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1 luglio 2014 2 01 /07 /luglio /2014 07:09

Panchina Surreal-ricorsiva

 

Sono seduto su una panchina, circondato da numerose valigie.
Una bella panchina di legno, comoda, con le assi che servono da seduta e spalliera, un po' distanziate tra loro, consunte per via della lunga esposizione agli elementi.
Cosa ci faccio lì?

Non so...

Forse sono reduce da un viaggio o, forse, sono in partenza.
Ma il viaggio si è bloccato nella sua evoluzione
Come se il tempo si fosse fermato.
Non mi posso allontanare, naturalmente.
Sono da solo: del resto, a chi potrei affidare le valigie?
Se le lasciassi incustodite, arriverebbe per certo qualcuno a confiscarle.
Sono troppe perchè possa portarle con me agevolmente, ed anche troppo - innaturalmente - pesanti.
E queste valigie sono come il gonnellino di Eta Beta.
Avvengono delle cose, arrivano persone, parlano con me, stanno, se ne vanno.
Mi capita di tirare questo e quello fuori dai valigioni, perfino uno spazioso tavolo da the, il mio laptop, libri e quant'altro, anche dei bei libri d'arte piuttosto voluminosi, per non parlare poii della mia attrezzatura fotografica
Tutto va avanti e le cose si fanno sempre più complesse, ma io non posso mai allontanarmi dal mio piccolo mondo che è quella panchina: tuttavia è un mondo che - con le interazioni che mi offre, con gli incontri e con la possibilità di lavorare al PC - si fa sempre più complesso e variegato.
Poi, all'improvviso, si azzera tutto e devo ricominciare daccapo, nella stessa sequenza.
Seduto su quella panchina circondato dai miei grossi valigioni, da solo.
Stesse situazioni, stessi personaggi, stesse interazioni. Nella mia attrezzatura non vi sono indumenti di ricambio, nemmeno un paio di mutande pulito. Ad ogni inizio sono vestito in un modo diverso, ma sempre a modo mio.

Ma non è tutto totalmente deterministico: in ogni nuova sequenza, posso attivare una nuava ed inedita serie di azioni, ma una volta fatto ciò, questa nuova serie di azioni dovrà avvenire anche successivamente.
Sicchè si attivano diverse linee temporale e io mi divido in due, tre e quattro, e ancora di più: e ciò accade ogni qualvolta aggiungo una variante alla sequenza originaria.
Ma io - assieme uno e centomila - sono sempre seduto su quella panchina, impossibilitato ad andarmene, per quanti tentativi io faccia.
Una volta sono arrivati dei tassisti e si sono fermati a chiacchierare, fuori dai loro mezzi, accanto a me. Dopo quella volta sono arrivati sempre.
Ogni volta, io chiedo loro se sarebbero così gentili da custorire il mio bagaglio (ancora, per questa volta, non disfatto) nei capaci bagagliai delle loro auto in modo da consentirmi di allontanarmi per andare a cercare qualcsa di cui sento di avere urgente bisogno, ma mi rispondono accigliati che non possono in alcun modo. Il portabagagli deve rimanere libero per i loro clienti: li ascolto un po' deluso. "Come possono essere così insensibili?", penso tra me e me, comprendendo di essere profondamente invidioso di quelle persone che hanno piena libertà di andare  e venire dove gli pare, anche se - per contro - a me è data la possibilità di attivare sempre nuove linee temporali, che - pur non potendo mai essere infinite - mi offrono caleidoscopiche possibilità e nuovi orizzonti da poter esplorare sempre stando seduto o sdraiato sulla mia panchina.

La mia è una "panchina di Babele", ma anche una "panchina dei destini incrociati", panchina "a tempo" e dei paradossi temporali, infine panchina di Escher.
Mi piace questa panchina... perchè da essa posso partire per compiere infiniti viaggi, ogni volta nuovi.

