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22 ottobre 2012 1 22 /10 /ottobre /2012 19:25

Il Castello di Cracovia - foto di Maurizio CrispiLo scorso settembre (2012), alla visita ad Auschwitz-Birkenau, ha fatto seguito, dopo uno spostamento di circa 60 km, una sosta a  Cracovia (Cracow), brevissima: c'è stato soltanto il tempo di un pernottamento, per un giro serale per la città (il 10 settembre), con un giro all'interno della cittadella fortificata e dei suoi dintorni, compreso il lungofiume, e per una corsetta mattutina con tanto di macchina fotografica al seguito per cogliere altre immagini di una zona della città non ancora coperta dalla passeggiata della sera (la mattina dell'11 settembre).
E' stata una sosta breve, ma sufficiente per rendersi conto che Cracovia é una città bellissima, alla stessa altezza - mi sento di poter dire, conoscendole entrambe - di Praga o di Budapest:  una città piena di riferimenti storici, di testimonianze architettoniche di tutte le epoche e che, con le sue molte vestigia, tradisce il suo passato di Città imperiale (è stata per secoli l'antica capitale della Polonia) per nulla intaccata dagli anni di ferro del regime mortificante dei paesi di Oltre Cortina. Una città ariosa e vivace, piena di gente nelle strade, come in una qualsiasi città occidentale, molto vissuta ma in maniera quieta, senza frastuono e senza volgarità.
Le acque della Vistola che scorono placide al tramonto s'illuminano dei colori cangianti del cielo accrescendo il fascino di questa città.
Già, molte delle città polacche ancora non risentono troppo degli effetti più nefasti della globalizzazione.
Katowice ti offre uno sguardo su di una città dell'Est che ha avuto dei fasti, che è stata toccata e plasmata dal regime comunista (con i grandi palazzoni e gli alberghi alvear, oggi fatiscenti e alcuni tetramente chiusi senza più segno di vita), ma con un aspetto dignitoso, laborioso e di tensione evidente in un tentativo di continuo rinnovamento, rispettoso tuttavia dell'antico che è rimasto e della tradizione.
Per esempio, a Katowice si possono vedere ancora in funzione i tram degli anni Cinquanta, mentre altri sono stati ammodernati.

Sposi in una Piazza di Cracovia per le foto di rito - Foto di Maurizio CrispiPoi, quello che si respira e che ti colpisce dovunque è la permanenza di un grande senso di civiltà, di consapevolezza delle tradizioni e di rispetto degli altri.
Niente spazzatura per le strade, niente senso di provvisorietà, se non là dove ci sono dei cantieri aperti, laboriosissimi ed efficienti, con turni di lavoro che vanno dalle 6.00 del mattino al tardo pomeriggio...
E, poi, quello che mi ha colpito sono i grandi paesaggi e vuoti tra una città e l'altra, costellati di piccoli villaggi tradizionali e le campagne che, per quanto vaste a perdita d'occhio, sono coltivate e curate.
Non c'è quasi nulla che indichi uno stato di abbandono, dovuto alla crescente inurbazione.
Le persone vivono dove sono nate, e sembrano accontentarsi di ciò che hanno, malgrado gli spot pubblicitari di ispirazione occidentale che istigano ad ogni sorta di neo-bisogni.
Si ha l'impressione vivida di un'organizzazione sociale che ancora non sembra essere stata guastata dal Verbo del consumismo efferato.

E quelle che seguono sono le mie impressioni "emozionali", che verranno tacciate forse come ingenue, ma queste sono state.

