Ho sognato che partecipavo ad un piccolo banchetto in onore della Regina Elisabetta
Di questo consesso io ero l’animatore indiscusso
Ero il narratore di cunti
Ero il comico scoppiettante
Ero il trasformista, alla maniera di Ridolini
Ero l’escapista come il mitico Houdini
Ero il Giullare,
il Jolly sardonico
ed anche il Jack-in-the-box
Ero istrionico e scoppiettante
Infrangevo spesso l’etichetta,
suscitando sovente imbarazzo nei compunti servitori,
ma sovente ilarità nei commensali
che attorniavano il tavolo per accorrere ad ogni piccola esigenza di ciascuno dei commensali
Per esempio, facevo spesso cadere i calici dell’acqua e del vino, rovesciandone il contenuto sulla fine tovaglia
Ero seduto a capotavola, anche in ciò in contrasto con l’etichetta
La Regina, invece, era stata fatta accomodare, al centro di uno dei lati lunghi,
attorniata da pomposi personaggi, forse i suoi dignitari
Raccontavo storie e cercavo di catturare l’attenzione della Regina
A volte ci riuscivo, altre no
Barcollavo, ma non mollavo
Non demordevo
Tiravo fuori sempre nuovo argomenti con caleidoscopica foga
Gesticolavo con altrettanta foga
Cos' facendo, rovesciavo i calici dell’acqua e del vino
Infine, riuscivo a catturare la totale attenzione di Sua Maestà,
quando soddisfacevo una mia curiosità a lungo covata,
ponendole la domanda se avesse mai letto “La sovrana lettrice” di Alan Bennett,
un romanzo breve in cui entra in scena lei stessa
nei panni d’una curiosa e ironica lettrice
La regina fa un sobrio cenno della testa, come a dire Sì,
ma il suo sguardo è sorridente e compiaciuto
Io allora comincio a raccontare la trama di quel piccolo romanzo, ma faccio confusione
Non la ricordo più tanto bene
Mi sfuggono molti dettagli
Mi impappino e tartaglio
Devo infrusare e addobbare
Ma ciò nondimeno la Regina è più che soddisfatta e contenta
ch'io abbia ricordato al consesso quest’opera
Mi guarda adesso con interesse e attenzione, ed anche con simpatia,
mi par di capire
C’è qualcosa che brilla nel fondo dei suoi occhi
Non temo questa Regina
Non é una folle isterica come la Rossa Regina di Cuori di Alice
Con questa Regina si può parlare e dialogare
Penso che potrei diventare il suo narrator di cunti preferito
E poi non ricordo altro
Mi sono svegliato
ed ero nel mio letto
giù nel Kansas,
proprio lì a Kansas City!
————————————
La Regina diventò di porpora per la rabbia e, dopo di averla fissata selvaggiamente come una bestia feroce, gridò: – Tagliatele la testa, subito!…
– Siete matta! – rispose Alice a voce alta e con fermezza; e la Regina tacque.
Il Re mise la mano sul braccio della Regina, e disse timidamente: – Rifletti, cara mia, è una
bambina
Alan Bennett, La sovrana lettrice (nella traduzione di Monica Pavani), Adelphi, 2007
(Nota di copertina) A una cena ufficiale, circostanza che generalmente non si presta a un disinvolto scambio di idee, la regina d'Inghilterra chiede al presidente francese se ha mai letto Jean Genet. Ora, se il personaggio pubblico noto per avere emesso, nella sua carriera, il minor numero di parole arrischia una domanda del genere, qualcosa deve essere successo. Qualcosa in effetti è successo, qualcosa di semplice, ma dalle conseguenze incalcolabili: per un puro accidente, la sovrana ha scoperto la lettura di quegli oggetti strani che sono i libri, non può più farne a meno e cerca di trasmettere il virus a chiunque incontri sul suo cammino. Con quali effetti sul suo entourage, sui suoi sudditi, sui servizi di security e soprattutto sui suoi lettori lo scoprirà solo chi arriverà all'ultima pagina, anzi all'ultima riga.
La lettura di L'isola delle anime scritto da Johanna Holmström autrice finlandese di madre lingua svedese (nella traduzione di Valeria Gorla) e pubblicato da Neri Pozza, (2019) è stata lenta e laboriosa, a piccoli passi, un capitolo per volta,, ma meritevole di esser fatta. E direi anche istruttiva. Ho finito di leggerlo qualche tempo fa, ma me ne sono ricordato perché ho fatto dei parallelismi con un romanzo che sto leggendo proprio in questi giorni che è "Il Ballo delle pazze" della francese Victoria Mas (Edizioni e/o), che è ambientato nella Salpetrière, il grande manicomio parigino che fu lo scenario delle straordinarie teorie e performance ipnotiche del grande Jean-Martin Charcot. In entrambi i romanzi (con personaggi fiction ma fondati su fatti veri, maggiormente quelli de "L'isola delle anime") si parla del grande internamento manicomiale e dei suoi effetti. L'internamento manicomiale, per alcuni versi, sin dai primordi ha riguardato prevalentemente le donne, quelle che non si allineavano, quelle che mostravano interessi specifici ritenuti non adeguati alla condizione femminile, quelle che mostravano di voler percorrere vie diverse da quelle tracciate dagli uomini, ma anche le donne che si prostituivano e che davano, per così dire, spettacolo, per non parlare di quelle che si rendevano colpevoli di crimini, alcuni dei quali scaturivano anch'essi da una condizione femminile, vessata e condannata a non poter allungare mai lo sguardo oltre l'orizzonte visibile. Qui . l'autrice ripercorre - a partire da documenti originali e da epistolari che sono entrati nella struttura di un saggio di una Jutta Ahalbeck-Rehn sulla storia dell'ospedale per malate di mente di Själö dal 1889 al 1944, nato in una sperduta isoletta della Finlandia, attraverso decenni, dalla fine dell'Ottocento (la narrazione parte nel 1891) sino alla chiusura della struttura.
Scrive l'autrice rivolgendosi alla Jutta, autrice di quel saggio: "Senza il tuo studio sulle donne di Själö questo libro non esisterebbe. Il tuo accurato lavoro d'archivio, il tuo incessante scavo e l'instancabile ricerca unite ad un atteggiamento di empatia nei confronti di ciò che hai trovato sono un esempio di quando la ricerca supera il confine della scienza pura e distaccata e si trasforma in conoscenza di ciò che significa essere persone. Grazie per il tuo magico testo. Grazie per aver trovato queste donne e averle affidate alle mie cure" (ib., p. 363, Ringraziamenti dell'autrice).
I personaggi tutti femminili (all'infuori del medico che negli anni ha in carico l'intero presidio e che decide della vita e della durata dell'internamento) che l'autrice tratteggia con delicatezza e verosimiglianza sono sia le degenti/pazienti/recluse sia il personale di sorveglianza e di "cura" tutto femminile. Siamo di fronte nell'un caso e nell'altro ad un unico dolente internamento, ad unica reclusione a vita.
La storia scorre al di fuori, le stagioni si succedono, ma sull'isola che è appunto "l'isola delle anime" del titolo nulla cambia, tutto si ripete immutabile secondo uno schema fisso e del mondo all'esterno, dei grandi accadimenti storici che vi si susseguono giungono soltanto deboli barbagli.
E' facile entrarvi ed essere internate (il più delle volte per decisione di altri), ma uscirne è una cosa complicatissima, praticamente irrealizzabile, salvo che non si verifichino alcune fortunate circostanze tali da sancire per alcune il ritorno nel mondo.