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29 giugno 2014 7 29 /06 /giugno /2014 18:09
La donna della panchina
C'é un punto del Thames Path, nei pressi del King Edward Memorial Park, poco battuto, di rado percorso dai ciclisti e dai runner, da un lato la ringhiera che si affaccia sul Tamigi, alle spallle il muro di recinzione di una serie di case divise in appartamenti non costosissimi, ma certamente signorili, tutto sommato abitazioni abbastanza esclusive.
In corrispondenza di un piccolo slargo, l'occasionale visitatore si imbatterà un angolo che possiede indubbiamente delle qualità romantiche, ingentilito da un gruppo di tre panchine in legno e ferro, d'estate ombreggiate dal verde fitto di quattro o cinque alberetti che a me - adesso che sono ricresciute le foglie e s'intravedono i primi frutti formarsi - sembrano di gelso (mulberry tree).
Queste panchine sono quiete e riservate, spesso meta di fidanzatini alla Peynet, qualche volte mamme o nonne con nipotini.
Alcuni giorni fa ho adocchiato, seduta sulla panchina centrale delle tre, una donna, non giovanissima, ma di bell'aspetto, capelli curati e ben fatti, vaporosi, ben vestita,, scarpe eleganti con tacco a spillo che qui a Londra non è usuale vedere, specie durante la settimana lavorativa. 
L'abito che indossava era un tailleur di colore scuro, dal taglio elegante: forse si trattava di una manager, dirigente o funzionario, di qualche ufficio nei pressi, non certamente una donna di casa uscita per far la spesao una comune impiegata.
La donna della panchinaSembrava in attesa di qualcosa, più che di qualcuno: il suo essere seduta al centro della panchina avrebbe potuto segnalare indubbiamente che attendesse qualcuno a cui aveva dato (o da cui aveva avuto) un appuntamento e che voleva essere ben sicura che, all'arrivo di questo personaggio a noi ancora sconosciuto, sulla panchina potesse esserci ancora posto e che la seduta fosse solo per loro. Un'esclusiva panchina riservata per due, per un colloquio intimo, forse. Preoccupazione irrisoria, quella di volere la panchina tutto per sé e di volerlo segnalare, del resto, poiché il luogo - a qualsiasi ora del giorno - è ben poco frequentato.
Ma il suo essere bene al centro avrebbe potuto anche significare che la donna volesse asserire il possesso di quella panchina, evitando che chicchessia, trovando dello spazio libero, potesse sedersi accanto a lei. In ciò l'espressione di una forte volititività, l'abitudine ad essere assertiva, ma anche - emozionalmente - il desiderio di assaporare la propria solitudine, essendo - nei pensieri - in compagnia di qualcuno.
In un primo momento le sono passato davanti e ho notato che stava guardando il display del telefono mobile e che, d'un tratto, il suo volto si illuminava di un bel sorriso.
Quando ho rifatto il giro, tornando alle sue spalle in modo da poter fare le foto che volevo senza essere visto, mi sono accorto che portava il telefono all'orecchio e che parlava con qualcuno distante, con una voce quieta e tranquilla, dal bel timbro vellutato.
Poi, dopo aver parlato, ha ripreso a guardare il fiume, senza mostrare alcun segno di frenesia affaristica, in pace.
Tutto qua.
Gli incontri occasionali che si fanno con persone che nemmeno sanno di essere state oggetto di quell'incontro ad una direzione con un viandante-osservatore che se ne sta a guardare per qualche istante fuori dal suo campo visivo, rimangono come un enigma, un libro aperto di cui, a parte le pagine immediatamente visibili, il contenuto di quelle che precedono e seguono, né tanto meno il finale, rimangono del tutto sconosciuti.

 
Le vite degli altri colti ed imprigionati nella fotografia di un istante.

Foto di Maurizio Crispi
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28 giugno 2014 6 28 /06 /giugno /2014 00:16

Il Ramadan inizia quest'anno il 29 giugno: ma all'antivigilia una grande folla davanti alla East End Mosque

(Maurizio Crispi) Oggi c'era una gran folla di fedeli sparsi lungo Whitechapel Road, East London, in prossima della East London Mosque and London Muslim Center, anche se ancora il Ramadan non è ancora ufficialmente iniziato.

La data di inizio quest'anno sarà il 29 giugno, domenica.

Ma oggi che è Venerdì (il 27 di giugno) c'è una quantità enorme di fedeli che si accalca in Whitechapel Road, debordando dai marciapiedi ed invadendo le corsie riservate alle auto, dopo il tempo della riunione e della preghiera.

Molti sono arrivati da parti dell'East End piuttosto lontane e, per andar via, aspettano i mezzi pubblici.

