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5 novembre 2016 6 05 /11 /novembre /2016 08:36
La tratta ferroviaria Filaga-Prizzi-Palazzo Adriano, tra i racconti di mio padre e i miei ricordi infantili

Delle conquiste tecnologiche del passato, poi divenute obsolete, a volte rimangono tracce più o meno consistenti che vengono a confluire nel vasto tessuto della cosiddetta archelologia industriale.
Così è per buona parte di vecchie tratte ferroviarie, istituite prima della massiccia diffusdione del trasporto su gomma e che collegano capillarmente gli angoli più reconditi del territorio. Si trattava il più delle volte di treni a scartamento ridotto servito da motrici a vapore.
Quei vecchi trenini che andavano avanti e indietro lungo tortuose linee ferrioviarie spesso scavate nelle montagne di territori impervii ebbero una funzione sociale non indifferente sia nel favorire gli spostamenti dei lavoratroi pendolari dai luoghi di residenza a qeulli di lavoro, soprattutto laddove mancavano mezzi di trasporto alternativi sia nel fare uscire dall'isolamento borghi contatdini e minerari totalmente persi all'interno di contrade impervie e dimenticate.
Successivamente, con lo sviluppo del trasporto su gomma, molte di queste linee furono dismesse e smantellate.

La galleria della tratta ferroviaria Filaga-Prizzi-Palazzo Adriano, subito prima di Palazzo AdrianoE così si procedette ciecamente in nome del progresso senza tener conto del fatto che queste strutture così com'erano, oppure con lievi modifiche soltanto, avrebbero potuto diventare altro: musei a cielo aperto, che possano racontare dei primi passi del trasporto dell'era dell'industria, ecoparchi, percorsi ciclabili o idonei per l'escursionismo a piedi, etc etc.
Sino a pochi anni decenni fa era ancora virtualmente possibile raggiungere quasi ogni piega del difiicile territorio montano dell'Italia, continentale ed insulare, per mezzo di questi tronchi ferroviari a scartamento ridotto. Non è di molti anni fa una cronaca di viagio di Rumiz in cui si racconta di un avventuroso viaggio in lungo e in largo in Italia soltanto utilizzando le linee ferroviaria secondarie ancora esistenti (Paolo Rumiz, L'Italia in seconda classe, Feltrinelli, 2009)..
Così accadde per molte delle linee interne siciliane che furono letteralmente cancellate con un colpo di spugna e di cui tuttavia rimangono ancora tracce significative che occoorrerebbe recuperare in modo sistematico, prima che il Tempo, severo scultore, e la sua compagna Entropia ne cancellino le tracce.

Vive in me, intensamente, grazie ai racconti di mio padre la tratta ferroviaria Filaga-Palazzo Adriano.

(Da Wikipedia) La Ferrovia Lercara–Filaga–Magazzolo con la diramazione Filaga–Palazzo Adriano, era una ferrovia a scartamento ridotto della Sicilia, delle Ferrovie dello Stato e, in considerazione delle pendenzeda superare, esercita con varie tratte a cremagliera, istituita con a funzione di collegare la Stazione di Lercara Bassa, sulla ferrovia Palermo-Agrigento, con i vari paesi all'interno delle provincie di Palermo e Agrigento.
Storia. La ferrovia venne progettata allo scopo di permettere il trasporto del minerale e lo spostamento dei minatori pendolari che, dalle varie località di resdienza, si dovevano recare al lavoro nelle varie miniere di zolfo disseminate nel territorio dei comuni circostanti del bacino di Lercara Friddi e di Cianciana.
Fu però in ritardo e fu solo nel 1912 che ebbe inizio la costruzione, in economia e a scartamento ridotto come nel resto delle linee interne siciliane, a cura delle Ferrovie dello Stato.
Allo scopo di venire incontro alle richieste degli abitanti della cospicua cittadina di Prizzi e del vicino Palazzo Adriano venne costruito anche un breve tronco che si diramava dalla stazione di Filaga, denominata di conseguenza Bivio Filaga, che richiese la costruzione del più lungo tratto a cremagliera, di circa 5 chilometri.
I lavori di costruzione terminarono soltanto nel 1924 con l'attivazione del tratto centrale tra Bivona e Alessandria della Rocca che realizzò il congiungimento con la linea costiera Castelvetrano–Porto Empedocle. Per il servizio sulla linea vennero adoperate le locomotive a vapore del gruppo R.370 atte al servizio sulle linee a cremagliera.
Non venne mai previsto l'impiego di automotrici.
Il D.M. 16 gennaio 1959, n. 3041 dispose la chiusura all'esercizio dell'intera linea, diramata compresa e, di conseguenza, il servizio ferroviario venne soppresso il 5 ottobre 1959 ma venne mantenuto per qualche tempo il servizio viaggiatori da Cianciana a Magazzolo con materiale rotabile proveniente dalla linea Castelvetrano - Porto Empedocle - Agrigento C.le, per permettere agli agricoltori di raggiungere i campi coltivati in una situazione di totale assenza di viabilità stradale alla data della soppressione del tronco.

Linea ferroviaria Filaga-Prizzi-Palazzo Adriano. Per il servizio sulla linea vennero adoperate le locomotive a vapore del gruppo R.370 atte al servizio sulle linee a cremagliera.La linea venne infine definitavamente soppressa con decreto del Presidente della Repubblica l'11 dicembre del 1961. Venne istituito un autoservizio sostitutivo delle Ferrovie dello Stato sulle relazioni Lercara Bassa-Cianciana e Filaga-Palazzo Adriano, con un costo di esercizio annuo stabilito in 23,74 milioni di lire.
Caratteristiche. La ferrovia aveva origine dal piazzale della Stazione di Lercara Bassa della linea ferroviaria Palermo–Agrigento, che all'inizio aveva il nome di stazione di Lercara e lo cambiò in Lercara Bassa proprio dopo l'entrata in funzione della linea e quindi della stazione vera e propria di Lercara Friddi che venne denominata Lercara Alta. La linea correva inizialmente affiancata alla ferrovia a scartamento ordinario Palermo–Agrigento, poi curvava ad ovest e prendeva quota mediante il tratto a cremagliera, del tipo Strub, con ascesa del 75 per mille, che permetteva una velocità massima di 12 km/h .
La linea era armata con rotaie da 27 kg/m montate su traversine di legno distanti 0,82 m l'una dall'altra. Tale tipo di costruzione, molto in economia, permetteva solo basse velocità di linea non superiori a 30 km/h per i treni a vapore e a 45 km/h per automotrice nei tratti ad aderenza naturale.
Nei tratti a cremagliera questa, del tipo Strub da 44 kg/m, era montata al centro del binario fissata alle stesse traversine montate a distanza inferiore. I tratti a cremagliera erano 10 in tutto per complessivi 21 km e permettevano alla linea di inerpicarsi fino a quote di quasi 900 m di altezza s.l.m.
La circolazione dei treni venne regolata con il sistema economico a Dirigenza Unica con due sedi: a Lercara Alta per la sezione Lercara Bassa–Palazzo Adriano e a Magazzolo per la sezione Filaga-Magazzolo. Non venne mai fatto alcun ammodernamento degli impianti fino alla chiusura.

 

Oggi, per quello che ho visto, del tratto Filaga-Prizzi-Palazzo Adriano, rimane ancora la massicciata e le frequenti gallerie scavate nel cuore della montagne. Ho sentito che alcuni tratti della massicciata dalle parti di Filaga siano state trasformate in fungaie...

