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5 luglio 2018 4 05 /07 /luglio /2018 09:35
Catacombe dei Cappuccini (foto di Maurizio Crispi)

Non avevo mai visitato le Catacombe dei Cappuccini di Palermo, sino a pochi giorni fa.
Per motivi diversi mi ero astenuto: forse, pensavo che sarebbe stata un'esperienza sgradevole, oppure ricordavo di quando la mamma mi raccontava che durante la sua prima visita negli anni Sessanta, improvvisamente si spense la luce e lei rimase al buio, assieme a quelle mummie (ebbe a nutrire il sospetto che fosse stato il frate custode a farle uno scherzo di dubbio gusto).
E' capitata l'occasione e sono andato.
Non parlerò del luogo di cui si sa tanto e di cui tanto è stato scritto, bensì delle mie sensazioni
Strane sensazioni.
La prima è che, considerando i racconti di coloro che, tra le mie conoscenze, le hanno visitate, i resoconti di viaggiatori illustri e le numerose foto disponibili sia nella carta stampata sia internet, non ho avuto sensazioni di spaesamento: bensì la sensazioni di esserci già stato, una sorta di dèjà vu, insomma.
La seconda è stata quella di potere osservare una rappresentazione della morte in modo distaccato: è come se la miriade di corpi mummificati appesi e disposti in file ordinate non riconducessero all'orrore oppure al terrore per la morte, ma fossero soltanto spoglie mortali, vuote, private di ogni implicazione spaventosa. Forse anche perchè siamo abituati alla rappresentazione della morte e del cadavere nei fumetti e nei film di animazione.
Le teste cadenti, le mandibole cascanti, gli abiti polverosi oppure le tele di sacco in cui in modo grottesco sono infilati alcuni dei corpi, le orbite vuote, i nasi mancanti, quei ciuffi di capelli sopravvissuti, fossero piuttosto che uno stimolo a riflettere sulla morte e sulla fine di tutte le vanità, una vacua rappresentazione del nulla che ci attende: una rappresentazione messa in scena in una sorta di iterazione ossessiva, quasi in un mantra dalle infinite variazioni, in una dimensione di horror vacui, tanto che quando capita di arrivare ad una galleria vuota, cioè con le nicchie prive di inquilini, si ha un'improvvisa sensazione di spaesamento.
Se non altro, quando si va al cimitero e ci sofferma davanti ad una lastra di pietra, posta nel terreno, oppure nella contemplazione di una lapide verticale o di una cappella funebre, con tutti i relativi orpelli, ci si ponesse di fronte ad un'assenza, all'assenza dei nostri cari più recenti o degli antenati che possono vivere solo se sono stati instaurati, e di conseguenza installati, nel nostro immaginario e nelle nostre emozioni con un diuturno (e talvolta faticoso) lavoro di elaborazione e rielaborazione (V. Despret, Non dimenticare i morti. I racconti di quelli che restano, Nuova Ipsa Editore, 2017, in particolare il cap. 1, Prendersi cura dei morti).
La terza cosa che più mi ha impressionato è stata quella di vedere nei volti delle mummie, ghigni e smorfie grottesche, come se alcuni dei morienti avessero avuto un trapasso doloroso e faticoso (e che non fossero stati ricomposti, come si fa oggi per rendere il defunto "presentabile" ai visitatori in cordoglio), mentre in altri casi mi è sembrato di cogliere in quegli sguardi vuoti curiosità e sorpresa, talaltra meraviglia.
Forse potrei aggiungere una quarta cosa che è quella del progressivo annichilimento delle salme, malgrado l'utilizzo di questo tipo di sepoltura, come se il tempo, grande scultore, finisse con il livellare tutto, riducendo comunque vesti, orpelli e carne, in ossa e, alla fine, in polvere.

I corpi esposti sembrano farsi via via più ristretti, più corti, più rinsecchiti, più fragili, in un continuo processo di ridimensionamento. E, a fronte di questo processo di progressivo annichilimento accentuato dalle teste reclini, dalle mandibole cascanti da quei sorrisi o smorfie o ghigni talvonta totalmente edentuli, quasi ad accentuare il ritorno di ogni creatura af uno stato larvale, crea un forte contrasto il fatto che qualche cosa delle vanità terrene sia stata mantenuta, essendo stati suddivisi gli spazi in cui sono collocati i corpi in categorie che, in qualche modo, fanno riferimento allo status che il defunto aveva avuto in vita, assieme - in taluni casi - agli abiti (ad esempio, di rigore per i cosidetti "professionisti", alloggiati in una specifica ala, è la giacca o la marsina).

Le Catacombe dei Cappuccini furono utilizzate sino a oltre il 1864: fanno fede di ciò alcune delle targhette applicate ai corpi che recano la data della morte (e a volte della nascita) del soggetto. Mi fa impressione pensare che mia madre che visitò questo sito negli anni Sessanta del secolo scorso, abbia potuto vedere queste salme in uno stato totalmente diverso, probabilmente, meno prossime, cioè al trasformarsi in larve e e polvere.