 

 

In Polonia
ho visto
preti, suore, monache, frati, seminaristi
in giro per le strade

Ho visto
venditori all'antica
indovati in negozietti delle dimensioni di un francobollo,
non strangolati dall'esistenza onnipresente
dei centri commerciali e dei super- ed ipermercati,
che sono la morte del commercio

inteso come impresa individuale o familiare

Ho visto

piccoli baracchini che vendono cose da mangiare
Negozietti minimalisti

Ho visto
niente spazzatura per le strade,
nemmeno una cartuzza o una cicca buttate a terra per sbaglio

Ho sentito
solo il cinguettio degli uccelli,
il vento tra le fronde e le foglie
lo scampanellio delle bici
niente suoni violenti,
clascson esplosivi
motori che urlano tirati al massimo dei giri

Ho visto
molte croci,
cappelle devozionali e votive,
chiese
cappelle
segni di culto religioso

popolare e condiviso
sparsi dovunque nel tessuto urbano
e nelle vie di periferia

Ho visto
appena l'inizio della globalizzazione selvaggia
il virus seminato dall''Occidente,
con il correlato della pubblicità martellante alla TV

Ma ho visto anche
negozi per la vendita di bevande alcoliche aperti H24
barboni pulciosi e con la barba
lunga ed incrostata di sporcizia
dormienti sulle panchine
con l'ultima bottiglia di birra bevuta
a far da guanciale

Ho visto
palazzi fatiscenti e abbandonati
anche nel pieno del centro delle città
alberghi di regime faraonici,
ora vuoti e mai più ripristinati,
con le miriadi di finestre
a notte oscure
come occhi accecati,

 immerse nel sonno della morte
e negozi vuoti, finiti,
sbarrati con assi di legno

Ho visto
tossici che mendicano
sigarette e pochi spiccioli

Ho visto, nel complesso,
l'orgoglio di vite dignitose ben spese
con il senso del lavoro e della disciplina condivisa
in gente che vive con poco
senza ostentare nulla più del necessario

Ho visto,

ho sentito,

ho respirato

molto senso civico
e poco intrallazzismo italian way

Ho ammirato

grandi distese verdi e boschive
campagne abitate
piccoli villaggi fiorenti
terreni tutti ancora coltivati con amore
e per nulla lasciati all'abbandono e all'incuria

Ho visto
una nazione che basta a se stessa
dove non si vedono grandi folle di extracomunitari
dove tutti fanno di tutto,
anche i lavori più umili,
perchè sempre di lavoro si tratta

Le contraddizioni
maggiormente presenti a Katowice
e meno a Cracovia - la città del drago -
più tradizionalista, con il suo passato glorioso
di città imperiale
e antica capitale della Polonia,
bella e straordinaria con le sue chiese,
con i suoi ricordi di papa Paolo Giovani II,
suo vescovo,
con il suo possente castello
e con la Vistola che scorre placida ai suoi piedi

Ho visto in Cracovia una città
che nulla ha da invidiare
alla magica Praga
o alla regale Budapest.

 

Ho visto il riccio e l'istrice,

ho visto il ghiro occhieggiare dalla sua tana

ho visto cavalli che tiravano carrozze

magnicefenti come cocchi reali

 

Ho visto boschi selvatici

e campi coltivati

e le pianure della Slesia che si stendevano

a perdita d'occhio

con lievi ondulazioni

 

Ho visto tramonti solari

e albe nebbiose

 

Ho visto tutto ciò che serve

per desiderare di fare ritorno

 

 

 

Dormiente su una panchina di Cracovia - Foto di Maurizio Crispi


Le foto sono di Maurizio Crispi

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Published by Foto e testo di Maurizio Crispi - in Note di diario. Viaggio in Polonia
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15 settembre 2012 6 15 /09 /settembre /2012 08:12

L'ingresso al campo di Auschwitz - Foto di Maurizio Crispi

 

