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11 ottobre 2011 2 11 /10 /ottobre /2011 15:37

Ambiente-e-luoghi 9129

 

Quel che resta...
Brocca rotta...
Hospice
Vecchio sanatorio...
Vaso reclinato...
Cantaro o seggetta
L'orrido nelle macerie del quotidiano...
La malinconia nello sguardo che vi si posa...
Accanto la festa, incongrua...
O è incongrua questa visione?
Passi attraverso un buco nel muro
e nessuno se ne accorge
Il semplice transito
da una parte all'altra,
sgusciando nel pertugio
che solo tu hai notato,
innesca una potente macchina del tempo
che ti porta molto avanti
o molto indietro
ma tu non lo sai
dove sei finito
Puoi soltanto contemplare
disorientato
qualcosa che resta
inquietante
d'un tempo che fu o che non è ancora
- o è un altro mondo, parallelo al nostro -
mentre accanto c'è ancora festa
e qui, in una dimensione extra-temporale
straniata
domina il silenzio che diventa fragore dirompente
insostenibile

Tu passi e nessuno si accorge
che sei scomparso,
transitato in un altrove

Poi ricompari,
e ancora una volta nessuno se ne accorge
come fossi l'uomo invisibile delle storie

E riprendi il tuo posto
nel flusso ordinario dei gesti quotidiani
ma il fragore di quel silenzio
ti è rimasto dentro
e ti accompagna

 

Foto di Maurizio Crispi

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11 ottobre 2011 2 11 /10 /ottobre /2011 15:20
 

vento.jpgIl vento porta doni

A volte parole che, strappate dalla pagina di un libro, volano via

A volte i versetti scritti su bandiere di preghiera sventolanti

A volte si tratta di oggetti che attraversano lo spazio e il tempo per raggiungerci

A volte ti può sbattere sulla testa un tegola o un ramo spezzato dalla sua furia ed è così che potresti ritrovarti al capolinea.

Il vento, oggi, mi ha regalato una bella fioriera di plastica della misura adatta per inserirla in un porta-fioriere di ferro battuto pensile che ho nel balcone.

La fioriera, dunque, l'ho raccattata da terra e l'ho portata a casa: in ottime condizioni. Pur di plastica, ancora destinata a durare un po' di tempo, e poco danneggiata dal volo che deve aver fatto da qulache balcone nei giorni scorsi che sono stati eccezionalmente ventosi...

Ho dunque pensato: "Il vento porta doni"...

Ma anche, subito dopo, ho ricordato la famosa frase virgiliana, messa in bocca a Lacoonte di Troia: "Timeo Danaos et dona ferentis"...

A caval donato non si guarda in bocca, eppure i Troiani non guardarono nella bocca o nella pancia del cavallo di legno che avevano ricevuto in dono dagli Achei al momento della loro dipartita. Furono invece certi - a torto - della benevolenza degli dei: e da questo loro errore di valutazione scaturì la loro fine.

Se solo avessero ascoltato le parole sagge di Lacoonte e avessero per un attimo riflettuto sulla sua brutta fine, assieme a figli (fine che interpretarono - in modo contrario - come espressione della giusta punizione per aver egli insinuato che il dono ricevuto potesse racchiudere un pericolo ed essere dunque infido...)!

Nel dono è sempre contenuta - come ben spiegano gli antropologi in numerosi saggi, a partire da quello - celebre - di Mauss - una ambivalenza di fondo.

Il dono viene fatto con ambivalenza (scaturisce da una commistione di amore/odio) e viene ricevuto con ambivalenza perchè se, da un lato suscita riconoscenza, dall'altro - proprio per via dell'obbligo - che genera nell'animo del ricevente suscita un pari (e forse più forte) movimento di aggressività nei confronti del donatore: un sentimento che, secondo le regole civili che disciplinano il dono - può essere sedato soltanto elargendo al donatore un dono di pari valore, in altri termini sdebitandosi (disobbligandosi), ma questo porta all'ovvio risultato della interazione simmetrica sino alle manifestazioni più estreme, studiate dagli antropologi, tra cui l'usanza del potlach tra alcuni popoli del Nord America.

 

laocoonte_g.jpg

 
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30 settembre 2011 5 30 /09 /settembre /2011 18:04

Frida-e-la-torta.jpg

 

Frida: Mmmmmmmm... Che odorino! Ora mi ci tuffo dentro...  E' davvero una splendida torta ... appena sfornata...Prima mi ci rotolo di sopra... e poi  mi ci tufferò dentro con voluttà ... Che goduria!
 

Io: Noooooo! Frida non lo fare!!!! Non è cosa che si mangi e nemmeno ti ci devi stricare voluttuosamente di sopra!!! Non farlo! Guai a te!
 

Frida: Ora lo faccio... Ora lo faccio... Apppena ti giri, sarà solo questione di un attimo... Te la faccio in barba, vedrai... Mi piace troppo rotolarmi nella cacca... Troppissimo...