 

Le Catacombe dei Cappuccini (foto di Maurizio Crispi)
Le Catacombe dei Cappuccini (foto di Maurizio Crispi)
Le Catacombe dei Cappuccini (foto di Maurizio Crispi)
Le Catacombe dei Cappuccini (foto di Maurizio Crispi)
Le Catacombe dei Cappuccini (foto di Maurizio Crispi)
Le Catacombe dei Cappuccini (foto di Maurizio Crispi)

Le Catacombe dei Cappuccini (foto di Maurizio Crispi)

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29 maggio 2018 2 29 /05 /maggio /2018 20:15
Francesco D'Agostino (foto di Sandro Riotta), La Meschita. Il quartiere ebraico di palermo, Kalòs Edizioni (collana Le Tessere), 2018

E' di recente uscito in libreria (2018), per i tipi di Kalòs (collana Le Tessere), il volume La Meschita. Il quartiere ebraico di Palermo, scritto da Francesco D'Agostino, con le fotografie di Sandro Riotta. Il volume è nato dalla passione di Francesco D'Agostino, professore di matematica, ma instancabile raccoglitore di memorie e di notizie documentali sull'antico quartiere ebraico di Palermo, passione che ha prodotto articoli ed anche un volume (assieme a Loredana Fiorello) concepito per le scuole, con una disamina storica del percorso degli Ebrei dalla Diaspora alla Shoah.
Da questa sua passione, con il pieno sostegno dell'Istituto Siciliano Studi Ebraici cui Francesco D'Agostino è affiliato, mentre Sandro Riotta ne è collaboratore esterno e amico, sono nati anche degli specifici percorsi guidati all'interno della Meschita, di cui lo stesso professore è stato il promotore, non mancando - come è (o come dovrebbe essere) in tutte le imprese culturali -  di creare un piccolo "vivaio" di conoscitori a cui trasmettere una così preziosa legacy.
Il volume che, in forma ancora più compiuta di precedenti pubblicazioni, rivela una delle basi fondamentali della vocazione multietnica di Palermo, verrà presentato il 10 giugno 2018, alle ore 13.00 all'Orto Botanico di Palermo, in occasione della manifestazione cultural-libraria dedicata all'editoria indipendente, Una Marina di Libri, che giunge alla sua nona edizione e che verrà inaugurata giovedì 7 giugno.

Oltre a Francesco D'Agostino e a Sandro Riotta, interverranno alla presentazione del volume Evelyne Aouate, Presidente dell'Istituto Siciliano di Studi Ebraici, e Alessandro Hoffmann, Direttore di Radio Spazio Noi, già docente Università degli Studi di Palermo.

 

Francesco D'Agostino (foto di Sandro Riotta), La Meschita. Il quartiere ebraico di palermo, Kalòs Edizioni (collana Le Tessere), 2018

(Nota editoriale di presentazione) Non è dato sapere quando gli ebrei giunsero a Palermo, la prima notizia certa della loro presenza risale al 598 d.C. Intorno all’anno Mille, poco fuori le mura meridionali e sulle rive del non più visibile torrente Kemonia, gli ebrei palermitani edificarono il loro sobborgo, l’harat al-Yahud (quartiere dei giudei), e vi abitarono sino all’espulsione del 1492. La Giudecca, a cui si accedeva attraverso la Porta di Ferro (Bab al-hadid), era suddivisa in due contrade: la Meschita e la Guzzetta, un dedalo di vicoli, piazzette, orti e giardini. La realizzazione della via Maqueda prima e della via Roma poi ne causò lo sventramento, sconvolgendo l’assetto viario originario. La Guzzetta fu quasi completamente cancellata, della Meschita rimangono invece poche e rare tracce. Nel percorrere le strade così come si presentano oggi, con un po’ d’immaginazione il visitatore attento, seguendo l’itinerario qui proposto, può scoprire il fascino che questi luoghi conservano e tornare a respirare antiche atmosfere.

 

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19 maggio 2018 6 19 /05 /maggio /2018 20:20
Chuck Hogan, The Town. Il Principe dei ladri, Piemme

Sono arrivato alla lettura di The Town. Il principe dei ladri, opera prima di Chuck Hogan (Piemme 2006-2010, nella traduzione di Luisa Corbetta) solo di recente. Il volume, comprato subito dopo aver visto il film di Ben Affleck nel 2010, è rimasto a giacere sugli scaffali di casa. Molto di recente mi è capitato di rivedere quel film in TV, malamente a causa delle continue pause pubblicitarie e in maniera incompleta. Forse proprio per questo motivo sono andato a ripescare il libro e ne ho intrapreso la lettura, trovandolo più complesso della storia cinematografica e forse anche più lento, ma la la lentezza dello story telling scritto è incompatibile con i tempi cinematografici che devono esssere più incalzanti e maggiormente incentrati sull'azione.
Il titolo originale è "Prince of Thieves", ma nell'edizione italiana, per motivi puramente commerciali è stato inserito il titolo del film, in prima battura.

La storia è ambientata a Charlestown, un sobborgo di Boston al di là del fiume, cresciuto attorno al momnumeto commemarativo sulla sommità di Bunker Hill, luogo di una celebre battaglia tra le truppe britanniche e gli insorti della nuova nazione (che in questa circostanza furono sconfitti rovinosamente). Gli abitanti di Charlestown hanno tuttora un forte senso di appartenenza e non si considerano Bostoniani, ma cittadini di "The Town": si tratta di persone che discendono da famiglie che qui abitato da generazione e che non vorrebbero mai andare via da questo luogo in cui sono le loro radici.

