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6 novembre 2023 1 06 /11 /novembre /2023 06:53
6 novembre 2011, sulla spiaggia di Isola delle Femmine (foto di Maurizio Crispi)

6 novembre 2011, sulla spiaggia di Isola delle Femmine (foto di Maurizio Crispi)

Il 6 novembre 2011 mi ritrovai a fare una passeggiata lungo la spiaggia di Isola delle Femmine, come spesso mi capitava di fare. La giornata era grigia e ventosa. Grosse nubi scure e aggrondate si addensavano e subito venivano spazzate via dal vento oppure, semplicemente mosse dalle raffiche, mutavano di forma.
La giornata ideale per cimentarsi nel kite-surf e per i dilettanti degli aquiloni. C'erano infatti molti (singoli o intere famiglie) che varavano i propri aquiloni e li facevano navigare in cielo, cercando di tenere le corde ben tese. I bambini si cimentavano o guardavano: in entrambi i casi, quando il loro aquilone si librava in cielo) lanciavano grida di gioia e meraviglia.
Quella che ho scelto, di quella giornata, è la foto che preferisco.
Quello che segue ciò che scrissi allora.

Maurizio Crispi

Sin da ragazzo mi sono piaciute sempre molto le foto in cui le figure umane, minuscole, sembrano perdersi - dissolversi quasi - nell'immensità del paesaggio, di cui anziché essere il fulcro, come vorrebbe una visione antropocentrica, sono - come è invece giusto nel rispetto di una concezione globale e olistica - un semplice accessorio, si potrebbe pensare anche un optional.
Cancellate quelle figure e il paesaggio rimarrebbe quello che è, immutabile.
Generazioni di giocatori e cacciatori di aquiloni possono succedersi nei secoli, ma il loro tempo sarà sempre breve, brevissimo come un battito di ciglia, nella vita lunga di quella montagna sullo sfondo, del cielo e del mare i cui unici cambiamenti saranno la mutevolezza dei colori e piccole variazioni di forma e di composizione chimica.

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23 ottobre 2023 1 23 /10 /ottobre /2023 06:13
Quando mio fratello parlava in pubblico

Ecco il mio fratellone impegnato in un discorso pubblico:
Non si tirava mai indietro, malgrado le sue difficoltà.
E qui lo si vede infervorato, determinato, trasfigurato quasi.
Era sempre così.
Si sforzava di non essere impacciato dalla sua disartria, poiché la spasticità si estendeva anche - in parte - ai muscoli fonatori, ma soprattutto incideva sul controllo del respiro
Quando iniziava a parlare in pubblico la sua voce usciva molto più forte e chiara - si sforzava - mentre a casa talvolta - non essendoci la tensione di essere sentito da tutti - alcune sue parole si perdevano e io non capivo bene ciò che mi diceva.
Quando parlava in pubblico riusciva ad essere sempre magico, era d’ispirazione e si capiva che attingeva s riserve di forza e di coraggio e di determinazione che si portava dentro.
Quando lo sentivo parlare appassionato, io sempre mi emozionavo (forse addirittura, talvolta, mi veniva la pelle d'oca), qualche volta non riuscivo a resistere all'onda d'urto dell'emozione e mi allontanavo.
Mio fratello, pur essendo disabile, riusciva a fare delle cose normali che erano, al tempo stesso, non comuni e straordinarie ed espressione di grande coraggio.
Con il suo esserci, mio fratello rendeva sempre testimonianza dell'importanza dell'assumere un atteggiamento di lotta, nei confronti della sua disabilità, di qualsiasi disabilità.

La foto fu scattata il 23 ottobre 2012, a Villa Niscemi, in occasione di un incontro pre-elettorale sulle tematiche della tutela dei diritti delle persone con disabilità.

