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2 maggio 2026 6 02 /05 /maggio /2026 07:17
Il luogo dei personaggi letterari (immagine generata da Meta AI)

Ho immaginato un luogo
in cui stanno tutti i personaggi dei libri
letti e non letti

Sandokan
Edmond Dantès
Jean Valjean
Il Gobbo di Notre Dame
Il Fantasma del Palcoscenico
Arsène Lupin
Rouletabille
Fantomas 
Harry Hole
Theo Decker
Il Conte Dracula
Frodo
Il Capitano Nemo
Odisseo
Melchor Marìn
Lestat
Ben Hur
(...)
Tutti ci sono, proprio tutti, 
anche quelli che non ho menzionato
E sono tantissimi,
anche quelli di epoche lontane
e appartenenti al mito

Se ne stanno lì,
una folla smisurata,
alcuni silenti,
altri chiassosi,
ognuno secondo la propria natura

Vivono di una vita propria
Ogni tanto interagiscono 
l’un con l’altro,
formando improbabili coppie e terzetti
Ogni tanto li pensiamo
Ogni tanto li chiamiamo
ed essi si rallegrano 
nel sentire la nostra attenzione
puntata su di loro

Talvolta, vengono a noi
nei sogni 
e ci parlano
Oppure ci raccontano storie
ancora non scritte

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17 aprile 2026 5 17 /04 /aprile /2026 06:40
Dean R. Koontz, Visioni di morte, Sperling&Kupfer

Ho appena finitao la lettura, assolutamente avvincente, di "Visioni di morte" (titolo originale The Vision, 1977, pubblicato da Sperling&Kupfer nel 1994)), un thriller paranormale (o anche sovrannaturale) di Dean R. Koontz, incentrato sul tema della chiaroveggenza e dell'importanza dei traumi passati nel determinare o rimodulare alcune facoltà psichiche.
Il romanzo appartiene alla prima produzione di Dean R. Koontz,, che si sviluppò nell'arco di un decennio a partire dalla fine degli anni Sessanta e per tutti gli anni Settanta, quando scriveva e pubblicava, utilizzando diversi pseudonimi, con una produzione più orientata verso il genere horror pulp (ciò evidente nel fatto che tutti i romanzi di quel periodo sono di dimensioni contenute, a differenza di quelli cronologicamente successivi, quando Koontz era passato agli onori delle edizioni hard cover).
Pur essendo questo romanzo un'opera giovanile, la scrittura e l'intreccio sono ottimi e per di più supportati per noi che leggiamo in Italiano dall'ottima traduzione di Vittorio Curtoni.
E' la storia di Mary che, a seguito di gravi psico-traumi subiti nell'infanzia (e di cui non ha memoria, a causa di una forte rimozione resistente a qualsiasi tentativo di riportare a galla il materiale rimosso), è divenuta chiaroveggente ed è in condizione di rivelare dettagli di fatti sangue già accaduti o prossimi ad accadere.
Sfrutttando questo suo "dono", Mary ha scritto molti libri che le hanno dato notorietà e si trova a tenere delle conferenze su questi temi, ma - soprattutto - viene frequentemente consultata dagli apparati investigativi delle polizie dei diversi stati USA per risolvere dei crimini violenti (e, talvolta, anche per cercare di prevenirli).
Nel perseguire questa attività si va avvicinando sempre di più alla cittadina che le ha dato i natali e qui cominciano a verificarsi dei fatti inspiegabili, come il ricorrere di visioni sempre più vivide e di fenomeni poltergeist apparente rivolti contri di lei e contro le persone che le stanno vicino.
Mary, anche con l'aiuto del suo terapeuta, si rende conto che si sta avvicinando sempre di più ad un nucleo di verità profondo, perturbante anche, con il quale un confronto si rende sempre più ineludibile.
Il romanzo viaggia veloce verso una risoluzione (con uno svelamento finale che qui non si può dire, in una narrazione che si fa sempre più incalzante.
Vi è una riflessione profonda, come spesso capita anche in altri romanzi di Koontz, sull'origine del Male e sul fatto che certi individui, in mancanza di tutti gli elementi descritti dai sociologi come favorenti l'attitudine al crimine, sono intrinsecamente votati ad esso, per loro profonda ed ineludibile natura.

 

(Nota editoriale retro di copertina) All'età di sei anni, Mary ha subìto pesanti sevizie e per poco non è stata assassinata. La terribile esperienza le ha però lasciato il dono della chiaroveggenza, che lei ha sempre utilizzato per aiutare la polizia in complicate indagini. Ma quando una catena di efferati delitti insanguina la città dove vive, Mary ha l'agghiacciante premonizione che il maniaco omicida non solo sia il suo antico persecutore, ma che stia inseguendo proprio lei. 
Ha inizio così una lotta all'ultimo respiro fra l'inerme donna e il suo crudele carnefice...

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14 aprile 2026 2 14 /04 /aprile /2026 13:40

Un romanzo che narra con misura perfetta l’iniziazione alla vita e alla morte di due bambini investiti dalla furia della guerra.

Adelphi

Boyer, Giochi proibiti, Adelphi

Ho letto recentemente il breve romanzo "Giochi proibiti" (Jeux Interdits, nella traduzione di Maurizio Ferrara), pubblicato da Adelphi (collana Fabula), nel 2022.
Il suo autore, François Boyer, è un esempio affascinante di come si possa arrivare al successo seguendo percorsi tortuosi: questo suo capolavoro, nacque inizialmente come sceneggiatura che venne rifiutata, per diventare un romanzo di successo negli Stati Uniti; solo allora tornò sul grande schermo con la regia di René Clement e la splendida colonna sonora con le musiche di Narciso Yepez,  per poi vincere un Oscar.

Giochi proibiti è un piccolo romanzo in cui si narra di eventi che accadono presumibilmente al tempo della guerra nel tempo dell'occupazione della Francia da parte dei Nazisti.
La guerra è nello sfondo, non irrompe in maniera diretta, ma soltanto mediata attraverso il personaggio della bimba protagonista che viene lasciata indietro nel corso di una marcia forzata (presumibilmente finalizzata alla deportazione) di un gruppo di ebrei (e questo si deduce,. del pari, solo indirettamente).

Paulette, la bimba protagonista è traumatizzata dagli eventi terribili di cui è stata testimone e cerca di superare ciò, attraverso un'attenzione speciale al proprio cagnolino che le muore tra le braccio e cui vorrebbe dare sepoltura e tutto ciò si traduce - con il supporto del suo coetaneo Michel che si sente attratto da lei e dalla sua "innocenza" in un'attenzione alle piccole creature morenti e morte e alle croci (del cui simbolismo, essendo ebrea, ha una totale ignoranza).
E' una lettura delicata e fortemente iconica al tempo stesso, in cui si affrontano i grandi temi del dolore, della perdita, dell'elaborazione del lutto e il dramma della guerra, ma anche il confronto con il Male, attraverso il vertice di osservazione dell'infanzia.
Un confronto con questi temi, il loro, serrato nella quasi totale indifferenza degli adulti, se non nella loro assenza.



