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29 ottobre 2015 4 29 /10 /ottobre /2015 07:08
La famiglia dei Gattoni
(da un mio post precedente - 2013) [...] Prima che arrivassero i miei cugini dalla Sardegna (e da allora avemmo la capanna assieme a loro) era consuetudine cercare dei co-locatari, per dividere la spesa. Fu così che la mamma, un anno, fece ritorno dagli uffici della Società (era sua l'incombenza di occuparsi di queste faccende), annunciando che nella prossima stagione avremmo diviso la capanna con la famiglia Gattoni.
Quando sentii questa notizia, fui eccitatissimo dalla novità, ma non dissi nulla a nessuno, pur iniziando a fantasticare attorno a questi misteriosi "gattoni".
Poi, nel corso del tempo, ci furono sicuramente durante le conversazioni tra gli adulti numerosi accenni alla famiglia dei "gattoni". E, di quando in quando, capitava anche che la mamma e mio padre si interrogassero su come sarebbero stati questi "gattoni" come compagni di capanna. 
Io orecchiavo le loro conversazioni e questi accenni facevano vieppiù galoppare la mia fantasia. Sia come sia, arrivò il tempo dell'inaugurazione della stagione balneare e, con armi e bagagli, andammo al mare per la prima volta. 
A quel tempo dovevo avere quattro o cinque anni. La mamma mi raccontava spesso che appena arrivato, anziché cominciare a fare i miei giochi preferiti, io cominciai a cercare e a guardare in giro, instancabilmente. Entravo ed usciva dalla capanna, guardavo nei piccoli spazi dietro la cabina, sbirciavo da ogni parte, spostavo le sdraio addossate alle pareti e rimestavo in giro, mostrando una delusione via via crescente. 
Ad un certo la mamma mi chiese: "Ma cosa stai cercando, Maurizietto?" 
Ed io le risposi: "Ma..., mamma, mi avevi detto che quest'anno ci sarebbero stati i gattoni. Ed io non vedo nessun gattone!". 
E, naturalmente, a questa mia risposta fece segue l'immancabile coro di risate da parte degli adulti presenti.

 

Le cose che capitano da piccoli si ammantano di una patina che li rende “mitici”, a volte prima ancora che accadano (nelle attese e nelle aspettative); ma può anche succedere che anche gli eventi attesi vengano caricati e, per così dire, trasfigurati dall’apporto di elementi fantastici (o fantasticati).
Inoltre, può anche entrare in gioco la ripetuta narrazione ad agire come potente volano propulsore per far sì che un evento in sé piccolo possa entrare a far parte della propria mitologia di ricordi.
Raccontando a posteriori di questa circostanza, potrei anche aggiungere che, se a quel tempo mi fosse stata letta (o avessi letto) la storia di Alice nel Paese delle Meraviglie, avrei magari potuto immaginare di ritrovarmi davanti ad un’intera progenie di gatti del Cheshire. .. pronti a far parte delle celebrazione del mio non-compleanno (che cade appunto nei mesi estivi) e che però non avrei mai potuto vedere, poiché - a parte un ghigno incorporeo - in linea di massima il loro corpo rimane sempre invisibile.
Proprio di recente, mi sono imbattuto in una vera famiglia di “gattoni” pluri-generazionale, mentre correvo per i viali di Villa Trabia.
Non ho potuto fare a meno di far loro (ai “gattoni”) un piccolo servizio fotografico che mi ha rimandato con il pensiero e con le emozioni alla mitica famiglia “Gattoni” della mia infanzia.

 

 

 

 

La famiglia dei Gattoni
La famiglia dei Gattoni
La famiglia dei Gattoni
La famiglia dei Gattoni
La famiglia dei Gattoni
La famiglia dei Gattoni
La famiglia dei Gattoni
La famiglia dei Gattoni

I Gattoni di Villa Trabia

More Gattoni di Villa Trabia

Il loro luogo sicuro è il recinto di una vecchia serra di cui sopravvive soltanto il basamento in arenaria

E i più timidi (nonché i più piccini) se ne stanno all'interno per uscire a sbirciare ciò che accade fuori solo di tanto in tanto. Ma la curiosità è - come sempre - più forte della paura

Il buco nel muro che per i più giovani dei Gattoni rappresenta l'interfaccia tra il claustrum del loro nido e il vasto mondo al di fuori

Gattone acrobatico che non ha nulla da invidiare a Philippe Petit...

Gattone terragnolo

Le didascalie alle foto

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10 ottobre 2015 6 10 /10 /ottobre /2015 07:07
Le sedute odontoiatriche non sono mai rose e fiori ( specie se l'inconscio ci mette lo zampino...)
Le sedute odontoiatriche non sono mai rose e fiori ( specie se l'inconscio ci mette lo zampino...)
Le sedute odontoiatriche non sono mai rose e fiori ( specie se l'inconscio ci mette lo zampino...)
Le sedute odontoiatriche non sono mai rose e fiori ( specie se l'inconscio ci mette lo zampino...)
Le sedute odontoiatriche non sono mai rose e fiori ( specie se l'inconscio ci mette lo zampino...)

Il mio rapporto con il Dentista, inteso come figura archetipica, è stato sempre problematico.

In passato, specialmente.

Più volte ho abbandonato il campo, perché ne ero spaventato e, per lungo tempo, evitavo successivamente di frequentare gli Studi dentistici.

Ma, per necessità di cose, ho sempre dovuto riprendere, sempre alla ricerca del mio Dentista ideale. Detto tra parentesi; nella mia prossima vita voglio nascere con un corredo già precostituito di denti denervati al titanio.

Anni addietro, quando ero proprio all’inizio del mio percorso di psicoanalisi, andai dal Dentista di allora. E questo andare era sempre accompagnato da una notevole ambivalenza e da una grande sofferenza interiore: mai che fosse una passeggiata. In quella seduta, ci fu qualcosa che mi turbò. Forse fu la procedura dell’anestesia, forse fu un odore di disinfettante più forte del solito: fatto sta che cominciai a sudare freddo, ad avvertire una sensazione di nausea, e ad avere il polso piccolo e frequente.

Io dal dentista, in sala d'attesa. La mia espressione non è una delle più feliciSi dovettero temporaneamente fermare le successive fasi estrattive: ed io - per evitare il collasso - dovetti stare a lungo con la testa tra le gambe.