Mio padre mi raccontò spesso che, da giovane, per aggiungere i suoi quando d'estate andavano a villeggiare a Palazzo Adriano, prendeva proprio quella ferrovia, viaggiando prima sino a Lercara. Erano quei racconti densi di in qualche maniera di spirito pionieristico e di avventura: quel trenino rappresentava per mio padre uno dei miti della sua gioventù ed era in qualche modo anche la rappresentazione del progresso e della modernità. Grazi a quei racconti, potevo immaginare quel treno tirato dalla vecchia locomotiva a vapore che si inerpicava sbuffando e lasciando dietro di sé nuvole di fumo grasso e nero e poi mi lasciavo andare ad immaginare quando il convoglio si tuffava in quelle gallerie al cui interno ancora oggi si può passeggiare. Palazzo Adriano, prima di entrare nell'ultima galleria del tratto ferroviario Filaga-Prizzi-Palazzo AdrianoDel percorso ferroviario rimane soltanto una massicciata nuda (che è divenuta uno sterrato), ma da piccolino io ci ho sicuramente camminato quando ancora c'era non ancora rotaie e traversine. Ma già allora il treno non c'era più o era in via di estinzione: su quella massicciata ci ho passeggiato accompagnato da papà o forse anche dalla zia Mariannù, quando durante un'estate andai assieme a lei a stare a casa dei nonni per un periodo di una decina di giorno. E siccome avevo meno di dieci anni - direi tra 5 e 8 è anche possibile che, assieme alla zia, si sia fatto assieme il tratto ferroviario sino a Prizzi e ritorno, perchè in quel periodo la Ferrovia era ancora in uso. Lo posso soltanto intuire, ma non ho di questo alcun ricordo certo. So certamente che quel trenino a possedere un tocco di funzionalità e di eleganza d'antan in più era fornito in corrispondenza dell'ultimo vagone di un terrazino posteriore, che consentiva a chi voleva di viaggiare all'aperto.
Solo che via del fumo nero di fuliggine e della polvere all'arrivo era obbligo lavarsi radicalmente, perché si era coperti di fuliggine.
Nell'incertezza del ricordo (di quella permanenza a Palazzo i ricordi che rimangono più vividi sono quello della volta che dopo essere stato lavato, pettinato e profumato dalla zia, tutto lindo e pulito com'ero ricaddi maldestramente dentro la tinozza dove avevo appena finito di fare il bagno e poi quello della lunga attesa dei miei che mi venissero a riprendere) voglio pensare che su quel trenino ci ho viaggiato anche io, così come aveva fatto mio padre nella sua gioventù.

Certo, sarebbe bello, se le amministrazioni comunali di Palazzo Adriano e di Prizzi, in vista di una valorizzazione turistica dei loro luoghi decidessero di avviare degli interventi per recuperare quello che rimane ancora agibile di questa tratta ferroviaria, allestendo - ad esempio - un percorso attrezzato con piccole aree di sosta che possa essere fruito da turisti in Mountai Bike oppure da camminatori/escursionisti o addirittura proponendo per il tramite di qualche Associazione che si occupi della gestione degli aspetti organizzativi di trekking che consentano di spostarsi a piedi da Palazzo Adriano a Lercara, ma anche istituendo in uno degli edifici di servizio della tratta ferroviaria ancora esistenti  un piccolo allestimento museale che illustri ai visitatori la storia di questa "piccola" ferrovia e che ne mantega la memoria.
Sarebbe un'iniziativa che avrebbe certamente riscontro presso i turisti nord-europei di un certo tipo, sempre alla ricerca di itinerari sportivo-naturalistici, per non parlare poi della possibilità di organizzare eventi sportivi non competitivi che si propongono di collegare in un'unica camminata corsa i tre comuni interessati.

 

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28 ottobre 2016 5 28 /10 /ottobre /2016 23:58
(foto di Maurizio Crispi)

(foto di Maurizio Crispi)

