In un periodo di così drastici cambiamenti, in cui la resistenza e la capacità di adattamento diventano valori fondamentali, immaginare le nostre città come organismi diffusi e in comunità con il resto del vivente, in breve immaginare le nostre fitopolis costruite come fossero delle piante, potrebbe regalare enormi vantaggi alla nostra specie e al pianeta
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I libri di Stefano Mancuso sorprendono sempre e arricchiscono il nostro sguardo sul mondo che vive la crisi ecologica e climatica che ben conosciamo e di cui vediamo le conseguenze in modo sempre più palese.
Il recente saggio Fitopolis, la città vivente, pubblicato da Laterza (Collana I Robinson Letture) nel 2023, è un autentico "manifesto" che esprime a piena voce (e in modo molto documentato) ciò che si dovrebbe fare per salvare i grandi agglomerati metropolitani e il mondo intero da una catastrofe.
Una delle chiavi di tutto, uno degli argini più potenti sono gli alberi che servono a stemperare il sovrariscaldamento soprattutto delle metropoli.
Occorre fare una vera e propria rivoluzione verde che non è quella della trasformazione "green" professata dai politici, né quella degli ecologisti che protestano per strada con tanto di striscioni, ma che ben poco fanno poco di concreto.
Il verbo è quello che bisogna piantare molti alberi, trasformando le arterie cittadine in arterie verdi e riducendo del pari il traffico automobilistico a favore di trasporti pubblici ecofriendly.
Il Verbo è che bisogna piantare milioni di alberi in ogni territori, ricavando nuove superfici in cui piantumare.
Purtroppo molti amministrazioni comunali sono nemiche degli alberi
Molti cittadini, verità, sono nemici degli alberi
Gli alberi sporcano con le loro foglie
Danno ospitalità agli uccelli nelle loro canopie che poi sporcano di escrementi le auto parcheggiate sotto.
Gli alberi con i loro rami che si protendono verso i balconi e le finestre danno facili vie di accesso agli appartamenti ai ratti e ad altri insetti immondi.
Gli alberi possono crollare all'improvviso ed uccidere i cittadini indifesi (ma quante persone effettivamente muoiono sotto un albero stroncato da un temporale?).
Questi alcuni dei molti luoghi comuni a proposito degli alberi rinfocolati spesso dallo stesso modo di dar notizie da parte dei media.
Invece, guardando, agli aspetti positivi, si può dire che
Gli alberi danno ombra e proteggono le vie e le piazze dal sovrariscaldamento
Accrescono l'umidità dell'aria:
Assorbono CO2 che viene utilizzata attivamente per i processi di organicazione dell'azoto e nella produzione attiva di ossigeno.
Gli alberi riducono di molto l'effetto albedo dal quale dipende in gran parte il sovrariscaldamento delle città.
Gli alberi danno riparo agli uccelli e dunque danno un potente contributo al mantenimento della biodiversità.
Rispetto a tutti questi assiomi quasi dovunque, in Italia, si va in controtendenza dissennata. Gli esempi sono molteplici, alcuni dei quali assolutamente eclatanti e stolti.
Piovono le segnalazioni di alberi di alto fusto che vengono rasi al suolo oppure selvaggiamente capitozzati in periodo dell'anno non idonei.
Ci vorrebbe forse un avvocato civico che faccia da dinfesore degli alberi a nome di tutta la comunità.
Gli alberi di alto fusto abbattuti non vengono rimpiazzati e, in ogni caso, quante plantule occorrerebbero per sostituire un singolo esemplare di alto fusto già pienamente sviluppato?
Tutti gli amministratori pubblici dovrebbero leggere il libro di Mancuso e trarne preziose indicazioni.
C'è da augurarsi che questo libro possa essere d'ispirazione.
Purtroppo tuttavia - c'è da aggiungere - chi amministra, chi fa politica, raramente legge.
«In un periodo di così drastici cambiamenti, in cui la resistenza e la capacità di adattamento diventano valori fondamentali, immaginare le nostre città come organismi diffusi e in comunità con il resto del vivente, in breve immaginare le nostre fitopolis costruite come fossero delle piante, potrebbe regalare enormi vantaggi alla nostra specie e al pianeta.»
(Risvolto) Da troppo tempo ci siamo posti al di fuori della natura, dimenticandoci che rispondiamo agli stessi fondamentali fattori che controllano l’espansione delle altre specie. Abbiamo concepito il luogo dove viviamo come qualcosa di separato dal resto della natura, contro la natura. Ecco perché da come immagineremo le nostre città nei prossimi anni dipenderà una parte consistente delle nostre possibilità di sopravvivenza. Nel volgere di pochi decenni, l’umanità è andata incontro a una rivoluzione nelle sue abitudini ancestrali. Senza che ce ne accorgessimo, la nostra specie, che fino a poco tempo fa viveva immersa nella natura abitando ogni angolo della Terra, ha finito per abitare una parte davvero irrisoria delle terre emerse del pianeta. Cosa è accaduto? Da specie generalista in grado di vivere dovunque, ci siamo trasformati, in poche generazioni, in una specie in grado di vivere in una sola e specifica nicchia ecologica: la città. Una rivoluzione paragonabile soltanto alla transizione da cacciatori-raccoglitori ad agricoltori avvenuta 12.000 anni fa.
È certo che in termini di accesso alle risorse, efficienza, difesa e diffusione della specie questa trasformazione è vantaggiosa. Ma è altrettanto certo che ci espone a un rischio terribile: la specializzazione di una specie è efficace soltanto in un ambiente stabile. In condizioni ambientali mutevoli diventa pericolosa. Il nostro successo urbano richiede, infatti, un flusso continuo ed esponenzialmente crescente di risorse e di energia, che però non sono illimitate. Inoltre, fatto decisivo, il riscaldamento globale può cambiare in maniera definitiva l’ambiente delle nostre città e costituire proprio quella fatale mutazione delle condizioni da cui dipende la nostra sopravvivenza.
Ecco perché è diventato vitale riportare la natura all’interno del nostro habitat. Le città del futuro, siano esse costruite ex novo o rinnovate, devono trasformarsi in fitopolis, luoghi in cui il rapporto fra piante e animali si riavvicini al rapporto armonico che troviamo in natura.
Non c’è nulla che abbia una maggiore importanza di questo per il futuro dell’umanità.
Hanno detto:
«Mancuso ridisegna la città del futuro prossimo, in cui la natura dovrà essere riportata all’interno del nostro habitat, in una armoniosa convivenza, che non ha nulla dell’utopia ma che si fa necessità operativa.» - Lella Baratelli
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L'autore. Stefano Mancuso (nato nel 1965) insegna Arboricoltura generale e coltivazioni arboree all’Università di Firenze ed è direttore dell'International Laboratory of Plant Neurobiology (LINV). È uno dei membri fondatori dell’International Society for Plant Signaling & Behavior, e accademico ordinario dell’Accademia dei Georgofili. Tra le sue pubblicazioni Verde brillante. Sensibilità e intelligenza del mondo vegetale (Giunti Editore, 2013, con Alessandra Viola), Uomini che amano le piante (Giunti Editore, 2014), Botanica. Viaggio nell'universo vegetale (Aboca Edizioni, 2017), Plant revolution (Giunti Editore, 2017), L'incredibile viaggio delle piante (Laterza 2018), La nazione delle piante (Laterza 2019), La tribù degli alberi (Einaudi, 2022), Fitopolis, la città vivente (Laterza, 2023), La versione degli alberi (Einaudi, 2024).
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