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17 febbraio 2012 5 17 /02 /febbraio /2012 18:10

17448028_vivono-di-notte-michael-talbot-gargoyle-books-2011.jpgVede tardivamente la luce in traduzione italiana Vivono di Notte (Night things, Gargoyle, 2011) di Michael Talbot, purtroppo prematuramente scomparso e altrimenti noto ad un pubblico italiano di nicchia per l'opera saggistica Tutto è uno. The Holographic Universe (Apogeo, 1991)  nel quale sviluppa una visione olistica del mondo e dell'Universo in cui ogni cosa è inestricabilmente - intrinsecamente - legata alle altre e in armonia.
Il capitolo di apertura rivela una prosa smagliante che istantaneamente accende nel lettore la prospettiva di grandi promesse.
E' anche un romanzo sulla diversità (Talbot era gay e morì per le complicazioni di una sindrome da immunodeficienza acquisita) e sulla forte inerzia degli adulti ad accettarla con tutte le sue implicazioni, immersi come sono in una visione del mondo consolidata e irriducibile per i suoi pregiudizi.
Forse per questo, il romanzo è percorso da forti venature melanconiche.
Sin dalle prime righe, dalla limpidezza della prosa e da un ritmo narrativo incalzante, si è attratti irrresistibilmente a continuare.
Così l'incipit che strega immediatamente il lettore: "Da picolo vidi un angelo, o almeno allora pensai che lo fosse. (...) Quella notte mi addormentai ripetendomi più volte che avevo visto l'angelo di Leonardo, ma in seguito non lo raccontai più a nessuno" (pp. 9-11).
In "Vivono di notte" il discorso vampirico è solo uno spunto per parlare di altro, introducendo il lettore a molteplici temi e soprattutto ad una rappresentazione dell'armonia e ad un'inedita concezione del Vampiro, come essere che se è avido di conoscenza (una conoscenza che cresce e si accumula nel corso dei secoli, senza che nulla venga disperso o dimenticato), è anche custode del Bello e delle opere d'arte e dell'ingegno umano più significative, mantenendosi in un equilibrio costante con gli umani - più deboli e meno longevi, da cui si è originato.
Proprio per questo, il Vampiro non può ambire a dominare il mondo sino all'estinzione della stirpe degli Uomini: vampiri e uomini possono - e debbono - vivere in un equilibrio costante, poiché gli uni - in certo qual modo - sono complementari agli altri, con l'arduo compito che i vampiri (capaci - soprattutto i più longevi - di attraversare longitudinalmente le ere storiche) si sono assunti: quello di proteggere - pur con il rispetto del libero arbitrio - gli uomini da se stessi e dalla loro distruttività. Senza gli uomini, i vampiri non potrebbero sopravvivere: soprattutto il loro senso del bello e la loro ricerca estetica non potrebbero essere più soddisfatti. In questa visione, il fatto che i vampiri si nutrano del sangue degli uomini e che, strada facendo, alcuni di essi vengano a loro volta trasformati in vampiri, è un'evenienza puramente accidentale.
La vicenda (a parte il breve preambolo che illustra l'episodio "perturbante" dell'infanzia del dott. Gladstone, protagonista della vicenda) è ambientato sul finire del XIX secolo, in un momento di transizione importante della società europea grazie alla rapida industrializzazione, iniziata dalla metà del secolo sino al primo grande conflitto mondiale), con l'avvento di un approccio scientifico alle studio delle problematiche della Medicina e delle cause delle malattie (già erano stati fatti enormi progressi nello studio della Batteriologia e si ipotizzava l'esistenza di entità ancora più piccole e invisibili con gli ordinari strumenti ottici - i virus) e con il comparire di un rigurgito di interesse per l'occultismo, lo spiritismo e la parapsicologia.
L'epoca di ambientazione del romanzo è la stessa in cui si sviluppano le vicende delineate da Bram Stoker nel suo celeberrimo romanzo, ma è anche quella in cui impazzano le avventure investigative di Sherlock Holmes e del suo fidato assistente. Nel romanzo di Talbot s'intersecano un po' tutti questi filoni con uno schema narrativo vivace e con frequenti cambi di scenario che accompagnano il viaggio frenetico di Gladstone sulle tracce della figlioletta Camilla rapita per arcani motivi dal suo bellissimo e misterioso Niccolò. Si tratterà di un viaggio che condurrà lui e l'altrettanto misteriosa - e fascinosa - Lady Hespeth Dunaway (prima nei panni di una donna cui è stato pure sottratto un figlio, poi in quelli dell'adepta di una setta segreta che si muove attraverso tutta l'Europa sulle tracce sparse dei vampiri non per debellarili ma per carpirne i segreti, sino al disvelamento finale) da Londra a Parigi (con la parentesi di un periodo di prigionia nel chiuso clauustrofobico di una segreta negli scantinati di una nobile dimora parigina che tanto ricorda le atmosfere di I Misteri di Parigi di Sue), a Londra e poi di nuovo attraverso l'Europa sino all'italiana Massa Marittima, con l'immersione sempre più profonda negli insondabili misteri della razza antica dei Vampiri che, pur rappresentando l'evoluzione degli uomini, si pongono nei loro confronticome una stirpe di "grandi antichi" sapienziali ed esoterici: nel corso di queste frenetiche peregrinazioni avverranno  incontri con altri personaggi come Hatim e il suo falco addestrato, il nobile Des Esseintes sino al potente Ludovico, l'essere più antico di tutti che, alla fine, si troverà ad assumere il compito didascalico di illustrare le ragioni dei vampiri, mostrandosi per quello che è:
il rappresentante di un'antichissima razza di esseri pluri-secolari che hanno accumulato conoscenze vastissime ed inimmaginabili (supportate da formidabili apparati collezionistici di ogni epoca, degni di una "Camera delle meraviglie") e che sembra agiscano sospinti dalla bramosia della conoscenza, ma forse anche da altre più temibili pulsioni che potrebbero mettere a rischio la specie umana.

Sintesi, dalla IV di copertina. Nella Londra vittoriana, l’illustre medico Gladstone é impegnato giorno e notte a isolare un pericoloso virus. In seguito a un incidente, nella vita dello scienziato entra Niccolo', un misterioso e bellissimo ragazzo di origini italiane, e tra i due nasce un rapporto di amicizia, confidenza e fiducia. Un giorno il giovane rapisce Camilla, la figlia di Gladstone, e la provetta contenente il virus mortale. Durante un febbrile inseguimento da una parte all’altra dell’Europa, Gladstone viene gradualmente in contatto con quella realta' millenaria e sconvolgente che da sempre atterrisce l’uomo: il vampirismo.

Un brano del romanzo. «Molto bene, Monsieur le Docteur», si complimento' Des Esseintes. «Avete indovinato. Il fiore sono i portali. Sono certo che non vedete cio' che vedo io quando li guardo». Osservai quei portali arricchiti di splendidi ornamenti e mi rivolsi al vampiro con aria interrogativa. «Sapete chi ha costruito i portali di Notre-Dame?», mi domando'. Scrollai le spalle. Des Esseintes sorrise. «Se date un’occhiata ai vostri libri di storia, scoprirete che il merito fu dato a un demonio». Inclino' indietro la testa e rise. «Un demonio! Un demonio di nome Biscornet!» Si guardo' intorno meravigliato. «Ed e' vero, mon ami. Se esaminate i portali, scoprirete che sono di un’incredibile fattura. Le cesellature sono continue, non vi e' traccia di brasature o saldature. Cio' significa che ogni portale fu realizzato da un’unica lastra di acciaio. Suppongo che sia questo il motivo per cui nel Medioevo Biscornet fu talbot.jpgconsiderato un demonio. I fabbri dell’epoca non possedevano tali conoscenze. Per loro solo le fiamme dell’inferno avevano potuto forgiare questi portali. Ovviamente non c’era nessun demone. Fu un vampiro a realizzare il lavoro».

L'autore. Michael Talbot (1953-1992) e' stato un importante scrittore di fenomeni paranormali, al cui studio ha dedicato l’intera esistenza.
La sua opera scientifica piu' significativa è Tutto e' uno.The Holographic Universe (Apogeo, 1991), mentre quelle di narrativa ricordiamo - oltre a Vivono di notte (Night Things, 1988)- anche The Delicate Dependency del 1982 (in uscita all’inizio del 2012, per i tipi Gargoyle, con il titolo I misteri di Lake House) e The Bog.
Omosessuale dichiarato, Talbot é stato e continua a essere un modello per gli intellettuali gay. E' scomparso a soli 38 anni per una leucemia fulminante, conseguenza della sindrome dell’HIV di cui era affetto.

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2 gennaio 2012 1 02 /01 /gennaio /2012 17:25

ora-piubuia_Vergnai.jpgCon L'ora più buia (Gargoyle, 2011) di Claudio Vergnani riprende la fantasmagoria degli amici modenesi ammazzavampiri che giunge al suo terzo - e forse ultimo - capitolo.

Da Parigi, dove si era svolta la loro precedente avventura "in transferta", la scena si sposta nuovamente nel modenese: e riecco gli scenari metropolitani crepuscolari, cupi e fatiscenti.

