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27 agosto 2012 1 27 /08 /agosto /2012 10:34

La foto è stata scattata nell'estate del 1953 che dovrebbe essere l'anno in cui accadde l'episodio che ho raccontato. Da notare: l'annaffiatoio metallico (presumibilmente di stagno): ancora non esistevano i giochini da spiaggia di plastica. Sulla sinistra, si vede una borsa di tela verde con i manici di legno: era una vecchia borsa di mia madre che mi serviva per trasportare i miei più preziosi tesori, cioè un'intera collezione di pezzi di legno di varie misure e dimensioni che mi servivano per completare i miei castelli di sabbia (in particolare per fare delle concamerazioni dei setti o anche delle solette). Passavo ore a giocare sulla sabbia da solo.Piccoli eventi quotidiani, osservazioni causali, ti rimandano all'improvviso indietro nel tempo, immettendoti con prepotenza nel cuore d'un evento completamente dimenticato.
L'altro giorno andai in ospedale a ritirare degli esami di mio fratello e la dottoressa con cui avevo preso l'appuntamento, nel darmeli, voleva commentare qualcosa.
La attesi. Quando si liberò, venne verso di me, ma prima si diresse al bagno degli operatori la cui porta si apriva sull'atrio.
Nell'entrare, lasciò appese le chiavi alla serratura, all'esterno della porta.
Io rimasi per pochi istanti a guardarle: era forte la tentazione di fare un balzo verso quelle chiavi e girarle nella toppa, sicché la dottoressa al momento di uscire trovasse la porta chiusa.
Uno scherzo, insomma, naturalmente immagginato dal mio spirito mattacchione.
Quando ci fummo accomodati, dissi alla dottoressa: "Sa, dottoressa... Non dovrebbe mai lasciare appese le chiavi in quel modo. Potrebbe passare qualcuno in vena di scherzi e chiuderla dentro".
Mi guardò sorpresa: "E' vero! Non ci avevo mai pensato... Ci farò caso la prossima volta".
"Quando lavoravo [in un'occasione precedente le avevo detto di essere medico] a volte facevo degli scherzi di questo tipo - le dissi - e qualcuno si è, in effetti, ritrovato chiuso dentro ad una stanza... Ma era più che altro un modo per allegerire la tensione... Facevamo un lavoro molto stressante e io, da dirigente responsabile del servizio, - aggiunsi - mi ritenevo responsabile del benessere psico-fisico degli operatori... Sa, quattro sane risate e alleggerire tutto con il senso dell'ironia, giovavano alla diuturna fatica di avere a che fare con i tossicodipendenti".
Mi chiedo se non mi abbia guardato come un mentecatto: ma ha avuto il buon gusto di non dire nulla...
Chiusa la parentesi, abbiamo parlato di ciò di cui si doveva parlare e me ne sono andato...
L'episodio tuttavia mi ha fatto ricordare di una volta in cui io piccolo di pochi anni (ne avrò avuto 4 o 5) ero riuscito a chiudermi a chiave in una stanza e non ne potevo più uscire.
Era d'estate ed eravamo nella casa di Mondello, all'estremità del Piano dove comincia la Fossa del Gallo.
Lì, d'estate eravamo in tanti, perchè - avvicendandosi - venivano i fratelli e la sorella di mamma, tutti con figli: situazione logisticamente complicata, con turni in cucina, difficoltà a ripartire equamente gli spazi disponibili, piccole tensioni, ma anche tanta allegria per il fatto di ritrovarsi tutti riuniti...
Non si sa come e perchè, ma io salii al piano di sopra dove c'erano le camere da letto e la nostra in particolare, quella dove dormivamo io e mio fratello assieme al papà e alla mamma. Oppure, forse, già mi ritrovavo nella stanza per il sonnellino pomeridiano (anche se in quell'arco di tempo, spesso all'insaputa della mamma fiduciosa del fatto che io dormissi tranquillo, combinavo delle piccole monellerie e poi lei constatava i danni...)
Non si sa come riuscii a chiudere la porta a chiave dall'interno: forse giocherellando con la chiave, non so.
Dopo un po' tutti si allarmarono non vedendomi (o forse fu la mamma che venne a controllare se stessi dormendo). Partì la ricerca: e presto fu chiaro che ero dietro la porta, chiuso dentro. Forse mi lamentavo o piangevo o frignavo oppure me ne stavo in silenzio, non mi ricordo bene.
Provarono a darmi delle istruzioni per aprire la serratura, perchè cercassi di rifare quello che mi era riuscito in modo del tutto casuale.
Ma, malgrado la pazienza e la minuziosità delle spiegazioni, io non ero in grado di seguirle in alcun modo.
Presto dietro la porta erano tutti assiepati: la nonna, mamma, papà, la zia Iole e lo zio Armando, i loro figli,  Marcello, Adamaria e Luciana. Suppongo che a quel punto arrivaro anche le mie prozie che, essendo molto autoritarie, in tutte le situazioni critiche arrivavano ad impartire istruzioni sul da farsi, facendosi parte dirigente, ed erano accompagnate dalla loro fida domestica Mària, che avendo assistito la mamma alla mia nascita aveva un debole per me (ma anche per Salvatore, in eguale misura).
Tutti mi parlavano e cercavano di tenermi avvinto alla porta: la preoccupazione maggiore, infatti, era che mi avvicinassi al davanzale della finestra (che era aperta) e che potessi cascare giù.
Disperazione della mamma, agitazione della nonna. In un romanzo ottocentesco, a questo punto, l'autore avrebbe usato una frase del tipo: "...per la sofferenza si tiravano i capellie si torcevano i polsi...".
Alla fine, la cosa fu risolta con un'alzata d'ingegno.
Quelle porte avevano un riquadro di vetro o di altro materiale trasparente in alto (con meccanismo a vasistas) che serviva a dare luce e aria al disimpegno quando tutte le porte fossero chiuse.
Presero una scala e con molta pazienza ed abilità, ma a quel punto invitandomi a stare lontano dalla porta per evitare di essere ferito, riuscirono a smontare il pannello.
Il cugino Marcello che era il più agile e di corporatura adeguata per passare attraverso l'apertura che si era creata si inerpicò sulla scala e penetrò nella stanza, calandosi con cautela dal riquadro in alto.
Questa è la parte dell'evento che ricordo con maggiore vividezza, anche perchè il cuginetto Marcello (che aveva - e ha - 10 anni più di me), a quel tempo mi sembrava gigantesco e questa impressione si accrebbe quando lo vidi scivolare dall'alto, come un autentico deus ex machina, tale da ispirare meraviglia.
La porta la aprì subito all'interno ed io fui messo in salvo e, tra grida di giubilo e pianti di commozione, fui riabbracciato dal consesso dei parenti, ma soprattutto fui preso in braccio e coccolato dalla mamma, felice per il pericolo appena scongiurato.
L'abbraccio della mamma, di quell'episodio, è sicuramente il ricordo più dolce.

