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20 settembre 2011 2 20 /09 /settembre /2011 18:36

ByMaurizioCrispi_DSC06665.JPG(19.09.2011) Alcuni giorni addietro a Palermo, quasi a marcare l'approssimarsi del transito da una stagione all'altra, si è scatenato un temporale - un violentissimo nubifragio, preceduto da raffiche di vento, quasi da tornado - che ha causato danni non indifferenti, squassando perfino alcuni aeroplani fermi in pista all'aeroporto di Punta Raisi e disancorando delle navi ormeggiate.Il maltempo ha avuto delle code anche nei giorni successivi, dando la sensazione di un transito brusco e fortemente melanconico dal caldo - per quanto insopportabile - di una tardiva impennata estiva e il buio e il freddo dell'autunno che velocemente, con l'ulteriore accorciarsi delle giornate transiterà nell'inverno.

Questo che segue è quanto che ho scritto mentre fuori furoreggiava il temporale e, poi, nelle ore successive, ispirato dalle foto che andavo scattando per documentare il fatto.

A Palermo impazza il temporale, preceduto da vento e dall'avanzare ominoso di grossi nuvoloni neri. Foglie e rami sollevati dal vento. Pioggia a secchiate: e, quasi quasi, non si vede più l'altro lato della strada. Traffico nel caos... allagamenti... Alla prima pioggia violenta i tombini si otturano sempre, perchè nessuno provvede a svuotarli dai detriti (o la fa solo di rado).
ByMaurizioCrispi_DSC06680La veranda di casa mia allagata: da sempre fa acqua in alcuni punti e non sono mai riuscito a far risolvere il problema...
Il vento stava per far volare via una pianta pensile e, sotto l'acqua scrosciante e protendendomi fuori dal parapetto, ho dovuta tagliarla alla base per poter riportare il vaso in cui era alloggiato in una posizione corretta e non pericolante nella fioriera in cui è da sempre alloggiato e riequilibrarlo (ma già da tempo pensavo che questa pianta avrei dovuto rimuoverla, perchè le sue dimensioni troppo rigogliose non mi davano più tranquillità)...
Insomma, si sono susseguiti cinque minuti concitati, l'atmofera di tregenda accresciuta da lampi e tuoni...
Ma non sarà per caso arrivato l'autunno?
Certo, ieri e l'altro ieri il caldo è stato semplicemente atroce...
Poi, ha finito di piovere e il vento si è placato... L'acqua ha cominciato ad evaporare e, di nuovo, ha cominciato a far caldo...
DSC06715Come un temporale monsonico, nè più, nè meno.
A Villa Sperlinga il vento, nel climax della tempesta, ha fatto crollare una palma il cui tronco era già eroso, forse dal Punteruolo rosso.
S'è abbattutta con un tonfo sull'asfalto, ostruendo la carreggiata con la sua chioma. Proprio dove passo ogni mattina nella mia passeggiata con Frida...
I datteri ancora acerbi che portava a centinaia si sono sparsi tutti a nera, come grosse olive oblunghe di un bel colore verde brillante.
Grandi ristagni d'acqua in cui si riflettono le panchine di pietra, alberi ed edifici.
La strada e il marciapiedi disseminati di aghi di pino e foglie fatti cadere dalla violenza delle gocce di pioggia e poi spostati dal vento.
Poco, dopo, ho adocchiato - in un giardinetto privato, un bel gattone beige che si scaldava al sole, mentre si guardava attorno guardingo...

 

DSC06703.JPG

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20 agosto 2011 6 20 /08 /agosto /2011 07:24

DSC04412.JPGOggi sono andato a fare una veloce operazione in banca e ho posteggiato la bici all'interno del giardinetto antistante. Non c'era fila da fare e sono stato dentro 10 minuti, non più di tanto.
All'uscita, la mia bici era sparita. Che mi venga un colpo! - ho pensato - osservando smarrito il muretto a cui l'avevo appoggiata, ora vuoto nel sole di mezzodì e, sperimentando, come sempre accade in questi casi, una sensazione di straniamento.
Niente di diverso dal solito.
Avevo fatto quello che faccio sempre: l'ho lasciata lì senza imbrigliarla con la catena.
Nelle decine di volte - forse centinaia - in cui mi è capitato di andare in banca, sino ad oggi - e il più delle volte con soste all'interno della banca piuttosto prolungate - nessuno me l'aveva mai presa...
Questa volta qualcosa è andato storto...
Forse qualcuno mi ha visto arrivare e ha approfittato dell'occasione favorevole (l'occasione fa l'uomo ladro). Solo così me lo spiego: perchè dalla strada la bici non è visibile, per come la metto solitamente.
Non ritengo plausibile la spiegazione che hanno dato alcuni miei amici: che sia stato qualuno che aveva perso l'autobus al passaggio e che, vedendo la bici, l'abbia inforcato per raggiungere il bus alla fermata successiva. Sembra un'ipotesi più da film e, in ogni caso, la bici - soprattutto qui a Palermo - dalle persone di povera cultura è vista più che altro come un mezzo di locomozione da poveri pitocchi.
Dovrebbe essere palesemente una bici di grande valore - una di quelle che costano migliaia di euro - per essere appetibile.
Questi fatti sono di quelle cose che, per un attimo, annientano la fiducia che cerchi di nutrire nei conronti del mondo... quando non vorresti doverti guardare attorno perennemente con sospetto ed ostilità...
Ti senti vittima di una forte ed intensa violenza psichica, in parte paragonabile a quello che provi quando, arrivando a casa, scopri che ti sono entrati i ladri a casa.
Anche se questo non è molto cristiano, ho augurato che sullo sconosciuto autore del misfatto potessero abbattersi dal cielo le peggiori disgrazie...
E, per decenza, non dico quali...
Una sorta di anatema alla maniera di Antonio Albanese, nei panni di Alex....