La lotta contro i vampiri che si intreccia con l'invasione degli "Uhuhuhlù" (derelitti extracomunitari provenienti da ogni dove e allocati in fatiscenti catapecchie e catoi ma sin da subito bravi e solerti consumatori: e non si sa chi sia meglio se i "vampi" o gli Uhuhuhlù...) riprende con un'attenzione al doppio livello che i cultori della saga hanno già imparato a conoscere, quello dei "vampi", a metà tra i vampiri e gli zombie, poco più che ammassi di carne putrefatta semoventi, e i potenti e temibili "Maestri" che stanno nell'ombra e che hanno dei loro disegni imperscrutabili.

Si aggiunge, alla compagnia di ammazzavampiri composta da Gabriele, da Vergy, dalla promiscua ed avvenente Elisabetta  e  da Matthew, il "nano ivoriano," il nuovo acquisto dalla precedente avventura de "Il 36° giusto"), il repellente Cristone De Murtis, mentre ricompare Rossana, l'"amica" finanziatrice ed ispiratirce delle imprese di caccia ai vampiri che, dopo essersi defilata al termine della prima avventura, ora si rimette in pista, con qualche tenerezza in più per Claudio, il narratore-cronista.

Quella di Vergnani è una saga "epica", una vera e propria epopea, proprio come quelle proposte dai cantastorie di un tempo o quella dei Paladini di francia: ci si può entrare in qualsiasi momento e in qualsiasi fase, se ne può uscire a piacimento e rientrarci dopo in un punto diverso.

Vergnani ha la sagacia e la versatilità del Contastorie ed è capace di tenere avvinta l'attenzione del lettore, anche se alcuni degli schemi narrativi sono ricorrenti e ripetitivi, ma questo è ciò che il lettore desidera.

Nello stesso tempo, la sua prosa è pantagruelica e sboccata, fescennica, immaginifica:, ridondante e per alcune delle immagini e metafore che egli non manca mai di introdurre, non si può mai fare a meno di ridere di cuore.

Ci si spaventa, ma anche si sorride e si ride: ma dietro ci sono cupezze, devastazioni, degradi che rimandano alla nostra attualità vista senza orpelli ed edulcorazioni.

Bravo Vergnani!

Per la sua prosa e per il suo humor che rendono una materia cupa godibile e divertente, come se, in alcuni momenti, si avesse a che fare con una grottesca comica finale o una interpretazione dell'horror vampiresco in stile fumettaro-demenziale o alla maniera cinematografica, per citare due esempi illustri di "Per favore non mordermi sul collo" di Roman Polanski o dell'insuperabile Frankestein Junior di Mel Brooks.

Nei romanzi di Vergani, dietro le battute da clown sboccato, si celano la tristezza e la melanconia di fronte ad un mondo fatiscente: quello che sta  dietro le apparenze della scintillante società dei consumi.

In filigrana c'è anche una riflessione sulla futilità della vita di molti dei nostri contemporanei che, tra il dilemma di condurre la propria esistenza, chiudendo gli occhi sulla realtà che li circonda e sulle durezze/vacuità di cui è fatta o di guardare direttamente le cose per quello che sono, agendo per cercare di modificare uno status quo (anche se dovesse trattarsi di combattere una battaglia contro i mulini a vento, persa in partenza), decidono di attenersi alla prima via, quella che comporta meno attriti e meno rischi personale: the easy way, insomma.

Invece, il nostro manipolo di personaggi (dietro di loro si intravede il nostro Vergnani, che è il loro burattinaio), vuole vivere dimostrando di possedere qualche sprazzo della tempra dell'eroe, riempendo così di senso una vita altrimenti futile.

Sono loro che, pur in un loro modo grottesco e a tratti anti-eroico, applicano a se stessi la massima: "Meglio un giorno da leoni, che cento anni da pecora" e nel far questo si cacciano sempre nei guai e in imprese temerarie, che non hanno né capo nè coda e che sono condannati a ripetere iterativamente, ogni volta con diverse varianti (si vedano ad esempio, in questo terzo romanzo, l'assalto dei vampi alla sala cinematografica in cui viene proiettato un B-movie horror - sugli zombie, guardacaso, oppure la spedizione alla festa debosciata dalla quale, drogati e storditi, vengono fatti uscire come una mandria destinata al macello).
Ed essere eroi, per quanto problematici e perdenti, è l'unico antidoto alla vacuità della vita e ad un sistema di rapporti che ci vampirizza giorno per giorno. I

Vampiri sono tra noi, sembra voler dire Vergnani - Vampiri crudeli che oltre che di sangue sono assetati di potere, ma non di conoscenza come è il caso dei vampiri delineati da Talbot, in Vivono di notte, pure edito da Gargoyle (2011) - e l'unica via dignitosa è quella di lottare, mentre l'alternativa è piegarsi e diventare complice acquiscente del sistema (chi fa finta di non vedere per vivere tranquillamente) o finire con il diventare vittima ed essere digerito e metabolizzato.

Con queste tonalità chiaroscurali siamo di fronte ad un grande epopea del "macabro" contemporaneo. Quindi, in sostanza, i romanzi di Vergnani, pur appartenendo esplicitamente ad un'epica horror tragicomica, non sono confinabili a quel genere in modo rigido, perchè riescono a parlare di molte altre cose e ad agganciarsi in modo forte all'attualità.

 

Sintesi del volume. Dopo le avventure narrate ne "Il 36° Giusto", Claudio, Vergy e i loro amici lasciano Parigi e ritrovano una Modena quasi tornata alla normalità, i pochi vampiri rimasti in circolazione nascosti nelle fogne e negli edifici abbandonati delle periferie più degradate. Stanchi, depressi decidono di riempire il vuoto delle loro esistenze dedicandosi alla ricerca di Alicia, nella folle e disperata speranza che questa possa essere ancora viva. Claudio e Vergy iniziano così delle indagini che, ben presto, si riveleranno un'autentica discesa negli inferi che li porterà a confrontarsi non solo con un inquietante e antico Maestro ma, anche e soprattutto, con le loro paure di uomini rassegnati ài proprio destino, fino a un incontro con la morte che si consumerà nel più tetro e freddo dei luoghi, nell'ora più buia quando, per citare l'Amleto di Shakespeare, "i cimiteri sbadigliano e l'inferno soffia il contagio su questo mondo".

 

Vergnani.jpegL'autore. Nato a Modena, svogliato studente di Liceo Classico, ancor più svogliato studente di Giurisprudenza, preferisce passare il tempo leggendo, giocando a scacchi e tirando di boxe. Allontanato dai Vigili del Fuoco, dopo una breve e burrascosa parentesi militare ai tempi del primo conflitto in Libano, sbarca il lunario passando da un mestiere all'altro, portandosi dietro una radicata avversione per il lavoro. Dalle palestre di bodybuilding alle ditte di trasporti, alle agenzie di pubblicità, alle cooperative sociali, perso nei ruoli più disparati ma sempre in fuga da obblighi e seccature. Il 18° Vampiro è il suo primo romanzo, seguito da Il 36° giusto, entrambi pubblicati da Gargoyle.

 

 

 

Il primo capitolo de "L'ora più buia"

 

L’ora più buia. Intervista a Claudio Vergnani su Horror.it

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1 dicembre 2011 4 01 /12 /dicembre /2011 16:16

magia-nera-marjorie-bowen-2011-gargoyle-copertina.jpgMagia nera (titolo originale: Black Magic: a Tale of the Rise and Fall of the Antichrist) è un romanzo di Marjorie Bowen, al secolo Gabrielle Margaret Vere Campbell Long (1885-1952), prolifica scrittrice inglese che trascorse lunghi anni della sua vita in Italia (sposò un Siciliano) e che, proprio perché donna, ebbe vita difficile come scrittrice tanto da dover utilizzare - per pubblicare molte delle sue opere - anche degli pseudonimi maschili. Scrittrice complessa e poliedrica, ma confinata per alcuni versi al genere, tanto da essere stata battezzata da taluni "The Mistress of the Macabre". Questa è una delle prime opere ad essere tradotta in italiano grazie alla casa editrice Gargoyle, nella accattivante traduzione di Bernardo Cicchetti.

Dirk, scultore e pittore vive da solo in una grande casa in un borgo fiammingo (Anversa), devastato dal ferro e dal fuoco d’un precedente assedio: qui, nel segreto delle vaste stanze inutilizzate, se da un lato cerca di portare avanti la sua arte (ma all’inizio viene descritto nell’atto di dipingere d’oro una grande scultura lignea raffigurante un diavolo) ha iniziato a praticare la Magia Nera, leggendo testi proibiti e tentando esperimenti oscuri con formule e riti magici.

Anche Thierry, giovane e di alti natali, che giunge a bussare alla porta della sua casa al seguito del nobile Balthasar di Courtrai in cerca di notizie di Ursula di Rooselaare, la giovane moglie ripudiata, possiede in segreto una certa inclinazione per la magia nera.
I due, su questo terreno comune, s’intendono subito e comprendono – intuitivamente – di essere entrambi attratti dalla sinistre pratica.

Thierry decide di rimanere con Dirk e di intraprendere con lui un viaggio per approfondire la conoscenza delle Arti magiche.

I due abbandonano la casa, lasciandola così com’è, con tutte le sue cose dentro, e si trasformano in clerici vagantes, ma di un genere del tutto particolare (dichiaratamente alla ricerca di istruzione, ma in segreto animati dal desiderio di imparare quanto più è possibile sui rituali più arcani della magia nera e leggere dai testi negromantici proibiti)

Facendo lungo la via numerosi incontri, alcuni dei quali contrassegnati dalla messa in atto da parte di Dirk d’una cifra scellerata, i due sodali si spostano sino a Francoforte, dove alla luce del sole divengono studenti della locale Università e dove, in segreto, continuano ad approfondire lo studio della magia nera.