 

 

La foto: La foto è stata scattata nell'estate del 1953 che dovrebbe essere l'anno in cui accadde l'episodio che ho raccontato.
Da notare: l'annaffiatoio metallico (presumibilmente di stagno): ancora non esistevano i giochini da spiaggia di plastica.
Sulla sinistra, si vede una borsa di tela verde con i manici di legno: era una vecchia borsa di mia madre che mi serviva per trasportare i miei più preziosi tesori, cioè un'intera collezione di pezzi di legno di varie misure e dimensioni che mi servivano per completare i miei castelli di sabbia (in particolare per fare delle concamerazioni dei setti o anche delle solette).
Passavo ore a giocare sulla sabbia da solo.

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25 agosto 2012 6 25 /08 /agosto /2012 06:09

IMAG0112.JPGSì, da piccolo, ero proprio un piccolo monello... o anche una piccola peste, se si preferisce dire così.
Come si suol dire, una ne facevo e mille ne pensavo.
Forse perché passavo molto tempo a casa, specie d'estate, e soprattutto da solo - a parte i grandi e salvo che in qualche occasione in cui venivano i miei cuginetti più vicini d'età.

Mi regalaroro per un compleanno (ovviamente, quando già sapevo leggere) "Il Giornalino di Gian Burrasca" di Vamba e mia madre, dopo che ebbi ricevuto questo dono, sino all'ultimo fu perplessa se lasciarmelo leggere, timorosa che da quella lettura io potessi trarre ispirazione per altre gesta. Dopo lunghe consultazioni con mio nonna e con mio padre, mia madre alla fine si convinse a darmi licenza di lettura.
Forse, in seguito, racconterò qualcuna delle "monellerie" che architettavo.
Ma, intanto, se ci concentriamo sulla foto, si potra osservare che sul parapetto della terrazza alle mie spalle, ci sono dei buchi.

Era uno dei miei passatempi preferiti scavare buchi in quel muro con un punteruolo (forse, già a quel tempo, io stesso avevo - ante litteram - la vocazione del Punteruolo Rosso) o un vecchio chiodo.
Quando arrivavo al laterizio sottostante (che era l'"anima"del parapetto) e non potevo più procedere oltre, iniziavo a farne un altro, con pazienza davvero certosina.

Ma questo ero soltanto uno dei tanti passatempi "letali" e non quello più dannoso...
Sulle mie monellerie si potrebbe scrivere un libro di monellerie magari non eclatanti come quelle narrate ne "Il Giornalino di Gian Burrasca", ma certamente denso di episodi gustosi e - in alcuni casi - clamorosi.
Nella foto si nota anche un altro tratto distintivo della mia infanzia: pur essendo fondamentalmente chiuso ed introverso, avevo dei momenti in cui si manifestava un'incredibile vena buffonesca ed istrionica.
Si può anche notare l'abbigliamento, tipico dei ragazzini dell'epoca: pantaloncini rigorosamente corti e sbracati (fatti dalla sartina). Polo (come si direbbe oggi) fatta artigianalmente dalla magliaia, già troppo piccola, perchè gli indumenti si cercava di farli durare il più a lungo possibile: se nel frattempo, si era cresciuti un po' di più, pazienza.
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22 agosto 2012 3 22 /08 /agosto /2012 08:22

cardatrice.jpgQuando ero bambino... Once upon a time... C'era una volta...

Ancora una breve storia che comincia con un "quando ero piccolo...".

M'accorgo di ritrovarmi sempre più spesso ad usare questo incipit...
Che io sia diventato un nostalgico?

Ma forse è perchè le storie del nostro passato più lontano sono sempre le più belle e affascinanti.

Man mano che vado avanti, mi si affollano nella mente dei ricordi piccoli ed insignificanti del tempo in cui ero bambino.

E, spesso, mi viene l'urgenza di trascriverli: non so bene a chi tornerà utile o a cosa servirà.

Ma lo faccio lo stesso.
Forse, sperando che qualcuno legga queste brevi rimembranze oppure per la mia stessa futura memoria, quando i miei ricordi cominceranno a svanire...
Ma forse - riflettevo - è anche per il fatto che tutti quelli che avrebbero potuto raccontarmi storie delle mia infanzia (e che lo hanno fatto), adesso non ci sono più: e, allora, le storie - quelle che mi ricordo - le racconto io stesso, principalmente per me stesso. In questo senso, il raccontare, ha anche una funzione profondamente consolatoria.

Allora, ricominciamo...
Quando ero piccolo e abitavamo ancora nella casa di Viale Regina Margherita (Palermo), usavamo i materassi di lana, che allora erano di uso comune.
Nella casa dei nonni di Palazzo Adriano, invece, dato il nostro breve periodo di permanenza, avevamo - secondo l'usanza campagnola - i pagliericci che venivano poggiati su tavole di legno sostenute dai classici "trispiti" di ferro.

A Palermo, invece, come segno dell'evoluzione dei tempi, ai tempi della mia infanzia i materassi di lana erano sostenuti non più dalle tavole sui trepiedi (ovvero i "trispiti"), ma da reti metalliche (che non garantivano il massimo del supporto ortopedico alla schiena, ma così si usava), ma pesantissime perchè la loro struttura portante era fatta di ghisa.
Periodicamente, in media una volta all'anno, i materassi venivano aperti e la lana esposta all'aria perchè si arieggiasse, ma soprattutto per sciogliere i grumi di lana infeltrita che con la costante pressione si erano formati, sicché il materasso aveva perso la sua morbidezza originaria e s'era fatto tutto a bozzi.
Per compiere questo lavoretto (che per necessità doveva esser fatto nell'arco di una stessa giornata: dove avremmo dormito altrimenti?) venivano direttamente a casa degli speciali artigiani, i cosiddetti "cardatori della lana". 

Si piazzavano nel balcone posteriore di casa nostra (abbastanza ampio: più una loggia che non un semplice balcone), aprivano i materassi e cominciavano a trattare le palline di lana, grosse e piccole, con una speciale macchina che portavano con sé, molto rumorosa e sferragliante (anche se a funzionamento manuale).

Io che, allora, non andavo ancora a scuola seguivo affascinato l'intera procedura, un po' intimorito da questi omoni baffuti con in testa delle coppole messe storte.

Ricordo che, nel corso dell'operazione, si levava una gran polvere e che, ogni tanto, la nonna si affacciava per controllare che tutto procedesse bene.

Senza farmene accorgere raccoglievo qualcuna di quelle palline di lana e la nascondevo da qualche parte per giocarci dopo.Poi, alla fine, i lavoranti, rimettevano tutta la lana che si era fatta soffice e sciolta dentro i materassi  e li ricucivano con dei grossi aghi che - a dirla tutta -  mi incutevano un po' di paura.