Mai visti tanti uscire da una Moschea insieme; centinaia e centinaia.

Uomini prevalentemente, tutti con abiti tradizionali e copricapi bianchi.

Molti anziani dall'aspetto ieratico e antico, con barbe di varia foggia, spesso con i baffi rasati, il che conferisce al volto un'espressione grave e pensosa.

Si avverte nell'aria una grande intensità devozionale, ma - nello stesso tempo - la forza dei legami sociali. 

 

Ramadan is the ninth month in the lunar year.

The first day of Ramadan is just after the 29th or the 30th day of Chaaban.The date of the beginning of Ramadan change every year and it's eleven days before than the year before. This date changes also from one country to another one (one day difference) because the moon can't be seen in some countries if it's cloudy.Announcement of the date of Ramadan: the first day of Ramadan 2014/1435 will be on the 29 June 2014 (more or less one day).

 

A Londra e in UK il Ramadan comincerà il 29 giugno.

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17 giugno 2014 2 17 /06 /giugno /2014 07:41

Appunti mentali e piccoli safari fotografici. Da dove nascono le storie

 

Chi scrive, esce con un piccolo quadernetto per buttare rapidamente degli appunti su ciò da cui viene colpito - magari si tratta di un Moleskine con la copertina nera, nella migliore tradizione di Bruce Chatwin.
Chi disegna e dipinge, può anche andare in giro con un blocco per schizzi e disegni, ma per pochi tratti rapidi e veloci anche un moleskine può andar bene.
Chi fotografa va sempre in giro - anche se non con l'attrezzatura fotografica più impegnativa, con una piccola macchinetta compatta per poter fissare istantaneamente ciò che entra nel suo campo percettivo.
Scrivere, disegnare, fotografare sono tre attività diverse, ma affini che richiedono di essere costantemente alimentate da stimoli e da suggestioni.
In ciò che si guarda e che, con strumenti diversi, si fissa in forma di appunti che siano una traccia grafica, una parola scritta o un'istantanea, si vede già una storia, come lo scultore nella radice contorta di un vecchio ulivo o in un blocco di marmo, vede perfettamente la forma che dovrà essere portata alla luce con fatica e con un duro lavoro.
In ogni caso, il prendere appunti in forma o di parole scritte o di disegni appena abbozzati o di istantanee fotogafiche o di brevi filmati può essere sostituito - senza alcuna perdita - dal loro succedaneo mentale, che può essere sviluppato - e memorizzato - anche senza il corrispondente supporto tecnologico, probabilmente in una forma perfino più "pura".
Tutto può avvenire nella mente: l'osservazione dei fatti, la loro cattura e la loro "registrazione", in attesa di utilizzo futuro: oggetti che "riemergeranno a tempo debito, a volte in modo inatteso
Le storie sono in primo luogo nella mente di chi guarda: si tratta poi di portarle alla luce e di farle vivere.
Per poter far ciò, bisogna essere sempre con tutti i sensi all'erta, ma nello stesso tempo deporre categorie mentali rigide e pregiudizi, quelle prigioni del pensiero che ti impediscono di vedere autenticamente le cose e che ti fanno dire: "Questo non ha importanza", oppure "Non vale la pena soffermarsi su di un dettaglio tanto stupido!".

Appunti mentali e piccoli safari fotografici. Da dove nascono le storieIl piccolo quadretto dinamico che mi spinge a scrivere questa considerazioni (e la relativa sequenza di foto che ho scattato) è questo.
Ho notato, di mattino presto, questa giovane donna che trasportava una sedia lungo una via del tutto deserta.

Cosa stava mai facendo? 
Dove stando andando, reggendo con le braccia una sedia ingombrante e probabilmente pesante?
Stava facendo un trasloco? Oppure aveva trovato quella seggiola abbandonata da qualche parte e aveva deciso di recuperarla, assodato che era in ottime condizioni?  O che fosse una ladra di sedie (ipotesi questa affascinante, per quanto improbabile)? O una cleptomane con la sua preda?
E' arrivata alla fermata dell'autobus quasi avesse deciso di salire sul primo mezzo di passaggio.
Forse si era stancata del peso.
Ma la strada era deserta e non c'era nessun autobus in vista.
Sicché, la donna - dopo aver consultato gli orari (almeno, così mi è sembrato osservando la scena da lontano) - è ritornata sui suoi passi, sempre reggendo quella sedia, camminando con piglio spedito.
L'ho seguita con lo sguardo, finchè non è svanita nel nulla, lasciando dietro di sé un piccolo mistero irrisolto.