(Risguardi di copertina) Finlandia, 1891. Una notte, ai primi di ottobre, una barchetta scivola sull’acqua nera del fiume Aura. A bordo, Kristina, una giovane contadina, rema controcorrente per riportare a casa i suoi due bambini raggomitolati sul fondo dell’imbarcazione. Le mani dolenti e le labbra imperlate di sudore, rientra a casa stanchissima e si addormenta in fretta. Solo il giorno dopo arriva, terribile e impietosa, la consapevolezza del crimine commesso: durante il tragitto ha calato nell’acqua densa e scura i suoi due piccoli, come fossero zavorra di cui liberarsi. La giovane donna viene mandata su un’isoletta al limite estremo dell’arcipelago, dove si erge un edificio, un blocco in stile liberty con lo steccato che corre tutt’attorno e gli spessi muri di pietra che trasudano freddo. È Själö, un manicomio per donne ritenute incurabili. Un luogo di reclusione da cui in poche se ne vanno, dopo esservi entrate. Dopo quarant’anni l’edificio è ancora lì ad accogliere altre donne «incurabili»: Martha, Karin, Gretel e Olga. Sfilano davanti agli occhi di Sigrid, l’infermiera, la «nuova». I capelli cadono intorno ai piedi in lunghi festoni e poi vengono spazzati via, si apre la cartella clinica della paziente, ma non c’è alcuna cura, solo la custodia. Un giorno arriva Elli, una giovane donna che, con la sua imprevedibilità, porta scompiglio tra le mura di Själö. Nella casa di correzione dove era stata rinchiusa in seguito alla condanna per furti ripetuti, vagabondaggio, offesa al pudore, violenza, rapina, minacce e possesso di arma da taglio, aveva aggredito le altre detenute senza preavviso. Mordeva, hanno detto, e graffiava. L’infermiera Sigrid diventa il legame tra Kristina ed Elli, tra il vecchio e il nuovo. Ma, fuori dalle mura di Själö la guerra infuria in Europa e presto toccherà le coste dell’isola di Åbo.
Magnifico romanzo che muove da un luogo realmente esistito, L’isola delle anime è una commovente storia sul prezzo che le donne devono pagare per la loro libertà. Un inno alla solidarietà, all’amore e alla speranza.
Potente ed evocativo, un romanzo sulla follia, la colpa e la redenzione.
Hanno detto (quarta di copertina)
«Ecco come si scrive un vero romanzo. L'equilibrio tra luce e ombre rende L'isola delle anime un romanzo perfetto in tutti i suoi aspetti» - Svenska Dagbladet
«Questo è sicuramente uno dei romanzi da leggere quest'anno» - Vasabladet
L'autrice. Johanna Holmström, è nata nel 1981 e cresciuta a Sibbo sulla costa meridionale della Finlandia di lingua svedese. Dal suo debutto a 22 anni, ha vinto il premio letterario Svenska Dagbladet e il premio letterario svedese YLE. Nel 2019 esce L'isola delle anime (Neri Pozza).
Sull'ospedale dell'isola di Sjalo è stato realizzato nel 2020 anche un documentario che, immersivo e onirico, esplora la storia e il presente dell’isola baltica Själö “l’isola delle anime”.
Nel 1619, il re Gustavo Adolfo, che trasformò la Svezia in un impero, ordinò la costruzione di un ospedale per i lebbrosi sull’isola. Negli anni successivi, gli anziani, i disabili e i malati incurabili finirono in questo ospedale che, sempre di più, divenne un posto per le donne con problemi mentali – quelle “senza lo spirito di Dio”, come citano i documenti dell’epoca. Nel 1755, l’ospedale fu definitivamente trasformato in un manicomio fino al 1962. Oggi l’ospedale ospita il Centro di ricerca ambientale dell’Università di Turku. In un’estetica sommessa e molto nordica, il regista lascia parlare il vuoto.
Il film lo si trova su Netflix
Nel 2019, la casa editrice e/o ha pubblicato in traduzione Il ballo delle pazze di Victoria Mas, che in Francia - sempre in quell'anno era stato un vero "caso" letterario.
(Risguardo di copertina) Fine Ottocento. Nel famoso ospedale psichiatrico della Salpêtrière, diretto dall'illustre dottor Charcot (uno dei maestri di Freud), prende piede uno strano esperimento: un ballo in maschera dove la Parigi-bene può "incontrare" e vedere le pazienti del manicomio al suono dei valzer e delle polka. Parigi, 1885. A fine Ottocento l'ospedale della Salpêtrière è né più né meno che un manicomio femminile. Certo, le internate non sono più tenute in catene come nel Seicento, vengono chiamate "isteriche" e curate con l'ipnosi dall'illustre dottor Charcot, ma sono comunque strettamente sorvegliate, tagliate fuori da ogni contatto con l'esterno e sottoposte a esperimenti azzardati e impietosi. Alla Salpêtrière si entra e non si esce. In realtà buona parte delle cosiddette alienate sono donne scomode, rifiutate, che le loro famiglie abbandonano in ospedale per sbarazzarsene. Alla Salpêtrière si incontrano: Louise, adolescente figlia del popolo, finita lì in seguito a terribili vicissitudini che hanno sconvolto la sua giovane vita; Eugénie, signorina di buona famiglia allontanata dai suoi perché troppo bizzarra e anticonformista; Geneviève, la capoinfermiera rigida e severa, convinta della superiorità della scienza su tutto. E poi c'è Thérèse, la decana delle internate, molto più saggia che pazza, una specie di madre per le più giovani. Benché molto diverse, tutte hanno chiara una cosa: la loro sorte è stata decisa dagli uomini, dallo strapotere che gli uomini hanno sulle donne. A sconvolgere e trasformare la loro vita sarà il "ballo delle pazze", ossia il ballo mascherato che si tiene ogni anno alla Salpêtrière e a cui viene invitata la crème di Parigi. In quell'occasione, mascherarsi farà cadere le maschere...
Hanno detto
«Con questo ballo in cui le "pazze" sembrano le uniche in grado di sentire davvero Victoria Mas consegna al lettore un romanzo intenso e fiero, che obbliga a spostare i limiti tra normalità e follia e insieme a riconsiderare quanto caro, nel corso della storia, è stato il prezzo pagato dalle donne per essere legittimate a esistere» - Andrea Marcolongo, Tuttolibri
«La casa editrice E/O pubblica quello che è stato il caso letterario del 2019 in Francia, Il ballo delle pazze di Victoria Mas, giovane autrice dalla bellezza molto francese al suo esordio nel romanzo, dopo aver lavorato nella scrittura per il cinema» - Eleonora Barbieri, il Giornale
«Ciascuna delle protagoniste per sopravvivere, nel manicomio, si aggrappa alle proprie convinzioni, anche se sono verità dolorose e difficili da condividere. Ma nella serata surreale del ballo in maschera, quando follia e razionalità sembrano non avere più confini, tutto può diventare finalmente possibile» - Patrizia Violi, Corriere della Sera
Nemesi (Einaudi, Collana Supercoralli, 2011, nella traduzione di Norman Gobetti) è l'ultimo romanzo scritto e pubblicato da Philip Roth, dopo un percorso travagliato che vide (scrivo a braccio) ben 12 stesure, dopo un approfondito lavoro di documentazione. Dopo questo romanzo che ebbe un'accoglienza di critica e di pubblico piuttosto travagliata (come del resto molte delle opere di Roth), l'autore dichiarò che riteneva conclusa la sua esperienza di scrittore.
Mentre la II Guerra Mondiale volge al termine una epidemia di Polio imperversa nella città di Newark, con il suo carico devastante di bambini e adulti infettati, di morti e di esiti drammatici.
Bucky Cantor, insegnante di educazione fisica e istruttore al campo estivo di Newark è al centro della vicenda.
Si occupa dei ragazzini che gli sono affidati, gestendo con carisma il loro tempo, li istruisce nelle pratiche sportive.
L'epidemia comincia a colpire duro gli allievi del campo sportivo che gli è affidato e lui si sente sconfortato, non comprendendo come una simile tragedia possa abbattersi su ragazzini inermi ed innocenti, ed inveisce contro un dio che permette una simile cosa. Nello stesso tempo comincia a perdere fiducia e a provare paura per se stesso (non dimentichiamo che lo steso Presidente degli USA F. D. Roosevelt venne colpito dalla polio e ne guarì, pur con degli esiti, testimonianza vivente che la Polio non risparmiava nessuno).
