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3 febbraio 2022 4 03 /02 /febbraio /2022 08:30
Ponte dell’Ammiraglio, Palermo (foto di Maurizio Crispi)

Onestamente devo dire che, a mia memoria, non credo di essermi mai fermato da “turista” al Ponte dell’Ammiraglio e di averlo sempre guardato di passaggio.
Siccome ci troviamo a passare sempre di là di recente, per evitare il transito complicato dal Ponte Corleone e siccome, ogni volta che ci è sfilato accanto, ho sempre cercato di attrarre l’attenzione di mio figlio su di esso e di polarizzare la sua attenzione, oggi Gabriel mi ha chiesto di fermarci per poterci dare un’occhiata ravvicinata, per annusarlo e toccarlo, per così dire.
Sono stato ben contento di esaudire il desiderio di Gabriel.
Camminando su quell’antico - quasi millenario - selciato di pietre, tastando quei conci di arenaria, guardando gli archi acuti via via più alti, impreziositi da altri più bassi, inseriti ad arte per alleggerire la pressione dell’acqua che un tempo vi fluiva sotto, si può sentire aleggiare attorno la storia, se ne può quasi percepire il profumo, si possono immaginare i gesti ordinari e straordinari di coloro che sul ponte passarono, si può persino immaginare l’infuriare della battaglia che i Mille di Garibaldi vi combatterono.

Con Gabriel abbiamo percorso il ponte da un capo all'altro, ci siamo affacciati al parapetto, siamo scesi nel fossato che contorna il ponte, siamo entrati sotto gli archi sotto i quali - un tempo - chiocchiolava l'acqua del fiume Oreto, e, infine, ho detto a Gabriel di percorrere di corsa la distanza dall'inizio del ponte al punto sommitale e ritorno, in modo tale che potessi cronometrare la sua prestazione.
Gabriel, non contento, si è arrampicato come Spiderman sul muro perimetrale del fossato ed é poi è balzato giù con elasticità, grazie alle competenze acquisite con la pratica dell’arrampicata sportiva.
Poi è arrivato il tempo di andare.
Allontanandoci, ho detto a Gabriel: “Ci torneremo ancora”.


 

Ponte dell’Ammiraglio, Palermo (foto di Maurizio Crispi)

(Wiki, con una mia interpolazione) Il ponte dell'Ammiraglio è un ponte a dodici arcate di epoca gotica visibile dall'attuale corso dei Mille a Palermo, e dal 2015 è Patrimonio dell'umanità protetto dall'Unesco.
Fu completato intorno al 1131 per volere di Giorgio d'Antiochia, ammiraglio del re Ruggero II di Sicilia, un anno dopo la nascita del Regno di Sicilia, per collegare la città (divenuta capitale) ai giardini posti al di là del fiume Oreto. Rappresenta per la vasta piazza, denominata Scaffa, un monumento simbolo del collegamento tra il centro della città e la zona periferica Brancaccio.
L'uso degli archi molto acuti caratteristici permetteva al ponte di sopportare carichi elevatissimi; interessante anche l'apertura d'archi minori tra le spalle di quelli grandi per alleggerire la struttura e la pressione del fiume sottostante. Il ponte infatti resistette senza problemi persino alla terribile Alluvione di Palermo del febbraio 1931.
Il 27 maggio dell'anno 1860, nel corso della spedizione dei Mille, Garibaldi proprio su questo ponte e nella vicina via di Porta Termini si scontrò con le truppe dei Borboni, lì schierate perché il ponte era un ingresso nella città per chi veniva da mezzogiorno: Garibaldi proveniva infatti dal Monte Grifone, e precisamente dalla frazione di Gibilrossa. Lo scontro al ponte dell'Ammiraglio provocò l'insurrezione di Palermo.
Ora sotto gli archi del ponte normanno non scorre più il fiume, dopo che il suo corso fu deviato a causa dei suoi continui straripamenti. Questo ha anche consentito l'allargamento del Corso dei Mille. Sotto il ponte dell'Ammiraglio oggi si trova un giardino, con attorno viali alberati, agavi e altre varietà di piante grasse. Il ponte appare in tutta la sua bellezza, poiché in corso di restauro il terreno adiacente venne scavato per riportare il po te all’assetto originario visto che dopo la deviazione delle acque del fiume Oreto si era progressivamente interrato: oggi lo si può ammirare in tutta la sua bellezza incastonato in una nicchia di terreno ribassata di circa un metro e mezzo rispetto al piano circostante di Piazza Scaffa. Sarebbe molto bello trasformare questa depressione in un bacino d’acqua, sì da fare apparire il ponte che quasi sorge dall’acqua e vi si specchia.
Il ponte ha ottenuto un incremento di presenze turistiche con l'inaugurazione del tram di Palermo: infatti il ponte con la piazza omonima sono divenuti una delle principali fermate del percorso della linea 1.
Dal 3 luglio 2015 fa parte del Patrimonio dell'umanità (UNESCO) nell'ambito dell'"itinerario Palermo arabo-normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale
".

Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi

Foto di Maurizio Crispi

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26 gennaio 2022 3 26 /01 /gennaio /2022 10:20
Desolation Row (foto di Maurizio Crispi)

Oggi, come ogni martedì e giovedì, siamo partiti da Corso Calatafimi dove mio figlio Gabriel frequenta il corso di climbing, presso la Caserma CIRO SCIANNA.
Da quando il passaggio sul ponte Corleone si è fatto più complicato io - solitamente - preferisco prendere la via del mare oppure passare da via Oreto per immettermi sull’autostrada in direzione Bagheria: ambedue i percorsi pedalabili e senza grossi ingorghi.
Questa volta Gabriel mi dice:  “Dai, dai, prendiamo dal ponte Corleone, traffico non c’è n’è!”.
Io: “Ma non se ne parla nemmeno! Non voglio stare fermo nell’ingorgo!”
Gabriel: “Io voglio fare quella strada!” (E mentre così dice s’imbroncia tutto).
Io: “Ed io no! Certo per te è comodo! Tanto se incappiamo nell’ingorgo tu ti puoi distrarre, puoi giocare, dormire, leggere ed invece io dovrei starmene tutto il tempo [come un crasto - lo penso, ma non lo dico] al volante!”
Dopo questo scambio, silenzio per un po’.
Al momento di tirare dritto verso Piazza Indipendenza, decido repentinamente di svoltare per viale della Regione Siciliana in direzione del famigerato ponte.
Perché? Voi direte per un improvviso ed irrefrenabile bisogno masochistico! Ed invece no! E allora cosa mi ha spinto?
Ho pensato di cedere alla richiesta irragionevole di Gabriel per mostrargli che quando mi chiede qualcosa non sono sempre quello che dice “no!”, insomma!
E ci dirigiamo verso il ponte…

Penso tra me e me: magari la strada è libera! Non si può mai sapere! Dopotutto, è dalla fine di dicembre che non lo attraverso… da quando, cioè, hanno introdotto nuove - stringenti - regole.
Dico a Gabriel: “Hai visto? Ho deciso di seguire il tuo consiglio… ma se troviamo l’ingorgo, non dovrai chiedermi più di fare questa strada!”.
Vabbé - dice lui - se c’è l’ingorgo e avremo da aspettare, almeno potremo stare a chiacchierare!
(Molto ottimista il ragazzo! mA anche apprezzabile che abbia espresso questo pensiero)
E i guai arrivano quasi subito, senza farsi attendere…

 

Traffico sul ponte Corleone, a Palermo (foto di Maurizio Crispi)

