza anche dei corsi sulle tecniche basilari del disegno e della colorazione (Tuition Workshop) ed incontri con disegnatori professionisti, attività che si sviluppano in tutto l'arco dell'anno e che, purtroppo, non possono essere frequentate dai visitoatori occasionali, ma soltanto dalla gente del luogo e di altre cittadine vicine, per cui il Pencil Museum è anche un centro di attrazione e un'occasione per passare il tempo in un'atmofesfera decisamente "friendly".

Il tutto corredato, ovviamente, da una intensa ed articolata di merchandising tematica.

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27 aprile 2014 7 27 /04 /aprile /2014 08:09

La Mezzaluna e il Corvo

 

A Whitechapel Road, nell'East End londinese, c'è una gigantesca Moschea: è un edificio bellissimo e dall'aspetto solido, sormontato da un cupola solida e, allo stesso tempo, leggera e, accanto, un palazzo a più piani, adibito nelle sue varie funzioni a "Centro di cultura islamica": passandoci davanti si ha l'impressione di essere condotti in un lontano scenario esotico dell'Oriente, anche perchè l'esterno della Moschea - soprattutto in prossimità degli orari delle preghiere rituali - è affollato dai fedeli vestiti negli abiti tradizionali dei rispettivi paesi di provenienza (moltissimi sono quelli che vengono dal Bangla desh in questa zona di Londra, ma anche tanti i Somali di fede musulmana). 
Uomini con lunghe e cespugliose barbe bianche o brizzolate e tuniche bianche, con sopra una giacchetta di foggia occidendale, i capelli coperti da un piccolo fez bianco.
Laciano le scarpe all'esterno su appositi scaffali ed entrano all'interno,

Poi alla fine della preghiera, rimangono all'esterno a chiacchierare

La cupola offre degli scorci interessanti e del resto ed è indubbiamente l'emblema diella più grande Moschea dell'East End e forse di Londra intera e della fede e e della cultura islamica.

 

Nella foto, la composizione del dettaglio della cupola e del corvo che atterra sul tetto dell'edificio frapposto è stata una fortunata coincidenza, che conferisce all'insieme un carattere particolare che - per me - è nel contrasto tra la staticità del simbolo (la Mezzaluna) e la sua permanenza nel tempo, in contrapposizione con il dinamismo del movimento e della trasformazione, suggeriti da quel frullo d'ali che cessa o che inizia.

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18 marzo 2014 2 18 /03 /marzo /2014 18:11

Freud Museum London. L'emozione di entrare dentro la mente di un personaggio la cui statura intellettuale ha forgiato la cultura del XX secolo(Maurizio Crispi) Domenica 9 marzo 2014, ad inizio di giornata ci ha salutato un vivido sole, accompagnato da temperatura mite, cielo azzurrissimo sin dalle prime ore dell'alba, attraversato soltanto da qualche striatura bianca.
La nostra meta è il Freud Museum London, dove io ero già stato in visita qualche anno fa (esattamente nel 1993, poco prima che nascesse Franci). Ma di questa mia prima volta non ho serbato un ricordo altrettanto vivido di quello che mi si è impresso in mente questa volta.
A tutti gli effetti, questa di cui voglio raccontare è stata una visita nuova ed inaspettata, come se - del precedente passaggio - avessi fatto nella mia mente tabula rasa.
La casa dove Freud visse l'ultimo anno della sua vita si trova nel cuore di un ridente quartiere residenziale ad Hampstead, non distante dal cuore della popolare Camden Town, ma Maresfield Gardens è una via tranquilla di belle case in mattoni rossi, tutte con un piccoleo e ridente giardino davanti, in questa stagione dell'anno abbelliti da alberi in piena fioritura e un grande spazio sul retro, un giardino privato, spesso fornito di alberi d'alto fusto, adornato di panchine e contornato da siepi, con in in più un bel prato verde adatto per soffermarsi a sorseggiare un the alla maniera inglese.
"20 Maresfield Gardens, our last adress on this planet" ebbe a scrivere Sigmund Freud, poco dopo il suo arrivo qui, quando - già provato dalla sua malattia (iniziata15 anni prima), ma amorevolmente assistito dai suoi familiari e soprattutto dalla figlia Anna che, come soleva dire il padre, "...era nata con la psiconalisi", visto che la sua data di nascita coincise in pratica con la svolta del pensiero di Freud, segnata dalla pubblicazione di "Studi sull'isteria", era probabilmento consapevole che non avrebbe più rivisto la sua Vienna e che non molto tempo gli restava ancora da vivere.
Freud, sfuggendo alla persecuzione nazista (nella Germania di Hitler i suoi libri erano stati bruciati pubblicamente), arrivò a Londra con una parte della sua famiglia, il 6 luglio 1938 e prese alloggio in una casa d'affitto  al numero 39 di Elsworthy Road. Soltanto il il 27 settembre dello stesso anno si trasferì nell'abitazione nel frattemo acquistata a Maresfield garden, 20 che, a tutti gli effetti, fu la sua ultima dimora.
Freud Museum London. L'emozione di entrare dentro la mente di un personaggio la cui statura intellettuale ha forgiato la cultura del XX secoloIl suo studio venne ricostruito accuratamente con tutto ciò che era stato portato da Vienna dal figlio Ernest e dalla governate Paula Fichtl, ricreando a tutti gli effetti l'ambiente di lavoro e di pensiero che Freud aveva utilizzato per 47 anni consecutivi nella sua casa viennese in BerGasse.
Negli ultimi mesi che gli rimanevano da vivere, pur essendo il suo corpo provato dalla malattia, la sua mente rimase vivida: continuò a scrivere le sue ultime opere (tra queste, il saggio "Mosè e il Monoteismo") e a ricevere i suoi pazienti.