Alex e il motorino

 

 

 

Nella mia vita, di bici me ne hanno rubato tre.
Una ai tempi della scuola ed era una bellisima Bianchi sportiva super-leggera (per quei tempi e con cambio Campagnolo (che era di mio padre: gliel'avevo sgraffignata perchè mi piaceva di più, che, rispetto alla mia, era come una spiderina, leggera e con tante parti cromate.
La seconda me l'hanno rubata quando già andavo all'Università: ed era una Legnano. Ero andato alla Sede centrale dell'Ateneo per sbrigare delle pratiche burocratiche. Quando sono tornato, c'era la catena chiusa al palo (a tipo sfregio, anche se ancora oggi continuo a chiedrmi come avessero fatto) a cui avevo legato la bici, ma la bici era sparita.
Mi si è avvicinato uno e mi ha fatto capire che, se gli mollavo un 50.000 lire, la bici sarebbe potuta spuntare fuori e, decisamente, incazzato nero, gli ho detto di andare a fare in culo.
La terza è quella che mi hanno sottratto oggi.
Ci sarebbe stata in verità una quarta volta, ma poi le cose andarono diversamente. Avevo parcheggiato la bici davanti alla vetrina della libreria di una mia amica, Cettina, vicino al posto dove a quei tempi lavoravo (Via dei Cantieri). Sono uscito e la bici non c'era più. Ma lei che conosceva le persone della zona è riuscita a farmela riavere indietro e senza "pizzo".

 

 


 

E non posso che concludere queste brevi considerazioni senza pensare alla sequenza finale di "Ladri di Biciclette" di Vittorio De Sica.

 

 


 

 

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11 agosto 2011 4 11 /08 /agosto /2011 07:35

DSC05548.JPGL'altro giorno c'è stata la ricorrenza del mio compleanno, il 62° per l'esattezza).

Ci siamo ritrovati a pranzo con mio fratello, Flavia e nostra cugina Luciana, la nostra governante Maria e il badante rumeno.

Niente di che.

Il piacere di stare assieme in modo conviviale, con torta finale.

Flavia che mi conosce bene mi ha regalato una T-Shirt con icastico "messaggio".

"Non sono stato io" c'è scritto. Ma l'occhio cade inevitabilmente sulla parola "IO" che spicca rispetto alle altre per i suoi caratteri cubitali

Quell"IO..." così gigantesco,  in fondo, mette l'accento sull'ipertrofia dell'IO... ....scherzosamente, s'intende... si starà forse parlando di me?

Ma se, davanti a "IO", mettiamo una "D", cosa abbiamo come risultato?

Per decenza, non lo dico nemmeno...

Se ci mettiamo una "Z", la parola diventa peraltro un più bonario e addomesticato "zio"...

Sarò veramente tanto ipertrofico con questo mio "IO" ingombrante, invadente, che tende ad occupare tutti gli spazi disponibili?

Mi sembra tanto che sto parlando della famosa barzeletta (in verità si tratta di un'incisiva  vignetta) in cui un famoso psichiatra riceve nel suo studio un paziente che incede nella stanza in cui avverrà la consultazione vestito da Napoleone Bonaparte e con la mano infilata sotto il bordo del pastrano, come è nell'iconografia tradizionale.

Il paziente soffre evidentemente di "delirio di grandezza", per dirla in soldoni.

Lo psichiatra lo attende seduto ieratico alla sua scrivania, vestito anche lui da Napoleone, nella stessa identica postura, se non fosse che è assiso (come su un trono).

Lo pischiatra apre subito la conversazione per dire perentorio: "Innanzitutto, chiariamo chi è Napoleone qui"!

Beh, questa vignetta, mi ha sempre fatto ridere tanto e spesso l'ho citata spesso in forma aneddotica, anche per ridimensionarmi in qualche misura e per sottolineare il fatto che nella relazione terapeutica non c'è un normale (il medico) e un "malato", ma che entrambi - anche se in misura diversa - condividono o hanno condiviso esperienze comuni.

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9 agosto 2011 2 09 /08 /agosto /2011 07:45

estate-e-mare.jpgL'estate, soprattutto in questi ultimi anni, arriva davvero in un attimo: in passato, sentivo di più la progressione dei mesi e l'avvicinamento ai mesi estivi.

Oggi, non più, forse perchè sono cambiate le mie abitudini. Prima - anche a costo di fatiche non indifferenti, visto che lavoravo anche e che quindi dovevo sempre ricavarmi dei piccoli "spiragli" di tempo - facevo in modo di andare ogni giorno al mare: quindi, la progressione della stagione la sentivo profondamente, anche nel mio approccio al mare, i primi bagni, le uscite in barca, la temperatura dell'acqua.

In questi ultimi anni, niente, invece.

Me ne sto in città.

Guardo al mare (quantomeno il mare di Palermo e la sua spiaggia di Mondello) con un atteggiamento decisamente fobico. Troppo traffico per andare in auto, ma se vado con la moto e la parcheggio sul marciapiedi, poi mi prenderanno la multa (come, in effetti, è già capitato) e per andare in bici occorrono tempi lunghi e, invece, mi riduco sempre all'ultimo minuto e non ce la posso più fare ad andare e a tornare in tempo.