Muro di automobili e di camion e di autotreni che si muovono a passo di lumaca verso la strettoia che è stato posta un paio di centinaia di metri prima del Baby Luna. Non c’è alcuna via di fuga, nessuna scappatoia.
“Ora dobbiamo soffrire - gli dico - Hai visto? Cosa ti avevo detto? Questo muro di auto è la prova più evidente che avevo ragione io nel non voler fare questa strada!”.
Gabriel: “Scusa, papà! La prossima volta non te lo chiedo più!” […pentimento tardivo!]
Io: “Dai, dai, visto che siamo fermi, facciamoci una foto!”.
Primo scatto: e Gabriel è accigliato, come lo sono io, sel resto.
“Noooo! Così mutriato non va bene!
Dai proviamoci ancora, ma dobbiamo essere sorridenti… dai, dai, sbrighiamoci se no i poliziotti in macchina davanti a noi si accorgono che stiamo facendo la foto e ci arrestano!”.
[Unica soddisfazione è che anche quei poveri poliziotti sono bloccati nel mega- ingorgo, da cui non potrebbe passare in caso di urgenza nemmeno uno spillo]
E, finalmente, riusciamo a fare una foto tutti sorridenti, quasi raggianti…
Ne usciremo fuori, a passo di lumaca.
A picca a picca…
Il passaggio dal Ponte Corleone, da anni a rischio di crollo, rimane un’autentica impresa ed é davvero una vergogna che la principale via di uscita da Palermo ed anche di transito per Catania e Messina debba debba essere in questo stato che é una dichiarazione di impotenza, incapacità ed inettitudine di chi ci governa, dall’amministrazione comunale a quella regionale. Occorrerebbero provvedimenti straordinari e di lungo termine ed invece tutto quello che noi cittadini abbiamo ottenuto è il caos eletto a condizione di quotidiana ordinarietà.

E rimaniamo pertanto in attesa, di soluzione provvisoria in provvisoria, del disastro annunciato.

Foto di Maurizio Crispi

 

A passo di lumaca, ce la faremo, ovvero “a picca a picca”…
A passo di lumaca, ce la faremo, ovvero “a picca a picca”…
A passo di lumaca, ce la faremo, ovvero “a picca a picca”…
A passo di lumaca, ce la faremo, ovvero “a picca a picca”…
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5 luglio 2018 4 05 /07 /luglio /2018 09:35
Catacombe dei Cappuccini (foto di Maurizio Crispi)

Non avevo mai visitato le Catacombe dei Cappuccini di Palermo, sino a pochi giorni fa.
Per motivi diversi mi ero astenuto: forse, pensavo che sarebbe stata un'esperienza sgradevole, oppure ricordavo di quando la mamma mi raccontava che durante la sua prima visita negli anni Sessanta, improvvisamente si spense la luce e lei rimase al buio, assieme a quelle mummie (ebbe a nutrire il sospetto che fosse stato il frate custode a farle uno scherzo di dubbio gusto).
E' capitata l'occasione e sono andato.
Non parlerò del luogo di cui si sa tanto e di cui tanto è stato scritto, bensì delle mie sensazioni
Strane sensazioni.
La prima è che, considerando i racconti di coloro che, tra le mie conoscenze, le hanno visitate, i resoconti di viaggiatori illustri e le numerose foto disponibili sia nella carta stampata sia internet, non ho avuto sensazioni di spaesamento: bensì la sensazioni di esserci già stato, una sorta di dèjà vu, insomma.
La seconda è stata quella di potere osservare una rappresentazione della morte in modo distaccato: è come se la miriade di corpi mummificati appesi e disposti in file ordinate non riconducessero all'orrore oppure al terrore per la morte, ma fossero soltanto spoglie mortali, vuote, private di ogni implicazione spaventosa. Forse anche perchè siamo abituati alla rappresentazione della morte e del cadavere nei fumetti e nei film di animazione.
Le teste cadenti, le mandibole cascanti, gli abiti polverosi oppure le tele di sacco in cui in modo grottesco sono infilati alcuni dei corpi, le orbite vuote, i nasi mancanti, quei ciuffi di capelli sopravvissuti, fossero piuttosto che uno stimolo a riflettere sulla morte e sulla fine di tutte le vanità, una vacua rappresentazione del nulla che ci attende: una rappresentazione messa in scena in una sorta di iterazione ossessiva, quasi in un mantra dalle infinite variazioni, in una dimensione di horror vacui, tanto che quando capita di arrivare ad una galleria vuota, cioè con le nicchie prive di inquilini, si ha un'improvvisa sensazione di spaesamento.
Se non altro, quando si va al cimitero e ci sofferma davanti ad una lastra di pietra, posta nel terreno, oppure nella contemplazione di una lapide verticale o di una cappella funebre, con tutti i relativi orpelli, ci si ponesse di fronte ad un'assenza, all'assenza dei nostri cari più recenti o degli antenati che possono vivere solo se sono stati instaurati, e di conseguenza installati, nel nostro immaginario e nelle nostre emozioni con un diuturno (e talvolta faticoso) lavoro di elaborazione e rielaborazione (V. Despret, Non dimenticare i morti. I racconti di quelli che restano, Nuova Ipsa Editore, 2017, in particolare il cap. 1, Prendersi cura dei morti).
La terza cosa che più mi ha impressionato è stata quella di vedere nei volti delle mummie, ghigni e smorfie grottesche, come se alcuni dei morienti avessero avuto un trapasso doloroso e faticoso (e che non fossero stati ricomposti, come si fa oggi per rendere il defunto "presentabile" ai visitatori in cordoglio), mentre in altri casi mi è sembrato di cogliere in quegli sguardi vuoti curiosità e sorpresa, talaltra meraviglia.
Forse potrei aggiungere una quarta cosa che è quella del progressivo annichilimento delle salme, malgrado l'utilizzo di questo tipo di sepoltura, come se il tempo, grande scultore, finisse con il livellare tutto, riducendo comunque vesti, orpelli e carne, in ossa e, alla fine, in polvere.