Chiusi i materassi, passavano ai cuscini, seguendo un'analoga procedura.Poi, finito il loro lavoro, raccoglievano i loro strumenti, si caricavano della loro - per me fantastica - macchina e se ne andavano.

cardatrice in funzioneQuesti  grossi aghi "pi' cusiri i materazzi"  meritano una piccola digressione.
Anni dopo, mia madre usò quest'espressione per designare gli aghi che doveva usare per farmi due volte al giorno delle iniezioni di penicillina. La pennicillina cristallizzava rapidamente e occludeva l'ago: per evitare quest'inconveniente bisognava usare aghi di grosso calibro e ogni puntura era dolorissima. E, malgrado l'ago grosso, sovente il blocco si verificava egualmente: mia madre, che pure era bravissima a fare le iniezioni, piena di rammarico, doveva ripetere la procedura, mentre io stoicamente cercavo di non lamentarmi troppo.
Fu così che gli "aghi pi' cusiri i materazzi" divennero più tardi nella mia vita un vero strumento di tortura.
Ricordo che, poi, alla sera, era una festa andare a dormire su quei materassi che, quasi per incanto, s'erano fatti rigonfi e soffici.
Mi rimanevano, come ricordo dell'operazione della cardatura, quelle palline di lana che era riuscito a trafugare, in tutto simile alle palline pelose fatte con i resti di poseidonia, buttati a riva dal mare in tempesta, di cui spesso la spiaggia di Mondello era letteralmente cosparsa dopo una mareggiata.
E segnalo il fatto triste che di queste palline "da spiaggia" dopo le mareggiate se ne vedono sempre di meno, segno inequivoco del fatto che i banchi di poseidonie stanno morendo...

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10 agosto 2012 5 10 /08 /agosto /2012 07:07
IMAG0103.JPG
Ieri, 9 agosto 2012, era la ricorrenza del mio 62° compleanno.
Soprattutto attraverso il social network (FB), ho ricevuto una valanga di auguri virtuali tutti molto apprezzati (e molti da persone che conosco personalmente e, dunque, particolarmente sentiti).
Per il resto, come sempre una piccola celebrazione in famiglia: un pranzo e, alla fine, come usava fare mia madre, il "gelo di mellone" (anguria rossa) fatto in casa (che è sempre da leccarsi i baffi).
Tutto qui. Il mio compleanno, sin da quando ero piccolo, è stato una festa in famiglia: si faceva tutto con molta quiete, con i nonni, gli zii, cuginetti e cuginette.
Più che altro era un'occasione per incontrarsi con la famiglia allargata.
Anche perché, per cadendo il mio compleanno d'estate, non c'erano compagni di scuola da invitare: e, del resto, allora non si usava, se non in occasioni particolari, come la festa dei 18 anni (o, prima ancora, dei 21 anni): in quel caso, la festa aveva delle connotazioni particolari perchè era considerata una specie di debutto in società con il raggiungimento dell'età adulta.
Ma io, nemmeno in occasione dei 18 anni, ho avuto una festa speciale, se non la consueta e rassicurante (per me, molto cara) riunione in famiglia.
Il giorno del compleanno è anche un momento di nostalgia: anche perché man mano che si va avanti con gli anni, alle nostre spalle c'è una lunga scia di ricordi, di rimpianti e di nostalgie: ogni anno qualcuno manca all'appello e questa consapevolezza genera un po' di tristezza.
Ma la nostalgia è anche un modo per tenere vivo il ricordo delle persone care che non ci sono più.
E' stato così che ieri ho sentito il desiderio di andare a rispolverare una vecchia fotografia di famiglia, relativa al mio terzo compleanno.
Sono in un momento di scontrosità (spesso quando ero piccino mi impuntavo sul "No") e mio padre - così leggo la foto - con molta pazienza e con fare incoraggiante sta cercando di convincermi a soffiare sulle candeline (disposte su di una torta casalinga, come si usava allora).
La mamma è venuta mossa, ma sempre elegante per quanto con uno di quei abiti confezionati in casa, ed è contenta (riusciva ad essere sempre allegra e con il sorriso sul volto).
Appoggiata con il gomito sul tavolo, si vede una delle mie cugine più grandi.
Quando ero piccolo, mi chamavano a casa Mao Ze Tung, nomignolo coniato dalla mamma, perché allora tanto si parlava della Rivoluzione cinese e del suo leader ed io ero tutto nero e scuro (alla nascita avevo un'enorme ciuffo di capelli neri, che poi caddero subito dopo) e, per di più, quasi sempre imbronciato.
Così ero e adesso, mentre guardo questo foto, sono passati ben 60 anni.
Un tempo enorme, a ben guardare.
Eppure, non mi sento tanto diverso da come ero allora.
Quel bambino imbronciato è ancora dentro di me.
Anche se non ci sono più i miei genitori me li sento accanto, come lo erano allora in quel particolare giorno per incoraggiarmi a soffiare sulle fatidiche candeline.
Continuo a sentire le esortazioni di mio padre e l'incoraggiamento della mamma.
Dai che ce la puoi fare!
Supera te stesso!
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24 luglio 2012 2 24 /07 /luglio /2012 07:14

Dinky-Toys-3.jpgQuando ero piccolino, era usanza andare a fare spese di ogni genere (soprattutto per l’abbigliamento) nella centrale via Maqueda. Per gli alimentari e il pane avevamo, ovviamente, i fornitori vicino casa (e tutti facevano la consegna a domicilio). Per le altre cose si provvedeva tra via Dante e via Maqueda.
Allora, nei primissimi anni della mia infanzia non erano ancora stati aperti i primi Standa e Upim, antesignani dei successivi Supermarket, Centri commerciali ed Outlet vari che infestano i nostri giorni come una calamità.
Si andava a fare le spese a piedi e per ogni cosa di cui c’era bisogno esisteva un posto specifico (e, a volte, si trattava di attività commerciali di lunga tradizione). Queste uscite con mia madre erano dei lunghi pellegrinaggi da un posto all’altro, fatti senza fretta, un po’ bighellonando, e mai lasciandosi prendere da una deleteria fretta. C’era sempre il tempo, ad esempio, per prendere un gelato da Cofea (allora in via Principe di Villareale), un rinomato gelataio oggi purtroppo scomparso, oppure una spremuta d’arance da Il Pinguino (vecchia gestione), in via Ruggero Settimo, nato nel pieno rispetto della tradizione palermitana dei "chioschetti", a loro volta scaturiti dal mestiere itinerante dei "venditori d'acqua". e si camminava all’andata, sicuramente. Al ritorno, specie quando mia madre si era caricata di pacchi e pacchetti si prendeva la carrozzella.
Queste sortite le facevamo con la mamma che mi portava sempre con sé, anche per regalarmi dei momenti di svago.
Di queste uscite ho due ricordi molto vividi.
Uno è relativo alle prolungate visite nelle mercerie di via Maqueda.
Ma per spiegare questo tipo di affaccendamento occorre fare una premessa. A quei tempi, vuoi per risparmiare, vuoi perché mancavano gli odierni pret-à-porter, si andava dalle sartine o dalle magliaie e ci si vestiva così.

Ricordo che, da piccolo, ero obbligato ad indossare degli orridi pantaloncini corti confezionati su misura dalla sartina (ma erano sempre un po’ troppo grandi, fatti apposta così in modo che potessero essere utilizzati anche nel corso dell’anno successivo) e dei completini monocolore di lana (maglia e giacchetto) che indossavo per andare a scuola e che a me, detto, tra noi non piacevano proprio.