Montagna Longa è un luogo di memorie, per me, indubbiamente e per tutti coloro che nell'olocausto dell'aereo che vi si è schiantato hanno perso la vita in un solo momento.
Poco prima dell'incidente fatale, mio padre mi parlò di un libro che aveva letto e che gli era rimasto fortemente impresso: si trattava di "Il Ponte di San Luis Rey", scritto dal romanziere e drammaturgo statunitense Thornton Wilder (1927).
Questa in breve la storia che vi è narrata.
Il Ponte di San Luis Rey (Thornton Wlder, Mondadori)Nel 1714 il ponte di San Luis Rey, che per oltre un secolo era stato la più importante via di collegamento per gli abitanti di Lima e Cuzco e per i viandanti che si spostavano dall'una all'altra città, in Perù, crolla improvvisamente, causando la morte di cinque persone.
Fra' Ginepro, un frate che si accingeva ad attraversarlo, dopo aver assistito all'accaduto, sconvolto dalla tragedia, inizia a porsi delle domande di carattere religioso e morale: chi erano quei cinque e perché si trovarono proprio lì?
Cercando di risalire alle cause del crollo del ponte, la curiosità porta Fra' Ginepro a ricostruire le vite dei cinque deceduti nel tragico evento: nel tentativo di capire se avessero qualcosa in comune?
Sulla scorta dell'indagine, nacque un problema morale su cui si pronunciò anche la Chiesa, chiamando in causa la Provvidenza e suscitando altri interrogativi: si era trattato d'una tragedia o di una punizione divina, che ha fatto incrociare i destini dei cinque nel medesimo luogo alla medesima ora? Il Signore ha voluto punire così i malvagi oppure, operando in tal modo, ha volutamente chiamato a sé anche gli innocenti?
I quesiti, posti sull'eterna condizione umana e sulla morte, sulla misteriosa complicità di caso e destino, rimarranno inevasi.
Indro Montanelli, che a questo romanzo si ispirò nella scrittura di "Qui non riposano", consigliava agli aspiranti giornalisti di leggerlo e di trarne ispirazione, in quanto esempio di «alta tecnica narrativa, valevole per tutti gli scrittori, compresi i romanzieri»; ed anche «uno dei pochi veri capolavori di questo secolo, per ricostruire le varie vicende umane che avevano condotto tutti quei viaggiatori, sconosciuti l'uno all'altro, a trovarsi su quel ponte al momento della catastrofe».
Non so come mio padre fosse arrivato a questo testo: ma forse - voglio pensare - proprio seguendo quegli strani percorsi di lettura che fanno coloro che che amano i libri, in cui ciascun libro letto ne chiama altri aprendo percorsi imprevisti e tortuosi (in nuce questo modus operandi in cui si combinano assieme le voglie e le curiosità dei lettori con l'intrinseco potere dei libri è l'origine e il senso dell'infinita Biblioteca di Babele borgesiana).
Me ne aveva parlato, sì. Forse mi aveva dato anche quel libricino, perché lo leggessi. Ci sperava sempre che io seguissi i suoi suggerimenti e le sue suggestioni e, instancabilmente, seminava germi di cultura, cercando di darmi una veduta ad ampio raggio del mondo e molti vertici di osservazione per aiutarmi a guardare nella complessità.
Ma io, sul momento, lo avevo messo da parte, perché allora rivendicavo la mia autonomia di scelte (o almeno cercavo di salvare le apparenze, per mia pace, poiché non si poteva sfuggire alle suggestioni che promanavano da lui).
E quindi, dopo il fatto, quel libro lo ripresi in mano, e da allora l'ho tenuto quasi sempre vicino a me, tra i libri che mi sono più cari e che devono stare sul comodino sempre pronti ad essere aperti, sfogliati, letti anche a caso, captando una frase qua e là.
Non posso non essere influenzato da quelle pagine, quando rifletto sull'incidente di Punta Raisi o su altri analoghi.
Perché quelle persone si trovarono assieme?
Perché alcuni per pura casualità rimasero esclusi, mentre altri - sempre per pura casualità - furono inclusi all'ultimo momento?
Quale disegno imperscrutabile rimase dietro quel mosaico di vite? Qale necessità determinò il tragico destino delle 115 vittime?
E cosa pensarono, cosa sentirono nel momento dell'impatto, se ebbero il tempo di sentire o pensare qualcosa, prima della cacofonia dei rumori dello schianto, delle esplosioni e del ruggito delle fiamme (tutte cose che ho sempre immaginato)?
E perché tutto questo accadde?
Qual'è la verità nascosta dietro la frettolosa rimozione dei detriti e la dismissione delle salme, dopo i dovuti riconoscimenti (laddove questi furono possibili) senza nessun esame autoptico (al di fuori della perizia necroscopica sui due piloti)?
Dopo circa due anni venne posta sul monte (ma non esattamente sul luogo dell'impatto) una grande croce metallica per ricordare le vittime e l'equipaggio. Sui due fianchi della parte ascendente della croce sono riportati in ordine alfabetico i nomi delle vittime (con la data di nascita accanto): un totale di 113 compresi i componenti dell'equipaggio. A vederli riposare sulla vasta superficie della croce quei nomi spogli non sembrano tanti. Ma furono tanti: a volerli recitare uno per uno passa un bel di tempo... e 113 è ben più di un terzo delle vittime accertate del terremoto del Belice.
La croce avrebbe dovuto essere illuminata: infatti venne eretta già con un suo impianto di fari. Ma l'Alitalia (o l'amministrazone aeroportuale( si oppose strenuamente sostenendo che quella croce accesa di luce avrebbe "turbato" la buona pace dei passeggeri degli aerei di linea in avvicinamento e attivato in essi stati d'ansia, gettando discredito sulla sicurezza dell'aeroporto palermitano e avrebbe per sempre ricordato quell'incidente a discredito della sicurezza dell'aereoporto
La croce, sorta su terreno demaniale per volontà della diocesi di Carini (molto attivo in questa realizzazione fu Monsignor Pappalardo allora e per molti anni parroco), fu eretta 42 anni fa e oggi è in condizioni di degrado preoccupante, con estesi danni causati dagli elementi atmosferici e dalla ruggine. E sicuramente andrebbe ripresa.
Occorrerebbero anche interventi di ripristino della recinzione, in alcuni tratti crollata.
Ma soprattutto sarebbe bello pensare ad interventi che ne consentissero la fruizione anche durante tutto l'anno e non soltanto in occasione della ricorrenza dell'anniversario della tragedia.
Migliorando l'attuale strada di accesso, molto impervia soprattutto nell'ultimo tratto, o aprendone una nuova che salga da Cinisi sfruttando il fatto che il pendio della montagna è ben più dolce, si potrebbe pensare ad un progetto di riqualificazione della vasta area attorno alla Croce, facendone un vero e proprio "Parco della rimembranza" dedicato a tutte le vittime, ma anche a tutti coloro che vogliano stare in un luogo che favorisca la meditazione e la riflessione sulle cose ultime.
Un parco arricchito di altri alberi, oltre ai numerosi cipressi già messi a dimora, ed essenze arboree adatte alla location, inserendo (o almeno tentandoci) qualche Ulivo, che ha la forte valenza simbolica della permanenza e dell'attaccamento tenace alla Madre Terra, la cui planimetria possa essere disegnata da percorsi delimitati da siepi di bosso, e punteggiati da piccoli cippi che facciano da supporto a citazioni letterarie adatte alla riflessione, ma anche da pannelli esplicativi che raccontino a futura memoria - l'incidente con il corredo - su supporti resistenti alle intemperie -  delle poche immagini d'archivio disponibili (perché anche questo fa pensare alla superficialità investigativa e alla quasi non esistenza di una documentazione fotografica realizzata con tecniche analitiche nelle ore successive all'incidente).
A me personalmente piacerebbe sapere - e mi darebbe conforto - che esiste un parco così fatto, tale da resistere all'usura del tempo e farne un luogo del Ricordo che possa essere tramandato alle future generazioni e continuare anche quando tutti coloro che furono toccati direttamente dalla tragedia non saranno più: una location che sia di pace e di meditazione in quanto nodo cruciale di transito e di passaggio di tante anime verso qualche luogo altro che sicuramente - non so come, non so dove - esiste: e proprio, perchè è stato luogo di transito di tante anime, rimane come luogo di pace immensa ma anche di forte - fortissima energia - che si avverte nell'aria che vibra e nel soffio del vento e nella grandiosità del paesaggio che si stende ai piedi del monte brullo e sassoso, monte di roccia aspra e impervia che affiora dovunque, a creare un contrasto ferrigno con la morbidezza e la solennità dei cipressi che punteggiano il sito attorno alla croce-reliquia.
Io vi salii, a Montagna Longa, una prima volta a luglio, dopo appena due mesi dall'incidente. Allora la strada aperta dalla Forestale ai tempi della messa in posa della Croce non esisteva (o forse semplicemente non ero a conoscenza della sua esistenza) e quindi io feci l'ascesa dal lato di Cinisi, sotto il sole feroce della stagione.
Salendo da questa parte si ha subito la visione del luogo d'impatto che avvenne, secondo le ricostruzioni poco prima (dopo, se consideriamo il senso di marcia dell'aereo) il punto sommitale.
La croce di Montagna Longa (foto di Maurizio Crispi)E, lì dove oggi si può vedere su di una roccia promnente sulle altre, verde di muschio, una piccola lapide di marmo dedicata ad Angela Fais e, accanto, un'altra che ricorda una delle hostess, quando io arrivai, era tutto annerito dal fuoco che aveva divampato con il kerosene residuo versato dai serbatoi, e il terreno era disseminato di piccoli detriti di plastica, alluminio, metallo, tutto irriconoscibile.
Solo le parti dell'aereo rimasta intatte erano state velocemente rimosse, quasi a cancellare ogni traccia, prima che qualcuno potesse pensare di approfondire le dinamiche.
Sperimentai allora un senso di grande desolazione, con il rombo del vento (che pensavo eterno) nelle orecchie.
E quyando vi sono risalito lo scorso 5 maggio 2016, in occasione della commemorazione che si celebra di anno in anno, mi hanno assalito le stesse sensazioni, l'emergere della memoria è stato netto ed inconfondibile: Montagna Longa è per me non solo un luogo fisico, ma anche un luogo della mente, saldamente stabilito nel mio deposito di ricordi.
Forse in seguito quando misero a dimora la croce ci saliì.
Ma di quell'ascesa ho rimosso quasi tutto. Ci sono delle sensazioni vaghe depositate: un moto di paura a vedere il precipizio a lato della strada, l'abisso pronto a ghermirti. E poi la sensazione tattile della mano che indugiava sulle scritte dei nomi in rilievo, quasi che per me fosse più importante leggere quei nomi come se fossero stati scritti in Braille.
In quest'ultima ascesa che ho compiuto tali sensazioni si sono rafforzate, sono venute fuori con maggiore prepotenza.
Quindi, almeno un'altra volta in passato devo esserci salito, anche se non riesco in alcun modo a circostanziare e a rivedere quell'ascensione "ombra" nei dettagli.
O forse l'ho solamente sognato di esserci salito...
Misteri dei meccanismi mentali che presiedono alla memoria e alla conservazione dei ricordi!

Le foto sono di Maurizio Crispi
Le foto sono di Maurizio Crispi
Le foto sono di Maurizio Crispi
Le foto sono di Maurizio Crispi

Le foto sono di Maurizio Crispi

(Fonte: dal Gruppo Facebook "Montagna Longa, 115 vittime: un disastro aereo dimenticato") SICILIA (Palermo) - E' il 5 maggio 1972. Una data difficile da dimenticare. Un aeromobile DC 8 dell'Alitalia, il volo AZ 112 Roma - Palermo si schianta sul costone della Montagnalonga, fra Cinisi e Carini, a circa 5 miglia nautiche a Sud dell'aeroporto di Punta Raisi. Muoiono 115 persone lasciando 98 orfani e 50 vedove. Tra le vittime i corpi di un giudice, di due giornalisti, di un paio di militari e di qualcuno che si pensò fosse dei servizi segreti. Qualche altro non fu mai identificato. Rimarrà negli archivi della memoria come la più grave tragedia nella storia dell'aviazione civile italiana.

A guidare l'aereo ci sono piloti di lunga e provata esperienza di volo. Roberto Bartoli e Bruno Dini. Con loro il motorista Gioacchino Di Fiore, anch'egli con il brevetto di 3° grado che lo aveva abilitato al pilotaggio di grossi aerei.