Per quella volta me ne andai con un nulla di fatto (o forse l’operazione si fece egualmente, adesso non ricordo): ma, in ogni caso, quell'esperienza mi lasciò con un forte senso di disfatta e di incapacità. La sensazione di non “essere forte” in circostanze che richiedevano una dose in più di coraggio e di capacità di sopportazione del dolore.

L’indomani affrontai la mia seduta di psicoanalisi con il rimpianto ed insuperabile Francesco Corrao, nel corso della quale vennero fuori degli aspetti interessanti.

Il giorno che precedeva la seduta estrattiva mi ero trovato a guardare alcune sequenze del film di Joseph Losey (1972) che racconta L’assassinio di Trotsky, (avvenuto come è noto nel 1940, in Messico, dove il rivoluzionario russo si era ritirato in esilio)

Rimasi particolarmente sconvolto dall’immagine cruenta dell’attentato che portò Trotsky alla morte: come è noto, il suo sicario (presentatosi inizialmente come amico e rivoluzionario espatriato), dopo aver ottenuto la sua fiducia, lo colpì in piena testa con una piccozza. E il film nella sua sequenza clou presentava proprio questo evento, in tutto il suo realismo (piccozza piantata al centro della fronte, sangue rutilante che sgorgava dalla ferita profonda etc).

Io, turbato da una simile visione, avevo immediatamente cambiato canale, non intenzionato in alcun modo ad espormi ad ulteriori sofferenze.

Le immagini perturbanti - con tutto il loro potere intatto - furono immediatamente rimosse, ma riemersero il giorno dopo nel corso della seduta odontoiatrica, senza che me ne rendessi conto: vennero recuperate soltanto nel corso della seduta di psicoanalisi.

In sostanza, mi ritrovai a sperimentare un vero e proprio attacco di panico, in cui la figura del dentista e quella del sicario di Trotsky si congiungevano e in cui gli attrezzi da lavoro odontoiatrico e la piccozza dell’assassino si equivalevano. Il Dentista si trasforma da figura benevola in personaggio sadico, violento e crudele, come un padre divoratore dei suoi figli: e, alle spalle del sicario inviato ad uccidere in modo barbaro Trotsky, come punto di congiunzione, si staglia - altrettanto inquietante il sadico dentista, impersonato da Laurence Olivier che, nei panni del criminale nazista Szell dagli azzurri occhi di ghiaccio (conosciuto - tra le sue vittime dei lager - come l'"Angelo bianco") tortura con i suoi ferri del mestiere di odontoiatra Babe, il “maratoneta” (interpretato da un giovanissimo Dustin Hoffmann), ponendogli insistentemente ed ossessivamente la domanda “E’ sicuro?” (vedi la sequenza clou del film e leggi un mio precedente post, del 2009, dal titolo, “Il Maratoneta": un vero film cult da rivisitare, di tanto in tanto”).

Recentemente, proprio pochi giorni fa, lo stesso fenomeno si stava verificando nuovamente, mentre ero sotto le mani benevole e sapienti del mio amico Pippo. Questa volta il trigger è stato un odore di sostanze chimiche più intenso del solito: e subito dopo si è presentata quell’immagine (Trostsky con la piccozza piantata nella testa). E mentre ciò avveniva, ho avvertito i primi sintomi d’un incombente attacco di panico.

Questa volta, tuttavia, approfittando della pausa necessaria perché l’anestetico locale facesse effetto, ho detto a Pippo ciò che stava succedendo, riconnettendolo a quanto era già accaduto in passato. E ci siamo, ovviamente, fatti quattro risate: ma ciò è stato sufficiente per depotenziare i sintomi e per levare alla rappresentazione la sua forza maligna.

In fondo, la resistenza mentale alle situazioni di stress dipende dalla capacità di tenere sotto controllo il ritorno perturbante del rimosso oppure, semplicemente, dalla piena consapevolezza di ciò che sta accadendo dentro di noi. Ovviamente, se io non fossi passato attraverso l’esperienza della psicoanalisi non avrei raggiunto mai questa capacità di prendere le distanze dagli eventi perturbanti, per poterli esaminare e dire: “Ecco, questo è quello che sta succedendo”.

Immagini archetitpiche perturbanti riemergono spesso nei momenti di maggiore stress e, bisogna averne contezza, per poterle dominare.

E questo è uno dei pilastri su cui si fonda, sicuramente, un buon livello di resilienza.

La sequenza cluo nel film "Il Maratoneta": "E' sicuro?"

The Aaasination of Trotskij (1972, Joseph Losey), the full film

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9 ottobre 2015 5 09 /10 /ottobre /2015 01:28
Essere - da sopravvissuto - il custode dei ricordi
Essere - da sopravvissuto - il custode dei ricordi
Essere - da sopravvissuto - il custode dei ricordi
Essere - da sopravvissuto - il custode dei ricordi
Essere - da sopravvissuto - il custode dei ricordi
Essere - da sopravvissuto - il custode dei ricordi
Essere - da sopravvissuto - il custode dei ricordi
Essere - da sopravvissuto - il custode dei ricordi
Essere - da sopravvissuto - il custode dei ricordi
Essere - da sopravvissuto - il custode dei ricordi

Il 4 ottobre è appena trascorso con tutto il suo carico di ricordi.
E' un giorno che rappresenta da sempre per la mia famiglia una ricorrenza molto speciale.
Infatti, assieme festeggiavamo il Compleanno di Salvatore (nato il 4 ottobre del 1947), l'Onomastico di nostro padre (San Francesco d'Assisi) e l'Anniversario di matrimonio dei nostri genitori.