 

Francois Boyeur

(Risvolto) Nel luglio del 1947 giunge nelle librerie francesi come un meteorite una sorprendente opera prima, del tutto estranea — benché a farle da sfondo sia l’invasione nazista — ai canoni imperanti della littérature de guerre di quegli anni. In Giochi proibiti, infatti, il conflitto vive unicamente nei gesti selvatici e scontrosi, negli impenetrabili occhi grigi di una bambina di nove anni, Paulette, cui le incursioni aeree hanno strappato padre e madre. E nella incantevole grazia, nel berretto nero calcato sulle orecchie, nelle rabbiose collere subito sciolte in pianto di Michel, il suo compagno di giochi.
Giochi attraverso i quali Paulette e Michel, abbandonati a sé stessi da adulti inebetiti dal lavoro nei campi, ottusi e violenti, da grotteschi uomini di fede, affrontano insieme l’immane compito di farsi una ragione del Male e di elaborare il lutto della loro infanzia. Ignorato dalla critica e dai lettori e poi scavalcato dal successo della trasposizione filmica di René Clément, questo romanzo, che narra con misura perfetta l’iniziazione alla vita e alla morte di due bambini investiti dalla furia della guerra, si impone oggi più che mai per l’audacia di Boyer, per il suo sguardo insieme feroce e compassionevole – e per il radicale rovesciamento di prospettiva che suggerisce.

L'autoreFrançois Boyer (30 marzo 1920 – 24 maggio 2003) è stato un romanziere e sceneggiatore francese, celebre soprattutto per aver scritto il romanzo Giochi proibiti (Jeux interdits, 1947), da cui è stato tratto l'omonimo film vincitore del Leone d'oro a Venezia e candidato al Premio Oscar.

Giochi proibiti (un'immagine del film)

Giochi proibiti (Jeux interdits) è un film del 1952 diretto da René Clément, vincitore del Leone d'oro al miglior film alla 13ª Mostra del cinema di Venezia, tratto dal romanzo “Les jeux interdits” di François Boyer (pubblicato da Adelphi in traduzione italiana nel 2022)
«La vera protagonista di Giochi proibiti è per me la guerra»
In un primo momento René Clément avrebbe voluto realizzare, ispirandosi al romanzo, un cortometraggio dal titolo “Croix en bois, croix en fer” che avrebbe dovuto far parte di un film ad episodi sul tema "I bambini e la guerra". 
Dopo aver scoperto l'interesse che suscitava la parte del film già girata e per consiglio di Jacques Tati, decise di completare il film per realizzare un lungometraggio.
Durante la seconda guerra mondiale l'aviazione tedesca mitraglia le masse di profughi che si allontanano da Parigi che sta per essere occupata dai tedeschi. La bambina di cinque anni Paulette perde i genitori e il suo cagnolino durante un attacco aereo. La piccola vaga sperduta sino a quando incontra Michel Dollé, un piccolo contadino di undici anni, che la porta nella casa dei suoi genitori. Paulette si affeziona a Michel come a un fratello maggiore e i due, che hanno avuto la triste esperienza di vedere molte sepolture, per gioco iniziano a costruire un piccolo cimitero per gli animali presso il mulino dove hanno sepolto il cagnolino di Paulette. Per dare un aspetto più simile a un cimitero reale rubano le croci dalle tombe del camposanto locale scatenando le ire degli adulti. Michel è punito e Paulette è affidata alla custodia di una volontaria della Croce Rossa dalla quale scappa subito perdendosi tra la folla per cercare Michel.
Il film vinse poi il Leone d'oro al miglior film alla 13ª Mostra del cinema di Venezia, il BAFTA al miglior film e l'Oscar al miglior film straniero.

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2 aprile 2026 4 02 /04 /aprile /2026 06:48

Una mia lettura di questi giorni,
perfettamente calzante,
dati i tempi che corrono

Maurizio Crispi (4 marzo 2026)

Il Bazar atomico (foto di Maurizio Crispi)

Mi sono ritrovato a leggere nei giorni scorsi, proprio in concomitanza dell'attacco all'Iran da parte di USA e Israele per stoppare il temuto accesso alla bomba atomica da parte del regime degli Ayatollah, una riedizione nei tascabili Adelphi (Gli Adelphi, 2025) di una brillante inchiesta giornalistica di William Langewiesche, Il bazar atomico (The Atomic Bazaar. The Rise of the Nuclear Poor, nella traduzione di Matteo Codignola), già pubblicato da Adelphi nel 2007 (ed ora anche nella collana Gli Adelphi, 2025).

L'autore prende in considerazioni quali sono le possibili vie dell'uranio dai paesi che ne posseggano delle riserve cospicue che non vengono sorvegliate con tutte le cautele e nello stesso tempo esamina quali possano essere i percorsi per avviare degli impianti per l'arricchimento dell'uranio allo scopo di ottenere quei quantitativi di uranio necessari per costruire un arsenale atomico che dovrebbe spaziare tra armi tattiche ed armi strategiche.
Da questo punto vista trampolino di lancio dovrebbe essere la costruzioni di centrali termonucleari per la produzione di energia elettrica, dal momento che le tecnologie per la produzione di uranio arricchito sono sostanzialmente identiche, solo che ai fini della costruzione di armi atomiche l'arricchimento dell'uranio dovrebbe essere in percentuale di gran lunga maggiore. 

Assieme all'autore percorriamo questi diversi scenari, per poi soffermarci molto sul Pakistan e sulle vicende che hanno portato questo stato a dotarsi della bomba atomica, con il ruolo cardine svolto da un personaggio di rilievo che Abdul Qadeer Khan (1936-2021), fisico e ingegnere metallurgico pakistano, considerato il "padre" della bomba atomica di questo paese, che ha sviluppato il programma nucleare del Paese negli anni '70 e '80, creando la rete di arricchimento dell'uranio, ed è stato una figura controversa, venerata in patria come eroe nazionale e accusata in Occidente di proliferazione nucleare e di irradiazione della tentazione del nucleare ad altri paesi al di fuori del Trattato di Non Proliferazione.

