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16 aprile 2019 2 16 /04 /aprile /2019 07:23

Nel settembre 2009 andai a seguire una gara podistica (già allora non correvo più, ma partecipavo agli eventi di ultra come fotografo).
Mi sono imbattuto in un DVD nel quale erano salvate alcune gallerie fotografiche di quel periodo
Non sono riuscito subito a ricordare di quale gara si trattasse: per saperlo avrei dovuto consultare la mia agenda di quell'anno che, al momento, non avevo a portata di mano, ma poi in quello stesso archivio di DVD ho ritrovato anche le foto della gara podistica. Si trattava di una delle prime edizioni della "6 ore di Angizia" (Luco dei Marsi, pronvincia di Aquila, Abruzzo) che, in quell'anno, alla vigilia, ospitava anche un raduno degli atleti di ultra di interesse nazionale e un convegno sulla ultramaratone, nel quale io svolgevo la funzione di moderatore.
A quel tempo facevo parte del consiglio direttivo della IUTA ed ero il responsabile dell'Area Comunicazione.
In quel viaggio, come a volte succedeva, mi accompagnò mio figlio Francesco.
Eravamo partiti in auto da Palermo. All'andata eravamo sbarcati a Napoli, mentre per il ritorno avevo deciso di imbarcarmi a Civitavecchia,
Non c'erano margini di tempo troppo ristretti e quindi abbiamo potuto fare la strada verso il luogo dell'imbarco con comodo, con spazi aperti per il vagabondaggio turistico "on the road".
L'imbarco a Civitavecchia lo avevo scelto, anche perchè - il giorno successivo alla gara di Angizia - era previsto un sopraluogo nella zona attorno a Tarquinia (Viterbo) dove si sarebbe disputato Il Campionato del Mondo IAU 100 km: con alcuni componenti del Consiglio direttivo della IUTA, assieme al presidente del comitato organizzatore della 100 km degli Etruschi abbiamo fatto questa diversione. E poi ciascuno è andato per la sua strada: con Francesco quindi siamo rimasti a girare per Tarquinia e dintorni, tra il 7 e l'8 settembre in attesa dell'imbarco a Civitavecchia. Le foto che ho ritrovato sono state scattate appunto proprio in quest'arco di tempo.
Un'autentica situazione da "viaggio con papà", di cui nel momento in cui scrivo questa nota, dopo diecianni ho quasi perso memoria.
Imbattersi in questa galleria fotografica è stata per me una sorpresa davvero grata.
La maggior parte delle foto sono state fatte in giro per Tarquinia, una cittadina che presi ad amare molto dopo che l'ebbi scoperta, in occasione della mia unica partecipazione alla 100 km degli Etruschi, forse nel 2006, e dove sono tornato tutte le volte che ho potuto.
Altre, invece, sono state scattate a Tuscania.
Cosa dire di quelle foto? Mi ricordano nostalgicamente di un momento del passato. Quando vivi un evento, dei giorni, delle circostanze, non sai mai sei sei felice o meno, semplicemente non ti poni il problema. Se volgi lo sguardo indietro al passato dal momento presente, riporti in vita il tuo spettro di un tempo remoto e hai l'impressione che quel particolarmente momento fosse particolarmente felice, anche se quel momento era la risultante di un gioco complesso di luci ed ombre, di gioie e di dispiaceri, di tormenti interiori e di slanci. Eppure, guardando indietro, tendi ad espungere e a omettere le parti spiacevoli, come se se venisse inserito un filtro che elimina tutto ciò che possa alterare la rappresentazione immobile di un orizzonte perduto, una sorta di Shangri-la della mente. Ed è per questo motivo che il tuffo nel passato impone al gioco delle emozioni un sentimento nostalgico, relativamente ad un "come ero" non realistico. Ma vi è di più, un salto indietro nel tempo (nel caso di cui stiamo parlando, si tratta di un flashback, collocabile circa dieci anni prima), comporta il confronto anche con le perdite e i lutti che si sono succeduti. Eravamo nel 2009 e ancora, la mamma non era morta. Mio fratello godeva di buona salute. Frida era viva e vegeta (anche se nella circostanza l'avevo messa a pensione): quindi, guardando quelle foto, guardo un'immagine di me ancora vergine dall'aver sperimentato dolori e perdite (altri ce n'erano stati prima, ma il tuffo in un particolare momento del passato, comporta l'attenuazione - se non una completa schermatura - dei momenti dolorosi ancora precedenti). E poi c'è ad affacciarsi prepotente quella dimensione del viaggio, l'ampiezza degli orizzonti aperti davanti a me (come quando si viaggia su di una strada e ci si ferma qua e là a curiosare, in totale libertà). E questo, assieme alla leggerezza d'animo (che almeno apprentemente si evidenzia) dà la misura della differenza rispetto al momento presente, quello in cui mi sembra che l'ampiezza dell'orizzonte davanti a me si sia ristretto e si sia fatto asfittico, assieme all'altra consapevolezza - quella che dà l'irrimediale misura del tempo trascorso tra quel momento del passato ed ora - della sentenza di un termpo che si ò fatto stretto: non più un tempo illimitato e di una fonte inesauribile di energia, ma un tempo drammaticamente a termine (con le inevitabili riflessioni sulla fine).
Ancora, al tempo di quegli scatti non avevo avviato il mio profilo facebook.
Queste foto, quindi, sono del tutto inedite.

 

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4 aprile 2019 4 04 /04 /aprile /2019 14:20

Il presente scritto si riconnette ad uno più lungo che pubblicai alcuni anni fa nel blog dedicato a mio padre (Francesco Crispi giornalista. Chi era), nel tentativo di creare per lui una vita digitale post-mortem, visto che lui venne a mancare, quando ancora le connessioni digitali non avevano preso piede (ed ancora era ben al di là dal venire il PC come strumento di scrittura e di conservazione dei dati personali di ciascuno).
In quello scritto rievocavo il giorno della morte di papà e quelli successivi.
Questo, più breve, è centrato sul rimpianto di una mia azione mancata ed è stato stimolato da una lettura che mi sono ritrovato a fare nei giorni precedenti (più che altro è stata una singola frase ad avermi colpito).

Si ritorna spesso nei luoghi della mente dove continuano a vivere i nostri dolori e i lutti che abbiamo subito.
In calce inserisco il link a quello scritto.