Anche mia madre – secondo un’abitudine praticata da molti a quel tempo - si faceva confezionare gli abiti su misura e, prima di tutto c’era il rito della scelta delle stoffe, preferibilmente quando c’erano le svendite degli scampoli. I tempi di attesa erano lunghi. Le clienti da servire erano tante (già, l’utenza di queste mercerie era esclusivamente femminile), ma io per un bel po’ me ne stavo affascinato a contemplare tutti quegli enormi rotoli di stoffe colorate o a disegni, la loro consistenza e i loro riflessi  e ai gesti eleganti e sicuri dei commessi che prendevano questo o quello e ne dispiegavano la stoffa per mostrarne il disegno e la trama.
C’era, a volte, come prodromo di una possibile scelta, anche il rito dello spostarsi alla luce del giorno, sulla soglia del negozio, per potere osservare meglio le tonalità cromatiche.
Dinky Toys 6Si guardava, si parlava tanto, e poi alla fine si sceglieva (con molta ponderatezza). Non sempre si comprava.
Le mercerie erano tante e si cercava sin tanto che non si trovava ciò che pareva più convincente, che piaceva di più e che fosse soprattutto al prezzo più conveniente.
Un momento particolare infatti era quello in cui in queste mercerie venivano offerti ad un prezzo vantaggiosissimo gli “scampoli” delle stoffe, cioè gli ultimi ritagli di stoffa rimasti di ciascun rotolo.

Con le stoffe acquistate si andava dalla sartina (e, spesso, io anche lì accompagnavo mia madre). Nell’attesa e poi durante le successive prove in cui l’abito creceva e si definiva attraverso le varie fasi (anche questo era un processo affascinante da osservare nel suo dispiegarsi nel corso del tempo) per me c’erano da guardare dei grandi libri illustrati con grandi figure colorate a piena pagina che mostravano modelli di abiti ed era da questi “cataloghi” che si faceva la scelta (ragionata in base alle esigenze e ai desideri espressi dalla cliente) di un modello di massima cui ispirarsi nella confezione dell’abito.
Si tornava più volte dalla sartina per le prove, fino a che arrivava il momento fatidico di dover comprare i bottoni più adatti: e, quindi, si tornava in merceria.

Anche in questo caso, i tempi di attesa erano lunghi.
Pure la scelta dei bottoni era lenta e ponderata: anche qui la meraviglia delle infinite scatole piene di bottoni di ogni colore, materiale, foggia e dimensione che il commesso tirava fuori come un mago.
Sia in una circostanza sia nell’altra, quando la mia pazienza si esauriva e la semplice osservazione non mi appagava più, cominciavo a dar segni di irrequietezza. Prendevo magari  a correre su e giù per il negozio e a strepitare oppure mi aggrappavo a mia madre distogliendola dalla difficile scelta.
Allora il commesso che, evidentemente, aveva spesso a che fare con molti bimbi scalpitanti, per tenermi buono, mi regali i tubi di cartone che servivano ad arrotolare le stoffe. Ed erano un bellissimo strumento di gioco per il suo essere totipotente: questi tubettoni di cartone, infatti, potevano arrivare a due metri di lunghezza con un diametro variabile dai più piccoli da 5 cm a quelli da 10 cm. Si potevano usare come telescopio, come mazza in immaginari combattimenti, come spada, come lancia, come razzo da lanciare: insomma, si aprivano improvvisamente inimmaginabili scenari di gioco.
Spesso e volentieri quando le scelte di mia madre erano compiute e tornavamo a casa, io avevo il permesso di portare via con me alcuni di quei tubettoni con i quali avrei continuato i giochi a casa, coinvolgendo anche i miei cugini in interminabili duelli, in furibondi assalti all’ultimo sangue, fino alla loro disgregazione totale (ma tanto con la nuova stagione e con il cambio d’abiti, ce ne sarebbero stati di nuovi).
Dinky toys 7Un complemento quasi indispensabile alle visite in merceria era il passaggio dalla Profumeria Russo, ubicata proprio ad angolo tra via Maqueda e Piazza Massimo: era una profumeria allora rinomata che aveva iniziato la sua attività nel 1930 e che la interromperà - purtroppo - nel 2006 dopo aver resistito eroicamente negli ultimi anni all’assalto dei Centri commerciali e dei grandi “outlet” tematici, tipo “cocoon”, ma anche degli infiniti negozi e negozietti aperti in via Maqueda da emigranti del Bangla Desh e dell’infinita serie degli Internet point e delle rivendite di Kebab ed altro cibo da strada etnico, pure gestiti da extracomunicatari che oggi affollano via Maqueda).
Era, allora, una profumeria di qualità e molto alla moda: e, quindi, le donne della buona borghesia della città si servivano là.
Con la mamma ci andavamo per un duplice motivo: al piano di sotto c’era la profumeria vera e propria con un’estensione al piano superiore, dove l’angolo in fondo (meraviglia!) era riservato ad un mini-reparto che oggi si direbbe di “giocattoleria”. Qui, erano in esposizione per la vendita una miriade di modellini miniaturizzati (militari e non) della rinomata casa inglese “Dinky Toys” .
I Dinky Toys erano  modellini d'auto e camion in miniatura pressofusi. Essi apparvero all'inizio del 1934, quando la Meccano Ltd di Liverpool Inghilterra , introdusse una nuova linea di modelli in miniatura con il marchio di fabbrica "Meccano Dinky Toys". Il primo annuncio per la nuova linea apparve nell'edizione dell'aprile 1934 della rivista di Meccano.

Cercando in internet, si trovano molti siti web dedicati ai Dinky Toys, sit web creati da collezionisti ed appassionati, come ad esempio questo (da cui è tratta la breve citazione riportata sopra).
Erano dei bei modelli, con alcuni dettagli approssimativi, ma altri veramente superbi (e con alcune parti funzionanti: torrette girevoli, sportelli apribili, cannoni funzionanti per il lanci di finti, minuscoli, proiettili). Soltanto più tardi, dopo il 1970, i Dinky Toys  vennero superati da quelli prodotti da case specializzate francesi.