Ed ecco come conclude l’autore: “Forse, con un’azione di prevenzione capillare da parte dei governi, un attentato atomico si potrà scongiurare, ma nessuna tattica impedirà a chi lo voglia di costruirsi un arsenale nucleare. La Corea del Nord, l’Iran, forse la Turchia, l’Arabia Saudita, il Brasile-di tanto in tanto questo o quel paese potrà essere persuaso ad accantonare i propri programmi, ma a lungo andare nessuno si fermerà. Per quanto riguarda l’America, e al netto del risentimento post coloniale, la lezione che arriva dal Pakistan non è un invito ad abbandonare la diplomazia della non proliferazione, ma un’esortazione ad accettare la realtà parallela di un mondo in cui molte nazioni posseggono l’atomica, e alcune sono pronte a usarla" (ib. p. 182)


Una lettura che oggi è diventata tragicamente indispensabile

«Il mondo qui descritto è sconcertante. È il mondo del commercio clandestino di uranio, della connessione del traffico di droga con l’atomo e il terrorismo, delle possibili fabbricazioni artigianali e per così dire domestiche di ordigni nucleari rudimentali e sporchi, ma efficaci e devastanti» (Giuseppe Galasso)

«Un resoconto spassionato e devastante della recente storia nucleare del pianeta. In tempi dominati da un quarto potere mendace e irrazionale, la lucidità e l’obiettività di Langewiesche fanno di questo libro una lettura fondamentale». (Zadie Smith)

(Risvolto I edizione Adelphi) Dal mattino del 6 agosto 1945 il mondo sa che una guerra nucleare è possibile. Chiunque è in grado di immaginare come verrebbe combattuta, e anche con quale verosimile esito. Ma dopo gli eventi del 1989, e più ancora del 2001, al terrore di bombardieri strategici e missili intercontinentali se ne è sostituito un altro, più paralizzante ancora: l'idea che qualcuno, in un posto e in un momento qualsiasi, possa fare qualcosa. A capire chi sia davvero in condizione di fare che cosa è dedicata questa indagine di Langewiesche, che parte dal cuore incandescente dell'esplosione su Hiroshima, attraversa le città segrete dell'ex Unione Sovietica, dove sono tuttora custodite (non sempre il verbo è appropriato) migliaia di testate e tonnellate di uranio, esplora le strade del contrabbando anche nucleare che segnano le montagne del Caucaso, per approdare a due luoghi diversi, ma ugualmente inquietanti: il lago proibito che fornisce di acqua potabile Rawalpindi, dove negli anni Settanta A.Q. Khan - lo scienziato che trafugò i segreti nucleari dell'Occidente, consentendo al Pakistan, alla Corea del Nord e all'Iran di armarsi - era libero di andare in barca a vela, e lo studio di Francoforte dove un oscuro ricercatore americano, Mark Hibbs, elabora tutte le informazioni sul nucleare disponibili, per poi riversarle in articoli riservati a pochissimi specialisti e ai servizi di informazione di ogni paese.

 

William Langewiesche

L'autoreWilliam Langewiesche, nato nel 1955, a Sharon (Connecticut),  è stato un giornalista, saggista e antropologo statunitense. Dopo essersi laureato in antropologia nel 1977 all'Università di Stanford e aver intrapreso una breve carriera di pilota di aeromobili, si dedica alla scrittura. I suoi reportage sono riconducibili al genere del giornalismo d'inchiesta. Tra le opere pubblicate in Italia per Adelphi, American Ground (2003), La virata (2006), Il bazar atomico (2007), Esecuzioni a distanza (2011).

Il Bazar Atomico. Una brillante inchiesta giornalistica di Langewiesche, quanto mai attuale, sull'ascesa del Nucleare tra i "Poveri" del mondo
Il Bazar Atomico. Una brillante inchiesta giornalistica di Langewiesche, quanto mai attuale, sull'ascesa del Nucleare tra i "Poveri" del mondo
Il Bazar Atomico. Una brillante inchiesta giornalistica di Langewiesche, quanto mai attuale, sull'ascesa del Nucleare tra i "Poveri" del mondo
Il Bazar Atomico. Una brillante inchiesta giornalistica di Langewiesche, quanto mai attuale, sull'ascesa del Nucleare tra i "Poveri" del mondo
Hiroshima. Il giorno zero dell'essere umano

Giusto per ricordare qualcosa di essenziale, occorre leggere assieme al volume recensito sopra, anche questo di AA. VV. (a cura di Luisa Bienati), Hiroshima. Il giorno zero dell'essere umano, Marsilio, 2025, che contiene una rassegna di testimonianze di sopravvissuti alla bomba di Hiroshima, assieme al discorso del Presidente della Commissione per l'assegnazione dei premi Nobel per la Pace nel 2025.
Le testimonianze sono toccanti, il discorso tocca alcuni importanti punti, ed apre anche alla speranza, dal momento che dal 1945 nessuna altra bomba atomica è stata fatta esplodere in un contesto bellico (anche se vi sono stati innumerevoli test nucleari). In qualche modo la deterrenza nucleare funzione, anche se nel contesto più revente di corsa agli armanti nucleari da parte delle nazioni che sono ancora sprovvisti della bomba atomica, si aprono scenari per una possibile utilizzazione della bomba atomica per fini tattici ed in contesti di guerra circoscritti.
Ci si augura che ciò non accada e l'Associazione dei Sopravvissuti alle bombe di Hiroshima e Nagasaki, consapevole - sulla base di esperienze vissute tragicamente - dell'orrore dell'esplosione atomica - lavora attivamente in questo senso, perchè quell'orrore non debba più ripetersi.


 

Viviamo ancora nelle conseguenze di Hiroshima e Nagasaki, e di questo ci parla Luisa Bienati in questo libro, nell’ottantesimo anniversario del disastro atomico. Pagine quanto mai attuali oggi.

«Era estate. La natura era al culmine della sua fioritura ma, dopo le irradiazioni dell'atomica, nulla era rimasto uguale.»

«I racconti di autori che vissero la tragedia e la descrissero dopo la fine della censura americana.» - Marco Del Corona, La Lettura

«Hiroshima era appena stata bombardata. Mi trovavo a casa di un amico, nella periferia di Fukuyama, e vidi un iris fiorito fuori stagione» scrive Ibuse Masuji. È difficile, ed è inevitabile, vivere nelle conseguenze delle nostre azioni, ma bisogna comunque raccontarle. Raccontare è il modo di vivere nelle conseguenze delle nostre azioni. E così, accanto a tre racconti di famosi autori giapponesi che hanno scritto della bomba atomica – Ibuse Masuji, Hara Tamiki e Ōta Yōkō –, il volume contiene i discorsi pronunciati da Nihon Hidankyō, il movimento dei sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki che lavora per un mondo senza armi nucleari, e dall’accademia di Svezia, che a Nihon Hidankyō ha deciso di assegnare il Nobel per la pace 2024. Il titolo, «il giorno zero dell’essere umano», è un omaggio a Günther Anders, il filosofo che aveva subito capito – e lo aveva scritto – quanto il lancio dell’atomica non fosse il modo per far finire la guerra ma per continuarla con altri mezzi.

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24 marzo 2026 2 24 /03 /marzo /2026 13:00

Se Samuel Beckett, Clive Barker, Antoine Volodine e Raymond Chandler decidessero di incontrarsi per bere nel bel mezzo della notte, potete giurare che quel bar sarebbe gestito da Brian Evenson.

Orso Tosco, scrittore e traduttore di "Gli ultimi giorni"

Brian Evenson, Gli Ultimi Giorni, Nottetempo

"Gli ultimi giorni" (The Last Days, pubblicato in lingua originale nel 2019), di Brian Evenson (il secondo che mi ritrovo ad aver letto) nasce in realtà dall'unione di due lavori precedenti: il romanzo breve The Open Curtain (che ne costituisce la prima parte) e il suo seguito.

