Oh, My Lord misericordioso che tutto puoi
Senza pensiero di far peccato
Ti chiediamo dal profondo del nostro umile cuore
Di imporre la giusta punizione a coloro che ci fanno soffrire
o che, senza ragione alcuna, solo per cattiveria e malanimo,
impongono sofferenze a coloro
cui vogliamo bene, rendendo la loro vita agra
Umilmentee ti chiediamo ciò poiché costoro
hanno dimostrato di essere ormai ben al di là del perdono
Incarica dunque i tuoi angeli caduti e il Re Drago im persona
di afferrarli tra le loro braccia e spire
e tenerli avvinti fortemente senza salvamento
riversando dentro di loro il Male
che hanno dispensato gratuitamente e a piene mani
Amen.
ANATEMA ETERNA
O Signore, la Cui misericordia è senza fine,
Pur Te, Giustizia Ultima, imploriamo con ardore,
A Te, che in Te Sol vedono la vera colpe,
E che ci offendono con spietata crudeltà,
Senza pensare a Te, o al peccato mortale,
Chiediamo, dal profondo del cuore umile,
Di imporre una pena che sia adeguata,
A coloro che senza ragione ci fanno patire.
A quelli che, per sola cattiveria e malanimo,
Impongono tormenti a chi ci è più caro,
Incarica i Tuoi Angeli di Giustizia,
E che Le Loro Spire si serrino con forza.
Pena che non veda fine e non trovi scampo,
Pena che non abbia ristoro né conforto,
Pena che non lasci spazio al perdono.
Ti preghiamo di incaricare i Tuoi Angeli Caduti,
E il Re Drago, che nel Baratro impera,
Di stringerli tra le loro braccia, spire e artigli,
Per tutta l'eternità, in un abbraccio infernale.
Che il loro male sia versato dentro di loro,
Senza possibilità di fuga e senza sosta,
Che sia una pioggia di fuoco e di ghiaccio,
Ti preghiamo di fargli capire il loro male,
Con un tormento che sia più forte del tempo,
Che sia una voce che li tormenti ogni giorno,
Che sia una luce che li accechi ogni notte,
E che non trovino pace né riposo,
Sino a quando non chiederanno il Tuo perdono.
Amen.
Originariamente, nel greco antico, un anatema non era altro che un’offerta votiva, un oggetto "chiamato in alto" e appeso nei templi per essere dedicato a una divinità. Con il passare del tempo e con l'avvento del Cristianesimo, la prospettiva si è completamente ribaltata: consacrare qualcosa a Dio ha iniziato a significare consegnarlo alla sua giustizia e alla sua ira, trasformando il termine in sinonimo di condanna formale e solenne.
Nel mondo della Chiesa, l'anatema è diventato la forma più grave di scomunica, la sentenza definitiva pronunciata da un Papa o da un Concilio contro un eretico o uno scismatico. Era il modo per dire che quella persona era ormai del tutto recisa dal corpo dei fedeli e dai sacramenti, accompagnata dalla celebre formula latina anathema sit, ovvero "sia maledetto" o "sia estromesso".
Uscendo dall'ambito teologico e calandolo nella vita di tutti i giorni, oggi usiamo "anatema" per indicare una maledizione lanciata con particolare veemenza o, in senso figurato, una bocciatura totale e intransigente. Quando si dice che qualcuno ha "scagliato un anatema" contro un'idea, un politico o un comportamento, s'intende che ne ha decretato la riprovazione assoluta, bollandolo come qualcosa da rifiutare e da cui stare a debita distanza.
Un gruppo di preghiera non possiede né l'autorità giuridica né la facoltà spirituale per scagliare un anatema vero e proprio. Nelle tradizioni strutturate come quella cattolica o ortodossa, l'anatema è infatti un atto di giurisdizione, una sanzione ufficiale che solo la gerarchia — un Papa, un Vescovo o un Concilio — ha il potere di comminare. Per la teologia, dunque, dei fedeli che si riuniscono per maledire o condannare qualcuno non stanno compiendo un atto canonico, ma danno vita a una forma di esecrazione spontanea o a quella che viene chiamata "preghiera imprecatoria".
Ma se usciamo dai codici del diritto canonico e guardiamo alla dinamica umana, sociale e antropologica, la sostanza cambia del tutto. Quando una comunità coesa recita all'unisono una formula di condanna, sta compiendo a tutti gli effetti un anatema nei fatti. La sincronia delle voci e il ritmo della preghiera trasformano il giudizio del singolo nell'intima sentenza di un intero gruppo, amplificando a dismisura l'impatto emotivo e il senso di sacralità.
È un gesto che agisce come un potentissimo collante identitario: scandisce con tratto marcato la separazione tra il "noi" — la comunità dei giusti e dei custodi della verità — e il "loro", il deviante, l'eretico o il nemico da respingere. Del resto, questa pratica affonda le radici nel folklore e nella storia profonda delle religioni, dove i riti di esecrazione corale e la recitazione comunitaria dei salmi imprecatori servivano proprio a canalizzare l'ansia, la difesa del gruppo e il rifiuto del male.
In definitiva, se pure manca il timbro di un'autorità ufficiale, l'atto pratico di unirsi per lanciare una condanna corale resta un rito collettivo di straordinaria forza simbolica e psicologica.
Dalle voragini più profonde e buie dei gironi infernali, dove la pietra trasuda disperazione e il cielo è un soffitto di pece immobile, sorge il Re Dragone.
Non è un semplice mostro di carne e scaglie, ma la carneficina stessa resa sostanza: una creatura fatta di magma raffreddato, ruggine e lamenti pietrificati.
Nelle sue spire ciclopiche, possenti come catene di ghisa e roventi come carbone vivo, stringe un'umanità dannata e ben precisa fatta di coloro che in vita non conobbero la pietà, che esercitarono la gratuità del male.
Nessuna passione li ha spinti, nessuna vendetta li ha accecati, nessun bisogno li ha giustificati: hanno calpestato, tormentato e spezzato la carne e l'anima del prossimo soltanto per il freddo, misero gusto di farlo.
Ora, quella stessa crudeltà senza scopo diventa la loro gabbia.
Il Re Dragone non consuma le sue prede in un soffio; le sostiene nell'agonia. Le sue scaglie affilate come lame da stocco penetrano le carni senza concedere il sollievo della morte; il suo alito, un vapore denso di zolfo e memoria, costringe i dannati a rivivere all'infinito ogni singolo gesto d'abuso, ogni grido che in vita hanno ignorato, amplificato mille volte nel silenzio dell'abisso.
Chi ha goduto delle lacrime altrui, ora affoga nel proprio terrore; chi ha usato il potere per schiacciare, si ritrova stritolato in una stretta che non concede respiro, spezzato osso per osso in una morsa eterna dove l'unica legge rimasta è la restituzione di ogni singola ferita inflitta all'innocente.
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