Proprio a seguito delle conseguenze dell’applicazione delle arti magiche sono costretti a fuggire precipitosamente e, nel corso della loro fuga, avvengono altri incontri, tra cui quello con una bella donna di cui Thierry si innamora e, per la quale, vorrebbe abbandonare l’amico e maestro.

Si comprende bene che, dietro la comune passione per le arti magiche, il vincolo forte che li lega è una forte corrente di omosessualità latente, di cui il polo dominante è rappresentato da Dirk piuttosto che da Thierry.

Almeno così sembra,  perché il finale a sorpresa rovescerà radicalmente la convinzione che il lettore si è andato costruendo strada facendo.

Dei due, Thierry è il personaggio più controverso, in quanto la pratica della magia nera e i primi esperimenti portati avanti con pieno successo attivano in lui timore e una forte conflittualità, oltre alla tormentosa consapevolezza di aver superato dei confini che comportano l'impossibilità del ritorno e di una redenzione. Thierry, infatti, per quanto faccia non riuscirà mai del tutto a sottrarsi alla nefasta influenza di Dirk che, ogni volta, lo tenta con lusinghe e con promesse, sino a sollecitare la sua ambizione più sfrenata con una corona di imperatore.

Dirk, invece, sembra essere davvero l’anima nera del duo, anche perché nelle sue scelte è guidato dall’odio, mentre Thierry lascia aperto nel suo animo uno spiraglio per l’amore e la compassione. E Dirk, spinto da questo fuoco protervo va avanti velocemente nell'apprendimento delle arti magiche che impara anche ad utilizzare senza scrupoli. 

Ma chi è veramente Dirk? E’ semplicemente un aspirante negromante che va acquisendo sempre più potere, man mano che si addentra nella conoscenza delle arti oscure? Oppure è qualcosa di più?

Il lettore, attraverso un intreccio intricato, verrà condotto a poco a poco al disvelamento della verità, sino a vedere finalmente Dirk salire al soglio pontificio.

Magia nera è un romanzo anomalo a firma di una donna, in un campo che – salvo rare eccezioni – è sempre stato dominato da uomini: è una trama fatta di intreccio narrativo, di incontri con numerosi personaggi che tessono trame i cui fili però sono sempre tenuti assieme alla lunga da Dirk, che – con l’ausilio della magia – riesce ad essere un potente manipolatore, annullando di fatto i rigurgiti di buone intenzioni delle persone che gli sono più vicine e, in qualche modo corrompendole. Di stilemi horror in senso stretto ve ne sono ben pochi, mentre tra una pagina e l’altra serpeggiano in modo sottile il perturbante e il soprannaturale i cui modi e le cui declinazioni nella letteratura vengono magistralmente analizzati nell’introduzione di Fabrizio Foni, specializzato in Italianistica e studioso della narrativa "nera" italiana al passaggio  dal XIX al XX secolo, dal titolo “Il papa mago, nel segno della tradizione, attraverso il fantastico, verso l’enigma”, un vero e proprio saggio molto approfondito, in cui il soprannaturale viene esaminato alla luce delle categorie del fantastico secondo Todorov e dell’analisi approfondita del noto critico letterario Francesco Orlando. Fabrizio Foni ci mostra con dovizie di esempi i modi in cui le tre diverse categorie del soprannaturale (di “tradizione”, di “ignoranza” e di “trasposizione” si intrecciano ed interagiscono; nello stesso tempo con colti riferimenti guida i lettori ad una metanalisi del testo, indicandoci puntualmente una serie di riferimenti storici e di personaggi realmente vissuti.

Chi vi dovesse cercare un romanzo horror "classico" rimarrà deluso, ma nello stesso tempo vi troverà per contro molti altri pregi e spunti di interesse, poiché l’opera della Bowen offre una riflessione su alcuni temi universali che sono quelli della lotta tra il Bene e il Male, l’ambizione e la brama di potere che, con le arti manipolatorie e del comportamento altrui, la menzogna e l'inganno, conducono l’uomo a compiere - scivolando lungo una china di sempre maggiore amoralità - i peggiori misfatti in nome del principio secondo cui il fine giustifica i mezzi.

E in questo senso “Magia nera” è indubbiamente un romanzo di grande respiro che da un lato si ispira al gotico prima maniera (ad opere capostipiti come “Il Castello di Otranto” o “Il Monaco” e, dall’altro, al romanzo storico della migliore tradizione europea ed italiana (nella prefazione sono anche citati “I Promessi Sposi”), anche se sotto questo profilo la Bowen sembra essere più interessata alla suggestioni che non all’assoluta esattezza del dettaglio storico.

 

Dal risguardo di copertina. Nell'oscuro periodo della caccia alle streghe, Dirk Renswoude, un misterioso giovane che vive in un monastero ad Anversa dove studia e pratica in segreto magia nera, un giorno riceve una visita inaspettata che gli cambierà la vita. L'incontro con Thierry, e la scoperta di avere in comune con lui tendenze malefiche e sete di dominio, lo portano ad abbandonare la sua dimora per approfondire gli studi proibiti in grandi università come Basilea e Francoforte. I due studenti vivono in simbiosi e si esercitano con più o meno successo nelle arti magiche fino a lambire le più alte sfere del potere. Tuttavia, a causa di innumerevoli tentennamenti, tradimenti, ricatti e intrighi di corte, i due occultisti si perdono di vista per dieci lunghi anni. Quando si ritroveranno niente sembrerà più come prima. Una serie di terribili colpi di scena rivelerà la malvagità e la verità sui personaggi più potenti della Chiesa e dell'Impero Romano d'Occidente. Prefazione di Fabrizio Foni.

 

Nota bio-bibliografica

bowen3.gifGabrielle Margaret Vere Campbell Long nasce il 1 novembre 1885 a Hayling Island, Hampshire.
Il padre, Douglas Campbell, e la madre, Josephine Elizabeth Ellis Bowen, si separano quando ha tre anni; Margaret viene da questa spesso colpevolizzata perche' bruttina, mentre la sorella minore, più graziosa, raccoglie l'approvazione materna.

Le difficili esperienze dell'infanzia, dovute alla povertà e al tenore di vita libero e vagabondo della tremenda madre, saranno descritte nell'unico testo pubblicato sotto il suo vero nome, Margaret Campbell: The Debate Continues, Being the Autobiography of Marjorie Bowen, uscito nel 1939 e che raccolse l'ammirazione del mondo letterario del tempo.

I molti personaggi femminili perversi della narrativa della Bowen riflettono le personali esperienze sopportate a causa della madre e della sorella dalla giovane Margaret, tanto che non é difficile vedere della vera autobiografia nella descrizione della lotta tra due sorelle in The Last Bouquet.

Non ricevendo alcuna istruzione formale, Margaret si istruisce da sé frequentando le biblioteche e imparando a leggere da autodidatta il francese, l'italiano, e persino il latino.

Nel 1906 pubblica il primo romanzo, The Viper of Milan, a soli 21 anni.
Nel 1912 per affrancarsi da casa sposa il siciliano Emilio Costanzo Zeffirino, che non la tratta bene; la prima figlia muore in fasce, e nel racconto di un fantasma bambino (The Blue Glove, in The Pleasant Husband & other stories, 1921) emerge tutto il dolore di tale perdita.

Il secondo figlio viene affidato ad una governante mentre lei accudisce in Italia il marito gravemente malato di tubercolosi, che la lascia vedova nel 1916.

Dopo nemmeno un anno diventa Mrs. Arthur L. Long, un altro marito sposato senza amore, il quale le dà altri due figli.

Margaret scrive incessantemente nei generi più vari: racconti per bambini, romanzi, novelle, sceneggiature, biografie, e persino gialli, più per bisogno di denaro che per vero interesse artistico.

Utilizza una gran varietà di pseudonimi, spesso riconducenti ad una pseudo-identità maschile spinta dalla necessità di poter stare sul "mercato": Marjorie Bowen, con il quale è universalmente nota, ma anche Joseph Shearing, George Preedy, Robert Paye, John Winch (e forse anche Eveyn Winch, Bertha Winch).

Come Joseph Shearing pubblica sinistri romanzi gotici pieni di mistero e di terrore.

Muore il 23 dicembre 1952.

Per un approfondimento vedi: The Life of Marjorie Bowen, Mistress of the Macabre  

 

Nota biografica di Fabrizio Foni

Fabrizio-Foni.pngÈ ricercatore di Italianistica.

Insegna all’Università di Liegi e collabora con l’Università di Trieste. La sua tesi di Dottorato ha vinto la sesta edizione del premio Lama e trama. Tra i suoi contributi: Alla fiera dei mostri. Racconti pulp, orrori e arcane fantasticherie nelle riviste italiane 1899-1932 (Tunué, 2007), le antologie Il gran ballo dei tavolini. Sette racconti fantastici da «La Domenica del Corriere» (Nerosubianco, 2008) e Ottocento nero italiano. Narrativa fantastica e crudele (Aragno, 2009, assieme a Claudio Gallo). Con Luciano Curreri ha curato Un po’ prima della fine? Ultimi romanzi di Salgari tra novità e ripetizione (Sossella, 2009). Del 2010 il saggio Piccoli mostri crescono. Nero, fantastico e bizzarrie varie nella prima annata de "La Domenica del Corriere" (1899), edito da Perdisa.