Francesco Crispi (foto dall'archio fotografico di famiglia)

Una mattina mio padre partì.
Era usuale per lui partire per motivi di lavoro.
Sempre in aereo, il più delle volte.
Viaggi rapidi, spesso dalla mattina alla sera: la meta principale e più frequente Roma.
Quindi, il suo uscire per una partenza non era molto differente da una normale uscita per andare al lavoro in città. Nulla di diverso da una normale routine.
Alle sue partenze così frequenti in famiglia non si riservava mai una particolare attenzione. Eravamo ben organizzati anche per quanto riguardava tutte le necessità di mio fratello.
Quella mattina, lui era di partenza ed io mi ero già impossessato del bagno che condividevo con lui.
Mi salutò attraverso la porta chiusa.
Io ricambiai distrattamente, quasi irritato da questa interruzione. Non feci il minimo sforzo per aprire la porta e ricambiare con un minimo di calore.
Mio padre non fece più ritorno, da vivo.
Ma questa è storia nota. Il suo aereo si schiantò sul monte, al suo ritorno, quella sera stessa.
Non lo vidi più, nemmeno nella cassa da morto.
Ciò che vidi fu soltanto una bara già sigillata e mi dissero che lui che era lì dentro.
Ho sempre rimpianto nella mia vita quel saluto non dato con il calore che avrebbe richiesto quel commiato, se il destino dietro la porta si fosse in qualche modo annunciato, in forma di presentimento o che so cosa.
Se avessi saputo che quella era l'ora del commiato definitivo, mi sarei precipitato ad aprire la porta e a stringerlo tra le braccia in un forte e definitivo abbraccio. E ho pensato che quella porta chiusa, a creare una separazione fisica tra me e lui, sia stata un'anticipazione di quell'intercapedina di legno e zinco della separazione negativa e definitiva, irrevocabile, quando il suo corpo - o quel che ne restava - entrò in casa dopo più di due giorni dal disastro per una veglia dolente.
O forse no: tra me e lui, in quel periodo, c'era un certo impaccio nell'intimità fisica. Stavamo un po' a distanza: e questo distanziamento era accentuato dal fatto che, da un lato, ammiravo mio padre per la sua statura intellettuale e lo ponevo su di un piedistallo per me irraggingibile, dall'altro, aborrivo i suoi piccoli difetti che invece lo rendevano umano. Ed ero in una fase della vita difficile, poichè cercavo di distanziarmi da lui e non semplicemente vivere nella sua ombra gigantesca. A chi mi diceva: "Allora, sei il figlio di Ciccio Crispi?", io solevo rispondere irritato:: "Sono Maurizio Crispi", seguendo il classico copione iconoclastico dell'adolescenza ribelle.
Quindi, è probabile che quell'abbraccio non ci sarebbe stato. Ma forse, se avessi aperto la porta, ci sarebbe stato almeno il ricordo di un ultimo vis à vis.
E' così che io rimpiango quell'ultimo commiato che non ci fu mai, o abbraccio o sguardo mancato che fosse stato. Per non contare poi tutte le parole non dette, rimaste per sempre in sospeso.
La sua partenza, in realtà, lasciò in me un vuoto incolmabile, le cui tracce tuttora riconosco dentro di me.

Un'immagine che ben può rappresentare l'idea e il sentimento di un commiato.

Un'immagine che ben può rappresentare l'idea e il sentimento di un commiato.

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26 marzo 2019 2 26 /03 /marzo /2019 08:53

Nell'aria vibrante del primo mattino
profumata di primavera
corro come un tapascione
Intanto, penso
sono
e ricordo
Andavo al cinema con mia madre, da piccolo
Spesso
A vedere magari film poco adatti per la mia età
Ne ricordo due
Il Pianeta proibito (che poi mi procurà gli incubi)
e Orizzonte perduto (e, anche in questo caso, la scena finale rimase
indelebilmente impressa nella mia giovane mente)
E poi tanti altri film, potrei menzionare qui
Ben Hur oppure El Cid
ma anche mio padre soleva portarmi al cinema
Ma di rado ci andavamo tutti assieme
E poi ricordo con mia madre
una partita con le bocce di legno sulla sabbia
un pomeriggio inoltrato, d'estate,
mentre il sole tramontava alle nostre spalle
 e la superficie piena di impronte si riempiva di ombre
E ricordo anche le nostre sagome proiettarsi sulla spiaggia
via via più lunghe
E' il ricordo di un raro momento in cui ero solo con la mamma,
come quelle volte al cinema
Ma non ho memoria che la mamma giocasse con me
Ricordo piuttosto ore e ore di giochi solitari
con i soldatini
con le scatole di cartone che collezionavo
per usarle come blocchi di costruzione per fortezze e castelli
con i pezzi di legno spiaggiati e raccolti sulla sabbia
e di cui ero gelosissimo
con i tappi di metallo delle bibite e delle gazose
che tenevo in un grande sacco di plastica indistruttibile
sino ad averne più di mille
Oppure i giochi segreti
come fare buchi nel muro
oppure mescolare gli aftershave di mio padre
per dargli fuoco
- giochi da piccolo chimico, insomma -
oppure gli esercizi alchemici di fusione del piombo
sul fornello a gas o della plastica
(la materia prima proveniva dai soldatini: che scempio!)
sempre per vedere cosa succedeva
Qualche volta, giocando, mi facevo male,
come quando mi sforacchiai la mano con un paio di grosse forbici
A parte le rare circostanze in cui, nei miei giochi, si univano i cuginetti
ero quasi sempre da solo
(non esattamente da solo, poichè in casa c'era sempre qualcuno,
ma se devo rappresentarmi, mi penso da solo)
Poi, naturalmente, c'erano le letture e i disegni
i giornalini, prima il Corriere dei Piccoli
e poi Topolino
e i romanzi, Verne e Salgari in testa a tutti
Ore e ore disteso a leggere, d'estate, a casa da solo,
quando non si andava al mare
Oppure pomeriggi interi di letture, mangiando a grossi pezzi
il pane caldo appena portato dal panificio e nello stesso tempo
ingollando parole

E sulla spiaggia ore interminabili,
scavando enormi trincee e costrendo castelli e vulcani

Questo, io ricordo della mia infanzia:
i momenti più vividi con mia madre rimangono
quelle andate al cinema e la partita a bocce sulla spiaggia,
quella volta in cui, stranamente, eravamo soltanto io e lei
Di quella partita a bocce emerge l'emozione
di un'intimità forse eccessiva con la mamma,
una sensazione che mi fece sentire in imbarazzo

 

Siamo quello che abbiamo vissuto:
la cosa che mi è venuto meglio
con Francesco, quando era piccolo,
è stata andare a vedere film con lui
e ora, guarda caso, lui ha deciso di seguire la strada del cinema

Con Gabriel lo stesso: una delle cose che preferisco di più
è quando andiamo a cinema assieme
Invece, sia con uno in passato,
sia adesso con Gabriel, la cosa che mi viene più difficile
è partecipare ad un gioco,
lasciarmi andare al flusso dell'inventiva fanciullesca
Il gioco vero, quello a cui mi sono addestrato da piccolo,
era sempre un gioco solitario
non ho mai appreso un modello di gioco partecipativo e condiviso

In fondo anche adesso, continuo a fare le stesse cose:
in campagna passo ore a scavare e a zappare,
a costruire muretti a secco,
a fare impasti con il cemento,
ad accendere fuochi
Continuo a leggere a tappe forzate,
perchè le cose da leggere sono tante
e ho la sensazione che ci sia sempre meno tempo

Ho corso questa mattina
e queste immagini si sono affollate nella mia mente.