Dopo la morte di Freud, la casa di Maresfield Gardens continuò ad essere abitata da Anna Freud - e dall'amica e collega Dorothy Burlingham - sino al 1982.
Solo alla morte di Anna, per sua volontà, la casa con tutto il materiale che conteneva (libri, arredi, fotografie ed opere d'arte) venne trasformata in museo il "Freud Museum London" che è divenuto nel corso degli anni mausoleo e sacrario, ma anche centro di attività culturali, vivo e pulsante, con l'organizzazione di eventi, mostre tematiche, seminari.

 

E' un'isttuzione totalmente privata che si regge esclusivamente con le quote d'ingresso (modeste, peraltro) richieste per la visita (oltre che dal ricavato della vendita di libri, gadget vari, riproduzioni fotografiche, disponibili nel fornitissimo e ben tenuto negozio, che non si manca mai di vistare al termine della visita) e, secondo una consuetudine tipicamente britannica con le quote annuali di coloro che vogliono diventarne membri sostenitori, con due quote differenziate che consentono per l'annualità, accessi gratuiti illiimitati, la partecipazione ad eventi, a proiezioni di filmati inediti, nonchl'inserimento in una mailing list, e la possibilità di partecipare all'annuale party estivo nel giardino retrostante.
Freud Museum London. L'emozione di entrare dentro la mente di un personaggio la cui statura intellettuale ha forgiato la cultura del XX secoloPer esempio, in occasione della nostra visita, era allestita una mostra dal titolo "Calman Meets Freud", dedicata al vignettista (cartoonist) britannico Mel Calman che ha realizzato una serie di vignette che hanno come protagonista il suo personaggio "the little man" messo a confornto con il setting psicoanalitico, con arguzia e con spirito fortemente ironico, ma ciò nondimeno costruendo con il suo garbo un grande omaggio alla teoria della mente e alla modalità terapeutica, inventata da Freud che, detto per inciso fu in primo luogo uno psicoanalista fuori dal canone: come fondatore della sua scuola non fu mai un "ortodosso" come oggi si intende un freudiano ortodosso, poichè la sua teoria era costantemente in progress, suscettibile di grandi cambiamenti e di punti di svolta. Lo standard freudiano venne soltanto dopo, quando alcuni criteri della psicoanalisi vennero isolati e usati per costruire un'ortodossia che non fu mai nel pensiero di Freud, compreso quella della "rigidità" del setting psicoanalitico (ma questo discorso non può essere approfondito qui: basti quest'accenno), a partire dalla parziale reinvenzione delle intuizioni freudiane nella più classica e seguita traduzione in Inglese da parte degli Strachey, con la loro "Standard Edition".