Cantor, con un percorso tormentato, decide di accettare un ingaggio come istruttore al campo estivo delle Pocono Mountains dove già lavora la sua fidanzata Marcia (e decide di compiere un simile passo dopo un colloquio corroborante con il padre di lei, medico e rappresentante della razionalismo scientifico).
La seconda parte del breve romanzo si svolge in questo idillico scenario, dove Cantor, pur assillato dal senso di colpa per aver abbandonato i "suoi" ragazzi" trova subito un suo brillante inserimento e un suo seguito.
La vita nelle Pocono Mountains sembra idilliaca, senonché anche qui - a lacerare la quiete pastorale di un mondo apparentemente incontaminato - arriva la Polio, con violenza e drammaticità.
Cantor si convince di essere il responsabile di ciò, di essere stato lui l'inconsapevole untore, nel momento in cui - dopo il comparire dei primi casi nel campo estivo - lui stesso si ammala e inizia il suo percorso di recupero lento ed incompleto con esiti di paralisi che ne faranno un uomo del tutto diverso da quello che era stato e da quello che avrebbe potuto essere.
Cantor vivrà il resto della sua vita, immerso nel senso di colpa, in una vita a scartamento ridotto, rinunciando a qualunque scelta esistenziale gioiosa e alla speranza.
Ho trovato questo romanzo splendido, anche per la rappresentazione metafisica del tormento interiore di Cantor che finisce con l'apparire come un moderno Giobbe, vessato da un dio ingiusto e terrifico.
I fatti sono reali, anche se se sono dislocati in un anno in cui non vi fu alcuna epidemia di Polio, ma prendendo come riferimento l'anno in cui si svolge la vicenda, negli USA ve ne furono due (una antecedente ed una cronologicamente successiva) con effetti devastanti in termini di morti e di esiti in paralisi.
E' un libro che fa riflettere, indubbiamente. E credo che vada letto, specie in tempi post-pandemici.
Il romanzo è l'ultimo del terzo volume delle opere complete di Philip Roth, pubblicato nei Meridiani Mondadori, ed è corredato di un'ampia nota esplicativa (un vero e proprio saggio esegetico) che spiega molte cose del testo e lo fa comprendere anche nella sua profondità.
(Dal risguardo di copertina) Quasi fosse una discesa nel proprio sottosuolo, Philip Roth racconta la giovinezza a Newark: il vigore dei vent’anni e l’immediata disillusione arrivata con la guerra e la malattia. Lo fa come sempre senza compiangere né se stesso né gli altri, anzi facendo emergere con forza tutte le contraddizioni dell’epoca e i suoi violenti tumulti.
Al centro di "Nemesi" c'è un animatore di campo giochi vigoroso e solerte, Bucky Cantor, lanciatore di giavellotto e sollevatore di pesi ventitreenne che si dedica anima e corpo ai suoi ragazzi e vive con frustrazione l'esclusione dal teatro bellico a fianco dei suoi contemporanei a causa di un difetto della vista. Ponendo l'accento sui dilemmi che dilaniano Cantor e sulla realtà quotidiana cui l'animatore deve far fronte quando nell'estate del 1944 la polio comincia a falcidiare anche il suo campo giochi, Roth ci guida fra le più piccole sfaccettature di ogni emozione che una simile pestilenza può far scaturire: paura, panico, rabbia, confusione, sofferenza e dolore. Spostandosi fra le strade torride e maleodoranti di una Newark sotto assedio e l'immacolato campo estivo per ragazzi di Indian Hill, sulle vette delle Pocono Mountains - la cui "fresca aria montana era monda d'ogni sostanza inquinante" -, "Nemesi" mette in scena un uomo di polso e sani principi che, armato delle migliori intenzioni, combatte la sua guerra privata contro l'epidemia. Roth è di una tenera esattezza nel delineare ogni passaggio della discesa di Cantor verso la catastrofe, e non è meno esatto nel descrivere la condizione infantile.
L'autore. Philip Roth (Newark 1933 - Manhattan 2018) è stato uno scrittore statunitense. Figlio di ebrei piccolo-borghesi rigorosamente osservanti, ha fatto oggetto della sua narrativa la condizione ebraica, proiettata nel contesto urbano dell’America dell’opulenza. I suoi personaggi appaiono vanamente tesi a liberarsi delle memorie etniche e familiari per immergersi nell’oblio dell’attualità americana: di qui la violenta carica comica, ironica o grottesca, che investe anche le loro angosce.
Dopo un primo, felice romanzo breve, Addio, Columbus (1959), e i meno incisivi Lasciarsi andare (1962) e Quando Lucy era buona (1967), Roth ha ottenuto la celebrità con Lamento di Portnoy (1969).
Dopo Il grande romanzo americano (1973, riedito in Italia da Einaudi nel 2014), attacco al mito del baseball, in Professore di desiderio (1978) e Lo scrittore fantasma (1979) Roth è tornato al tema dell’erotismo.
Con Pastorale americana (1997, con cui vince il Premio Pulitzer), Ho sposato un comunista (1998) e Il complotto contro l’America (2004), romanzi che hanno suscitato accesi dibattiti, Roth passa dall’allegoria alla cronaca letteraria della storia nazionale. L’animale morente (2001) – in cui torna Kepesh, protagonista di Professore di desiderio –, La macchia umana (2000, trasposto in film da Benton nel 2003) e Everyman (2007) sono riflessioni più intimiste che, attraverso l’osservazione del corpo e del suo implacabile deterioramento, svolgono la metafora dell’ineluttibilità del destino e dello scorrere rapido del tempo.
Tra i suoi ultimi libri: Il fantasma esce di scena (2007), Indignazione (2008), L'umiliazione (2009), La controvita (2010), Nemesi (2011), La mia vita di uomo (1974; nuova traduzione Einaudi 2011).
Lo stesso Einaudi (il suo editore di riferimento italiano) ha pubblicato anche I fatti. Autobiografia di un romanziere (2013).
Philip Roth è stato tra i favoriti per l'assegnazione del Nobel per la Letteratura.
Debito di morte, scritto da Stephen Leather (The Bombmaker, nella traduzione di A. Collitto), pubblicato da Piemme è una lettura decisamente coinvolgente con una trama che non dà respiro. E' il secondo romanzo di Stephen Leather che mi ritrovo a leggere. Il primo è stato "Il sotterraneo", l'opera che ha decretato il suo successo improvviso e travolgente, soprattutto nel mercato degli e-book e di Amazon Kindle. Ci sono arrivato dopo aver visto un film "The Chinaman", tratto dal suo secondo, omonimo romanzo. Alcuni dicono che Leather sia bravissimo nel raccontare trame di terrorismo al cardiopalmo, caratterizzate da un abilissimo montaggio, pari soltanto a Frederick Forsyth e a Robert Harris. E, in effetti, così mi è parso leggendo questo "Debito di morte", il cui titolo è in lingua originale - ben più calzante - "The Bombmaker". La trama è semplice e complessa al tempo stesso. Andrea Hayes, felicemente sposata e mamma di una bambina Katie, si ritrova in una situazione disperata. La figlioletta viene rapita, ma i rapitori - anziché chiedere un riscatto in denaro - le chiedono di collaborare con loro nella costruzione di un potente ordigno esplosivo nel cuore della City londinese. Ma perchè accade ciò? Questo l'autore ce lo rivela sin dalle prime pagine, dopo qualche ora dal rapimento: Andrea ha alle sue spalle un passato tragico e scomodo che ha cercato di dimenticare, assumendo un nuovo nome e creandosi una famiglia; ed era stata nella sua precedente vita un'abile fabbricante di bombe. Si attiva una corsa contro il tempo. In maniera del tutto fortuita, all'interno di un meccanismo che avrebbe dovuto essere perfetto ed inviolabile (quello del rapimento di Katie e del terribile dilemma cui viene sottoposta Andie), delle forze contrarie a quello che sembra un percorso segnato ed ineluttabile. Il romanzo è suddiviso in lunghi capitoli, ciascuno dei quali corrisponde ad un giorno per un totale di sette giorni. e, nell'arco temporale di ciascuna giornata, il lettore viene condotto in continui cambi di scenario, all'interno di un montaggio quasi cinematografico. Scritto molto bene, la traduzione di Alfredo Colitto è - come sempre - accurata. L'unico neo sono le numerose sigle e acronimi che per noi italiani sono, di primo acchito, difficilmente comprensibili, a meno di non fare ogni volta un'apposita ricerca su Google. Non avrebbero guastato delle piccole note redazionali in calce alla pagina. Un'altra notazione può riguardare la tipologia di trama e lo stile narrativo: Questo romanzo lo si può collocare tra quelle prove narrative che sono estremamente contigue alla cinematografia odierna, soprattutto nel territorio vasto e variegato del genere definibile come action thriller. Quindi si tratta, a tutti gli effetti, di sceneggiature che, anziché prendere la via della rappresentazione per immagini, rimangono confinate nel territorio della pagina scritta. Opere come questa si possono considerare "vera" letteratura? Non saprei. Ma sento di poter dire con certezza, anche per mia esperienza diretta, che queste letture sono un'efficacissima forma di intrattenimento. E noi sappiamo che la letteratura, nelle sue molteplici espressioni, deve anche saper essere "intrattenimento".