 

#fotodimauriziocrispi

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17 febbraio 2023 5 17 /02 /febbraio /2023 10:09
Autosberleffo (foto polaroid di Maurizio Crispi)

Negli anni Ottanta acquistai una macchina Polaroid. 
La usai solo per un periodo di tempo limitato: mi piaceva sperimentare e, soprattutto, mi piaceva poter vedere subito la foto già pronta.
Era l'unica tecnologia visuale, al tempo, che consentiva ciò. 
Oggi al tempo della fotografia digitale, uno può vedere subito l'immagine che ha catturato e di foto ne può fare quante ne vuole, non essendoci il limite posto dal costo delle pellicole, e del loro sviluppo e stampa. Tutto oggi è immediato, senza la necessità di "mediatori".
Allora, benché con quella macchina polaroid la tentazione di fare tanti scatti polaroid fosse enorme, occorreva limitarsi, poiché quelle pellicole - se ben ricordo - avevano un costo abbastanza elevato elevato.
E quindi ogni scatto andava ponderato attentamente.
Queste foto che ho trovato dentro una busta sono gli unici scatti polaroid che mi rimangono di quel periodo. Per la loro stessa natura che consentiva una fruizione immediata (ma nello stesso tempo una non "riproducibilità"), spesso e volentieri gli scatti polaroid venivano regalati ad altri soggetti che vi comparissero.
Di quel periodo ce n'erano, in effetti (le ricordo), ma si sono disperse. 
Molti degli autoritratti (oggi si direbbe selfie) li ho fatti nel corso di una mia permanenza solitaria a Levanzo nell'Aprile del 1988, o giù di lì.
Fu una settimana di solitudine totale e benefica.
L'isola - che era ed è la mia preferita delle Egadi - in quel periodo era poco frequentata. 
Passavo le giornate correndo, andando in canoa, passeggiando e leggendo. 
Ricordo che ebbi il dono di giornate con un meteo eccezionalmente bello e temperature miti. Nessun contatto esterno.  Allora la telefonia mobile era ai suoi primordi e quindi non c'era nessuna possibilità di essere "connesso" o "wired", come si direbbe oggi.

Se uno si metteva fuori tiro, lontano da tutto e da tutti lo era per davvero.
 

Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
Le foto raccontate. Quelle foto polaroid
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31 gennaio 2023 2 31 /01 /gennaio /2023 12:15
A Trieste - estate 1962 - Abbazia (dal mio archivio di immagini)

Nell'Agosto del 1962, io e la mamma andammo a fare un viaggio estivo e fu la prima volta che partimmo assieme durante le vacanze.

 

La nostra metà fu Trieste, dove era allora di stanza mio zio Luigi che era ufficiale dell'Esercito, assieme alla sua famiglia. 
Fummo loro ospiti in una vecchia casa che era il loro alloggio d'ordinanza. 

 

Quasi ogni giorno facevamo delle escursioni con la zia Adele alla guida di una vecchia  e gloriosa Dauphine. 

 

Andammo un po' dappertutto nei posti più facilmente raggiungibili: ad Abbazia, a Zagabria, alle grotte di Postumia e persino al maestoso Sacrario di Redipuglia (a questa visita partecipò anche lo zio, in divisa). 

 

Nella visita al Castello di Miramare, si unirono a noi anche la zia Jole e la cugina Adamaria che proprio in quell'estate aveva conseguito il diploma di maturità classica.

 

Le foto sono davvero ruspanti, scattate con una macchinetta fotografica 6X6 che mi era stata regalata come mia prima camera. Niente più che una scatoletta e un pulsante per azionare l'otturatore. La pellicola doveva essere estratta e sigillata al buio per evitare che si alluciasse. 

 

Le foto quindi sono assolutamente ruspanti e naif.

 

Ogni tanto si insinua davanti all'obiettivo un dito (in genere è quello della mamma). 
Queste foto hanno un gusto davvero antico, ma fanno riemergere spensierati ricordi di un tempo che fu

Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
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27 gennaio 2023 5 27 /01 /gennaio /2023 09:26
Festa di Cosma e Damiano a Sferracavallo, Anni Sessanta (foto di Maurizio Crispi)

Negli anni Sessanta i miei zii con i miei cugini andarono a trascorrere i mesi estivi a Sferracavallo, borgata marinara di antico corso e apprezzato luogo di villeggiatura estivo sin dai primi del Novecento, che è tuttora una frazione di Palermo, e lo fecero per molti anni sino a quando non si spostarono in una casa di proprietà alla Fossa del Gallo.


Io ci andavo spesso, perché con loro eravamo da sempre molto vicini. Io era già autonomo perché avevo le due ruote motorizzate e prima ancora mi muovevo con molta determinazione con la bici.