La casa di Freud non è stata accessibile nel corso di questa visita in tutta la sua interezza: al piano di sopra in un allestimento provvisorio si può vedere l'ambiente utilizzato come studio professionale da Dorothy Burlingham, mentre la stanza di lavoro di Anna Freud non è stata visitabile perchè in corso di riorganizzazione (per quanto si possa vedere il lettino che lei stessa con i suoi pazienti, come anche il telaio con cui tesseva nel suo tempo libero).
Il pianerottolo intermedio nella fuga di scale che portano al piano di sopra, con un grande bovindo aggettante sul giardino del prospetto, è allietato dalla fioritura sontuosa di un grande albero che sembra quasi irrompere all'interno, attraverso i vetri, creando un effetto di luminosità solare: questo era uno spazio in cui la moglie di Freud e la stessa Anna solevano passare il tempo, in lettura, in conversazione o in altre attività domestiche e rimase sucessivamente il luogo prediletto da Anna per la lettura: una libreria incasssata nel vano sotto la grande finestra è pieno dei suoi libri preferiti, tra i quali molti polizieschi.
Freud Museum London. L'emozione di entrare dentro la mente di un personaggio la cui statura intellettuale ha forgiato la cultura del XX secoloPiù su, nell'ampio pianerottolo del primo piano, si possono esaminare alcune foto di famiglia, un grande pannello, corredato di foto e di incisive didascalie che mostro l'albero genealogico della famiglia e le sue diverse diramazioni, e soprattuto i due piccoli dipinti realizzati da Sergej Costantinovič Pankëev, poi rimasto noto come l'"Uomo dei lupi", il famoso paziente di Freud, descritto nel saggio "Dalla storia di una nevrosi infantile", e che era visitato dal sogno ricorrente "dei lupi": disegni che vennero fatti dal paziente in persona per meglio far comprendere a Freud le caratteristiche del suo sogno.
Una delle due stanze visitabili del piano di sopra è sistemata come sala conferenze e per le proiezioni di filmati: a beneficio dei vistatori, vi viene ordinariamente proiettato un filmato, con una serie di spezzoni realizzati poco dopo l'arrivo della famiglia nella casa di Elsworthy Road e successivamente a Maresfield Gardens.
Emozionanti immagini in movimento che mostrano Freud, circondato dai suoi familiari, infermo, semicoricato su di una sdraio e avvolto nelle coperte, nel ridente prato sul retro.
Altre scene in cui invece cammina, si muove, conversa e, dopo essere stato in compagnia dei visitatori che, in quei giorni, giungevano numerosi, si ritira all'interno della dimora, accompagnato dalla figlia, per prendere un riposo. Sempre con l'immancabile sigaro, che non abbandonò mai, anche se il fumo era esiziale per il carcinoma orale di cui soffrì, a causa del quali subì - eroicamente - una serie di dolorosi e destruenti interventi chirurgici. 
Al pianterreno, si passa attraverso quella che fu la stanza da pranzo della famiglia e che, pur conservando alcuni degli arredi originari, è adesso uno spazio espositivo, con alcuni pannelli didascalici che illustrano i motivi per cui Freud dovette abbandonare Vienna.
E naturalmente, al pianterreno, il punto focale dell'intera visita è rappresentato dal grande salone che si estende dal davanti al retro della casa, e che fu lo studio di Sigmund Freud, il suo "sancta Sanctorum" per così dire.

 