 

Ricordare correndo
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27 aprile 2018 5 27 /04 /aprile /2018 08:22
Uomo alla finestra, Piana degli Albanesi (foto di Maurizio Crispi)

Ricordo che quando ero piccolo, guardavo sempre un manufatto di ceramica a casa dei nonni.
Si trattava di una tavoletta di terracotta (o ceramica, adesso non ricordo bene) - dimensioni presunte: un buon 15x20 se non di più -, la cui superficie era lavorata in rilievo così da apparire della consistenza di un muro di mattoni, in cui si stagliava una finestrella aperta con le imposte e gli stipiti verdi. Al davanzale stava affacciato, puntellandosi sui gomiti un omino con cappello nero a cilindro e palandrana scura.
Il volto dell'omino era sormontato da un naso adunco e non aleggiava sul suo volto l'ombra di un sorriso.
Mia nonna dai capelli bianco-azzurrini (la nonna Erminia che per me era la nonna "Ia") per farmi stare buono prendeva una seggiolina, mi ci faceva sedere proprio al cospetto dell'omino alla finestra e mi diceva: "Stai qua a guardare e vedrai che, a un certo punto, l'omino chiuderà le imposte e se ne andrà!".
Io ci credevo, e passavo ammaliato molto tempo su quella seggiolina, cercando di cogliere nel busto e nel volto dell'obiettivo il fremito di un movimento, anticipatore della complessa azione che la nonna mi aveva annunciato.

E, ogni volta che andavo in visita dai nonni, volevo sedermi proprio là davanti, in contemplazione.

il meraviglioso e il fantastico sono fatti di queste cose:

il più delle volte si stratta di un'atmosfera, di qualcosa che si anticipa con la fantasia e non importa se la cosa vagheggiata si manifesta veramente nella realtà.

E' sufficiente il fatto di poter pensare che un evento magico atteso potrebbe accadere per renderlo quasi reale.
L'omino di  terracotta, affacciato alla sua finestra è ancora nella mia mente e spesso, nella realtà, mi pare di rivederlo in fortuiti avvistamenti.

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15 gennaio 2018 1 15 /01 /gennaio /2018 07:29
Capsula del tempo

 

Siamo sempre alla ricerca di tracce del passato, di elementi e piccoli frammenti che possano aitarci a ricostruire un quadro più ampio del passato che ci consenta di rileggere il presente tenendo conto di radici e di filoni di pensiero che scendono indietro sino al passato più lontano. Ed è un compito che - per chi vada avanti con gli anni - si fa sempre più arduo, poichè spesso vengono a mancare i "testimoni" coloro che hanno vissuto in prima persona eventi remoti che ci riguardano. Per essere "accoglitore di memorie", occorre che ci siano stati dei "donatori" di esse: solitamente è così. Ma non tutto viene donato tempestivamente, oppure altre cose sfuggono alla narrazione, oppure altre ancora - che pure sono importanti - vengono taciute . Di altre che non possono essere trasmesse oralmente vengono lasciate tracce materiali.
E se, casualmente, rinveniamo qualcosa, una traccia, un piccolo documento, un oggetto, un pizzino scritto, un album di disegni, quel rinvenimento è una festa. Come quando un archeologo ritrova un frammento che lo riporta indietro nel tempo e gli consente di visualizzare una civiltà scomparsa o di dare vita a delle pietre altrimenti mute. E i grandi ritrovamenti avvengono spesso casualmente, quando si è abbandonata la volontà di trovare.
Ed è casualmente che mi sono ritrovato tra le mani una voluminosa opera in due tomi, proveniente dal passato, probabilmente di proprietà del nonno Giosué.
Si tratta del Nuovo dizionario dei sinonimi della Lingua Italiana di Niccolò Tommaseo (una "nuova" edizione "napolitana", eseguita sulla quarta milanese accresciuta e riordinata dall'autore), pubblicata Napoli presso Gabriele Sarracino nel 1859.
Sfogliando uno dei due tomi. le pagine si sono casualmente aperte in corrispondenza di quello che pareva essere un segnalibro, un esile foglio di carta quadrettato, ingiallito dal tempo. Solo che su una delle sue facce recava un messaggio.
Un messaggio emozionante per me. Quasi che il tomo di Tommaseo avesse avuto la funzione di Capsula del tempo oppure quella della proverbiale bottiglia che, recando sigillato dentro di sé un messaggio, arriva miracolosamente al suo destinatario designato dopo aver percorso i sette mari seguendo il capriccio dei venti e delle correnti.

Il biglietto vergato dalla mano della mamma (la cui scrittura masntenne poi abbastanza identica, solo diventando nei tardi anni un po' più spigolosa e tremolante) dice delle parole che mi riguardano direttamente.
Un messaggio segreto - con un chiaro riferimento al giorno della mia nascita - da seppellire dentro un libro, una traccia che doveva essere lasciata, forse perchè proprio io ne leggessi il messaggio a distanza di anni o forse soltanto perchè la mamma aveva bisogno di dire quelle parole a se stessa nell'unica maniera in cui la sua inflessibilità interiore le consentiva.
Se ne comprende meglio il contenuto se si pensa che la mamma (le fonti di ciò sono alcune mie zie) in pubblico non manifestava un eccedente amore nei miei confronti. Poche coccole, poche volte prendermi in braccio e tenermi così. Forse perchè non voleva in alcun modo che preferiva me a mio fratello che era stato sfortunato e che non era nato sano.
Dovette essere quello, la scoperta della malattia di mio fratello, un grande trauma che i miei genitori cercarono di fronteggiare al meglio delle loro risorse e delle loro conoscenze.
Dopo due anni circa, arrivai io: per i miei dovette essere una festa la mia nascita, quando si resero conto che ero passato dalle strettoie del parto senza inconvenienti.
Il principio che papà e mamma adottarono (questa fu una delle poche cose che appresi direttamente dalla mamma, pochi mesi prima della sua dipartita), era quello dell'assoluta eguaglianza di comportamenti nei confronti miei e di mio fratello.
E lei con me, temendo di eccedere e di infrangere questo principio, non si abbandonava mai ed evitava le effusioni: soprattutto in pubblico, mentre in privato, quasi furtivamente ci si abbandova per brevi momenti (secondo un'altra testimonianza che mi è stata trasmessa).

Questo biglietto, fortunosamente trovato, testimonia quanto invece lei sia stata lieta e fiera della mia nascita e che sia andata alla ricerca di ponti verbali per celebrare una nuova vita che era nata il 9 agosto 1949 con il suo carico di speranze: una radiosa aurora dopo la sofferenza e nella sofferenza.
Ma la bellezza interiore di papà e mamma fu comunque quella di essere riusciti sempre, momento per momento, la mala sorte in gioia e in celebrazione del trionfo della vita e della speranza, sfuggendo alla tentazione del farsi vittima, del cadere nel gorgo del pessimismo e della rinuncia alla lotta testarda per una costante ridefinizione dei termini.