L'aeromobile, con a bordo 108 passeggeri e 7 membri dell'equipaggio, alle ore 21,46 decolla dalla pista di Fiumicino. Intorno alle ore 22,25 è sulla verticale dell'aeroporto palermitano a 5.000 piedi ed il bollettino meteorologico di Palermo Punta Raisi segna «calma di vento, visibilità 5 Km.».

Su Montagnalonga, dopo 3 processi e un'istanza di riesame, respinta nell'ottobre 2001 dal giudice di Catania Peroni Ronchet, se non si vuole prendere per buona la "verità" emersa nelle Aule di Giustizia, risultata a dir poco improbabile, non ci sono ancora verità e responsabilità.

L'8 maggio 1972, in una nota di agenzia della Reuter affiorò l'ipotesi della bomba, ma le indagini e le istruttorie che si susseguirono la scartarono del tutto.

Nonostante, all'indomani del grave evento, circolasse diffusamente in ambito giornalistico la notizia che si trattava di un atto stragísta e non di incidente di manovra, calò un improvviso silenzio, seguito da affrettate e incalzanti smentite.

Le famiglie Fais, Salatiello e la moglie e i familiari di Bartoli, costituitisi parti civili, nell'immediatezza dei disastro, contro i responsabili aeroportuali dell'epoca, i funzionari dell'Alitalia, dei Ministeri della Difesa e dei Trasporti, costrinsero la magistratura catanese a chiamare in giudizio quest'ultimi, i quali furono in seguito tutti assolti.

L'ipotesi di una bomba a bordo, subito scartata, fu invece raccolta dal rappresentante dei piloti Anpac nella prima commissione di indagine.

Il 27 giugno 1972, a 15 giomi dalla firma dei decreto di incarico dell'allora ministro Oscar Luigi Scalfaro, il colonnello Francesco Lino aveva già concluso per l'errore umano, nonostante il comandante Ferretti, membro della commissione d'inchiesta ministeriale, a nome dei piloti Anpac, avanzasse il sospetto di una esplosione nella carlinga.

La commissione, in base alle norme che regolano i rapporti tra Alitalia e Ministero dei Trasporti, avrebbe dovuto prevedere una composizione di 13 membri, di cui 3 appartenenti all'Anpac Ma il colonnello Lino la limitò a 11, escludendo, quindi, due piloti.

Sui piloti si rovesciarono accuse di inesperienza e tasso alcolico elevato. Sul Bartoli si riversarono accuse di distrazione, in particolare «evidenziatasi nel corso della giornata, a causa di annebbiamento cerebrale dovuto a droga o alcool». Versíone infamante, poi smontata dalla perizia dei prof. Ideale Dei Carpio. dirigente dell'Istituto di Medicina Legale di Palermo.
tratto da http://montagna-longa.noblogs.org/

Nel sito http://www.montagnalonga.it/ (da cui è tratta la foto) è tutto minuziosamente documentato anche con raccapriccianti filmati dei telegiornali dell'epoca.

Mi sono avvicinata a questa triste pagina, interessata dal fatto che tra le vittime ci fosse Cestmir Vicpaleck di anni 24, figlio dell'omonimo calciatore e allenatore di Juventus e Palermo e cugino (coetaneo) dell'allenatore Zdenek Zeman.

Ma le vittime non hanno nome, sono vittime e basta e come tali gridano giustizia

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5 ottobre 2016 3 05 /10 /ottobre /2016 08:16
Un giorno della memoria familiare

(Maurizio Crispi) Il 4 ottobre è una data di ricorrenze per la mia famiglia.
Mio fratello Salvatore è nato il 4 ottobre e oggi avrebbe compiuto 69 anni.
Di papà si celebrava l'onomastico e, nello stesso tempo, dei nostri genitori l'anniversario di matrimonio.
E quindi, in questo 4 ottobre 2016, a tutti loro - anche se non ci sono più - vanno i miei più cari e commossi auguri.
In fondo, queste ricorrenze che rimangono vive nella mente e nel cuore servono a chi rimane per coltivare la memoria di chi non è più.
Ma, se lo sguardo e la memoria devono volgersi al passato per il giusto tributo a chi non è più e agli antenati che sono la nostra ragione di essere in questo mondo, bisogna nello stesso guardare al futuro e occuparsi dei vivi che sono quelli a cui un giorno passerà il testimone e che dovranno mantenere la memoria di noi.
E, quindi, in questo stesso giorno, è caduto l'onomastico di mio figlio Francesco... e ciò rappresenta la parte festosa della giornata per vvere la quale occorrerebbe non isolamento e solitudine, ma condivisione.
Le memorie hanno senso soltanto se possono essere condivise e trasmesse: altrimenti sono condannate a rimanere sterili e non produttive, soltanto una faticosa zavorra da portare sulle spalle.

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29 settembre 2016 4 29 /09 /settembre /2016 00:13
Marettimo e il ricordo d'un mio incontro con la wilderness

Con l'occasione del Trail di Marettimo (svoltosi il 18 settembre 2016) , in una maniera alquanto avventurosa ed improvvisata, ho spezzato le perniciose catene dell'immobilità in cui mi sentivo avvinto... andando, per di più, in un luogo che, da lungo tempo, mi sta nel cuore...
Marettimo (assieme a Levanzo), in particolare, è legata indissolubilmente alla memoria di un mio incontro con la wilderness e al confronto con una paura d cui desideravo liberarmi.

A Marettimo, senza esserci mai stato, mi avventurai la prima volta, deciso ad affrontare la natura selvaggia e a dormire all'aperto in un luogo del tutto isolato, poiché - malgrado esperienze già fatte in passato (ma sempre in compagnia), da un certo momento in poi fui preso da una sorta di fobia a ripeterbe di simili.
L'idea di dormire da solo e all'aperto, in specie, mi faceva paura.
Decisi così di affrontare questa mia bestia interiore, che mi faceva sentire meno libero, frontalmente e scelsi Marettimo anche perché oltre ad essere la più lontana dalla Terraferma delle tre isole dell'arcipelago, era un luogo a me sconosciuto, dove non avrei trovato nessuno dei punti di riferimento a me familiari (e dunque in qualche misura confortanti).

MarettimpVolevo un'esperienza diretta e brutale per contrastare la mia paura, un'esperienza non edulcorata
Sbarcato a Marettimo e acquistati alcuni generi di prima necessità, mentre il giorno volgeva al tramonto, mi diressi zaino in spalla (senza conoscere nulla del luogo in cui mi ero scaraventato, ripeto), verso Punta Bassana e poi piegando all'interno verso uno scollinamento che mi avrebbe portato - così ritenevo - dall'altro lato dell'isola. Ero deciso ad allontanarmi il più possibile dal centro abitato e di addentrarmi in un territorio sconosciuto e lontano dal consesso umano.
Dopo essermi lasciato il cimitero e Punta Bassana alle spalle, l'atmosfera cupa di fine giornata si rischiarò all'improvviso, poiché mi affacciai sul lato dell'isola rivolto ad ovest, che s'illuminava dei colori caldi di un tramonto marino di prima estate.
Camminai e camminai, finché arrivai in vista del Faro in un punto in cui si creava una piccola piana e la macchia mediterranea si diradava per lasciare luogo ad una gariga degradata dagli interventi umani di disboscamento (a quel tempo Marettimo non era ancora una zona naturalistica protetta).
E decisi di fermarmi lì, per trarre vantaggio anche da una vecchia rete di letto abbandonata, ma ancora in perfette condizioni, dove dispiegai il mio sacco a pelo.
Dopo aver consumato un frugale pasto, mi misi in attesa della notte che arrivò presto con un buio nero come la pece, che tuttavia era rischiarato dal periodico fluire delraggio di luce proveniente dalla lanterna del faro.
Notte di inferno, anche perché i rumori della notte arrivano alle mie orecchie amplificati con una lucidità quasi lisergica, eppure dormii quello che si può definre il sonno dei giusti, salvo un piccolo episodio di terrore quasi allo stato puro, al quale tuttavia seppi resistere.
Nel cuore del mio pernottamento, quando il buio era ancora fitto, presi a sentire a breve distanza da me - e il cuore mi balzò in gola - dei fruscii e dei rumori furtvi, insistenti, che non riuscivo a catalogare bene, fosse un fantasma o una presenza ostile...
Ma poi - dopo questa pausa, mi riaddormentai e dormii beatamente sino alle prime luci dell'alba.
Al momento di fare colazione e di aprire la tasca dello zaino che custodiva le mie poche scorte, scoprii che il tessuto di tela forte e robusta era forato e che il pacco di biscotti all'interno era stato manomesso...
Ma cos'era stato? Ma un topino ovviamente che non aveva resistito al richiamo della leccornia...!
Mi feci una grande risata.
Prova di iniziazione superata e mi dissi: "Non temerò più alcun male", sentendomi come quei Pellerossa d'America che per transitare dalla bambinitudine all'età adulta dovevano andare da soli nella foresta o comunque nella wilderness a cercare la propria visione e il proprio animale totemico, dal quale avrebbero potuto prendere - a pieno diritto - il proprio nome di adulti.
Stante questo riferimento antropologico, io dopo la prova iniziatica, avrei potuto a ben diritto assumere il nome di "Topo Seduto" o, meglio ancora, "Topo Dormiente".
Questa gita a Marettimo è stata dunque l'occasione per una giornata di atmosfera di avventura, ma anche stimolo per un viaggio a ritroso nel tempo sino a quella - fondante - esperienza e a tutte le successive occasione in cui ebbi modo di tornare a Marettimo per gustarne - il più spesso in solitudine - la Wilderness.