In Italia è stato pubblicato da Nottetempo nel 2023.

Il protagonista Kline viene aggredito e riporta l'amputazione della mano di netto. Per salvarsi la vita procede ad una cauterizzazione della ferita, ritrovandosi dopo a vivere in una condizione di straniante isolamento.

Viene contattato da una strana congrega il cui capo (ovviamente, dotato del carisma delle pluri-amputazioni) gli richiede di compiere un'indagine nel contesto di questa strana comunità.
Si tratta di una congrega di "amputati" (che conferiscono, in altri termini, un valore particolare all'amputazione e al loro numero. 
Sembrano essere tutti quanti dei fanatici esaltati, se non addirittura deliranti.
Kline viene considerato un personaggio "speciale", per il fatto che abbia provveduto da sé alla cauterizzazione della mano amputata, è divenuto per loro una sorta di "eroe", da imitare. 
Il fatto è che Kline, per accedere alle informazioni - riservate - che gli servono per portare avanti la sua indagine all'interno della comunità di amputati deve accettare di praticarsi o farsi praticare ulteriori mutilazioni. 

Una cosa folle che va avanti in un turbine di amputazioni subentrati.
Per contro vi è una contro-setta costituita dai "Paul", che si presentano tutti eguali (tutti con lo stesso nome) e portatori di una singola amputazione e che, vivendo anch'essi in una sorta di comunità chiusa, vogliono salvare Kline per assimilarlo all'interno del loro contesto, considerandolo come una specie di "messia" salvifico (la cui salvezza può scaturire soltanto dal fatto che lui accetti di rimanere all'interno della loro comunità).
Anche questa appare con una situazione folle.
Kline, alla fine, trova una via d'uscita che è è anch'essa, folle, paradossale, estrema

Con quest'opera Brian Evenson rivela di essere uno scrittore assolutamente estremo, in cui il grandguignol delle amputazioni (senza anestesia) si mescola e viene stemperato da un gusto per il grottesco e per il paradossale. 
La presenza degli amputati e la pratica della mutilazione assumono in questo contesto finzionale molteplici significati simbolici e filosofici, radicati in una critica feroce al fanatismo religioso e all'ossessione per la purezza. 
La mutilazione è dunque segno di Fede e Gerarchia: nella setta descritta da Evenson, l'amputazione non è da considerarsi una perdita, ma un guadagno spirituale.

La gerarchia del culto è basata sul numero e sulla gravità delle amputazioni: più un membro è mutilato, più è considerato vicino alla "perfezione" o a Dio.
Il corpo diventa così un campo di battaglia per dimostrare la propria devozione: privarsi di una parte fisica è visto come un atto di purificazione dal peccato o dal "mondo esterno". 
Si tratta di una rappresentazione che è al tempo stesso parodia del Fanatismo e della Religione
Evenson, che ha un passato legato alla comunità mormone da cui si è poi allontanato, usa gli amputati per rappresentare il fanatismo estremo:
La setta interpreta letteralmente i precetti di sacrificio, portandoli a conseguenze grottesche e assurde.
Il significato risiede nella critica ai modi in cui le ideologie possano trasformare la distruzione di sé (fisica o psicologica) in un valore morale positivo. 
Il protagonista, Kline, viene trascinato in questo mondo proprio perché ha perso una mano. Per la setta, la sua mancanza lo rende un "eletto", anche se per lui rappresenta un trauma. 
Sotto un profilo esistenziale, la mutilazione simboleggia la perdita di controllo dell'individuo sul proprio corpo e sulla propria vita di fronte a forze esterne (istituzioni, culti, destino).
In uno scenario "weird", gli amputati incarnano l'orrore del corpo (body horror), dove l'integrità fisica viene sacrificata in nome di una logica surreale e inquietante. 
Vi è inoltre declinato in molti modi (e sino alle conseguenze più estreme) il linguaggio del corpo "Ridotto"
Secondo diverse analisi critiche (come quella su Limina Rivista), la scrittura di Evenson stessa "mutila" il testo, usando uno stile asciutto e spietato che riflette la condizione dei personaggi. 
In sintesi, gli amputati rappresentano la follia del dogma che richiede la rinuncia a parti di sé per appartenere a un gruppo, trasformando l'invalidità (o le invalidità) in macabri simboli di status sociale e spirituale.

 

(Risvolto di copertina) Dopo l’amputazione di una mano Kline, agente sotto copertura, vive un’esistenza solitaria: trascorre il tempo nel suo appartamento, refrattario a qualsiasi tipo di contatto. Un giorno, però, il telefono squilla. “È la fortuna che bussa,” dicono due sconosciuti, offrono un’interessante opportunità di lavoro. Kline non ne vuole sapere ma i suoi interlocutori non stanno davvero chiedendo. Viene quindi portato controvoglia nel quartier generale della Confraternita della Mutilazione, ed entra nel mondo altro costruito da questa setta follemente fedele ai propri principi. Kline deve indagare su un omicidio avvenuto nella Confraternita, ma ogni apparente verità è il frammento di un’incomprensibile opera più grande, proprio come il suo braccio tronco che termina in una mano fantasma, inesistente eppure per lui vivissima.

Mentre tenta di farsi strada in un labirinto di menzogne, minacce e inganni, Kline scopre che la sua stessa sopravvivenza dipenderà da un atto di pura volontà ed emancipazione.

Nella sua ammirata postfazione Peter Straub considera Brian Evenson uno scrittore dell’estremo.
Gli ultimi giorni è un romanzo intenso e perturbante che guarda senza paura dentro l’abisso del cuore dell’uomo.

Brian Evenson

L'autore. Brian Evenson (Ames, Iowa, 1966) è scrittore, traduttore, critico e docente universitario.
Le sue opere gli sono valse numerosi riconoscimenti, tra cui il premio O. Henry per la narrativa breve e l’International Horror Guild Award. Con nottetempo ha già pubblicato i romanzi Gli ultimi giorni (2023) e Il padre della menzogna (2024). Con Canzone per il disfarsi del mondo ha vinto lo Shirley Jackson Award per la miglior raccolta di racconti.
Ex-membro della Chiesa mormone, la sua carriera di scrittore agli esordi è stata segnata dalle polemiche suscitate dal suo primo libro di racconti, Altmann's Tongue, che portò alle sue dimissioni dalla Brigham Young University sotto pressione delle autorità ecclesiastiche.

Leggi le prime pagine oppure scarica l'allegato

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19 marzo 2026 4 19 /03 /marzo /2026 08:46

È una storia nella storia: la voce narrante racconta di un appuntamento a Trieste, quando vi era l’oscuramento e la guerra, con la donna amata, la terribile scoperta della morte di lei e lo strano incontro in una cartoleria con una bambina che ne raffigura in piccolo le sembianze. Tornato più volte in città per deporre fiori sulla tomba abbandonata, è nel 1950 che ascolterà dalle parole di un conoscente la storia della bambina, ormai donna, che tanto lo aveva colpito per l’ incredibile rassomiglianza.