Eraldo Affinati, uno scrittore italiano, forgiato come tanti di noi dalla lettura di "Se questo é un uomo" e de "La tregua" di Primo Levi, alcuni anni fa decise di visitare il luogo "principe" dell'Olocausto, ma per farlo decise che l'unico modo realistico per farlo (e tale da riprodurre - anche se lontanamente - l'esperienza dei deportati) era di arrivarci in treno dall'Italia.
Quattro giorni sui famigerati convogli, allestiti con scrupoloso attenzione dal solerte burocrate Adolf Eichmann, per arrivare alla famigerata "Juden Ramp" di Birkenau, senza cibo, nè acqua e stipati in condizioni terribili che non si riservano nemmeno agli animali; ben 14 ne occorsero per i trasporti di Ebrei che venivano dalla più lontana Grecia.
Eraldo Affinati volle fare il viagggio in treno, per cercare di riprodurre le attese e le emozioni sperimentate dai deportati (se nella sofferenza, nella lentezza atemporale del viaggio) e trasformare così una semplice gita in autentico "pellegrinaggio" della memoria.
campo-del-sangue_affinati.jpgLa stessa cosa fanno oggi, in occasione del ricorrere del "giorno della memoria" (ogni 27 gennaio, data della liberazione del Campo da parte dell'Armata Rossa nel 1945) alcune scolaresche che partono da Roma, su di un treno appositamente allestito per loro assieme ad alcuni dei sopravvisuti del Ghetto di Roma, tra cui tante volte Piero Terracina.
Da questa esperienza di Eraldo Affinati nacque un libro, nel quale lui volle raccontare le sue sensazioni in un diario di viaggio, intimo e dolente (Campo del sangue, Mondadori)
Anche se oggi ci si arriva comodamente in auto o in piccoli torpedoni (dalla vicina Cracovia vengono organizzate escursioni per piccoli gruppi), la visita ad Auschwitz-Birkenau (a pochissima distanza dal centro abitato di Oswiecim, a suo tempo smantellato dai Nazisti e la sua popolazione deportata altrove) suscita comunque molte e profonde emozioni, grande tristezza, dolore, costernazione.
In molti passagi, il cuore si fa piccolo piccolo, ma è in generale la consapevolezza (e la precisa percezione) dell'enorme quantità di sofferenza che si è sviluppata in questi luoghi e il fatto che un numero spropositato di vite umane - incommensurabile per la nostra modesta esperienza di uomini - siano state spente, bruciate, mandate in fumo, ad opprimere il visitatore.

Le immagini tante volte viste, le parole tante volte lette, le testimonianze ascoltate, ritornano tutte, ma in una maniera prepotente, perchè, all'improvviso, vengono contestualizzate, proprio nel luogo in cui tutti quegli orrori ebbero luogo e non si può eludere più dalla realtà del ciò che vi è accaduto.
Si è proprio nel mezzo del teatro di quegli eventi: e, forse, ascoltando nel caldo opprimente d'estate e nel freddo gelido dell'inverno, nel soffio della brezza che fa stormire le foglie dei grandi alberi che negli ultimi 70 anni qui sono cresciuti rigogliosi, prestando attenzione e porgendo l'orecchio della mente, si possono udire voci - tante voci - che si sovrappongono: alcune che parlano e raccontano, altre che gridano il proprio dolore con suoni inarticolati.

Il monumento funebre con le ceneri dei deportati - smbolicamente quelle di tutti i deportati - Foto di Maurizio CrispiAuschwitz-Birkenau, la vicina Monowitz e i molti campi "minori o "satellite" rappresentano non solo il più grande campo di sterminio in cui l'eccidio di tante persone venne portato avanti in scala industriale e con estrema efficienza, ma anche il "più grande cimitero a cielo aperto" come ci dice la nostra guida italiana, che parla con voce quieta  e gentile, enunciando numeri, ricordando episodi, facendo i nomi di chi è sopravvisuto e poi ha raccontato, ma sempre con un tono dimesso senza l'ombra di una disturbante retorica: come se ciascuna parola fosse di per sé, solo per il fatto che viene pronunciata qui un lamento funebre...
Ci sono dei punti, in cui i cartelli avvertono i visitatori di non calpestare i prati che continuano a crescere dove la cenere dei crematori é stata dispersa e ciò soprattutto nelle vicinanze delle rovine dei due grandi forni crematori di Birkenau.
Ad Auschwitz e a Birkenau, benché ci si arrivi in auto o con il bus, si cammina a lungo a piedi: é l'unico modo pe rvisitare i due campi e il lento giro attraverso di essi si svolge in circa quattro ore su d'una distanza di circa cinque chilometri al cui termine - senza ombra di esagerazione - non si è più gli stessi di prima.
E questo camminare é un vero pellegrinaggio, perché mentre si cammina si soffrono, a seconda della stagione, o il caldo o il freddo.
E, intanto, guardando la desolazione delle baracche, gli strumenti di tortura e di morte, immaginando il tremendo acquitrino che dovevano essere gli spazi liberi per le adunate e gli interminabili appelli (e non certamente i prati più curati di oggi), durante il percorso in qualche misura, ci si può identificare con coloro che qui soffrirono e persero la vita.
Si compie un cammino fisico, che è nello stesso un viaggio dentro l'anima che ci porta a guardare senza sconti la sofferenza di tanti uomini e donne, e nello stesso l'abiezione, la violenza, la crudeltà di carnefici ed aguzzini.