(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)

(foto di Maurizio Crispi)

Marettimo, oh cara! Il Trail di Marettimo (come altre prove del Circuito Ecotrail Sicilia è la dimostrazione netta e pulita di come un'occasione di sport sia lo spunto per trovarsi - per "essere" - in un luogo assolutamente fantastico e pieno di grandi risorse e bellezze sia paesaggistiche sia naturalistiche, nonchè dotato di un patrimonio di memorie storiche e mitologiche. Per i Greci che erano particolarmente sensibili a tutto ciò di ominoso e sovrannaturale fosse contenuto in certi luoghi, Marettimo un'isola dotata di un'aura di sacralità (il suo nome presso i Greci era "Hierà Nèsos" che significa appunto "isola sacra") ed era quindi dedicata ad attività cultuali, ma anche coincidente con la Itaca di Ulisse, secondo la teoria "trapanese" dell'Odissea, inizialmente proposta da Samuel Butler e poi ripresa anche da altri. Per non parlare poi dell'antico presidio romano, successivamente trasformato in monastero bizantino con una chiesetta fortemente suggestiva in una posizione preminente sul mare, dove nella distanza spiccano le sagome delle altre due Egadi e poi il profilo più lontano ed indistinto della terraferma. E che dire poi del Castello di Punta troia che sarebbe di origini addirittura normanne e che fu impiantato su di una preesistente torre di avvistamento?

Marettimo é inoltre ricchissima di flora e fauna selvatica e, soprattutto, sul versante occidentale vi si ritrovano grandi grotte marine dove sono stati avvistati esemplari di Foca monaca.

Insomma, Marettimo val bene una visita e quella del Trail di Marettimo e del Egadi Running Cruise che tornerà anche nel 2017 è l'occasione giusta per ritrovarcisi, per scoprirla o per continuare ad esplorarla (se ci si è già stati), occupandosi al tempo stesso della propria attività sportiva preferita.

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22 aprile 2016 5 22 /04 /aprile /2016 00:22
Dio benedica il Capitano Vere! Un film e un romanzo che sono rimasti vividamente impressi nella mia memoria

"La Storia di Billy Budd, gabbiere di parrocchetto" (romanzo postumo di Herman Melville), nell'edizione italiana per i tipi di Bompiani, con prefazione pregevole di Eugenio Montale, autore altresì della traduzione), è per me un libro importante per me, quasi cult.
Quando ero appena decenne mio padre mi portò a vedere il film in bianco nero che ne era stato tratto (1962), con Terence Stamp nella parte di Billy Budd e Peter Ustinov (peraltro anche regista del film) nei panni del Capitano Vere.
Il poster del film (1962), Billy Budd, diretto da Peter UstinovIo, pur piccolo, rimasi molto colpito dalla scena finale con l'impiccagione di Billy Budd che a me parve vittima di un'ingiustizia e assurto al ruolo di santo..
Quando tornammo a casa, papà prese dalla libreria la copia del romanzo e mi lesse ad alta voce la parte di uno dei capitoli finali in cui si raccontava lo stesso fatto, con il suo climax emozionale quando Billy Budd, prima dell'esecuzione comminata per il suo delitto (ma impropriamente nel flusso narrativo melvilliano, poichè il capitano vere prima di decidere ciò, avrebbe dovuto consultarsi con un Ammiraglio in rispetto delle regole vigenti) grida davanti a tutto all'equipaggio e agli ufficiali e sottufficiali schierati: "Dio benedica il capitano Vere".
Billy Budd é una sorta di presenza angelicata (che secondo alcuni interpreti del testo melvilliano rappresenta la forza della natura che, in quanto tale, non può integrarsi nel mondo degli uomini), piombato nel rude mondo della marineria militare britannica, gentile e affabile con tutti, benvoluto e capace, pronto ad accollarsi qualsiasi compito gli fosse richiesto tanto che il capitano Vere pensava di promuoverlo presto ad un rango superiore per sfruttare al meglio le sue capacità.
Benvoluto da tutti, fuorché dal cupo e luttuoso Maestro d'armi di fortuna John Claggart che prende ad angariarlo e a stargli addosso (si direbbe oggi a mobbizzarlo), fintantoché all'ennesima provocazione Billy Budd reagisce e lo colpisce, uccidendolo (un omicidio preterintenzionale, si direbbe oggi secondo il linguaggio giuridico), ma siccome tra l'equipaggio della nave da guerra serpeggiavano malumori che erano giunti all'orecchio degli ufficiali, Billy Budd per via di quel gesto, psicologicamente motivato, viene accusato non solo di insubordinazione e di omicidio, ma anche di tentativo di ammutinamento, come se il suo gesto fosse stato espressione di una rivolta che covava ancora senza aver avuto ancora palesi manifestazioni.
Una storia che Melville trasse da un libello che circolava ancora ai suoi tempi e che raccontava questo episodio "vero", in cui Billy Budd diveniva una sorta di Cristo redivivo che veniva impiccato per via dei peccati commessi da altri e che, tuttavia, perdonava il suo giustiziere e lo assolveva chiedendo per lui la benedizione di Dio.
Il film e quel libro da cui papà mi lesse il punto più alto, mi rimasero impresse ed ebbero per me un potente influsso formativo.
Questo volume di cui vedete la copertina è uno dei libri che mi sono più cari e di dà i brividi pensare che papà e mamma, pur con le loro magre risorse, in tempo di guerra continuavano a comprare e a leggere romanzi che poi costituirono il nucleo iniziale della loro biblioteca di narrativa.
E, attraverso questo piccolo episodio, non possa fare altro che ribadire quanto sia stata importante l'azione continua di mio padre nell'mpliare i miei orizzonti, nelforgiarmi lasciandomi però libero di seguire i miei percorsi e di ammpliare i miei orizzonti, facendomi sempre vedere qualcosa "al di là", con la grande lezione di vita che la curiosità e la voglia di sapere devono essere alla base di tutto il nostro operare.
Ed ecco di seguito il brano topico, quello che mio padre mi lesse al nostro ritorno a casa. E ricordo quella lettura vividamente, come fosse ieri, con le inflessioni di voce opportunamente modulate da papà per rendere bene tutto il pathos della scena.