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15 settembre 2017 5 15 /09 /settembre /2017 09:19
La carta igienica, presidio oggi irrinunciabile

La carta igienica è oggi elemento essenziale dell'igiene defecatoria, salvo che non si voglia ripiegare sulle usanze del contadino di un tempo (pietra ed erba; i più raffinati carta di giornale e quelli ancora più esigenti la carta velina con cui, un tempo, veniva avvolto il pane nei panifici e nelle rivendite di pane e che- per evitare sprechi - veniva indirizzata a questo uso.
Anche se non ci si pensa più, perché si è portati a ritenere che la carta igienica in rotoli abbia sempre fatto parte del nostro panorama degli oggetti utili e "comodi" (e, secondo gli slogan pubblicitari, anche carezzevole per le nostre terga), questo così importante e ormai ineliminabile "presidio" della nostra igiene personale post-"ineludibile bisogno" è arrivata con gli Americani nel dopoguerra (nella seconda metà secolo scorso). Ma all'inizio era solo un lusso per pochi...: la prima nazione europea ad utilizzarla come prodotto industriale fu il Regno Unito nel 1942: poi divenne un prodotto popolare, simbolo dell'American Way of Life, diffussisimo e must immancabile in tutte le case, grazie anche ad una martellante pubblicità (i famosi "venti piani di morbidezza" per citare uno dei tanti slogan imperanti).
Ricordo che, quando ero piccino, nei lunghi pomeriggi, in cui c'era poco da fare (le grosse faccende domestiche si sbrigavano la mattina) la nostra governante Maria - ma per tutti noi "Marietta" secondo il decreto delle prozie che non volevano si facesse confusione con il nome della nonna Maria -  (si trattava di un'anziana signora, che vestiva come una befana, capelli grigiastri sopposi, totalmente edentula, sicchè il mento tendeva ad unirsi al naso adunco, ma sempre affettuosissima e devota verso di me) si sedeva al tavolo della stanza da pranzo e, ripiegata in due, perchè non ci vedeva bene, con le forbici strette a fatica nelle mani ritorte, ritagliava pazientemente la carta velina che avvolgeva il pane e che, giorno dopo giorno,veniva conservata parsimoniamente (all'insegna del Verbo imperante nelle famiglie italiane del dopoguerra, secondo cui "nulla doveva essere buttato"). Poi quei fogliettini di dimensioni irregolari (ma non troppo) venivano appesi in bagno ad un gancio ricato da un filo di ferro ripiegato, pronti per l'uso.
Un'altra attività pomeridiana della Marietta dei miei ricordi era quella di fabbricare i "chiacchi" per stendere la biancheria, utilizzando i lazziteddi che legavano il pane avvolto nella sua carta velina. Ma questa è un'altra storia...

Anche nei raduni podistici la carta igienica è divenuta un presidio irrinunciabile... Anche se in corso di gara non mancano i podisti che riccorrono a tecniche di igiene post-defecatoria arcaiche (passtorali et similia), come anche si mostrano esuberanti nello sputo grasso ed abbondante e nella soffiata di naso "alla maniera del contadino"

Anche nei raduni podistici la carta igienica è divenuta un presidio irrinunciabile... Anche se in corso di gara non mancano i podisti che riccorrono a tecniche di igiene post-defecatoria arcaiche (passtorali et similia), come anche si mostrano esuberanti nello sputo grasso ed abbondante e nella soffiata di naso "alla maniera del contadino"

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24 gennaio 2017 2 24 /01 /gennaio /2017 10:03
A testa alta alla meta

La mamma un giorno mi disse...
In uno dei suoi ultimi giorni la Mamma mi chiese scusa.
"Scusa per cosa?" - le chiesi.
"Ti chiedo scusa - replicò - per tutte le volte che ti ho trascurato per occuparmi di più di tuo fratello, per tutte le volte che non ti ho ascoltato quando avresti voluto parlarmi...".
Io, conciliante, le dissi: "Ma no, mamma! Cosa dici! Non ti devi scusare di nulla. Hai fatto sempre il meglio e Salvatore ha sempre avuto più bisogno di me di cure e di attenzioni".
Dissi così, anche se in cuor mio sapevo - e so - che a causa di mio fratello portavo dentro di me di una grande ferita emozionale, che nel corso degli anni mi era stato possibile lenire, ma mai far guarire del tutto. Quanto volte ero entrato con entusiasmo a casa loro per raccontare una cosa bella che mi era appena accaduta e mi ero dovuto ritrarre accigliato e affranto, perchè erano occupati a fare qualcosa di importante: una delle tante cose di cui mio fratello si occupava con assoluta dedizione e in cui trascinava mia madre, sempre accanto a lui!
Ma alla mamma non dissi nulla, perchè non volevo che dovesse portare negli ultimi giorni il fardello del mio scontento e della mia delusione.
A questo punto la mamma continuò: "Con tuo padre abbiamo tentato diverse strade. All'inizio avevamo deciso che avremmo fatto soltato quello che potevamo fare tutti assieme.
Ma, man mano che Salvatore cresceva e aumentavano le difficoltà nel gestire la sua disabilità, ci siamo anche resi conto che avremmo dovuto escludere troppe cose e che, quindi, tu ne avresti sofferto, ne saresti stato troppo penalizzato. Quindi, abbiamo cominciato a decidere di fare delle cose appositamente misurate per te. Ed è così che è cominciato la stagione dei nostri viaggi assieme: Papà rimaneva a casa con Salvatore e noi due partivamo assieme, o viceversa
" (anche se le occasioni in cui sono partito con papà. io e lui da soli sono state rarissime, forse giusto un paio).
"Ma per il resto, dovevate avere le stesse cose - aggiunse - libri giornaletti, giochi, ognuno secondo le proprie preferenze, ma sempre in modo egualitario".

La mamma mi chiese scusa, quella volta: e forse sarei dovuto essere io a chiedere scusa per tutte le volte che, una volta cresciuto, ero fuggiro e mi ero appartato da loro, seguendo le mie vie.
Nino Salvaneschi, Breviario della Felicità, Corbaccio, 1940

Mettendo ordine nella stanza della mamma e riorganizzandola, ho trovato di recente proprio in uno scomparto del suo comodino due piccoli volumi: uno era un'edizione di Siddharta di Hermann Hesse, l'atro un esile libricino di Nino Salvaneschi, dal titolo "Breviario della Felicità" (Casa editrice Corbaccio, 1940). Quest'ultimo, in particolare, si presentava usurato da una lettura costante e assidua, alcuni passaggi segnati con tratti di matita.