Allora, passo le giornate in città tra brevi uscite "sportive", come la corsetta mattutina o una breve (nei tempi e nella distanza) escursione in bici, p'asseggiate con la cagnetta e il disbrigo di cose utili e pratiche varie.

Ieri, mentre per la seconda volta facevo la fila allo sportello della banca, l'impiegato mi ha detto "Tanto lei non è pensionato?", come a dire che "Tanto, essendo pensionato, hai molto tempo libero per fare tutte le file del mondo".

Al che io ho replicato: "Quando lavoravo, queste piccole commissioi, potevano essere piacevoli diversivi... Ma, oggi, francamente, preferirei fare qualcosa di più piacevole...".

E quello si è messo a ridacchiare.

In città, mentre ci avviciniamo al Ferragosto, cui poi seguirà il declino dell'estate, fa un caldo davvero atroce, che non mi ispira affatto ad andare al mare nella bolgia.
La spiaggia di Palermo - Mondello Valdesi - bellissimo luogo d'inverno, diventa davvero impraticabile d'estate con gli schiamazzi, i motorini, le auto con gli stereo dolby surround system a tutto volume che fanno vibrare il terreno sotto i piedi, tale è la potenza dei bassi, gente surriscaldata, esagitata, sopra le righe, tutti urlanti e prevaricatori, e non auguro a nessuno di trovarcisi in mezzo, telefoni che squillano con suonerie fastidiose messe a tutto volume, conversazione al telefono urlate, schiamazzi, volgarità e clamori, pacchianerie che ti colpiscono come un pugno nello stomaco.

Anche se mio figlio ci si muove a suo agio e non manca di andarci ogni giorno, alzando appena il sopracciglio, quando io gli dico "Cosa vai a fare in quella confusione"?: ma i 17enni hanno un altro metro di giudizio.
Preferisco la quiete ombreggiata di casa, con qualche puntata fuori al parco vicino in orari praticabili...

E a casa leggere, scrivere, ascoltare della musica, dormicchiare...

Da casa, con la finestra aperta, si sentono le rondini che lanciano i loro richiami e il frinire delle cicale.
Solo qualche lontano rumore di traffico, ma molto in dissolvenza e tutto sommato accettabile: ci sono degli edifici che fanno da cortina sonora ad un tratto di strada dal traffico convulso a poche decine di metri dalle mie finestre.
Prima ero più coraggioso: andavo al mare ogni giorno d'estate, anche soltanto per un'ora.
Ma c'è da dire che i tempi sono anche diversi e adesso (senza ombra di razzismo da parte mia) sono calati a frotte i nuovi barbari...

Lady Frida è qui vicina a me, stesa sul fresco pavimento a dormicchiare, in attesa di uscire per la sua tranquilla passeggiata, anche se prima - lo so per certo - gradirebbe molto sgranocchiare uno di quei suoi biscottini...

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3 agosto 2011 3 03 /08 /agosto /2011 17:08

appeso-02-tarocchi.jpegAndando via da Curinga in auto, dopo alcune ore di sonno precario, a poca distanza dal paese, in corrispondenza d'un curvone panoramico, praticamente subito dopo aver passato la bella fabbrica del Santuario della Maria Santissima del Carmelo, ho notato un assembramento - non numeroso - di persone e di Carabinieri. Discutevano - poco - ma soprattutto guardavano in basso, al di là della ringhiera di ferro che delimita il marciapiedi. Poco più in là un grande bar moderno, luogo di sosta di chi è in transito lungo questa strada.
Una vista superba: un ripido pendio, ricoperto fitto da una distesa di ulivi ancora giovani.
Erba di campo e grandi cespugli di belle di notte punteggiate di fiori già parzialmente rinchiusi.
Il pendio digrada ripido e s'apre con una vista superba verso il mare di Pizzo Calabro e sulla sua spiaggia di graniglia bianca che si distende per chilometri e chlometri sino ai rilievi montuosi che annunciano altre asprezze delle Calabrie.
Grando nubi solcano il cielo spinte dalla brezza leggera e fresca. Il sole, ancora giovane dopo il sonno della notte, va e viene. Quando viene oscurato si sente freddino e viene la pelle d'oca, che arriva fastidiosa come un cattivo presagio.
Una visione pastorale, idilliaca, accentuata dalla piccola vertigine del vuoto per la ripidezza del tratto iniziale del pendio, dove tuttavia la mano alacre dell'uomo faber ha piantumato i giovani ulivi.
le-pendu-tarocchi.jpgMa quando ci si sporge per guardare meglio, l'idillio pastorale è rudemente spezzato dalla visione da un corpo sospeso ad un ramo d'ulivo, da cui pende con rigida immobilità quasi fosse una stuatua di cera oppure un manichino di paglia, come un tempo gli spaventepasseri, come forse dev'essere apparso il corpo di Giuda Iscariota dopo che, non reggendo al rimorso per il suo tradimento, s'appese ad un ramo di siliquastro.
Questa visione mi colpisce forte e duro, inattesa, come un pugno nello stomaco proveniente da un Cassius Clay,, lasciandomi senza fiato e stordito: orrore allo stadio, ma pure, compassione.