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27 settembre 2011 2 27 /09 /settembre /2011 10:53

DSC07022R.JPGA Palazzo Adriano. L'altro giorno, mi trovavo a passeggiare nella piazza del paese (quella piazza di basolato che ha resistito intatto alla modernità, resa famosa dalle scene di "Nuovo Cinema paradiso".

E ho visto camminare un signore del paese, armato di ombrello, perchè il tempo era incerto e a intermittenza aveva piovuto per tutta la mattina. Ho pensato che si stesse facendo una camminatina salutista per prendere aria (Avrà appena pranzato - ho pensato - forse è il tempo di un po' di sano movimento per smuovere la digestione).
L'ho seguito con lo sguardo.

Ha attraversato la piazza e poi ha imboccato la lunga via che un tempo rappresentava il punto in cui terminava la strada proveniente da Prizzi (mentre adesso si esce dall'altro lato del paese e si può proseguire verso Bisacquino)
Dopo aver percorso tutto il rettifilo (lì, negli anni passati, era anche ubicata la stazione dove arrivava un tempo il trenino a vapore), si è seduto su una panchina solitaria posta proprio nel punto in cui la strada dritta, fiancheggiata da grandi alberi, curva decisa verso sinistra, addentrandosi in piena campagna (oltre 10 km di "deserto", prima di raggiungere le prime propaggini di Prizzi).
E lì si è fermato a lungo con fare meditativo, tenendo ambedue le mani poggiate al manico dell'ombrello puntellato tra le gambe, lo sguardo perso verso l'esterno, nella stessa direzione da dove un tewmpo arrivava sbuffando il treno a vapore a portare notizie e e innovazioni.
Una persona antica, d'altri tempi, mi è sembrata.
Ho riflettuto che lo sconosciuto forse ogni giorno indulge nel compimento di questo rituale, portandosi al limitare estremo del suo paese, come se quel punto fosse per lui il confine del mondo conosciuto... una sorta di Finisterre della mente (ma, nello stesso tempo, molto reale e concreto)...
Un tempo, ho continuaro a pensare tra me e me, i paesi, i villaggi, le piccole cittadine erano proprio questo: piccole isole di luce, di calore e di sicurezza, rispetto ad un vasto mondo sconosciuto e pieno di pericoli (che tuttavia poteva essere contemplato dall'estremo confine della propria certezza)...

Il mondo sconosciuto che un tempo veniva indicato dai cartografi antichi con la frase "Hic sunt leones" ("Qui ci sono le belve (e i mostri").
In quest'epoca di modernizzazione, in cui il segno del cambiamento è dato dal fatto che i paesani per fare i 500 metri da casa alla piazza salgono in automobile, questo signore è rimasto come ai tempi antichi.
Forse c'è da chiedersi perchè...
Può darsi che non possegga del tutto il bene dell'intelletto: è possibile, guardando alla foto con l'occhio clinico dello psichiatra.
Ma non è questo quello che conta.
Sia come sia, lui è rimasto e continua ad affacciarsi alle soglie del "nulla" per scrutarne l'insondabilità che non ha mai conosciuto e non ha mai nemmeno tentato di esplorare...
Mio padre da giovane passava lunghe estati qui a Palazzo Adriano e avev un carissimo amico d'infanzia e di adolescenza, tale "Peppinello".
Peppinello nacque e visse per tutta la sua vita a Palazzo Adriano, ci visse e ci morì, facendo il falegname e probabilmente finendo da morto in una cassa che lui stesso aveva costruito.
Mio padre e Peppinello erano grandi amici: ogni volta che mio padre tornava, c'erano grandi rimpatriate e abbracci calorosi.
Per Peppinello, mio padre era quello che aveva esplorato il mondo e che poteva raccontarglielo.

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20 settembre 2011 2 20 /09 /settembre /2011 18:36

ByMaurizioCrispi_DSC06665.JPG(19.09.2011) Alcuni giorni addietro a Palermo, quasi a marcare l'approssimarsi del transito da una stagione all'altra, si è scatenato un temporale - un violentissimo nubifragio, preceduto da raffiche di vento, quasi da tornado - che ha causato danni non indifferenti, squassando perfino alcuni aeroplani fermi in pista all'aeroporto di Punta Raisi e disancorando delle navi ormeggiate.Il maltempo ha avuto delle code anche nei giorni successivi, dando la sensazione di un transito brusco e fortemente melanconico dal caldo - per quanto insopportabile - di una tardiva impennata estiva e il buio e il freddo dell'autunno che velocemente, con l'ulteriore accorciarsi delle giornate transiterà nell'inverno.

Questo che segue è quanto che ho scritto mentre fuori furoreggiava il temporale e, poi, nelle ore successive, ispirato dalle foto che andavo scattando per documentare il fatto.

