Incrostazioni di luce,
nella notte
e riflessi colorati
Il primo quarto del XXI secolo
sta per concludersi
Solo una manciata di ore
ci separa dal passaggio fatidico,
e speriamo che avvenga
senza troppi tonfi e botti,
poiché non c’è molto da gioire
all’infuori del semplice fatto
che siamo ancora qua
Forse abbiamo solo sprecato
del tempo prezioso,
o forse no
Ai posteri (se ce ne saranno mai)
l’ardua sentenza
Tra breve il 2025 ci abbandonerà
con il suo carico di cose
belle e brutte
che già conosciamo
e il nuovo anno entrante
altre ce ne porterà
di cui ancor non sappiamo
Possiamo soltanto
aspettare e vedere,
mentre ci liberiamo
dalle scorie dell’anno vecchio,
serbando i buoni ricordi
(separando cioè il grano dal loglio)
Non ricordo cosa ho sognato sinora,
ma di sicuro ne succedevano di ogni tipo
ed io ero supremamente
affaccendato, iterativamente
Dovevo far qualcosa,
risolvere un qualche problema
che mai veniva risolto
E quindi la stessa, identica, scena
di continuo si ripeteva
Non ho altro, questa volta
L’alba è ancora lontana
Il cammino è appena rischiarato
dalla luce gialla dei lampioni
Soffia a tratti una brezza leggera
e le foglie dei platani
tremolano lievi
Di rado passa un auto,
veloce, con il motore rombante
Uno, in solitudine,
cammina a passo leggero e felpato,
ombra tra le ombre,
e poi scompare
È l’ora fatidica,
quella del transito e dei passaggi
quando la notte non è più notte
e il giorno tarda ad arrivare
e gli uccelli non hanno ancora preso
ad intonare i loro canti e trilli e cinguettii
É l’ora del più grande Mistero
È l’ora in cui è sottile e tenue
la separazione tra la Morte e la Vita
Dormire
Sognare
Ero nel ventre della bestia
e dentro di lei,
del tutto cieco e sordo
viaggiavo ignaro
i sette mari
Mi ritrovavo poi,
vomitato da quel ventre acido e fumante
su di un greto aspro,
libero, ma senza gioia
Confuso e disorientato mi sentivo
E riprendevo incerto il mio cammino
Per andare dove?
Non so!
Dopo la spiaggia ostile
e priva di vita
mi addentravo in una foresta
di alberi morti
sui cui rami mozzi e calcinati stavano
appollaiate orrende arpie
dagli occhi di fuoco
ed io pregavo di non esserne ghermito
e divorato
Poi, uscito indenne da quella prova,
mi si presentò un deserto
di sabbia e rocce da attraversare
E camminai
Camminai
A tratti cadevo in ginocchio,
esausto
volgendo gli occhi al cielo muto
E poi basta
Dissolvenza
Ed ero qui, tra le mie lenzuola,
come Little Nemo
Passeggiata nel giorno di Santo Stefano
Grande silenzio
Tubare di piccioni
Foglie secche che scricchiolano
sotto i piedi
e ombrelli rotti d’inciampo
Qualcuno cammina
Cani e padroni di cani
Qualcheduno corre
da quello baldanzoso e forte
a quello che si strascina
tutto sgommato
Qualche auto passa
solo ogni morte di papa
É un giorno quieto e tranquillo
il giorno di festa post festa
Il Natale alle spalle
con il ricordo di tavole imbandite
e il rosso dovunque
Il Capodanno prossimo a cadere
con altri ricchi buffet e tavole stracariche
Giano bifronte tutto osserva
e sorride enigmatico
al susseguirsi dei cicli di morte e rinascita,
alle innumerevoli rinascite e morti
che rappresentano, tutte assieme,
solo un minuscolo frammento
dell’incommensurabile eternità
scrivi un commento …

/image%2F1498857%2F20260102%2Fob_7bcc7e_solitudine-nella-notte.jpg)
/image%2F1498857%2F20260102%2Fob_cfb09e_il-porto-al-tramonto.jpg)
/image%2F1498857%2F20260102%2Fob_dd9c10_il-mistero.jpg)
/image%2F1498857%2F20260102%2Fob_5869b7_il-camminatore-solitario-di-notte.jpg)
/image%2F1498857%2F20260102%2Fob_2a2c90_solitudine.jpg)
/image%2F1498857%2F20260102%2Fob_37b2d1_via-notarbatolo-palermo-il-26-dicembre.jpg)