I corpi esposti sembrano farsi via via più ristretti, più corti, più rinsecchiti, più fragili, in un continuo processo di ridimensionamento. E, a fronte di questo processo di progressivo annichilimento accentuato dalle teste reclini, dalle mandibole cascanti da quei sorrisi o smorfie o ghigni talvonta totalmente edentuli, quasi ad accentuare il ritorno di ogni creatura af uno stato larvale, crea un forte contrasto il fatto che qualche cosa delle vanità terrene sia stata mantenuta, essendo stati suddivisi gli spazi in cui sono collocati i corpi in categorie che, in qualche modo, fanno riferimento allo status che il defunto aveva avuto in vita, assieme - in taluni casi - agli abiti (ad esempio, di rigore per i cosidetti "professionisti", alloggiati in una specifica ala, è la giacca o la marsina).

Le Catacombe dei Cappuccini furono utilizzate sino a oltre il 1864: fanno fede di ciò alcune delle targhette applicate ai corpi che recano la data della morte (e a volte della nascita) del soggetto. Mi fa impressione pensare che mia madre che visitò questo sito negli anni Sessanta del secolo scorso, abbia potuto vedere queste salme in uno stato totalmente diverso, probabilmente, meno prossime, cioè al trasformarsi in larve e e polvere.

 

Le Catacombe dei Cappuccini (foto di Maurizio Crispi)
Le Catacombe dei Cappuccini (foto di Maurizio Crispi)
Le Catacombe dei Cappuccini (foto di Maurizio Crispi)
Le Catacombe dei Cappuccini (foto di Maurizio Crispi)
Le Catacombe dei Cappuccini (foto di Maurizio Crispi)
Le Catacombe dei Cappuccini (foto di Maurizio Crispi)

Le Catacombe dei Cappuccini (foto di Maurizio Crispi)

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23 maggio 2015 6 23 /05 /maggio /2015 06:21
(foto e testo di Maurizio Crispi)
(foto e testo di Maurizio Crispi)
(foto e testo di Maurizio Crispi)
(foto e testo di Maurizio Crispi)

(foto e testo di Maurizio Crispi)

Chi si trovasse a percorrere a Palermo Via Alberto Dalla Chiesa, in un tratto di strada che offre ben poco allo sguardo, poichè da un lato vi è il lungo muro di pietra che fa da recizione al Liceo Garibaldi, del tutto impenetrabile allo sguardo e, dall'altro, passato il Giardino Inglese, vi è soltanto un condominio con qualche esercizio commerciale, si imbatterà subito passato questo edificio condominiale in un piccolo giardino ombroso e ricco di alberi fronzuti. E lo sguardo dell'occasionale visitatore sarà immediatamente attratto dal contorto ceppo di olivo posto subito all'ingresso, sul quale campeggiano due targhe.