A Palermo impazza il temporale, preceduto da vento e dall'avanzare ominoso di grossi nuvoloni neri. Foglie e rami sollevati dal vento. Pioggia a secchiate: e, quasi quasi, non si vede più l'altro lato della strada. Traffico nel caos... allagamenti... Alla prima pioggia violenta i tombini si otturano sempre, perchè nessuno provvede a svuotarli dai detriti (o la fa solo di rado).
ByMaurizioCrispi_DSC06680La veranda di casa mia allagata: da sempre fa acqua in alcuni punti e non sono mai riuscito a far risolvere il problema...
Il vento stava per far volare via una pianta pensile e, sotto l'acqua scrosciante e protendendomi fuori dal parapetto, ho dovuta tagliarla alla base per poter riportare il vaso in cui era alloggiato in una posizione corretta e non pericolante nella fioriera in cui è da sempre alloggiato e riequilibrarlo (ma già da tempo pensavo che questa pianta avrei dovuto rimuoverla, perchè le sue dimensioni troppo rigogliose non mi davano più tranquillità)...
Insomma, si sono susseguiti cinque minuti concitati, l'atmofera di tregenda accresciuta da lampi e tuoni...
Ma non sarà per caso arrivato l'autunno?
Certo, ieri e l'altro ieri il caldo è stato semplicemente atroce...
Poi, ha finito di piovere e il vento si è placato... L'acqua ha cominciato ad evaporare e, di nuovo, ha cominciato a far caldo...
DSC06715Come un temporale monsonico, nè più, nè meno.
A Villa Sperlinga il vento, nel climax della tempesta, ha fatto crollare una palma il cui tronco era già eroso, forse dal Punteruolo rosso.
S'è abbattutta con un tonfo sull'asfalto, ostruendo la carreggiata con la sua chioma. Proprio dove passo ogni mattina nella mia passeggiata con Frida...
I datteri ancora acerbi che portava a centinaia si sono sparsi tutti a nera, come grosse olive oblunghe di un bel colore verde brillante.
Grandi ristagni d'acqua in cui si riflettono le panchine di pietra, alberi ed edifici.
La strada e il marciapiedi disseminati di aghi di pino e foglie fatti cadere dalla violenza delle gocce di pioggia e poi spostati dal vento.
Poco, dopo, ho adocchiato - in un giardinetto privato, un bel gattone beige che si scaldava al sole, mentre si guardava attorno guardingo...

 

DSC06703.JPG

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20 agosto 2011 6 20 /08 /agosto /2011 07:24

DSC04412.JPGOggi sono andato a fare una veloce operazione in banca e ho posteggiato la bici all'interno del giardinetto antistante. Non c'era fila da fare e sono stato dentro 10 minuti, non più di tanto.
All'uscita, la mia bici era sparita. Che mi venga un colpo! - ho pensato - osservando smarrito il muretto a cui l'avevo appoggiata, ora vuoto nel sole di mezzodì e, sperimentando, come sempre accade in questi casi, una sensazione di straniamento.
Niente di diverso dal solito.
Avevo fatto quello che faccio sempre: l'ho lasciata lì senza imbrigliarla con la catena.
Nelle decine di volte - forse centinaia - in cui mi è capitato di andare in banca, sino ad oggi - e il più delle volte con soste all'interno della banca piuttosto prolungate - nessuno me l'aveva mai presa...
Questa volta qualcosa è andato storto...
Forse qualcuno mi ha visto arrivare e ha approfittato dell'occasione favorevole (l'occasione fa l'uomo ladro). Solo così me lo spiego: perchè dalla strada la bici non è visibile, per come la metto solitamente.
Non ritengo plausibile la spiegazione che hanno dato alcuni miei amici: che sia stato qualuno che aveva perso l'autobus al passaggio e che, vedendo la bici, l'abbia inforcato per raggiungere il bus alla fermata successiva. Sembra un'ipotesi più da film e, in ogni caso, la bici - soprattutto qui a Palermo - dalle persone di povera cultura è vista più che altro come un mezzo di locomozione da poveri pitocchi.
Dovrebbe essere palesemente una bici di grande valore - una di quelle che costano migliaia di euro - per essere appetibile.
Questi fatti sono di quelle cose che, per un attimo, annientano la fiducia che cerchi di nutrire nei conronti del mondo... quando non vorresti doverti guardare attorno perennemente con sospetto ed ostilità...
Ti senti vittima di una forte ed intensa violenza psichica, in parte paragonabile a quello che provi quando, arrivando a casa, scopri che ti sono entrati i ladri a casa.
Anche se questo non è molto cristiano, ho augurato che sullo sconosciuto autore del misfatto potessero abbattersi dal cielo le peggiori disgrazie...
E, per decenza, non dico quali...
Una sorta di anatema alla maniera di Antonio Albanese, nei panni di Alex....