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25 novembre 2011 5 25 /11 /novembre /2011 15:10

black-city_Gischler.jpgBlack City. C'era una volta la fine del mondo (di Victor Gischler, Newton Compton, 2011)  è un romanzo che risente, in qualche misura della verve di cartoonist e sceneggiatore di Graphic novel, attività in cui l'autore si è pure esercitato.
Come dice il titolo, vi si parla d'un possibile scenario di fine del mondo o, come si dice, post-apocalittico: la civiltà dei consumi è crollata e si è avuta una totale deregulation.
L'autore non ci mostra il processo del crollo, ma ci introduce subito nel momdo radicalmente trasformato da epidemie, carestie, guerre e devastazioni: e tutto la sfascio e la desolazione ce li fa vedere attraverso gli occhi di Mortimer che, dopo dieci anni di volontario esilio iniziato quando già le cose cominciavano ad andare a rotoli, stanco di solitudine e di eremitaggio decide di ritornare nel mondo per ritrovarsi come uno che esce da una macchina del tempo dopo aver fatto un salto in un futuro che non conosce del tutto.
Il romanzo è di lettura facile, divertente ed ironica perché, pur proponendo un possibile scenario di fine del mondo e postcatastrofico, non lo fa nel modo pesante e cupo della serie cinematografica di Mad Max - tanto per fare un esempio molto conosciuto - ma con una cifra che in qualche mette il protagonista Mortimer, "redivivo" nella condizione di una specie di novello Candido voltairiano.
Sì, ci sono le violenze, le aberrazioni - tra cui quella estrema del cannibalismo -, le storture, ma nello stesso c'è una parodia e una beffa dei nostri modi di vivere.
Nella ricostruzione del mondo civilizzato andato in malora, quale sistema prevarrà tra un sistema puramente economico e commerciale (il Joey's Armageddon, che basa però il suo funzionamento su di una rigida divisione tra schiavi e individui che posseggono un censo) ed uno basato sull'affermazione totalitaria  e sulla sopraffazione d'una nuova (ma sempre vecchia) emergente dittatura?
Secondo Gischler nessuna delle due modalità che si contrappongono antiteticamente l'avrà vinta: alla fine i nostri eroi tanto anti-eroi, Mortimer, l'amico Bill fissato con gli Stetson, Sheila ex-spogliarellista e prostituta (per sopravvivenza)  godranno del loro meritato riposo nell'estremo Sud della Florida, dove si crea un sistema di vita tranquillo, edenico, basato sul libero scambio, sulle conversazioni amicali e senza leggi economico-finanziarie a fare da cappio.

Che altri si scannino pure, noi vogliamo vivere, embrano dire i tre scampati ad ogni sorta di peripezie.
Gustosissima le descrizione degli uomini condannati alla "biciclette" per produrre l'energia elettrica necessaria, in assenza di carburante, e il "Muscolo Express", un treno che assicura i collegamenti tra le varie sedi del Joey's Armageddon che funziona a trazione umana grazie a degli energumeni pompati di testosterone.

Sintesi del romanzo (dalla quarta dicopertina). Il mondo sembra arrivato alla fine: un virus letale sta divorando intere popolazioni, i crack finanziari si moltiplicano, una serie di attentati minaccia di distruggere le città. Mortimer Tate, agente assicurativo fresco di divorzio, decide di ritirarsi in una grotta su una montagna del Tennessee. Passano giorni, mesi, anni. Il suo corpo si indebolisce e la mente comincia a vacillare... Nove anni dopo, attratto dal suono di una voce, Mortimer scende dalle montagne ed emerge in un paesaggio surreale. L'America non esiste più. Quel poco che rimane dell'umanità si raccoglie intorno ai club di strip tease di Joey Armageddon, tra birra ghiacciata, ballerine di lap dance e buttafuori armati di fucili. Accompagnato da pochi sopravvissuti - il cowboy Bill, la bellissima spogliarellista Sheila e Ted, l'uomo delle montagne - Mortimer viaggia tra pericoli e devastazione, fino ad arrivare alla città perduta di Atlanta, dove lo attende una sfida che può determinare il futuro della civiltà...

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6 ottobre 2011 4 06 /10 /ottobre /2011 09:29

giudici.jpgIn Giudici (Einaudi, 2011),  divertente e leggera antologia formata da tre racconti "tematici" di Andrea Camilleri, Carlo Lucarelli e Giancarlo De Cataldo, non nuovi a collaborazioni antologiche, è racchiusa - molto in sintesi - la storia della Giustizia italiana dall'Unità ad oggi, attraverso tre sue "fotografie", scattate in periodi diversi.

Il piccolo volume si legge velocemente ed è l'ideale da portare con sé in una gita al mare. I tre racconti danno l'idea dei percorsi dalla Giustizia italiana dall'Unità ad oggi.

E' divertente ed ironico il racconto di Camilleri, in cui il giudice Efisio Surra, appena giunto a dirigere un Tribunale in un paesino del Sud della Sicilia subito dopo il Plebiscito, si trova alle prese con la "Fratellanza", prima ancora che si cominciasse a parlare di "Maf(f)ia"; quello di Lucarelli racconta la storia di una giudice "ragazzina" che, incaricata di un'indagine apparentemente banale, "inciampa" per puro caso in trame di fondi deviati per loschi fini e diventa oggetto di ripetuti attentati (e con questo racconto siamo alle soglie degni anni Settanta). Infine, quello di De Cataldo, ambientato ai nostri giorni, intesse la storia di un Procuratore della Repubblica dei nostri tempi, idealista ed integgerrimo, nel suo confronto con il malaffare gestito dal livello politico che si incarna nel suo rivale/deuteragonista di sempre, sin dai tempi della scuola, e alle prese con il confronto interiore con il suo peggiore incubo.

I tre racconti sono di qualità diversa: solo quello di Camilleri possiede quel tanto di inconfondibile ironia e di divertissement che lo fa schizzare in alto nella classifica della piacevolezza. Più seriosi gli altri due, senza tuttavia impennate verso l'alto, ma egualmente significativi nel dare ciascuno un quadro sintetico - attraverso il proprio intreccio - del periodo storico preso in esame.

Sintesi del volume (dal risguardo di copertina). Il giudice Efisio Surra è catapultato da Torino a Montelusa, e con il suo candore e la sua tenacia vince la prima battaglia dell'Italia unita contro la Fratellanza, non ancora "Maffia". Un giudice ragazzina si trova di colpo ridotta in clandestinità, nel bel mezzo di una guerra senza esclusione di colpi, alla fine degli anni Settanta. Un procuratore duella da una vita con il molto spregiudicato sindaco di Novere, e da una vita perde: fino a quando non capisce che il duello non era ad armi pari. Tre grandi scrittori di oggi mettono al centro della loro osservazione la figura, carica di conflitti e tensioni, di chi ha scelto nella vita di amministrare la giustizia, per conto di tutti noi. E si collegano a una tradizione che va da Manzoni a Sciascia, da Dostoevskij a Kafka.

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5 ottobre 2011 3 05 /10 /ottobre /2011 08:00

le-belve-don-winslow1-large.jpgSi beve in un attimo questo nuovo romanzo di Don Winslow (Le belve, Einaudi, 2011. Titolo originale: Savages), che si pone come ulteriore capitolo di una sorta di trilogia di "frontiera" sul tema della spietatezza sulle vie del narcotraffico "new style" al confine tra Messico e California (USA), avviata con "Il potere del cane". "Le Belve" ha uno stile fulminante, con capitoli brevi, rapidissimi, a volte con una struttura fulminante di poche sillabe soltanto, capitoli haiku, quasi, e nel complesso permeato di un approccio narrativo zen.
C'è la contrapposizione tra il volto "buono" - se vogliamo "ludico" e gioioso - della produzione e del commercio di droga (quello gestito dagli inseparabili amici Ben e Chon,  con marihuana di prima scelta, idroponica, coltivata con amore e filosofia "biologica", ma nello stesso tempo con competenza) e quello cattivo, violento e predatorio, dei narcotrafficanti emergenti d'oltre frontiera.

Ben e Chon con la bella Ophelia (O), fidanzata di entrambi, rappresentano il volto new age e buonista della droga, mentre come loro antagonista viene a collocarsi un cartello di narcos messicani che vuole sovrintendere alla loro attività per necessità di estendere il proprio bieco potere, più che per fare lucro, e che - per sormontare il rifiuto (intollerabile) ad una "spontanea" collaborazione (accettare la quale - per Ben e Chon - sarebbe l'equivalente dell'aprire le porte a colonizzatori predatori e cattivi), rapiscono O, tenendola in ostaggio sotto costante minaccia di morte.
Ben e Chon (che, con le le loro caratteristiche di personalità, s'integrano perfettamente l'uno nell'altro: Chon predisposto alle azioni militari e concrete, Ben più contemplativo ed idealista) accettano apparentemente l'accordo imposto (non c'è via di uscita), ma, clandestinamente, prendono a darsi da fare per riprendersi O ed uscire da una situazione di incubo, diventando nei confronti dei Narcos come una specie di postmoderni Sundance Kid e Butch Cassidy (analogia intravista dallo stesso autore che, non a caso, cita il famoso film nel corso della narrazione).
Quello che attivano Ben e Chon è tutto un gioco rapido, fantasioso, ma veloce come un videogioco, ma è anche un gioco triste e violento (non ci sono alternative per battere i "cattivi").

