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14 gennaio 2015 3 14 /01 /gennaio /2015 20:26

La mamma e la resilienzaLa mamma sbuffava sempre negli ultimi tempi, quando si doveva muovere da un punto all'altro. 

Si vedeva palesemente che doveva sforzarsi, ma rifiutava ogni aiuto da parte di terzi.

Doveva fare da sola, come era stato in tutta la sua vita operosa.

Quando doveva sedersi in poltrona, o alzarsi da seduta, emetteva questo sbuffo di aria, ma nessuno doveva dire niente.

E questi sbuffi non avevano nulla di teatrale: scaturivano dalla fatica con cui doveva sostenere ogni movimento.

Eppure sino alla fine non si astenne dal fare autonomamente, né mai chiese aiuto.

Teneva duro e cercava di mantenere la propria indipendenza, anche se ciò le costava sforzi immani.

Insistette sino all'ultimo per spostarsi dal soggiorno alla cucina per i nostri pasti, anche se più comodamente per lei avremmo potuto mangiare in soggiorno, e negli ultimissimi giorni, quando arrivava sino alla cucina, spingendo lentamente un carrello deambulatorio davanti a sé, era in affanno e letteralmente cerea in volto e, prima di poter iniziare a mangiare, doveva riprendersi.

Ma era la sua scelta, era questo che voleva.

La mamma era -ma non solo per questo modo di affrontare le sue ultime sofferenze terrene - il più puro esempio della "resilienza".

Quando mi sento affaticato per qualsiasi cosa, penso a lei e al suo coraggio. E la mia fatica si ridimensiona immediatamente e traggo nuove energie.

Pensare a lei e alla sua determinazione, assieme alla sua abnegazione, mi infonde coraggio, nell'affrontare i momenti di sconforto.

Grazie sempre a te, mamma.

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2 gennaio 2015 5 02 /01 /gennaio /2015 22:14

La scuola Giuseppe Pitré di Palermo: la mia prima scuola!

La mia prima scuola elementare fu la Giuseppe Pitré che frequentai per due anni.
La scuola oggi è ancora immutata e sulla facciata che si affaccia su via Damiani Almeyda, sul maestoso portale d'ingresso principale reca ancora la dicitura in lettere capitali - e non più attuale - di "Scuola comunlae G. Pitré".
Qui frequentai la prima e la seconda classe.

Venni iscritto qui perchè la scuola era a pochi passi dall'Alberigo Gentili dove la mamma insegnava e ciò la facilitava nel lasciarmi e nel prendermi.

Sembrava andare tutto bene, senonché all'inizio del terzo anno venne annunciato che la scula a causa di problemi strutturali avrebbe iniziato i dopi turni. Succedeva così che, a causa di una contrazione degli orari di lezione, io dovessi attendere a lungo che la mamma venisse a prendermi, in compagnia di altri allievi più grandicelli.

E durante l'attesa - secondo quanto mi raccontava la mamma - apprendevo cattive abitudine, giochini non proprio ortodossi e non confacenti con la mia età e soprattutto un linguaggio scurrile.

La mamma - e con lei mio padre - ritennero che questo andazzo non andava bene e che comprometteva il mio sviluppo educativo.

E fu così che, in quattro e quattrotto, provvidero ad iscrivermi al "Gonzaga", prima ancora che fosse finito il primo trimestre di quell'anno scolastico.

E così avviai la mia frequentazione del Gonzaga, con la Maestra Lo Giudice, cui subentrò in Quarta il maestro Vella.

Il mio inserimento all'inizio non fu semplice, dal momento che arrivavo in una classe di nuovi compagni ad anno iniziato.

Ma comunque ce la feci e fu così che cominciò un nuovo periodo, all'insegna dell'ordine, della disciplina e della preghiera obbligatoria nel più puro spirito pedagogico gesuitico, ma anche con lo sport e le ricreazioni all'aria aperta, cosa impensabile nella scuola precedente che era un severo edificio in stile fascista, senza nessuno spazio aperto disponibile.

Di quei due anni trascorsi alla scuola Giuseppe Pitrè, però, non ricordo nulla. 

Tuttavia, ogni volta che mi ritrovo a passare per questa strada di Palermo, non posso che pensare - con un vago senso di familiarità - che questo edificio è stato la mia prima scuola: e oscuri ricordi di giochi in cui dalla tromba delle scale osservavo i più grandi lanciare piccoli razzetti esplosivi verso il basso mi si affacciano alla mente come ombre indistinte.

E sento risuonare le risate di mia madre, quando rievocava quanto monello e irriverente fossi diventato in quei tre mesi allo sbando parziale.  

 

La scuola Giuseppe Pitré di Palermo: la mia prima scuola!

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20 dicembre 2014 6 20 /12 /dicembre /2014 06:14

L'evanescenza della memoria. Un ricordo delle mie prozie in parte dimenticatoRiproduco qui di seguito un mio scritto già pubblicato come nota nel mio profilo Facebook, qualche tempo fa.
La nostra memoria e, soprattutto, le radici del nostro essere sono radicate in noi, ma in parte dipendono anche da racconti tramandati da altri, che il più delle volte sono i nonni, i genitori, gli zii.

E' così che la nostra memoria si estende a ritroso nel tempo, diventando trans-generazionale.

Ed  é con questo meccanismo che,  in ciascuno di noi, si fonda il senso dell'appartenenza ad un phylum, ad un luogo, ad una dimora.

I nostri ricordi, soprattutto quelli scaturenti da esperienze affettive ed emozionali, sono in genere solidi, profondamente iscritti nel deposito della memoria a lungo termine, anche se non tutti immediatamente disponibili, pur essendo elicitabili grazie all'esposizione a eventi sensoriali che li attivano (basti pensare al citatissimo esordio della Recherche di Proust).

Altri - quelli tramandati da altri - sono più labili perchè non legati ad una corrispondente esperienza affettiva "vissuta": questi ricordi tendono a svanire e, per conservali nella loro integrità, dovrebbero essere trascritti.

Ma, quando potremmo farlo, in genere non lo facciamo.

Siamo presi dalla meraviglia di sentirci raccontare delle storie: "Nonna, raccontamente altre di queste storie" oppure "Raccontemela ancora", dicevo - instancabile e avido di racconti - alla nonna Maria quando la sera (quando eravamo da soli e questo capitava spesso, perchè mia madre era lontana in altre città assieme a mio fratello), entrambi seduti quietamente, lei semicieca per via di una forte cataratta,  mi raccontava le storie di guerra, quelle della loro esperienza di "sfollati".
Poi, quando la mamma ritornava, chiedevo a lei di raccontarmi le stesse storie e lei, pazientemente, me le diceva dal suo punto di vista, arricchendole di altri dettagli.