Si è aggiunto nel tempo anche l'onomastico di mio figlio Francesco e, adesso, 1/3 della festa di onomastico di Gabriel (che, nominato al completo, è Gabriel Francis Luca).
La mamma voleva che sempre ci ricordassimo delle ricorrenze (a me ricordava sempre, per fare un esempio, quando cadevano l'onomastico o il compleanno di Tatà. Me lo preannunciava con qualche giorno di anticipo, dicendomi: "Ricordati di tuo fratello") e che a loro dessimo il giusto valore.
Da un certo momento, quando ha cominciato ad essere stanca delle complicazioni e desiderosa di non essere al centro dell'attenzione (ma anche "di non voler arrecare disturbo a chicchessia"), lei era solita preannunciare, quando si avvicinava una data che la riguardasse: "Quest'anno non voglio che facciate niente per me!".
Ma, noi, avendo bene interiorizzato la sua lezione, procedevamo egualmente, malgrado il suo avvertimento dissuasivo.
E così è stato, in occasione del suo 90° compleanno, quando - er iniziativa delle mie cugine più grande - abbiamo organizzato a sua insaputa una piccola festa familiare, in cui ci siamo ritrovati tutti assieme, con la presenza speciale anche della cugina Giorgia che vive a Roma.

Le foto che aprono questo piccolo post "di famiglia" sono appunto un ricordo di quella circostanza. Tra l'altro, in quella circostanza, la mamma che solitamente cercava di evitare in ogni modo di essere fotografato, comprendosi il volto con le mani o con una rivista (o un libro) appena vedeva il mio obiettivo puntato su di lei, mi lascio fare.
E fu così che ebbi modo di raccolgiere alcune bele immagini di lei nei suoi ultimi splendidi anni, assieme a Salvatore anche.
Guardando queste foto - e le altre che scattai in quell'occasione, qui non pubblicate -, mi sento solo: certo, oggi ci sono i miei due figli, c'è Maureen. 
Ma loro - la famiglia in cui sono cresciuto - non ci sono più.
Sono andati via e con loro é finito un intero mondo di abitudini e di piccoli riti quotidiani, di voci e di conversazioni, di presenze e di assenze: in un attimo, specie dopo la scomparsa di Tatà, quasi tutto ciò che si svolgeva nel quotidiano in routine e pratiche che avevano i loro perché ha cessato di essere.
E, senza i riti quotidiani, ci si sente come una nave che ha perso i suoi ancoraggi, ma anche i suoi strumenti di rotta e di navigazione.
Fa parte delle vicissitudini umane che solo uno tra molti sia destinato a vivere nella parte del sopravvissuto
Io sono un sopravvissuto.
Chi rimane, deve ricordare costantemente chi non c'è più.
Occorre lasciare sempre aperta una porta al flusso dei ricordi, mantenendo in vita in questo modo le persone care che sono venute a mancare e che ci mancano.
E' nostro compito tenere la stanza dei ricordi costantemente aperta, arieggiata, festosa, piena di colori e di suoni.

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25 settembre 2015 5 25 /09 /settembre /2015 06:19
L'ultimo miglio dello spingitore
L'ultimo miglio dello spingitore

(Maurizio Crispi) Una volta, un maratoneta, si afflosciò a terra, morto sul colpo, davanti al traguardo di una 42,195 km. Cadde di botto, come un uccello in volo che avesse esaurito tutta la sua energia vitale. Io ero lì, arrivai poco dopo il fatto, ma il personale del Pronto intervento era già arrivato, e il corpo ancora caldo era stato rimoso, ma un'atmosfera di mestizia pervadeva la zona degli arrivi, cosa quanto mai insolita e, ovviamente, la cerimonia delle premiazioni e il pasta party finale erano stati minimizzati e fatti in punta di piedi. Tutti erano rimasti storditi da quell'evento inaspettato.

In fondo, la maratona e le altre corse sulle lunghissime distanze si possono considerare un po' come metafora della vita: e in ciascuna vita c'è quell'ultimo traguardo da raggiungere, quella soglia da varcare. E una di queste soglie sarà anche l'ultima, quella definitiva.

Quindi, ciascuno di noi deve confrontarsi con quelle centinaia di metri che ci saranno da percorrere prima di arrivare al fatidico appuntamento: a volte si percorrono in movimento, altre volte da fermi, perchè si è bloccati a letto da una malattia debilitante.

Ma si tratta pur sempre d'un ultimo tratto di strada.

Il "miglio", quello che nel romanzo di Stephen King, è il "Miglio Verde", cioè la distanza di poche centinaia di metri che separano il braccio della Morte di un penitenziario americano dalla camera dell'esecuzione con la sedia elettrica.

Ciascuno di noi - nell'accostarsi al trapasso - deve percorrere quell'ultimo miglio: più volte, qualche volta da accompagnatore, talaltra da spingitore, altre volte da condannato.

Sono graziati soltanto coloro che muoiono d'una morte istantanea - o semi-istantanea - come è accaduto a mio padre, deceduto in un disastro aereo.

Un botto e una fiammata, forse un'esplosione, non so: e ho sempre voluto pensare che la sua fine sia stata questione di un attimo, senza che gli fosse nemmeno dato il tempo di capire ciò che stesse accadendo.

Ma anche in questo caso, è ben difficile dire se non ci sia stato quell'ultimo percorso prima di giungere a varcare la soglia dell'ineffabile e dell'indicibile.

Ma lasciamo la questione in sospeso.

Con Tatà, quell'ultimo miglio lo abbiamo vissuto in pieno: camminavamo, come sempre nella nostra vita abbiamo fatto, io nel ruolo di spingitore e lui da spinto, poiché - anche se Tatà era attivissimo, forse ben più di me, perchè divorato da una forte passione interiore che gli dava l'energia necessaria per portare avanti le sue cause per la difesa dei diritti dei diversabili - oggettivamente nelle nostre uscite era questo il nostro ruolo reciproco.

E nel brevissimo percorso dalla pizzeria vicino casa al cancello del giardinetto d'ingresso del condominio di Via Lombardia si è consumato il nostro ultimo miglio.

Dico il "nostro", perchè eravamo assieme.

Io, spingendo, ho vissuto la tragedia di quegli ultimi momenti, ho visto la sua lotta per ghermire un ultimo fiato per alleggerire il peso che gli opprimeva cuore e polmoni che, d'improvviso, si erano fatti stretti.

Ho visto il suo boccheggiare alla ricerca d'un ultimo anelito di vita; la sua lotta nel tentativo di articolare parole che non sono mai potute uscire.

E, alla fine, la testa e il busto reclinati in avanti, senza più alcuna reattività.

E io, dietro di lui, ho cercato di soccorrere, di alleviare, di capire, di cogliere quelle ultime parole, di somministrare il farmaco che in ospedale ci avevano dato per portarlo sempre con noi e per somministrarlo in simili frangenti.