Poi, papà prese una piccola concessione della Capitaneria di Porto su terreno demaniale costiero per allocarci una piccola capannuccia di legno proprio sulla scogliera su cui si affacciavano le case di altri amici di famiglia e di più lontani parenti.
Ho un ricordo molto bello di quelle estati, straordinario. 
Estati felici e spensierate. 

 

Grazie ai miei cugini scopersi la festa di Cosma e Damiano che si svolge proprio lì, a Sferracavallo nell'ultima settimana di settembre culminante con la processione dei due santi che vengono portati sulla loro vara per tutte le vie del paese, da i componenti della confraternita che svolgevano (e svolgono tuttora, credo) questo ufficio a piedi scalzi, con soste più o meno prolungate davanti alle diverse case, soprattutto quando veniva elargita un'offerta generosa.

 

Le offerte in denaro venivano appuntate sul petto dei due santi.
Se l'offerta era particolarmente generosa i portatori inscenavano una "danza" portentosa (con movimenti in avanti e indietro e laterali) davanti alla casa da cui proveniva l'offerta, muovendosi avanti e indietro e di lato incoraggiati costantemente dal suono della banda che intonava in queste circostanze dei ritmi bersagliereschi.

Nessuna via del paese veniva tralasciata, anche quelle che allora erano a fondo naturale e pietrose (e allora erano molte), irte di asperità.

Ero alle prime armi con la mia attrezzatura fotografica: credo di aver fatto queste foto con la prima reflex (una Asahi Pentax) che avevo avuto in dono dai miei il Natale precedente.

Nel corso degli anni sono tornato diverse volte a seguire questo evento, ma questi primi scatti sono rimasti in assoluto delle foto "seminali". Anche oggi, riguardandole, ne sono contento.

 

Certo, se allora avessi avuto un teleobiettivo o uno zoom avrei potuto lavorare di più sui dettagli, ma anche così vanno abbastanza a bene e riescono a cogliere lo spirito dell'evento.

 

I portatori erano i pescatori di Sferracavallo che avevano le piante dei piedi callose perché allora non usavano quasi mai scarpe, e questo gli consentiva di portare i Santi a piedi scalzi. Alla fine della giornata c'era una danza frenetica davanti la chiesa con la musica della banda che si faceva sempre più incalzante e con i portatori che ne seguivano il ritmo sempre con i Santi sulle spalle.
Credo proprio che sia così anche oggi.

Gianfranco Salatiello

È così anche oggi... E la vara, in ultimo, doveva entrare in chiesa senza toccare la cornice della porta se no era un anno di sventure e per i pescatori era veramente pericoloso. Ne sono morti, in mare. Viva i Santi Cosimo e Damiano!

Guido Marino

Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi

Foto di Maurizio Crispi

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26 gennaio 2023 4 26 /01 /gennaio /2023 07:12
In viaggio con la mamma (dall'archivio fotografico di Maurizio Crispi)

In questa foto io e la mamma stiamo cenando in qualche luogo di un nostro viaggio assieme. Questi viaggi avvennero puntualmente ogni estate da quando io ebbi 11 anni sino ai miei diciassette.
Poi, dopo, non volli più partire con lei perché mi sentivo in imbarazzo (le solite stupidate tardo-adolescenziali). 
Non volevo più apparire come un cocco di mamma, insomma.
Anche se, guardando le cose sotto un diverso punto di vista, quei viaggi furono un'occasione preziosa in cui avevo la mamma tutta per me.
Quando io e la mamma partivamo, mio padre rimaneva con mio fratello.
Nei suoi ultimi anni la mamma mi raccontò che avevano deciso di fare così, per evitare che io fossi troppo penalizzato dalle condizioni (e limitazioni) di mio fratello.
All'inizio, avevano tentato di seguire una via diversa nel senso di offrire a me e a mio fratello le stesse possibilità, ma poi si erano resi conto che le difficoltà con cui confrontarsi per portare in giro una persona con disabilità  - a quel tempo - erano davvero enormi.
Ho uno splendido ricordo di questi viaggi con la mamma che era, tra l'altro, un'ottima guida, attenta e curiosa.
Si noti bene che la camicia che indosso nella foto ce l'ho ancora, in ottime condizioni, e la tengo in campagna.
Si notino anche gli occhialoni con montatura massiccia e lenti scure: allora si usavano così anche per gli interni!