Freud Museum London. L'emozione di entrare dentro la mente di un personaggio la cui statura intellettuale ha forgiato la cultura del XX secoloE' stata grande l'emozione di ritrovarsi davanti al famoso "lettino" dove Freud visitò tutti i suoi paziente nel corso della sua vita professionale e lungo l'emozionante viaggio della scoperta e della fondazione della psicoanalisi come mezzo terapeutico e come strumento per definire il funzionamento della mente.
Dietro la testata del lettino, ricoperto di tappeti multicolori, si vede una poltroncina, rivestita di velluto verde, dove si sedeva Freud durante le sedute di psicoanalisi, totalmente fuori dal campo visivo del suo paziente/cliente.
A un lato del lettino (alla destra di chi vi si accomoda) la scrivania con alcuni dei più amati "pezzi" archeologici da lui raccolti nel corso di un'intera vita: statuine egizie, greche, romane.
Il lettino che si può vedere a Maresfield è quello originale: venne portato assieme a tutti gli altri oggetti dello studio professionale di Freud, quando la famiglia Freud ottenne il permesso - dopo lunghe e laboriose trattative diplomatiche - di uscire dall'Austria (ciò accade nel 1938, poco dopo l'Anschluss), poco meno di un anno prima della sua morte sopravvenuta nel 1939.
Quando la sua malattia si aggravò, in questo studio, venne collocato uno speciale letto per evitare di doverlo obbligare a penosi spostamenti al piano di sopra dove erano le camere da letto, e, qui Egli si spense, davanti al lettino dove si distendevano i suoi pazienti per raccontare dei propri sogni e dei propri turbamenti, tra le cose che aveva amato, i suoi libri, i quadri e le icone che lo avevano sospinto nelle sue avventure intellettuali e tra i fantasmi e le molteplici voci "narranti" dei suoi stessi pazienti. 
All'interno dello studio di Freud ci si aggira come in uno spazio quasi "sacrale" (per quanto laicamente inteso): vedere la stanza di lavoro di una persona, e soprattutto quella di un personaggio eccelso, è come visitare la sua mente, perchè ogni singolo oggetto contiene dei rimandi a ciò che quella persona ha fatto, scritto, pensato, a ciò che ha amato e odiato.
Freud Museum London. L'emozione di entrare dentro la mente di un personaggio la cui statura intellettuale ha forgiato la cultura del XX secoloSi comprende anche come molte e delle intuizioni di Freud siano state sostenute (forse, in taluni casi, avviate) a partire da alcuni oggetti contenuti in questa stanza, laddove il suo sguardo vagante si soffermava, mentre la sua mente compiva dei percorsi associativi e e veniva colpita da straordinarie intuizioni.
La passione per l'archeologia, d'altra parte, ben si connette con la sua vocazione ad indagare nel passato rimosso degli individui, a partire da un'esplorazione parallela compiuta dentro se stesso.
Ma - nello stesso tempo - Freud - con il suo spirito collezionistico ed indagatore - fu figlio del suo tempo, avvolto da una passione profondamente scientista e peintrisa di questa attitudine mentale che la rende anche una WunderKammer, ovvero una "Camera delle Meraviglie".
Se aggiungiamo lo spettacolo degli oltre 1000 volumi che egli riuscì a portare con sé da Vienna (alcune centinaia purtroppo andarono persi nel trasloco), severamente rilegati in cuoio o in tela e allineati negli scaffali, si può immaginare la mente di questo Grande costantemente al lavoro: e mentre si prova questa emozione, aumenta a dismisura la soggezione del visitatore che si ritrova a camminare compunto, quasi in punta di piedi, per non disturbare la pace di un grande pensatore le cui opere continuano a vivere, ad essere lette, interpretate e rielaborate dai suoi esegeti e che, peraltro, hanno anche profondamente influenzato l'espressività artisitica e il vivere quotidiano.

 

 

Freud Museum London. L'emozione di entrare dentro la mente di un personaggio la cui statura intellettuale ha forgiato la cultura del XX secolo

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27 gennaio 2014 1 27 /01 /gennaio /2014 05:51

Il Docklands Museum. La storia di Londra attraverso quella del suo porto. Un'autentica chicca...(Maurizio Crispi) Il Docklands Museum é stato per me un'autentica scoperta. Pensavo di trovare una cosettina piccola da girare in pochi minuti e, invece, è enorme e a visitarlo, esaminando con cura tutti i reperti in mostra permanente e a leggere tutte le didascalie non basta una giornata sola.
Una chicca da tornare ad assaporare.