Scrive Natalie Goldberg nel suo manuale di scrittura creativa:
Anche quando non scriviamo, continuiamo ad essere degli scrittori.
Non è qualcosa che ci si possa scrollare di dosso.
E allora camminiamo come farebbe un animale. Assimiliamo tutto ciò che ci circonda.  E' questa la nostra preda. Osserviamo un gatto che vede muoversi qualcosanella stanza (...) ...perfettamente immobile, allo stesso tempo con tutti i sensi all'erta: guarda,ascolta, fiuta.
Ecco come bisognerebbe essere quando si cammina per la strada
(...)
...la cosa migliore è uscire per la strada con tutto ciò che siamo, compreso il nostro buon senso...
(...)
Con qualcosa che ci dice che l'indomani torneremo a scrivere, e che nelle ore che ci separanoda quel momento continueremo ad essere scrittori, animali che si aggirano per la città in cerca di preda.
(cifr. Natalie Goldberg, Scrivere Zen. Manuale di Scrittura creativa, Astrolabio Ubaldini, 1987, pp. 88-89: Diventare animali).

E credo che queste considerazioni si possano applicare perfettamente ai molti altri modi in cui si può scrivere e in cui si possono sviluppare delle "narrazioni".
A volte una singola fotografia contiene un'intera e complessa storia.

Le foto: Shadwell, lungo the Highstreet, una domenica mattina molto presto.

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14 giugno 2014 6 14 /06 /giugno /2014 06:17

Stanco stanchissimo. Sonno sonnissimo!

 

Stanco, stanchissimo, stanco, stanchissimo, sonno sonnissimo!
I giorni con Babacino sono belli, ma stancanti. Se si aggiunge che durante tutto il giorno, usciamo, leggiamo, ascoltiamo la musica, giochiamo, ed io intanto preparo da mangiare per lui, per me e per tutti noi e che poi riesco anche a scrivere al PC, alla fine della giornata, subito dopo cena, quando mi distendo sul divano per leggere un po', mentre Maureen finisce di sistemare, crollo addormentato con un tonfo, come quello che fa una pera matura quando cade dall'albero, come un contadino che ha passato tutto il giorno ad arare i campi o a spaccare legna sul ceppo.

Ed ecco che, ora, il mio sonnellino tardo-serale è stato anche documentato in una foto: foto assassina, presa a tradimento, colto nel mio sonno comatoso, al termine di una giornata laboriosa....

Una foto che io trovo divertente, in effetti. A differenza di quel tipo che fotografai mentre - in una cena amichevole al termine di una gara di corsa - preso dalla stanchezza di un lungo giorno, si faceva una pennicchella con la testa ciondolante in avanti, sibilando tra i denti un russio leggero "fffiiiiiiiiiiiiiii ... [pausa apnoica] ... fffiiiiiiiiiiiii".
Il tizio in questione si offese con me perchè avevo avuto un simile ardire (non solo per averlo fotografato, ma anche per aver divulgato la foto)  e mi chiese di rimuovere immediatamente la foto incriminata dalla galleria fotografica che documentava la cena del post-gara.
Ed era così arrabbiato che me lo fece dire attraverso un intermediario: o, forse, trattandosi di uana questione così irrisoria, non ebbe il coraggio di chiedermelo di persona.
Io eseguii: d'altra parte, le norme sulla privacy lo impongono.
Ma da quel momento decretai che quel tipo non meritava più le mie foto nemmeno da sveglio.
E ci si misi una pietra sopra.