Alex e il motorino

 

 

 

Nella mia vita, di bici me ne hanno rubato tre.
Una ai tempi della scuola ed era una bellisima Bianchi sportiva super-leggera (per quei tempi e con cambio Campagnolo (che era di mio padre: gliel'avevo sgraffignata perchè mi piaceva di più, che, rispetto alla mia, era come una spiderina, leggera e con tante parti cromate.
La seconda me l'hanno rubata quando già andavo all'Università: ed era una Legnano. Ero andato alla Sede centrale dell'Ateneo per sbrigare delle pratiche burocratiche. Quando sono tornato, c'era la catena chiusa al palo (a tipo sfregio, anche se ancora oggi continuo a chiedrmi come avessero fatto) a cui avevo legato la bici, ma la bici era sparita.
Mi si è avvicinato uno e mi ha fatto capire che, se gli mollavo un 50.000 lire, la bici sarebbe potuta spuntare fuori e, decisamente, incazzato nero, gli ho detto di andare a fare in culo.
La terza è quella che mi hanno sottratto oggi.
Ci sarebbe stata in verità una quarta volta, ma poi le cose andarono diversamente. Avevo parcheggiato la bici davanti alla vetrina della libreria di una mia amica, Cettina, vicino al posto dove a quei tempi lavoravo (Via dei Cantieri). Sono uscito e la bici non c'era più. Ma lei che conosceva le persone della zona è riuscita a farmela riavere indietro e senza "pizzo".

 

 


 

E non posso che concludere queste brevi considerazioni senza pensare alla sequenza finale di "Ladri di Biciclette" di Vittorio De Sica.

 

 


 

 

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11 agosto 2011 4 11 /08 /agosto /2011 07:35

DSC05548.JPGL'altro giorno c'è stata la ricorrenza del mio compleanno, il 62° per l'esattezza).

Ci siamo ritrovati a pranzo con mio fratello, Flavia e nostra cugina Luciana, la nostra governante Maria e il badante rumeno.

Niente di che.

Il piacere di stare assieme in modo conviviale, con torta finale.

Flavia che mi conosce bene mi ha regalato una T-Shirt con icastico "messaggio".

"Non sono stato io" c'è scritto. Ma l'occhio cade inevitabilmente sulla parola "IO" che spicca rispetto alle altre per i suoi caratteri cubitali

Quell"IO..." così gigantesco,  in fondo, mette l'accento sull'ipertrofia dell'IO... ....scherzosamente, s'intende... si starà forse parlando di me?

Ma se, davanti a "IO", mettiamo una "D", cosa abbiamo come risultato?

Per decenza, non lo dico nemmeno...

Se ci mettiamo una "Z", la parola diventa peraltro un più bonario e addomesticato "zio"...

Sarò veramente tanto ipertrofico con questo mio "IO" ingombrante, invadente, che tende ad occupare tutti gli spazi disponibili?

Mi sembra tanto che sto parlando della famosa barzeletta (in verità si tratta di un'incisiva  vignetta) in cui un famoso psichiatra riceve nel suo studio un paziente che incede nella stanza in cui avverrà la consultazione vestito da Napoleone Bonaparte e con la mano infilata sotto il bordo del pastrano, come è nell'iconografia tradizionale.

Il paziente soffre evidentemente di "delirio di grandezza", per dirla in soldoni.

Lo psichiatra lo attende seduto ieratico alla sua scrivania, vestito anche lui da Napoleone, nella stessa identica postura, se non fosse che è assiso (come su un trono).

Lo pischiatra apre subito la conversazione per dire perentorio: "Innanzitutto, chiariamo chi è Napoleone qui"!

Beh, questa vignetta, mi ha sempre fatto ridere tanto e spesso l'ho citata spesso in forma aneddotica, anche per ridimensionarmi in qualche misura e per sottolineare il fatto che nella relazione terapeutica non c'è un normale (il medico) e un "malato", ma che entrambi - anche se in misura diversa - condividono o hanno condiviso esperienze comuni.

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9 agosto 2011 2 09 /08 /agosto /2011 07:45

estate-e-mare.jpgL'estate, soprattutto in questi ultimi anni, arriva davvero in un attimo: in passato, sentivo di più la progressione dei mesi e l'avvicinamento ai mesi estivi.

Oggi, non più, forse perchè sono cambiate le mie abitudini. Prima - anche a costo di fatiche non indifferenti, visto che lavoravo anche e che quindi dovevo sempre ricavarmi dei piccoli "spiragli" di tempo - facevo in modo di andare ogni giorno al mare: quindi, la progressione della stagione la sentivo profondamente, anche nel mio approccio al mare, i primi bagni, le uscite in barca, la temperatura dell'acqua.

In questi ultimi anni, niente, invece.

Me ne sto in città.