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25 agosto 2022 4 25 /08 /agosto /2022 10:54
La mia casa natale (foto da me scattata in tempi recenti)

La mia casa natale (foto da me scattata in tempi recenti)

Io e la mamma (foto di mio padre Francesco)

É al primo piano di questa palazzina a tre elevazioni sita in Viale Regina Margherita (se non ricordo male al numero civico 11) che son nato il 9 agosto 1949, a Palermo.
E' una casa che rimane piena di ricordi anche se, ormai, da lungo tempo venduta
Il balcone sul prospetto (a sinistra nella foto) e quello sul retro del appartamento erano teatro dei miei lanci di monello, frutti, oggetti di casa, indumenti, giocattoli, talvolta perfino una sediolina abbinata al mio piccolo desco.
Lanci che, a volte, erano preceduti da una rincorsa vorticosa e, in questi casi, c’era spesso qualcuno dei grandi che mi inseguiva forsennato nel tentativo di trattenermi.

in queste azioni io ero un autentico fulmine di guerra e quindi non sempre i tentativi di placcaggio avevano buon esito…

Il nostro appartamento confinava con quello delle prozie: al momento dell'acquisto, nell'anteguerra ci abitavano le due sorelle di mia nonna materna, la prozia Irene che era rimasta vedova precocemente e la prozia Natalia che morì presto (molto prima della mia nascita) poiché non stava bene in salute ed era sofferente e cagionevole.
Sin dall'inizio le prozie decisero che dovevano poter comunicare velocemente con la nonna Maria e, a questo scopo diedero disposizione al loro muratore di fiducia di creare una finestrella di comunicazione tra i due appartamenti in corrispondenza di un muro maestro dove si trovavano le camerette con soppalco che erano pensate come stanzetta per far dormire la domestica.
Questa finestrella quadrata (e profonda almeno cinquanta centimetri per via dello spessore del muro maestro) veniva tenuta chiusa da entrambi i lati con una tendina in modo da evitare fastidiose correnti d'aria e la propagazione non desiderata di voci e conversazioni.
Al centro del ripiano della finestrella stava una campanella d'argento (era proprio d'argento!), di modo che chiunque - da un lato o dall'altro - sentisse la necessità di dire qualcosa potesse mettervi mano e il chiaro suono argentino potesse richiamare l'attenzione dall'altro lato della finestrella.
Scoperta questa cosa, io da piccolo mi divertivo moltissimo: spesso, non visto, facevo risuonare la campanella e poi andavo a nascondermi nel soppalco per vedere l'effetto che l'impropria e burlonesca chiamata faceva.

Si sentiva presto uno strascichio di piedi e arrivavano - a velocità diverse - la Marietta (la  nostra domestica) e la Vincenzina (quella della prozia) e ogni volta iniziava un dibattito tra le due su chi avesse chiamato e perché. Il mistero rimaneva ovviamente irrisolto (poiché ciascuna delle due negava di essere stata lei ad azionare la campanella) e entrambe tornavano brontolando alle loro faccende. A questo punto io scendevo dal soppalco cautamente per non far rumore  e tornavo a far risuonare la campanella per poi nascondermi nuovamente come un fulmine. E di nuovo me ne stavo nascosto ad osservare l'effetto che lo scampanellio avrebbe provocato. E così via, per tante volte di seguito. In silenzio, mi facevo delle grasse risate. La Marietta e la Vincenzina arrivavano puntualmente, brontolando e questionando tra loro.

Questo soppalco eletto a nascondiglio era pieno di bauli e di cose vecchie: ed era per me un luogo affascinante, al quale si accedeva per una ripida scaletta simile a quella delle navi. E qui, tante volte, mi mettevo a scartabellare e ad esplorare (c'era ad esempio un baule con molte delle cose che papà aveva portato con sé dal servizio militare in tempo di guerra).
Per questo motivo la stanzetta mi faceva pensare ad un covo di pirati.
Quando già la Marietta non c'era più, qui a volte dormivamo con i miei cuginetti, quando rimanevano a pernottare da noi. Ed era proprio come dormire in un posto di avventura ed esotico.