Dalla recensione di Salvina Pizzuoli

Nella premessa al suo romanzo Non rimanere soli, Giorgio Scerbanenco esordisce con questa frase: «Un romanzo può anche essere utile». E poi spiega: non utile a voi, lettori, ma a me che l'ho scritto, perché questo libro mi è servito a tener duro nel campo di concentramento dov'ero rinchiuso (a Büsserach, in Svizzera, nel Canton Soletta). Non rimanere soli non è soltanto un titolo di spicco nella bibliografia di Scerbanenco, è anche il comandamento numero uno della sua poetica, una poetica fatta di persone, non di personaggi, perché negli uomini e nelle donne che popolano i suoi libri non c'è mai nulla di scenografico, nulla viene loro aggiunto come eccipiente o come conservante, nulla ha il sapore del promemoria, proprio perché tutto è memoria.

Recensione di Daniele Abbiati

Giorgio Scerbanenco, Appuntamento a trieste, La Nave di Teseo

I romanzi e i racconti di Giorgio Scerbanenco sono il più delle volte magnifici ed intriganti anche quelli nati come prodotti "commerciali". Scerbanenco, infatti, come è noto, scriveva per guadagnarsi da vivere e, quindi, prestava la sua penna anche per la pubblicazione in periodici di consumo, ma senza mai "svendersi" e mantenendo slta la sua qualità di scrittura. 
E' il caso di questo "Appuntamento a Trieste" (La Nave di Teseo, Collana Oceani, 2019), pubblicato per la prima volta nel  lontano 1953 a puntate settimanali nella rivista letteraria "Novella" (allora della Rizzoli e di cui Scerbanenco fu direttore per oltre vent'anni).
La trama, infatti, pur nei suoi rimandi spionistici, contiene indubbi elementi di "romance", tipici della letteratura rosa.
Scerbanenco in questa prova di molto antecedente all'elaborazione dei suoi primi noir che vedono come protagonista l'investigatore Duca Lamberti lascia il suo inconfondibile, nella costruzione dei personaggi e dei dialoghi, ed anche nell'organizzazione della trama e, non ultimo nella descrizione dei luoghi, con una preminenza di Trieste nei primissimi anni del dopo guerra, luogo ideale di intreccio di trame spionistiche.
Il romanzo è preceduto da un'introduzione a firma della figlia di Giorgio Scerbanenco
Si legge magnificamente.

Meritevole l'iniziativa intrapresa da La nave di Teseo di ripubblicare l'intera opera di Scerbanenco, molte delle cui cose, sia romanzi sia racconti, vennero riedite negli anni Novanta dalla Casa Editrice Frassinelli

(risvolto di copertina) Trieste, immediato dopoguerra. La città è sotto il controllo del governo militare alleato, ma il confine orientale è a pochi chilometri e nella regione spie e soldati si fronteggiano in un grande gioco ad alta tensione.
Un agente americano sotto copertura, Kirk Mesana, sta indagando su una cellula nemica quando viene gravemente ferito in un agguato. Per depistare i nemici, e salvargli la vita, viene diramata la falsa notizia della sua morte, mentre l’uomo viene nascosto nel più profondo anonimato. Diana, la bellissima ragazza triestina con cui Kirk aveva una relazione, è sconvolta dalla tragedia, ma una serie di fatti misteriosi insinua in lei il sospetto che la verità possa essere un’altra.
Inizia così una vorticosa avventura che vedrà i due amanti inseguirsi a perdifiato, mentre attorno a loro si scatena una guerra silenziosa di ricatti e tradimenti, e nessuno nelle vie di Trieste potrà più dirsi al sicuro.
Dal maestro del noir italiano, un romanzo sulla seduzione e sull’inganno, avvolgente come una stretta fatale.


 

Giorgio Scerbanenco

L'autore. Giorgio Scerbanenco (1911 1969), nato a Kiev, cresce a Roma ma ancora adolescente si stabilisce a Milano. Negli anni ’30 approda nell’editoria come collaboratore alla Rizzoli e in seguito come caporedattore dei periodici Mondadori, per tornare in Rizzoli nel dopoguerra come direttore dei periodici femminili. Collabora con i maggiori quotidiani e riviste dell’epoca, tra cui il “Corriere della Sera”, la “Gazzetta del Popolo”, “il Resto del Carlino” e “Novella”.

Scrittore prolifico, ha sperimentato tutti i generi della narrativa ed è riconosciuto come uno dei maestri del giallo italiano, consacrato dal successo della serie di romanzi con protagonista Duca Lamberti e dall’assegnazione del Grand prix de littérature policière nel 1968.

Tutta l’opera di Scerbanenco è in corso di pubblicazione presso La nave di Teseo.

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9 marzo 2026 1 09 /03 /marzo /2026 06:03

“Andrebbe incoraggiata un’educazione al dolore, perché fin troppo spesso del dolore si ha un’unica idea, quella di una condanna ineliminabile.”

Umberto Eco, da "Riflessioni sul dolore"

Umberto Rco, Riflessioni sul dolore, La Nave di Teseo

Umberto Eco in "Riflessioni sul dolore", pubblicato da  La Nave di Teseo (Collana Le Onde) nel 2025, percorre (e propone ai lettori) un affascinante itinerario – tra filosofia, poesia, arte, letteratura e spiritualità – che segue il tema del dolore dalle origini ai giorni nostri.

L’introduzione è di Guido Biasco, tra il 2007 e il 2017 direttore scientifico dell’Accademia delle Scienze di Medicina Palliativa.

Il testo di Umberto Eco fu, infatti, frutto di una relazione da lui tenuta in occasione di un convegno promosso dall’Accademia delle Scienze di Medicina Palliativa e, infatti, è stata inizialmente pubblicata nel 2014 a cura dell’AMESPA.

Il testo di Umberto Eco riflette pienamente la sua mente enciclopedica che ha le caratteristiche di una Biblioteca incarnata (grazie anche alla sua prodigiosa memoria), con un ampio excursus dell’atteggiamento (filosofico e culturale) verso la sofferenza, attraverso i secoli. 
Eco sa essere - come sempre - affascinante e percorre un affascinante itinerario – tra filosofia, poesia, arte, letteratura e spiritualità – che segue il tema del dolore dalle origini ai giorni nostri.

Esperienza insopprimibile della natura umana, passione del corpo e dell’anima, il dolore non è stato vissuto nei secoli soltanto come un male da sconfiggere ma anche, ad esempio, come salvifica prova di redenzione. Il dolore ha caratterizzato ogni epoca e tradizione, ma è il suo rapporto intimo e ambivalente con la conoscenza e il pensiero a interessare la riflessione di Eco, in un libro che è un’intensa testimonianza di sensibilità, ma anche un invito forte a coltivare l’educazione alla conoscenza, formidabile antidoto alla sofferenza dell’uomo.