Ma quelle storie non le ho mai trascritte, quando - più grande - avrei potuto farlo.

Ho sempre aspettato e rimandato.

Pensavo: "Un giorno mi siederò accanto a mia madre e le chiederò di raccontarmi tutto per filo e per segno ed io lo trascriverò in un quaderno di appunti e i ricordsi saranno salvi".

Non l'ho fatto mai, perchè pensavo che, per questo, ci sarebbe stato tutto il tempo.In verità, l'esperienza mi insegna che non c'è mai abbastanza tempo e che quello che non fai oggi è perso per sempre, perchè - all'improvviso il tempo si è fatto stretto o addirittura non ce n'è più del tutto.

E quando ti sforzi di ricordare, ti rendi conto che la tua memoria ti tradisce e che tanti dettagli, che pensavi di possedere, ti mancano del tutto. E, tra l'altro, le persone su cui pensavi di poter fare affidamente per ocnsolidare ed arricchire i tuoi ricordi non ci sono più. 

 

Ma non voglio parlare qui di quei racconti di guerra che alimentavano la mia fantasia, quando ero piccino.

Attraverso una casuale conversazione ed anche per via del fatto che, in questi ultimi giorni, sono andato a visitare la casa dove un tempo abitavano le mie prozie, mi è venuta in mente una storiella dai risvolti comici riguardanti proprio loro e che mia mamma, con grande divertimento, rievocava spesso.

Le prozie Natalia e Irene (sorelle della nonna materna), vero prototipo delle signore d'altri tempi erano energiche e volitive e spesso prendevano decisioni impetuose sulla base delle loro soggettive valutazioni, animate a dire il vero dal desiderio di fare del bene (quei famosi racconti di guerra, cui accennavo prima, erano scaturiti appunto da una loro imperiosa decisione - che coinvolse anche la nonna e mia madre - di spostarsi in luoghi "sicuri" per sfuggire agli effetti della guerra in Sicilia: e finirono con il trovarsi nel bel mezzo della Linea Gotica).

Nel loro salottino ricevevano frequentemente altre signore e parenti e, davanti al classico the pomeridiano, passavano ore a conversare ambilmente.

A volte, da piccolo - ma delle due la zia Natalia era già morta da tempo - venivo introdotto dalla mamma e partecipavo compuntamente a queste riunioni salottiere, dedicandomi il più delle volte all'osservazione di alcune cineserie esposte in un bacheca, tra le quali delle figurine in ceramica vestite in kimono dai vivaci colori, accosciati nella posizione del loto, la cui testa ad un piccolo tocco cominciava ad oscillare avanti ed indietro, quasi annuissero (ogni tanto, somma meraviglia, mi era concesso di fargli oscillare la testina).

Entrambe le prozie avevano un alto senso delle convenienze, di ciò che si poteva dire e di ciò che andava invece taciuto. Mi raccontava la mamma che, allo scopo di evitare gaffe penose, avevano stabilito una sorta di parola d'ordine (neutra ed insignificante) che una delle due avrebbe dovuto introdurre nella conversazione per avvisare l'altra che stava dicendo delle cose sconvenienti o che si avvicinava pericolosamente ad una gaffe clamorosa.
Solo che - e qua arrivava la parte divertente della storia - spesso la destinataria del messaggio occulto si dimenticava della parola pattuita o non ci faceva caso, quando veniva pronunciata, perchè era già troppo infervorata nella conversazione, sicché l'altra era costretta a ripeterla, ma con un enfasi crescente, tale da attirare l'attenzione dei loro interlocutori proprio su ciò che doveva essere minimizzato o mimetizzato e tale da creare imbarazzo. 

Era divertente sentire il racconto della mamma che ricordava dei casi specifici intercorsi e che era in grado di riprodurre le parti più cogenti della conversazione: la mamma nel rievocare quegli episodi si diveriva molto, anche perchè quando una delle due non intendeva il messaggio convenuto, l'altra - oltre a dare più enfasi alla "parola d'ordine" si lanciava in una mimica e in un ampio corredo di ammiccamenti di supporto, ma invano.

Mi piacerebbe adesso aver trascritto il racconto di quelle comiche conversazioni, assieme ai commenti di mamma. 

Ma soprattutto - ed è questa stranamente la cosa che mi rammarica di più - non ricordo più quale fosse la parola convenuta che era di per sé comica e stonata.

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15 dicembre 2014 1 15 /12 /dicembre /2014 19:04

Letture estive e melanzane fritte

Quando ancora stavamo in Viale Regina Margherita, cioè sino ai miei 12 anni, d'estate non sempre era possibile andare al mare.

A Giugno - e per tutto il mese - la mamma era ancora impegnata con la scuola e papà lavorava.

Quindi, si stava a casa (io stavo a casa, perchè Salvatore durante la settimana, sino al venerdì sera, stava all'Ospizio Marino).

Ma la casa - con le sue due esposizioni - era ben ventilata, fresca e piacevole (e da piccolo mi piaceva molto stare a casa, con i miei giochi e con tutto il resto).

Per tutto il mattino i letti della nostra stanza stavano disfatti per far prendere aria ai materassi.

Spesso e volentieri, mi mettevo seduto sulla rete metallica (che si usava a quel tempo) con la schiena appoggiata al materasso (era di lana) ripiegato a quadrato (come doveva essere tenuto secondo il regolamento, "a cubo", nelle caserme, durante le ore del giorno).

Passavo ore a leggere le storie di Topolino (aspettavo sempre con ansia che uscisse il nuovo numero settimanale) e i romanzi di Salgari e di Verne (letti e riletti, alcuni sino a sette-otto volte).

Di quelle mattinate trascorse nell'ombrosa frescura di casa, ricordo i rumori alacri provenienti dalla cucina dove la nonna Maria e la fedelissima Marietta, la nostra governante a tutto servizio, si affacendavano per allestire il pranzo.

E ricordo ben vivido il profumo di frittura dei dischetti di zucchine o delle melanzane tagliate a tocchetti, per il condimento della pasta o di quelle a fette per la Parmigiana, oppure, ancora, quello di uno dei miei piatti preferiti che era uno stufato misto (ma preparato in padella) di peperoni e patate. E badate bene che, a quel tempo, gli ortaggi e i frutti erano tutti rigorosamente di stagione: oggi, con il mercato globale il concetto di "prodotto di stagione" si è perso definitamente. Ma in certi periodi dell'anno di alcuni tipi di frutta o di ortaggi non si sentive la mancanza: il fatto che quei prodotti sparissero dalla nostra tavola e poi vi ritornassero, ci dava l'impressione di vivere in un tempo che era governato da una ciclicità, all'interno di macrocicli più lunghi ed ampi.