Guardo al mare (quantomeno il mare di Palermo e la sua spiaggia di Mondello) con un atteggiamento decisamente fobico. Troppo traffico per andare in auto, ma se vado con la moto e la parcheggio sul marciapiedi, poi mi prenderanno la multa (come, in effetti, è già capitato) e per andare in bici occorrono tempi lunghi e, invece, mi riduco sempre all'ultimo minuto e non ce la posso più fare ad andare e a tornare in tempo.

Allora, passo le giornate in città tra brevi uscite "sportive", come la corsetta mattutina o una breve (nei tempi e nella distanza) escursione in bici, p'asseggiate con la cagnetta e il disbrigo di cose utili e pratiche varie.

Ieri, mentre per la seconda volta facevo la fila allo sportello della banca, l'impiegato mi ha detto "Tanto lei non è pensionato?", come a dire che "Tanto, essendo pensionato, hai molto tempo libero per fare tutte le file del mondo".

Al che io ho replicato: "Quando lavoravo, queste piccole commissioi, potevano essere piacevoli diversivi... Ma, oggi, francamente, preferirei fare qualcosa di più piacevole...".

E quello si è messo a ridacchiare.

In città, mentre ci avviciniamo al Ferragosto, cui poi seguirà il declino dell'estate, fa un caldo davvero atroce, che non mi ispira affatto ad andare al mare nella bolgia.
La spiaggia di Palermo - Mondello Valdesi - bellissimo luogo d'inverno, diventa davvero impraticabile d'estate con gli schiamazzi, i motorini, le auto con gli stereo dolby surround system a tutto volume che fanno vibrare il terreno sotto i piedi, tale è la potenza dei bassi, gente surriscaldata, esagitata, sopra le righe, tutti urlanti e prevaricatori, e non auguro a nessuno di trovarcisi in mezzo, telefoni che squillano con suonerie fastidiose messe a tutto volume, conversazione al telefono urlate, schiamazzi, volgarità e clamori, pacchianerie che ti colpiscono come un pugno nello stomaco.

Anche se mio figlio ci si muove a suo agio e non manca di andarci ogni giorno, alzando appena il sopracciglio, quando io gli dico "Cosa vai a fare in quella confusione"?: ma i 17enni hanno un altro metro di giudizio.
Preferisco la quiete ombreggiata di casa, con qualche puntata fuori al parco vicino in orari praticabili...

E a casa leggere, scrivere, ascoltare della musica, dormicchiare...

Da casa, con la finestra aperta, si sentono le rondini che lanciano i loro richiami e il frinire delle cicale.
Solo qualche lontano rumore di traffico, ma molto in dissolvenza e tutto sommato accettabile: ci sono degli edifici che fanno da cortina sonora ad un tratto di strada dal traffico convulso a poche decine di metri dalle mie finestre.
Prima ero più coraggioso: andavo al mare ogni giorno d'estate, anche soltanto per un'ora.
Ma c'è da dire che i tempi sono anche diversi e adesso (senza ombra di razzismo da parte mia) sono calati a frotte i nuovi barbari...

Lady Frida è qui vicina a me, stesa sul fresco pavimento a dormicchiare, in attesa di uscire per la sua tranquilla passeggiata, anche se prima - lo so per certo - gradirebbe molto sgranocchiare uno di quei suoi biscottini...

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3 agosto 2011 3 03 /08 /agosto /2011 17:08

appeso-02-tarocchi.jpegAndando via da Curinga in auto, dopo alcune ore di sonno precario, a poca distanza dal paese, in corrispondenza d'un curvone panoramico, praticamente subito dopo aver passato la bella fabbrica del Santuario della Maria Santissima del Carmelo, ho notato un assembramento - non numeroso - di persone e di Carabinieri. Discutevano - poco - ma soprattutto guardavano in basso, al di là della ringhiera di ferro che delimita il marciapiedi. Poco più in là un grande bar moderno, luogo di sosta di chi è in transito lungo questa strada.
Una vista superba: un ripido pendio, ricoperto fitto da una distesa di ulivi ancora giovani.
Erba di campo e grandi cespugli di belle di notte punteggiate di fiori già parzialmente rinchiusi.
Il pendio digrada ripido e s'apre con una vista superba verso il mare di Pizzo Calabro e sulla sua spiaggia di graniglia bianca che si distende per chilometri e chlometri sino ai rilievi montuosi che annunciano altre asprezze delle Calabrie.
Grando nubi solcano il cielo spinte dalla brezza leggera e fresca. Il sole, ancora giovane dopo il sonno della notte, va e viene. Quando viene oscurato si sente freddino e viene la pelle d'oca, che arriva fastidiosa come un cattivo presagio.
Una visione pastorale, idilliaca, accentuata dalla piccola vertigine del vuoto per la ripidezza del tratto iniziale del pendio, dove tuttavia la mano alacre dell'uomo faber ha piantumato i giovani ulivi.
le-pendu-tarocchi.jpgMa quando ci si sporge per guardare meglio, l'idillio pastorale è rudemente spezzato dalla visione da un corpo sospeso ad un ramo d'ulivo, da cui pende con rigida immobilità quasi fosse una stuatua di cera oppure un manichino di paglia, come un tempo gli spaventepasseri, come forse dev'essere apparso il corpo di Giuda Iscariota dopo che, non reggendo al rimorso per il suo tradimento, s'appese ad un ramo di siliquastro.
Questa visione mi colpisce forte e duro, inattesa, come un pugno nello stomaco proveniente da un Cassius Clay,, lasciandomi senza fiato e stordito: orrore allo stadio, ma pure, compassione.