Qui mi fermo, e vi lascio al prossimo mal di denti” (in., p. 59) 

Riflessioni sul dolore, viene ripubblicato da La Nave di Teseo, che sta costellando di piccole gemme gli scaffali della saggistica. È una controstoria del dolore, dall’antichità a oggi, quasi parallela a una storia della teodicea che attraversa elegantemente la cinquantina di pagine effetti del testo di Eco.

Riccardo Canaletti

Umberto Eco, Riflessioni sul dolore, Amespa

Le “Riflessioni” percorrono un affascinante itinerario nella cultura filosofica, poetica, artistica, letteraria e teologica che, dalle origini ai giorni nostri, ha affrontato questo tema. Il dolore, ineliminabile esperienza della natura umana, passione del corpo e dell’anima, è raccontato tramite espressioni che ne descrivono i molteplici aspetti: male da sconfiggere o strumento di redenzione da perseguire nella sua funzione salvifica. Queste riflessioni conducono il lettore a intraprendere un viaggio tra le poliedriche manifestazioni intellettuali legate al concetto di dolore e a porre le basi di un’educazione culturale per acquisirne una maggiore consapevolezza.

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5 marzo 2026 4 05 /03 /marzo /2026 09:39

Questo libro parla del piacere, ma anche del dolore. È, cose più importanti parla della relazione tra il piacere e il dolore e dei perché la comprensione di questa relazione sia diventata, oggi più che mai, essenziale per una vita ben vissuta.

Anna Lembke

L'era della dopamina. Come mantenere l'equilibrio nella società del «tutto e subito» scritto dalla psichiatra e docente presso la Stanford University, Anna Lembke è un'interessante contributo sul tema delle Dipendenze, sia di quelle farmacologiche sia di quelle puramente comportamentali e, in traduzione italiana, è stato pubblicato da ROI Edizioni, nel 2022 ed è accompagnato da un volume di complemento, scritto dalla stessa autrice dal titolo "L'era della dopamina. La guida pratica. Strumenti ed esercizi per ritrovare l’equilibrio nella società del «tutto e subito»": questo secondo volume è stato scritto dall'autrice, quando - dopo la pubblicazione del testo più clinico-teorico - si è verificata una pioggia di richieste da parte dei lettori per avere indicazioni su come fare, nella pratica, a ripristinare gli equilibri dopaminergici compromessi.
Il primo testo è di lettura molto godibile, con un taglio eminentemente clinico, con riferimenti ad un'ampia casistica clinica dell'autrice che non esita a tirare in ballo anche se stessa, per spiegare ai lettori da quali esperienze personali si origini il suo interesse clinico per tutti quei comportamenti (sia legati ad assunzione di sostanze psicoattive, sia di tipo non farmacologico), mostrando che i cosiddetti "addictive behaviour" sono subdoli ed insidiosi e che possono inquinare qualsiasi soggetto, soprattutto in assenza di una specifica consapevolezza, avendo come asse principale la ricerca di una stimolazione dopaminergica, in assenza di un'efficace controllo prefrontale, per cui si azzera quasi del tutto il necessario distanziamento tra rappresentazione, fase appetitiva e fase del consumo o di una sostanza o di un determinato comportamento.

 

L'era della dopamina. Testo clinico-teorico

(Risvolto) Oggi tutto è a portata di clic: nella storia dell’umanità non è mai stato così facile avere accesso alla soddisfazione dei nostri desideri, che si parli di sesso, intrattenimento, shopping, news o cibo spazzatura, attività accomunate da un facile e ingente rilascio di dopamina, il neurotrasmettitore che veicola il piacere. L’altra faccia di questa medaglia è la dipendenza, che alla lunga sostituisce le sensazioni di piacere con dolore e insoddisfazione, senza però rompere il circolo vizioso della ricerca di ricompense.
In questo libro Anna Lembke, psichiatra esperta nel trattamento delle dipendenze, con uno stile che rende accessibili e affascinanti i frutti dei più recenti studi scientifici sull’argomento e grazie a una vasta raccolta di casi reali raccolti durante la sua attività di terapeuta, esplora le insidie della moderna società digitalizzata e spiega come ritrovare l’equilibrio.

L'era della dopamina. Guida pratica

 

(Risvolto della guida pratica) Oggi tutto è a portata di clic: nella storia dell’umanità non è mai stato così facile avere accesso alla soddisfazione dei nostri desideri, eppure, anziché renderci più felici, quest’abbondanza è diventata un fattore di stress, che contribuisce all’aumento dei tassi di dipendenza, depressione e ansia. Dopo il grande successo internazionale di L’era della dopamina, Anna Lembke è stata sommersa da messaggi di lettori che chiedevano uno strumento pratico che li guidasse nel percorso per resettare i circuiti della ricompensa del loro cervello. Ha deciso di soddisfare queste richieste realizzando questo workbook. Pieno di esercizi pratici che aiutano a identificare comportamenti e abitudini di consumo disfunzionali e di strategie per ricalibrare la nostra bilancia del piacere, questa guida pratica è lo strumento perfetto per chi desidera riappropriarsi di una vita più equilibrata, piena e soddisfacente.

"Ho scritto questo libro come supporto a l’era della dopamina, pensando a tutti coloro che desiderano andare oltre alla lettura, impegnandosi attivamente per resettare i circuiti della ricompensa e migliorare la propria vita. Se vi riconoscete in questa descrizione non vedo l’ora di iniziare questo viaggio insieme a voi". (Anna Lembke)

 

L'autrice. Anna Lembke è una psichiatra e docente della Stanford University, esperta riconosciuta a livello internazionale nel campo delle dipendenze.
È nota per il bestseller "Dopamine Nation. Finding Balance in the Age of Indulgence" (L'era della dopamina), che esplora come trovare l'equilibrio nell'era del consumo compulsivo, ed è apparsa nel documentario Netflix "The Social Dilemma"

L'età della dopamina. Un libro che parla degli addictive behaviour e del ruolo della dopamina nella loro genesi
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26 febbraio 2026 4 26 /02 /febbraio /2026 13:40
Lucio Luca, L'ultima spiaggia, Aliberti, 2026

Lucio Luca, L'ultima spiaggia. Alkamar, la strage dimenticata e cinquant’anni di misteri italiani, Compagnia Editoriale Aliberti, 2026

Tra il 26 e il 27 gennaio del 1976 un commando di killer fa irruzione nella casermetta dei carabinieri di Alcamo Marina, in provincia di Trapani, e uccide l’appuntato Salvatore Falcetta e il carabiniere semplice Carmine Apuzzo. Le indagini puntano subito al terrorismo rosso: vengono arrestati Giuseppe Mandalà, Giuseppe Gulotta, Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo che, dopo ore di violenze, confessano di aver partecipato all’agguato, salvo poi negare tutto davanti al magistrato. Mandalà morirà dietro le sbarre, Ferrantelli e Santangelo fuggiranno in Sudamerica mentre Gulotta resterà in carcere per ventidue anni, fino a quando uno dei carabinieri confesserà le torture di quella notte e scagionerà i quattro. Chi ha ucciso, dunque, i due carabinieri? E, soprattutto, perché? Su Trapani aleggia la presenza di Gladio che proprio lì aveva basi logistiche e depositi di armi e scorie radioattive da destinare alla Somalia, la “pattumiera” d’Europa. E così, da una strage dimenticata parte un filo nero che porta a Peppino Impastato, al delitto del colonnello Russo, del giornalista Mario Francese, passando per l’omicidio Rostagno e per quello di Ilaria Alpi che in Somalia stava conducendo le sue inchieste. La voce narrante è di Giuseppe Gulotta che, a cinquant’anni dai fatti, continua a chiedersi: «Perché proprio io?»