I narcos, alla fine, saranno sconfitti, ma sarà - in verità - una sconfitta per tutti, sino alla malinconica conclusione.
Un romanzo che non delude.
Oliver Stone ha acquistato i diritti del romanzo e lo sta trasformando in film: staremo a vedere cosa ne verrà fuori.

 

Sintesi del romanzo

Ben e Chon sono amici per la pelle: un genio delle economie di scala e un prodigio di forza fisica e addestramento militare. Diversi, complementari, accomunati dalla stessa filosofia - vivi e lascia vivere - condividono tutto, inclusa Ophelia, la ragazza dei loro sogni. In California hanno creato un piccolo regno coltivando e smerciando un prodotto speciale: la miglior marijuana degli Stati Uniti. Ora, però, la loro remunerativa attività è finita nel mirino dei cartelli messicani. Che hanno un modo tutto loro di comunicare le proprie intenzioni: spedire un video nel quale mostrano la sorte riservata a chiunque non si conformi alla loro volontà. A Ben e Chon non restano che due alternative: incassare i dividendi e ritirarsi in buon ordine o don-winslow.pngaccettare la sfida in campo aperto e prepararsi a una battaglia senza esclusione di colpi, nella quale a essere in gioco non sarà solamente la loro impresa commerciale, ma la loro stessa vita. Ben e Chon, due personaggi avvolti da un insolito, accattivante alone di romanticismo. Loro due soli contro i grandi cartelli della droga. Una storia dal ritmo implacabile, piena di azione e colpi di scena. Un nuovo tassello della saga di confine inaugurata da "Il potere del cane".

 

Nota biografica su Don Winslow
Nato a New York, 1953, è cresciuto a Perryville, Rhode Island.
 
Ex investigatore privato, uomo di mille mestieri, è autore di undici romanzi, che lo hanno consacrato come nuovo maestro del noir.
Einaudi Stile libero ha pubblicato finora L'inverno di Frankie Machine (ultima edizione «Super ET», 2009), diventato un vero e proprio caso letterario, Il potere del cane e La pattuglia dell'alba (2010). Il suo Savages (Le belve, 2011) sta diventando un film di Oliver Stone.
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30 settembre 2011 5 30 /09 /settembre /2011 10:07

Il circo dei vampiri LaymonA volte, la narrativa rubricata come appartenente ad un genere specifico, viene fortemente penalizzata, nel senso che diventa oggetto di pregiudizi e esclusioni da parte di lettori che snobisticamente vogliono “letteratura” e non semplici forme di svago, intrattenimento, evasione.

Eppure, spesso anche se non sempre, il genere si affaccia – o addirittura entra trionfalmente – nel filone della grande letteratura. Questo assioma si può indubbiamente applicare a Il circo dei vampiri (in lingua originale: The traveling vampire show) di Richard Laymon (Gargoyle, 2011) , il cui incipit è nel segno della migliore narrativa horror, ma è anche altro: il lettore viene immediatamente calata in un'atmosfera degna di Stephen King o di Dan Simmons, dove sembra che tutto sia pigro e sonnolento e che niente degno di nota debba accadere. Eccone gli elementi base.

Grandville, una piccola cittadina americana USA, di stampo campagnolo, di poche centinaia di abitanti, dove sembra che non succeda niente, eppure succede di tutto e dove si intrecciano molte storie torbide.

Un luogo  - il "maledetto" il campo di Janks (a causa degli atti efferati che vi erano stati perpetrati in passato da un tale rispondente a questo nome), divenuto poi il campo di Fargus in un tentativo di addomesticamento - elemento inquietante e di attrazione primaria per i ragazzini del posto e delle zone vicine alla ricerca di brivido e di avventura, sulla base di una serie di storie eccitanti su questo luogo circolano relativamente a fatti e ad episodi inquitanti, se non anomali (ma forse, a parte la storia relativa a Janks, sono soltanto "leggende" campagnole, ma non è dato saperlo.

Tre ragazzi, in piena adolescenza e profondamente amici, alla ricerca del brivido trasgressivo e dell'avventura, come elemento di formazione e di "passaggio", Dwight (il narratore), Rusty e Slim (che, essendo donna, fa della "compagnia" una compagine mista, nemmeno fuori registro se si considera l'illustre esempio di IT di King).

Compaiono – ad interrompere la sonnolenza di un’estate che non passa mai – dei flyer strategicamente disposti sui pali della luce e agli angoli delle strade,  annuncianti l'arrivo di un "Circo di vampiri", in cui si esibirà (o sarà messa in mostra) la vampira Valeria e che si fermerà proprio nel luogo maledetto, dove rigorosamente da mezzanotte in poi, avrà luogo uno spettacolo.

Infine, il desiderio di andare alla ricerca di qualcosa: per esempio scoprendo cosa c'è dietro le quinte e se "Valeria" altro non è se non una mistificazione. I tre sono attizzati ancora di più, nel loro desiderio di scoprire e di sbirciare, dalla postilla secondo cui l'esibizione è riservata solo ai maggiori di 18 anni.

Cattivi presagi cominciano a concretizzarsi quando arrivati nel campo di Janks per una ricognizione preliminare, malgrado gli annunci, non c'è ancora traccia del Circo, così com’era stato annunciato nei flyer distribuiti in giro per il paese, mentre si fa loro incontro un cane macilento ed affamato, orbo di un occhio che, se pensiamo all'incontro dantesco con le tre bestie all'ingresso della "selva oscura" lascia solo presagire sventura.

Insomma, questi pochi elementi riuniti magistralmente con grande fluidità narrativa sono da soli sufficienti ad attivare nel lettore una sorta di craving, una vera e propria bramosia - nel voler andare avanti e scoprire cosa lo attende nelle pagine successive.

E ciò malgrado – o forse proprio a causa di ciò – della lentezza con cui si dipana la narrazione (tutta la vicenda si dipana nell’arco di un'unica giornata), con continue soste, flashback, pause e rallentamenti, in cui proprio quando sembra che stia accadendo qualcosa e si è con il fiato in sospeso, niente accade (rispetto all’irruzione del perturbante tanto attesa).

Il romanzo, per questo suo stile, si sviluppa come una lunga attesa, in cui gli elementi nuovi vengono dosati con il contagocce, come in un lungo e lento preliminare amoroso.

I tre protagonisti Dwight, Slim e Rusty (cui si aggiunge l’adulta Lee, che – pur dando delle garanzie di “supervisione” ai tre più piccoli – sembra essere assimilata al gruppo adolescenziale che i tre compongono), percorrono una via che è come una lunga, interminabile spirale, avvicinandosi con snervante lentezza (quell’immobilità sonnacchiosa della piccola provincia americana dalla quale tutti gli adulti – per vari motivi - sembrano essersi eclissati, salvo poi a comparire ma soltanto nella veste di sguaiati e libidinosi comprimari dello spettacolo) verso un punto focale, rappresentato dall’atteso spettacolo de Il Circo dei Vampiri, un’attesa che è avvolta in aura di inquietudine e di oscuri presagi che irrompono nella banalità del quotidiano, ma anche di eccitazione a stento dissimulata in cui le fantasie masturbatorie dell’adolescenza trapassano insensibilmente verso una sessualità matura, genitale.

In effetti, man mano che si va avanti, il lettore si chiederà più volte se lo spettacolo avrà mai luogo, ma andrà avanti egualmente, resistendo alla tentazione di andare a sbirciare nelle ultime pagine.

Piccoli ominosi presagi si accumulano: come se una presenza vagamente ostile e minacciosa aleggiasse attorno a loro senza mai appalesarsi.

E, mentre l’intreccio va avanti, si sviluppa in contemporanea una sottile linea di erotismo prima fantasticato soltanto, poi a poco poco espresso, quasi che la vicenda fosse si configurasse anche come percorso di iniziazione all’età adulta, alla sessualità agita (e non soltanto rappresentata in un vivido sogni ad occhi aperti: ciò che prima da una rigida educazione di provincia castigata e un po’ puritana era proibito, diventa accessibile e fruibile) e, dunque, in definitiva come cammino di formazione.

Ci sono dei momenti nella vita adolescenziale, sia nel gruppo sia nel singolo, in cui certi eventi agiscono come catalizzatori, facendo convergere di colpo assieme in un unico fascio diverse linee di sviluppo e favorendo la trasformazione e il passaggio ad una diversa stagione della vita (il che comporta anche la perdita di una “presunta” innocenza originaria).

La presenza di Rusty, amico di Slim e di Dwight, è funzionale a far “gruppo” adolescenziale, anche se il percorso “iniziatico” è una faccenda che sembra riguardare maggiormente gli altri due, più evoluti e meno impaniati nelle ingenuità del primo sviluppo: e, nello stesso Rusty, assume il ruolo di testimone e di quello che, con la sua immobilità evolutiva, si pone in un certo senso come pietra di confronto rispetto agli altri due (Dwight ancora “vergine” di tutto ciò che concerne il mondo e le sue asprezze; Slim, invece, già passata attraverso un suo personale - durissimo - “battesimo del fuoco”, è una sorta di "guida" perchè lei ha visto cose che non si possono raccontare e ciò nondimendo non ha perso la sua freschezza).

Intrecciati con la vicenda ambientata nel presente emergono ricordi di eventi passati che aprono delle parentesi narrative e che servono a costruire la “complessità" dei personaggi (come l’incontro con l’inquietante auto nera).