Sfogliandolo, ho pensato che queto volumetto avesse potuto essere per la mamma una sorta di guida spirituale.
Le date sono importanti. Salvatore nacque nel 1947 e solo dopo qualche mese dalla nascità papà e mamma ebbero contezza del problema neurologico di mio fratello; forse la mamma possedeva già quel volume, oppure si trovo a comprarlo successivamente alla nascita di mio fratello, quando brancolava alla ricerca di un appiglio per potere sostenere il dolore di avere un figlio con una malattia (e la speranza di una cura - e di una possibile guarigione - animò a lungo entrambi i miei genitori che intrapresero viaggi alla volta di santuari dove agivano i luminari della neurologia di quel tempo e lunghe permanenze alla ricerca di un'impossibile cura).
Ho provato diverse volte ad immaginare lo stato d'animo dei miei genitori di fronte al deficit neurologico di mio fratello e alla constatazione che malgrado tutti i tentativi non ci sarebbe stata una cura possibile, considerando i miei di stati d'animo relativi a mio fratello (intrisi di dolore, di costernazione per l'impossibilità per lui di avere una vita normale e di desideri e sogni impossibili: spesso mi ritrovavo da solo chiuso in bagno (o in un altro luogo appartato di casa) a piangere per lui - sì, lo dico senza vergorgnamene - e riflettevo costantemente sul fatto che loro non s'erano mai piegati, nemmeno per un istante, affrontando tutte le difficoltà e la cattiva sorte a testa alta, come se - quasi in un rovesciamento paradossale del senso comune - avessero ricevuto un dono che li avrebbe indotti al cimento e a dare il meglio di se stessi, ad essere migliori.
Ambedue accettavano il loro fardello e non si sono mai piegati sotto il suo peso, mantenendo sempre un'attitudine positiva.
Mia madre, poi, sino all'ultimo.
Quando stavamo in una casa senza ascensore, sino ai miei 12 anni, quando si trattava di uscire, mio padre semplicemente si caricava mio fratello sulle spalle e lo portava giù sino all'auto: e non accettava l'aiuto di nessuno. Era suo quel fardello, non di altri. Ma c'era della gioia in quello che faceva, come se portare il fardello fosse un dono ricevuto e uno stimolo ad essere migliore, più forte.
Ma nello stesso tempo, i miei genitori mi hanno insegnato che in una situazione simile il fardello da portare con gioia e senza alcun senso di costrizione è di tutti, deve essere condiviso - e non può che essere così.

Nino Salvaneschi (1886-1968), giornalista di una certa fama nell'immediato dopoguerra, per alcuni scritti soprattutto quelli elaborati nel corso di una lunga malattia e quelli scaturiti dalla successiva esperienza di una cecità sopraggiunta, divenne - senza volerlo - un maestro spirituale a metà tra il cristianesimo e il buddhismo che cercava di insegnare la ricerca della felicità in mezzo alle difficoltà, ai tormenti, alla malattia.
E credo che la mamma abbia trovato in questo libretto di pensieri ed aforismi una guida e un supporto nei primi anni della costituzione della sua nuova famiglia e di vita di mio fratello, ma anche un aiuto per lenire il forte dolore di fronte alla consapevolezza ineludibile della malattia di mio fratello.
Voglio citare qui i paragrafi finali del libro; secondo molto significativi per comprendere a fondo la vita e le opere di mia madre:


"Credo che nella traversata della vita le sventure siano le isole alle quali temiamo di approdare; ma se vi siamo sospinti dal vento del destino e se sappiamo, nella nostra lieve sfortuna, vedere un pallido riflesso del dolore rigeneratore del mondo, le isole della sventura saranno le isole azzurre del nostro breve viaggio.
(...)
Forse la felicità è ancora un peccato d'orgoglio, ma chiunque tu sia, a qualunque punto della tua vita tu sia giunto, qualsiasi cosa costi, questo solo conviene rammentare: bisogna giungere a fronte alta alla propria meta
" (ib., p.110).

 

Credo che la mamma abbia sempre cercato di conformarsi a questo positivo orientamento, quello di volgere le sventure in piccole isole di azzurro e in approdi nei quali comunque si potea trovare la felicità, a testa alta, senza auto-commiserazioni.

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29 dicembre 2016 4 29 /12 /dicembre /2016 07:05
Una giornata a Capo Zafferano, luogo della nostalgia e della memoria
Una giornata a Capo Zafferano, luogo della nostalgia e della memoria
Una giornata a Capo Zafferano, luogo della nostalgia e della memoria
Una giornata a Capo Zafferano, luogo della nostalgia e della memoria
Una giornata a Capo Zafferano, luogo della nostalgia e della memoria
Una giornata a Capo Zafferano, luogo della nostalgia e della memoria
Una giornata a Capo Zafferano, luogo della nostalgia e della memoria