 

Stanco stanchissimo. Sonno sonnissimo!Ma, tornando alla mia foto da dormiente, si potrà tenere che posato di fronte a me c'è un buon caffé da bere, ma si è fatto freddo irrimediabilmente.
Intanto, mentre dormivo, facevo uno strano sogno che poi ho raccontato a Maureen, appena sveglio.
Il tempo di raccontarle il sogno per poi strisciare a letto e riaddormentarmi profondamente...
E il sogno?
Era un sogno che aveva a che vedere con un bagno in una sistemazione alberghiera dove ci trovavamo io, mio fratello Salvatore e mio cugino Aldo.
Due grandi bagni contigui,dai soffitti alti e grandi ciascuno come una piazza d'armi, disposti ad L, in stile antico, evidente nella rubinetteria, negli arredi e nei pezzi sanitari (ricordate le antiche vasche da begno con i piedi a forma di zampe di leone? Ecco, esattamente così, tanto per farvi un idea...
Tutti in attesa che il sistema delle tubature venisse colladauto.
Ma come ci saremmo accorti dell'avvenuto collaudo?
Semplice. Premendo il pulsante dello scarico, avremmo sentito un rombo accompagnato da un forte rumore di risucchio, come quello che si sente nelle piccolissime toilette degli aerei di linea, quando pigi il pulsante dello scarico: un rumore tanto forte e devastante che puoi anche temere - soprattutto quando lo senti per la prima volta - di essere risucchiato anche tu nello scarico.

 

E mi sono ricordato che nel cottage dove abbiamo dormito non molto tempo fa nel Lake District, a causa di una non perfetta condizione delle tubature che collegavano il bagno a pianterreno (forse per la persistenza di una bolla d'aria riottosa), ogni volta che usavi la sciaquone, si sentiva un prolungato rombo, un vero e proprio grido di dolore, che durava alcuni minuti e che denunciava a tutto il mondo, tutti ancora dormienti possibilmente specie se l'utilizzo del bagno in questione avveniva ad orario antelucano, che avevi appena usato il bagno per fare la "cosa grossa".
Whoops! Assolutamente imbarazzante...da andare a nascondersi e non farsi vedere più per un po' di tempo.

Proprio a causa di ciò, v'era - nel bagno - un cartello elegantemente scritto a mano che esortava gli ospiti ad utilizzare il WC - preferibilmente soltanto per deporre la propria "cosa piccola".

 

Quando le ho detto di questo mio piccolo sogno durante il pisolino sul divano, Maureen ha commentato "Sogni spesso di essere in bagno. Ma è perché ti piace stare in bagno. Sei l'unica persona al mondo che conosco a cui piace così tanto stare in bagno!".
In effetti, è vero. Non mi dispiace stare in questo luogo, anche perchè lì tengo alcuni libri che leggo solo ed esclusivamente in bagno. Quindi, a volte, può anche capitare che io mi ritiri in bagno, proprio perché ho voglia di leggere un po' di quel particolare libro.
Il bagno è un luogo come un altro e fa parte della nostra vita.
Perchè non rendere piacevole e non anonima la nostra permanenza al suo interno?

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13 giugno 2014 5 13 /06 /giugno /2014 07:00

Gli scoiattoli, al mattino

 Al mattino gli scoiattoli escono per mangiare...ed anche se oggi, in una metropoli come Londra, dove è certo che nessun Umano li disturberà, anche per non essere mangiati: si sa, la prudenza non è mai troppa. Meglio non abbassare mai la guardia e mantenere le buone ataviche abiturdini.

E gli scoiattoli - anche se per natura - sono degli animaletti gioiosi - non perdono mai la loro proverbiale prudenziale.
Non sono mica come l'irriverente Squirrel Nutkin, protagonista del racconto di Beatrix Potter, che troppo osò con il vecchio gufo Old Brown!

Si aggirano per i prati cauti e guardinghi

Si guardano attorno e procedono, a volte si infilano sotto un cespuglio se qualcosa attira la loro attenzione, potrebbe essere una bacca o un insetto succulento, non so.

Poi, improvvisamente si stancano di camminare e procedono a balzi, usando la loro grande coda cotonosa come stabilizzatore.

Balzano con tale leggiadria che sembra di vedere il loro movimento in moviola, rallentato: un movimento che si svolge senza audio, come ai tempi del cinema muto.

A volte si radunano in consessi numerosi: sembra che parlino tra loro e che si mettano d'accordo per compiere qualche grande impresa collettiva.

Attorno ad un cesto della spazzatura, ad esempio.

Gli scoiattoli, al mattinoChi sa se lì non si possa trovare qualcosa di saporito da mettere sotto i denti?