L'autore.Lucio Luca, nato nel 1967 a Ragusa, da oltre vent’anni lavora a “Repubblica” dove si è occupato di cronaca nera, giudiziaria e sport. Per Sigma Edizioni ha pubblicato Prove tecniche di trasmissione (2006) e Puellae (2006).
Per Pietro Vittorietti Editore ha scritto il romanzo Il killer dell’ufficio accanto (2008) e Dall’altra parte della luna (2014).
"L'altro giorno ho fatto quarant'anni" è uscito nel 2018 per Laurana Editore.

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24 febbraio 2026 2 24 /02 /febbraio /2026 06:40

«La creazione di mondi, specie di quei mondi del passato che continuano a catturare l'immaginazione del pubblico, è quello che amiamo fare e che sappiamo fare al meglio. Pompei è un dramma avvincente con un protagonista accattivante, il tutto contornato dalla sfondo di una civiltà fiorente ma avviata alla distruzione, esattamente il tipo di storia che rende un evento televisivo memorabile»

Ridley Scott

Robert Harris, Pompei

Pompei” è un romanzo storico di Robert Harris, pubblicato nel 2003 da Mondadori, che intreccia fatti storici reali con una trama thriller, come usa fare abilmente Harris in tutte le sue ricostruzioni storiche romanzesche.
Il libro è ambientato nell'agosto del 79  DC nei due giorni immediatamente antecedenti la catastrofica eruzione del Vesuvio e si pone come una narrazione romanzesca "moderna" rispetto alla classica narrazione ottocentesca di Edward Bulwer-LyttonGli ultimi giorni di Pompei (The Last Days of Pompeii), risalente al 1834 e fortemente venato di tematiche e atmosfere romantiche.
Marco Attilio Primus è un giovane ingegnere idraulico (detto "aquarius") inviato da Roma per gestire l'Aqua Augusta Campaniae o anche "Acquedotto Romano del Serino", l'immenso acquedotto che riforniva ben  nove città del Golfo di Napoli e si trova a dover porre rimedio ad alcuni guasti che sino verificati nella sua funzionalità e che, in realtà, non sono altro che avvisaglie del prossimo evento tellurico.
In particolare, l’aquarius Attilio viene incaricato di scoprire perché il flusso d'acqua si sia interrotto e cosa sia successo al suo predecessore, misteriosamente scomparso. Durante le sue indagini, si scontra con la corruzione di Ampliatus, un ex schiavo, che - da liberto - è diventato un potente e spietato speculatore edilizio.
Mentre Attilio cerca di riparare l'acquedotto sulle pendici del Vesuvio, i segnali geologici (emissioni di zolfo, prosciugamento delle sorgenti) preannunciano l'imminente disastro che sommergerà Ercolano e Pompei.
Come sempre, anche in questa narrazione di Harris, il rigore storico e la capacità di mettere in scena personaggi realmente esistiti, si accoppia con la sua capacità di inserire nel flusso narrativo personaggi di totale finzione che tuttavia sono del tutto coerenti e credibili.
Il romanzo è stato lodato per la sua accuratezza tecnica, specialmente per quanto riguarda alcuni aspetti dell'ingegneria romana e per i dettagli scientifici dell'eruzione, anche se - nella narrazione - tutto si muove seguendo prevalentemente il punto di vista dell'aquarius Attilio.
Tra le figure storiche realmente esistite vi compare Plinio il Vecchio, ammiraglio e naturalista, descritto nelle sue ultime ore a Capo Miseno, prima degli eventi della sua morte nel tentativo di mettere in salvo  una preziosa biblioteca.
Ogni capitolo è introdotto da brevi estratti di testi scientifici moderni sulla vulcanologia, e questo artifizio rende ancora più credibile ed incalzante l’evento piroclastico con l’effetto altamente drammatico dell'inconsapevolezza dei personaggi che, invece, per la più parte lo vivono come un evento ineluttabile determinato dalla volontà di dei irati.

il 5 febbraio del 62 d.C., circa 17 anni prima dell'eruzione del 79 d.C., un potente terremoto devastò Pompei, Ercolano e Stabia. Il sisma, con epicentro nei pressi del Vesuvio, causò crolli diffusi e danni strutturali, con il successivo avvio di lavori di ricostruzione che erano ancora in corso al momento della catastrofe vulcanica. 
L'evento sismico, descritto anche da Seneca, fu estremamente potente, tanto da essere avvertito fino a Roma.
Le scosse provocarono la morte di numerosi animali a causa di gas tossici e il crollo di molti edifici.
Sebbene frequenti scosse minori continuassero negli anni successivi, i pompeiani non riconobbero questi fenomeni come premonitori dell'eruzione vulcanica, poiché il Vesuvio appariva come una montagna tranquilla e ricoperta di vegetazione.
Al momento dell'eruzione del 79 d.C., molte case e templi di Pompei erano ancora parzialmente in rovina o in fase di ristrutturazione a seguito del terremoto di 17 anni prima, mentre altri erano in fase di nuova edificazione, come ad esempio le Terme descritte nel romanzo come opera voluta fortemente dal liberto Ampliato.

 

Gli ultimi giorni di Pompei - Dipinto di Karl Bruilov

(Risvolto) Pompei, 79 d.C. Mancano solo due giorni all'immensa eruzione del Vesuvio. È un'afosa settimana di fine agosto. Lungo la costa i ricchi oziano nelle ville di lusso. Attorno a loro, invisibili, si muovono gli schiavi costretti a subire l'ingiustizia della propria condizione. La flotta navale staziona pacifica nel porto di Miseno. In questo clima di calma apparente, solo un uomo è preoccupato: l'ingegnere Marco Attilio, da poco responsabile dell'Aqua Augusta, l'imponente acquedotto che rifornisce nove città del golfo. Giunto in tutta fretta da Roma dopo che il suo predecessore è scomparso misteriosamente, Attilio si rende conto che le sorgenti, per la prima volta da tempo immemorabile, si stanno esaurendo e si mescolano con lo zolfo.

