C’è un colonnello burbero di modi e salutista
Borbotta di continuo sul deragliamento delle abitudini dei più giovani e sulla loro mancanza di attenzione.
Siamo su di una nave in attesa che salpi, per dare inizio al nostro viaggio
Il colonnello è metodico e ossessivo. Dispone attorno a sé tutte le cose di cui avrà bisogno in viaggio, delimitando in modo netto, senza sbavature, il suo spazio personale di cui si percepisce un contorno quasi geometrico e spigoloso, per quanto invisibile.
É difficile comunicare con lui.
Trovo che sia meglio isolarmi, chiudendomi in una bolla di silenzio protettivo.
Arrivano all’improvviso quattro o cinque ragazzini, tra cui mio figlio Gabriel.
Sono ciarlieri e sovraeccitati, ma sono anche, tutti, orribilmente tatuati.
Grondano acqua: immagino che, nell’attesa, si siano tuffati nelle acque del porto.
Ovvio che abbiano i vestiti tutti bagnati e che le loro cose siano inzuppate d’acqua.
Un disastro.
Mi chiedo perché i giovani, oggi, siano così, incuranti di tutto e disattenti.
Senza dire nulla ad alta voce per non scatenare un torrente di critiche da parte del Colonnello, cerco di chiedere e di informarmi, ma senza ottenere molto.
Loro, questi giovanissimi, sono incuranti e sono immersi in modo fatale nella loro euforia, senza pensieri.
Ritrovo tra le cose di mio figlio un mio libro.
É “Kolchoz” di Carrère, l’ultimo suo romanzo da poco uscito in traduzione.
Che ci fa lì?
Perché mio figlio lo ha preso?
Il volume é grondante d’acqua.
Mi dispiace molto vederlo ridotto in questo stato, perché devo ancora leggerlo.
Cerco di rimediare al danno.
Frugando, trovo in uno scomparto delle salviettine, interi pacchetti.
Ne prendo uno, convinto di potere usare le salviette che contiene per asciugare il libro intriso d’acqua.
Ingaggio una epica lotta con l’involucro di plastica del pacchetto che ho afferrato, senza riuscire nel mio scopo.
Sembra che sia chiuso per l’eternità.
Il colonnello arcigno e bene organizzato se ne sta nel suo spazio, immobile, come in meditazione. In realtà, i suoi occhi sono aperti ed egli registra tutto ciò che accade.
Temo che poi possa sbottare in una sua geremiade
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Esegesi. Il sogno si apre in una tipica dimensione d’attesa e di sospensione: il ponte di una nave pronta a salpare, luogo di passaggio per eccellenza, dove avverto tutta la necessità di mettere ordine, mentre l'incertezza del viaggio mi circonda (ed uno stato d'animo quello dell'incertezza che raggiunge il suo apice, quando il viaggio non è ancora iniziato, ma è lì lì per iniziare, come ho constatato più volte nel corso della mia vita: quando la nave salpa gli ormeggi, il dado è tratto, in genere, e l'ansia cessa per dare luogo ad un orientato psichico interamente focalizzato sul farsi dell'esperienza)..
Su questo ponte si delineano immediatamente tre forze ben distinte che sento agire intorno a me. Da un lato c’è la figura del Colonnello, una presenza quasi scultorea e severa. Il suo comportamento ossessivo — il delimitare con millimetrica precisione il proprio spazio e disporre le cose in modo impeccabile — mi appare come un tentativo spinto di difendersi dal caos esterno. Egli incarna una voce interiore di rigidità, di disciplina e di giudizio, sempre pronta a cogliere il declino delle regole e la perdita di controllo nel mondo circostante. La sua è una presenza vigilante, un'ombra che mi incute un costante desiderio di approvazione o il timore di una critica imminente.
Dall'altro lato, irrompe la carica travolgente dei ragazzi, guidati da mio figlio Gabriel. Grondanti d’acqua, tatuati, vocianti e del tutto inconsapevoli del disordine che portano con sé, rappresentano l'energia pura della giovinezza: una forza fluida, vitale e dirompente, che se ne infischia delle regole, dei confini e delle precauzioni. L'acqua da cui sono impregnati è l'elemento del caos primordiale e della spontaneità, un flusso che bagna e travolge tutto ciò che incontra.
In mezzo a questo scontro sottile mi trovo io. Per proteggermi dall'inflessibilità del Colonnello e dalla confusione dei giovani, cerco inizialmente rifugio in una bolla di silenzio protettivo. Ma la realtà irrompe e mi richiede di agire quando scopro il libro di Emmanuel Carrère, Kolchoz, intriso d'acqua tra le cose di mio figlio. Il libro — un oggetto prezioso, una promessa di lettura non ancora realizzata, un simbolo di cultura, tempo personale e pensiero — si ritrova compromesso non per cattiveria, ma per pura sbadataggine giovanile. Rappresenta quel punto di contatto delicato e doloroso tra le generazioni: il modo in cui i figli toccano e trasformano il mondo dei padri, spesso senza comprenderne appieno il valore e lasciandovi un segno indelebile.
Il mio tentativo di porre rimedio al danno diventa la scena centrale dello conflitto tra i diversi modi di intendere la vita: cerco affannosamente di asciugare le pagine con delle salviette, ma mi scontro con il loro involucro di plastica che sembra sigillato per l'eternità.
Questo momento esprime una forte sensazione di impotenza di fronte all'emergenza.
C'è un'ironia amara nel cercare di riparare un danno d'acqua con salviette inaccessibili, mentre il tempo stringe e lo sguardo del Colonnello resta puntato su di me, immobile e giudicante.
E' come se questo sogno mettesse in scena la mia difficoltà di conciliare due mondi opposti: la tentazione di un ordine rigido e protettivo (che rischia però di diventare arido e giudicante) e l'irruzione della vita giovane, spontanea e disordinata di Gabriel e dei suoi coetanei (che porta gioia e vitalità, ma anche distrazione e perdita).
Al centro di questa tensione resta il mio sforzo silenzioso di prendermi cura di ciò che amo, cercando di salvare la bellezza e la conoscenza anche quando il contesto sembra cospirare per far prevalere il caos.
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