I più ardimentosi si avventurano dentro la fessura del cesto, alla scoperta.

Gli altri attendono fuori in postura eretta, vigili, quasi fossero sentinelle che scrutano l'orizzonte pronti a cogliere i segnali dell'avvicinarsi di un possibile pericolo.

In questa posizione sembrano oltremodo simili ai Cani della Prateria (che ho solo visto in fotografia, però).
Cerco di fotografarli a volte nelle loro posture più caratteristiche: zoomo in avanti, inquadro cercando di cogliere la postura più interessante, attendo il momento più favorevole ed ecco che, all'improvviso, nel display non c'è più nulla: solo l'erba rasata di fresco.
Lo scoiattolo Vigil è scomparso, quasi che avesse indossato il Mantello dell'Invisibilità.

Il più delle volte mi ritrovo con un pugno di mosche in mano, il che - fotograficamente parlando - significa aver collezionato una serie di foto del tutto inutili.

Ma qualche volta, se si è fortunati si coglie il movimento guizzante nel suo svolgersi.: ed è meraviglioso...

 

 

The tale of Squirrel Nutkin

 

 


 
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8 giugno 2014 7 08 /06 /giugno /2014 13:13

 

Il mastro gelataio dell'East End

 

All'improvviso nei pomeriggi estivi afosi

o negli orari periferici

quando i ragazzini sciamano fuori dalle scuole

o la domenica nel tardo pomeriggio

le strade si riempiono di allegre musichette

 

riff accativanti echeggianti

che ricordano gli organetti d'un tempo

azionati a mano

 

Cos'è?

 

Ma è il mastro gelataio modernizzato
che arriva con il suo van dipinto a vivaci colori
e che, con quei riff, strega i bambini che sciamano 
fuori dalle case
per correre verso il magico furgone
ed acquistare un bel gelato "freshly made for you"!

 

Tentatore come il cocchiere della carrozza 
quando decanta le meraviglie del paese dei Balocchi

e della Cuccagna,
tentatore e ipnotizzante come il Pifferaio di Hamelin

che dopo aver stregato i topi,

sedusse con le note del suo piffero

tutti i bimbi e li portò via

all'infuori di uno


Prima ancora che la bontà del gelato,

è quella musichetta accattivante

ad avere fascino e mordente

 

Non ce lo possiamo perdere,

pensano i bimbi presi per la gola,

ma prima ancora incantati dai ritornelli

 

Dopo aver ascoltato la musichetta

ed aver gustato il gelato,

i bimbi insieme sollecitati

nelle loro papille gustative

e presi dall'incanto,

saranno più felici

 

E il gelataio instancabile

continua

ora per ora

giorno per giorno

la sua opera meritoria

 

Un esempio straordinario di attività

itinerante,
come ai vecchi tempi,
fondata su di un efficace
porta a porta

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20 maggio 2014 2 20 /05 /maggio /2014 10:07

Qualche giorno fa, alla fine dell'Arcobaleno

 

Ha grandinato su Londra 
chicchi grossi come pietre

Il cielo nero-plumbeo

basso come la volta d'una cripta

Poi ha piovuto fitto

Alla fine,
mentre il cielo si apriva,
con squarci d'azzurro
è comparso un arcobaleno,
scialbo però
privo di colori brillanti,
in questo molto british,
ma era un arco perfetto,
come se ne vedono pochi
più che un arco iridiscente,
un limite curvilineo 
tra la luce e una zona d'ombra
oscura ed inquieta

aldilà della quale

si intuva la feorce pressione

delle armate della notte

 


Prima che svanisse del tutto,
son voluto partire alla ricerca

della pentola piena d'oro
di cui narrano le leggende

Dopo aver tanto camminato,
alla fine di quell'arcobaleno,
ho trovato soltanto una panchina 
con un homeless dormiente
circondato dalle sue povere cose