Scarpe allacciate: l'ultimo atto di una deportata. Che tristezza! - Foto di Maurizio CrispiIo penso che tutti gli studenti, prima o poi, dovrebbero essere condotti in questo luogo per imparare qualcosa che non si può apprendere soltanto dalle pagine dei libri e per poter dare testimonianza di ciò che qui accaduto, per sentire e percepire, per annusare nell'aria l'odore che ancora vi aleggia.
Ognuno dei visitatori - salvo alcuni che vengono qui in visita con spirito negazionista - cosa che capita, come ci ha raccontato la nostra guida (italiana)  - sono profondamente toccati: e, forse, per questo le voci sono smorzate, i movimenti lenti e guardinghi, le parole scarne (non viene nemmeno voglia di chiedere al nostro Cicerone, al di là dei pochi esaurienti dettagli che senza nessun compiacimento ci vengono dati: quelle parole scarne che lui recita come un rosario e quelle - tante volte volte lette e rilette - delle testimonianze di coloro che hanno raccontato sono sufficienti per aprire scenari mentali.
Nell'aria e nell'atmosfera si sente vibrare l'energia rimasta, di quanti qui persero la vita tra grandi e disumane sofferenze.
Hanno ragione quelli che sostengono che Auschwitz, Birkenau, Monowitz (il campo dove fu internato Primo Levi) e tutti i campi satellite estesi su di una superficie di oltre 40 chilometri quadri in quell'area che venne dichiarata dai Tedeschi "di interesse strategico" e sgombrata forzosamente da tutti i Polacchi che vi risiedevano sono i più grandi cimiteri a cielo aperto della storia dell'umanità: oltre 1.300.000 persone vi furono trucidati o vi morirono di stenti, a partire dall'Intelligentsia polacca che venne deportata e trucidata per stroncare una nazione che, nel progetto dei Tedeschi, doveva scomparire del tutto, ai prigionieri sovietici, ai dissidenti politici e ai resistenti, agli zingari, agli omosessuali.
In uno dei Block vi è un'urna che, in forma altamente simbolica, contiene una manciata di ceneri raccolte dal campo, forse dalle vicinanze di uno dei forni crematori: questo è la sepoltura simbolica e anonima dei molti, collocata com'è su di una grande lapide di marmo scuro, con molti mazzi di fiori ai piedi.
Il monumento commemorativo nel campo di BirkenauEsattamente nel punto mediano tra i due forni crematori principali (quelli che andando a regime avevano una capacità di smaltimento di 1000 corpi al giorno), è stato edificato un monumento funebre di pietra nera, molto commovente in mezzo alla desolazione delle macerie di quei micidiali forni e delle abbinate camere a gas predisposte per l'eccidio di massai: questo monumento rappresenta indubbiamente uno dei culmini della visita (come lo è stato prima il passaggio su uno dei vagoni per il trasporto dei deportati, arenato a perenne ricordo delle atrocità, proprio nella prossimità della Juden Ramp.
La parte scultorea del monumento commemorativo rappresenta le diverse foggie di sepoltura utilizzate dall'umanità nel corso della storia e presso culture diverse, per culminare in un grande monolito nero che rappresenta il camino da cui passarono centinaia di migliaia di vittime trasformate in fumo e cenere.

Venti lapidi si allineano davanti al complesso scultoreo, lapidi di lucido marmo nero, quadrate, che - in venti lingue diverse (quelle parlate all'interno del campo) - recano la stessa identica scritta: "Grido di disperazione ed ammonimento all'Umanità sia sempre questo luogo dove i nazisti uccisero circa un un milione e mezzomdi uomini donne e bambini prinicipalmente ebrei da vari paesi d'Europa". Molti i fiori deposti su queste lapidi come anche le simboliche pietre che testimoniano della visita di Ebrei, il popolo maggiormente colpito da questo atroce olocausto.