 

Una volta, in alto mare, l'impiccagione di un marinaio era fatta generalmente sul pennone di trinchetto. Nel caso presente, per particolari motivi, era stato prescelto l'albero maestro. Assistito dal cappellano il prigioniero fu condotto sotto un pennone di quest'albero. Fu osservato allora, e commentato più tardi, che l'ottimo uomo in questa scena finale non perdette tempo nelle formalità di rito. Scambiò alcune parole col condannato, ma l'autentico Vangelo era piuttosto nell'aspetto e nelle maniere che nella sua lingua. Gli ultimi preparativi furono condotti innanzi rapidamente da due nostromi e l'esecuzione stava per compiersi. Billy era in piedi col viso rivolto a poppavia. Al momento estremo le sue sole parole, pronunciate senza alcun impedimento, furono queste: "Dio benedica il capitano Vere". Tali sillabe, così inattese da parte di un uomo che aveva il vergognoso laccio attorno al collo; questa benedizione di un convinto di fellonia mandata verso i posti d’onore e detta con l’accento melodiosodi un uccello che sta per spiccarsi dal ramo, ebbe un effetto formidabile, accresciuto anche dalla rara bellezza del giovane marinaio, fatta più spirituale dalle ultime e sì cocenti esperienze.
enza volere, come se la gente della nave fosse il veicolo di una corrente elettrica, con un sola vocedall’aalto e dal basso, un grido si levò: “Dio benedica il capitano Vere”. E in quell’istante Billy dovette essere in tutti i cuori come già era in tutti gli occhi. (p.182-183)

Herman Melville, La storia di Billy Budd, Bompiani, 1942

Il testomelvilliano è stato oggetto di una trasposizione in opera lirica (arrangiamento musicale su libretto di Edward Morgan Forster e Eric Crozier) da parte di Benjamin Britten.

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20 aprile 2016 3 20 /04 /aprile /2016 16:54
Fratelli al cinema 3D

Fratelli al cinema 3D

A volte, mio fratello era davvero burbero e intrattabile.
Su alcune questioni si irrigidiva e non c'era verso di discutere e di ragionare.
Dopo la morte della mamma, abbiamo avuto un grande riavvicinamento e vissuto degli splendidi momenti assieme, anche se - a volte -  per le ragioni enunciate si determinanavano delle incomprensioni.
Salvatore, in maniera ancora più marcata dopo la morte della mamma, avrebbe voluto vivere una vita da anacoreta spartano, soprattutto per quanto riguardava òl'alimentazione.
Si creavano dei conflitti. Io mi sentivo responsabilizzato sorvegliare che si alimentasse in maniera adeguata, mentre lui cercava di tenere fede con caparbietà alla sua decisione.
Spesso discutevamo su questa faccenda e litigavamo anche.
Non so perchè fosse così rigido... O meglio lo so. Questa ed altre cose (come l'aderire a decisioni apparentemente irragionevoli) investivano dei campi in cui poteva esercitare la sua volontà di autodeterminazione che, tuttavia, a volte collideva con il principio dell'autoconservazione.
Io mi sentivo in dovere di spingerlo a mangiare, rispettando tuttavia la sua volontà di mangiare poco.
Facevo cucinare giornalmente, ma ero io a dovermene occupare (e tutto ciò che vi era connesso, come fare la spesa, decidere le pietanze etc), perchè a sentir lui era sufficiente mangiare "una patata bollita" a pranzo e a cena.
Condizione fondamentale era che io fossi presente al momento dei pasti, in modo da poter utilizzare dei piccoli trucchi (che poi erano gli stessi che usava la mamma per farlo mangiare un po' di più),

Salvatore CrispiE così andavamo avanti: la mia vita in quel periodo è cambiata molto proprio perchè io subordinavo l'architettura della mia giornata all'esigenza di essere presente ai pasti, mattina e sera.
E così andavamo avanti.
Il prezzo? Qualche lamentela da parte sua, qualche presa di posizione clamorosa, ma poi trovavamo sempre una via di mezzo che fungesse da crinale tra la sua volontà e la mia.
Ma, naturalmente, perchè tutto funzionasse bene era necessario che io fossi presente.
Quando ero in viaggio?
Inevitabilmente le cose cambiavano.
Lo scettro del comando passava pienamente a lui e si doveva fare come diceva a lui, anche se il suo carer aveva in parte appreso i miei metodi e anche lì si trovavano delle soluzioni di compromesso, ma pur sempre in minus rispetto a quando c'ero io.
Nel corso del tempo, Salvatore era forte dimagrito e, da che era robusto e pienotto, pesava quanto un fuscello.
Un'altra cosa su cui si manifestava il suo forte temperamento era quando, avvicinandosi delle ricorrenze che lo riguardavano, come il compleanno e l'onomastico o cert efestività in cui io cercavo di mantenere le consuetudini a cui la mamma teneva, mi proibiva con veemenza di fare qualsiasi cosa per lui e, soprattutto, di convocare amici e parenti per una cena assieme.
Presi ad organizzare degli "eventi" familiari di nascosto: di modo tale che poi la riunione familiare predisposta dovesse risultare una "sorpresa" per lui, davanti alla quale non c'era altre da fare che opporre un buon viso.
Prima di arrivare a questo stratagemma che, poi, a tutti gli effetti era un vero e proprio segreto di Pulcinella, perchè lui capiva tutto, ma - sornione - faceva finta di non sapere e di cascare dalle nuvole, avemmo su questo tema un clamoroso litigio che finì in una manifestazione irata da parte sua e nella mia ritirata, come spesso accadeva in simili circostanze.
Ma fu solo una ritirata strategica, poichè nelle ore successive - dopo una ponderata riflessione - gli scrissi una lettera e gliela feci trovare sul tavolo della sua stanza.
La lesse sicuramente, ma non mi disse mai niente: non parlammo di come accomodare le cose
Ma da allora, dopo la lettera, non ci furono più eclatanti discussioni.
Trovammo un punto di equilibrio e mi lasciò fare.
Eccola di seguito: la propongo adesso, perchè me n'ero dimenticato e mettendo ordine tra le sue cose, l'ho trovata in uno dei cassetti della sua scrivania.
Mi ha commosso il fatto che l'avesse conservata: evidentemente l'aveva letta, ci aveva riflettuto e l'aveva considerata una cosa da conservare, un'importante documento visto che di queste cose non parlavamo mai direttamente (ma più che altro per una lunga consuetudine familiare).

Tutti assieme riuniti in occasione del 90° compleanno della mamma.

Tutti assieme riuniti in occasione del 90° compleanno della mamma.

Caro Tatà,
Con tutto l'affetto che ci lega, non posso assolutamente essere d'accordo con quello che mi hai appena detto, proprio per niente.
Le ricorrenze hanno un senso, proprio perchè in quelle occasioni ci si manifesta reciprocamente l'affetto che si prova e le piccole cose celebrative che si fanno hanno un piccolo costo materiale ed un elevato valore simbolico.
E, proprio per questo, non sono inezie che si possano liquidare per l'esigenza di mantenere (motivati dalle circostanze) uno stile di vita sempre più quaresimale e penitenziale.
Viviamo assieme, consumiamo assieme i nostri pasti e condividiamo molte altre cose.
Io ritengo che le piccole ricorrenze vadano comunque celebrate: altrimenti c'è il rischio che, levando questo e quello, ci si ritrovi a vivere come in una tomba.
In più, ti diro una cosa: queste piccole celebrazioni sono un modo per ricordare nostra madre e farla vivere con noi.
FratelliNegli ultimi tempi, quando non aveva più le forze, mi diceva sempre: "Ricordati che domani è l'onomastico di Salvatore" oppure "Domani è il suo compleanno", "Comprami un regalino per l'onomastico di tuo fratello"!
E proseguiva, esortandomi: "Mi raccomando, pensaci tu che io non posso fare più niente".
Quindi, ricordarci delle ricorrenze e fare non quello che tutti fanno, ma il minimo che si possa fare, come spegnere una candelina oppure mangiare dei dolci e rendere così il giorno un po' più speciale è un modo di ricordare nostra madre e perpetuare la sollecitudine che, in tutti i modi, metteva in atto nei nostri confronti.
Altrimenti, non ha più senso nemmeno ricordarla con una messa mensile.
Quindi, non ti seccherai né ti arrabbierai, se procederemo nel consueto modo. Non fare niente del tutto, come tu chiedi, per me sarebbe tradire la memoria di mamma.
Con un abbraccio
maurizio