e dalle sue sporte

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14 maggio 2014 3 14 /05 /maggio /2014 10:00
La panchina dell'Homeless
Spesso le panchine (che per loro natura sono pubbliche e per l'uso di tutti) divengono la dimora abituale degli homeless, vuoi per un breve riposo estemporaneo, vuoi per smaltire una sbornia, vuoi infine per passarvi la notte (con un'adeguata copertura supplementare di fogli di giornale oppure di un guscio di cartoni, per proteggersi dal freddo pungente della notte).
E' per questo motivo che, specie in Italia, alcune occhiute amministrazioni comunali cercano di creare panchine "scomode", con dispositivi tendenti ad impedire che vi si possa sdraiare comodamente o che le trasformino nel caso di una sosta prolungata in veri e propri strumenti di tortura.
Ogni tanto si sente notizia di fatti del genere.
Ma questa è davvero una stortura, uno stravolgimento dello scopo per cui le panchine - nelle loro prime versioni - vennero create: offire riposo e pausa da qualsiasi attività si stia facendo all'aperto, lavorare nei campi, passeggiare senza metà, camminare verso una precisa destinazione, o semplicemente il piacere intrinseco della cosa in sé.
In fondo, l'homeless che cerca riparo ed accoglienza su di una panchina non fa del male a nessuno.
Ma anche, c'è da dire, l'homeless, il "senza fissa dimora" con quel vagabondare perpetuo e il non avere un luogo stabile rappresentano uno dei molti volti che possono indossare il viaggiatore oppure anche il pellegrino, o ancora l'hobo della mitologia americana £on the road", inaugurata da Jack London, con alcune delle sue magistrali storie (che nella narrativa nordamaericana fecero scuole e rimasero fonte d'ispirazione e di stili di vita per le generazioni successive).
E perchè mai ciò che è accettato per uno di questi personaggi iconici, non dovrebbe essere tollerato se lo fa l'homeless?


In fondo le identità dell'homeless, del pellegrino e del viaggiatore coincidono: sono tutte collegate dal minimo comune denominatore dell'essere persone in movimento senza una meta precisa.

Sia come sia. nella foto che ispira ed illustra questo breve scritto, il soggetto è dormiente, tutti i suoi averi sotto controllo. La cinghia della borsa passata sotto il suo corpo, cosicché si accorgerebbe immediatamente se qualcuno - benché abile di mano - cercasse di sfilargliela via.
Vicino a lui due bottiglie semi-piene, di cui una grande di Coca cola svuotata per metà, ma potrebbe trattarsi anche di vinaccio messo lì per dissimularne la presenza.

L'homeless-viaggiatore, approfittando del bel sole primaverile che risplende al primo mattino su di un piccolo e ridente parco londinese, sta facendo un bel sonnellino, apparentemente spensierato.

Chi non lo farebbe, avendo il tempo e l'opportunità?

Le panchine sono troppo invitanti come giaciglio estemporaneo per un pisolino, per una bella dormita, per una lettura o, semplicemente per rimanersene assorti a meditare...

Ma anch'io nella mia vita, quando ero ben più giovane, ho dormito per così dire "sotto i ponti": e sicuramente posso annoverare tra le mie esperienze, l'aver dormito su delle spiagge deserte e un po' paurose, l'aver passato notti di sonno inquiete in un angolo oscuro all'interno della londinese Victoria Railway Station (e là mi sembrò di essere per tutta la notte ll'interno di una delle Prigioni di Piranesi), avendo come giaciglio un vecchio cartone e come coperta dei fogli di giornale, e poi ancora su di un prato verde all'interno di Hyde Park ina calda notte d'estate, per essere svegliato rudemente, alle prime luci dell'alba, da un poliziotto e cacciato via.
Ma posso menzionare anche nottate passate in aeroporto in attesa di un volo mattutino, per risparmiare i soldi inutilmente spesi per una troppo breve notte in albergo... quando il ritegno e la compassatezza del voler rimanere a dormire seduto, hanno sistematicamente ceduto alla fine, portandomi a sdraiarmi per terra, assaporando dopo tanta scomodità quello che mi parve essere il miglior giaciglio del mondo.
Quindi, mai disprezzare un homeless che dorme su di una panchina, perchè tutti noi in un momento della nostra vita possiamo ritrovare delle esprienze condivisibili, oppure ne potremo fare di simili.

 

E se vedete uno che dorme su di una panchina, non lanciatevi a dire, con una punta di disprezzo "E' un homeless!", perchè potrebbe essere chiunque ... e anche se fosse un homeless non merita stigma alcuno.