Vorrei scappare via: Perchè mi sono fermato, mi chiedo. Quale insana decisione! - penso.
Uno, anziano, con i capelli bianchi tagliati corti, quasi a spazzola, un paesano, viene nella mia direzione. Io sto un po' discosto dall'assembramento e non oso avvcinarmi.
Chiedo: Non è di qua?
No è forestiero! - e, toccandosi la testa con una mano con fare eloquente, aggiunge: A malatia è brutta!"
Altri commenti si aggiungono al coro, stagliandosi in maniera impressionistica dal brusio di sottofondo: "Unn'era buono di testa", "Capellone".
Uno mi si avvicina e dice "Ce ne vuole di coraggio..." senza proncunciare altre parole come consapevole che ci si trova davanti all'abisso, quando si decide di levare la mano su di sé.
Io replico: "A volte la disperazione spinge a fare cose inaudite..."
Altri fanno illazioni sul fatto che il "forestiero" fosse venuto qui a Curinga per la maratona...
appeso-Tarots.jpgMolti altri, nel mentre, vedendo l'assembramento, si fermano, parcheggiando le auto in transito e s'avvicinano quasi ci si trovasse ad uno show itinerante di grande attrazione, una specie di numero speciale di un moderno Circo Barnum degli orrori.
Uno si mette gli occhiali per vedere meglio
De adulti si avvicinano con due ragazzetti ciarlieri ed eccitati, di cui uno sicuramente appena decenne.
Io, che mi trovo al loro passaggio, indicando i due ragazzini, dico: Loro, non è il caso...
I due adulti allora li rimandano indietro e i due, privati del loro spettacolino, si lamentano e supplicano i due adulti di potere andare avanti.
Io mi sento straniato in tutto questo, guardo e non guardo e, comunque, preferisco non avvicinarmi troppo.
In vita - e pur essendo medico - non ho mai visto nè un morto ammazzato, né tanto meno suicidato, figuriamoci poi un impiccato (magari sarò stato anche fortunato... Solo una volta, durante un giro in bici, c'era un corpo senza vita riverso sull'asfalto della strada statale e un motorino buttato a terra poco discosto: era uno che era stato preso da un malore ed era crepato così, sul colpo)....
Solo nei film, ma alle immagini cruente dei film siamo abituati e, inconfronto, ora che ci penso, le scene di impiccaggione in confronto a quello che nella mia visione periferica ho visto sembra un po' posticcio e finto.
Quello che colpisce, qui, è la totale e completa immobilità di un corpo vivente sino a poco prima che ora sembra tramutato in una cosa, terreo e ed esangue nelle parti del corpo scoperte le mani e il colto: l'immobilità di un quarto di bue appeso al gancio del macellaio, la macabra finzione dell'essere vivente dello spaventapasseri, o anche il terrore che può incutere il revenant o lo zombie alla Romero.
The-hanged-man.jpgNoto, in questa visone a rate - a piccoli pezzetti - che la sua mano è stretta su una frasca dell'ulivo a cui s'è appeso, parzialmente strappata dall'ultima convulsione. Un piede dello sconosciuto è come puntellato sul ripido pendio. La testa lievemente girata di lato sembra voler volgere lo sguardo sul lontano paesaggio marino distante. Penso che all'ultimo, mentre cercava di bere l'ultimo sorso d'aria, mentre la gola gli si faceva stretta, se non gli si è spezzato il collo prima (improbabile, perchè non c'è stata una grande caduta e s'è strangolato, lasciandosi trascinare lentamente dal peso del corpo che faceva stringere sempre di più il cavo elettrico rvestito di plastica bianca, utilizzato per fare il cappio), deve avere avuto un ripensamento e che abbia cercato, in un ultimo - tardivo - empito, di fare marcia indietro. Chi può saperlo? Ma indubbiamente, salvo che non accadano catastrofi interiori, l'attaccamento alla vita è sempre molto forte e l'istinto di sopravvivenza tende a prevalere.
Intanto, circolano altre voci che - come in precedenza - mi arrivano a frammenti.
Un carabinere s'è calato giù nella scarpata e gli ha trovato indosso una Carta d'identità, nuova fiammante, plasticata. Ora, come novità, dicono che il giovane sia di Messina. Cosa era venuto a fare qua? Ma ancora: al bar  di fronte lo hanno visto alle prime luci del giorno. Qui, avrebbe preso un caffé e acquistato delle sigarette, ma anche chiamato un taxi per andar via. Infatti, poco dopo, quel taxi è arrivato e il suo guidatore cercava il cliente che lo aveva chiamato, senza trovarlo perchè era sparito repentinamente, poichè di botto aveva preso un'altra decisione.