Ma le prospettive di lavoro a The Town sono esigue: le principali attività che sono in declino ed è per questo che Charlestown è celebre per il fatto di avere il primato come città in cui vi è il più elevato tasso annuale di rapine a banche, uffici postali e a portavalori.

Di ciò ci avverte l'Autore, mediante due citazioni da articoli giornalistici riportate in epigrafe.

Il romanzo per questo motivo non è semplicemente un poliziesco o action, ma possiede indubbiamente una valenza socialogica, proprio perchè fornisce al lettore uno spaccato di questa società, fortemente radicata, senza sbocchi lavorativi e, per questo motivo, disponibile ad intraprendere delle attività criminali. Ma è nello stesso tempo un'occasione per spingere il lettore al viaggio pur rimanendo tra le quattro mura della sua stanza: un viaggio che, in questo caso, è a Charlestown, sobborgo di Boston: e, tra l'altro, ci sono stato, quando andai a Boston a correre la Maratona. Alloggiavo in un grande hotel proprio a The Town, a due passi da Bunker Hill.

Il monumento celebrativo di Bunker Hill a Charlestown (Boston)

Nel romanzo, Doug McRay è appunto uno dei rappresentanti di ultima generazione della popolazione autoctona di Charlestown: assieme a tre suoi amici di sempre mette a punto delle rapine in cui tutto, grazie ad un accurato studio preliminare, funziona egregiamente, come una macchina ben oliata e quasi senza imprevisti, e in questo, Doug è un capo insdiscusso: il più bravo. Ma nella sua mente si è insinuato un bisogno di cambiamento e di evasione da una vita condotta pericolosamente in modo da dover sfiorare sempre il tracollo e il disastro, con una continua oscillazione tra l'adrenalina dei colpi messi a punto e la grigia quotidianità, dal momento che la prudenza impone di non vivere alla grande, malgrado il denaro facile a disposizione. E' già stato in prigione, ha dei trascorsi di alcolismo e ne è uscito, grazie alla sua frequentazione di AA: adesso probabilmente cerca qualcosa di diverso, ma ancora lui stesso non sa bene cosa stia cercando. Forse, una forma di riscatto.
Insomma, mentre dentro di lui si aprono queste prospettive, si manifestano nella banda delle incrinature, in foma di conflitti e di infrazioni al rispetto di uno schema di comportamento attento e senza concessioni a margini di errore. Le crepe si allargano e si manifestano dei conflitti tra i quattro, perchè trapela la voglia di Doug - capo carismatico - di andare lontano, spezzando le catene di quei vincoli di solidarietà in cui non si riconosce più.
A fare da catalizzatore è Claire Keesey, direttrice dell'ultima filiale di banca rapinata. Doug si innamora di lei (almeno crede) con la tenacia dell'Alcolista che rimane impigliato in una ricaduta e tutto comincia a tremare con l'instabilità di un castello di carte.

(Dal risguardo di copertina) Claire Keesey, direttrice di filiale di un istituto di credito di Boston, viene presa in ostaggio durante una rapina. I banditi sono quattro: Doug, Jem, Gloansy e Dez. "Fanno banda" sin dai tempi della scuola, e oggi sono rapinatori affiatati, precisi, spregiudicati e inafferrabili. Sono cresciuti insieme a Charlestown, un quartiere di Boston dove "guadagnarsi il pane" equivale a svaligiare una banca. Ma Doug, il cervello della banda, non aveva messo in conto che, insieme con una montagna di quattrini, dal colpo in banca si sarebbe portato a casa anche un cuore ferito. Gli sono bastati pochi attimi per innamorarsi di Claire. Continua a pensarla, dopo la rapina: sa dove abita, la segue, fa in modo di incontrarla, di sedurla.

Chuck Hogan al San Diego Comic-Con nel 2014

L'Autore. Chuck Hogan è uno sceneggiatore e scrittore statunitense. Autore di numerosi e acclamati romanzi, tra cui Lo stallo e Il principe dei ladri, che ha vinto il Premio Hammett nel 2005 ed è definito uno dei dieci migliori romanzi dell'anno da Stephen King. Il principe dei ladri è stato adattato per il cinema da Ben Affleck, che nel 2010 ha diretto ed interpretato il film The Town.
Più di recente Hogan è stato coautore di una trilogia di romanzi horror scritta a quattro mani con Guillermo del Toro, composta da La progenie (2010), La caduta e Notte eterna (2011).
A partire dal 2014 ha collaborato nuovamente con del Toro per adattare la trilogia nella serie televisiva The Strain, trasmessa da FX.

 

 

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18 maggio 2018 5 18 /05 /maggio /2018 07:23
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)

(foto di Maurizio Crispi)

Camminare nei borghi antichi può essere a volte un'esperienza ineguagliabile e carica di emozioni che sconfinano nella nostalgia, non senza tuttavia un pizzico di meraviglia.

Ciò deriva forse dalla strana mescolanza di abbandono all'incuria del tempo e di nitore.
Da un lato ci sono le strade strette, lastricate di pietra, tanto pulite che quasi ci si potrebbe mangiare; i balconcini e i davanzali decorati di belle piante in pieno rigoglio; i panni stesi ad asciugare i cui colori vibrano nel vento, scarpe ordinatamente lasciate fuori dalla porta di casa; quei  vecchi catenacci e lucchetti, a dir poco centenari.