(Maurizio Crispi) Domenica 27 novembre, rifuggendo dalla consueta routine fotografica delle solite e sempre eguali gare podistiche locali, mi sono ritrovato a trascorrere quasi un'intera  giornata  a  Capo Zafferano: malgrado la pioggia violenta della notte, una giornata di caldo e sole, che mi hanno spinto a scendere a mare, benchè avessi delle faccende da sbrigare.
Dapprima, mi sono soffermato sulla spiaggetta del "Lido del carabiniere", del tutto deserto: ma poi ho  - sentendo il desiderio di muovermi in un'atmosfera che prefigurava il ritorno all'estate (benchè fossimo a novembre), ma senza il caos e la baraonda dei gitanti al mare ho deciso di affrontare una passeggiata verso il Faro, dove non andavo da circa un secolo.
La cappella di Capo ZafferanoMentre mi ero avviato da poco, by-passando il tratto iniziale della stradella che era stato allagato dalla pioggia recente (non volevo bagnarmi i piedi: e qui confesserò che non possiedo quella voluttà in ciò che è tipica del provetto trailer) prendendo dalla scogliera, ho intravisto il mio amico Roberto Magnisi (ambiente runner) che portava in passeggiata il cane di famiglia (lui e Lara li avevo poco prima incrociati sulla strada asfaltata al termine della loro corsa di allenamento e, lì per lì, avevamo scambiato quattro chiacchiere (ma non di corsa, tengo a precisare: con loro si può sempre parlare di tante cose diverse).
Quindi, prendendo vantaggio da questo reiterato nuovo incontro, entrambi in compagnia dei rispettivi cagnoli, abbiamo deciso di proseguire assieme la passeggiata. Gli ho raccontato alcune delle mie memorie del periodo in cui ogni anno a partire da qualche tempo dopo la morte di mio padre venivamo qui in villeggiatura: e gli racconto delle mie frequenti escursioni al Faro oppure sino alla cima della montagna, seguendo una vecchia mulattiera militare che a zig zag, facendo dei gomiti strettissimi, si inerpicava sino alla cima.
Arrivati alla cappella, aggettante sul mare, in una posizione stupenda, ci siamo fermati sul piccolo belvedere delimitato da una ringhiera di ferro battuto a contemplare il paesaggio.
Il nostro sguardo si  è disteso con facilità verso l'orizzonte che pareva infinitamente lontano e dilatato: Il mare e il cielo erano tanto azzurri da far male agli occhi.
Una barca a motore fendeva la superficie d'acqua tranquilla non turbata da una bava di vento, lasciando al suo passaggio una traccia di spuma bianca che persiste a lungo come una cicatrice.
La piccola cappella è stata intonacata di recente di bianco, un bianco, anch'esso accecante nel sole, che si può vedere soltanto in alcune isole della Grecia.
Il nostro sguardo si è volto alla montagna e ho detto a Roberto che mi sono sempre chiesto se da qui, salendo sulla scarpata, vi fosse un possibile passaggio verso l'altro versante
E Roberto mi ha preso di contropiede, dicendomi all'istante: "Andiamo a vedere!". E così eccoci ad inerpicarci sulla parete del monte, una pendio piuttosto scosceso, praticabile ma ripido e accidentato, pieno di massi, di fitti cespugli di disi, di arbusti troppo cresciuti e dai rami pungenti, di buche inaspettate..
Malgrado le difficoltà, abbiamo continuato ad ascendere, passo dopo passo e al nostro sguardo si è andata aprendo la vastità immensa dell'orizzonte.
Mentre noi sgobbavamo i cani si divertivano e ci precedevano ansimando con allegrezza, talvolta imboccando percorsi per loro non agevoli e facendo retromarcia per imboccare una strada più percorribile.
Sul monte...Ma poi, alla fine, Roberto ha avvistato (per tempo, per fortuna) un nido di vespe e qualche sentinella alata in perlustrazione: la discesa è stata precipitosa.
Rudely interrupted! Ma ho il sospetto, guardando la conformazione del monte, che arrivati al ciglio della scarpata, dove si poteva immaginare un possibile punto di aggiramento (ma senza averne la certezza) ci saremmo trovati dai piedi di un muro di roccia invalicabile. Ma è pur vero anche che le cose bisogna anche andare a vederle, per convicersene di persona. Ed anche, come dice il noto proverbio: tentar non nuoce...
La nostra impresa è così rimasta a metà: il suo compimento sarà per una prossima volta. Con la montagna rimane un conto aperto...
Ma è stato un bel provarci.
Dopo questa mezza impresa, ma contenti per aver raccolto il cimento, io e Roberto ci siamo congedati per riprendere ognuno la sua strada, lui per casa, io per la spiaggetta dove ho potuto godere un meritato riposo, crogiolandomi al sole.
Al ritorno al villino, mi è rimasto da fare il lavoro che avevo soltanto dilazionato.
Quando ho finito con i miei doveri contadineschi, sono ripartito per Palermo, ricevendo in  premio lungo la via del ritorno alcune straordinarie vedute del Golfo di Palermo all'imbrunire, sovrastato da possenti coltri di nubi che si coloravano del tramonto, dal punto di osservazione privilegiato che è il borgo marinaro de L'Aspra
Capo Zafferano è per me un luogo dei ricordi: che, tuttavia, per me non sono d'infanzia,  ma un po' più recenti, perchè abbiamo cominciato a passare le estati a Capo Zafferano  (oggi, nella toponomastica, Contrada Urio) solo attorno al 1975 per poi mantenere questa consuetudine sino al 2004 circa, quando la mamma non si è più sentita di stare per giorni interi sola con mio fratello... visto che io potevo andarci solo nei fine settimana (e non sempre).
Ma ora quei tempi si sono rinverditi, per fare vivere la casa ho cominciato ad accogliere (ancora occasionalmente) degli ospiti e, quindi, per i check-in e -out sono costretto ad andarci di continuo, oltre che lavorarci attivamente per tenere tutto in ordine.
In ogni caso, per me, questa casa (e i luoghi che la circondano) sono un posto della nostalgia, poichè il periodo più intenso della sua frequentazione per me è stato quello collocabile  in quella terra di nessuno tra la fine degli studi universitari e l'inizio di una vera ed intensa attività lavorativa, in procinto di attraversare quella conradiana "linea d'ombra", tra l'adolescenza spensierata e l'adultità con la prime e dolorose assunzioni di responsabilità...

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26 dicembre 2016 1 26 /12 /dicembre /2016 09:05
Ricordando l’amico Enzo e la fondazione di un “Enzo Cordovana Day”

(Maurizio Crispi) Il  17 novembre 2016, a poco più di un mese dalla dolente scomparsa di Enzo Cordovana, presso il Servizio Psichiatrico (SPDC) dell’Ospedale di Termini Imerese, ha avuto luogo un incontro tra colleghi di lavoro, amici e i parenti più stretti, per ricordarne la figura. Al termine, è stata scoperta una targa commemorativa che i colleghi di lavoro hanno voluto, proprio per mantenerne la memoria nello spazio di ingresso al Servizio.

A turno, colleghi e amici hanno voluto ricordarlo: creando, così, un ritratto complesso e sfaccettato: sicuramente più complesso di quello che ciascuno possedeva prima dell’incontro.

Nella vita, specie se i nostri ambiti di interesse e le nostre passioni sono multiformi, abbiamo molte diverse anime e di noi offriamo al nostro interlocutore una sfaccettatura differente o soltanto alcune. Ma non perché si voglia nascondere qualcosa: soltanto perché è più naturale così offrirsi in funzione di ciò che accomuna, preservando altri ambiti di esperienza che saranno condivisi in modo privilegiato con altri.
La memoria di chi non è più si costruisce attraverso il racconto: il racconto silenzioso che facciamo a noi stessi, quello che facciamo ad altri oppure ancora quello che, a nostra volta, riceviamo da altri: ed è così che chi non è più rimane nella nostra mente - e nel nostro cuore - vivo e palpitante.
Ricordo la sorpresa e la gioia, pur nel dolore, quando poco dopo la morte prematura di mio padre, persone che lo avevano conosciuto in ambiti diversi, arrivavano e raccontavano di lui cose diverse che gettavano una luce differente e più chiara su di lui e la completavano: la funzione consolatoria delle visite nelle circostanze luttuose deriva dal fatto che si parli della Vita e non della Morte..
Della memoria abbiamo la necessità per elaborare il lutto, per mantenere vivi i nostri cari che ci hanno lasciato e per preservarli dall'azione corrosiva delle nebbie del tempo. E’ un fatto inoppugnabile che il cimento maggiore di fronte ad un evento di morte è l’acquisire la consapevolezza che noi che siamo rimasti non potremo più vivere nella mente e nel cuore di chi ci ha lasciati (ed è questa l’essenza del lavoro del lutto): ed è così un pezzetto di noi a morire (qualcosa che si continuerà a presentare in noi come una insopportabile mutilazione, un manque (per dire lo stesso concetto con la significativa parola francese), una ferita destinata a lasciare una permanente cicatrice; mentre viceversa - quasi per un paradosso - chi non c’è più continua a vivere nel nostro ricordo che, come ho detto, si costruisce attivamente attraverso il racconto. Il dogma é che un Uomo vive nei racconti che di lui si possono narrare e che possono essere tramandati.
Enzo è stato marito, padre di famiglia affettuoso, stimato medico pschiatra dotato di grandi risorse di umanità, uomo di aperture letterarie e poeta in rima, amante dei calembour e ricco di capacità di ironia (l’ironia è una delle più grandi risorse nell'affrontare le difficoltà del vivere), grande tifoso della squadra di calcio di Palermo (come ho scoperto, non se ne perdeva una), appassionato di musica ed egli stesso capace di suonare il piano, sportivo pronto ad affrontare sempre nuove esperienze, uomo odisseico nel suo desiderio - in questo ambito di attività - di confrontarsi con il limite (e, in questo ambito, velista appassionato, karateka, canoista): ma semprein una maniera soft e, all'insegna del principio della "lentezza", come filosofia di vita che porta a godere delle cose, più che ad divernine schiavi; in definitiva, curioso delle possibilità e delle opportunità che la vita potesse offrirgli.
Ognuno,in questocarosello di attività, di interessi e di passioni, lo ha conosciuto parcellarmente, solo alcuni hanno avuto il privilegio di conoscerlo a pieno campo.
Il senso di questo incontro del 17 novembre, è stato proprio quello di ricomporre assieme alcune di queste sfaccettature, oltre che avere un momento di incontro e di condivisione. Come ho voluto rimarcare nel titolo del mio post, è stato il momento fondante di un “Enzo Cordovana Day” che sinceramente spero possa ripetersi in futuro, poichè sonocerto che molti altri avranno ancora da raccontare molte cose su di lui