Qualche volta, tra una lettura e l'altra, facevo un rapido blitz in cucina per rubare qualche piccolo assaggio e la nonna tollerava queste incursioni senza sgridarmi.

Qualche volta, quando mi stancavo di leggere, architettavo qualcuna delle mie monellerie (che poi i racconti di mia madre ai parenti resero mirabolanti  e "celebri", degne di Gianburrasca): d'estate uno dei miei "scherzi" preferiti era quello di infilare pezzi di ghiaccio nel collare del grembiule della signora che lavorava da noi di mattina. Ed ero deliziato nel sentire le sue grida di disappunto, quando sentiva il freddo a contatto della pelle...

Proprio a partire da giugno, sul davanzale della finestra del corridoio, c'era sovente un cesto  pieno di pesche montagnole che sprigionavano il loro profumo. Prima ancora a maggio, occhieggiava su quel davanzale, un bel cesto di ciliegie. Sullo stesso davanzale, c'era - coperta da un panno, per mantenerla fresca e proteggerla dalla polvere - una caraffa piena d'acqua fresca per chi volesse dissetarsi.

Affacciata alla finestra che affacciava sul cortile interno, posta specularmente di fronte alla nostra, la prozia Irene si affacendava con il suo "frigorifero" estivo che era una cassettina di legno appesa al davanzale e dove,  grazie all'ombra perenne, la temperatura si manteneva fresca anche nei giorni più assolati. Qui, lei teneva gran parte della frutta estiva (mentre - d'inverno - la stessa cassettina di legno funzionava come ghiacciaia pensile per il burro ed altri alimenti deperibili).

Ma noi già da qualche tempo - seguendo l'onda della modernità - avevamo acquisito il nostro primo frigorifero (uno con lo sportello tutto bombato, senza il freezer come lo intendiamo noi oggi, ma soltanto con un piccolo scomparto dove si potevano ottenere con le apposite formelle i ghiaccioli). Si trattava del mitico Frigorifero Fiat, prodotto dalla Fiat negli anni Cinquanta su licenza dell'americana Westinghouse, di cui ben pochi (a parte quelli della mia età) hanno ancora un ricordo.

E pertanto con l'arrivo del frigo (che con una certa affettazione esterofila veniva anche chiamato "frigidaire", alla francese) avevamo rinunciato alla tradizionale ghiacciaia, funzionante d'estate grazie alla barra di ghiaccio che ci veniva consegnata a domicilio ogni due o tre giorni.

Insomma, cose d'altri tempi...

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25 novembre 2014 2 25 /11 /novembre /2014 18:23

Quelle vacanze estive a Capo Zafferano: bei ricordi che riaffiorano attraverso un sogno

(Maurizio Crispi) Per anni, a partire da quando la mamma ancora insegnava, andavamo a passare i mesi dell'estate nella casa di Capo Zafferano (oggi "Contrada Urio", nel territorio del comune di Santa Flavia). In genere ci spostavamo quando la mamma era libera dagli mpegni scolastici (cioè una volta finiti gli scrutini e, eventualmente, gli eaami) e quando Salvatore aveva finito di occuparsi dei suoi impegni in materia di disabili.
Poi, con la pensione della mamma, era in linea di massimo Salvatore a dare l'OK per il trasferimento.
Nei primi anni, poiché ancora non lavoravo in pianta stabile io ero una presenza costante - a parte le parentesi dei miei viaggi estivi - poi con il lavoro nell'Azienda sanitaria - e la necessità di sottostare all'obbligo di periodi limitati di ferie - la mia presenza si è rarefatta.
Ma sempre sin dall'inizio davo una mano per il trasferimento sia all'andata che al ritorno, ad eccezione che per il primo anno che fu il 1975: in quell'estate, dopo la mia laurea (conseguita a luglio) io ero partito per un lungo viaggio che sarebbe durato circa due mesi e loro andarono da soli (con qualche disavventura, quando - ad esempio - scoprirono durante un temprale estivo che il tetto non era a tenuta e che pioveva in casa).
Benché la casa di Capo Zafferanno fosse in linea di massima attrezzata, c'era da spostare lenzuola, asciugami, indumenti ed effetti personali vari, utensili da cucina (la mamma non voleva che le mancasse nulla), carte e documenti, in modo da avere sempre tutto sottomano.
Una volta a Capo Zafferano la mamma non avrebbe avuto molte possibilità di muoversi, soprattutto negli ultimi anni.
Il trasferimento aveva una valenza quasi epica e il carattere di una manovra militare, con una strategia accuratamente pianificata, compresa anche una mega-cucinata il giorno del trasferimento in modo tale da avere del cibo già pronto nei primi giorni di permanenza e, soprattutto, per la prima cena,con un margine di sovrappiù per eventuali opsiti in visita (che non mancavano mai, con grande piacere della mamma).
Già, perchè bisognava mettere nel conto anche le operazioni di chiusura e di messa in sicurezza della casa di Palermo.
Il trasferimento avveniva solitamente con due macchine. Nella mia caricavo tutte le masserizie (incluse delle derrate alimentari che sarebbero state utili nei primi giorni di permanenza)
Seguiva con la sua auto la mamma con Salvatore (compresa la carrozzina che andava caricata pe rultima) e le cose più minute e quelle dell'ultim'ora, cose che la mamma - imperiosamente - voleva avere sottomano.
Quelle vacanze estive a Capo Zafferano: bei ricordi che riaffiorano attraverso un sognoIo, dopo aver caricato le due macchine (mi spettava il lavoro pesante, muscolare -e lo facevo ben volentieri), partivo per primo, in modo da arrivare con un largo anticipo per poter aprire la casa e - per così dire - metterla in funzione. C'erano i rubinetti dell'acqua da aprire, c'era da rendere funzionante la cucina (aprendo le bombole del gas, situate all'esterno), c'erano da sistemare fuori nella terrazza, tavoli, ombrelloni e sdraio.
Tempo che la mamma e Salvatore arrivano io, lavorando indefessamente, avevo quasi portato a termine le mie incombenze, sudando copiosamente, poichè era tempo d'estate..
Sì, di questi giorni, ricordo in primo luogo le grandissime sudate cui mi sottoponevo con piglio salutistico e con lo stesso impegno che avrei messo in un'attività sportiva: era un lavoro che rappresentava la parte "pesante" del trasferimento e che andava fatto. Ed io ero orgoglioso di farlo: era il mio contributo alla vacanza di mamma e Tatà- e nei primi anni anche alla mia -.
Nei primi anni stavo con loro praticamente a permanenza e scendevo di rado a Palermo, perchè ancora - dopo la parentesi militare - non avevo avviato un'attività di lavoro in pianta stabile. Di queste estati ho un bel ricordo, anche se proprio in quel periodo frequentavo poche persone e non avevo una ragazza.
Avevo da poco cominciato a correre, ma la decisione di afforntare la prima sfida di maratona era ancora ben lontana: forse non era nemmeno entrata nelle mie fantasticherie. Mi limitavo a fare soltanto qualche corsetta non finalizzata a nulla di particolare, a spingermi soltanto la voglia di tenermi in forma, ma soprattutto mi dedicavo per ore alla ginnastica, nuotavo di frequente, andavo in canoa e poi facevo lunghe passeggiate sulla scogliera, sul monte e sino al Faro, affascinato da quello scenario naturale selvatico, dal volo dei gabbiani e dal frangersi delle onde sulla riva di rocce.
La sera dopo cena, spesso, mi distendevo su di muretto a guardare le stelle, assaporando la pace e il silenzio. E questo prima della grande invasione della contrada dove eravamo da parte di costruttori fuorilegge di palazzine cementitizie, all'arrembaggio in attesa del prossimo condono.
Quelli delle prime vacanze a Capo Zafferano furono periodi di grande unità familiare per noi: diciamo pure che, all'incirca, fu il primo decennio dopo la morte di papà.
Nel corso degli anni, la mia presenza a Capo Zafferano prese a rarefarsi: andavo a trascorrere con loro dei periodi limitati, massimo una settimana o 15 giorni e poi ci andavo volentieri nei fine settimana. Ma,d'altraparte, a volte loro avevano altri ospiti: e per anni vennero per un buon periodo di tempo dalla sardegna Mària che in un passato ormai lontano era stata la governante della prozia Irene - sino alla sua morte - e il marito Gavino.
Le estati a Capo Zafferano videro tutte le mie diverse vicissitudini sentimentali, negli alti e nei bassi.
E la mamma, paziente, era sempre accogliente e benevola.
Nei primi tempi della separazione, passavo i fine settimana sempre con loro e anche quelli in cui ero con Franceschino e per la mamma era una gioia poterlo vedere e seguire i suoi progressi.

