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Mi ritrovo ad accogliere un paziente che ci è stato inviato da altra CTA
Sin dal primo tentativo di colloquio il paziente è mutacico e poco collaborante, quasi ostile
Provo a confrontarmi con gli operatori dell’altra comunità (quella di provenienza) che l’hanno accompagnato da noi. Niente. Non riesco ad ottenere informazioni significative.
Gli stessi operatori sembrano sfuggenti e poco disponibili ad un autentico confronto, né paiono spinti dal desiderio di quanto sono stati bravi nella conduzione del paziente nel tempo che è stato con loro.
Mi è giunta voce che abbia litigato in passato con lo psichiatra che lo aveva in cura e che, a seguito di questo litigio, abbia ricevuto dosi cavalline di psicofarmaci.
Le carte e le relazioni dicono poco di significativo, se non una rendicontazione stereotipata, apparentemente esaustiva, ma vuota nella sostanza.
Le carte ci sono, ma non cantano
Anche sull’episodio di dissidio con il medico precedente non riesco a ricavare molte informazioni attendibili.
Tutto è fumoso e confuso, evidentemente ci sono cose che, per tacito mandato, non devono essere dette
Mi sa tanto che il paziente sia stato inviato da noi come un pacco postale, con una scritta sull’involucro che fa “Sorpresa!”, assieme ad un vivace fiume di pillole, capsule, fiale depot e quant’altro
Non so che pesci prendere
Sì vedrà
Chi vivrá, vedrá
Ed era solo un sogno, ma un sogno con consistenti agganci nella realtà
Voi che ne pensate?
Commento. I sogni sanno essere incredibilmente precisi nell'inscenare le nostre tensioni più profonde, con quel realismo grezzo che lascia addosso l'amarezza o la stanchezza anche dopo il risveglio.
Visto come scena onirica, il "pacco sorpresa" parla una lingua molto chiara. C'è l'impotenza di fronte a una consegna mistificante, il peso di una responsabilità catapultata addosso senza avere strumenti efficaci, e la sensazione di trovarsi da soli a difendere la dignità della cura contro un sistema cieco, burocratico e persino punitivo.
Il dettaglio degli operatori sfuggenti, della diagnosi mancante e delle "dosi cavalline" racconta molto del carico emotivo che ci si porta dentro nel lavoro quotidiano.
Il sogno mette in scena una paura antica sperimentata da chi cura: l'incomunicabilità tra colleghi, il rischio del cinismo d'équipe e il timore di dover riparare i danni compiuti da altri, colmando con le proprie sole forze la distanza tra la solitudine del paziente e l'indifferenza dell'istituzione.
Nel finale poi, quel "Chi vivrà, vedrà", non è solo rassegnazione: è quasi un mefistofelico dispositivo di difesa, un modo per rimettere un confine tra me e quel caos opaco che rischia di schiacciarmi
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