Vorrei scappare via: Perchè mi sono fermato, mi chiedo. Quale insana decisione! - penso.
Uno, anziano, con i capelli bianchi tagliati corti, quasi a spazzola, un paesano, viene nella mia direzione. Io sto un po' discosto dall'assembramento e non oso avvcinarmi.
Chiedo: Non è di qua?
No è forestiero! - e, toccandosi la testa con una mano con fare eloquente, aggiunge: A malatia è brutta!"
Altri commenti si aggiungono al coro, stagliandosi in maniera impressionistica dal brusio di sottofondo: "Unn'era buono di testa", "Capellone".
Uno mi si avvicina e dice "Ce ne vuole di coraggio..." senza proncunciare altre parole come consapevole che ci si trova davanti all'abisso, quando si decide di levare la mano su di sé.
Io replico: "A volte la disperazione spinge a fare cose inaudite..."
Altri fanno illazioni sul fatto che il "forestiero" fosse venuto qui a Curinga per la maratona...
appeso-Tarots.jpgMolti altri, nel mentre, vedendo l'assembramento, si fermano, parcheggiando le auto in transito e s'avvicinano quasi ci si trovasse ad uno show itinerante di grande attrazione, una specie di numero speciale di un moderno Circo Barnum degli orrori.
Uno si mette gli occhiali per vedere meglio
De adulti si avvicinano con due ragazzetti ciarlieri ed eccitati, di cui uno sicuramente appena decenne.
Io, che mi trovo al loro passaggio, indicando i due ragazzini, dico: Loro, non è il caso...
I due adulti allora li rimandano indietro e i due, privati del loro spettacolino, si lamentano e supplicano i due adulti di potere andare avanti.
Io mi sento straniato in tutto questo, guardo e non guardo e, comunque, preferisco non avvicinarmi troppo.
In vita - e pur essendo medico - non ho mai visto nè un morto ammazzato, né tanto meno suicidato, figuriamoci poi un impiccato (magari sarò stato anche fortunato... Solo una volta, durante un giro in bici, c'era un corpo senza vita riverso sull'asfalto della strada statale e un motorino buttato a terra poco discosto: era uno che era stato preso da un malore ed era crepato così, sul colpo)....
Solo nei film, ma alle immagini cruente dei film siamo abituati e, inconfronto, ora che ci penso, le scene di impiccaggione in confronto a quello che nella mia visione periferica ho visto sembra un po' posticcio e finto.
Quello che colpisce, qui, è la totale e completa immobilità di un corpo vivente sino a poco prima che ora sembra tramutato in una cosa, terreo e ed esangue nelle parti del corpo scoperte le mani e il colto: l'immobilità di un quarto di bue appeso al gancio del macellaio, la macabra finzione dell'essere vivente dello spaventapasseri, o anche il terrore che può incutere il revenant o lo zombie alla Romero.
The-hanged-man.jpgNoto, in questa visone a rate - a piccoli pezzetti - che la sua mano è stretta su una frasca dell'ulivo a cui s'è appeso, parzialmente strappata dall'ultima convulsione. Un piede dello sconosciuto è come puntellato sul ripido pendio. La testa lievemente girata di lato sembra voler volgere lo sguardo sul lontano paesaggio marino distante. Penso che all'ultimo, mentre cercava di bere l'ultimo sorso d'aria, mentre la gola gli si faceva stretta, se non gli si è spezzato il collo prima (improbabile, perchè non c'è stata una grande caduta e s'è strangolato, lasciandosi trascinare lentamente dal peso del corpo che faceva stringere sempre di più il cavo elettrico rvestito di plastica bianca, utilizzato per fare il cappio), deve avere avuto un ripensamento e che abbia cercato, in un ultimo - tardivo - empito, di fare marcia indietro. Chi può saperlo? Ma indubbiamente, salvo che non accadano catastrofi interiori, l'attaccamento alla vita è sempre molto forte e l'istinto di sopravvivenza tende a prevalere.
Intanto, circolano altre voci che - come in precedenza - mi arrivano a frammenti.
Un carabinere s'è calato giù nella scarpata e gli ha trovato indosso una Carta d'identità, nuova fiammante, plasticata. Ora, come novità, dicono che il giovane sia di Messina. Cosa era venuto a fare qua? Ma ancora: al bar  di fronte lo hanno visto alle prime luci del giorno. Qui, avrebbe preso un caffé e acquistato delle sigarette, ma anche chiamato un taxi per andar via. Infatti, poco dopo, quel taxi è arrivato e il suo guidatore cercava il cliente che lo aveva chiamato, senza trovarlo perchè era sparito repentinamente, poichè di botto aveva preso un'altra decisione.

Le cose saranno andate veramente così? Mah! Difficile poterlo dire.

I giallisti ci insegnano che ciò che appare, di rado, è ciò che veramente accaduto. A partire da questo spunto e dal macabro rinvenimento, sicuramente Camilleri ci potrebbe scrivere una bella storia...
Poi, si è sentita in lontananza una sirena. Era l'ambulanza a cui sarebbe spettato il triste compito di caricare il cadavere, dopo i rilievi della polizia scientifica che pure stava per arrivare.

E quella sirena che lacerava l'aria ha rappresentato l'ingresso, sulla scena, dell'ufficialità e delle formalità della legge. Infatti, quasi in concomitanza, arriva anche il magistrato di turno e, a questo punto, i Carabinieri - dandosi ua smossa - delimitano la scena ad ampio raggio con la stringa segnaletica bianco-rossa, esortando ruvidamente la gente ad allontanarsi e disperdendo i capanelli: "Voi qui non ci potete più stare. Allontanatevi"! (che suonava implicitamente: "Andate via! La festa dello sguardo morboso è finita. Accontentatevi di quello che vi abbiamo già concesso").
Sono andato via e ho ripreso il mio viaggio, ma quest'evento di cui ero stato testimone (vedendone solo l'effetto, senza conoscere le cause e i percorsi, e potendoli solo immaginare), mi è rimasto impresso con un effetto decisamente perturbante.