Malgrado le mie presenze fossero sempre più sporadiche, ero sempre pronto a dare il mio contributo per i trasferimenti in andata e in ritorno.
Quelle vacanze estive a Capo Zafferano: bei ricordi che riaffiorano attraverso un sognoNel 2004 tuttavia la mamma rinunciò definitivamente alla vacanza a Cao Zafferano, con suo grande rammarico. Non si sentiva più in forze per trascorrere dei periodi da sola con Salvatore.

E, in più, si sentiva troppo isolata.
E fu così che si concluse un'era che per la mamma ebbe un significato particolare, perché attraverso la casa di Capo Zafferano, le piante che avevamo messo a dimora, le piccole coltivazioni, il profumo dei fiori, l'osservazione dei cicli delle fioriture (e tra gli alberi da fiore che prediligeva c'erano gli Hibiscus) aveva ritrovato la gioia e la spensieratezza dei suoi di anni di gioventù nell'anteguerra quando tutta la famiglia Salatiello si trasferiva nella casa che il nonno Giosuè aveva comprato a Capo Gallo (Mondello) e successivamente di quelli del dopoguerra e dei nostri primi anni (ho tanti vivissimi ricordi delle estati trascorse in quella casa, quando ero ancora piccolino).
Ecco cosa ho sognato questa notte.
Mamma e Salvatore ritornavano da una loro permanenza a Capo Zafferano ed io ero andato avanti nella casa di Palermo.
Ero in compagnia di una mia vecchia amica.
E aspettavo che arrivassero, dedicandomi nel frattempo ad aprire serrande e finestre e ad arieggiare le stanze.
Mi accorgevo che non ero da solo: infatti, c'era Salvatore, ma era da solo ed era all'interno di una piccola stanza quadrata vicina all'ingresso di casa (non esistente in realtà, o meglio - se esistesse - sarebbe uno sconfinamento nell'appartamento che occupo io).
Era in carrozzina e leggeva un giornale poggiato su un pavimento davanti a lui.
Nella stanza non c'erano mobili, soltanto tappetti e cuscini.
Arrivavano due signore, una giovane ed una anziana, specificatamente in visita per mio fratello, per interpellarlo - come sovente accade - per qualche faccenda riguardante l'handicap.
Le introducevo alla sua presenza, chiedendomi come mai la mamma stia tardando ad arrivare.
Ma poi caspico che è già arrivata, solo che ha lasciato mio fratello ed è uscita di nuovo in tutta fretta per fare un po' di spesa.
Infatti, la porta di servizio, nella premura di andare, l'ha lasciata spalancata.
Mi affaccio sul pianerottolo e c'è il signor Giacomo che sale con andatura lenta di chi ha a disposizione un tempo eterno per lasciare all'ingresso un enorme fascio di posta e di plichi, arrivati durante la nostra assenza.
Capisco che mia madre tornerà di lì a poco e vado alla ricerca della mia amica per scoprire con un certo imbarazzo che si è addormentata scompostamente sul letto di mamma.
La sveglio senza delicatezza, le dico che è tempo per lei di andare e lo do un bacio sulle labbra, ma è come baciare un muro.
L'amica se ne va e, quando io ritorno in cucina, ecco la mamma che rientra dalla porta di servizio.
E' lei, ma reca su di sè i segni del tempo: la pelle del suo volto è vizza ed incartapecorita, percorsa da un fitto reticolo di rughe. Cerco come al solito di baciarla sulla guancia, ma lei si ritrae, come se avesse vergogna dello stato della sua pelle. Eppure, per me non c'è nessuna differenza: é la mia mamma di sempre!
In cucina, intenti al lavoro ci sono uno dei miei cugini Crispi e la zia Silvana e stanno rpeparando qualcosa da mangiare: una cosa insolita, ma sono benvenuti.

Il sogno mi ha lasciato in uno stato d'animo di contentezza e di gioia, per aver ritrovato delle memorie dentro di me,memorie che per qualche tempo si erano spentee che ho sentito l'esigenza di rievocare.