Il museo, ospitato all'interno dell'edificio dei West India Dock: un'enorme struttura, un tempo adibita a magazzini, sorretta da enormi travi di legno, ma internamente totalmente ristrutturata, pur nel rispetto della struttura originaria, si propone il compito ambizioso di illustrare 2000 anni di storia londinese, utilizzando come vertice d'osservazione lo sviluppo della zona "portuale".
Un compito complesso, anche perché il "porto" di Londra era nello stesso tempo il fiume Tamigi: e, quindi, se si parla della storia dell'uno, si deve necessariamente anche raccontare della storia dell'altro: un fiume e un porto che hanno fatto da contorno essenziale (o che, dicendo meglio, hanno favorito lo sviluppo di Londra come la conosciamo noi) alla crescita di una città o poi di una metropoli, a partire dalla fondazione del porto commerciale fondato dai Romani e da essi battezzato con il nome di Londinium, la base iniziale da cui essi partirono alla conquista dell'Inghilterra del tempo e della sua popolazione originaria, i Britoni, e da dove esportavano manufatti, come - ad esempio - il Piombo estratto da alcune miniere più a Nord (tra i reperti esposti è possibile vedere un lingotto di piombo del peso di 64 chili, sopravvissuto al naufragio di una nave romana).

Londra, sin dalle sue prime origini, era il punto di convergenza di importanti rotte commerciali e chi controllava Londra, controllava tutto il territorio circostanze: tant'è che le principali invasioni passarono tutte di qui: e, quindi, proprio per questo motivo la storia del porto fluviale e del fiume, sono la storia di Londra e dell'Inghilterra - e poi, ampliando lo sguardo, del Regno Unito.

Si può vedere, per esempio, una ricostruzione in tre dimensioni del primo medievale London Bridge, il primo ponte che attraverso il Tamigi, le cui prime tracce risalgono al tempo dei Romani (e fu probabilmente allora un semplice ponte di barche): un ponte che nel Medievo, sino al Seicento (quando venne ricostruito) fu anch  "abitato" dal momento che sorreggeva case ed altri edifici di pubblica utilità, ma che - allo stesso tempo - già al tempo della sua prima costruzione decretò una divisione netta tra navigazione upstream e downstream.

Il Docklands Museum. La storia di Londra attraverso quella del suo porto. Un'autentica chicca...Poi, quando le navi cominciarono ad essere ancora più grandi e le esigenze commerciali si ampliarono a dismisura, si cominciò a risanare la zona est del Tamigi, trasformando le sue rive paludose in dock, dove le grandi navi potevano entrare e stare alla fonda, senza che ci fosse l'alternanza delle maree, dal momento che il livello dell'acqua nei bacini era mantenuto costante, grazie ad un sistema di chiuse (lock).

E naturalmente, assieme alle navi, ai cantieri navali e ai commerci, si sviluppò nell'area dei Dock un intero mondo di magazzini, di strutture di servizio e di mestieri artigianali indotti che ruotavano tutti attorno al funzionamento delle strutture portuali, mastri bottai, calafati, costruttori di casse, costruttori di barche, traghettattori (spesso lavori che ebbero una forte tradizione familiare, come l'ultimo tra quelli elencati).

Fu proprio attraverso il suo porto che Londra iniziò a dominare il mondo commercialmente e da tutto il mondo le mercanzie affluivano nei suoi capaci magazzini.

Vi è, nel Docklands Museum, una sezione dove si può camminare in una "vera" ricostruzione dei vicoletti fatiscenti della zona portuale dell'East End, sbirciando dentro le case minimali e dentro le botteghe.

Come anche vi è una sezione dedicata al commercio della Canna da Zucchero e, inevitabilmente, al triste capitolo della Schiavitù, con tutta la storia della Tratta degli Schiavi, sino alla sua abolizione voluta da un progressista inglese che con un gruppo di pensatori illuminati scrissero e proprosero alla Camera dei Lord the Slavery Abolition Act del 1833.

Il Docklands Museum. La storia di Londra attraverso quella del suo porto. Un'autentica chicca...Si arriva, infine, seguendo un cammino obbligato, disegnato in modo che partendo dal terzo piano si cenda da un piano all'altro, alla storia dei Dock al tempo della II Guerra Mondiale e alla sua funzione, quando il Regno Unito era sotto attacco diretto delle bombe tedesche.

Si tratta di un percorso appassionante che non si può esaurire in una sola visita.

Moltissime le scolaresche che vengono qui a compiere l'intero percorso didattico dal quale cìè veramente tanto da imparare.