Pisanello_010.jpgL'immagine di quel corpo immoto, quella zazzera di capelli castani che il cavo, tendendosi, aveva leggermente sollevato, lasciando scoperta una parte della nuca con il suo biancore, la mano aggrappata al ramo dell'ulivo, ritornava di continuo, anche perchè il tipo indossava una T-Shirt dello stesso identico colore di quella che avevo indosso, sotto la felpa:  un colore insolito che avevo scelto appositamente, proprio perchè inusuale, nell'accettare l'omaggio di una maglietta dell'evento di corsa di Curinga del giorno prima.
La compassione nasce appunto dal fatto che ci sono degli elementi che ci consentono di identificarci con il nostro prossimo, trovando anche lievi e casuali agganci con il mondo esprienziale dell'altro, ma il rinvenimento di questi casuali punti di repere a volte può anche dar luogo ad un effetto perturbante: quello di fantasmi che ritornano a fare incursioni nella tua mente, gettandovi il seme dell'inquietudine.
Nei giorni successivi, ho fatto delle ricerche in internet, mettendo nel motore di ricerca combinazioni di parole del tipo: "Suicida a Curinga", oppure "Giovane s'impicca a Curinga". Eppure, non ho trovato nulla: niente di niente.
Tutto quello che ho visto, senza la convalida del corrispettivo d'una notizia circolante in rete, è rimasto così relegato al ricordo, scivolando in una dimensione onirica.
Mi interrogo se tutte le cose che ho descritto prima, io le abbia veramente viste, oppure se non le abbia semplicemente sognate o immaginate: a volte, questo scivolamento d'una cosa reale in una dimensione di sogno è anche un meccanismo di difesa che la mente mette in atto per distanziarsi da qualcosa che, se riconosciuta reale, sarebbe troppo forte da accettare e da elaborare.
Non posso non pensare all'immagine di questo sconosciuto che, nei suoi ultimi istanti, cerca di risucchiare l'ultimo sorso di aria nei polmoni, mentre la morsa del cappio gli si stringe sul collo e, intanto, la sua mano afferra convulsamente la frasca dell'ulivo e un piede si puntella a terra, per cercare di allentare la stretta implacabile del nodo.
Il trapasso, anche quando in un momento di disperazione lo si è cercato, è sempre una faccenda dura e penosa. "Tutti morimmo a stento" è la canzone di Fabrizio de André, ispirata alla Ballata degli Impiccati di François Villon.
Si muore sempre "a stento", se non si è pace con se stessi, lottando e imprecando e maledicendo: anche se la morte ricercata -  ancora di più quella attuata con il lancio nel vuoto - può racchiudere in sé il progetto (per quanto folle) di una vita rinnovata o nuova del tutto.
appeso.jpgMagari l'impiccato di Curinga, che non ha trovato pace nella vita che gli era stata data - mi viene da pensare adesso - avrà una migliore chance in una prossima esistenza, quando la sua anima, dopo aver girovagato inquieta nei luoghi della dipartita, risorgerà in un altro tempo e in un altro spazio.
Al riguardo, è singolare che la dodicesima carta degli arcani maggiori dei tarocchi, detta L'Appeso o L'Impiccato, o, nei mazzi più antichi, Il Traditore, abbia dei significati che sembrano avvicinarsi più alla vita che non alla morte. Sebbene la carta descriva un supplizio, il giovane appeso (a testa in giù nei tarocchi francesi, mentre in quelli siciliani è appeso per la testa) viene tradizionalmente raffigurato con un volto sereno, in preda all'estasi più che al dolore o all'umiliazione. In alcuni casi, come nei tarocchi Rider-Waite, ha anche il volto contornato da una aureola. A questi elementi, oltre che alla intrinseca ambiguità grafica della carta (che si presta a essere osservata capovolta) si riconducono molti dei significati simbolici associati all'Appeso in cartomanzia, che lo associano all'accettazione, all'armonia interiore o alla capacità di trascendere le convenzioni e osservare il mondo da un punto di vista più spirituale e, in ogni caso, alla scelta o sopportazione di una stasi momentanea, come strumento di cambiamento.

villon-epitaffio.jpgLa ballata degli impiccati (La ballade des Pendus), conosciuta anche come  L'epitaffio di Villon (L'épitaphe Villon) è il testamento spirituale del poeta francese François Villon, grande ribaldo, scalmanato e rissoso, mentre si trovava in prigione in attesa della pena che gli era stata comminata. Sembra che Villon proprio in quei giorni fosse ossessionato dallo spettro dell'impiccagione (tanto più temibile perchè a quei tempi, sovente, la pena continuava anche dopo la morte del condannato, il cui corpo - a monito per gli altri - doveva rimanere appeso, esposto alle intemperie, sino ad essere disseccato dal sole e scarnificato dai corvi). La Ballata è la sua poesia più conosciuta, pubblicata postuma nel 1489 e si pensa comunemente (anche se non è inconfutabilmente stabilito) che fu composta, mentre Villon era in carcere, in attesa della sua esecuzione, in seguito a l'affaire Ferrebouc che vedeva coinvolto un notaio pontificio, ferito durante una rissa.

 

Fratelli umani che dopo noi vivete,
non abbiate con noi i cuori induriti,
perché se avete pietà di noi, poveri,
Dio avrà più presto pietà di voi.
Voi ci vedete qui, in cinque, sei, appesi:
quanto alla nostra carne, troppo nutrita,
dopo molto tempo è divorata e putrida,
fino all'osso, siam polvere e cenere.
Della nostra sventura, nessun si rallegri,
ma pregate Dio che tutti noi assolva!