 

Vedi anche su questo blog, sui ricordi relativi a Capo Zafferano:

In morte di un cane

 

Il piccolo tesoro di Franci, dimenticato e ritrovato

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20 novembre 2014 4 20 /11 /novembre /2014 09:13

Quei giocattoli a molla della mia infanzia(Maurizio Crispi) Sono abbastanza vecchio per avere avuto tra i miei primi giocattoli di bambino qualcuno di quei giochini di latta a molla che stavano per completare il loro lungo arco di vita prima dell'avvento della plastica e di giochi con meccanismi elettrici a batteria, per non parlare di quelli telecomandati  ancora successivi.

Affascinanti nella loro semplicità. 

Si trattava di dispositivi, derivati dai semplici giocattoli di latta tridimensionali, dipinti a vivaci colori a smalto, che, sagomati nelle maniere più diverse, riproducevano automobili, trenini, carretti o perfino animali. Una delle marche italiane più famose nella produzione di questi giocattoli era quello della ditta Ventura.

Erano tridimensionali, fatti di lamierino di latta, opportunamente sagomata, di solito due meta simmetriche tenute unite da linguine dello stesos materiale ripiegate negli appositi alloggiamenti, tutti dipinti a vivaci colori e il disegno sopperiva alla mancanza di tridimensionalità: le auto il più delle volte erano soltanto dei gusci e tutti gli altri dettagli erano dipinti, compresi eventualmente dei passeggeri. 

All'interno, era alloggiato un dispositivo a molla, ricaricabile per mezzo di una chiavina metallica che, il più delle volte era cromata, qualche volta estraibile, altre volte no.

Il meccanismo a molla che si rilasciava non appena si arrivava a fine corsa della chiavina realizzava una parvenza di movimento: la progressione in avanti delle automobiline o, nel caso degli animali, una rozza similitudine di trotto -ma più che altro degli scalciamenti disordinati -, sempre accompagnati dallo stridore della spirale compressa che, rilasciando di colpo l'energia accumulata, la trasmetteva a un'insieme di sempici ingranaggi. 

Quei giocattoli a molla della mia infanziaI dispositivi erano, come ho detto, tridimensionali, di dimensioni diverse, non eccessivamente miniaturizzati, ma nemmeno troppo grandi e, data la natura del materiale di cui erano fatti, molto leggeri.

La leggerezza era il loro prerequisito essenziale per ottenere la parvenza di movimento ottenuto dal meccanismo a molla:  un movimento che durava soltanto pochi istanti, ma tanto bastava per suscitare meraviglia.

Ne ebbi diversi, tra i quali un bellissimo asinello tutto rivestito di stoffa grigia simil-vellutata che quando era caricato cominciava a scalciare ronzando.

Una delizia! E mi piaceva moltissimo, ma ce n'erano altri il cui ricordo é sbiadito nella memoria, tra di essi forse anche una piccola moto con sidecar.

Tutti, all'infuori dell'asinello, fecero una brutta fine, perchè dopo aver giocato con loro per qualche giorno volevo andare a vedere il loro interno.

Cosa peraltro molto semplice, anche se a me, piccolino, sembrava un'impresa ingegnosa e sovrumana, arguta.

Bastava scalzare quelle semplici linguette metallica e, plop!, il guscio si apriva nelle sue due metà. 

A quel punto, era sufficiente scalzare dal suo alloggiamento la scatoletta con il meccanismo a molla.

Naturalmente questa era una strada senza ritorno, poiché non ero in grado di ripercorrere la strada inversa e di riportare il giocattolo alla sua condizione precedente.

Ma a lungo continuavo a giocare con quei meccanismi a molla caricandoli e poi facendoli scaricare a vuoto.

I meccanismi erano tutti eguali, costruiti nello stesso identico modo.

L'individualità del giocattolo era nel guscio: le loro "anime" erano identiche, invece, se si può parlare di anima.

Perchè lo facevo? Sin da piccoli siamo programmati per scoprire cosa c'è dietro le apparenze, credo.

C'è il desiderio di andare ad esplorare il ripostiglio di casa.

O di aprire cassetti ed armadi e rovistare il loro contenuto.

O di entrare nelle stanze buie.

O di andare a vedere cosa c'è sotto il letto, di notte, quando le ombre si fanno dense.
Ma anche il semplice piacere di smontare le cose per vedere come sono fatte dentro.
O anche,in alcunicasi un semplice spirito distruttivo e/o trasgressivo, come è rilevato magistralmente da Paul Auster in suo recente libro di memorie della sua prima infanzia, in cui racconta di aver smontato una bellissima radio a valvole dei genitori con la presunzione che poi avrebbe potuto rimontarla pezzo pezzoper renderla di nuovo funzionante.

"...quando avevi circa cinque anni, smontasti pezzo dopo pezzo la radio della tua famiglia, un voluminoso apparecchio degli anni Quaranta pieno di tubi di vetro e migliaia di cavi, pensando in un primo momento che saresti riuscito a rimetterla assieme, e illudendoti consapevolmente ce quell'eesercizio di vandalismo fosse un esperimento scientifico, ma via via che continuavi ad estrarre le viscere dell'apparecchio, divenne subito chiaro che ricostruirlo andava oltre la tua abilità discienziato, eppure continuasti,procedendo alla rimozione maniacale di ogni singolo cavoo bullone alloggiato nell'apparecchio, per la semplice ragione che sapevi bene di non doverlo fare e che un comportamento del genere era asoslutamente vietato" (Paul Auster, Notizie dall'Interno, Einaudi, 2014, pp.46-47)

giocattoli a molla di plasticaE, una volta, mio figlio Francesco (ma già più grande di Paul Auster al tempo dell'episodio citato), ispirato dal desiderio di diventare meccanico, prese a smontare la bici che gli avevo regalato alcuni mesi prima, pezzo dopo pezzo sino a smontare persino i delicati ingranaggi del cambio, senza riuscire dopo a rimettere tutto a posto

 

Mi sono ricordato tutto questo a partire da un giocattolino a molla (un cagnolino verde vomitoso) che l'altro giorno, preso da un'improvvisa nostalgia per questo tipo di giocattoli, ho voluto regalare a Gabriel.La concezione è identica a quella dei giocattolini di latta, ma questo è interamente fatto di plastica, ad eccezione probabilmente del meccanismo interno.

 

Non chiedetemi però se mi viene voglia di smontare il cagnolino per andare a vedere com'è fatto il suo cuore meccanico!

Il presente articolo è stato pubblicato in forma ridotta sulla mia pagina Facebook, il 24 agosto 2014.