La storia procedono sino al finale, di cui - è ovvio – non si può dire nulla per non rovinare ai lettori il piacere della scoperta e della sorpresa.

Quello che conta è il piacere del percorso e del viaggio, che - come nella migliore narrativa horror - converge alla fine verso quel'agognato punto finale, in cui senza mediazioni irrompe il perturbante, lasciando il lettore e gli stessi protagonisti Slim e Lee, basiti e pronti, tuttavia a continuare la loro vita, portando con sé il segreto di una conoscenza inquietante, non senza doversi confrontare con alcune inevitabili perdite (i riti di passaggio di un tempo, che sancivano il passaggio all'età adulta, richiedevano forza e determimazione, e non tutti superavano le prove con cui erano chiamati a cimentarsi).

Richard Laymon dimostra di essere un esperto narratore, abile nell’intessere dialoghi sfaccettati e nel centellinare i colpi di scena, che in questo romanzo sfaccettato come un Bildungsroman, mostra di possedere una profonda conoscenza dei meccanismi dello sviluppo adolescenziale.

Peccato che altri suoi romanzi tradotti in Italiano e , a suo tempo, pubblicati, non sono attualmente più reperibili sul mercato.

Sarebbe auspicabile che la Casa Editrice Gargoyle li riprendesse, rendendoli nuovamente fruibili agli appassionati.

 

Vedi anche in questa pagina:

Il Circo dei Vampiri di Richard Laymon: un romanzo di genere che, sin dall'inizio, seduce il lettore

 

Rchard-Laymon.jpgSintesi del romanzo (dal risguardo di copertina)

È una torrida mattina d'agosto dell'estate 1963. Siamo a Grandville, nella rurale provincia americana, e a ogni albero e palo della luce lungo la statale è stato affisso un volantino che annuncia l'arrivo in città del Circo Itinerante dei Vampiri. L'attrazione principale - campeggia a caratteri cubitali sul manifesto - è la bellissima Valeria, l'unico esemplare vivente di vampiro ridotto in cattività. Per tre adolescenti del luogo, Dwight, Slim e Rusty, è molto più che l'evento dell'estate, è lo spettacolo del secolo. Nonostante i volantini proibiscano espressamente l'ingresso ai minorenni, i tre decidono di assistervi a qualunque costo, ignari di andare incontro a un orrore senza fine. Una storia di amicizia, di paura e di coraggio, di tentazione e passioni giovanili, che segnerà per sempre le vite di tre ragazzi per cui il circo non sarà mai più lo stesso.

 

Nota biografica

Richard Carl Laymon (Chicago, 14 gennaio 1947 – 14 febbraio 2001) è stato uno scrittore statunitense di romanzi horror. Cresce in California e si laurea in lingua inglese all'Università di Willamette, nell'Oregon. Lavora come insegnante, bibliotecario e segretario di uno studio legale, finché il successo dei suoi racconti lo spinge a diventare uno scrittore a tempo pieno.

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27 settembre 2011 2 27 /09 /settembre /2011 11:13

il-professore-Katzenbach.jpgIl Professore di John Katzenbach (Fazi Editore, 2011) è un romanzo che appartiene alla serie degli psycho-thriller, ma è anche un thriller cibernetico-internetico, nel senso che conduce il lettore nell'esplorazione del mondo dei siti web a pagamento che offrono immagini e filmati porno-pedofili o addirittura riprese dal vivo e mandate online in presa diretta.
Ho letto buona parte dei romanzi di Katzenbach: sempre corposi, anche quando sono brevi, nel senso che, essendo molto introspettivi nella psicologia dei personaggi richiedono una lettura attenta: e alcuni di essi, proprio per le loro qualità, sono stati trasformati in film.
In questo c'è un anziano docente universitario di psicologia, Adrian Thomas, alle prese con le fasi iniziali di un deterioramento senile tipo Alzheimer, che si ritrova ad assistere al rapimento improvviso di una ragazzina che cammina per strada.
Jennifer (è questo il suo nome, come apprendiamo dalla modalità di narrazione che sposta il vertice di osservazione da un personaggio all'altro) sta tentando con molta determinazione una fuga da casa, per allontanarsi da una situazione che non comprende e non accetta.
Adrian Thomas, alle prese con le sue solitudini e pregressi drammi familiari, nello stesso profondamente rattristato dall'annuncio inesorabile della diagnosi medica tanto da tentare di farla finita, decide di fare qualcosa per aiutare la ragazzina come se ciò fosse un modo per rendersi un'ultima volta utile, e a tal fine cerca di suscitare l'interesse della detective incaricata di indagare sulla scomparsa di Jennifer. Ad un certo punto, quando si rende conto he la detective, non lo prende troppo sul serio, decide di attivarsi anche per proprio conto, seguendo delle tracce scaturite dal suo intuito e dai suoi saperi antecendenti.
Mentre, a regolari intervalli, ogni tanto si aprono delle "finestre" che raccontano di ciò che accade a Jennifer e di ciò che fanno i suoi rapitori, abili registi di un programma online a pagamento e interattivo, del tipo tortura (in primis, psicologica), sesso e morte in diretta (con un chiaro riferimento ai cosidetti snuff movie, sulla cui esistenza tuttavia non esiste alcuna prova certa ed irrefutabile), Adrian non cessa di suscitare l'attenzione della detective Terry e si mette sulle tracce di loschi personaggi che possano dargli un qualsiasi esile appiglio per salvarla. Nella sua ricerca viene in contatto con un pornopedofilo, tale Tom Wolfe, che diventa il il suo personale "Virgilio" nella discesa nel mondo della pornografia interattiva in internet e delle perversioni online.
La sua ricerca forse alla fine sarà premiata e Jennifer, in extremis, sarà salvata.

Forse. Non è il caso qui di parlare del successivo evolversi della vicenda.

E' certo auspicabile il lieto fine: e magari sarà quello che Katzenbach regalerà ai suoi lettori. Ma potrebbe anche essere un lieto malinconico e che lascia in bocca un sapore amarostico.
Ciò che contaveramente è la definizione dei personaggi.
Il coraggio da eroina di Jennifer che, mostrando di possedere un elevato coefficiente di resilienza, trova di continuo dei trucchi mentali per resistere e non piegarsi, soprattutto alla tortura psicologica e al gioco della sopraffazione.
I dubbi e le perplessità della detective che oscilla tra lo scetticismo e l'habitus di attenersi ai fatti noti e provabili e le sensazioni più viscerali che sono quelle che Adrian cerca di trasmetterle.
Infine, la psicologia turbata di Adrian che, passando alternativamente dalle nebbie del deterioramento mentale alla lucidità, trova come suoi alleati e supporter i tragici fantasmi delle persone che ha amato (il fratello suicida, il figlio cineasta morto in Iraq in un azione di guerra e la moglie che, non reggendo al dolore, ha fatto schiantare la sua auto contro un albero): con loro attiva un dialogo che assume i toni della rassicurazione, dell'esortazione, dello scioglimento di dubbi, ma che lo riporta anche indietro al passato, aiutandolo ad affrontare e sciogliere i nodi irrisolti, ad elaborare i lutti, rimasti dentro di lui irrisolti.
Katzenbach figlio di una psicoanalista statunitense, mostra di conoscere in maniera profonda - come il nostro Niccolò Ammaniti, anche lui figlio di uno psicoanalista - i più reconditi meccanismi della mente umana e leggerlo, sicuramente, non delude mai, malgrado il pesante emesso da Stephen King sulla "pessima costruzione dei suoi dialoghi", letterari e mai rispettosi della cadenza e del suono del parlato reale.

Sintesi del romanzo
New England. In una piccola città universitaria il professore di psicologia Adrian Thomas, da poco in pensione e vedovo da tre anni, ha appena saputo di essere affetto da una rara forma di demenza degenerativa. L'unica via di scampo all'inesorabile decadimento che lo attende sembra il suicidio. Con la morte nel cuore il professore vaga per il quartiere, lo sguardo perso nella luce del tramonto, quando nota una ragazza di sedici Katzenbach_John_2.jpganni, i capelli biondo scuro, jeans e un vecchio parka logoro, che gli cammina accanto con passo svelto. Di colpo, da dietro l'angolo compare un furgone con una donna al volante e un uomo al suo fianco. Il veicolo frena, si ferma per un istante e riparte di nuovo: la ragazza è sparita. Adrian è spaventato. È stata solo un'allucinazione dovuta alla malattia o è appena stato testimone dì un rapimento? Ma il cappellino da baseball rosa della giovane è lì, sul marciapiede. E il senso di colpa per non essere intervenuto inizia a tormentarlo. La malattia gli consentirà di fare ciò che è giusto? Sarà in grado di ragionare con la lucidità necessaria per seguire le tracce della ragazza scomparsa? "Il professore" è un thriller psicologico originale e dal ritmo serrato che indaga a fondo sul significato della salute mentale e della sua pericolosa contiguità con la follia.

 

Nota bio-bibliografica

John Katzenbach (Princeton, 1950) è uno scrittore statunitense. Figlio di una psicoanalista e di un avvocato, si è laureato in letteratura anglo-americana nel 1972. Il suo primo romanzo venne pubblicato mentre era reporter del "Miami Herald", dove si occupava di cronaca nera. Nel 1987 divenne scrittore a tempo pieno con il romanzo che in Italia fu pubblicato con il titolo Facile da uccidere. In Italia i suoi libri sono editi dalla Mondadori.

