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“In mezzo scorre il fiume” (A River Runs Through It) è il film drammatico del 1992 diretto da Robert Redford e interpretato da un giovane Brad Pitt insieme a Craig Sheffer e Tom Skerritt.
La pellicola è tratta dall'omonimo romanzo autobiografico di Norman Maclean. ed è celebre per le sue straordinarie ambientazioni dedicate alla pesca a mosca. tanto che al film venne assegnato l’Oscar per la Migliore Fotografia (Philippe Rousselot).
La storia si sviluppa nel suggestivo scenario del Montana, durante la prima metà del Novecento. Al centro del racconto c'è la crescita di due fratelli profondamente diversi, cresciuti sotto la guida rigida di un severo pastore presbiteriano.
Il maggiore, Norman, interpretato da Craig Sheffer, è un ragazzo serio, riflessivo e posato, che sceglie di dedicarsi agli studi per intraprendere una tranquilla carriera accademica. Al contrario, il minore Paul – Brad Pitt – è un'anima ribelle, impulsiva e tormentata; nonostante riesca a farsi strada come giornalista locale, finisce per lasciarsi travolgere dal vizio del gioco d'azzardo e da una vita costantemente al limite.
Nonostante le loro strade si dividano e le distanze caratteriali sembrino incolmabili, c'è un legame indissolubile che tiene unita questa famiglia: la passione per la pesca con la mosca sulle acque del fiume Blackfoot. Questa attività va ben oltre il semplice passatempo, trasformandosi nel film in una vera e propria metafora della vita, dell'arte e della ricerca della grazia spirituale.
É certamente un film di “formazione” squisitamente declinato al maschile, nel quale le donne - pur essendo presenti - hanno una funzione del tutto secondaria e, in fondo, declina anche una visione del mondo molto hemingwayana, se si pensa al primo Hemingway, quello dei racconti, in particolare con quelli di Nick Adams come “Grande fiume dai due cuori” .
Le donne restano come figure di sfondo, forse nel ruolo di spettatrici affettuose ma escluse da quel codice segreto che lega il padre e i due fratelli.
Il cuore emotivo della storia appartiene solo a loro.
Per quanto riguarda il parallelismo con il primo Hemingway, inoltre, c'è la stessa identica idea che la natura selvaggia e il fiume non siano solo un paesaggio, ma un luogo sacro dove l'uomo si isola per misurare se stesso, trovare un ordine nel caos e cercare una propria forma di redenzione.
Anche il modo di comunicare della famiglia Maclean è puramente hemingwayano: i sentimenti non si dicono a parole, non ci sono grandi sfoghi o confessioni emotive. Tutto passa attraverso l'azione, il rispetto di una disciplina rigorosa come la pesca e la compostezza stoica di fronte al dolore. Paul, in fondo, è il perfetto eroe di Hemingway: splendido, ribelle e inevitabilmente condannato, un uomo che sfida la vita al limite e che gli altri possono solo amare e ammirare, senza alcuna possibilità di salvarlo.
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Il romanzo originale di Norman Maclean del 1976 (arrivato in finale al Premio Pulitzer per la narrativa, che, in quell'edizione, non venne assegnato) è, se possibile, ancora più asciutto, affilato e nostalgico del film. L'autore lo scrisse quasi a fine vita, a settant'anni passati, come un vero e proprio testamento spirituale per rimettere insieme i pezzi del suo passato e, soprattutto, per elaborare il lutto mai superato della morte violenta del fratello Paul.
Nelle pagine del libro – pubblicato in Italia da Adelphi – quella visione del mondo così hemingwayana traspare in modo cristallino. La prosa di Maclean è ridotta all'osso, priva di fronzoli, geometrica come i movimenti che il padre pastore insegnava ai figli per lanciare la lenza a tempo di metronomo.
Il cuore profondo del romanzo ruota attorno a un'amara consapevolezza che l'autore esprime con una frase rimasta celebre: «Sono proprio le persone con cui viviamo, che amiamo e che dovremmo conoscere meglio, a eluderci». Il libro è il tentativo disperato di un fratello maggiore, razionale e strutturato, di capire l'anima autodistruttiva di un fratello minore che non ha saputo o potuto salvare. Paul resta un mistero inspiegabile; l'unica cosa certa è che quando aveva una canna da pesca in mano e si immergeva nel fiume, ogni sua colpa svaniva e il ragazzo toccava una perfezione artistica assoluta.
Alla fine, la scrittura diventa per Maclean l'equivalente del fiume: un flusso ininterrotto che accoglie i ricordi, le tragedie e le bellezze di una vita intera, fondendoli in un’unica, solenne preghiera finale
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"Ora quasi tutti i miei cari sono morti, ma io continuo a frequentarli. Certo, ormai sono troppo vecchio per essere un buon pescatore e quando vado sui fiumi pesco quasi sempre da solo. Nella semiluce del canyon, tutta la mia esistenza sembra fondersi con la mia anima, con i miei ricordi, con i suoni del grande fiume Piede Nero, con un ritmo scandito da quattro tempi e con la speranza che un pesce abbocchi.
Alla fine, tutte le cose si fondono in una sola e in mezzo scorre il fiume” (per chiudere con le vibranti parole dello stesso Norman MacLean, nel finale del libro e del film).
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