#actionnovel #thriller #narrativastraniera
(Risguardo di copertina) Dieci anni fa, Andrea Hayes era la migliore nel suo campo. Era giovane, era bella, era spietata. Costruiva bombe per conto dell'IRA: ordigni micidiali che seminavano morte e distruzione. Poi tutto è cambiato, i rimorsi e la paura hanno avuto il sopravvento. Andrea si è trasferita da Dublino a Londra, si è sposata, ha una figlia, è felice... Ma proprio quando tutto sembra dimenticato, il passato torna a bussare alla sua porta. Katie, la figlia adorata, viene rapita; e per riaverla Andrea dovrà sottostare al ricatto crudele di uomini che dimostrano di sapere davvero troppe cose di lei.
L’autore. Stephen Leather è uno scrittore britannico di romanzi thriller, le cui opere sono pubblicate dalla Hodder & Stoughton. Ha lavorato per programmi televisivi come London's Burning, The Knock, e la serie Murder in Mind della BBC.
Leather è uno degli autori più venduti su Amazon Kindle, ed è stato il secondo autore britannico più venduto a livello mondiale su Kindle nel 2011.
Quell'anno ha venduto 500.000 eBook, ed è stato nominato come una delle 100 persone più influenti nel mondo editoriale britannico dalla rivista The Bookseller.
I romanzi di Leather spesso trattano temi di criminalità, prigionia, il servizio militare e il terrorismo. In genere sono ambientati a Londra e nell'Estremo Oriente. All'inizio della sua carriera come scrittore, Leather scriveva thriller indipendenti, ma in seguito ha iniziato a sviluppare i suoi personaggi e le trame attraverso la serie, con generi leggermente diversi. Il personaggio principale di una serie, Dan “Spider” Shepherd è apparso in dieci dei thriller di Leather. Un'altra serie, "Jack Nightingale", parla di un ex negoziatore che diventa un investigatore privato.
Nel breve romanzo di Grazia Verasani, Come la pioggia sul cellophane (Universale Economica Feltrinelli già edito da Marsilio, 2021) i lettori si troveranno di fronte alla sesta indagine di Giorgia Cantini, investigatrice privata e titolare d’una piccola e scalcagnata agenzia ereditata dal padre ex-maresciallo dei CC.
Per chi non dovesse conoscere questo personaggio letterario la trama di questo romanzo è un’ottima porta d’ingresso alle avventure investigative di Giorgia Cantini che è sempre tormentato, a partire dalla tragica scomparsa per suicidio della sorella Ada, evento che in qualche modo l’ha segnata per sempre.
Dotata di una mente acuta, Giorgia Cantini non è certo un individuo squadrato e tetragono, poiché si trova frequentemente a vivere amori sfortunati, mentre sbevazza e fuma sigarette a più non posso, ma ha anche la fortuna di avere attorno a sé amici affezionati e fidati che, in alcuni casi, possono esserle di conforto nei momenti di maggiore e più intenso tormento esistenziale.
Questa volta, nel pieno di una crisi affettivaq (è stata appena lasciata dal suo amoroso) riceve un mandato da Furio Salvadei, cantante di successo, anche lui in crisi profonda, per attivare un'indagine su una stalker che, da qualche tempo, lo perseguita e non gli dà pace.
Con molta fatica, ma anche favorita da alcune circostanze fortuite, la Giorgia Cantini si troverà di fronte a qualcosa di più complesso ed inaspettato che sfocia in un delitto di cui si dovrà venire a capo: in fondo, si tratta di una vicenda investigativa segnata da una specie di serendipità.
Sì, alla fine siamo di fronte ad un plot di stampo hitchcockiano (s'intravede in filigrana qualcosa di "La donna che visse due volte"), sullo sfondo affascinante di una Bologna piovosa malinconica e autunnale.
Posso dire di avere letto quasi tutte le opere di Grazia Verasani, che solitamente non mi hanno deluso.
Ed anche questo mi è piaciuto!
(Soglie del testo) Sotto le piogge persistenti dell'autunno alle porte, con la mente un po' annebbiata dai drink delle sue sere solitarie e dalla nostalgia di Bruni, Giorgia si perderà in un'indagine che è un continuo gioco di specchi e sovrapposizioni, e in una vita filtrata da schermi, computer, telefoni, tv, dove i sentimenti diventano mere proiezioni.
«La schiena di Adele Fossan, fasciata in una giacca nera stretta in vita, grondava di dignità offesa, come se restare dritta fosse una forma di riscatto imperiale; e anche se, coi suoi stivaletti dal tacco alto, pareva camminare sulle uova, sapeva perfettamente dov’era diretta.»
L'autore. Giorgia Cantini, investigatrice privata a capo di una piccola agenzia di periferia nella Chinatown di Bologna, è appena stata lasciata da Luca Bruni, dirigente della questura e capo della Omicidi, e sfoga la propria tristezza ubriacandosi nei bar e nei locali della città. È in questa fase non facile della sua vita che incappa in Furio Salvadei, un affascinante cantautore alla soglia dei cinquant'anni che sembra avere tutte le fortune – fama, ricchezza, talento –, ma che al momento è un musicista in piena crisi artistica ed esistenziale. Furio infatti abusa di alcol, è deluso dal mondo discografico, ed è sotto stress a causa di una donna, Adele, una fan insistente che gli dà il tormento seguendolo ovunque e pressandolo con telefonate e messaggi. Furio incarica Giorgia di pedinare la sua persecutrice e di provare a riportarla alla ragione prima che si trasformi in una stalker violenta. Il problema è che Adele dimostrerà di essere un vero e proprio enigma. Sotto le piogge persistenti dell'autunno alle porte, con la mente un po' annebbiata dai drink delle sue sere solitarie e dalla nostalgia di Bruni, Giorgia si perderà in un'indagine che è un continuo gioco di specchi e sovrapposizioni, e in una vita filtrata da schermi, computer, telefoni, tv, dove i sentimenti diventano mere proiezioni. Quella realtà fittizia che, come un involucro di cellofan, protegge dagli urti è la stessa che separa i personaggi di Grazia Verasani dal contatto nudo con le cose: sembrano tutti alla ricerca di una vertigine che li faccia sentire più vivi, ma che, inevitabilmente, non li dispensa dal rischio di precipitare.