La Spada di Damocle che incombeva si è liberata dal suo fragile supporto ed è precipitata crudele, falciando una vita.

E consegnato la sua immobilità che però era attività ed energia nella mollezza della Morte da cui non c'è ritorno.

Ecco, quell'ultimo miglio è (e rimarrà) per me indelebile.

Ogni volta che percorro quella strada, ogni volta che da via Principe di Paternò svolto a destra per imboccare via Lombardia, ogni volta che mi avvicino all'ingresso del nostro condominio, non posso fare a meno di rivivere istante per istante, metro per metro quell'ultimo nostro miglio.

Io spingitore, Tatà spinto.
Come tante volte siamo stati nella nostra vita: ogni tanto parlavamo, io mi fermavo e mi accostavo a lui per sentire meglio ciò che mi diceva e poi riprendevo a camminare, replicando con altre parole e continuando nei nostri ragionamenti.
Qualche volta lui che sempre sorvegliava le asperità del terreno davanti mi diceva di stare attento, "Accura!" era la sua esortazione, perchè temeva la ruota si potesse bloccare e la carrozzina ribaltarsi in avanti, come talvolta in passato ci era capitato (una volta anche con corsa immediata al Pronto soccorso, per far dare dei punti)

Quest'ultima volta ho accostato il mio orecchio alla sua bocca, ma mi sono giunti suoni inarticolati: un addio forse, o una richiesta di aiuto, o una parola d'affetto.

Mentre il suo Pneuma volava via nel Cielo.

Ancora una volta, ciao Tatà! Spero di essere stato per te un buon fratello, anche se non sempre ci siamo capiti a fondo, ma è stata la mamma a tenerci sempre uniti, anche nei momenti di incomprensione.

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10 settembre 2015 4 10 /09 /settembre /2015 06:21
Il bronzeo leone rutelliano e un leone zodiacale si incontrano

Sotto gli artigli del bronzeo leone rutelliano, a guardia della statua equestre di Garibaldi, all'interno del piccolo omonimo giardino posto di fronte al Giardino Inglese.
E' uno scontro tra il possente leone bronzeo e un Leone zodiacale: chi avrà la meglio?
Quando ero piccolo, passavo ore intere a giocare con questo leone ruggente, visto che con la mamma venivamo di frequente in questo giardino, molto vicino alla vecchia sede della Scuola Media Alberigo Gentili, dove lei insegnava.

In una recente visita, mi sono seduto ai piedi del leone bronzeo per scattare un paio di foto e sono stato travolto da una marea di ricordi di quando io piccolino giocavo a rimpiattino con il gigantesco leone, nascondendo in un grosso cespuglio di piante di aloe, allora molto più rigoglioso e ricco di anfratti ombrosi, e balzandone fuori per improvvisare temibili agguati.
Il leone di bronzo, allora, mi pareva ancora più gigantesco e imponenti.

Qualche volta, sotto l'occhio attento della mamma, provavo anche ad arrampicarmi sul suo dorso.
 

Il bronzeo leone rutelliano e un leone zodiacale si incontrano
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25 luglio 2015 6 25 /07 /luglio /2015 05:16
Marcellino Pane e Vino. Forse il mio primo film al cinemaMarcellino Pane e Vino. Forse il mio primo film al cinemaMarcellino Pane e Vino. Forse il mio primo film al cinema
Marcellino Pane e Vino. Forse il mio primo film al cinema

Marcellino Pane e Vino (diretto dall'ungherese Ladislao Vajda), uscì nel 1955 nelle sale cinematografiche.

Ricordo che allora non avevamo ancora la TV (i primi apparecchi televisivi avrebbero avuto una diffusione di massa più tardi in occasione dei Giochi Olimpici di Roma nel 1960).

Di tanto in tanto la mamma o il papà ci portavano al cinema: e questo era dunque l'unico approccio possibile con la cinematografia.

Forse, considerando l'anno di uscita, Marcellino Pane e Vino fu il mio primo film: per così dire il mio battesimo del fuoco cinematografico..

Mi ci accompagnò la mamma: non ricordo se quella volta ci fosse anche mio fratello e nemmeno se ci fossero altre adulti e miei coetanei.

Dal film fui molto colpito, tanto che ancora oggi quando ne rivedo alcune scene topiche ora da adulto, piango tuttora come un vitello. 

Le emozioni di allora furono facilitate, allora, probabilmente da una totale identificazione con il protagonista della storia: pablito Calvo all'epoca in cui venne scelto come attore-protagonista, aveva 6 anni, esattamente gli anni che avevo io quando fui portato al cinema. E anche adesso, nel vedere le sequenze topiche del film, devo dire che mi sembra di vedere me stesso bambino: un film a grande impatto, dunque.

Ma non ricordo che tornati a casa dopo il film con la mamma ci siamo soffermati a parlare di emozioni o comunque di qualcosa che vi fosse in qualche misura correlato (ma quando ero piccoli, i discorsi sulle emozioni non erano quasi mai percorsi).

Le emozioni scaturiscono (a rivedere le sue scene ancora fresche a distanza di oltre 60 anni) dal fatto che la storia è raccontata in toni lievi, senza mai calcare la mano su eventi sovrannaturali, e anzi con un certo piglio realista.
Una narrazione scarna ed essenziale, arricchita (e non depauperatoa) dall'uso del bianconero che rende più profondi ed intensi gli aspetti della vicenda metaforici ed allegorici (come il numero quasi magico dei dodici fraticelli del convento che adottano il bambino esposto, cui viene dato in battesimo il nome di "Marcellino" perché è stato trovato proprio nel giorno dedicato a San Marcellino).
Dopo aver visto il film, la mamma mi regalò anche il libro da cui il film era stato tratto.