Per approfondimenti segui questo link oppure questo

 E' facile, fare l'associazione con la canzone di Fabrizio de André "Tutti morimmo a stento", di cui riporto qui il video che mi sembra assolutamente idoneo a far da colonna sonora a questo racconto

 

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28 luglio 2011 4 28 /07 /luglio /2011 19:01

legge-di-murphy.jpgDopo circa un secolo, ho portato l'auto al lavaggio. Faceva davvero schifo, letteralmente inguardabile. Stamane: sole cocente e un caldo da morire.

L'ho lasciata alla Stazione di servizio, mettendomi d'accordo con il gestore che sarei passato a ritirala attorno alle 16.00.

Dopo le 14.00, le condizioni atmosferiche sono velocemente cambiate: grandi nuvoloni neri si sono addensati e, infine, dalle 16.00 in poi, ci sono stati frequenti rovesci di pioggia, allietati da allegre e rutilanti scariche di tuoni e fulmini.

Insomma, morale della favola: quando sono uscito per andare a ritirare l'auto, all'orario concordato, pioveva a dirotto e, nel fare il tragitto a piedi, mi sono dovuto proteggere con il paracqua.

La macchina era stata ripulita e lavata, ma quando sono arrivato era stata abbondantemente rilavata dalla pioggia, ovvio: più tardi scoprirò se la pioggia era del tipo "fangoso".

Grande letizia la mia nel prendere atto della felice concomitanza, mentre il benzinaio mi guardava con quell'aria di commiserazione che si riserva allo sfigato di turno.

Avrei dovuto fidarmi delle previsioni meteo: in effetti, lo avevano annunciato che ci sarebbe stato un cambiamento repentino.

Ma chi va a ricordarsi delle condizioni meteo meteo delle prossime ore quando decide di portare la sua auto al lavaggio?

D'altra parte, la Legge di Murphy il cui primo assioma recita «Se qualcosa può andar male, lo farà», serve a descrivere proprio questo tipo di circostanze...

Ricordo che a mio padre succedeva sempre la stessa cosa (era una regola che piovesse subito dopo il lavaggio dell'auto) ed io mi divertivo molto.

Lui, permaloso, invariabilmente, si offendeva.

E io sghignazzavo: ora la ruota ha fatto il suo giro... e sono io che patisco gli effetti dei dogmi di Murphy

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17 luglio 2011 7 17 /07 /luglio /2011 23:36
DSC04731.JPG  DSC04736

 

Ombrello cinese ondeggia
lungo la strada assolata

Un tocco tutto orientale
nella luce accecante
dell'ora meridiana

Un tocco di gentilezza
nel deserto cementificato
del sabato mattina

Passo oltre
sotto l'ombrellino gentile
c'è una signora obesa
Non ha i tratti orientali
ma quelli nostrani
che di più non si può

Arranca traballando
sui suoi piedi tondi,
eppure questo vezzo
tutto orientale dell'ombrellino

che ogni tanto ruota con vezzo

la ingentilisce e me la rende simpatica

E poi: Ma dove starà mai andando nella calura?

Più avanti, nel lungo viale
ombreggiato di platani
e rivestito d'uno spesso tappeto
di foglie secche e accartocciate
in strane forme tridimensionali
una figuretta avanza piano,
biancovestita

Gorssi occhiali da sole
le ricoprono il viso
Non che sia particolarmente attraente
ma tutta vestita di bianco com'è

e nella scenografia della strada vuota e solitaria

è un piccolo colpo d'occhio,

in qualche misura estetico

- da film forse -

e uno che passa sul motorino
si ferma a molestarla
con frasi sconce e volgari inviti

Poi, fatta la sua parte
di pessimo macho latino,

il gaglioffo se ne va
lasciando la figuretta sola
che continua impertubabile ad avanzare

Una grossa signora obesa
avanza faticosamente sullo stesso marciapiedi,
solcando le foglie

con grossi piedi che ciabattano

e intanto s'appoggia,
a mo' di bastone, ad un grazioso ombrellino
rosso, avvolto e chiuso

Un senso di estraniamento mi prende

nell'osservarla.
Sarà la stessa di prima?

No, no! Quella di prima
aveva un ombrellino rosa, cinese.
Questo è chiuso e non si può dire se sia cinese...
Eppure, la forma dell'obesità è identica,
identico quell'incedere oscillante ed incerto,

eppure deciso.

PIù avanti, in là nello spazio e nel tempo

- ormai s'è fatta notte e l'aria s'è fatta fresca -

nella villa comunale da dove passo ogni giorno

extracomunitari tamil (così pare),

in un piccolo slargo arredato con panche di pietra

hanno allestito un tavolo quadrato con tanto di tovaglia bianca

che hanno portato da casa assieme ad alcune sedie,

e, attorno a questo arredo improvvisato

indugiano a desinare e a chiacchierare,

godendosi la frescura e il dolce abbraccio della notte.

Sono di tutte le età: almeno tre generazioni presenti

in una scena domestica che s'articola in uno spazio pubblico

e ricrea consuetudini antiche...

C'è da commuoversi a guardare questa scenetta

 

La strada, per me, è vuota e deserta

 

Il caldo ha svuotato la città

e il silenzio frusciante di foglie e di cartacce spostaste dalla brezza

è gravido di premonizioni

 

E l'inquietudine non è dissipata

dalla rievocazione del quieto consesso familiare di prima

che sembrerebbe contraddire

il postulato della fondamentale solitudine dell'uomo del XXI secolo

 

Più tardi, nella notte,

sono molestato da un sogno in cui

sono in visita da un uomo anziano,

dall'incarnato di un bianco spettrale

e, mentre parliamo, la pelle del suo volto

comincia a desquamarsi e a creparsi

e le carni del suo volto ad essicarsi.