Questa in sintesi la vicenda tratteggiata in nell'ultimo romanzo di Tana French (Il segugio, titolo originale: The Searcher, nella traduzione di Alfredo Colitto), pubblicato da Einaudi (Stile Libero Big), nel 2022
Cal Hooper, che è stato poliziotto a Chicago per venticinque anni, dopo il tracollo familiare, ha abbandonato gli Stati Uniti per ritirarsi a vivere una vita tranquilla in una remota località dell'Irlanda dove ha acquistato un piccolo cottage abbandonato da tempo e un vasto terreno attorno.
Sta appena cominciando ad ambientarsi, mentre è intento di buona lena a restaurare il piccolo immobile, quando viene contattato da un ragazzino del posto, che di nome fa Trey e gli chiede di aiutarlo a capire cosa sia accaduto al fratello maggiore Brendan, scomparso da alcuni mesi.
Pur con molta reticenza all'inizio, Cal accetta questo mandato, anche se, ovviamente, dovrà operare in maniera informale e con molta cautela.
Ci sarà un avvicinamento progressivo alla verità, il tutto inframezzato da descrizioni bucoliche e da una fitta serie di scambi che Cal intrattiene con le persone del posto che deve ancora conoscere per farsi a sua volta conoscere e "riconoscere".
Il tutto assume quasi le caratteristiche di un piccolo studio antropologico sul modo in cui uno "straniero" (e non è sufficiente parlare la stessa lingua madre per non essere considerato lo "straniero") viene assimilato in una piccola comunità semi-rurale piuttosto lontana da una grande città e dai suoi flussi. Come Cal scoprirà a sue spese, questo luogo non è esattamente il luogo bucolico che egli aveva creduto, il luogo del ritorno alla natura e alla pace dal frastuono delle grandi metropoli. Ed un luogo in cui serpeggiano tensioni e violenze che, facilitate da alcune circostanze, possono emergere in forma impetuosa e distruttiva, sconvolgendo una superficiale patina di bonomia.
Per alcuni versi, l'ambientazione di questo romanzo mi ha fatto pensare a Cane di paglia, il magistrale film di Sam Peckinpah del 1971 (con Dustin Hoffmann nei panni del protagonista), anche se le narrazioni divergono: ma vi è il tema della violenza in una piccola realtà che le accomuna.
Questo percorso (e, con lui, di Trey) non sarà però semplice e lineare; e porterà anche a delle complicazioni. Ma alla fine Cal riuscirà a trovare un bandolo della matassa: e sarà una verità che qui non possiamo dire per evitare di fare da spoiler.
Ma la cosa importante è che Cal, attraverso questo percorso che sarà anche doloroso per lui, dovrà fare alla fine la scelta giusta, cosa che non ha mai fatto prima causando non pochi danni alle sue relazioni interpersonali e al tracollo della sua famiglia. Una scelta che, questa volta, privilegerà le relazioni e gli affetti, anziché la rigida adesione al codice del poliziotto, il cui intento principale è consegnare il/i colpevole/i alla giustizia.
Il segugio è sicuramente un romanzo di difficile catalogazione: è un poliziesco senza esserlo, è un thriller senza esserlo d anche un mistery senza esserlo. Sfugge alle tipizzazioni e alle catalogazioni e ciò che rimane al di là di esse è la narrazione allo stato puro con tutte le sue complesse intessiture.
Letto e condiviso ad alta voce. La lettura ad alta voce è un processo più lento, ma è sempre estremamente più piacevole, anche perché durante la lettura possono accendersi discussioni e conversazioni, oltre che scambi di opinioni sui comportamenti dei diversi personaggi.
(Quarta di copertina) Il fratello di Trey è scomparso, ma lui non si dà per vinto, e quando in città arriva Cal Hooper, un ex poliziotto di Chicago, il ragazzino vede in lui la speranza di trovare finalmente la verità.
Dopo venticinque anni di pattuglie sulle strade di Chicago, Cal Hooper ha trovato un cottage sotto una distesa di stelle selvagge. Adesso la cosa più rischiosa che fa è bere due pinte la sera al pub. Ma qualcuno tra la gente del posto lo tiene d'occhio e il suo idillio ha le ore contate. All'inizio, sentendo i rumori in giardino, ha pensato a un animale. Poi, una sera, dopo aver trovato le impronte delle scarpe da ginnastica, lo ha sorpreso. È poco più di un bambino, eppure ostinato e testardo come un adulto. In quello sputo di città persa nella campagna irlandese, è corsa voce che Cal era un poliziotto e adesso Trey è venuto in cerca di aiuto e non ne vuol sapere di lasciarlo in pace. Suo fratello è scomparso da mesi ma lui non ci crede che se ne sia semplicemente andato di casa. È successo qualcosa. Qualcosa che, Cal lo sa già, macchierà per sempre il suo paradiso.
Hanno detto
«Una storia piena di suspense su un sogno di libertà destinato a infrangersi… un capolavoro». - The Washington Post
«Leggetelo la prima volta per la trama, la seconda per la bellezza della scrittura». - The New York Times
«Un equilibrio tra comfort, malattia e isolamento.». - Observer
L'autrice. Tana French, cresciuta tra Irlanda, Italia e Malawi, vive a Dublino. Scrittrice ha pubblicato diversi romanzi tra cui: Nel bosco (2009), La somiglianza (2011) e I luoghi infedeli usciti per Mondadori. Per Einaudi ha pubblicato L'intruso (2018 e 2019), Il collegio (2019) e Il rifugio (2020).
Quella contenuta nell'esile ma denso libricino scritto dal francese Sylvain Coher, dal titolo Vincere a Roma. L'indimenticabile impresa di Abebe Bikila (Vaincre à Rome, nella traduzione di Marco Lapenna), 66thand2nd, 2020, è una narrazione emozionante e paradigmatica che tutti dovrebbero leggere non soltanto gli sportivi e gli appassionati e praticanti di maratona. Sabato 10 settembre 1960 si celebrò, alla chiusura dei Giochi Olimpici di Roma (XVII Olimpiade moderna), la Maratona (che, a parte sporadiche eccezioni riguardante alcuni sport minori) solitamente è la gara che, da sempre, chiude i giochi, poiché dei Giochi Olimpici moderni voluti da De Coubertin è icona e ne incarna l'essenza eroica.
In quella circostanza si assistette ad un'impresa d'eccezione quando uno sconosciuto atleta africano, l'etiope Abebe Bikila, infrangendo tutte le previsioni, vinse quella gara, per di più correndo a piedi scalzi. Nessuno avrebbe potuto immaginare una cosa simile, che un umile pastore etiope (nelle sue origini) aggiudicasse al suo paese l'ambito oro olimpico, in una corsa che assunse grazie a lui un valore altamente simbolico, collocando Bikila tra i "miti" della maratona moderna e non solo (basti pensare alla figura di Dorando Pietri e, andando ancora più indietro all'emerodromo Fidippide, che morì per annunciare una vittoria, e alla cui impresa venne "inventata" la Maratona moderna).
Il racconto dell'impresa di Abebe è in soggettiva e il lettore s'immerge nel paesaggio della corsa che è, insieme, esterno ed interiore.