Dal alcuni suoi libri sono stati tratti film di successo.

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24 settembre 2011 6 24 /09 /settembre /2011 15:56

gargoyle_i_vampiri_dell_11_settembre.jpgSubito dopo la tragedia dell'11 settembre e dopo l'esplosione di orrore mediatico alimentato dalla reiterazione delle immagini delle Twin Towers che si collassavano in una minacciosa nube di polvere grigio nero, fiamme e fumo, si fecero strada con vigore delle teorie complottiste, secondo le quali tutta l'azione nel suo sistema fosse il frutto di un artefatto, d'una messa in scena o che fosse stata in qualche modo "aiutata", a partire da considerazioni come l'elevatissima resistenza dei piloni portanti delle due Torri, la particolare fretta di rimuovere tutte le macerie (quasi a voler far sparire tracce di esplosivi e resti di ordigni piazzati ad arte), ma anche basandosi sulle incongruenze e i paradossi sul volo del terzo aereo, quello che "si sarebbe" schiantato sul Pentagono.

Le analisi complottiste presero le mosse proprio a partire dai misteri e dagli interrogativi senza risposta suscitati dal “terzo” aereo, quello schiantatosi contro il Pentagono e sicuramente più "periferico", da lì e non dall'evento "centrale" e altamente drammatico del crollo delle due Torri (che erano diventate, frattanto, il simbolo-icona di un attentato liberticida), forse perché il clamore patriottico suscitato dai fatti dell'11 settembre era troppo grande per poter andare a fondo con altre ipotesi senza subire un linciaggio morale ed essere tacciati di anti-americanismo.

I primi ad essere dati alle stampe furono due volumi uno scritto per intero dal pubblicista Thierry Meyssan, L'incredibile Menzogna. Nessun aereo è caduto sul Pentagono (pubblicato in Italia per i tipi della Fandango, 2002) e l'altro - sempre curato dallo stesso Meyssan - Il Pentagate. Altri documenti sull'11 settembre (Fandango, 2002) Successivamente altre fonti autorevoli ripresero - in maniera estensiva e più politologica - la tesi del complotto ordito da servizi segreti deviati (ventilata anche negli scritti dell’autorevole Noam Chomski) con una serie di importanti contributi, tanto da arrivare alle stampe di due volumi contrapposti - entrambi pubblicati in Italia da Piemme - che fanno da contraltare l'uno all'altro, poiché illustrano le due facce della stessa medaglia, rispettivamente Zero. Perchè la versione ufficiale sull'11/9 è un falso (AA.VV, a cura di Roberto Vignola) e 11/9. La cospirazione impossibile (AA.VV., a cura di Massimo Polidoro), entrambi i volumi pubblicati nel 2007.

La diatriba tra le due tesi opposte non si risolverà mai, ovviamente, anche se i fautori del "Grande Complotto" che sarebbe teso a stabilire un Nuovo Ordine Mondiale in cui le leve del potere, per il tramite di governi fantoccio, sono nelle mani dei spregiudicati affaristi delle multinazionali, più o meno massoniche, sono tanti e non si arrendono tanto facilmente nelle loro argomentazioni.

La verità non si saprà mai: questa è la conclusione cui attenersi, anche se il critico attento rimarrà sempre attratto dalle incongruenze rilevate nella sequenza dei fatti, nei giorni e nelle settimane che hanno fatto seguito al presunto attacco terrorista.

Tuttavia, anche se non dovessero resistere ad una critica serrata, le teorie complottiste rimarranno sempre come espressione suggestiva di un modello alternativo di pensiero che propone un corso degli eventi diverso sul quale con facilità possono innestarsi miti e leggende, come - ad esempio - quella inquietante e supportata da molti testimoni oculari - dell'immagine di un volto satanico che comparve nella cortina di fumo sprigionato dalla fiamme del World Trade Center.

Dal fumo scuro che si alzava copioso dal World Trade Center erano visibili i tratti di un volto - occhi, naso, bocca e barba - che in molti hanno riconosciuto come quello di Satana, e poco dopo come quello di Osama bin Laden (da 11 settembre. Leggende di guera,Paolo Toselli, Avverbi Edizioni, 2002, p.68).

Autore della foto tanto discussa fu un fotoreporter professionista, certo Mark Phillips, che poco la pubblicazione delle foto (a quanto pare lui era ignaro dell'artefatto) ricevette migliaia di mail e nel suo sito web circa due milioni di viste da utenti che cercavano di sapere se egli avesse falsificato le foto.

La risposta che lui diede invariabilmente, fu "No", dato che senza avere il tempo di compiere alcuna azione di “imbellettamento”, aveva inviato alle agenzie di stampa l'intera sequenza di foto subito dopo gli scatti.

Bastò questo (l'esclusione dichiarata di una manipolazione ad arte), perché l'opinione pubblica si dividesse tra chi prese a considerarlo un messaggero del demonio e chi invece uno prescelto da dio (ib.)

Il romanzo I vampiri dell’11 settembre, per i tipi della Casa Editrice Gargoyle, 2011 (titolo originale: The Vampires of 9/11 - Book Two of a Trilogy), prende le mosse proprio dal manifestarsi di strani e inquietanti fenomeni nel luogo del crollo e, poi, in eventi pubblici correlati o implicanti personaggi di spicco della intelligentsia politica del Governo Bush.

Con questo volume si chiarisce meglio il progetto di Clanash Farjeon che, iniziato con il romanzo I vampiri di Ciudad Juarez, è – al di là della fiction – quello di mettere in scena una denuncia molto circostanziata degli intrighi politici che stanno dietro le apparenze. Come indubbiamente lo fu a suo tempo il film di Stanley Kubrick, Il Dottor Stranamore (Doctor Strangelove), I vampiri dell’11 settembre si può considerare – a pieno titolo – un romanzo di horror fantapolitico – seppure, per la sua complessità, potrebbe sfuggire a qualsiasi etichettatura – o secondo altri un “horror di protesta”.

Protagonista della vicenda, che si sviluppa alcune settimane dopo la tragedia delle Twin Towers, è nuovamente Michael Davenport, reporter per conto della rivista britannica Enigma, che si occupa di fatti preternaturali e inspiegabili, alla ricerca della convalida di prove per una loro confutazione.

Dopo la frastornante avventura in Messico, a Ciudad Juarez, il giornalista sassone viene nuovamente inviato in America, questa volta a New York, per indagare su alcuni strani fenomeni apparentemente paranormali che si sarebbero manifestati subito dopo l’11 settembre, ossia: fantasmagoriche apparizioni/trasformazioni del Vicepresidente USA Richard Cheney e di altri personaggi politici che assumono vampiresche e mortifere fattezze con una frequenza via via crescente e con il conseguente allargarsi di testimoni. Queste visioni arrivano a essere oggetto di servizi televisivi dai risvolti imprevedibili: i volti dei quattro presidenti statunitensi Washington, Jefferson, Lincoln e Teddy Roosevelt scolpiti nella pietra di Monte Rushmore, per esempio, mutano nelle effigi di Cheney (il Vice-presidente), di Rumsfeld (Ministro della Giustizia e principale artefice del liberticida Patriot Act), di Kissinger (guerrafondaio dietro le quinte, per quanto insignito del premio Nobel per la pace) e di Condoleezza Rice (Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Bush Jr) – ritenuti da Farjeon le animacce nere della teoria del complotto – sino alla messa in scena d’una vera e propria danse macabre, in occasione di un’importante partita di baseball in cui Bush Jr in persona deve esibirsi in un primo lancio inaugurale.

Nella sua indagine, Michael viene a contatto con una serie di personaggi altolocati che gli svelano cosa si è mosso e cosa si stia muovendo dietro le quinte; nello stesso tempo viene attenzionato dai servizi segreti deviati, perché implicato nei fatti di Ciudad Juarez che avevano rappresentato una sorta di suggello complottista internazionale e di connivenze tra le mafie, i cartelli del narcotraffico e il governo USA.

I vampiri dell’11 settembre è un testo godibile, divertente, con molteplici incursioni nel terreno della fanta-politica nella letteratura e nella cinematografia (il citato film di Kubrick in cui Dr Strangelove, con un passato di scienziato nazista, ora al servizio dei bellicosi e guerrafondai americani, satireggia Kissinger).

Compaiono tutti i personaggi della scena politica statunitense, di cui alcuni della corte di Bush, altri più nell’ombra, i quali  –  di maggior durata longitudinale da un governo all’altro – sono quelli hanno deciso la vera linea di sangue e di dominio: tutti sono disegnati a tinte cupe e, nello stesso tempo, caricaturali. Bush figlio viene raffigurato come un povero mentecatto, un burattino stralunato, nelle mani di abili manipolatori e del losco Vice-presidente Cheney; Condoleezza Rice, come una donna affamata di sesso che, assieme ad altri potenti, ama indulgere in rituali “neri” e farsi il bagno nel sangue; Henry Kissinger, come un guerrafondaio, abile manipolatore e pervertito, con tutti gli inevitabili sipari di associazioni segrete e logge massoniche che dall'ombra governano e comandano. 

Il pensiero di Farjeon sui fenomeni paranormali e sulle strane e vampiresche apparizioni si espliciterà nel prosieguo del romanzo, man mano che Michael avanza nella sua indagine, entrando vieppiù nell’intrigo politico, con le sue propaggini spionistiche e malavitose.