 

Per chi volesse approfondire c'è un blog interamente dedicato ai giocattoli di latta (seguite il link)

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14 novembre 2014 5 14 /11 /novembre /2014 09:16

I panini imbottiti della mia infanzia e il mio essere «facitor» di panini per Maureen

 

(Maurizio Crispi) Quando - già grande - partivo per i miei frequenti viaggi (fossero legati ai miei studi o al mio pacere), la mamma mi preparava sempre dei panini imbottiti per la prima notte di avventura: già, perchè parlo di quando i viaggi si facevano ancora quasi esclusivamente per treno o per nave!

Era una costante: non avrei potuto mai immaginare di iniziare un viaggio senza quei panini.

A volte - oltre ad uno o due panini - c'erano anche un dolcetto e un frutto, qualche volta dei biscotti

E non vedevo l'ora di potermi sedere comodamente sulla poltrona del treno o nel salone bar della nave e consumarli (assaporando anche il piacere della sorpresa, ovviamente, nel vedere con che farcitura li aveva preparati).
Quando ero più grande portavo con me una fiaschetta piena di rhum e con la Coca Cola acquistata appositamente, allestivo un rudimentale Cuba Libre, con il quale accompagnavo il mio pasto.

E quei panini avevano importanza e valore non tanto per il risparmio d'un pasto consumato nel self-service della nave, quanto piuttosto per il sapore particolare di quel cibo preparato a casa che rappresentava, nello stesso tempo, un viatico per il viaggio che iniziava ed un legame con il focolare domestico che si allontanava. 

Ma c'era anche il fatto che quei panini costituivano un ponte fortissimo per rievocare gite ed altre situazioni familiari in cui si consumavano altri panini, esattamente con quei sapori.
Per non parlare delle merende di scuola: vorrei citarne due "classici", come il panino con dentro la cotognata, oppure quello infarcito di pezzetti di cioccolata fondente. Ma ricordo anche anche dei piccoli panini (i bocconcini semprefreschi) con lo stracchino e il prosciutto.
Nell'infanzia, poi, c'erano per le gite familiari con le famose e celebrate "colazioni al sacco", in cui primeggiavano i panini con la frittata semplice od anche con quella fatta con la pasta fritta (ancora più buoni): questi ultimi conferivano alla gita un inconfondibile profumo!

E tutti i panini dei miei ricordi erano magici, in qualche misura! Lo erano allora e lo sono ancora oggi, se soltanto chiudo gli occhi e li assaporo, soffermandomi ad annusarne l'aroma!

 

Ancora adesso, penso alla mamma che trovava il tempo, tra le molteplici incombenze e le cose che aveva da fare, per prepararmi quegli squisiti panini con il buon sapore di casa (che ritrovavo specialmente in quello con la frittata, letteralmente sublime)

Ecco, sono delle cose che ti porti dentro e che condizionano i tuoi successivi comportamenti.

Quando Franci era piccolo e dormiva da me nei fine settimana che avevamo da passare assieme, usavo preparargli come merenda per la scuola un panino imbottito (il pane lo andavo a prendere caldo caldo al forno) con un ripieno di stracchino e prosciutto cotto, proprio come alcuni di quelli che preparava la mamma per me quando era il tempo di andare a scuola.

 

E adesso mi occupo io di preparare ogni mattina un panino imbottito per il desk lunch di mia moglie Maureen. Ogni volta questo panino deve essere una piccola sorpresa per lei, cioè deve avere le qualità per essere un "yummy" sandwich.

Solitamente, aggiungo all'incarto con il panino, anche un piccolo contenitore tipo tupperware pieno di dolciumi ogni volta diversi, in modo che ogni giorno l'intero pasto possa essere una piccola sorpresa.

Qualche volta le ho preparato perfino il mitico panino con la frittata!
Nel corso del tempo la preparazione del panino si complessizzata: il panino si è moltiplicato, a volte c'è un secondo paninno, a volte una piadina imbottita, a volte una sorta di "roll"; a volte aggiungo anche un contenitore ermetico con della frutta mista tagliata a pezzettoni.
Le varianti sono molteplici e non starò a descriverle, ma anche se la base sono i formaggi e gli affettati, non mancano altri ingredienti quali l'uovo sodo, il pollo, il tonno, delle olive disossate, pomodori e lattuga, verdure cotte. E naturalmente vari ingredienti, in combinazione varia, da spalmare per arrichire il sapore e il gusto.
Spesso per la farcitura utilizzo ciò che rimane dal pasto del giorno precedente.
La sfida è quella di creare ogni giorno dei sapori leggermente diversi, pur rispettando una "cifra" stilistica familiare.
Ma in più ci sono anche varie sorprese "dolci": biscotti, cioccolata in tutte le foggie (é golosa di cioccolata), e - come ho detto prima - la frutta tagliata a pezzi: tutto deve essere in qualche misura una sorpresa e, quindi, ogni singolo item è avvolto nello scottex, in modo da impedirne un'immediata identificazione.
E tutto questo preparare, giorno dopo giorno, é un autentico piacere.

 

Tutto ritorna, invariabilmente.

Ed è sorprendente come ciò che stato impresso nella nostra mente (e nei nostri ricordi) dai nostri genitori continui a comparire nel presente.
Quel che è certo è che se abbiamo avuto la fortuna di ricevere dei doni, poi siamo capaci di diventare a nostra volta dei "donatori".
E nel mio caso il mio essere donatore è la condizione di un felice "facitor" di panini.
Ma nel preparare i panini, faccio anche rivivere dentro di me la gioia di aprire il sacco della colazione o della merenda e di ritrovare quegli odori e quei sapori: e, in sostanza, di essere ancora una volta io il destinatario di quelle attenzioni.
Io fondo - e anche questa é una profonda verità che non tradisce il precedente assioma - quando facciamo quancosa per gli altri con slancio ed altruismo, quando doniamo qualcosa senza aspettarci qualcosa in contraccambio, stiamo facendo un'azione che è anche, in qualche misura egoistica, perchè ciò facciamo per gli altri, lo stiamo facendo per noi.

 

 

DSCF8877.JPG

 

 

Ed ecco un sito web i cui frequentatori si sono impegnati in una simpatica gara creativa "sfida all'ultimo panino" (Devo la segnalzione alla mia cara amica, nonché comare, Anita, aka Nonna Nica)


Il presente pezzo è stato già pubblicato in forma abbreviata nel mio profilo Facebook con il titolo: I panini imbottiti della mamma

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19 settembre 2014 5 19 /09 /settembre /2014 06:59

Le monete di cioccolato della mia infanzia

(Maurizio Crispi) Una delle cose che, della mia infanzia, ricordo più volentieri  sono i ciondoli di cioccolato rivestiti di carta stagnola colorata con cui si decorava l'albero di Natale e le monete di cioccolato, anche loro rivestite di carta stagnola, dorata o argentata.
Queste ultime erano contenute sovente in un piccolo retino colorato che le faceva diventare una vera e propria "borsa di denari".