Enzo alla sua prima partecipazione alla 100 km del Passatore... Io, in fondo, fui il suo padrino in questo, anche se poi fu proprio Enzo a darmi nuova energia nelle mie avventure di corsa. In quell'edizione della sua prima volta, lui completò la distanza e io invece mi ritirai.
Enzo alla sua prima partecipazione alla 100 km del Passatore... Io, in fondo, fui il suo padrino in questo, anche se poi fu proprio Enzo a darmi nuova energia nelle mie avventure di corsa. In quell'edizione della sua prima volta, lui completò la distanza e io invece mi ritirai.
Enzo alla sua prima partecipazione alla 100 km del Passatore... Io, in fondo, fui il suo padrino in questo, anche se poi fu proprio Enzo a darmi nuova energia nelle mie avventure di corsa. In quell'edizione della sua prima volta, lui completò la distanza e io invece mi ritirai.
Enzo alla sua prima partecipazione alla 100 km del Passatore... Io, in fondo, fui il suo padrino in questo, anche se poi fu proprio Enzo a darmi nuova energia nelle mie avventure di corsa. In quell'edizione della sua prima volta, lui completò la distanza e io invece mi ritirai.
Enzo alla sua prima partecipazione alla 100 km del Passatore... Io, in fondo, fui il suo padrino in questo, anche se poi fu proprio Enzo a darmi nuova energia nelle mie avventure di corsa. In quell'edizione della sua prima volta, lui completò la distanza e io invece mi ritirai.
Enzo alla sua prima partecipazione alla 100 km del Passatore... Io, in fondo, fui il suo padrino in questo, anche se poi fu proprio Enzo a darmi nuova energia nelle mie avventure di corsa. In quell'edizione della sua prima volta, lui completò la distanza e io invece mi ritirai.
Enzo alla sua prima partecipazione alla 100 km del Passatore... Io, in fondo, fui il suo padrino in questo, anche se poi fu proprio Enzo a darmi nuova energia nelle mie avventure di corsa. In quell'edizione della sua prima volta, lui completò la distanza e io invece mi ritirai.
Enzo alla sua prima partecipazione alla 100 km del Passatore... Io, in fondo, fui il suo padrino in questo, anche se poi fu proprio Enzo a darmi nuova energia nelle mie avventure di corsa. In quell'edizione della sua prima volta, lui completò la distanza e io invece mi ritirai.
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Enzo alla sua prima partecipazione alla 100 km del Passatore... Io, in fondo, fui il suo padrino in questo, anche se poi fu proprio Enzo a darmi nuova energia nelle mie avventure di corsa. In quell'edizione della sua prima volta, lui completò la distanza e io invece mi ritirai.

Enzo alla sua prima partecipazione alla 100 km del Passatore... Io, in fondo, fui il suo padrino in questo, anche se poi fu proprio Enzo a darmi nuova energia nelle mie avventure di corsa. In quell'edizione della sua prima volta, lui completò la distanza e io invece mi ritirai.

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12 novembre 2016 6 12 /11 /novembre /2016 11:26
(foto di Maurizio Crispi)

(foto di Maurizio Crispi)

(Maurizio Crispi) Forse, in questi tempi moderni in cui viviamo - nei paesi occidentali almeno - nell'era dell'acqua corrente nelle case - tendiamo a considerare l'acqua (sia potabile sia corrente) come un'acquisizione scontata e quasi non ci accorgiamo più delle fontane, delle fontanelle e dei fontanili che un tempo punteggiavano i percorsi in campagna e che si ponevano come importanti "segnalibri" il territorio urbano.
Le fontane nelle cittadine e nelle città avevano un'importante funzione - così come i lavatoi pubblici di cui è ancora possibile le tracce in alcuni contesti (vedi ad esempio i lavatoi medievali di Cefalù) - sia per quanto riguardava l'approvvigiamento idrico per gli usi domestici sia per l'igiene personale, sia sul posto sia attraverso appositi collegamenti con i bagni pubblici.
L'acqua nell'antichità è stata sempre un patrimonio comune ed inviolabile. Ed era precisa dovere dei potenti, dei governanti e degli amministratori fare sempre in modo che il popolo avesse a disposizione l'acqua.

La Fontana di Palazzo Adriano, in Piazza Umberto I (foto di Maurizio Crispi)Anche nelle campagne l'acqua era libera e i percorsi seguiti dai contadini e dai pastori erano punteggiati di bevai e fontanili, spesso costruiti laddove vi fossero delle sorgive natuali le cui acque venivano poi convogliate e irregimentati per provvedere alle necessità - anche irrigue - di parti più consistenti del territorio.
Anche in questi casi, nulla era dovuto: ognuno prendeva ciò che gli serviva in modi "sostenibili", nè c'era alcuno che chiedesse balzelli e tasse sull'acqua, salvo che ciò non incidesse nella resa di "servizi" specifici, come era - ad esempio - nel caso delle cosiddette "torri d'acqua" di cui a Palermo esistono ancora numerosi pregevoli esemplari (e che sembrano non interessare più nessuno, mentre potrebbero essere valorizzati per la fruizione turistica o per la fruizione scolastica).
L'acqua apparteneva a quelle cose che nei paesi nordici attenevano ai cosidetti "commons" )ovvero i "beni comuni", sanciti sin dal Medievo), cioè a quelle parti di territorio "comuni" da cui ciascun cittadino attingeva ciò che gli serviva, come legna da ardere, piante commestibili, piccola cacciagione.