Mistretta (foto di Maurizio Crispi)

Se si bussa ad una porta e si chiede un bicchiere d'acqua per dissetare un bimbo, ecco che si fa sull'uscio un'anziana signora con i bigodini in testa, subito pronta a soddisfare la richiesta: nel nome di un antico senso di ospitalità: un bicchiere d'acqua non si nega mai ad alcuno.

In una città grande, non ci sarebbe verso.

Accanto, a macchia di leopardo, case piccole accatastate le une sulle altre, l'una in mutuo appoggio dell'altra - sembrano essere dimore da Hobbit, tanto son basse le architravi delle porte - sono in stato di abbandono, cadenti, porte e finestre sfondate, oppure malamente rabberciate, i balconcini e i davanzali, i pianerottoli delle ripide scalette esterne sono invasi dalle male erbe, che pure, tuttavia, creano note di colore e vibrazioni di luce.

Cartelli con su scritto "vendesi" sparsi qua e là.

Silenzio dappertutto, nitore anche nella decadenza.

Pochi passanti, oppure arriva qualcuno e subito si ritira nella fresca penombra della sua abitazione.Verrebbe voglia di fermarsi

qua per qualche tempo per vivere nel silenzio e nell'abbandono di ogni cosa.

Tutto questo ho visto a Mistretta (Messina), in una recente visita.

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30 aprile 2018 1 30 /04 /aprile /2018 10:53
"Il romanzo di un'incredibile storia vera"

"Il romanzo di un'incredibile storia vera"

Walter Veltroni, L'Isola e le Rose, Rizzoli, 2012

(Maurizio Crispi) Non sono un fan di Walter Veltroni come politico, ma amo leggere i suoi libri (non tutti mi sono capitati a tiro: per esempio, due sicuramente li ho beccati, in occasione, di trasposizioni cinematografiche): e quelli che ho avuto modo di leggere sono stati per me rivelatori nell'autore e nell'uomo di sensibilità umana, di acume intellettuale e di profondità culturale.

Per questi motivi, ho gradito molto il suo romanzo "L'Isola e le Rose" (Rizzoli, 2012)  - un romanzo-verità per l'esattezza, uscito nel 2013 e da me letto soltanto in quest'ultimo periodo. Lo "strano caso" dell'Isola delle Rose aveva attirato la mia attenzione già nel 2010, forse in occasione dell'uscita con DVD con libro in cui è il suo ideatore Giorgio Rosa a raccontare quella breve, folgorante avventura. E ne scrissi anche un articolo che venne pubblicato sulla testata online "Siciliainformazioni" con la quale a quel tempo collaboravo (articolo che è riportato in calce a questa recensione ed anche come link per poter accedere alla sua collocazione originaria).
Fu quello del riminese Giorgio Rosa  (scomparso il 3 marzo 2017) e dei suoi amici un sogno che si concretizzò nell'estate del 1968, proprio quando la stagione delle contestazioni giovanili era al suo apice. Concepita inizialmente per essere un punto di ritrovo e di svago, l'isoletta artificiale, una piattaforma di poco più di 400 metri quadri, sorretta su piloni, venne edificata fuori dalle acque territoriali italiane: e per questo motivo (almeno agli esordi) garantita dal Diritto internazionale, ebbe successivamente un'evoluzione, quando i suoi fondatori, sviluppando ulteriormente la loro "visione", fondarono una vera e propria nazione con tanto di statuto costitutivo, una nazione che ebbe i suoi primi francobolli, una sua moneta e una propria lingua (che, in accordo, con il sogno di fratellanza universale dei fondatori fu l'Esperanto). Il sogno ebbe vita breve, però. L'occhiuto potere politico del tempo, non gradendo il fatto che i fondatori della neonata micronazione avessero dato vita ad una radio libera, quando ancora l'etere era monopolio dello Stato, e soprattutto le multinazionali del petrolio (vedi alla voce ENI) ne decretarono la fine. Dopo appena 55 giorni dalla proclamazione di stato autonomo, l'Isola - con un blitz concertato delle forze dell'ordine di terra e di mare - venne impietosamente smantellata.
Un mero esercizio di imperio ebbe la meglio sul sogno e sull'idealismo.
Walter Veltroni con quest'opera ha voluto riproporci nostalgicamente la storia di quell'avventura visionaria e idealistica in forma romanzata, ma i fatti sono tutti veri e puntuali. Fanno da triste epitaffio alla narrazione, il cui marchingegno è fondato sul ritrovamento nel tempo presente di un contenitore a chiusura ermetica che contiene manufatti e ricordi dell'Isola delle Rose e della sua breve stagione, tre foto realizzate da uno dei protagonisti di quell'avventura (adombrato nel personaggio con il nomiglolo di "Scatta", per via della sua passione per la fotografia) al momento dell'esplosione delle cariche di tritolo fatali.
In fondo, si potrebbe senz'altro dire, che l'Isola delle Rose - benchè sia stata distrutta - sia rimasta sempre lì al di fuori della linea delle acque territoriali, dove aguzzando lo sguardo forse i sognatori la possono ancora vedere tra le brume del primo mattino e del tramonto.
E, in effetti, c'è un espressione idiomatica in uso tra i Riminisi e i loro vicini marchigiani  che appunto dimostra quanto quest'isolotto-nazione sia entrato nell'immaginario collettivo.
Già, ciò che non piacque all'establishment del tempo (quando ancora la guerra fredda era in pieno vigore, tra l'altro: e ciò porto alla paranoia di possibili azioni spionistiche) era l'attuazione di un'utopia libertaria, in cui si dimostrava che una una "micronazione" poteva nascere, vivere e gestirsi senza tanti apparati burocratici, ma soltanto per via della cooperazione entusiastica di pochi uomini di buona volontà e armati soprattutto di buone intenzioni.
Si legge con vero piacere.