Le dimensioni erano diverse e riproducevano in scala (ma sempre in eccesso) le monete in circolazione di quel tempo.
Solitamente, il cioccolato all'interno dell'involucro era al latte.
La carta stagnola (e così pure il cioccolato) portava in rilievo scritte e diciture delle singole monete che venivano riprodotte. Erano in tutto e per tutto una riproduzione fedele, non c'è che dire.
Non era bello solo mangiare il cioccolato, ma era bella l'idea in sé di poter aver un oggetto da consumare che tuttavia dava a noi bambini la possibilità di giocare con oggetti propri del mondo degli adulti, come erano anche (forse oggi scomparse) le sigarette di cioccolata.
Le monete di cioccolato della mia infanziaEd infatti, uno delle cose che cercavamo di fare era di aprire l'involucro di carta stagnola senza romperlo, in modo tale che avremmo potuto rimettere assieme le due metà di cui era costituito, avendo qualcosa con cui giocare con l'illusione di essere "ricchi" di belle monete d'oro e d'argento!

 

Mentre non si vedono più gli omini e i ciondoli di stagnola e cioccolato per la decorazione dell'albero di Natale, stranamente le monete di cioccolato sono sopravissute agli assalti del tempo: ma nel tempo si vanno adeguando ai cambiamenti delle monete in circolazione. I Italia e in altri paesi dell'UE riproducano l'Euro (e centesimi), mentre in UK riproducono ovviamente le monete in circolazione.

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25 luglio 2014 5 25 /07 /luglio /2014 19:43

E' arrivato il Mastro Gelataio! (che mi riconduce ad un ricordo d'infanzia)

(Maurizio Crispi) Preceduto dalle sue musichette accattivanti in una tarda mattinata di un luglio assolato, nel prato del King Edward Memorial Park, che assume sempre di più in questi giorni una fisionomia balneare, affollato come è di bimbi e mamme, di donne giovani e meno giovani che prendono la tintarella, di adolescenti che giocano a palla e di altri frequentatori adulti che, in mancanza di una spiaggia raggiungibile, fanno come se fossero al mare, è arrivato il "Mastro Gelataio" con il suo furgoncino colorato, i cartelli che mostrano le diverse varietà di gelato disponibili.
Un furgoncino con speciale licenza, poichè il traffco automobilistico non è consentito all'interno del piccolo parco, anche se il suo interno è potenzialmente accessibile tramite una porta carraia sempre aperta durante le ore del giorno, soprattutto per i mezzi di servizio, auto della polizia e quant'altro.
Subito, risvegliati dall'inconfondibile jingle dal loro torpore estivo molti si sono dati una smosa e hanno cominciato a sciamare verso il furgoncino che prometteva leccornie fresche e dissetante. I bambini hanno cominciato a rincorrerlo, e gli adulti dietro di loro a passo più lento, anche se non trascicato: anche loro - in modo più compassato - entusiasti della lieta parentesi. Perfino, dall'estremità più lontana, vicino all'argine perfino dei addetti alla manutenzione con i loro giubbino giallo che connota la loro condizione di labourer si sono sono avvicinati.
Tutti si sono accalcati davanti alla finestrella dalla quale si è affacciato il Maestro Gelataio, pronto a raccogliere gli ordini.
E' arrivato il Mastro Gelataio! (che mi riconduce ad un ricordo d'infanzia)La folla si è infittita e, a poco a poco, ciascuno ha fatto ritorno alla sua postazione di partenza con la sua fresca preda...
Una scena che mi ha ricordato di quando da piccolo andavamo con la mamma a Mondello, alla nostra capanna in condominio. C'erano a quei tempi i venditori ambulanti che facevano avanti e indietro lungo la spiaggia, vendendo le mercanzie più diverse, da quelle gastronomiche ai giochi da spiaggia.
Alcuni giovanili e prestanti, altri alquanto invecchiati quasi secolari che davano l'idea di essere invecchiati facendo questo lavoro.
In calzoncini corti blu e con una maglietta bianca, spesso a piedi scalzi nella sabbia arroventata dal sole, a volte con un grande cappellaccio di paglia in testa per ripararsi dalla canicola, ma ciò nonostante con pelle che sembrava del colore del cuoio invecchiato, ciascuno gridava la sua mercanzia, in un rincorrersi di voci roche e cantilenanti che dicevano per esempio.
"Cocco, cocco bello agghiacciato"...
"Calia, semenza, nocciolì..."
"Sfincione... arancine,,, ciambelle"
"Pollanche, pollanche..."
"Ghiaccioli ghiacciati, ghiaccioli ghiacciati, ghiaccioli ghiaccioli".
Tutte cantilene che, a scriverle, perdono in gran parte il loro fascino, ognuna con una particolare cadenza che, per come lo ricordo io, serviva a loro come metronomo per scandire la loro andatura e tenerla costante nella sabbia rovente,ma morbida e cedevole.
Di rado infatti camminavano sul bagnasciuga, poichè gli acquirenti potenziali erano quelli che stavano vicino alle cabine e sotto gli ombrelloni.
E' arrivato il Mastro Gelataio! (che mi riconduce ad un ricordo d'infanzia)E poi c'erano quelli che vendevano giochi, come le famose biglie di plastiche per giocare con la pista a "il Giro d'Italia" o i palloni santos destinati a fare una fine precoce, occhiali da sole da poco prezzo, oli abbronzanti e così via.
Le cose da mangiare stavano all'interno di grandi cesti di vimini con coperchio nel caso dei pezzi di rosticceria, le pollanche in cesti rotondi più piccoli e il contenuto tenuto caldo da cenci colorati a mo' di coperchio. il cocco veniva portato, sospeso in alto sul bracio proteso, invece, in una grande ciotola di vetro ed era effettivamente ricoperto di ghiaccio, per tenerlo fresco.
Ad ogni giro di spiaggia (un chilometro e mezzo ad andare ed altrettanto per tornare), evidentemente si rifornivano con della merce fresca. Più veloce era il loro giro di giostra, più avevano l'opportunità di vendere e di rimpolpare i loro sudati guadagni. Questi venditori, per quanto anziani fossero, me li ricordo tutti segaligni, con le gambe nervose e asciutte: in fondo erano dei maratoneti ante litteram, poichè a fine giornata sicuramente avevano percorso almeno un trentina di chilometri, a giudicare da tutte le volte che li vedevo passare.
Di norma, la mamma non ci comprava mai niente. perché ci portava la merenda da casa, di norma pane e uva, oppure dell'altra frutta fresca estiva. Quando era in vena, di generosità e soprattutto disposta ad uscire dalle regole, ci poteva toccare un ghiacciolo "ghiacciato".
Ma io avevo sempre il desiderio di quelle cose.
Forse è per questo che, diventato più grande una volta mi comprai - una di fila all'altre - tre ciambelle fritte che mangia tutte sino all'ultima briciola.
E poi, naturalmente mi "abbunnò u stomaco"...
Cose d'altri tempi...
Oggi, di venditori ambulanti disposti a fare questo durissimo lavoro, ci sono sulla spiaggia soltanto i "vucumprà" e, adesso, anche signore asiatiche che offrono massaggi orientali, come capita sovente di vedere nelle spiaggie esotiche.
Quei venditori che ricordo io davano colore e atmosfera alla spiaggia.
Chi voleva un gelato "vero", se voleva, poteva farsi una camminata non troppo lunga e andare al "baretto" a mangiare uno dei gelati più buoni di Palermo, che poi venne scalzato da quello prodotto da altri maestri gelatai di nuova generazione.