Ci sono alcuni passaggi della visita intensamente emozionanti e indicibili: raccontarli banalizzarebbe le emozioni che si sperimentano, la compassione e l'orrore.

Il binario della Juden Ramp all'interno del campo di Birkenau, l'ultima in funzione prima della liberazione - Foto di Maurizio CrispiLe fotografie sono consentite all'aperto, mentre all'interno dei diversi block visitabili dove sono stati allestiti dei percorsi museali e didattici (se così si può dire), con foto  fortunosamente ritorvste (come quella tristissima delle selezioni alla Juden Ramp di Birkenau), sono consentite solo senza l'uso del flash.
Niente riprese filmate del tutto, salvo che negli esterni.
Ci sono tuttavia alcuni tratti del percorso dove non è consentita alcuna fotografia, per un senso di rispetto nei confronti di quanti sono stati trucidati nei diversi luoghi. Sempre per la stessa ragione sono banditi del tutto i luoghi adibiti al ristoro o alla ristorazione, come è pure fatto divieto (in termini di pensosa esortazione affidata alla discrezionalità di ciascuno, più che di divieto) di fumare per tutto la durata del giro.

Di grande emozione, per esempio, è la visita alla cella dove venne condannato a morire di inedia Massimiliano Kolbe (alla fine fucilato nell'adiacente "cortile della morte", perchè - secondo i suoi aguzzini - non moriva abbastanza in fretta), poi santificato, e dove si prostrò Papa Giovanni Paolo II che volle venire qui in dolente visita.

Stringe il cuore vedere ad Auschwitz uno dei due crematori rimasto intatto, soltanto perchè era stato trasfomato in bunker a protezione delle SS dai bombardamenti aerei e ciò che resta dei due principali forni crematori di Birkenau, minati dai Nazisti (per disfarsi di prove compromettenti), dopo l'asportazione di tutte le parti metalliche e fatti crollare, ma rimasti a perenne testimonianza anche come cumulo di inquietanti rovine.
Si potrebbero dire tante altre cose e  raccontare molte altre impressioni, ma scendere nei dettagli di alcuni cose, potrebbe suonare come una forma di inutile e morbosa ostentazio
Il vagone delle deportazioni - Foto di Maurizio Crispine.
Bisogna soltanto vedere, assorbire per poi poter raccontare e dare testimnianza.
Ma non tanto di AUschwitz come luogo della memoria e dell'Olocausto di un singolo popolo, ma come offesa atroce perpetrata contro l'intera umanità.
Infatti, Auschwitz-Birkenau hanno un senso ancora più grande se si utilizzano come monito per ricordare tutte le altre grandi stragi che si sono susseguite dopo la fine della II guerra mondiale, stragi il più delle volte dimenticate.
Faccio degli esempi veloci: gli eccidi compiuti dagli Kmher rossi in Cambogia, quelle degli Utu contro i Tutsi in Uganda, la strage-genocidio di Srebrenica, le violenze infinite e gli stupri etnici dei serbi a danno degli Bosniaci musulmani, il caso dei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila: e sono solo alcune delle atrocità compiute in nome di un'idea religiosa distorta, diun fede politica a berrante, o di una semplice volontà di prevaricazione.
Auschwitz-Birkenau potrebbe diventare un monumento a imperitura una memoria di tutto ciò, anche se le stragi e i genocidi, purtroppo, continuano a ripetersi.
Sono uno strumento per non dimenticare: non dovrebbero essere soltanto una faccenda degli Israeliani (o degli Ebrei), considerando anche vi morirono - come ho già detto prima - prigionieri sovietici, i dissidenti politici, i resistenti, i Polacchi a partire dalla sua intelingentsia culturale e politica, gli omosessuali e gli zingari.
Foto di Maurizio Crispi

Le macerie di uno dei crematori principali di Birkenau - Foto di Maurizio Crispi
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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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