 

(Dal risguardo di copertina) Giulio è un incorreggibile vitellone, Giacomo fa l'avvocato, Lorenzo è il figlio del proprietario del Grand Hotel, Simone era il genio della classe ed è diventato un inquieto ingegnere: quattro ragazzi di Rimini uniti da un'amicizia nata sui banchi di scuola e destinata a superare qualunque contrasto. Quando Giulio ha un'idea folle - costruire una piattaforma appena oltre il limite delle acque territoriali, dove accogliere una comunità di artisti, poeti, musicisti, amanti della bellezza - tutti si danno da fare per realizzarla: anche Elisa, dolce secchiona con lo chignon nero, anche Laura, giovane giornalista conquistata dal progetto, e una barista dalla bellezza esplosiva, Luana. Siamo alla vigilia del 1968, e niente sembra impossibile. Il nuovo romanzo di Walter Veltroni prende le mosse da un episodio vero e dimenticato per raccontare la nascita, a undici chilometri dalla costa, di un'isola artificiale che richiama turisti da tutta Europa, l'idea di una micronazione indipendente, l'Isola delle Rose (anzi, Insulo de la Rozoj, visto che la lingua ufficiale è l'esperanto), e l'invenzione di una radio libera. Parla di amori, tradimenti, debolezze, slanci, padri che muoiono e figli che riscoprono sentimenti perduti e, come nelle migliori commedie all'italiana, vitalità e allegria rivelano un fondo di tenerezza e di malinconia. È il romanzo di un'utopia contrastata dal potere e di un sogno che valeva la pena vivere.
 

Walter Veltroni

L'Autore. Figlio di Vittorio, dirigente della Rai, morto quando Walter aveva un anno. Si diploma presso l'Istituto di studi cinematografici e televisivi e si iscrive giovanissimo al Pci, ne diventa, solo ventunenne, consigliere comunale a Roma, carica che manterrà fino al 1981. Nell'87 entra come deputato in Parlamento. Favorevole alla svolta della Bolognina, è stato direttore dell'Unità. Nel 1996 condivise la leadership dell'Univo con Prodi e, vinte le elezioni, venne nominato vicepresidente del Consiglio e Ministro per i beni culturali. Nel 2001 viene eletto sindaco di Roma, carica che gli verrà riconfermata nel 2006 con il 61,5 % dei voti favorevoli. Nel 2007 entra nel Comitato Nazionale del neonato Partito Democratico e dichiara di non volersi alleare in futuro, se eletto alla segreteria, con i partiti della sinistra. Cade quindi il Governo Prodi. Veltroni viene eletto, dopo una consultazione popolare tra gli iscritti, Segretario del PD. Perse le elezioni nazionali del 2008, ceduta Roma alle destre, e perse le elezioni regionali, si dimette dalla carica di Segretario del PD.
Si è molto impegnato per i sostegni all'Africa, ed è anche autore di alcune opere di narrativa, tra cui Noi (2009), L’inizio del buio (2011), L’isola e le rose (2012), E se noi domani (2013), Quando c’era Berlinguer (2014), tratto dall'omonimo documentario per il cinema, Ciao (2015) e Quando (2017), tutti pubblicati da Rizzoli.
È anche regista di I bambini sanno (2015), Indizi di felicità (2017) e della serie televisiva Gli occhi cambiano (2016).

 

L’Isola delle Rose: la breve vita del sogno di un uomo libero
di Maurizio Crispi
(www.siciliainformazioni.com, 18 agosto 2010
)