 

 

 


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9 giugno 2014 1 09 /06 /giugno /2014 08:05

Un ricordo di mio padre trasportatore di mio fratello Salvatore(Maurizio Crispi) L'altro giorno, ho trovato dei bicchieri da birra lasciati vicino ad una panchina: rispettando la mia piccola tradizione, li ho raccattati e li ho portati via con me.

Per tutto il tratto di strada dalla panchina a casa, ho camminato con cautela.

Tenere degli oggetti di vetro in mano, mentre si cammina o si corre, è pericoloso.

Se si inciampa e si cade, il vetro nell'impatto - è matematico - si romperà e ti taglierà la mano. 

A me è capitato, quando ero piccolo: quindi la prudenza non è mai troppa.

E, mentre camminavo assai preoccupato di poter cadere e farmi male, mi sono ricordato appunto che, una volta, - andando a casa dei nonni Crispi (che hanno sempre abitato in una grande casa popolare in Via Noce di Palermo, ad un terzo piano e senza ascensore) -, inciampai miserevolmente in un gradino, mentre portavo delle bottiglie di vino - o qualcosa in vetro - e che mi tagliai la mano - per quanto in modo non grave.

Ma perchè, proprio a me che ero allora un bimbetto di meno di dieci anni era stato affidato questo compito delicato? E, tra l'altro, si badi che i tre piani dei nonni, visto che l'edificio era di costruzione tardo ottocentesca, equivalano a salire per tutta l'altezza di una grande chiesa con ben tre rampe di scale per ogni piano.

E, in un percorso associativo, mi sono ricordato che, quando andavamo a pranzare dai nonni (alcune domeniche e in certe festività) papà prendeva sulla spalle mio fratello, già piuttosto robusto, e lo trasportava su per le scale per tutti e tre i piani, senza mai fermarsi.

Mio padre era un un uomo forte, di costituzione muscolosa e a quel tempo aveva recuperato i patimenti subiti al tempo della prigionia.

Trasportare mio fratello in queste circostanze era cosa sua: era assunzione di responsabilità, era accettazione di un fardello amato, era - forse - espiazione, era ascesa ad un monte sacro della mente e nello stesso il percorso che conduceva al Golgota, al suo personale Golgota.

Non so: non ebbi mai il tempo e l'occasione di parlare con lui di queste cose in anni successivi.

Ma - sia come sia - era  una scena che aveva un carattere quasi sacrale e, nello stesso tempo, mitico.
Un carattere che io ruppi - senza volerlo, ma cionondimeno suscitando le ire di mio padre - quando giocherallando con una pallina, proprio mentre era intento in questa funzione, glieli feci rimbalzare sulla testa e, per aggravare le cose, mi misi pure a ridere.

Malgrado questo piccolo incidente di percorso, io lo guardavo sempre ammirato e, nello stesso tempo, intimidito dall'esibizione di tanta forza: e avrei voluto essere come lui, bruciando le tappe.

Era come vedere Enea che salva l'anziano padre Anchise dall'incendio di Troia, caricandoselo sulle spalle; era come osservare San Cristoforo che, omaccione barbuto e possente, trasporta Gesù bambino da un lato all'altro d'un fiume in tumulto e dalle acque profonde, era un traghetattore buono, era - per dirla in una parola - il trasportatore di mio fratello.

Allora, da piccolo, non potevo fare queste associazioni, ma amavo mio padre per tutto ciò che era contenuto implicitamente nel suo gesto.

Per questo motivo, quando ci muovevamo, a me e alla mamma spettava portare tutte ciò di cui v'era bisogno e fu così che quella volta a me toccò il compito di portare le bottiglie di vino.

E caddi.

Io con quel misero peso tra le mani inciampai e caddi, mentre mio padre con il peso di mio fratello sulle spalle non cadeva mai.

Fu così che imparai a prendermi cura di mio fratello, desiderando emulare ciò che faceva mio padre per lui e che anche la mamma faceva in assenza di papà, in un'equanime distribuzione dei compiti (anche se il trasporto su per i tre piani dei nonni era compito esclusivo di papà).

E, quando fui cresciuto ancora un poco e fui abbastanza forte, cominciai a partecipare ad alcune delle cure necessarie per mio fratello, partendo dalle cose più semplici, come metterlo in auto e spostarlo dal letto alla carrozzina.

Nel frattempo, però eravamo andati ad abitare in una casa fornita di ascensore e così, salvo rare occasioni, le "acchianate" e le "scinnute" a forza di braccia non furono più necessarie.

Mio padre mi ha trasmesso l'idea dell'importanza della forza, non solo fisica, ma anche morale, come di una delle qualità necessarie per vivere bene e facendo le cose giuste.

Idea che, in maniera imperfetta e commettendo degli errori, ho in qualche modo cercato di applicare nel corso della mia vita, pur continuando ad inciampare come quel bambino goffo a cui era stato chiesto di trasportare delle bottiglie.

L'immagine che ho conservato di mio padre, invece, è quella di un uomo che non inciampava mai anche se era oberato dai pesi più grandi.

Non era esattamente così, anche lui aveva i suoi difetti: ma questa è un'altra storia.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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