Le cose saranno andate veramente così? Mah! Difficile poterlo dire.

I giallisti ci insegnano che ciò che appare, di rado, è ciò che veramente accaduto. A partire da questo spunto e dal macabro rinvenimento, sicuramente Camilleri ci potrebbe scrivere una bella storia...
Poi, si è sentita in lontananza una sirena. Era l'ambulanza a cui sarebbe spettato il triste compito di caricare il cadavere, dopo i rilievi della polizia scientifica che pure stava per arrivare.

E quella sirena che lacerava l'aria ha rappresentato l'ingresso, sulla scena, dell'ufficialità e delle formalità della legge. Infatti, quasi in concomitanza, arriva anche il magistrato di turno e, a questo punto, i Carabinieri - dandosi ua smossa - delimitano la scena ad ampio raggio con la stringa segnaletica bianco-rossa, esortando ruvidamente la gente ad allontanarsi e disperdendo i capanelli: "Voi qui non ci potete più stare. Allontanatevi"! (che suonava implicitamente: "Andate via! La festa dello sguardo morboso è finita. Accontentatevi di quello che vi abbiamo già concesso").
Sono andato via e ho ripreso il mio viaggio, ma quest'evento di cui ero stato testimone (vedendone solo l'effetto, senza conoscere le cause e i percorsi, e potendoli solo immaginare), mi è rimasto impresso con un effetto decisamente perturbante.

Pisanello_010.jpgL'immagine di quel corpo immoto, quella zazzera di capelli castani che il cavo, tendendosi, aveva leggermente sollevato, lasciando scoperta una parte della nuca con il suo biancore, la mano aggrappata al ramo dell'ulivo, ritornava di continuo, anche perchè il tipo indossava una T-Shirt dello stesso identico colore di quella che avevo indosso, sotto la felpa:  un colore insolito che avevo scelto appositamente, proprio perchè inusuale, nell'accettare l'omaggio di una maglietta dell'evento di corsa di Curinga del giorno prima.
La compassione nasce appunto dal fatto che ci sono degli elementi che ci consentono di identificarci con il nostro prossimo, trovando anche lievi e casuali agganci con il mondo esprienziale dell'altro, ma il rinvenimento di questi casuali punti di repere a volte può anche dar luogo ad un effetto perturbante: quello di fantasmi che ritornano a fare incursioni nella tua mente, gettandovi il seme dell'inquietudine.
Nei giorni successivi, ho fatto delle ricerche in internet, mettendo nel motore di ricerca combinazioni di parole del tipo: "Suicida a Curinga", oppure "Giovane s'impicca a Curinga". Eppure, non ho trovato nulla: niente di niente.
Tutto quello che ho visto, senza la convalida del corrispettivo d'una notizia circolante in rete, è rimasto così relegato al ricordo, scivolando in una dimensione onirica.
Mi interrogo se tutte le cose che ho descritto prima, io le abbia veramente viste, oppure se non le abbia semplicemente sognate o immaginate: a volte, questo scivolamento d'una cosa reale in una dimensione di sogno è anche un meccanismo di difesa che la mente mette in atto per distanziarsi da qualcosa che, se riconosciuta reale, sarebbe troppo forte da accettare e da elaborare.
Non posso non pensare all'immagine di questo sconosciuto che, nei suoi ultimi istanti, cerca di risucchiare l'ultimo sorso di aria nei polmoni, mentre la morsa del cappio gli si stringe sul collo e, intanto, la sua mano afferra convulsamente la frasca dell'ulivo e un piede si puntella a terra, per cercare di allentare la stretta implacabile del nodo.
Il trapasso, anche quando in un momento di disperazione lo si è cercato, è sempre una faccenda dura e penosa. "Tutti morimmo a stento" è la canzone di Fabrizio de André, ispirata alla Ballata degli Impiccati di François Villon.
Si muore sempre "a stento", se non si è pace con se stessi, lottando e imprecando e maledicendo: anche se la morte ricercata -  ancora di più quella attuata con il lancio nel vuoto - può racchiudere in sé il progetto (per quanto folle) di una vita rinnovata o nuova del tutto.
appeso.jpgMagari l'impiccato di Curinga, che non ha trovato pace nella vita che gli era stata data - mi viene da pensare adesso - avrà una migliore chance in una prossima esistenza, quando la sua anima, dopo aver girovagato inquieta nei luoghi della dipartita, risorgerà in un altro tempo e in un altro spazio.
Al riguardo, è singolare che la dodicesima carta degli arcani maggiori dei tarocchi, detta L'Appeso o L'Impiccato, o, nei mazzi più antichi, Il Traditore, abbia dei significati che sembrano avvicinarsi più alla vita che non alla morte. Sebbene la carta descriva un supplizio, il giovane appeso (a testa in giù nei tarocchi francesi, mentre in quelli siciliani è appeso per la testa) viene tradizionalmente raffigurato con un volto sereno, in preda all'estasi più che al dolore o all'umiliazione. In alcuni casi, come nei tarocchi Rider-Waite, ha anche il volto contornato da una aureola. A questi elementi, oltre che alla intrinseca ambiguità grafica della carta (che si presta a essere osservata capovolta) si riconducono molti dei significati simbolici associati all'Appeso in cartomanzia, che lo associano all'accettazione, all'armonia interiore o alla capacità di trascendere le convenzioni e osservare il mondo da un punto di vista più spirituale e, in ogni caso, alla scelta o sopportazione di una stasi momentanea, come strumento di cambiamento.