 

 

 


 

 

 

Io, per questi modellini, avevo un’autentica passione e non c’era volta che con la mamma entrassimo lì e che io non ne uscissi portando fiero e con riverente attenzione una new entry, un autentico trofeo che andava ad arricchire la mia piccola collezione. Di quelle incursioni non mi ricordo altro perchè i miei occhi e la mia attenzione erano interamente assorbiti dalla contemplazione di tutti quei modellini esposti dietro il vetro spesso del bancone. Mentre la mamma sceglieva le sue cose, io avevo il permesso di salire sopra e cominciare a guardare: poi, soltanto dopo l'arrivo della mamma, dopo sarebbe arrivato il difficile momento della scelta. 
I miei preferiti erano i modellini militari: credo che alla fine riuscii ad avere tutti quelli in catalogo.
Ero invece meno attratto dalle riproduzione degli automezzi civili.
Sempre della stessa linea c’era quelli che mi portata papà dai suoi viaggi a Roma e poi, a Natale, nella forma di regali strenna di “Babbo Natale”, arrivavano quelli di dimensioni più grandi, gli affascinanti big della serie
Con i Dinky Toys - ma sempre trattandoli con riguardo -  intraprendevo degli interminabili giochi: erano il complemento fondamentale del mio esercito di soldatini di piombo, metallo pressofuso e plastica dipinta.
Facevo i convogli, li facevo viaggiare da un punto all’altro di immaginari scenari di guerra; con l’artiglieria intraprendevo devastanti bombardamenti, curavo la logistica degli eserciti in marcia: il tutto era alimentato ovviamente dall’inesauribile serbatoio fantastico derivante dalla diuturna lettura dei romanzi salgariani.
La maggior parte dei modellini ce li ho ancora, conservati dentro un mobile con la ribaltina. Sono tutti schierati in bell’ordine; alcuni inevitabilmente portano su di sé i segni del tempo, hanno la vernice scrostata e qualche ammaccatura, eppure sono sempre quelli e se li guardo mi fanno ancora sognare e mi riportano indietro a quel periodo spensierato.
Insomma, porto dentro di me un bellissimo ricordo di quelle uscite con mia madre…
Ma è anche vero che, a quell’epoca, i bambini sapevano accontentarsi di molto poco…

 

 

 

(Fonte: Repubblica.it, 20 novembre, 2007) Uno a uno hanno chiuso insegne storiche come Spatafora, che in via Maqueda aveva anche la sede amministrative, Miraglia, Sortino, la libreria Ciuni e ora anche la profumeria Russo, dal 1930 all´inizio della via, all´angolo con piazza Massimo, sta svendendo tutta la merce per ristrutturazione ma probabilmente, da gennaio, non riaprirà più i battenti. Resistono solo in pochi tra le insegne di una di quelle che era un tempo uno degli assi commerciali più importanti, Pustorino, che ha una clientela ormai fidelizzata, anche nel resto d´Italia, la storica libreria Dante, la merceria Lina D´Antona. Ma restano anche, sempre più evidenti, i simboli del degrado. Come l´area Quaroni, della Curia, perennemente al buio e mai utilizzata come si era prospettato alcuni anni fa per farne un parcheggio. Si è trasformata in una discarica a cielo aperto, proprio a due passi da Palazzo delle Aquile e dal Teatro Massimo. La Curia ha promesso una bonifica, che però non è ancora stata effettuata. In completo abbandono anche la galleria delle Vittorie che dagli anni Trenta agli Settanta è stato un salotto commerciale. Adesso le saracinesche sono tutte chiuse perché l´intera area è sotto sequestro. Ma partiamo dall´inizio. Camminando dai Quattro Canti a piazza Verdi e guardandosi intorno sono tanti gli spazi vuoti tra un negozietto e un altro. Dal civico 203 al 213 è tutto chiuso. Dall´altro lato invece resiste Pustorino. Ha una clientela fissa, ma soprattutto ha voglia di rinnovarsi: i locali sono rimessi a nuovo, e il proprietario, Giuseppe Pizzo, spera che un giorno la strada sia chiusa del tutto e possa diventare quello che dovrebbe essere, «il salotto storico di Palermo». Di salotto, via Maqueda, ha ben poco. I marciapiedi sono dissestati. La strada è sporca. L´illuminazione scarsa. Cumuli di immondizia, verso sera, riempiono i lati della via. E poi macchine e clacson. 

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10 luglio 2012 2 10 /07 /luglio /2012 11:31

leone-morente-di-Lucerna.jpg

 

Quando ero piccolo, la mamma mi portava frequentemente a Villa Giulia, una delle più antiche ville palermitane, e qui  passavamo interi pomeriggi, specie d'estate quando lei era libera dalla Scuola.

Andare a Villa Giulia, per me, era una festa: erano disponibili (in affitto) delle biciclettine con le rotelle per tenere l'equilibrio.

Prendere la bici per mezzora era certamente un must. Salivo su quella bici e molto placidamente me ne andavo in giro, esplorando viali e vialetti, mentre mia madre si spostava dietro di me tenendomi d'occhio.Ho un bellissimo ricordo di quei pomeriggi, lì. 

Ma la vera ed autentica meraviglia delle visite a quel giardino era andare a vedere il vecchio leone nella sua gabbia che si trovava dal lato opposto all'ingresso alla villa da via Lincoln. Dicono che, da quel lato, ci fosse anche una gabbia popolata dalle scimmiette: ma io non ho memoria di averle mai viste.
C'erano anche delle voliere: ma anche quelle, al tempo della mia infanzia, già desolatamente vuote.
Insomma, la gabbia con il leone era quanto rimaneva - almeno nelle intenzioni originarie - d'un vero e proprio mini-zoo di impianto ottocentesco.

Quello di Villa Giulia era - per la verità - un leone assai mansueto e con la criniera molto spelacchiata e verosimilmente pulciosa, probabilmente vecchissimo: un vecchio patriarca quasi cieco, della cui possanza di un tempo rimaneva benn poco.

Si diceva che un Circo di passaggio, essendo uno dei suoi leoni entrato nell'età pensionabile e non più utilizzabile per lo spettacolo, lo avesse donato alla Città di Palermo.

Fu così che questo leone solitario e triste - un po' scheletrito - divenne parte essenziale della Villa Giulia e oggetto di contemplazione meravigliata da parte dei bambini.

E, a quei tempi, bastava veramente poco per trarre dalle cose motivo di meraviglia e stupore.
Quel leone faceva sognare scenari fantasticati, la giungla, i romanzi d'avventura e Salgari.
Dicono che, nottetempo, in quegli anni in cui non v'erano rombo di moto di grossa cilindrata, né strombazzate di clacson né rumore di auto in corsa o musihe sguaiate e rimbombanti dagli stereo delle auto sparate al massimo volume, gli abitanti della zona potevano udire i ruggiti del leone che, secondo una consuetudine mai sopita e malgrado l'età avanzata, affermava con quel richiamo, il suo dominio triste: che era quello di un Re senza più regno.
Il nome stesso che gli era stato attribuito la diceva lunga su questo Re della Foresta spodestato dal suo dominio: alcuni sostengono che venisse chiamato con il nome bonario di "Ciccio".
Ma io con questo nome non lo sentii mai chiamare.

Poi dopo qualche anno, da un giorno all'altro, non ci fu più, quel vecchio leone: la gabbia rimase desolatamente vuota e, nel corso degli anni, finì con l'attutirsi quel puzzo di selvatico, misto all'afrore di carne cruda un po' frollata, che si poteva avvertire avvicinandosi alla sua "casa".
Del pari finirono con il tacere per sempre i suoi ruggiti.

Dopo anni consumati nella solitudine e nella tristezza, il leone passò a miglior vita e fece ritorno in forma di spirito indomito alla sua Savana dalla quale forse era stato strappato da cucciolo, appena nato.