E, come in molte istituzioni britanniche di questo tipo, l'ingresso è gratuito.

Mi piacerebbe vedere una cosa del genere anche a Palermo. La storia di Palermo si potrebbe raccontare attraverso il suo porto e non mancherebbero i reperti, i documenti, l immagini e le fto d'epoca.
Da noi - il più delle volte - mancano queste iniziative che valorizzano il passato, consegnandolo alla menoria storia, facendolo vivere nel presente e valorizzandolo.

 

 

(da Wikipedia) The Museum of London Docklands (formerly known as Museum in Docklands) is a museum on the Isle of Dogs, east London that tells the history of London's River Thames and Docklands. The museum is part of the Museum of London Group which is jointly funded by the City of London Corporation and the Greater London Authority.
The museum opened in 2003 in a group of grade I listed early 19th century Georgian "low" sugar warehouses built in 1802[1] on the side of West India Docks on the Isle of Dogs, a short walk from the Canary Wharf development.
Collections and exhibits. The nucleus of the collection is the museum and archives of the Port of London Authority. These became part of the port and river collections of the Museum of London in 1976, but largely remained in storage until the new museum was opened.
The museum uses the latest presentational techniques including videos presented by Tony Robinson, known for his involvement with Time Team. There is a large collection of historical artefacts, models, and pictures. It is a substantial museum with 12 galleries and a children's gallery (Mudlarks), arranged over two of its floors. Visitors are directed through the displays in chronological order. The periods covered range from the first port of London in Roman times to the closure of the central London docks in the 1970s and the subsequent transformation of the area with new commercial and residential developments.
Museum of London Docklands includes a lecture theatre and meeting rooms and there are often talks and events connected with the docks. Several dock workers who worked on the docks in the sixties take part in these events, including one from the Pentonville Five. There is also a reading room and the Sainsburys Study Centre where the public are welcome to consult the archives; a restaurant and shop.
Entry to the Museum is now free.

Floor three
Wilberforce Theatre
Quayside Room Function Suite
Thames Highway AD 43-1600
Trade Expansion 1600-1800
Legal Quay 1790s
London Sugar & Slavery 1600 onwards

Floor two
City and River 1800-1840
Sailortown 1840-1850
First Port of Empire 1840-1880
Warehouse of the World 1880-1939
Docklands at War 1938-1945
New Port, New City 1945 onwards
 

 

Floor one
Thames Gallery 1930-1940
Sainsbury Study Centre

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19 gennaio 2014 7 19 /01 /gennaio /2014 07:24

Il Bordello. Ecco un altro ristorante-pizzeria italiano nel rinnovato East End londinese (Wapping)(Maurizio Crispi) Tempo addietro ho avuto occasione di parlare dell'avvistamento di un ristorante italiano dall'insolito nome - La Figa - , situato lungo Narrow Street nell'East End londinese, a poca distanza dalle chiuse che conducono all'interno del Limehouse Basin.
E, in quel breve post, ho disquisito sul nome assegnato all'esercizio e sul criterio che poteva avere ispirato chi aveva scelto quella denominazione, ma anche sulle fantasie che avrebbero potute essere alimentate negli avventori.

Quel post ha avuto un insperato successo e, ancora oggi, nel mio blog, occupa un posto di rilievo nelle statistiche delle pagine aperte negli ultimi trenta giorni. Insomma, tiene banco, per così dire: sono le sorprese che riserva internet, quando nella rete si lanciano i propri scritti.
Pochi giorni fa, camminando oltre, in direzione dei Saint Katharine's Docks e del Tower Bridge, ecco che mi sono imbattuto in un altro ristorante-pizzeria italian style dal nome accattivante.

Occupa il piano terra di un edificio che anticamente, quando questa era tutta una zona portuale (e malfamata) era adibito a magazzino delle merci in arrivo o in partenza. Sulla facciata si vedono infatti i caratteristici argani per il carico e lo scarico delle merci e per il loro stivaggio ai piani alti.
Il locale "avvistato" si chiama "Il Bordello" (pizzeria-ristorante, viene qualificato dall'insegna nella sua completezza).
Il nome, che - in Italiano - è sinonimo di "casa di tolleranza", si commenta da sè.