Abebe dialoga di continuo con la "Piccola Voce" che è il suo interlocutore interno ma anche con tanti personaggi della sua vita che vanno e vengono, entrando in scena e poi allontanandosi dal suo scenario mentale, per poi rientrarci: la moglie lontana, il suo allenatore che è il suo "piccolo padre", l'imperatore d'Etiopia che lui rappresenta: sì, perché la sua corsa umile che poi diventerà vittoriosa, sarà anche una benevola e non astiosa rivalsa (e, d'altra parte, Abebe fa parte della Guardia Imperiale): vincere a Roma sarà dunque per lui un modo per rendere un servigio alla sua nazione, sconfitta ed umiliata dagli Italiani nel lontano 1936. Ma nei suoi pensieri e nelle sue emozioni c'è anche Dio, al quale spesso si rivolge:
"Abbiamo profili tagliati per fendere l'aria, perchè sospesi nell'aria passiamo due terzi del tempo di una corsa: nella corsa come in cielo aspiriamo alla sospensione. Sospesi in eterno tra il ponte e l'acqua, in quell'intervallo impossibile troveremo il momento di rivolgerci alla misericordia di Dio. E' così." (p.41)
E poi: "Corro per fare guerra alla guerra e Dio si manifesta sempre a quelli che corrono: sentiamo la Sua fronte contro la schiena e Sue mani bollenti sotto le ascelle. E quando c'è lui a trainarci con la Sua mano possente ci accorgiamo di correre molto più veloce: è la prova assoluta della Sua presenza. La forza mentale non è come un'illuminazione, la forza mentale è dappertutto fin nei più piccoli dettagli, afferma la Piccola Voce." (p. 44)
Perché Abebe volle correre a piedi scalzi? Alcuni vollero attribuire a questa sua decisione un valore dimostrativo, come se egli - rinunciando alle scarpette - avesse voluto esprimere il suo orgoglio per le proprie origini di pastore degli altipiani e di tutti gli Etiopi come lui che, di umili origini, camminano e corrono scalzi. In realtà, molto prosaicamente, Abebe ci dice (nei suoi pensieri) che, pochi momenti prima dello start, se le leva perchè ritiene che siano troppo nuove e teme di potersi fare male, pregiudicando la sua corsa. In questa decisione sarà aiutato dall'avere - per via delle sue vicissitudini di vita - una suola callosa sotto i piedi, formatasi negli anni della sua giovinezza.
Il racconto si articola in brevi capitoli che vanno dal momento della partenza (il km zero) e che procedono di cinque chilometri in cinque chilometri, esattamente come fanno i podisti moderni quando vogliono ripercorrere le tappe della propria performance, più quegli ultimi due chilometri e le due centinaia di metri che, furono aggiunti alla distanza originaria in occasione dei Giochi Olimpici di Londra del 1908. In ciascun capitolo vi è il continuo contraltare tra la voce di un cronista lontano che, senza esserci, cerca di seguire l'evento in diretta e darne conto agli ascoltatori e quella silenziosa di Abebe che scorre come un fiume di libere associazioni oscillanti di continuo tra le esigenze di un capillare contatto con la realtà ed una condizione sognante. Tra le due voci, la voce quasi fastidiosa del radiocronista che nulla sembra comprendere e quella narrante (che è rappresentata dallo stesso Abebe, impegnato nella corsa) si percepisce una distanza abissale tra chi il gesto sportivo lo vede solo dall'esterno e da chi lo vive con ogni fibra del suo corpo, con la propria mente pensante e con le proprie emozioni.
L'arrivo di Abebe sotto l'arco di Costantino fu così repentino che gli stessi addetti ai lavori, giudici di gara, giornalisti, fotografi e video-operatori, cronisti non capirono subito che egli fosse arrivato in testa, anche perché- poco di tagliare la linea del traguardo - venne sommerso da un nugolo di fotografi, impazienti di immortalarlo.
Appena al di là del traguardo, Abebe stupì tutto il mondo poiché cominciò subito a fare - come un soldato disciplinato - gli esercizi di allungamento, accompagnati da saltelli vari, lasciando immaginare che avesse ancora dentro di sè una grande riserva di energia a cui poteva dar libro sfogo con tale esuberanza.
Il mondo si commosse ed esultò: non solo era stato battuto il precedente primato olimpico, ma anche - soprattutto - la Maratona da allora non sarebbe più stata la stessa, perché con Bikila come pioniere si sarebbero fatta strada in questa disciplina gli Africani e, in essa, avrebbero stabilito un predominio quasi assoluto.
"...ogni passo è singolo, perché si produce una volta soltanto. Nell'enumerazione di tutti i passi si forma la storia della corsa, il suo sviluppo e la sua conclusione. Corriamo sul margine di un cerchio - senza soluzione di continuità. L'immensità del mondo è una burla smisurata, mantenere l'ordine resta il nostro principale intento: Mille maratone fanno il giro completo del pianeta." (p.77)
Abebe Bikila rimarrà per sempre nella storia, nella storia dello sport, nella storia della corsa di lunga durata e nell'immaginario collettivo, come colui che vinse una maratona correndo a piedi scalzi. Non a caso in un film di qualche anno successivo (il famoso "Il Maratoneta" di Johb Schlesinger, ispirato al romanzo omonimo di William Goldman) nella mente del protagonista (Dustin Hoffmann nel film) ricorrono di continuo, mentre corre, le immagini iconiche di quell'impresa epocale.
(Risguardo di copertina) Roma, sabato 10 settembre 1960, penultimo giorno dei Giochi olimpici e ultimo del calendario etiope. Sulla linea di partenza i corridori si scaldano in attesa del colpo di pistola che sancirà l'inizio della maratona. Tra loro un atleta sconosciuto, serio in volto e taciturno. È scalzo. Il suo nome è Abebe Bikila, caporale della guardia reale del negus. È lì per vincere, e vincerà. Due ore, quindici minuti e sedici secondi di corsa sui sampietrini della via Sacra, l'asfalto rovente della Colombo, il basolato di via Appia, accarezzando a piedi nudi il selciato della Città Eterna come fosse la terra dei suoi altopiani. «Vincere a Roma sarà come vincere mille volte» aveva detto l'imperatore Hailé Selassié, una rivalsa a ventiquattro anni dalla presa di Addis Abeba a opera delle truppe di Mussolini. E così Abebe corre, misura il ritmo delle falcate, risparmia il fiato, ascolta i muscoli che vibrano e mordono il freno in attesa dello sprint finale. Ad accompagnarlo la sagoma sfocata del grande Emil Zátopek e un uomo in carne e ossa, pettorale 185, misterioso contendente con cui percorrerà appaiato più di venticinque chilometri per poi staccarlo nel finale e andare da solo verso il trionfo. Un oro olimpico che incorona non soltanto Abebe ma l'intero continente africano in un'epoca in cui gli imperi coloniali si stanno sfaldando e si alza forte il grido dell'indipendenza. Accordando la sua prosa al passo instancabile del maratoneta, Sylvain Coher s'insinua nella mente di Bikila sotto forma di Piccola Voce e racconta dall'interno una delle imprese più memorabili nella storia dello sport: l'epopea del corridore scalzo, la nascita di una leggenda.
Alcune notizie su Abebe (da wikipedia). Abebe Bikila partecipò altre due volte ai giochi olimpici, a Città del Messico (1964) dove vinse nuovamente l'Oro, migliorando il suo primato e a Tokyo (1968), dove tuttavia non si classificò però al traguardo. Oltre alle partecipazioni olimpiche conquistò l'oro di maratona in numerose competizioni internzionali di prestigio, anche in questo antesignano dei corridori kenioti che si affacciarono alla ribalta internazionale nei decenni successivi.
Nel 1969 Bikila, alla guida della sua auto nei pressi di Addis Abeba, ebbe un incidente, che lo lasciò paralizzato dalla vita in giù. Nonostante le cure e l'interesse internazionale, non riuscì più a camminare. Pur impossibilitato all'uso degli arti inferiori, non perse la forza di continuare a gareggiare: nel tiro con l'arco, nel tennis da tavolo e perfino in una gara di corsa di slitte (in Norvegia). Partecipò inoltre ai Giochi paralimpici di Heidelberg nel 1972 nel tiro con l'arco. Insomma, in questo percorso sfortunato, continuò ad applicare la filosofia del "un passo alla volta", facendo prova di resilienza e di determinazione.
Ma il suo destino era segnato: morì l'anno successivo, il 25 ottobre 1973, i 41 anni non acora compiuti, per un'emorragia cerebrale.