E sulla casa originaria di Viale regina Margherita ci sarebbero davvero tante storie da raccontare, molte delle quali le ho pubblicate nei miei blog, nel corso degli anni maman mano che i ricordi affioravano e richiedevano di essere in qualche modo fissati.

Ma, tornando alla foto che mi ha dato lo spunto per scrivere queste cose, voglio aggiungere che la conifera svettante davanti all’edificio, quando ero piccolo non c’era.
Invece, c’era un vigoroso rampicante - una varietà di gelsomino dai fiori profumatissimi - che, prendendo origine dal giardinetto sottostante si arrampicava, attorcendosi, sino alla colonnina angolare del nostro balcone.
Molte delle palme che fiancheggiavano su ambo i lati Viale Regina Margherita sono state sterminate dal punteruolo rosso, ma molte di loro miracoosamente sopravvivvono.

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19 agosto 2022 5 19 /08 /agosto /2022 21:00
La fontana di Palazzo Adriano (foto di Francesco Crispi)

Devo precisare che la foto che dà lo spunto per questa nota (che mi piace tantissimo) non è mia, ma venne scattata da mio padre Francesco, nel corso di una sua visita a Palazzo Adriano, il paese di origine della famiglia Crispi.
La foto (risalente ad una data imprecisata negli anni Sessanta) ritrae la splendida fontana seicentesca che si trova al centro della grande piazza del paese, dominata dalle due chiese, quella cristiano cattolica e quella cattolico ortodossa (la piazza che fu resa celebre dalle scene di Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore) che in determinate ore del giorno fanno quasi una competizione tra loro con vigorosi scampanii.
Palazzo Adriano vide in epoca antica l'insediamento di profughi albanesi (oggi si direbbe arberesh) in fuga dai Balcani e dall'invasione turca. dopo che le ultime battaglie furono perse.
A differenza di Piana degli Albanesi che fu edificata ex-novo in un territorio concesso ai profughi, Palazzo Adriano si costituì come una comunità duplice, eppure integrata e armoniosa, dal momento che in questo caso i fuggiaschi dall'Albania (oggi si userebbe la parola "migranti") - come in molte altre località della Sicilia - si insediarono in una città preesistente.
La migrazione dei profughi dall'Albania lungo i territori della Puglia e della Calabria, sino alla Sicilia, è una lezione della storia che in tempi odierni specialmente, non dovrebbe essere dimenticata.
Mio padre ero molto fiero di queste sue ascendenze e ha trasmesso anche a me questo senso di appartenenza, sin da quando ero piccolo.
Purtroppo la casa che, quando ero piccolo, era ancora nel possesso dei miei nonni (e che era parte dell'abitazione più vasta, una casa padronale, ubicata lungo l'attuale Via Francesco Crispi, proprio dove è stata allocata una targa commemorativa) dove aveva trascorso la sua giovinezza lo statista Francesco Crispi (ma dove anche mio padre andava a trascorrere le estati della sua fanciullezza, assieme ai genitori e ai fratelli) venne venduta. Questa transazione causò grande rammarico e dispiacere in mio padre che era molto legato alle tradizioni di famiglia e sentiva fortemente il senso di appartenenza alla comunità albanese. Per lui, si trattò di un atto scellerato che si ritrovò a subire, dal momento che, quando ciò accadde, era ancora il nonno l'unico proprietario (e, dunque, legalmente, l'unico decisore), assieme ad alcuni suoi parenti che vivevano negli Stati Uniti e che volevano fortemente la vendita).
Papà venne a conoscenza della vendita solo a cose compiute.
Mi disse che se fosse stato informato di questa decisione avrebbe fatto il possibile per acquistare lui stesso la casa e potere così mantenere la continuità della tradizione di famiglia e delle sue radici.
Anche lo zio Luigi, fratello di mio padre, devo dire, era fortemente legato a Palazzo, tanto che - da pensionato - affittó lì una piccola casa dove si ritirava a vivere per mesi interi, assolutamente deliziato di questa sua scelta.
Forse proprio per questo papà ritornava di tanto in tanto a Palazzo Adriano, anche dopo che la famiglia - suo malgrado - si era disfatta di questo bene, forse a respirare le sue origini e credo che questa foto, che egli si trovò a scattare, ben rappresenta l'intensità del suo amore per questa cittadina.