Una rara immagine dell'Isola delle Rose

Nella nostra epoca di separatismi, di regionalismi, della crescita smodata della voglia di autonomie locali, dello sviluppo di piccole enclave separate (il più delle volte puramente "virtuali") che, anche nella forma semplice ed elementare del "gruppo" in Facebook, assumono la fisionomia di vere e proprie micronazioni, l’utopia dell’ingegner Giorgio Rosa avrebbe avuto un esito diverso.
Ma chi è e cosa fece Giorgio Rosa?
Nel 1964 Giorgio Rosa, ingegnere – oggi ottantenne – progettò e costruì, per la SPIC (una società industriale specializzata in iniezioni di cemento) una piattaforma artificiale di 400 metri quadrati situata in acque internazionali nel Mar Adriatico al largo della città italiana di Rimini (a 11.612 km dalla costa, ovvero circa 6 miglia marine) allo scopo di sperimentare un nuovo materiale per palafitte marine. Successivamente vi costruì un ristorante, un negozio, un ufficio postale e un night club e progettò di attivare un servizio di catamarani che collegassero la piattaforma alla terraferma.
Così racconta Rosa in un intervista rilasciata a Romano Guatta Caldini (Giorgio Rosa e l’isola che non c’è) «Nell’immediato dopoguerra, con una laurea in ingegneria industriale meccanica mi buttai a capofitto nella progettazione di cantieri. La mia passione rimaneva però il mare e fu così che nel 1957 cominciai a pensare a un’opera che potesse resistere all’impeto delle onde. Solo nel 1964 avviai le prove: si trattava di costruire a terra la struttura e poi portarla in galleggiamento in mare aperto dove il fondale fosse accessibile. Il progetto è riconosciuto come brevetto 850.987 dal titolo Sistema di costruzione di isole in acciaio e cemento armato per scopi industriali e civili»
Ma l’esistenza di questa piattaforma fuori dalle acque territoriali attivò immediatamente una reazione "politica" intesa a stroncare quello che dalle diverse parti politiche era considerato un rischioso antecedente (sulla base di posizioni differenziate). Giorgio Rosa, comprendendo che, pretestuosamente (con l’argomentazione che quello stesso spazio era stato dato in concessione all’ENI) il suo progetto sarebbe stato presto bloccato, per tutelare la continuità della sua "creazione" il 24 giugno 1968 – basandosi sul diritto internazionale – Giorgio Rosa proclamò la piattaforma stato indipendente e sovrano, ispirandosi in ciò anche ad un antecedente illustre quello del Principato di Sealand, fondato poco tempo prima – nel 1967 – ed edificato anch’esso su di una piattaforma costruita in mezzo all’oceano sull’appoggio di due enormi piloni di calcestruzzo (una storia che vide una più duratura fortuna, poichè il Principato di Sealand esiste tuttora).

 

L'Isola delle Rose, ancora in costruzione

L’annuncio ufficiale della nascita della neo-repubblica (che, dopo l’adozione dell’Esperanto, decisa per dare alla repubblica un tocco di internazionalità in più, prese il nome di Libera Teritorio de la Insulo de la Rozoj – Libero Territorio dell’Isola delle Rose – trasformatosi poi in Esperanta Respubliko de la Insulo de la Rozoj – Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose) venne dato in una conferenza stampa e, contestualmente, poco dopo vennero emesse due serie di francobolli, recanti il simbolo dell’isola (tre rose rosse in campo bianco), venne identificato un inno nazionale (il wagneriano "Steuermann! Laß die Wacht!" de L’Olandese volante), nominate alcune cariche pubbliche di base e stabilita una toponomastica del piccolo stato («Ogni lato della piattaforma aveva il nome di una via, il numero progressivo indicava il relativo vano…»), con il progetto anche di battere moneta propria e, sicuramente, delle emissioni commemorative. Ma gran parte di queste azioni rimasero sulla carta: non vi fu materialmente il tempo di andare oltre, perché ancora più accesi si attivarono opposizione politica e dibattito parlamentare, venato quest’ultimo di forti ansie paranoidi e complottiste, come – del resto – era nello spirito del tempo.
Fra i primi a inalberarsi furono i missini che, infervorati dal pericolo comunista, accusarono Rosa di aver costruito la struttura per farvi attraccare sommergibili sovietici. Seguirono i comunisti convinti che l’esperimento dell’ingegnere altro non fosse che una trovata del leader albanese Henver Hoxa per destabilizzare gli assetti marittimi, dopo aver dato il ben servito alla combriccola del patto di Varsavia. Li seguivano i democristiani, che si scagliarono contro Rosa, preoccupati, che la neo-nata Repubblica potesse trasformarsi in un’isola del proibito e della trasgressione.
Dopo esattamente 55 giorni dalla dichiarazione d’indipendenza, decine di motovedette della guardia di finanza e dei carabinieri circondarono la piattaforma impedendone l’accesso a chiunque, Rosa compreso. Quest’ultimo inviò anche un appello all’allora presidente Saragat, perché l’isola fosse restituita ai legittimi proprietari. Non avendo, Rosa, alcuna protezione politica alle spalle, l’appello cadde nel vuoto. «Non avevamo risorse, eravamo soli. Quando il Consiglio di Stato diede parere favorevole alla demolizione, non feci ricorso. Meglio lasciar perdere.(…)» dirà l’Ingegnere. Nel febbraio ‘69, infatti, gli artificieri della marina militare minarono i piloni con 1.080 chili di dinamite. Nonostante due serie di esplosioni ci vorrà una burrasca per inabissare definitivamente l’isola.
Così, si concluse l’avventura del’ingegner Giorgio Rosa, un’avventura nata per "gioco" e poi trasformatasi in un dramma farsesco.
Fu il tentativo di dar vita ad una piccola utopia, fallito purtroppo anzitempo.
Ma come accade con le cose che si cerca di cancellare dal mondo con interventi repressivi, "l’isola che non c’è" dell’ingegner Rosa sopravvive tuttora come una delle imprese più affascinanti che un uomo possa immaginare, insieme sogno di un uomo libero e impresa – per alcuni versi – "piratesca", non casualmente avvenuta nel rivoluzionario 1968. E la sua fortuna fu legata sia alla partecipazione popolare alle sue diverse fasi sia alle risonanze che ebbe la sua tragica conclusione: da considerare a tutti gli effetti, secondo alcuni storici, come l’unica guerra di "aggressione" condotta dall’Italia repubblicana (vivaci e intense furono le proteste degli albergatori romagnoli che avevano visto nell’idea di Rosa un’attrazione in più nel proprio territorio, come pure tanti turisti che affollavano le spiagge romagnole seguirono con apprensione venata di sdegno l’esito "militare" della vicenda).
La memoria dell’Isola delle rose è ancora viva, oggi, tra la Romagna e le Marche, dove se ne è parlato tanto e se ne parla tuttora, tanto che, quando nella conversazione o nel confronto quotidiano uno rompe le "scatole", qualcun’altro – a volte – usa dire: "Prima o poi mi costruisco un’isola delle rose tutta per me"!
In una recente intervista rilasciata a Marco Imarisio, per il Corriere della Sera, proprio Giorgio Rosa ha fatto presente che la sua isola esiste ancora. Basta infatti andare su google maps e, digitando Insulo de la Rozoj, si vedrà apparire la bandierina rossa, proprio là dove una volta sorgeva l’Isola. In più si può aggiungere che l’Isola delle Rose non solo ha lasciato delle tracce di sé in fondo al mare (dove alcuni sommozzatori hanno scoperto i resti della struttura di acciaio e cemento), ma nella rete: sono, infatti, innumerevoli i siti web che ci parlano dell’Isola delle Rose e degli eventi che vi furono collegati, oltre a collocarla nel contesto più ampio dei cosiddetti "micronazionalismi" in cui per "micronazione" s’intende un’entità – anche virtuale, nelle più estreme ed attuali. declinazioni – che, creata da un singolo individuo o da un piccolo numero di persone, pretende di essere considerata come nazione o stato indipendente, e che, nella più parte dei casi, non è riconosciuta dai governi e dalle maggiori organizzazioni internazionali.