Lui continua a parlare come se niente fosse,

ignaro della metamorfosi.

Vorrei chiedere aiuto,

ma dalla mia bocca non esce suono alcuno
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1 luglio 2011 5 01 /07 /luglio /2011 16:38

 

All'alba, a dieci chilometri da Siena,

 

scorgo da lontano il profilo di Monteriggioni,

una cinta di mura e di alte torri,

per me familiare e fonte di emozioni

 da quando mi ci imbattei casualmente

in uno dei miei vagabondaggi



 

A quella vista, non ho esitazioni:

abbandono la via principale e, seguendo le tortuosità della strada di campagna,

giungo alla piazzola di parcheggio ai piedi delle mura

A piedi, per la porta d'accesso, mi immetto nel grande piazzale selciato,

 

provando lo stesso fascino e la meraviglia della prima volta



La solitudine è totale: non un'anima viva

  

Mi accolgono il tubare dei piccioni,

una falce di luna ancora alta nel cielo

e le antiche torri della cinta muraria,

erte come sentinelle mute,

 semplici arcate vuote sul lato interno

ma anche la chiesetta di Santa Maria

che, nel corso dei secoli, ha accolto

i pellegrini francigeni di passaggio

 

Io, nomade della vita, vorrei sostare

sotto la pergola addossata alla parte della rustica locanda

  

La citta è domiente,

nulla si muove,

 

a parte il tubare dei piccioni

 

 

e i primi voli frenetici dei rondoni

 

Un gallo canta, un altro risponde

 

 

Ad Est, la placida campagna collinare di vigneti e ulivi

 

s'accende di una lama di sole rosso arancio

 

E mentre il cielo d'Oriente rosseggia

per poi virare al giallo abbacinante

 

c'è l'attivarsi di un brulichio di vite e di suoni

 

Una persiana si apre

e, subito dopo, la porticina della stessa casa

 

si socchiude per fare spazio ad un uomo anziano in canottiera

che, mentre lancia occhiate al cielo che lo sovrasta,

 

si grattuggia con indolenza il ventre prominente

 

 

 

La strada mi richiama, tirannica

Non c'è tempo per ristare ancora per un poco:

 

quell'emozione di rivedere la piccola cittadina turrita sulla cima del colle,

 

quella la porterò con me sino alla prossima volta,

 

ripromettendomi una volta di tornare e risiedere in questo luogo

per alcuni giorni.

 

 

Ma ci riuscirò mai?

  

 

DSC04203.JPG  

 

 

 

Monteriggioni

 

DSC04194.JPG

 

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28 giugno 2011 2 28 /06 /giugno /2011 09:52

 

 DSC03662.JPGViale del lungomare vuoto, illuminato da lampioni gialli.

Case vuote, sbarrate, silenziose.

Ma sarà per poco, perchè la stagione estiva incombe, con la sua folla e la selva di rumori sguaiati a mille decibel.

Poche auto.

La spiaggia è un cantiere, ingombro di cumuli di paratie di legno e le basi rettangolari delle cabine già predisposte a formare simmetrie geometriche.

Mosconi e pedalò quiescenti.

Ombre che si confondono nell'ombra.

Corpi appiattiti al suolo le cui forme confuse si indovinano intrecciate l'una nell'altra.

Sussurri di conversazioni, risate leggere, bisbigli.

Ombre nero-vestite sdraiate o sedute nei coni d'ombra delle cabine smontate o di quelle appena erette.

Quando Umani fatti d'ombra emergono dalle coltri 'ombra in cui sono avvolti, totalmente mimetizzati nel buio, si può solamente sussultare, come di fronte all'improvvisa materializzazione di esseri viventi dal nulla profondo.

BDSC03650isogna camminare con cautela, perchè si potrebbe andare ad inciampare in uno di questi corpi, dormienti o amoranti che siano.

L'andatura non è agevole. La superficie di sabbia, solitamente piana, è stata sconvolta dal passaggio dei muletti per il trasporto dei puzzle di cabine.

Si avverte che, sotto la suola delle scarpe, la sabbia, è sciolta e fresca, si possono immaginare i singoli granelli silicei, anche loro gonfi d'ombra, come se avessero scaricato del tutto l'energia del sole, assorbita durante il giorno.

Più avanti, mentre l'incedere lento ed impacciato sulla sabbia scavata in solchi e fossi mi conduce verso le luci lontane del borgo marinaro che, come oasi luminosa, si riflettono con lame giallo-arancione vivive sul mare buio, si stagliano lunghe file di cabine che, già montate, con la loro geometria soffocano e segmentano la distesa della spiaggia solitamente ampia e uniforme.

Le porte aperte, come tante orbite vuote, spettrali, i colori sbiaditi dalla conservazione invernale in qualche umido magazzino.

Passando da una fila all'altra, è forte l'impressione di aggirarsi all'interno di un villaggio fantasma, frettolosamente abbandonato o mai abitato.

Quelle porte semiaperte sono inquietanti, poichè evocano presenze occulte e misteriose, fantasmi poltergeist.

Ogni scricchiolio del legno che si assesta fa sobbalzare.

Non viene certo voglia di sbirciare all'interno di quegli spazi che appaiono come umide splonche a forma di parallelepipedo.