Per i bambini di quel tempo, di quel vecchio leone (che nell'immaginario era diventato il "Leone"per antonomasia) è rimasto soltanto un nostalgico ricordo.
Purtroppo, di quel leone, non esiste alcuna documentazione fotografica: almeno che io sappia. Forse, tempo addietro, il grande conoscitore di cose palermitane Rosario La Duca, scrisse su di lui un pezzo nella rubrica di curiosità storiche e architettoniche che teneva sul Giornale di Sicilia..
Ma delle cose da lui scritte, c'è poca traccia nel web.

 

 

 

 


Su Villa Giulia

 

(Serena Marotta) Nel 1787 Johann Wolfgang Goethe lo aveva definito “il più meraviglioso angolo della terra” ed è qui che – durante le sue visite – si fermava per leggere Omero. Siamo all’interno di Villa Giulia, la prima villa comunale realizzata a Palermo e la terza in Europa. Costruita tra il 1775 ed il 1777 per volere del pretore Antonio La Grua, marchese di Regalmici, prende il nome da quello della moglie del vicerè Marcantonio Colonna.

L’ingresso principale, realizzato in stile neoclassico, oggi rovinato e in disuso, si affaccia sulla passeggiata a mare. I visitatori accedono ormai dalla Porta Carolina, ingresso secondario aperto nel 1864 su via Lincoln. Il cuore della villa è rappresentato dalla grande piazza delle esedre, con quattro edicole di Damiani Almeyda. Al centro della piazza si trova una vasca, opera di Ignazio Marabitti, con un putto-Atlante che regge il dodecaedro, orologio solare a dodici facce (oggi gli orologi originali non esistono più) inventato alla fine del XVIII secolo dal matematico palermitano Lorenzo Federici.

La principale opera d’arte all’interno di questo “salotto all’aperto” è la fontana del Genio di Palermo, opera del Marabitti, sistemata in un’esedra alla fine del “viale del mare”. Intorno alla statua del Genio sono disposti una serpe, un cane e una cornucopia: simboli della Prudenza, della Fedeltà e dell’Abbondanza. E ancora: la statua della Rabbia, dell’Ira e dell’Invidia, spostate qui nel 1779. Nell’Ottocento, poi, furono sistemati lungo i viali i busti di De Spuches, Pacini, Petrella, Leopardi, Donizetti, Bellini, Sac. Messina e Pietro Novelli. Infine, ci sono le gabbie vuote che, un tempo, ospitavano il leone e la piccola colonia di scimmie.

 

 

Nella foto: Il leone morente di Lucerna - A Lucerna in Svizzera vi è un monumento chiamato "il leone morente" (Löwendenkmal) che praticamente è stato scolpito nella roccia naturale per ricordare le guardie svizzere cadute nel 1792 durante la rivoluzione francese. Mark Twain ne parla come del più tragico e commovente pezzo di roccia del mondo... e, ammirandolo, dà proprio questa sensazione.

 

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31 marzo 2012 6 31 /03 /marzo /2012 08:21

009.JPGCi sono eventi del passato che scompaiono del tutto dai nostri ricordi consapevoli.
Poi basta un niente, una piccola spinta, ed ecco che ti ricordi tutto.
Cose fatte, parole dette, gite, feste, eventi, un sacco di roba che non teniamo ad un livello superficiale, ma che se va da qualche parte della nostra mente in una condizione di stand-by profondo, quasi di "congelamento".
Eppure possono riemergere, con una piccola spintarella...
Risalgono alla superficie e vogliono un piccolo posto al sole...
Si potrebbe dire, usando la famosa frase kinghiana - ma in senso benevolo e non orrorifico -: "A volte ritornano"...
E dopo questi inattesi affioramenti, la nostra vita si fa più ricca, acquista un po' più di profondità...
Tutto nella vita ha avuto un senso, in fondo, tutto ci ha portato ad essere quello che siamo: stratificazioni di azioni e pensieri che si accumulano uno sull'altro come in un fondo oceanico, dal quale estrando le "carote" con apposite trivelle è possibile riconoscere una storia, una successione di eventi.
Molte cose trascorrono e vengono messe in quiescenza: di noi vediamo il risultato finale (gli effetti) - una specie di risultante di tante forze diverse - ma - apparentemente - abbiamo dimenticato le cause.
005A volte ciò capita perchè siamo subissati dal presente, un presente in cui l'orizzonte si fa più strette, dove ci sono molte cose che ci affliggono e ci avvelenenano la vita: e,a causa del potere forclusivo di tutto ciò, non possiamo facimente ricordare un passato in cui eravamo indefiniti, senza troppi confini, aperti alla speranza e al sogno e forse per questo più liberi e più felici, anche se questo - allora - non lo sapevamo o non sapevamo riconoscerlo.
The way we were: se lo scandaglio scende in profondità e ritorna in superficie con qualche reperto non possiamo che essere più felici, a volte pensando che sarebbe bello ritornare indietro con una macchina del tempo, fare un rewind e rivivere degli anni trascorsi con quella freschezza, agitati dalla brezza della speranza, ma protesi sempre in avanti e per questo, paradossalmente, infelici.
Eravamo più felici, paradossalmente quando - interrogati al riguardo - avremmo risposto con molta spontaneità di essere infelici, perchè eravamo mancanti di molte cose, perchè i nostri erano inappagati, perchè nulla accadeva come avremmo voluto.
032Eppure eravamo felici: eravamo felici perchè sognavamo; eravamo felici perchè tutto aveva l'effervescenza rivoluzionaria di uno stato nascente.
E quando ciò capita non si esprime una morbosa attrazione al proprio passato, visto come una sorta di Eden perduto... Stare attaccati al passato, no, non avrebbe alcun senso senso, perchè sarebbe d'impedimento al poter vivere nel presente: ma poter recuperare pezzi della propria storia, grazie ad altri, è molto bello e è davvero un bel dono che arriva inaspettato.
Devo alla mia collega e amica Adriana che mi ha trasmesso per posta elettronica alcune foto di un passato lontano questi ricordi del tutto scomparsi.
Dal tempo (spensierato) di quelle foto, sono trascorsi quasi 33 anni, più di metà del totale dei miei anni di vita. E non è poco.