E, leggendo le targhe, scoprirà che è entrato nel "Giardino Giusto Monaco", dedicato alla memoria dell'illustre grecista, filologo classico e studioso del teatro antico, nato a Siracusa, ma palermitano di adozione.

Si tratta di un'autentica oasi di pace e di un un luogo che, come pochi, fornisce nutrimento all'anima.

In stratta connessione con l'enunciato di questa qualità, é un luogo "da leggere": arricchito com'è da ventidue targhe con citazioni tratte da autori della letteratura greca e latina, amati da Giusto Monaco.

Inaugurato nel 2008, con la riapertura del piccolo giardino comunale preesistente, ha poi avuto un lungo periodo di chiusura a causa della mancata manutenzione.

E' stato riaperto al pubblico e restituito ai cittadini nel 2012.

Il 18 ottobre 2008, alle ore 16.00, in via Carlo Alberto Dalla Chiesa a Palermo, si inaugura il giardino comunale intitolato a Giusto Monaco. Filologo classico, studioso di letteratura latina e greca, vivo interprete del teatro antico, per oltre un ventennio Giusto Monaco ha guidato l’Istituto Nazionale del Dramma Antico – da Commissario straordinario prima, da Presidente poi – lasciando una memoria indelebile della sua statura umana e intellettuale e degli sforzi dediti alla diffusione della cultura classica, dei suoi valori, della sua forza espressiva.
Uomo di scuola, maestro di generazioni di studenti in vari licei e università italiane e, a Palermo presso il Liceo Giuseppe Garibaldi e la Facoltà di Lettere e Filosofia, Giusto Monaco è anche l’ideatore del Festival Internazionale del Teatro Classico dei Giovani (giunta alla XV edizione) a cui la Fondazione INDA dedica ogni anno un appassionato impegno organizzativo, accrescendola ulteriormente in un processo di internazionalizzazione e nel coinvolgimento di scuole di ogni ordine e grado
.

E' un luogo molto bello, nella sua sobrietà pensosa, arricchito dalle numerose citazioni degli autori classici che furono cari a Giusto Monaco, e vibrante di giochi di luci ed ombre, con numerose panchine per la sosta.

Un luogo per passeggiare, per leggere, per sostare dai frenetici ritmi della vita moderna, per meditare.

Un luogo che serve a dare nutrimento all'anima, uno di quei rari luoghi soul food.

Ed è anche uno di quei piccoli miracoli, in cui a Palermo - malgrado tutto - ci si può imbattere.

Il Giardino Giusto Monaco a Palermo. Un piccolo miracolo di pace nel caos del traffico, un luogo "soul food"
Il Giardino Giusto Monaco a Palermo. Un piccolo miracolo di pace nel caos del traffico, un luogo "soul food"

Giusto Monaco (Siracusa, 1915 – Palermo 1994), filologo e docente italiano.

Giusto Monaco nasce a Siracusa mentre è in pieno svolgimento la Prima Guerra Mondiale. Il padre, funzionario del ministero delle Finanze, viene trasferito periodicamente, Giusto frequenta così il ginnasio a Trapani e il Liceo Classico Garibaldi a Palermo, scuola dove tornerà ad insegnare nel 1947.

Dal ’33 al ’37 frequenta la classe di Lettere della Scuola Normale di Pisa dove si laurea con una tesi su Settimo Severio. Fra i docenti ci sono Bianchi Bandinelli, Gentile, Momigliano e Giorgio Pasquali che realizzavano in quegli anni ciò in cui credevano loro e i loro maestri da un paio di millenni, il primato della cultura classica. A Pisa Giusto impara inoltre che il pensiero vive nel ridonarsi alla società che lo nutre. Questa sarà l’ispirazione per tutte le sue future attività.
Inizia l’attività d’insegnamento al Liceo Galilei di Firenze e dopo averlo continuato a Livorno e Sassari, ritorna a Palermo dove prende servizio al Liceo Garibaldi. In quella scuola insegnerà a tempo pieno fino al 1962, accompagnando alle lezioni anche l’organizzazione delle prime gite scolastiche, di seminari e perfino di pomeriggi musicali.
Giusto Monaco inizia negli stessi anni a scrivere una lunga serie di formidabili testi scolastici di letteratura greca e latina. Coinvolge un piccolo editore di Palermo – Giovan Battista Palumbo – che con le decine di libri scritti da Monaco e coautori farà le sue fortune, da 40 anni infatti, testi come La produzione letteraria nell’antica Roma e Lingua latina fanno compagnia agli studenti di moltissimi Licei italiani.