In più, nelle città - a partire dal Rinascimento - si prese la consuetudine di abbinare all'erogazione dell'acqua anche il gusto del Bello e la magnificenza filantropica degli aristocratici che, in un certo senso, donavano al Popolo, la magia delle acque: e nacquero così le grandi fontane scenografiche rinascimentali e di epoca successiva, così come i palazzi dei nobili e dei potenti erano dotati - ad arricchire le facciate che davano sulla pubblica strada - delle cosiddette "panche di via", grandi e artistiche panchine di pietra dove i viandanti e i servitori in attesa di chiamata potessero riposare o persino dormire.
Non dobbiamo dimenticare inoltre che le fontane, oltre ad una funzione pratica (erogazione dell'acqua per le più svariate esigenze), a quella scenografica ed estetica, ne avevano una decisamente ludica che era quella di consentire ai viandanti e al popolo di rinfrescarsi e di bagnarsi nei giorni di maggiore canicola. E così, nell'assolvere a questa funzione ludica, le fontane diventano anche luogo di socializzazione e di sollazzo.
Tutto questo erano le fontane.
Adesso nelle pubbliche fontane è proibito bagnarsi; l'acqua che scorre dai cannelli non è più potabile, perchè non è più acqua corrente "a perdere", ma riciclata di continuo.
Le fontanelle di acque pubbliche - non ve ne siete accorti? - stanno progressivamente scomparendo, perchè l'acqua erogata nelle case deve essere pagata e così diventa quasi obrobrioso, per chi chiede per la fornitura dell'acqua quello che è una sorta di "pizzo" legale, che ci siano punti di erogazione di acqua pubblica.
In relazione a queste considerazione voglio parlare di una fontana che mi sta molto a cuore.

La fontana di Palazzo Adriano (dettaglio) in Piazza Umberto I (foto di Maurizio Crispi)Si tratta della fontana di piazza Umberto I di Palazzo Adriano, resa celebre dal film di Tornatore "Nuovo Cinema Paradiso": é una fontana civica risalente al 1608 e che riporta sulle lapidi commemorative che la abbelliscono il nome degli amministratori che la fecero costruire.
A realizzare la fontana, dalla caratteristica forma ottagonale, furono i chiusesi Nicolò Gagliano e Vito Termini (1607) e il burgitano Vito Lo Domino (1684), che scolpì, in gusto barocco, un vaso con pigna.
Il bacino ottagonale della fontana è sempre pieno di acqua chiara e pulita, mentre sui due lati contrapposti si ergono due spallette ad edicola dalle quali sul lato esterno due cannelli di ottone sormontati ciascuno da una testa scultorea emettono due costanti getti di acqua potabile, sempre freschissima. L'acqua che fuoriesce da ciasxuna coppia di cannelli di ottone cade in un piccolo bacino muschioso e, poi, attraverso un passaggio tra le pietre scorre verso il bacino centrale: questi due transiti muschiosi sono abbelliti ed ingentiliti da crescite spontanee di capelvenere i cui cespi trovano qui un loro habitat ideale.
Ancora oggi la fontana della Piazza principale di Palazzo Adriano è una fontana vissuta e perfettamente integrata nel tessuto sociale della cittadina. Si trova quasi al centro della Piazza e rappresenta il punto d'incrocio dei percorsi che i cittadini affrontano nell'attraversare la piazza: è cosa comune vedere che, al passaggio, le persone si fermano per dissetarsi.
Ricordo che per mio padre quest'acqua che sgorgava dalla fontana era un mito, l'epitome della buona ed incontaminata acqua da bere. E mio padre, appena arrivato a Palazzo, nelle occasioni in cui andavamo d'estate a trovare i nonni che erano in villeggiatura lì nei mesi estivi, domiciliati in quella stessa casa che fu la casa d'infanzia del nostro avo, lo statista Francesco Crispi, andava a farsi grandi bevute da quella fontana e, con indomabile entusiasmo, spingeva anche a me a dissetarmi con quell'acqua as dir poco miracolosa.

Questa Fontana ha avuto il suo grande successo su scala mondiale con il film di Tornatore che utilizzò proprio la Piazza Umberto I per creare il cinema fulcro della sua storia, ma è anche al centro di una gara podistica che ormai da 9 anni si svolge a Palazzo Adriano e su e giù per i circostanti Monti Sicani (Trail dei Monti Sicani, promosso da ASD SportAction).
La Fontana di Palazzo Adriano in Piazza Umberto I (foto di Maurizio Crispi)In questa circostanza la Fontana è davvero - e naturalmente - al centro dell'attenzione, poiche il gonfiabile che segna il punto di partenza e la linea dell'arrivo si trova collocato proprio a pochi metri da essa.
Quindi è assolutamente naturale e logico che gli atleti al termine della loro fatica si dirigano alla fontana per rinfrescarsi ponendo la testa sotto i due getti d'acqua paralleli e per dissetarsi.
La fontana è democratica: il suo beneficio, quella miracolosa acqua fresca e chiara, non lo nega a nessuno. Tutti, davvero tutti, possono trarne profitto: la fontana è un'amica, sempre presente e disponibile a qualsiasi ora del giorno e della notte a dispensare il suo dono a vecchi e a giovani; in questo senso è anche senza tempo.
E quando la gara si è fatta nella stagione calda la fontana era lì con il suo provvido bacino d'acqua: gli atleti stanchi e accaldati allora si sedevano sul muretto e mettevano piedi e gambe a mollo per lenire i garretti stanchi.
Sì, in questa gara, il posto di ristoro finale c'è - come di prammatica - e gli atleti ci si fermano pure, ma la fontana con il suo dono è incomparabilmente più gradita ed è anche il luogo della socializzazione tra gli atleti a fine gara.
E le scene che si possono vedere tutt'attorno alla fontana sono una bella semplificazione della magia dell'acqua fresca, fluente di continuo e chioccolante: una magia che, al giorno d'oggi, abbiamo perso.
Chi costruisce ancora fontane come questa? Non fontane solo per l'estetica, intendo, ma fontane che possano essere fruite, con le quali si possa interagire.
Le fontane che creano socializzazione tra le persone e che elargiscono doni sono una delle cose che cominciano ad entrare nel territorio della nostalgia e del ricordo, salvo alcune felici eccezioni.
E il senso della perdita di qualcosa di prezioso lo si sente ancora di più se si ha modo di indugiare a lungo nei pressi di una fontana pubblica come è quella di Palazzo Adriano.

La magia dell'acqua pubblica e la fontana della piazza di Palazzo Adriano
La magia dell'acqua pubblica e la fontana della piazza di Palazzo Adriano
La magia dell'acqua pubblica e la fontana della piazza di Palazzo Adriano
La magia dell'acqua pubblica e la fontana della piazza di Palazzo Adriano
La magia dell'acqua pubblica e la fontana della piazza di Palazzo Adriano
La magia dell'acqua pubblica e la fontana della piazza di Palazzo Adriano
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La magia dell'acqua pubblica e la fontana della piazza di Palazzo Adriano
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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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