Villa dei Papiri, una possibile ricostruzione

A questo punto, c'è da chiedersi perché Pompei, successivamente, sia stata dissepolta quasi per intero, mentre invece gli scavi ad Ercolano siano stati fatti solo in maniera molto parcellare e limitata.
Il motivo principale è di natura tecnica e urbanistica: mentre Pompei fu sepolta da una coltre di ceneri e lapilli facile da rimuovere, dello spessore di 5-6 metri, Ercolano fu investita da flussi piroclastici che si solidificarono in un banco di tufo alto fino a 25 metri, duro come roccia. 
I tre ostacoli principali che hanno limitato l'area scavata (ad oggi circa 4 ettari contro i 44 di Pompei) furono:

  • La Durezza del terreno: con la conseguenza che la rimozione del fango vulcanico solidificato richiede uno sforzo immane rispetto allo scavo dei materiali incoerenti di Pompei.
  • Sovrapposizione urbana: gran parte della città antica giace direttamente sotto il centro abitato moderno di Ercolano (Resina), che ha impossibile scavare senza demolire edifici attuali.
  • Tecnica di scavo storica: inizialmente, all'epoca dei Re Borbone, la città antica venne esplorata la città solo tramite pozzi e cunicoli sotterranei, non a "cielo aperto", a causa dell'enorme profondità e compattezza del terreno. 


Nonostante le dimensioni ridotte, da quel poco che si è visto Ercolano vide un livello di conservazione superiore, incluso il ritrovamento di materiali organici carbonizzati come legno e papiri, che rimasero protetti proprio dalla sigillatura ermetica del fango.

Uno dei ritrovamenti più significativi è stata la cosiddetta "Villa dei Papiri".

La Villa dei Papiri è una delle residenze più lussuose e affascinanti del mondo romano, situata appena fuori dalle mura di Ercolano. È celebre per aver restituito l'unica biblioteca dell'antichità giunta fino a noi e una collezione d'arte senza precedenti. 

Thomas Hoving, Il palazzo in fondo al tempo

Arrivati a questo punto non si può non menzionare un romanzo di fanta-archeologia che, appunto, sviluppa il tema degli scavi mai realizzati ad Ercolano e che potrebbero portare alla scoperta di inauditi tesori.

Si tratta del romanzo scritto da Thomas Hoving, Il palazzo in fondo al tempo (nella traduzione di Adalaura Quinque), pubblicato da Leonardo nel 1990-
E' un volume che è rimasto a giacere negli scaffali della mia biblioteca per più di trenta anni, acquistato - credo - in un remainder. All'improvviso, ha attirato la mia attenzione e mi sono immediatamente lanciato nella sua lettura.
Come dice il risvolto di copertina si tratta di un thriller di fanta-archeologia che racconta la scoperta di un palazzo ricchissimo, rimasto intatto all'interno della colata di fango e lava che nel 79 d.C. ricoperse totalmente Ercolano. mentre la vicina città di Pompei venne ricoperta da uno strato di pomice e cenere vulcanica..
Promotore della ricerca, a partire da alcuni rotoli fortunosamente rinvenuti è un danarosa collezionista d'arte, don Ciccio Nerone, il quale coinvolge anche i due ricercatori di opere d'arte antiche Olivia e Andrew Foster.
I lavori di scavo rivelano delle autentiche meraviglie, poiché conducono gli "esploratori" all'interno  di un mondo sotterraneo in cui il palazzo nobiliare di Quinto Massimiliano Tertulliano è rimasto miracolosamente intatto con tutti i suoi tesori.
Mentre don Ciccio Nerone trama per ottenere il controllo assoluto della scoperta i due esploratori vanno alla riceerca delle meraviglie che offre loro il labirintico palazzo, una vera e propria camera di inenarrabili tesori, rimasti miracolosamente intatti e preservati.
Ma si tratta anche di reperti che potrebbero determinare una riscrittura della storia antica.
La parte del plot è meno sviluppata di quanto non sia la meravigliosa sequenza di descrizioni e catalogazioni di ciò che viene progressivamente rinvenuto all'interno del mondo sotterraneo sino alla scoperta definitiva, quella che potrebbe portare ad una totale riscrittura della storia del cristianesimo.

(soglia del testo) Olivia e Andrew Foster vengono convocati a Napoli da don Ciccio Nerone, un nano stravagante, aristocratico, ricco collezionista e genio del computer. Grazie alle sue informazioni ha scoperto che sotto l'antica Ercolano c'è il mitico palazzo di Quinto Massimiano Tertulliano, miracolosamente integro. Per mettere le mani sul palazzo i protagonisti faranno qualsiasi cosa, scoprendo cose straordinarie, tali da imporre una radicale revisione di tutta la storia.

(Risvolto di copertina) "Pompei è una vera barba. Ma Ercolano no. E' un tesoro che merita tutta la nostra attenzione" spiega don Ciccio Nerone a Olivia e Andrew Foster, direttori del Metropolitan Museum di New York convocati a casa sua a Napoli. E i Foster gli credono: don Ciccio è un nano stravagante, aristocratico e straricco, ma è anche un gran collezionista di opere d'arte e un genio del computer.
Ora don Ciccio è in possesso di informazioni che lo porteranno alla scoperta [archeologica] più fantasmagorica di tutti i tempi. Sotto la spessa coltre di fango solidificato e lava che ricopre l'antica Ercolano, distrutta dal Vesuvio nel 79 d.C., c'è infatti un palazzo miracolosamente intatto, pieno di meraviglie tali che al confronto la tomba di Tutankhamon sembra un riposto di misere cianfrusaglie.
Per mettere le mani sul palazzo di Quinto Massimo Tertulliano varrà la pena di affrontare intere dinastie di tombaroli, agenti dei servizi segreti e altissimi funzionari di un potere italiano corrotto e corruttibile, oggi come nella più decadente Roma antica. Del resto, lo spettacolo che attende i nostri avventurosi archeologi farebbe perdere il controllo dei nervi anche a Indiana Jones. Dietro la porta del palazzo perduto si aprono infatti sterminate gallerie colme di statue greche originali, arazzi, che illustrano sconcertanti versioni della vita di Alessandro Magno, gioielli preziosissimi ed enormi quantità di oggetti antichi ancora come nuovi.
Ma per Olivia e Andrew Foster la scoperta più straordinaria saranno i diari del padrone di casa e della sua graziosa moglie Frine, che di amante in amante era arrivata a folleggiare perfino con l'imperatore Nerone. In quelle pagine i protagonisti di questo gustosissime thriller di fanta-archeologia troveranno notizie semplicemente sconvolgenti tali, tali da imporre una radicale revisione di tutta la storia del mondo. In un crescendo di emozioni, saranno guidati fino all'ultima, inquietante, rilevazione: Mai potrà mai l'umanità venire a conoscenza del terribile segreto celato in quel sotterraneo "mondo perfetto"?

L'autore. Thomas Hoving (1931-2009) ha lavorato per vent’anni al Metropolitan Museum di New York dirigendolo dal 1967 al 1977. Lasciata la direzione del Met, fondò la Hoving Associates, una società di consulenza per l’acquisto di opere d’arte che ha avuto fra i suoi clienti i musei più prestigiosi del mondo. Negli anni Ottanta Hoving fu anche corrispondente d’arte per il telegiornale della Abc.

 

 

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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