(Con le parole di Adriana e con le mie interpunzioni tra parentesi quadre) Il 17 aprile del 1979, non ricordo perché, andammo a Trapani, forse per informarci per concorsi... Bboh!
Eravamo oltre a te, io Filippo e Dina Orlando che dovresti ricordare [ma che non ricordo affatto, Filippo sì, invece].
Ci fermammo a San Vito Lo Capo e poi andammo sino ad Erice: così, per unire l'utile al dilettevole.
012Facesti delle foto che poi mi hai regalato... .Mai avrei pensato che un giorno io te le avrei  mandate per donartele... Ma siccome una cosa ho capito della vita,  ovvero che se la propria Storia personale con suoi interpreti e con i suoi avvenimenti resta aperta senza una fine, vuol dire che ancora si aggiungeranno fatti e cose che daranno senso e colore...
Poi vi è un'altra foto, fatta in una festa di carnevale (che fu fatta forse nel 1979 o nell''80)... In questa dovresti riconoscerti nello sfondo a destra;  poi, ho aggiunto una foto che ti dimostra inequivocabilmente la tua mano di fotografo e ed era a casa tua come  location!
Sono rifotografate in digitale.
La festa di carnevale si svolse nello studio di Luigi, ma a mone vi furono giorni e giorni di preparazione: per reperire materiale povero ed improvvisato per mascherarsi.
C'era anche Alberto che venne vestito da clown con abito bellissimo, ma già confezionato.
Ci preparammo e ci truccammo a casa di Rosanna Messina. E c'eri pure tu.
Se guardi bene sia me che Rosanna siamo vestite con cose raccattaticce e dovrebbe essere sempre l'inizio del 79 o era l'80? [non riesco proprio a collocare temporalmente il ricordo, soltanto dieci anni dopo presi l'abitudine di annotare quotidiamente i fatti significativi su di un'agenda, cosa che faccio tuttora, ma allora no: vivevo proprio alla giornata, non riuscivo ad essere abbastanza sistematico].
Se ti ricordi, vincesti l'incarico anche tu e mi staccasti per pochi punti in più nella graduatoria, perché avevi fatto il servizio militare... cosa che mi fece lamentare assai.
Durante la festa facemmo il concorso dei migliori abiti e vinsero (figurati) Marcello e sua moglie vestiti rispettivamente da Robinson Crusoe e Venerdì...
rosa 002Ti prendemmo pure in giro perché ti rifiutasti categoricamente di presentarti in maschera [tipico mio, una tendenza che persiste tuttora e che pure, in un'unica circostanza, ho superato, impersonando il Conte Dracula, con tanto di trucco e sbaffi di sangue vicino alle labbra]...
Come puoi vedere dalla foto...
Poi, c'era Benito vestito da sceicco arabo [di cui mi ricordo perfettamente]... Luigi vestito da Uomo delle caverne [mi ricordo altrettanto bene, ma mi pare di ricordare che sotto i panni avesse un grosso culone finto di plastica che ogni tanto esibivia o forse questo optional faceva parte del travestimento di Robinson Crusoe] il quale Luigi venne a prenderci per indicarci dove si trovava il suo studio con il cappotto e senza pantaloni, ovvero in calzamaglia.
Ho qualche altra foto appena la trovo te la mando... Chissà che tu non ricordi qualcosa altro.
Non ricordo invece se l'altro cucciolo oltre a Tula fosse un fratellino o una sorellina [i figli della mia femmina di Pastore tedesca furono tre: gli altri due erano ambedue maschi: uno andò al proprietario del padre e l'altro lo diedi ai signori che abitavano al pianterreno con ampio giardinetto di proprietà. Del cane dato al proprietario non so, l'altro ebbe una lunga infelice, perché non lo fecero entrare una sola volta in casa ed era sempre con la testa fuori dalle sbarre, desideroso di coccole ed attenzioni].

 

Anche se nelle feste di carnevale non mi travestivo , poi nel corso degli anni ho trovato dentro di me una grande verve di burlone. Questa foto è stata scattata meno di dieci anni fa... Un modo per recuperare le occasioni perdute, forse.

 

correre Capo Gallo 24.01.2006

 


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30 marzo 2012 5 30 /03 /marzo /2012 08:15

DSC01962.JPG

Quando ero piccolo, giocavo a lungo nel cortile dietro casa (la vecchia casa dove ho abitato sino ai miei 12 anni).

A questo cortile s'accedeva percorrendo uno stretto passaggio tra il nostro palazzo e il giardino confinante, fiancheggiato da mura intocanate e liscie: un passaggio impossibile per le macchine di oggi, ma perfetto per le macchinette dell'epoca, dopo aver superato un cancello di ferro dipinto di verde.

I miei mi davano il permesso di scendere giù (mi potevano sempre dare un'occhio dalla finestra) ed io trascorrevo lunghe ore, giocando ed esplorando.

Avevamo una specie di box dotato di una porta di legno ad ante pieghevole e fornita di una finestrella a vasistas (il che dava tanto l'idea di casetta nel bosco). Ma questo spazio  non si usava mai per metterci l'auto: piuttosto come deposito di vecchie cose (mobili in disuso, attrezzi, vecche carcasse di biciclette) ed io stavo molto tempo a rovistare nella semioscurità (il locale non era fornito di impianto elettrico), aspettandomi di trovare chi sa quali tesori.

Ricordo molto bene le sensazioni olfattive delle lunghe ore che trascorrevo in quest'angolo fuori dal mondo: una volta percorso il passaggio che si affacciava sulla strada, si era fuori dalla vista e si era immersi in una quasi impenetrabile coltre di silenzio.
Uno degli odori dominanti era quello delle foglie morte in putrefazioni che cadevano dai grandi alberi subito oltre la piccola corte, in autunno; mentre in primavera arrivava l'odore dolcissimo della zagara e del gelsomino arabo.

Una volta - non so come - arrivò a casa una tartaruga: mia madre non la volle tenere a casa e la mettemmo dentro quel box, all'interno di un vecchio stipetto di legno.
Non era molto attiva. Io andavo a guardarla, forse le parlavo anche e le portavo lasttuga, carote ed altri ortaggi.
Se ne stava immobile, anche troppo. Mi dissero che ciò accadeva perché era caduta in letargo.
Ma poi, un bel giorno, mi resi conto che era morta: lo capii dal lezzo penetrante che impregnava lo stipetto di legno.
Forse fu quello in assoluto il mio approccio con la morte: ma nessuno mi spiegò mai nulla, né mi venne chiesto nulla.
So solo che di quella tartaruga non si parlò più...
Oltre al continuo frugare tra le vecchie cose, uno dei miei passatempi preferiti era quello di impastare il fango in una grossa pozzanghera che si formava dopo la pioggia al centro della corte, il cui tombino collocato in posizione centrale, nel punto più declive, era invariabilmente intasato.

Ricordo che, persino d'inverno, mi piaceva mettermi a piedi scalzi e sentire il freddo del cemento sotto la pianta dei piedi. Era una sensazione deliziosa...
Quando facevo ciò, elaboravo una serie di fantasia su di una storia che la mamma mi avevo letto e che mi era piaciuta molto. Era "Il Principe e il Povero" di Mark Twain (1881) e qui uno degli elementi indicatori della povertà - come il Principe, entrato nei panni del Povero, si troverà a sperimentare - era appunto la mancanza di calzature adeguate (nelle mie fantasie di gioco io ero il Principe che diventava povero, era sempre questa la parte che preferivo).

Al di là di un alto muro in parte dominato da una strana e svettante costruzione cilindrica che, forse, era un silos o solo una cisterna per l'irrigazione c'erano gli alti alberi di un giardino rigoglioso (e, per me, misterioso) che potevo vedere anche dalla loggia posteriore del nostro appartamento.

C'era anche un piccolo ripostiglio ritagliato nell'angolo determinato dalla curvatura del muro della cisterna.

Per me, quel posto era una specie di "giardino segreto" e non sentivo mai il desiderio di condividerlo con qualcuno.

In questi ultimi giorni, ci sono entrato per la prima volta da allora: il luogo sembrava del tutto immutato: forse mi è solo apparso in scala ridotta, rispetto a come lo conservavo nel mio ricordo, ma per il resto del tutto identico.