villon-epitaffio.jpgLa ballata degli impiccati (La ballade des Pendus), conosciuta anche come  L'epitaffio di Villon (L'épitaphe Villon) è il testamento spirituale del poeta francese François Villon, grande ribaldo, scalmanato e rissoso, mentre si trovava in prigione in attesa della pena che gli era stata comminata. Sembra che Villon proprio in quei giorni fosse ossessionato dallo spettro dell'impiccagione (tanto più temibile perchè a quei tempi, sovente, la pena continuava anche dopo la morte del condannato, il cui corpo - a monito per gli altri - doveva rimanere appeso, esposto alle intemperie, sino ad essere disseccato dal sole e scarnificato dai corvi). La Ballata è la sua poesia più conosciuta, pubblicata postuma nel 1489 e si pensa comunemente (anche se non è inconfutabilmente stabilito) che fu composta, mentre Villon era in carcere, in attesa della sua esecuzione, in seguito a l'affaire Ferrebouc che vedeva coinvolto un notaio pontificio, ferito durante una rissa.

 

Fratelli umani che dopo noi vivete,
non abbiate con noi i cuori induriti,
perché se avete pietà di noi, poveri,
Dio avrà più presto pietà di voi.
Voi ci vedete qui, in cinque, sei, appesi:
quanto alla nostra carne, troppo nutrita,
dopo molto tempo è divorata e putrida,
fino all'osso, siam polvere e cenere.
Della nostra sventura, nessun si rallegri,
ma pregate Dio che tutti noi assolva!


Per approfondimenti segui questo link oppure questo

 E' facile, fare l'associazione con la canzone di Fabrizio de André "Tutti morimmo a stento", di cui riporto qui il video che mi sembra assolutamente idoneo a far da colonna sonora a questo racconto

 

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28 luglio 2011 4 28 /07 /luglio /2011 19:01

legge-di-murphy.jpgDopo circa un secolo, ho portato l'auto al lavaggio. Faceva davvero schifo, letteralmente inguardabile. Stamane: sole cocente e un caldo da morire.

L'ho lasciata alla Stazione di servizio, mettendomi d'accordo con il gestore che sarei passato a ritirala attorno alle 16.00.

Dopo le 14.00, le condizioni atmosferiche sono velocemente cambiate: grandi nuvoloni neri si sono addensati e, infine, dalle 16.00 in poi, ci sono stati frequenti rovesci di pioggia, allietati da allegre e rutilanti scariche di tuoni e fulmini.

Insomma, morale della favola: quando sono uscito per andare a ritirare l'auto, all'orario concordato, pioveva a dirotto e, nel fare il tragitto a piedi, mi sono dovuto proteggere con il paracqua.

La macchina era stata ripulita e lavata, ma quando sono arrivato era stata abbondantemente rilavata dalla pioggia, ovvio: più tardi scoprirò se la pioggia era del tipo "fangoso".

Grande letizia la mia nel prendere atto della felice concomitanza, mentre il benzinaio mi guardava con quell'aria di commiserazione che si riserva allo sfigato di turno.

Avrei dovuto fidarmi delle previsioni meteo: in effetti, lo avevano annunciato che ci sarebbe stato un cambiamento repentino.

Ma chi va a ricordarsi delle condizioni meteo meteo delle prossime ore quando decide di portare la sua auto al lavaggio?

D'altra parte, la Legge di Murphy il cui primo assioma recita «Se qualcosa può andar male, lo farà», serve a descrivere proprio questo tipo di circostanze...

Ricordo che a mio padre succedeva sempre la stessa cosa (era una regola che piovesse subito dopo il lavaggio dell'auto) ed io mi divertivo molto.

Lui, permaloso, invariabilmente, si offendeva.

E io sghignazzavo: ora la ruota ha fatto il suo giro... e sono io che patisco gli effetti dei dogmi di Murphy

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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