DSC03654Quando ci si passa davanti, a notte fonda, qualcosa potrebbe ghermirti e divorarti. E' facile pensare che un mostro tentacolare, un incubo lovecraftiano, un colore venuto dallo spazio, potrebbero venir fuori all'improvviso da quelle tenebre e afferrarti, oppure aprire una bocca sbavante, irta di zanne, e pappare la tua testa in un sol colpo.

Si cammina piano, quasi in punta di piedi, sussurrando, per non disturbare quei fantasmi...

E, per fortuna, che proprio vicino, c'è un'imbarcazione rossa, tipo moscone, che porta scritto sulla sua fiancata "Salvataggio".

Ci vuole sempre, a portata di mano un'uscita di salvamento...

I grandi alberi incombono, ma oggi sono solo pini e tamerici e qualche siepe di oleandro, mentre le palme, divorate dal punteruolo, un autentico diavolo rosso tenace, resistente e vorace, sono diventate merce preziosa. I relitti d'alcune di esse rimangano a stagliarsi nel buio come colonne di un antico tempio diruto

La spiaggia dell'Antico Stabilimento dei Bagni è già attrezzata: ombrelloni chiusi, bianchi e ritti come sentinelle o soldatini in armi -lasciati lì ubbidienti a far la guardia - anche loro disposti in rigida geometria militare, sdraio serrate, un custode - anche lui, lì, come una suppelletile da spiaggia - che se ne sta seduto sulla soglia d'una cabina pitturata di bianco, il volto è illuminato dai riflessi colorati cangianti di una piccola televisione accesa.

All'interno di un'altra cabina, si intravede con la sua illuminazione vivace da supermercato, un distributore a monete di bibite e bottiglette d'acqua.

DSC03680.JPGDi fronte, alla spiaggia attrezzata, illuminata - per motivi di sicurezza - da potenti fari che gettano sulla sabbia le ombre lunghissime degli ombrelloni serrati e disposti in file ordinate, c'è la distesa oscura del mare, nero-piceo e buio come un pozzo senza fondo, subito dopo i primi metri di acqua che appare trasparente e chiara e lascia intravedere il fondo sabbioso.

Lontano, oscillanti con i flussi e i riflussi della massa d'acqua, le sagome deboli di alcuni cabinati alla fonda

Luci di posizione accese e qualche altra debole lucina rivela segni di vita a bordo: avventurosi navigatori con il favore di buone condizioni di mare hanno deciso di passare la notte, qui, ormeggiati all'interno della baia, alla fonda.

Lo sciabordio delle piccole onde sulla battiggia è debole, ma continuo.

Il mare parla, ci parla, e confonde la mente, intossicandola con il suo respiro profondo ed eterno che è lo stesso respiro dell'universo.

Poco più in là, uno con un passamontagna calcato sulla testa o forse intabbarato in una sciarpa, uno se ne sta seduto al limitare della battigia a fumare sigarette, una appresso all'altra, come Yanez de Gomera, colto sempre nel momento in cui si accendeva l'ennesima sigaretta.

Richiami, voci lontani, il suono più squillante di brevi risate.

Il mistero della notte e il fascino del mare.

Poi, al ritorno, mi sono ritrovato le scarpe piene di sabbia silicea.

Le ho scotolate per bene, battendone le suole con vigore una contro l'altra.

E poi ho fatto cadere quella sabbia direttamente nel lavandino, sperando che con l'acqua di scarico possa tornare al mare e a quella spiaggia a cui involontariamente l'ho sottratta.

Tutto scorre, tutto si fa e continuamente si disfà, se ne va e poi ritorna.

E quella spiaggia dove ho camminato, con la sua infinità di granelli, non è certamente la stessa del giorno prima e non sarà più la stessa il giorno dopo.

Ed io domani sarò un altro e la vedrò con occhi diversi in un'infinita varietà di ritorni che, pur simili, saranno sempre sottilmente diseguali.

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8 giugno 2011 3 08 /06 /giugno /2011 13:34

albert-einstein1.jpgHo un'intolleranza crescente per tutti quelli, uomini, donne e ragazzi, che parlano nel loro telefono, quando sono in luoghi pubblici e, soprattutto, urlando, come se la conversazione fosse fatta a beneficio di orecchie terze, perchè cosi facendo invadono con noncuranza la privacy altrui con cazzi e mazzi loro (esponendo dunque al contempo e senza pietosi veli la propria intimità), con eventi futili e fatti insignificanti, con bagatelle, beghe e quisquilie di vite quotidiane più o meno squallide di cui non mi garba sapere nulla.

Potrei tollerare, forse, di stare in ascolto d'una conversazione al telefonino condotta da Albert Einstein in persona.

Allora sì che tenderei l'orecchio e mi farei sotto per ascoltare meglio, desideroso di carpire qualche briciola delle Sue intuizioni sulla grandezza dell'Universo! Potrebbe essere euristico stare in ascolto di colui che disse "Do I Dare Disturb the Universe"?.

Ma ciò sarebbe irrealizzabile: se Lui vivesse nei nostri squallidi tempi, sicuramente non parlerebbe coram populo al cellulare. Forse, non ne terrebbe nemmeno uno con sè. La sua grande mente non gli consentirebbe di non essere catturato da simili banalità.

E come sarebbe se tutti, si dessero ad un grande potlach dei telefonini in una follia liberatoria, collettiva e condivisa, frantumando i propri cellulari sotto i piedi, lanciandoli in mare o semplicemente buttandoli via? Chi sa che non avesse proprio questo significato occulto (cioè di avvisaglia della notte dei lunghi coltelli prossima ventura, in cui tutti i telefonini saranno distrutti), la moda invalsa nell'estate del 2009, di praticare come sport (con tanto di demenziali gare) il lancio del telefonino?

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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