L'autore. Sylvain Coher (1971) vive tra Parigi e Nantes. Dopo gli studi in Lettere moderne, ha lavorato come istruttore di vela, sorvegliante in un convitto, libraio, editore, muratore. Dal 2002 si dedica interamente alla scrittura. Tra le sue opere Carénage (2011), Nord-nord-ouest (2015), che gli è valso numerosi premi, e Trois cantates policières (2015). Durante i giorni trascorsi come borsista residente a Villa Medici tra il 2005 e il 2006 sono nate le prime pagine di Vincere a Roma.
Con NOS4A2 (pubblicato nel 2014 da Sperling&Kupfer nella collana "Pandora" con la traduzione di Andrea Carlo Cappi), Joe Hill ci ha regalato una bella storia, degna delle migliori del padre suo, confermando la sua capacità di grande affabulatore.
Mi è piaciuto straordinariamente e l'ho letto, appassionandomi; sul finire, rallentando il ritmo della lettura per prolungarne il piacere e per rimandare il momento del congedo dai suoi personaggi, così come si fa quando ci si ritrova a degustare una pietanza prelibata.
Alcuni hanno infatti detto che NOS4A2 potrebbe sembrare un romanzo scritto proprio dal padre di Joe Hill che è - diciamolo pure - l'insuperabile Stephen King: ma no!, secondo me. Oppure sì, nel senso che da ragazzo Joe Hill deve essersi sicuramente infarcito la testa con letture incalzanti delle opere del padre. E dunque non si può ignorare che egli si sia plasmato a quella scuola, pur maturando degli stilemi e delle preferenze proprie, e che, oltretutto, ha avuto una Musa letteraria nella madre Tabitha (che qui, oltre a ricevere una dedica in epigrafe, compare nel nome di un personaggio (l'investigatrice della FBI che, a poco a poco, dovrà convincersi della straordinarietà degli eventi su cui indaga), quella Tabitha che - anche lei poetessa e scrittrice - ha probabilmente avuto un ruolo di primordine nella fortuna letteraria del marito.
Siamo di fronte ad una storia horror condita di elementi fantasy e, sicuramente, vi fanno capolino la serie della Torre Nera e il prestigioso romanzo che King scrisse a quattro mani con Peter Staub, Il Talismano, ma si riconoscono anche le sedimentazioni della letteratura vampirica: in fondo, le cifre della targa della spettrale Rolls-Royce (modello Wraith del 1938) che trasporta l'odioso vilain Charles Manx nelle sue esecrabili missioni e nei viaggi da e verso Christmasland, "il paese dove è sempre Natale", sono pronunciandole con accento inglese l'anagramma di "Nosferatu" (NOS4A2 = NOS-FOUR-A-TWO che suona appunto “Nosferatu”) e sappiamo bene che "Nosferatu", il non morto, è uno dei prototipi dell'immaginario vampiresco.. Ma - ritengo - c'è anche qualcosa di Christine, la macchina infernale (ovvero del celebre romanzo di Stephen King del 1983): cioè si tratta di un'auto che vive una vita propria e che trasforma colui che la utilizza o lo fa ringiovanire (o rivivere), ma sempre in una dimensione di distillato del Male.
Poi c'è il concetto di "inscape", dentro il quale i cattivi costruiscono le loro orride e mistificanti costruzioni e dove altri, dotati di poteri straordinari come Maggie Smith (la bibliotecaria veggente) o Vic McQueen possono entrare, attraverso porte da loro stessi create come il Ponte coperto di legno (non più esistente da anni) che è in grado di condurre Vic McQueen dovunque voglia andare (anche a centinaia o migliaia di chilometri dal posto in cui vive) per ritrovare cose e persone scomparse o per salvare qualcuno dalle grinfie di Charles Manx e, infine, il suo stesso figlio. I poteri che Vic McQueen e Maggie Smith che si ritrovano ad avere e ad usare implicano tuttavia un costo non indifferente: ogni incursione, ogni transito producono dolore e sofferenza e, prospetticamente, le esistenze adulte di Maggie e Vic non sono certamente felici e sono state rovinate.
Maggie e Vic assieme rappresentano un pericolo gravissimo per Charles Manx e quindi egli, da autentico malvagio qual'è, egli farà di tutto per sbarazzarsene. Come nel caso del Conte Dracula che occasionalmente recluta dei servitori che possano annunciare al mondo la sua venuta (com'è il caso di Renfield nel romanzo originario di Bram Stoker) oppure custodirlo e tenerlo al sicuro durante le ore obbligate di letargo diurno, peraltro, Manx ha bisogno di aiutanti che lo assistano nelle sue turpi imprese e che egli recluta con il miraggio di Christmasland (un vero e proprio paese dei balocchi in stile horror): in questo ruolo, avrà una funzione di spicco Bing Partridge, perfettamente delineato in tutta la sua odiosità.
Ancora una volta viene presentata una lotta tra Bene e Male che va avanti per anni sino ad una conclusione, in parte scontata (non del tutto) e solo per un pelino consolatoria.
Trovo che lo stile di Joe Hill sia parecchio diverso da quello del padre: la narrazione è più ariosa con numerosi stacchi e flashbacks che consentono all'autore di dare alla vicenda una sua corposità temporale, ma con assoluta snellezza. Si legge appassionandosi e ogni capitolo conduce immediatamente noi lettori a quello successivo, senza mai desiderare uno stacco.
Aggiungo qui come semplice curiosità che il titolo dell'edizione originale inglese è NOS4R2, mentre quello italiano è della serie si presenta come NOS4A2 (mi chiedo perchè).
La serie TV, articolata in due stagioni, è - a mio avviso - molto ben fatta e va sicuramente vista (ma - questo è il mio suggerimento - solo dopo aver completata la lettura del romanzo), anche se probabilmente per esigenze di sceneggiatura nella sua sceneggiatura sono state introdotte numerose modifiche, soprattutto tagliando via tutta la parte riguardante le straordinarie esperienze infantili di Vic McQueen e il percorso di scoperta della sua capacità di "varcare soglie" per entrare in suo personale "inscape".
Nella serie Vic appare già quasi adulta e il suo mezzo di trasporto per superare il Shorter Way Bridge è già la moto, mentre all'inizio - nella sua infanzia - utilizzava una biciclettina da cross (che, in un episodio della serie, viene solo citata, quando appare come un relitto abbandonato all'interno del ponte coperto).
(Risvolto di copertina) L'unica ragazzina che sia riuscita a sfuggire al male implacabile di Charlie è diventata una donna che cerca, disperata, di dimenticare. Ma Charlie Manx non ha mai smesso di pensare all'eccezionale Victoria McQueen e non si fermerà finché non avrà avuto la sua vendetta.
Victoria McQueen ha la stupefacente capacità di trovare le cose: un braccialetto smarrito, una foto persa, risposte a interrogativi che non hanno soluzione. Quando passa con la sua bicicletta sul vecchio e traballante ponte coperto nei boschi dietro casa sua, emerge sempre nel posto in cui deve andare. Vie tiene segreta questa sua insolita abilità, perché sa che nessuno le crederebbe. Anche Charles Talent Manx ha una dote tutta sua. Gli piace portare in giro i bambini sulla sua Rolls-Royce del 1938 con la targa personalizzata NOS4A2. A bordo della macchina, lui e i suoi innocenti passeggeri possono uscire dalla realtà e percorrere strade segrete che portano a uno straordinario parco dei divertimenti che lui chiama Christmasland. Chilometro dopo chilometro, il viaggio sull'autostrada dell'immaginazione distorta di Charlie trasforma i suoi preziosi passeggeri, rendendoli terrificanti e inarrestabili quanto il loro "benefattore". Poi viene il giorno in cui Vic esce per cercare guai... e inevitabilmente la sua strada incrocia quella di Charlie. Questo è stato molto tempo fa. Ora l'unica ragazzina che sia riuscita a sfuggire al male implacabile di Charlie è diventata una donna che cerca, disperata, di dimenticare. Ma Charlie Manx non ha mai smesso di pensare all'eccezionale Victoria McQueen e non si fermerà finché non avrà avuto la sua vendetta. Vuole dare la caccia a qualcosa di molto speciale, qualcosa che Vic non potrà mai sostituire.