(da Wikipedia) Marcellino pane e vino (Marcelino pan y vino) è un film del 1955 diretto da Ladislao Vajda, presentato in concorso all'8º Festival di Cannes.
Il protagonista del film, Pablito Calvo, all'epoca aveva solo sei anni.
Nel 1958 il protagonista del film Pablito Calvo recitò in un film con Totò che sin dal titolo richiamava al film spagnolo (Totò e Marcellino, diretto da Antonio Musu).
Al protagonista del film è dedicata la canzone omonima che sarà interpretata negli anni della sua maggiore fama da Gigliola Cinquetti, memore, come lei stessa disse, delle emozioni che il film le procurò quando, bambina di otto, nove anni, lo vide per la prima volta.
Nel 2011, l'album che contiene tale canzone, Gigliola per i più piccini, è stato ripubblicato in formato CD da Warner Music Italia per l'etichetta Rhino Records (EAN 5052498572953).

Il film è tratto dal romanzo di José María Sánchez Silva "Marcelino Pan Y Vino".

Nel giorno di San Marcellino, in Spagna, un frate francescano si reca in paese per andare a visitare una bambina gravemente malata, mentre tutto il paese sta salendo la collina per andare al convento sulla tomba di San Marcellino; il frate inizia a raccontare la storia del convento e di Marcellino. Finita la sanguinosa guerra combattuta tra francesi e spagnoli, tre frati francescani chiedono al sindaco, Don Emilio, di poter riassestare il vecchio castello per riadattarlo a convento; il sindaco dà il consenso e tutta la popolazione aiuta i tre frati nell'intento. Dopo poco tempo il convento è costruito ed inaugurato.
Una mattina però, il frate portinaio trova alla porta un cestino con dentro un neonato che piange, poiché ha fame e sete; i frati lo battezzano e gli danno il nome di Marcellino, poiché è il giorno di San Marcellino. I frati vorrebbero affidarlo a qualche famiglia, ma nessuno è in grado di mantenere un altro figlio, viste le condizioni di miseria in cui viveva la popolazione spagnola. Marcellino diventa un bambino di cinque anni robusto e forte e tratta tutti e dodici i frati come dodici padri, ma sente molto la mancanza di una figura materna, infatti fa ai frati molte domande sulle mamme.
Portato da un fraticello alla fiera paesana, distrugge la fiera; così il nuovo sindaco, da sempre contrario all'opera di bene fatta da Don Emilio, emette uno sfratto ai danni dei frati. Un giorno Marcellino, disubbidendo a frate Tommaso (chiamato da Marcellino "Fra Pappina"), trova un crocifisso, vedendo che è molto magro immagina che abbia fame e decide di portargli da mangiare e da bere: il crocifisso si anima per ricevere il pasto offerto e gli rivolge anche la parola; avendo trovato nella fretta solo pane e vino, lo dà a Gesù, che lo soprannomina Marcellino Pane e Vino.
Pochi giorni prima dello sfratto Marcellino va a parlare con Gesù delle mamme, ed esprime il desiderio di vedere la sua mamma e dopo anche la Madonna, al che Gesù fa morire Marcellino e lo manda in cielo a conoscere i genitori. Frate Tommaso che aveva visto il miracolo chiama tutti i frati al cospetto del Signore a vedere Gesù che scende dalla croce per far morire (resuscitare) Marcellino per poi risalirvi.
Tutta la gente del paese corre a vedere il miracolo e ogni anno la popolazione si reca sulla tomba di Marcellino Pane e Vino in segno di rispetto.

Alcune sequenze tratte da "marcellino Pane e Vino", con la canzone di Gigliola Cinquetti

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25 luglio 2015 6 25 /07 /luglio /2015 05:03
Tata's tree in Altavilla, decorated for the day. That was my first day in Altavilla with Mauri and Gabriel and without Tata, so I had to make something with my hands and we officially named the tree where we usually had the table where Tata read his newspaper while things went on, on the land. We missed Tata. Mauri misses him every second of the day, but he keeps busy and keeps going!

Tata's tree in Altavilla, decorated for the day. That was my first day in Altavilla with Mauri and Gabriel and without Tata, so I had to make something with my hands and we officially named the tree where we usually had the table where Tata read his newspaper while things went on, on the land. We missed Tata. Mauri misses him every second of the day, but he keeps busy and keeps going!

Nella casa di campagna di Altavilla, c'è l'albero alla cui ombra mettevamo Tatà, quando eravamo lì tutti assieme.

Lì lui leggeva il giornale o fumava le sue sigarette, sino a quando ha fumato.

Lì ci raccoglievamo attorno a lui a fare piccoli spuntini in attesa dell'ora di pranzo e a chiacchierare.

Lì, in quel confortevole spazio ombroso, indugiavamo a pranzare.

Nel primo giorno in cui siamo andati assieme ad Altavilla nel dopo-tatà Maureen ha fatto qualcosa per la nostra memoria e per la memoria di Tatà.

L'albero è un corbezzolo, ma i frutti non arrivano mai a maturare, perchè siamo troppo vicini al mare o per qualche altra ragione che non so.

 

 

Ciao, Tatà! (Visita al cimitero di sant'Orsola nel giorno del Trigesimo).

Ciao, Tatà! (Visita al cimitero di sant'Orsola nel giorno del Trigesimo).

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27 giugno 2015 6 27 /06 /giugno /2015 07:27
L'ultimo Grazie di mio fratello SalvatoreL'ultimo Grazie di mio fratello Salvatore

Mio fratello Salvatore mi diceva spesso "grazie".

Il più delle volte per cose assolutamente banali.

Tornavamo dall'essere stati al cinema assieme e mi diceva "Grazie, Maurizio!".

Tornavamo da una passeggiata o dall'avere passato una giornata in campagna e c'era un "grazie" di prammatica.

Lo accompagnavo in una delle sue "missioni" e il "grazie" era immancabile.

Il più delle volte io gli rispondevo con un "grazie", a mio volta.

Gli dicevo: "Salvatore (Tatà, come lo chiamavo io) sono io che devo ringraziare con te! Accompagnandoti ho avuto modo di fare una bella passeggiata, ho visto un posto che non conoscevo, me ne sono stato per alcune ore all'aperto.

Ma anche: "Grazie per essere stato con me e per avermi dato compagnia"! Insomma, ci ringraziavamo a vicenda.

Il "grazie" rituale arrivava sempre quando rientravamo a casa e, in particolar modo, quando con l'auto o a piedi, eravamo nel cortile.

Questo grazie, dunque, aveva una sua precisa tempistica.

Un'unica volta la tempistica non è stata realizzata.