E' vero che questa zona sino ai primi del Novecento era assolutamente malfamata e che ospitava una quantità di persone che vivevano in condizioni di innominabile miseria; è vero che qui si addensavano marinai provenienti da tutte le parti del mondo ed uno stuolo di profittatori pronti a vender ai nuovi arrivati, bisognosi di sfogo dopo mesi di astinenze forzate, i propri servizi, procacciando piaceri e bevute; è verò che un po' più a Nord si estende l'area tra Commercial Street e Whitechapel Road che, con i suoi vicoletti bui, tetri e fatiscenti fu teatro delle orride gesta di Jack the Ripper (che ebbe solo prostitute tra le sue vittime).
"Il Bordello" vuole forse rievocare tutto questo?
Vuole forse rivangare un passato esotico, quando in questa zona potevano facilmente ritrovarsi case di malaffare e bische clandestine?
Il Bordello. Ecco un altro ristorante-pizzeria italiano nel rinnovato East End londinese (Wapping)Non si sa.
E non credo nemmeno che chi ha scelto questo nome volesse alludere al significato metaforico che assume la parola "bordello" in Italiano, quando ci si vuole riferire ad un luogo reale (o no) confuso, in cui non si capisce più niente (o non ci si capisce più niente).
Certo è che, in Italia, nessun gestore sano di mente - come già ho avuto modo di riflettere per "La Figa" - vorrebbe battezzare il proprio locale con un simile nome.
C'è anche una certa ironia in questa denominazione: immaginiamo un avventore che va a consumare lì un suo pasto.
Poi, quando finisce, e torna al lavoro, cmunica ai suoi colleghi di lavoro: "Sapete, oggi ho mangiato al Bordello!".
Se una cosa del genere avvenise in Italia, non mancherebbero le battute di ritorno.
Qualcuno potrebbe chiedere, sgighazzando: "E la fica com'era? Buona?".


"Il Bordello", tuttavia, visto da fuori appare un luogo posato e rispettabile
Un luogo di ristorazione - dove a sentire ciò che viene formulato nella pagina ufficiale del locale che si autodefinice a "modest Wapping Restaurant" - viene servito del buon cibo italian style in porzioni in cui la qualità della preparazione si sposa con la quantità, facendodo essere "the quintessential local italian restaurant".

 

Magari, prima o poi ci faccio una visita, così potrò dire: "Sono stato a mangiare al Bordello!".

Un'occasione più unica  che rara, visto che i Bordelli e le Case di Tolleranza non esistono più da tempo.

 

Il Bordello si presenta. Often packed & buzzing, this modest Wapping restaurant attracts a loyal following, with queues at the door & much fuss & warmth attending the arrival of regulars, for whom this is ‘the quintessential local Italian restaurant’. The reasons for its success are not hard to divine: ‘decent portions’ of ‘great food’ served with efficiency & the occasional dash of charm by waistcoat-wearing Italian waiters. Starters are of near-main course proportions & include perfect garlic mushrooms with highly moppable oil & a commendably generous octopus salad; the pizza & pasta choice is bewildering, from a mammoth calzone to the il Bordello with artichokes, & there are meat & fish mains including a few more ambitious dishes among the chalked-up daily specials. The wine list provides plenty of sub-£20 choice to ensure it’s all washed down with suitably Italian gusto.

 

 

Il Bordello,
81, Wapping Street,
High St,
City of London, E1W 2YN
TEL 020 7481 9950 WEB WWW.ILBORDELLO.COM

Sito web: www.ilbordello.com


Le foto sono di Maurizio Crispi

(26.09.2018) In tempo recentissimi, attraverso un mio interlocutore sui social ho scoperto che il fondatore di questo locale era un turco-cipriota che aveva anche dato vita ad un altro locale di ristorazione in Canary Wharf, ma più spostato in direzione est con il nome altrettanto evocativo (e dissacrante di "La Figa".
Questo Turco-Cipriota, in tempi recenti, mi ha detto il mio interlocutore si sarebbe suicidato, impiccandosi.
C'è da chiedersi se ci possa essere una connessione tra la vocazione a percorrere un filone tanto monotematico nella denominazione dei suoi locali e questo suicidio.

 

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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