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Ho letto con molto interesse il saggio di Norman Ohler, Tossici. L'arma segreta del Reich. La droga nella Germania nazista (nella traduzione di Chicca Galli e altri), pubblicato da Rizzoli, 2018
Per quanto le soglie del testo facciano delle affermazioni piuttosto cospicue (e sempre meglio diffidare delle affermazioni troppo roboanti ed iperlaudative), si tratta di uno studio davvero interessante perché, alla luce di una serie di documenti originali che l’autore è andato a rintracciare in una serie di archivi della Germania contemporanea si evidenziano diversi punti con una sistematicità che non era mai stata tentata prima
Innanzitutto viene mostrato come nella Germania del Reich nel periodo precedente la deflagrazione del conflitto mondiale vi fosse un ampio e consistente consumo di sostanze stimolanti (il Pervitin prodotto dal gruppo farmaceutico Temmler che altro non è che una Metanfetamina o METH), sia a scopo ricreativo sia performativo
Viene mostrato - sempre con il supporto di ampie documentazioni - come questo consumo venisse incoraggiato attivamente nella costruzione di modelli di uomini e donne performanti e perfettamente aderenti alla visione ideologica del Reich.
Su questo terreno venne ad innestarsi il consumo delle sostanze stimolanti come droghe “di guerra” e "per la guerra". Fu l’uso (se non l’abuso) del Pervitin, favorito dall’alto comando germanico, a consentire gli esiti positivi della guerra lampo condotta dai tedeschi nell’invasione e nella capitolazione della Francia.
In momenti successivi, ad esempio nella campagna di Russia o nella ultima campagna delle Ardenne, con forze armate prostrate, i referti non ottenne gli stessi risultati, d’altra parte, a dimostrare che l’abuso della chimica ha dei limiti oggettivi
Il testo di Ohler, inoltre mostra alcuni degli usi aberranti che vennero fatti degli stimolanti chimici, ma anche dei farmaci sedativi di tipo oppioide, in ciniche sperimentazioni di resistenza umana in svariati contesti, tra cui quello del tentativo di condurre un’ultima offensiva di guerra (quando già si configurava la sconfitta) con l’utilizzo di missioni suicide su minisommergibili.
Ancora - ed è questa la parte più interessante del saggio - vi si mostra come - nel tempo - si sia costruito un rapporto quasi simbiotico tra Hitler e il suo medico personale, Theo Morell che sempre più si configurò come una relazione tra un soggetto dipendente e il suo spacciatore: sotto questo punto di vista emerge il quadro di un Hitler che, a partire dall’ultimo attentato subito nella cosiddetta “Tana del Lupo“ dal quale si salvò a stento, fu sempre più sorretto dalle iniezioni che continuamente il medico gli somministrava, di tutto e di più, estratti di fegato, zucchero d’uva, Pervitin, Eukodal (un oppiaceo molto potente): tutto ciò desunto dal diario giornaliero di Morell, del quale si dice che ebbe come paziente anche Mussolini nell’ultima parte della sua vita.
Morell era un ambizioso e un arrivista e approfittò della sua posizione privilegiata accanto ad Hitler (che assistette sino alla fine), per acquisire vantaggi di ogni genere, contribuendo con le sue iniezioni e somministrazioni di cocktail farmacologici ad allontanare sempre di più il Fuhrer dal contatto con la realtà, facilitandolo in derive decisionali catastrofiche.
Da medico e psichiatra, da esperto nei temi delle tossicodipendenze, la lettura di questo testo è stata per me realmente appassionante.
(Soglie del testo) Un libro che indaga il legame tra il regime nazista e l'uso delle droghe per plasmare e modificare la società tedesca, e getta una luce ancora più sinistra su uno dei periodi più cupi della storia dell'umanità.
«Un rimarchevole lavoro di ricerca.» – Anthony Beevor
«Questo libro è riuscito a sorprendere anche quegli studiosi che hanno passato decenni a fare ricerche sul nazismo.» – The New York Times
(Sinossi) Il 13 ottobre 1937, a Berlino, gli stabilimenti farmaceutici Temmler brevettarono il Pervitin, la prima metilanfetamina tedesca, la stessa molecola che oggi è diffusa in tutto il mondo sotto forma di "crystal meth". Il farmaco "rivitalizzante" si diffuse ben presto in tutta la società tedesca: lo prendevano studenti e professionisti per combattere lo stress, centraliniste e infermiere per stare sveglie durante i turni di notte, lavoratori per alleviare la fatica. E lo stesso accadeva per i membri del partito e delle SS. Anche Mussolini, il paziente "D", fu tenuto sotto osservazione dai medici nazisti. Nel 1939 il farmaco prese piede anche in ambito militare. Testato durante l'invasione della Polonia, venne utilizzato dalle divisioni corazzate di Guderian e Rommel pronte ad attraversare le Ardenne e a inventare il Blitz-krieg, in cui la capacità di resistenza degli uomini diventava un fattore essenziale. Basato sulle ricerche dell'autore negli archivi tedeschi, che conservano ancora le carte del medico personale di Hitler, "Tossici" indaga il legame tra il regime nazista e l'uso delle droghe per plasmare e modificare la società tedesca. Senza pretendere di sminuire la responsabilità dei nazisti per i crimini di guerra commessi, racconta un aspetto sconosciuto del Terzo Reich e, come afferma Hans Mommsen nella postfazione, getta una luce ancora più sinistra su uno dei periodi più cupi della storia dell'umanità.
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