L'autore. Joe Hill nato nel 1972, a Hermon (Maine) è lo pseudonimo di Joseph Hillstrom King: come si nota dal cognome, lo scrittore statunitense è figlio dell'altrettanto famoso Stephen King. Secondo di tre figli, Joe cresce a Bangor, nel Maine. Il prestigioso Time lo ha definito «uno dei più raffinati scrittori americani di horror»: gli fa da contraltare il Washington Post, denominandolo «uno degli autori di spicco nella letteratura fantastica del Ventunesimo secolo». In Italia la sua prima raccolta di racconti Ghosts (scritta nel 2005) è uscita nel 2009 per Sperling & Kupfer. Seguiranno, tra gli altri, i romanzi La scatola a forma di cuore (2007, Sperling & Kupfer), La vendetta del diavolo (2012, Sperling & Kupfer, da cui è stato tratto il film Horns, per la regia di Alexandre Aja, con Daniel Radcliffe in veste di protagonista), NOS4A2. Ritorno a ChristmasLand (2014, Sperling & Kupfer), The fireman (2016, Sperling & Kupfer). Joe Hill ha anche ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, come il Bram Stoker Award e il British Fantasy Award. Lo scrittore ha altresì collaborato alla stesura di una serie di fumetti, pubblicati in Italia da Magic Press e Panini Comics. Il progetto, iniziato nel 2008, s'intitola Locke & Key ed è illustrato da Gabriel Rodriguez.
NOS4A2 è la serie televisiva horror statunitense ideata da Jami O'Brien e basata sull'omonimo romanzo del 2013 di Joe Hill.
La serie, articolata in due stagioni con dieci episodi ciascuna, viene trasmessa su AMC dal 2 giugno 2019; in Italia, è stata distribuita su Prime Video dal 7 giugno.
La serie dell'orrore ispirata al romanzo omonimo del figlio di Stephen King, il talentuoso Joe Hill, debutta su Amazon Prime Video il 7 giugno. Ecco alcune curiosità sullo show horror dell'estate.
Soluzione finale, scritto a quattro mani da Andrea Novelli e Gianpaolo Zarini, pubblicato da Marsilio (collana Farfalle) nel 2005, é un romanzo interessante.
L'ho comprato molto tempo addietro e l'ho letto soltanto ora, trascinato da un improvviso impulso.
La trama si presenta avvincente sin dalle prime battute e si comprende subito di essere di fronte ad un medical thriller.
Le cose però, dopo un po', si complicano poiché la narrazione si sposta verso un baricentro complottista, di cui non dirò nulla per non togliere ai futuri lettori il piacere della scoperta.
L'avvio è davvero incalzante, sin dalle battute iniziali e viene voglia di andare avanti, bruciando le tappe. Poi, però la trama si avvolge su se stessa, perdendo di ritmo. Quelli che, a mio avviso, avrebbero dovuto essere i due personaggi principali - e cioè Sean McQuinlan e l'investigatrice Everett - vengono ridotti ad un ruolo marginale e di semplici comprimari, perdendo di fatto la loro funzione di "risolutori" e "salvatori".
Malgrado l'impennata finale in morti assassinati la narrazione perde di vigore e non vi è alcuna soluzione. Tutto rimane ambiguo e si evince chiaramente che i protagonisti hanno lottato contro i mulini a vento o contro un'Idra dalle molte teste. Quindi non viene fatta giustizia, se non in un modo molto sommario e parziale, non c'è un Bene che trionfa: ci sono solo perdenti, di fronte ad una ferrea volontà di complotto che prima o poi risorgerà per proporre altre scellerate soluzioni finali.
Infatti, la strategia della "soluzione finale" - così come era stata prospettata - si inabissa, senza scomparire, lasciando soltanto perdere ogni traccia di sé (e solo temporaneamente, si intuisce, in attesa di tempi migliori).
Il plot, dunque, alla fine risulta deludente, ma ciò nonostante il romanzo si legge egualmente con molto piacere sino all'ultima riga.
(Risguardo di copertina) New York, Downtown Hospital, ore 10,03. Il piccolo Ralph, ricoverato d'urgenza in ospedale, se n'è andato e tutti sembrano voler chiudere il suo fascicolo il più rapidamente possibile. Non ci sono dubbi: morte naturale. Ma per il pediatra Sean McQuillan non può essersi trattato solo di un caso, qualcosa non quadra nel referto ufficiale che è stato stilato. Ha visto con i suoi occhi quello che è successo: il bambino gli è morto tra le braccia a causa di un edema cerebrale. E Sean è certo che non può essersi trattato di una fatalità. Ma chi può avere voluto la morte di Ralph? Chi può aver tolto la vita a un innocente con fredda premeditazione? E per quale motivo? Perché i vertici dell'ospedale rifiutano di fare l'autopsia al povero Ralph Friedman?
Gli Autori. Andrea Novelli residente a Savona, da sempre scrive con Gianpaolo Zarini a quattro mani. Autori di romanzi e racconti, hanno esordito con il medical thriller Soluzione finale (Marsilio, 2005), che ha vinto il Premio Palazzo al Bosco 2003 di Firenze come migliore inedito. Sono usciti successivamente Per esclusione (Marsilio, 2008; Mondadori 2011), Il paziente zero (Marsilio, 2011), Acque torbide per l’investigatore Astengo (Fratelli Frilli Editore, 2012), oltre a diversi racconti pubblicati da Mondadori, Delos Book, Giulio Perrone Editore, Robin Edizioni, Chichilli, Elliot Edizioni. Per Feltrinelli pubblicano, nella collana digitale Zoom Filtri, il ciclo di Manticora (Damnatio, 2014; Morbus e Aeternitas, 2015).
Bruce Chatwin in "Anatomia dell’irrequietezza" scrive: “Danzare è andare in pellegrinaggio”.
Leggendo "Storia del camminare" di Rebecca Solnit ho imparato che l’espressione cinese per “andare in pellegrinaggio” significa: rendere omaggio alla montagna.
Ecco, danzare e rendere omaggio stanno al centro della viandanza. È una parola bellissima che tanti anni fa mi sono ritrovato in bocca. Ho iniziato a usarla e ho notato che subito si installava in altre bocche, al punto che oggi è diventata quasi di uso comune.
È successo, credo, perché è una parola eufonica e solare: tiene assieme l’immagine del viandante che danza sulla via e quella della via che si fa danza, una grande festa, un tripudio di umanità e natura…
(da Luigi Nacci, da Non mancherò la strada. Che cosa può insegnarci il cammino, Laterza, 2022)
Luigi Nacci, originale cantore della 'viandanza', della vita come cammino, si interroga in quest'opera sul valore che ha in questi tempi concitati e iperconnessi la pratica ancestrale e stravolgente del viaggio a piedi.
«Ci sono estati chiuse come scatole, sigillate. Sono estati che trascorri in una stanza, in ufficio, o su un letto d'ospedale, in una cella, in uno spazio delimitato da pareti che ti sono ostili. A volte è il lavoro che ti costringe alla clausura, altre volte la malattia, tua o di un tuo caro, oppure la necessità di concentrarti per originare un'opera, o è la depressione che ti impedisce di uscire. Sei rinchiuso in un buio che non se ne va nemmeno quando spalanchi le finestre. Sei al centro della stanza ma è come se non ci fossi. Capitano estati così. È da quel buio che nasce il desiderio incontenibile del cammino. Non è desiderio di andare in ferie dopo un anno di lavoro. Chi è al centro del buio non ha bisogno di ferie, non sa che farsene. Né di spiagge, di hotel, di baite, di centri storici, di musei. Chi sta in quel buio vuole di più. Vuole solamente una cosa: il cammino».
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.