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29 marzo 2016 2 29 /03 /marzo /2016 22:37
Quello storico viaggio in Cina
Quello storico viaggio in Cina
Quello storico viaggio in Cina
Quello storico viaggio in Cina
Quello storico viaggio in Cina
Quello storico viaggio in Cina
Quello storico viaggio in Cina
Quello storico viaggio in Cina
Quello storico viaggio in Cina
Quello storico viaggio in Cina
Quello storico viaggio in Cina
Quello storico viaggio in Cina
Quello storico viaggio in Cina
Quello storico viaggio in Cina
Quello storico viaggio in Cina
Quello storico viaggio in Cina
Quello storico viaggio in Cina
Quello storico viaggio in Cina
Quello storico viaggio in Cina

Tra la fine di Marzo e l'inizio di Aprile 1979, quando da pochissimo erano state aperte le frontiere della Cina al turismo internazionale, una comitiva (una delle prime ad essere organizzata partì da Palermo alla volta della Cina. Della comitiva facevano parte la mamma, zio Aldo (il fratello della mamma) e zia Bice (la moglie di quest'ultimo), una loro amica che poi divenne anche amica di mamma, Mariuccia Sirchia e Gianliborio Mazzola (figlio di una collega di scuola della mamma). Forse faceva parte del gruppo anche il mio vecchio professore d'Italiano del Liceo, Sebastiano Bavetta, che a quel tempo doveva essere ormai anzianissimo.
Io e mio fratello convicemmo la mamma a partire: in fondo dalla morte di papà non era ancora mai partita e ci sembrava che l'occasione sarebbe stata davvero unica.
Ci riuscimmo alla fine, smontando molti dei suoi sensi di colpa a lasciarci soli e a fare una deroga a quelli che riteneva fossero dei doveri imprescindibili, specie dopo la morte di nostro padre.
Le dicemmo che ce la saremmo cavata: e lei, ovviamente, predispose tutto con molta puntualità, organizzando perfino - di concerto con la collaboratirce domestica di allora - il menu giornaliero, sicchè ci fosse la certezza inoppugnabile che non saremmo morti di fame.
Io, a quel tempo, avevo da poco concluso il mio servizio militare e vivevo ancora in una condizione di scarso impegno lavorativo e di attesa, con tantissimo tempo libero da occupare nei modi più diversi.
Fu una bella esperienza per la mamma (e per noi che la sera ci davamo ai bagordi organizzando cenettine con Gianfranco e gli altri cugini e loro amici.
Quel viaggio fu un viaggio da veri pioneri nella misteriosa Cina di Mao che, ancora non post-maoista, aveva aperto le porte all'Occidente ma soltanto a comitive guidate e controllabili, grazie all'impiego di guide ufficiali cinesi, affiancate sempre da un occhiuto uomo del regime che controllava strettamente la guida e ciò che diceva ai visitatori e quello che veniva detto loro nel corso di occasionale conversazioni (controllore di regime che aveva anche il compito di limitare il più possibile i contatti tra i viaggiatori e la popolazione locale)..
Visitarono Pechino, Shangai, Nanchino, forse andarono anche sulla Grande Muraglia.
Si fotografarono ripetutamente in classiche foto di gruppo nelle diverse Piazze del Popolo.
Andarono a visitare anche un ospedale di Shangai dove si operano pazienti con malattie tumorali utilizzando come metodo di anestesia l'agopuntura, e di questo furono meravigliati.
Ritornaro raccontando alla fine meraviglie di ciò che avevano visto.
E, per la mamma, questo viaggio rimase impresso come evento memorabile.
E furono davvero tra i primi ad essere in Cina: vero e proprio manipolo di precursori.
Ho trovato di recente un blocchetto di foto a colori (ma un po' sbiadite, quasi ad accrescere l'effetto nostalgia) relative a quel viaggio, mentre mettevo ordine in un cassetto, assieme ad altri ricordi di famiglia, non solo fotografici.

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6 febbraio 2016 6 06 /02 /febbraio /2016 15:46
Tatà mio compagno di transferte sportive

Dopo la morte della mamma, Tatà era sovente mio (o nostro) compagno di spostamenti a seguire le diverse gare in giro per la Sicilia.
Levatacce la mattina, partenza di buon ora.
Poi, lui con molta pazienza e tutto osservando con uno sguardo benevolo e non privo di un pizzico di ironia, aspettava che le sequenze sportive fossero finite.
A volte si intratteneva leggiucchiando il giornale, sistemato alla meno pegggio ad un tavolo traballante di bar.
E, finalmente, si arrivava al momento delle premiazioni: che di solito fotografavo più che altro per dovere, mai per piacere, e che spesso e volentieri diserto.
Era a questo punto che, il più delle volte, andavamo a mangiare un boccone.
Lui non era molto felice di questo, perché - spartano com'era - avrebbe preferito non mangiare del tutto.
Ma, pur brontolando, accettava la mia iniziativa per non scontentarmi.
E, d'altra parte, non mancava mai un bel bicchierozzo di vino che lo faceva stare contento e al quale non diceva mai di no.
E, a punteggiare la giornata, c'era di quando in quando, l'immancabile fumatina.
Quando tornavamo a casa, a fine giornata, non mancava mai di dirmi:"Grazie!".

E queste immagini vengono dalla partecipazione, in qualità di fotografo, al Cofano Trail 2015 (8 febbraio). Guardano ora queste immagini, chi l'avrebbe detto che di lì a poco più di quattro mesi, Tatà ci avrebbe lasciato?

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2 gennaio 2016 6 02 /01 /gennaio /2016 00:25
Capodanno con la neve Palermo, un anno fa: l'ultimo con Tatà
Capodanno con la neve Palermo, un anno fa: l'ultimo con Tatà
Capodanno con la neve Palermo, un anno fa: l'ultimo con Tatà
Capodanno con la neve Palermo, un anno fa: l'ultimo con Tatà
Capodanno con la neve Palermo, un anno fa: l'ultimo con Tatà
Capodanno con la neve Palermo, un anno fa: l'ultimo con Tatà
Capodanno con la neve Palermo, un anno fa: l'ultimo con Tatà
Capodanno con la neve Palermo, un anno fa: l'ultimo con Tatà
Capodanno con la neve Palermo, un anno fa: l'ultimo con Tatà
Capodanno con la neve Palermo, un anno fa: l'ultimo con Tatà
Capodanno con la neve Palermo, un anno fa: l'ultimo con Tatà
Capodanno con la neve Palermo, un anno fa: l'ultimo con Tatà
Capodanno con la neve Palermo, un anno fa: l'ultimo con Tatà
Capodanno con la neve Palermo, un anno fa: l'ultimo con Tatà

Esattamente un anno fa, alla vigilia di Capodanno, a Palermo, ha nevicato e faceva un freddo intenso (ma non troppo, se no non ci sarebbe stata la neve).
La città e i monti circostanti si sono ricoperti di una coltre bianca e il traffico è andato in tilt.
Molti che avevano prenotato, alla vigilia, veglioni in luogni attorno alla città, hanno dovuto rinunciare o sono rimasti bloccati in itinere perchè la maggior partede delle strade erano rimaste bloccate dalla neve.
Noi siamo andati tutti ad Altavilla dove la neve caduta di fresco ci ha regalato un'insolita cartolina.

Ce ne siamo stati chiusi in casa, godendo del tepore benefico che si sprigionava dal camino e dalla stufa a legna.

Andando via, abbiamo comprato dal pastore che alloggia in un casolare vicino, tuma e ricotta fresche, appena fatte (e c'eranoanche gli agnellini appena nati, ancora malfermi sulle gambe: una tenerezza!)

Tornati in città, la sera, siamo stati a casa, la sera, avvolti da coltri di indumenti per contrastare il freddo intenso e pervasivo.

Abbiamo cenato assieme e abbiamo brindato molto prima di mezzanotte.

E poi ci siamo tutti ritirati a letto al calduccio delle coperte.