E' stata una rapida ed istantanea immersione nel passato lontano...

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27 settembre 2011 2 27 /09 /settembre /2011 11:38

DSC07046.JPG

 

Quando ero piccolo mio padre mi portò a fare una lunga passeggiata a piedi lungo la massicciata della vecchia linea ferrata a scartamento ridotto che, passando per Ficuzza e Corleone, arrivava come suopunto terminale, proprio a Palazzo Adriano.
Allora, però, benchè la linea ferroviaria fosse stata dismessa già da qualche anno, c'erano ancora rotaie e traversine, poggiate sulla massicciata di pietrisco.
Quando entrammo nella galleria, umida e risuonante, con un vago sentore di muffa e di odore di merda vecchia, ebbi paura.
Allora, mio padre mi prese per mano e mi condusse verso la luce in fondo...


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13 agosto 2011 6 13 /08 /agosto /2011 07:37

DSC05571_m.JPG

 

Il mio nonno materno, Giosuè Salatiello acquistò attorno tra il 1920 e il 1930 una casa di di villeggiatura, sita a Mondello, oltre la borgata marinara, in località Piano di Gallo, proprio nei pressi della famosa torre (Torre di Mondello o del Fico d'India) appartenente al sistema difensivo costiero, di avvistamento e di comunicazione della Sicilia.

Era una grande casa, squadrata, con molte stanze ariose, ingentilita da decorazioni liberty, da balconcini e da un piccolo porticato sul fronte della casa dove era ubicato l'ingresso, cui si accedeva per mezzo di una breve scalinata.

Tutt'attorno, la circondava un terreno non enorme, ma sufficiente, dove il nonno aveva anche realizzato il suo piccolo orticello e messo a dimora delle piante di fichi (di cui ricordo ancora che, da piccolo, feci delle memorabili scorpacciate).

Il luogo era selvaggio, quando mio nonno acquisto la casa: a parte il rudere della torre non vi erano altre case immediatamente vicine. Alle spalle quella acquistata dalle prozie (le sorelle della nonna, altrettanto, se non più grande, pure circondata da un terreno. Accanto il terremo dove poi i Crocco avrebbero costruito una casa più piccolina e subito oltre l'ingresso alla vasta area a quel tempo adibita a cava di ghiaia e che successivamente acquistata da qualcuno del posto rimase sostanzialmente inutilizzata (e venne poi trasformata nella Riserva Naturale Orientata di Capo Gallo).

Più distante, sull'altro versante del capo Gallo che cinge la baia di Mondello, un altra casa, ma abbastanza fuori dalla vista.

Il nonno amava questa casa e ne curava molto il terreno: sul fronte, aveva fatto mettere una vasca rotonda sormontata al centro da un puttino da cui sgorgava un getto d'acqua. Ci andavano sempre in villeggiatura, estate dopo estate, e ci stavano per un lungo periodo sino a tre mesi.

Mo nonno la frequentava sempre - anche d'inverno - perchè aveva il suo orticello da curare, sino a quando morì - eravamo ancora nell'anteguerra - per una complicazione infettiva legata al diabete di cui, da anni era sofferente.

Loro, invece, continuarono ad utilizzarla sino a poco dopo lo scoppio della guerra.

Poi, la casa, quando gli eventi bellici presero una brutta piega e i Tedeschi assunsero il controllo militare della Sicilia, venne requisita come punto idoneo all'osservazione costiera prima dagli stessi Tedeschi e poi dagli Americani. Al termine del conflitto mondiale, abbandonata dagli ultimi occupanti militari, e prima che la famiglia di mia madre potesse riprenderne il legittimo possesso, venne in parte vandalizzata e sottoposta a ruberie di suppellettili, utensili e libri da parte di ignoti (ma i sospetti dell'azione proditoria per mia madre e i suoi fratelli ricadevano senza ombra di dubbio su alcuni degli abitanti della vicina borgata marinara: ogni tanto gli sembrava di riconoscere qualcuna delle cose sottratte).

A questa casa erano legati molti dei ricordi di gioventù di mamma e dei suoi fratelli, ma anche dopo a lungo, alcuni di loro - quando si sposarono ed ebbero dei figli - continuarono ad tornarci per le vacanze estive, anche se per periodi più brevi, perchè si era in tanti e bisognava "democraticamente" dividersi per potere usufruire della casa.

E' per questo motivo che a questa casa e al suo giardino dove - con i miei cuginetti . passavo gran parte del tempo all'aperto (i medici allora prescrivano che i bambini stessero molto esposti ai raggi del sole, perchè era così che si combatteva il rachitismo), giocando e qualche volta ordendo monellerie delle quali io ero regolarmente (a volte ingiustamente) considerato il colpevole.

La casa purtroppo negli anni Sessanta venne venduta. Tra due opposti pareri (quello secondo cui la casa andava tenuta e, eventualmente, valorizzata, e quello dei venditori) prevalse quest'ultima linea.E purtroppo alla fine venne "svenduta", nel senso che se l'accaparrò il sensale a cui era stata affidata la vendita, dopo che costui ebbe scoraggiato tutti i potenziali acquirenti.

Chi la acquistò (ancora la costruzione non era stata censita dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali) fece della casa un restauro selvaggio "non conservativo", eliminando tutte le vestigia delle decorazioni liberty e trasformandola in un orrendo cubo di cemento, la cui facciata è dipinta - se non ricordo male - di bianco e di rosa.

Ogni volta che passò di lì penso con nostalgia a come era questa casa dei miei ricordi di infanzia e a quanto mia madre ci fosse legata.

Era, sostanzialmente, il luogo dei ricordi "comuni", visto che la maggior parte delle case che la famiglia di mia madre aveva abitato nell'infanzia e nell'adolescenza erano state tutte d'affitto e, quando finalmente i nonni avevano acquistato casa, già i destini dei fratelli avevano cominciato a separarsi: la casa di Mondello, invece, era quella in cui tutti tornavano e si ritrovavano tutti assieme e in cui presero forma le loro vite di adulti.

L'altro giorno mi sono imbattutto in una vecchia foto. Si tratta d'una panoramica presa dall'alto che raffigura la casa proprio come era all'inizio: sperduta in un luogo selvaggio e desolato (apparentemente) proprio al bordo della scogliera, un luogo che possiede tutte le qualità per attizzare delle fantasie romantiche. In questa foto, se si guarda bene, si noterà che alcune delle persiane sono aperte e che qualcosa è steso fuori: segno che era già abitata. E immagino come il nonno, pur severo e appassionato cultore della Latinità classica, abbia potuto innamorarsene quando lo accompagnarono per la prima volta sul posto come potenziale acquirente.

Guardando la foto, con una certa emozione, ho immaginato che il fotografo appostato con la sua ingombrante attrezzatura sullo sperone di roccia sovrastante avesse colto un momento in cui mia madre era in quella casa, assieme ai nonni e a tutti i suoi fratelli...

 

 Il sistema delle torri costiere di Sicilia


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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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