Uno degli interlocutori del reporter inglese – tentando di abbozzare una spiegazione plausibile all’incredibile corso degli eventi – formula una ridefinizione dei fenomeni:

“Sono fenomeni transumani”.

“Come le percezioni extrasensoriali, un’azione a distanza, il cosiddetto ‘paranormale’?”

“Ovvio. Transumano, ma con cause umane”.

“La pressione sottocutanea di un incontenibile senso di colpa che spinge come pus da un foruncolo” (p. 202).

La natura del paranormale diventa, quindi, espressione del senso di colpa provato dai veri artefici del crollo delle Torri Gemelle, il cui epilogo sarà una improbabile catarsi finale (espressione di una propensione autorale al metaforico-allegorico)  che porta il lettore al transitorio scioglimento della vicenda, in attesa del terzo volume della trilogia.

Come sempre in tutte le opere proposte da Gargoyle, è molto ricco l’apparato di note che correda ciascun capitolo, in modo tale da dare al lettore non di cultura anglo-americana tutta una serie di delucidazioni sui personaggi reali che sono stati assunti dall’autore per fare da caratteri della sua fiction e sui fatti storici e di cronaca, recente o remota.

Ciò consente un approccio colto alla fruizione del romanzo, rendendo possibile al lettore curioso una serie di approfondimenti tematici e accrescendo la godibilità del testo.

 

Sintesi del romanzo (dal risguardo di copertina).

Alcune settimane dopo l'orrore dell'11 settembre Michael Davenport, un giornalista inglese che lavora per la rivista Enigma, fa ritorno in America per la prima volta dopo aver rischiato di perdere la vita per seguire un'oscura pista che lo ha portato a trovarsi nel bel mezzo della guerra della droga a Ciudad Juarez, la cittadina messicana di confine con il più alto tasso mondiale di sparizioni e misteriosi decessi. Il suo capo lo ha incaricato di condurre accertamenti su una notizia riportata da Al Jazeera, e Michael si ritrova ben presto ossessionato dalla storia di due operai - tra i tanti ad aver prestato i soccorsi dopo il disastro delle Twin Towers -, i quali sostengono di aver assistito a una sconcertante visione emersa dalle macerie di Ground Zero, 26 giorni dopo il crollo. È stata probabilmente un'allucinazione, il miraggio di due menti sovraffaticate, nulla più di una spirale di fumo o di uno scherzo di cattivo gusto. Tuttavia, anche se estremamente improbabile, sussiste la tenue possibilità che si tratti di qualcosa - o di qualcuno - che ha a che fare con il soprannaturale... Più Michael investiga, più le apparizioni si intensificano diventando via via più bizzarre e incredibili. Il percorso dell'indagine vedrà infine il giornalista approdare alla Casa Bianca, dove incontrerà ancora una volta Laura Bush, contribuendo, forse, a cambiare il corso della Storia...

 

Nota bio-bibliografica dell'Autore

clanash-farjeon.jpgClanash Farjeon e' l'anagramma dell'attore britannico Alan John Scarfe.

Nato nel 1946, si trasferisce ancora bambino in Canada. Formatosi all'Università britannica della Columbia e all'Accademia di Arte Drammatica di Londra, è conosciuto soprattutto come fine interprete del teatro classico - Marlowe (Faust) Shakespeare (Bruto, Amleto, Otello, Iago, Re Lear, Prospero Faust), Cechov (lo zio Vanja), Strindberg, Pirandello, Brecht, Beckett, Williams, Osborne, Pinter - ma e' anche autore di diverse regie teatrali.

Ha recitato in piu' di quaranta film e in innumerevoli serie TV, tra cui Star Trek: Voyager e Star Trek: The Next Generation, in quest'ultima accanto alla moglie Barbara Macza, in arte March, attrice di origini polacche, anch'essa di formazione teatrale.

La coppia ha due figli, Jonathan, attore, e Tosia, cantante d'opera con la passione per il rock. Nel 2003, Scarfe ha pubblicato il suo primo romanzo, A Handbook For Attendants On The Insane, che Gargoyle ha riproposto nel 2008 con il titolo de Le memorie di Jack Lo Squartatore, incontrando un ottimo successo di lettori e di critica.

The Vampires of Ciudad Juarez è  il primo capitolo di una trilogia che Gargoyle ha pubblicato nel 2010, seguito ora da I Vampiri dell'11 settembre.

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16 settembre 2011 5 16 /09 /settembre /2011 11:10

La-vita-e-una-prova-d-orchestra-Elena-Loewenthal.jpgLa vita è una prova d'orchestra (di Elena Loewenthal, Einaudi 2011) è una struggente meditazione sulle esistenze che si spengono nella nostra modernità ipertecnologica, in cui una Sanità disorientata manitene in vita, accudisce, diagnostica e somministra farmaci, ma che spesso, così facendo, relega gli ammalati terminali, quelli affetti da patologie degnerative e cronicizzanti, i comatosi e quelli che riemergono dal coma, con gravi ed irreversibili deficit neurologici in un limbo senza storia e senza speranza.

Eelna Loewenthal è vissuta per quasi un anno a contatto con queste realtà e dalla sua esperienza è scaturito un vero vademecum per chi vuole vedere il volto nascosto della cura, quello fatto di maliconie, di smacchi, di "disattenzioni" alle storie degli altri, ridotti a numeri e a diagnosi, spesso privati (del tutto involontariamente) dello statuto di persone.
Ho letto questo libro con molta malinconia e tristezza, perchè ha alimentato capitolo per capitolo, paragrafo dopo paragrafo le mie personali riflessioni sulla malattia, sul declino e sulla morte.

Ci è voluto coraggio per andare avanti nella lettura proprio per le risonanze interiori che suscitava in me. Come è spiegato in prefazione, l'autrice partendo da una sua diretta esperienza di osservazione, racconta di casi e di situazioni che preferiremmo tenere sempre al margine della nostra coscienza: cioè tutto quantoattiene alle esistenze liminari di coloro che sono colpiti da malattia gravi ed incurabili, oppure fortemente cronicizzanti (ed invalidanti), oppure semplicemente da quella "malattia" insanabile ed inemendabile che è, al giorno d'oggi, la vecchiaia con quel carico di isolamento e di marginalizzazione - rispetto ai flussi produttivi - che comporta.

Ci sono molto dolore e molta sofferenza nelle pagina della Loewenthal, ma anche un pizzico di speranza nel fatto che, grazie ai molti che con dedizione si occupano di queste esistenze al limite, qualcosa possa migliorare nella loro qualità di vita, anche se spesso c'è ben poco da fare, se non esssere accompagnatori e testimoni di questi molteplici declini. La cosa più temibile che implica il vivere un'esistenza al limite è la cancellazione della propria identità e l'oblio della propria storia che non può essere più ne racconta, nè ascoltata, né ridetta. Infatti, l'unica speranza di vita (pur nel confronto con la morte) è quella di scoprire le "storie" che stanno dietro a ciascun declino: la storia individuale è la via di uscita dalla omologazione, poichè rappresenta sino all'ultimo il salvagente a cui l'ammalato o l'anziano da cui la vita fugge via possono aggrapparsi per non essere trascinati verso la cancellazione del proprio esistere e dell'essere esistiti.

Credo che lo sforzo della Loewenthal sia stato proprio quello di ridare vigore e dignità a queste esistenze devitalizzate.

"Per più di un anno ho frequentato ospedali e sale d'attesa, case dove vivono malati, istituti d'ogni sorta. Ho indossato un camice da volontaria e sono entrata in silenzio nel mondo della malattia: leucemie, traumi cranici, rianimazione, dialisi, pronto soccorso... È stata un'esperienza forte e dolce al tempo stesso, in cui puntualmente, parlando con i malati, ascoltandoli o anche soltanto lanciando un'occhiata nelle stanze d'ospedale, a un certo punto scattava un processo d'immedesimazione potente e inevitabile: ho davanti un malato, ma anche me stessa. E così, per me si è a poco a poco dissolto quel confine invisibile ma nettissimo che separa il mondo "normale" e benestante da quello di chi convive con la malattia. La nostra modernità fatta di benessere ha del resto rimosso la malattia da dentro di sé, l'ha "isolata" in quell'altro mondo che sembra non esistere, finché non lo si incontra. "La vita è una prova d'orchestra" racconta alcuni luoghi e alcune storie di questo mondo, attraverso l'invenzione ma a stretto contatto con la realtà."

Elena-Loewenthal.jpgElena Loewenthal (Torino, 1960) è narratrice e studiosa di ebraistica. Nel corso degli anni ha tradotto e curato molti testi della tradizione ebraica e d'Israele. Tra i suoi numerosi saggi: Un'aringa in Paradiso. Enciclopedia della risata ebraica (Baldini e Castoldi 1997), L'ebraismo spiegato ai miei figli (Bompiani 2002), e Scrivere di sé (Einaudi 2007). Ha inoltre pubblicato i romanzi Lo strappo nell'anima (Frassinelli 2002), Attese (Bompiani 2004), Dimenticami (Bompiani 2006), Conta le stelle, se puoi (Einaudi 2008 e 2010) , Una giornata al Monte dei Pegni (Einaudi 2010), Un'aringa in Paradiso (2011) e La vita è una prova d'orchestra (2011). Per Einaudi ha curato il volume Haggadah. Il racconto della Pasqua (2009). Insegna Cultura ebraica alla Facoltà di Filosofia dell'Università Vita e Salute San Raffaele di Milano e scrive sulla «Stampa».

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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