A Palermo, Monaco segue naturalmente anche gli sviluppi della vita universitaria locale e nel 1955 ottiene la “libera docenza” in grammatica greca e latina che inizia ad insegnare alla neonata facoltà di Magistero.
Monaco insegna con l’entusiasmo che ne contraddistinguerà l’intera vita professionale e al di fuori del lavoro. Ne parla così uno dei suoi migliori allievi, Gianfranco Nuzzo:

«Era un docente eccezionale. Era coltissimo, ma usava uno stile semplice e accessibile che era arricchito da un’allegria naturale, per cui ogni lezione era regolarmente condita di battute e di arguzie, quelle stesse che duemila anni prima avevano costellato le orazioni ciceroniane e sulle quali avrebbe scritto pagine magistrali nel saggio dedicato al De ridiculis».

Nel 1968 vince quindi il concorso per la cattedra di Latino e si trasferisce nella più prestigiosa facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo dove insegnerà letteratura latina e poi, dal 1977 al 1986, filologia classica.
Attraverso le raccolte di Pan, Studi dell’Istituto di Filologia latina da lui fondata nel 1973, impresse una svolta di grande efficacia e serietà alla storia degli studi classici nell’Università di Palermo e creò un centro di studi al quale afferirono giovani ricercatori, poi affermatisi, latinisti e filologi classici, medievisti, studiosi di letteratura cristiana antica e di teatro greco e latino, che trovarono nella rivista la sede cui destinare naturalmente i propri contributi. Dona la sua biblioteca personale al Dipartimento di studi greci, latini e musicali Aglaia dell’Università di Palermo.

Dal 1973 al 14 febbraio 1994 è prima, Commissario Straordinario e poi Presidente dell’I.N.D.A. (Istituto Nazionale del Dramma Antico) di Siracusa. In questi anni, si intensificano congressi biennali e seminari e nasce anche una scuola di teatro.
Giusto Monaco muore a Palermo nel 1994.

Il 18 novembre del 2008 allo studioso viene intitolato il giardino comunale, chiuso da anni, di via Carlo Alberto Dalla Chiesa che. La villetta, realizzata dal figlio Iano Monaco su un impianto a verde già esistente, presenta al suo interno ventidue testi greci incisi su targhe per poter rileggere durante le passeggiate i versi di Eschilo, Saffo, Euripide, Omero e Sofocle.

 

Giusto Monaco

Educato educai, percorsi l’involucro del mondo. Mi ricopre l’amica terra. Fui per tutti Giusto e amato, di Siracusa, in Sicilia”.
Il 13 novembre di 100 anni fa nasceva a Siracusa Giusto Monaco, studioso della lingua e letteratura greca e latina, del teatro antico; uomo di scuola, maestro di generazioni di studenti in vari Licei e Università d’Italia e soprattutto, a Palermo, al Liceo Giuseppe Garibaldi e alla Facoltà di Lettere e Filosofia. Rifondatore e guida, per lunghi anni (1973-1994), dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico, che nei teatri antichi di tutto il mondo, e di Siracusa in particolare, ha messo (e mette) in scena i drammi del teatro antico testimoniandone la forza espressiva, i valori etici,  l’attualità civile.
Giusto Monaco, sul teatro: Oggi come ieri, teatro è responsabilità, consapevolezza di problemi etici, civili, comportamentali, impegno a scelte personali che possono essere traumatiche ma che devono considerarsi ineludibili. Oggi come ieri, teatro è acquisizione e governo di mezzi d’espressione, affermazione di umane conquiste, esaltazione di forze individuali e di esigenze sociali. Oggi come ieri, teatro è libertà, lotta per essere artefici della propria sorte, ricerca del significato dell’esistenza, meditazione di interrogativi spesso destinati a rimanere senza risposta, rifiuto di essere oppressi, disdegno di farsi oppressori.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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