 

L'Isola delle Rose. La libertà fa paura

Il termine di "micronazionalismo" è nato negli anni ’70 per descrivere le tantissime entità che nascevano in quel periodo, in genere di piccole dimensioni e di esistenza effimera: cionondimeno si tratta di un movimento tuttora vivo, tanto che in un recente convegno internazionale, alcune micronazioni si sono definite Quinto mondo, probabilmente in senso polemico in relazione alla nota scala economica che classifica le nazioni del mondo in primo, secondo, terzo e quarto mondo).
La storia dell’Isole delle Rose è tuttora vivissima anche nelle inizative del mondo editoriale.
Il 9 giugno, alla Manifattura di Bologna è stato presentato un cofanetto DVD+libro (L’isola delle Rose, a cura di Cinematica, NDA Press, 2010), il cui interesse risiede tutto nel documentario contenuto nel DVD e realizzato dalla Biograffilm con un affresco di un intero periodo storico.
Invece, nel documentario inedito allegato al volumetto proposto da Dati (2009) con il titolo L’isola delle Rose (con DVD) e curato da V. Benini, C. Bombarda, C. Mitchell, è l’ingegnere bolognese Giorgio Rosa in prima persona a raccontarci le tappe principali dell’incredibile vicenda dello stato indipendente dell’Isola delle Rose.

Giorgio Rosa

Giorgio Rosa

Molto interessante questo breve documentario che spiega il concetto di "micronazione" e l'evoluzione nel XX secolo di questi piccolissimi stati con una sovranità soltanto virtuale e praticamente senza un territorio proprio, a partire dal fenomeno ben noto del Principato di Sealand. Una micronazione è un'entità creata da una persona, o da un piccolo numero di persone, che pretende di essere considerata come nazione o stato indipendente, ma che tuttavia non è riconosciuta dai governi e dalle maggiori organizzazioni internazionali Il termine è nato negli anni settanta del XX secolo per descrivere le tantissime "entità autodichiarate" che nascevano in quel periodo, in genere di piccole dimensioni e di esistenza effimera. Recentemente alcune micronazioni si sono definite quinto mondo, probabilmente in senso polemico in relazione alla nota scala economica che classifica le nazioni del mondo in primo, secondo, terzo e quarto mondo

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27 aprile 2018 5 27 /04 /aprile /2018 08:22
Uomo alla finestra, Piana degli Albanesi (foto di Maurizio Crispi)

Ricordo che quando ero piccolo, guardavo sempre un manufatto di ceramica a casa dei nonni.
Si trattava di una tavoletta di terracotta (o ceramica, adesso non ricordo bene) - dimensioni presunte: un buon 15x20 se non di più -, la cui superficie era lavorata in rilievo così da apparire della consistenza di un muro di mattoni, in cui si stagliava una finestrella aperta con le imposte e gli stipiti verdi. Al davanzale stava affacciato, puntellandosi sui gomiti un omino con cappello nero a cilindro e palandrana scura.
Il volto dell'omino era sormontato da un naso adunco e non aleggiava sul suo volto l'ombra di un sorriso.
Mia nonna dai capelli bianco-azzurrini (la nonna Erminia che per me era la nonna "Ia") per farmi stare buono prendeva una seggiolina, mi ci faceva sedere proprio al cospetto dell'omino alla finestra e mi diceva: "Stai qua a guardare e vedrai che, a un certo punto, l'omino chiuderà le imposte e se ne andrà!".
Io ci credevo, e passavo ammaliato molto tempo su quella seggiolina, cercando di cogliere nel busto e nel volto dell'obiettivo il fremito di un movimento, anticipatore della complessa azione che la nonna mi aveva annunciato.