Il giorno in cui se n'è andato, eravamo usciti.

Ero entrato a casa sua e gli avevo detto: "Tatà, andiamo a fare una passegiata!".Lui ha brontolato un po'. "Ma dove andiamo?" - mi ha chiesto.

In giro, a fare due passi - ho replicato io, tacendogli il fatto che avevo pensato di andare a mangiare una pizza assieme con mia moglie e con il piccolo Gabriel.

Di fronte a tutto ciò che avesse delle valenze edonistiche, Tatà brontolava e si opponeva. A volte lo faceva, perchè non voleva essere di peso o condizionare le scelte degli altri che gli stavano attorno (o limitarle). E, per questo motivo, faceva il burbero: ma poi, anche se nel suo modo silente (che contrastava con il suo modo di essere in pubblico), traeva piacere dall'essere insieme.

E così ancora una volta siamo usciti tutti assieme. Chi poteva immaginare che quella sarebbe stata l'ultima volta in cui uscivamo assieme?

Abbiamo mangiato la pizza e, poi, è successo quel che è successo.

La cosa curiosa è che, per quanto io mi ricordi, quel "grazie" rituale, Tatà me lo ha detto, mentre eravamo ancora in pizzeria e ci accingevamo a ritornare a casa, percorrendo assieme quegli ultimi - fatidici - 500 metri del nostro cammino assieme.Mi sono chiesto del perchè di questa deroga rispetto alle abitudini.

Una coincidenza?

Oppure un'oscura percezione che qualcosa di fatale sarebbe potuto accadere da un momento all'altro?

Non lo so.

Però, fuori tempo, mi ha detto "grazie".

Non ci ho fatto caso sul momento.

E l'altro giorno, ho pensato a questo cambiamento nella consueta sequenza nei nostri scarni scambi di parole: e ci ho riflettuto sopra. Pensandoci a posteriori, questa anticipazione continua a sembrarmi strana, ma come per tutte le coincidenze suggestive non posso che lasciare in sospeso qualsiasi giudizio o interpretazione. A meno che non sia un mio falso ricordo...Però, retroattivamente, a quel "grazie" pronunciato anzitempo, posso replicare: "Grazie, Tatà, per essere stato con noi e per avere creato con la tua presenza le condizioni per farci essere migliori e più attenti alle esigenze degli altri! Grazie per esserci stato, perchè dietro la tua presenza discreta, dietro il tuo non volere imporre agli altri nulla che non volessero fare, c'è sempre stato un grande cuore"

E, per questo motivo, sono io che non finirò mai di ringraziare.

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25 giugno 2015 4 25 /06 /giugno /2015 05:39
Essere fratelli: ciò che avrei voluto dire su mio fratello Salvatore al termine del servizio funebre

(Maurizio Crispi) Il 21 giugno 2015 se ne è andato all'improvviso mio fratello Salvatore, lasciando un vuoto incolmabile in tutti noi.
Tantissime le testimonianze di stima e di affetto, indirizzate all'uomo, alle sue qualità umane, alla sua capacità e alle sue competenze nel portare avanti le battaglie per la tutela dei diritti delle persone con handicap.
Per me è stato prima di tutto fratello: e, nel momento della sua morte, ho potuto vedere meglio in prospettiva, quanto aveva fatto nel corso della sua vita, l'importanza delle sue iniziative e del suo operare con l'applicazione di tenacia ed infinita pazienza, come se - nel corso della sua vita - egli fosse sempre stato intento a tessere un arazzo, con l'aiuto di molti altri, un arazzo dala cui trama non era ancora data la possibilità di vedere emergere un disegno completo, che tuttavia esisteva nella sua vision condivisa.
Da questo punto di vista, riguardando molte delle immagini di lui che conservo nel mio archivio fotografico, Salvatore era sempre pronto ad uscire in "missione" (così voglio pensare), come "emissario" del Coordinamento H che rappresentava, avendo sempre in mente, malgrado gli scacchi e gli apparenti passi indietro, malgrado le inevitabili delusioni, i raggiramenti dei molti volti della Politica, il prevalere degli interessi personali di questo o di quello, ben salda dentro di sé la sua vision: quella vision che rappresentava la sua forza interiore, attraverso alcune parole chiave fondamentali, come era per lui il principio della "normalizzazione" delle disabilità oppure quello del giocare il tutto per tutto per indurre quelli che hanno il potere decisionale di portare avanti delle strategie unitarie e globali o quello ancora più stringente di spingere le diverse Associazioni a fare "massa" per chiedere il rispetto delle leggi e la loro applicazione con una sola vo
ce, anziché con mille pigolii non sintonizzati che vengono dispersi dal vento.

E, seguendo questi principi, Salvatore - assieme ai suoi spingitori - era sempre in cammino.

Quello che voglio dire di lui, invece, riguarda il mio essere stato fratello e l'avere condiviso con lui una vita come fratello, con momenti di condivisione, di solidarietà reciproca, qualche volta di scazzi e di incomprensioni, ma sempre fugaci.
Qualche volta litigavamo per questioni banali (viste in prospettiva) e poi lui veniva a bussarmi alla porta e facevamo pace, chiedendoci reciprocamente scusa per avere ecceduto nei toni.
Con lui avevamo spesso un modo lieve di rapportarci, immortalandoci spesso in fotografie ironiche (che scaturivano sempre da una mia iniziativa e che lui tollerava, regalandomi il suo sorriso e il suo sguardo buono), indossando buffi copricapi e improbabili mascheramenti.
Da un certo punto di vista, 
assieme a lui  continuavo a sentirmi come il ragazzino che condivideva i momenti gioiosi con un fratello con un handicap, vissuto tuttavia in modo normale.

E lui accettava sempre con pazienza questo mio modo di rapportarmi: in questo modo, riuscivamo a vivere con leggerezza anche i momenti più difficili e quelli in cui lui mi guardava con occhi addolorati o corrucciati.
Quindi, qui di seguito, riporterò ciò che avrei voluto dire al termine del servizio funebre celebrato per lui nella Chiesa di Regina Pacis di Palermo il 23 giugno: tutto ciò che avrei voluto dire, ma che sul momento non ha d
etto.

Al termine del servizio funebre per mio fratello, alcuni si sono alzati per dire qualcosa su di lui, soprattutto sulle sue opere e sul suo impegno costante.