 

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17 giugno 2022 5 17 /06 /giugno /2022 19:11
Salvatore Crispi nel 1971, dicembre (foto di Maurizio Crispi)

Come eravamo giovani!
Nella foto, che rappresenta l'incipit di queste mie brevi considerazioni, mio fratello Salvatore è seduto alla sua postazione di casa in via Lombardia. Qui aveva una sua scrivania, attrezzata con tutto ciò che gli potesse servire durante le ore del giorni.
Qui, giocavamo a carte, a scacchi, a dama
Qui leggeva i giornali e i suoi libri
Qui, in quegli anni, quando ancora poteva, si cimentava nella scrittura autonoma con una Olivetti elettrica che i miei gli avevano regalato
Nella foto, insolitamente indossa una cravatta.
Vestito in ghingheri.
Forse era il giorno di Natale, ma non ne ho la certezza.
Davanti a sé ha un libro.
E' pienamente sorridente.
E' davvero un bel ragazzo.
E' probabile che fosse proprio il giorno di Natale e magari quel libro era stato un mio regalo per lui
In effetti, ruotando la foto di 180° se ne può leggere il titolo che è "L'alta cucina del delitto", contenente una raccolta di romanzi (in un volume a suo tempo edito nella collana Omnibus di Mondadori) che hanno come protagonista Nero Wolfe, il detective gourmet e claustrofobico, nato felicemente dalla penna di Rex Stout (e questo volume c'è ancora, nella sezione, allora contenuta - e oggi divenuta straripante - dei polizieschi).
A mio fratello regalavo spesso dei libri, perché a quel tempo era un vorace lettore.
Leggeva davvero di tutto, narrativa e saggistica
Poi ebbe un'intensa crisi esistenziale che lo portò ad attraversare un brutto periodo nel corso del quale rifiutava il cibo e pure rifiutava le letture di narrativa che parlavano della vita degli altri dalla quale lui si sentiva escluso.
Da quel momento in avanti non lesse più fiction di qualsiasi genere, ma solo scritti di tutti i generi, dal semplice articolo al saggio, che parlassero della condizione delle disabilità, accrescendo in un percorso interminabile le sue competenze e conoscenze, in modo da poter levare una voce sempre autorevole quando si trattava di difendere i diritti dei disabili e delle persone svantaggiate.

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26 gennaio 2022 3 26 /01 /gennaio /2022 10:15
Palermo, Villa Trabia (foto di Maurizio Crispi)

Palermo, Villa Trabia (foto di Maurizio Crispi)

Quando lessi questo graffito su di uno dei muri perimetrali fi Villa Trabia, per un attimo dimentico dei miei studi classici, ebbi dei dubbi e delle perplessità sulla giustezza delle affermazioni dell'anonimo writer.
Sono subito andato a fare le ricerche del caso...
Il poeta latino Catullo ebbe una relazione amorosa intensa e travagliata con la sorella del tribuno Clodio, tale Clodia.
Clodia viene cantata nei carmi di Catullo con lo pseudonimo letterario di "Lesbia", in onore della poetessa greca Saffo, molto cara a Catullo e proveniente dall'isola di Lesbo.
Lesbia, che aveva una decina d'anni più di Catullo, viene descritta dal suo amante non solo graziosa, ma anche colta, intelligente e spregiudicata. La loro relazione, comunque, alternava periodi di litigi e di riappacificazioni ed è noto che l'ultimo carme che Catullo scrisse all'amata fu del 55 o 54 a.C.
Quindi, l'autore della scrittura esposta da me rinvenuta aveva scritto giusto: io, non ricordando bene le vicende di Catullo, per un attimo avevo ingiustamente pensato che si fosse sbagliato...
E' stata la sempre provvida Wikipedia a sciogliere le mie riserve, aitandomi a riconoscere al writer il giusto apprezzamento per aver saputo celebrare il suo amore attuale con una si colta citazione.
Chapeau! Onore e gloria!

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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