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4 maggio 2014 7 04 /05 /maggio /2014 08:39

Il grado zero della panchina

Quale potrebbe essere è il grado zero della panchina? Ma sicuramente un tronco appena squadrato e sbozzato, che mantiene le sue origini vegetali visto che è stato lasciato allocato ai piedi di un albero fronzuto ed in piena vegetazione. Come quello che mi è capitato di incontrare qualche tempo fa in UK.
Il tronco che adesso è panchina, continua così a vivere una sua vita vegetale.
L'albero ai piedi del quale giace il tronco-panchina è svettante verso il cielo ed è in piena vegetazione, mentre questo è in assetto orizzontale e, apparentemente, in quiescenza, limitandosi - allo stato attuale - ad offrire una comoda seduta al viandante che voglia sostare e riposare.
Forse un giorno il tronco trasformato in panca tornerà a buttare foglie e fiori. Ma questa immagine è soltanto una scaturigine della fantasia che vorrebbe assegnare al tronco abbatuto e sgrossato nuova vita, resurrezione - si potrebbe dire - e riscatto.
L'incontro con questa varietà di panchina mi ha fatto riflettere su quanto i manufatti dell'Uomo delle origini fossero connessi al mondo vegetale e alla Natura di cui lui stesso era parte, in un equilibrio dinamico e nel rispetto di un patto che mai veniva rotto.

Mi piace immaginare questo tronco-panchina così: con una sua vita sotterranea e radici che a poco a poco riprendono vigore.
 

Del resto, secondo il mito, quando Odisseo nella sua Itaca si ritrovò a costruire il talamo nuziale, decise di ricavarlo da un enorme ceppo di ulivo che venne lavorato e sbozzato sino a trasformarlo in letto nel posto in cui era cresciuto, non potendo essere eradicato tanto era grande. E dopo avere trasformato la ceppaia in letto nuziale, Odisseo ci costrui attorno la stanza e poi tutto il resto della dimora.

La vera natura di quel talamo era un segreto per tutti: solo Odisseo e la sua sposa Penelope conoscevano le sue origini. Si trattava di una veritàche faceva parte integrante dellaloro intimità di sposi.

Ed è proprio così che avvenne il riconoscimento di Odisseo da parte di Penelope, quando quest'ultima per mettere alla prova Odiesseo gli chiese di spostare il talamo nuziale.  E Odisseo le rispose che mai si sarebbe potuto rimuovere da quella stanza perchè era stato ricavato dalla ceppaia dell'olivo secolare (Odissea, Libro XXIII).

«Sciagurato! non sono altezzosa o sprezzante
né sono attonita: so molto bene come eri
salpando da Itaca sopra la nave dai lunghi remi.
Orsù, Euriclèa, stendigli il solido letto
fuori del talamo ben costruito che fece lui stesso;
portate fuori il solido letto e gettatevi sopra il giaciglio,
pelli e coltri e coperte lucenti».
Disse così per provare il marito; e Odisseo,
sdegnato, disse alla moglie solerte:
«Donna, è assai doloroso quello che hai detto.
Chi mise altrove il mio letto? sarebbe difficile
anche a chi è accorto, se non viene e lo sposta,
volendolo, un dio in un luogo diverso, senza difficoltà.
Nessun uomo, vivo, mortale, neppure giovane e forte,
lo smuoverebbe con facilità: perché v’è un grande segreto
nel letto lavorato con arte; lo costruii io stesso, non altri.
Nel recinto cresceva un ulivo dalle foglie sottili,
rigoglioso, fiorente: come una colonna era grosso.
Intorno ad esso feci il mio talamo, finché lo finii
con pietre connesse, e coprii d’un buon tetto la stanza,
vi apposi una porta ben salda, fittamente connessa.
Dopo, recisi la chioma all’ulivo dalle foglie sottili:
sgrossai dalla base il suo tronco, lo piallai con il bronzo,
bene e con arte, e lo feci diritto col filo,
e ottenuto un piede di letto traforai tutto col trapano.
Iniziando da questo piallai la lettiera, finché la finii,
rabescandola d’oro e d’argento e d’avorio.
All’interno tesi le cinghie di bue, splendenti di porpora.
Ti rivelo, così, questo segno. Donna,
non so se il mio letto è fisso tuttora o se un uomo,
tagliato il tronco d’ulivo alla base, altrove lo mise».

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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