Un freddo e bianco Capodanno, quasi da manuale.

E' stato l'ultimo Capodanno che ho passato assieme a Tatà.

Andato via lui, è come se non fosse rimasto nulla.

Soltanto dei bei ricordi

Per quest'anno lo spirito del Natale e del Capodanno non è arrivato...

O, almeno, non è arrivato nello stesso modo.

Speriamo bene nel prossimo anno.

Di seguito, ciò che scrissi, a commento delle foto pubblicate sul mio profilo FB.

L'ultimo giorno dell'anno è stato di tregenda dal punto di vista delle condizioni meteo.
Vento furioso, freddo, poco sopra lo zero, nevischio, grandine, e neve bella e buona.
Insolite condizioni per i Palermitani che di rado vedono nevicare sopra la propria città, più di sovente solo sui monti circostanti (ma anche in questo caso, non più di una volta all'anno).
Ma questa volta la situazione è stata seria e ha trovato tutti impreparati: incollonamenti di auto ed ingorghi a tutto spiano
Non parliamo poi del ghiaccio insidioso che si è formato a notte, quando la temperatura è scesa sotto lo zero e tanti sono rimasti bloccati in auto, senza poter raggiungere la meta destinata di veglie e cenoni.
AA Piano Aci c'è stata per noi l'occasiobe di vedere uno spettacoo insolito, con tutte le montagne alle spalle imbiancate alle nostre spalle.
Tuttavia nel cielo basso e grigio ogni tanto si apriva uno squarcio e si faceva largo sia pure per pochi attimi soltanto un raggio di sole.
Asserragliati in casa abbiamo goduto come non mai del calorino sprigionato dalle fiamme del camino e della stufa a legna.
Siamo però tornati presto, perchè temevamo di trovare ghiaccio se la temperaura si fosse improvvisamente abbassata ulteriormente, ma fortunatamente così non è stato.
Sulla strada del ritorno ci siamo fermati a guardare da vicino le pecorelle al pascolo e il pastore, vedendo che c'era Gabriel, ci ha invitato ad andare verso il piccolo casale da loro occuoato per vedere gli agnellini.
E in effetti ce n'erano tanti tra cui due piccoli piccoli, ancora malfermi sulle gambe e tutti tremanti, dei quali uno aveva pendente dalla pancia uno spezzone di cordone ombelicale insaguinato. Il pastore ci ha detto che i due piccoletti erano venuti al mondo non più di mezzora prima.
Con l'occasione, abbiamo comprato una forma da un chilo di tuma, fatta la mattina.
E' stata una bella ed insolita sorpresa. degna della giornata e dello scenario natalizio tutto imbiancato.
La sera abbiamo cenato assieme io, Maureen, Raul e Salvatore, molto semplicemente e rabbrividendo un po' dal freddo (la casa di Palermo è senza riscaldamento).
Invece, del consueto cotechino con lenticche, abbiamo mangiato una zuppa di legumi "alla ligure" e, assieme, un po' di cotechino.
Non è mancato un po' dell'immancabile sfincione festivo e naturalmente un assaggio dell'ottimo formaggio che avevamo acquistato prima direttamente dai pastori.
Non parliamo del fatto che abbiamo "goduto" del discorso inaugurale del Presidente della Repubblica: le solite parole vuote e scarsamente comprensibili ad una persona di cultura medio bassa, ma per pochi attimi è stata l'occasione per stare "a tu per tu" con il presidente e per offrirgli anche (perché no?) un boccone.

Poi a nanna presto, al calduccio.

Il giorno dopo, capo dell'anno nuovo, non c'era più così freddo, ma - in compenso - soffiava a raffiche poderose il vento, che già di notte aveva fatto numerosi danni danni. Molte le piante abbattute e strappate.
Il vento era stato talmente furioso da spostare qua e là, erraticamente, interi sacchi della spazzatura, con tutto il loro contenuto.
Invece, proprio a causa del maltempo che aveva imperversato nella notte, impedendo ai festanti di riversarsi nelle strade, scarsissimi i segni dei giochi di fuoco di cui solitamente si vedono in strada involucri e macerie residuali.

E poi si va oltre, con una documentazione per immagini che riguarda i primi giorni del nostro nuovo anno, con la documentazione della nostra permanenza a Palermo nei primi giorni del nuovo anno (inizio e fine della galleria fotografica con le immagini delle nostre due gite familiari ad Altavilla (Piano Aci), in condizioni climatiche totalmente differenti.

Ultimo giorno dell'anno: Piano Aci Experience with the snow

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30 ottobre 2015 5 30 /10 /ottobre /2015 00:30
(da noi a me)
(da noi a me)
(da noi a me)
(da noi a me)
(da noi a me)
(da noi a me)
(da noi a me)
(da noi a me)
(da noi a me)
(da noi a me)

(da noi a me)

Niente, solo la pioggia che cade triste

Ed è solo uno sgocciolìo quieto.

L’ora è tarda, la casa vuota

Armadi traboccanti di vecchi indumenti, carte e carpette, libri polverosi vecchi di tre generazioni

Tutto da rivedere e da soppesare

In un cassetto, una lettera che mi scrisse mia madre, molti anni fa, quando ancora non esistevano i cellulari, lettera a cui forse non risposi mai

Un piccolo folder con foto in formato piccolo e piccolissimo che formano una piccola carrellata sulla storia familiare, raccolte da mia madre e poi dimenticate in un fondo di cassetto

Mio fratello che, dalle foto, mi guarda con il suo sguardo fiero, a volte spaventato, di quando era piccolo e poi adolescente.
Nelle sue foto di adolescente, c’è spesso tristezza nel suo volto allungato A volte, però, fierezza e fiducia Ricordo che, a volte, da adolescente, mi chiudevo in bagno e lì, in solitudine, piangevo e singhiozzavo per mio fratello, pregando silenziosamente perché un miracolo gli rendesse la salute e la capacità di camminare

Foto di famiglia, come si usava un tempo, tutti in tiro, nel giorno della prima comunione e della cresima, Salvatore nel punto focale del gruppo, un po’ emozionato

Mio fratello, attorniato dal suo gruppo di amici ridenti che lo omaggiavano spesso di foto spassose per strappargli un sorriso

Mio padre in uniforme da ufficiale e in divisa da campo, con la bustina che si usava allora

Ancora mio padre, magrissimo (perchè aveva patito la fame), appena tornato dal campo di prigionia, ma già attivo e laborioso, che cammina a passo svelto lungo via Ruggero Settimo, dando l’impressione di uno che ha molto da fare e molti sogni che gli frullano per la testa

Io, in foto tessera, vestito da da ufficiale e con la barba

Le mie continue trasformazioni camaleontiche Barba sì, barba no Baffi sì, baffi no, Capello lungo hippieggiante, nel tempo giusto per farlo, oppure capello corto stile nazi o ancora rapato a zero Io, con aria meditativa Io, con atteggiamento da guerrigliero Io, palestrato

Noi, da piccoli, sulla spiaggia, per me mio fratello era un eguale, anche se non poteva fare le stesse cose che facevo io, e quei giorni sulla spiaggia di Mondello, giorni assolati con le merende di pane e uva erano splendidi

Ogni cassetto che si apre è una capsula del tempo che riserva inattese sorprese e riporta indietro con whoosh che a volte mi lascia stordito

Continuo a sentirmi un sopravvissuto in quelle stanze che sembrano popolate di fantasmi e non ancora risorte a nuova vita

Once upon a time... Nel passato ci sono le favole e i drammi Il futuro ci attende con il ripetersi di vecchi copioni, anche se a volte ce ne sono di nuovi ed inaspettati. Ed qui che sta tutta la meraviglia

E’ strano che io parli del futuro, quando il mio tempo si fa stretto, quando c’è sempre margine e meno strada da percorrere, meno storie da scrivere, e quando l’apertura di sempre nuove e sorprendenti capsule del tempo mi risucchia indietro con prepotenza

In definitiva, chi sono io? Dove vado? Cosa faccio? Cosa ci faccio qui?

 

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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