E, del resto, anche Padre Giovanni nel corso della sua omelia aveva detto delle splendide cose su di lui e su ciò che aveva aveva fatto e per cui aveva lottato nel corso di un'intera vita e, molto opportunamente, da sacerdote moderno che segue i social e i giornali online, era partito citando molte delle cose scritte su di lui e citando alcune delle definizioni coniate per descriverne l'impegno in maniera incisivo, come ad esempio "Salvatore Crispi, gigante dei diritti dei disabili" oppure "Salvatore Crispi lottatore tenace ma educato" (e tante altre, tutte di questo tenore).

Anche io avrei voluto dire la mia, lanciare alla folla commossa che gremiva la chiesa, qualcosa di significativo e di intenso.

Ma mi sono astenuto: innanzitutto, perché temevo di essere tradito dalle mie emozioni, in secondo luogo, poichè di mio fratello con il suo carisma di "personaggio pubblico" (ma decisamente anomalo nel suo ruolo di maestro che ha sempre, umilmente, negato di esserlo), tutto - o molto - era stato detto.

Avrei voluto dire qualcosa tuttavia sull'essere stati fratelli.L'essere fratelli implica condivisione di molte cose, ma anche scontri, incomprensioni, piccole liti, silenzi e mugugni, ma anche solidarietà, mutuo aiuto e molto altro, in una continua altalena.

I nostri genitori ci hanno fatto crescere così: in famiglia mio fratello era "normale", nel senso che non riceveva nessun speciale privilegio per la sua condizione o un surplus di attenzioni (salvo quelle fisiche necessarie a superare il suo handicap).

Se da piccoli, mentre mangiavamo ci veniva la ridarella incontenibile, la mamma dispensava un ceffone a me e a lui, senza utilizzare due pesi e due misure.Per lei, sotto questo profilo eravamo eguali.

E, in effetti, i miei genitori - come, solo pochi anni prima di morire, ebbe a raccontarmi la mamma - avevano deciso, inizialmente, che non ci dovessero differenze tra me e Salvatore: quello che davano a me, davano a lui, quello che programmavano di fare lo portavano avanti soltanto se poteva essere una cosa di cui avremmo potuto usufruire entrambi.

Un giornalino per me, un giornalino per lui.

Un giocattolo per me, uno per lui.

Ma sempre cercando di cogliere le differenze e le preferenze individuali.

Poi, in un secondo momento, dopo che fummo un po' più grandi, capirono che in questo modo non si poteva procedere e che bisognava differenziare, poiché altrimenti c'era il rischio di privarmi di esperienze che era giusto che io avessi, lasciando inalterato il principio che per tante altre cose mio fratello dovesse essere coinvolto: per esempio, con tutte le difficoltà connesse, si andava regolarmente in spiaggia, dove avevamo la cabina. Mio fratello lì faceva quasi tutto quello che facevo io: quando avemmo un canotto di gomma, armato di salvagente, veniva a fare le passeggiate con me o con mio padre.

Mio padre, mia madre, io stesso, quando fui abbastanza forte per poterlo fare, lo trasportavamo in braccio o caricandocelo sulle spalle (questo lo faceva mio padre, soprattutto quando si andava in case prive di ascensore).

Ed io fui addestrato precocemente a capire che anche a me toccava occuparmi di mio fratello, in maniera assolutamente regolare e fluida: occuparsi di lui, tutti, in maniera intercambiabile, era la norma.

Quando ero tredicenne, o giù di lì, papà e mamma uscivano la sera per andare a teatro (non si privavano di una vita sociale, sempre all'insegna del principio che si doveva - e si poteva - vivere in modo normale) ed io rimanevo con Salvatore: cenavamo assieme e poi io lo mettevo a letto, perchè ero stato addestrato ad aiutarlo, in un contesto in cui l'"aiuto" per sopperire alle sue disabilità fisiche, altro non era che una modalità relazionale dominata dall'affetto (sia pure "speciale", in quanto era intrisa dell'esigenza di "servizio", sempre gioiosa, mai costrittiva).

Passavamo del tempo assieme: ore trascorse a giocare a carte, oppure a scacchi o a dama. A leggere i fumetti assieme, lui i suoi (Intrepido), io i miei (Topolino).

Eravamo insomma due fratelli "normali": non c'era nessuno stress particolare sulla sua condizione clinica.

Non c'era niente a quei tempi per i disabili, pochissimi gli interventi specializzati disponibili, pochissimi i presidi.

Mancavano delle carrozzine funzionali, ritagliate su misura su piccoli corpi in crescita, se non quelle assolutamente ingombranti e poco funzionali in stile ospedaliero d'antan. Ricordo che mio fratello, sino a quando abitavamo nella casa di Viale Regina Margherita, aveva per casa una normale poltroncina a rotelle da ufficio che era quanto di più comodo e più funzionale che i miei avessero trovato per lui e le sue esigenze.E per mezzo di questa seggiola, mio fratello poteva essere spostato agevolmente da una stanza all'altra.

Poi, tramite lo zio Giovanni, arrivò dalla Germania una moderna carrozzina pieghevole di acciaio tubolare, leggera, con seduta di plastica resistente tipo cuoio, ruote posteriori grandi con anello di propulsione, rotelle anteriori piccole e pedane anteriori pieghevoli.Una cosa mai vista, funzionale e scintillante, come una piccola spider.Mio fratello cominciò ad usare questa per casa e per uscire: un grande cambiamento.

Ma per noi fu una festa: fu come avere acquisito un grosso giocattolo.

Quando eravamo soli in casa, improvvisavamo delle corse su e giù per il corridoio - io come spingitore - , affrontando le curve a velocità folle.Una volta, rischiammo di ribaltarci in una curva presa ad eccessiva velocità.Ma di queste follie la mamma non seppe mai nulla.

E grandi erano le risate.

Ecco questa immagine di gioiosità condivisa mi è venuta in mente e continuo a rievocare, quando pensò all'ultimo sguardo angosciato che mi ha lanciato mio fratello nel momento in cui se ne andava, assieme al tentativo di dirmi una frase che non riuscì a pronunciare e il cui contenuto non potrò mai sapere: un'immagine paradigmatica di gioia totale e di complicità che ritengo essere alla base del nostro imperfetto rapporto tra fratelli.Ecco, questo avrei voluto dire, al termine del servizio funebre.Ma lo sto dicendo ora.

Ecco, avrei voluto dire: "Siamo stati fratelli!"
O, ancora di più: "Siamo fratelli!".

E, a proposito dell'essere in cammino: una persona come Salvatore con il tipo di handicap di cui è portatore, ha bisogno sempre di uno "spingitore" o di molti "spingitori".

Ma non si può essere "spingitori" senza condividere un modo di vedere, senza mettersi nello stesso vertice di osservazione, senza costruire a poco a poco una visione condivisa.

In questo modo, il gioco che io e Salvatore facevamo conteneva in nuce - e rappresenta simbolicamente -l'esperienza fondante di essere uno spingitore.
 

Essere fratelli: ciò che avrei voluto dire su mio fratello Salvatore al termine del servizio funebreEssere fratelli: ciò che avrei voluto dire su mio fratello Salvatore al termine del servizio funebre
Essere fratelli: ciò che avrei voluto dire su mio fratello Salvatore al termine del servizio funebreEssere fratelli: ciò che avrei voluto dire su mio fratello Salvatore al termine del servizio funebre
Essere fratelli: ciò che avrei voluto dire su mio fratello Salvatore al termine del servizio funebreEssere fratelli: ciò che avrei voluto dire su mio fratello Salvatore al termine del servizio funebre
Essere fratelli: ciò che avrei voluto dire su mio fratello Salvatore al termine del servizio funebreEssere fratelli: ciò che avrei voluto dire su mio fratello Salvatore al termine del servizio funebre
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3 maggio 2015 7 03 /05 /maggio /2015 06:27
Il fascino discreto delle persiane
Il fascino discreto delle persianeIl fascino discreto delle persianeIl fascino discreto delle persiane

(da Wikipedia, modificato) La persiana è un particolare tipo di imposta o più genericamente, di schermo, ossia una parte integrata o integrabile nell'infisso che serve a proteggere una finestra.
A differenza dello scuro è fatta da un'intelaiatura e da una serie di stecche orizzontali di diverso materiale embricate l'una sll'altra e mobili, in modo tale da poterne variare l'inclinazione e consentire così il passaggio di una quantità variabile di luce, fermando la pioggia e il vento.
Le persiane in tante aree rurali hanno sostituito nel corso del XX secolo le tapparelle rudimentali simili a stuoie dette anche gelosie.
Il termine è stato mutuato dal francese persienne utilizzato per definire Persia appunto un tipo di imposta caratteristico atta a proteggere dalla luce e dal calore senza impedire la circolazione dell'aria.
Le persiane, prima costruite in pesante massello di legno, dipinto e smaltato, sono tuttora disponibili sul mercato in diversi tipi di materiali, e presentano differenti caratteristiche di resistenza agli agenti atmosferici e di isolamento termo-acustico.
Possono essere in legno, alluminio, PVC, acciaio decapato o acciaio zincato.
in Sicilia la persiana (chiamata parmigiana da cui le "melenzane alla parmigiana) venne introdotta in maniera sistematica a partire dagli ultimi anni del sec XVIII e particolarmente nel XIX fsecolo finì col divenire un elemento insostituibile della residenza anche la più umile. Solo in questi ultimi anni ha avuto un qualche regresso. con la presenza dei nuovi infissi industriali.

Di seguito, un nostalgico omaggio di Marcello Gioia alle persiane di un tempo: per esigenze di funzionalità ma anche di risparmio le belle e solide persiane di legno del buon tempo antico tendono oggi a scomparire per essere sostituite dalle moderne tapparelle o da persiane di nuova concezione e costruite in materiali moderni che non sono proprio per questo motivo più le stesse.

E, ovviamente, lo scritto di Marcello Gioia che mette sul piatto della bilancia gli elementi nostalgici e del buon tempo antico a favore delle persiane fa guadagnare dei punti a questo tipo di imposta nell'arduo processo decisionale in cui dovesse trovarsi chi, avendo l'opportunità di scegliere, si trovasse impigliato nel dilemma tapparelle versus persiane

 

(Marcello Gioia) Provo compassione per tutti coloro che hanno abitato in una casa senza persiane ma con alle finestre ed ai balconi delle fredde serrande.

Non sanno cosa si sono persi.Le persiane erano discrete, romantiche, permettevano una certa gradualità in tutte le loro funzioni.

"Va, inserra le persiane" era l'ordine perentorio di mia nonna prima di andarsi a coricare.

Questo in pieno inverno perché - a partire dalla primavera sino al successivo autunno - le persiane non sarebbero mai più state inserrate, ma avrebbero assunto una posizione variabile a secondo della stagione, dell'ora del giorno e dall'uso che se ne intendeva fare.

La mattina venivano spalancate e questo in tutti i periodi dell'anno, poiché bisognava arieggiare la casa ed anche i materassi (rigorosamente imbottiti di lana di pecora).

Un ricordo struggente per me è quello dei pomeriggi estivi, quando le persiane venivano soltanto accostate con le stecche reclinate in basso (come le melanzane della parmigiana).

Per un effetto di luci ed ombre dal mio letto potevo vedere sul soffitto le ombre di chi passava per strada.

Spesso si trattava di carretti dei quali nella penombra della mia camera da letto e la ritmicità di quelle ombre sul soffitto si accordava con il suono ritmico delle ciancianedde agitate dal cavallo con i movimenti del suo collo.

Le stecche avevano poi la funzione di consentire di osservare quello che accadeva nel circondario senza essere visti.

C'erano vecchie signore per le quali questo era il loro unico svago.Passavano pomeriggi interi dietro gli scuri e si tenevano informate sui gossip del tratto di strada di loro competenza.

Nel palazzo di fronte casa mia abitavano due signorine ed una di queste era fidanzata con un professore del Liceo Garibaldi.

Quando dopo aver fatto visita alla sua fidanzata il professore se ne andava per tutta la lunghezza della strada sino all'angolo per il quale egli era costretto a girare la sua fidanzatina sporgeva una mano tra le due persiane e, senza mai mostrarsi, lo salutava sino alla sua scomparsa dietro l'angolo.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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