E, ogni volta che andavo in visita dai nonni, volevo sedermi proprio là davanti, in contemplazione.

il meraviglioso e il fantastico sono fatti di queste cose:

il più delle volte si stratta di un'atmosfera, di qualcosa che si anticipa con la fantasia e non importa se la cosa vagheggiata si manifesta veramente nella realtà.

E' sufficiente il fatto di poter pensare che un evento magico atteso potrebbe accadere per renderlo quasi reale.
L'omino di  terracotta, affacciato alla sua finestra è ancora nella mia mente e spesso, nella realtà, mi pare di rivederlo in fortuiti avvistamenti.

Quello che segue è il racconto originale, ouvbblicato con il titolo "L'omino affacciato alla finestra. Un ricordo d'infanzia" nel mio profilo Facebook, tra il 2009 e il 2010.

finestrella - l'omino alla finestra

Quando ero piccolo e andavo in visita a casa dei miei nonni, la nonna aveva escogitato un sistema per farmi stare buono, visto che solitamente ero irrequieto e scalmanato, come solo i bimbi piccoli sanno esserlo. Nella loro sala d'ingresso, appesa al muro, c'era una statuina di terracotta dipinta - molto realistica - che rappresentava una finestra con le persiane spalancate e dipinte (in verde), a cui stava affacciato - leggermente proteso in fuori e appoggiato al davanzale a braccia conserte - un ometto in nero (compreso un cappelluccio a tesa larga) con una faccia enigmatica su cui campeggiava un naso lievemente adunco.

Questa statuina si trovava appesa al muro ad altezza degli occhi di una persona di statura media, ma per me che allora ero alto quanto un soldo di cacio, ad una distanza incommensurabile.

Mia nonna prendeva una seggiolina per bambini la metteva di fronte alla statuina e mi diceva:

"Ora se tu stai qui a guardare, vedrai che, ad un certo punto, quel signore con il cappello chiuderà la finestra e se ne andrà. Però lo farà soltanto se tu te ne starai qui bello fermo a guardare per tutto il tempo senza distogliere la tua attenzione".

Io, pieno di meraviglia e - al tempo stesso - timoroso, mi mettevo lì con lo sguardo levato verso l'alto e stavo a guardare, a guardare, a guardare, attendendo l'evento meraviglioso annunciato.

Dopo un po' di tempo, quando mi rendevo conto non era accaduto niente, andavo da mia nonna a lamentarmene, quasi con le lacrime agli occhi.

"Non è successo niente, nonna!", mi lagnavo.

E lei: "Sicuramente, perchè non sei stato fermo abbastanza!"

 Oppure: "Magari, ha chiuso la finestra proprio adesso che te ne sei andato!, vai a controllare!"

Ed io ci tornavo di corsa, per rimanere  ogni volta con un palmo di naso.

L'omino era lì. affacciato alla finestra a guardare il mondo e me.

Ancora oggi penso spesso all'omino nero affacciato alla sua finestrella e mi chiedo se stia ancora là a guardare il mondo con la sua espressione un po' sorniona oppure se non si sia ritirato, per andarsene a riposare dopo così tanti anni.

Mi piacerebbe fare ritorno in quella casa (dove ora abita ancora una mia zia) per verificare  se adesso quella finestrella di ceramica non si sia finalmente chiusa.

Non mi rammarico affatto dello stratagemma di mia nonna: penso che sia bello instillare nei bambini il senso del mistero e la capacità di attendere giorno per giorno qualche evento meraviglioso e fuori dall'ordinario.

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18 aprile 2018 3 18 /04 /aprile /2018 08:21
An old lady in red
The old lady in red

Mi sono imbattuto per puro caso in una quasi surreale comparsa lungo una domenicale Via Libertà a Palermo, chiusa al traffico per via della gara podistica Vivicittà (lo scorso 15 aprile 2018).
Ho avvistato un'attempata signora, tutta in rosso, comprese le calzature di vernice con tacco a spillo, collant del pari rossi, perfettamente intonati alle scarpe e un buffissimo capellino sulle ventitré, adagiato su quella che sembra essere una cuffietta di rete nera... tutto in pendant, in una sapiente combinazione di rossi.
Unica nota dissonante nella prevalenza del rosso fiamma sono i legging neri indossati da questa lady in red e la borsa beige (così sembrerebbe) che porta con noncuranza, penzolante dalla mano destra.
Malgrado la squillantezza del colore e i capelli biondi (ma finti, ovviamente), la donna è piuttosto agée e ha il volto avvizzito di rughe (per come ho potuto intravedere prima che nel suo incedere mi girasse le spalle)e quei rotolini di ciccia che si intravedono sotto l'abitino fasciante e che, forse (anzi sicuramente), un tempo non c'erano,... ma, ciò nondimeno riesce a portare con sè un'impressionistica ventata di primavera.
La sua è forse una mise per dichiarare guerra al tempo che passa inesorabile e porta al punto in cui si sente con troppa forza che non c'é più tempo...

 

Foto di Maurizio Crispi

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13 aprile 2018 5 13 /04 /aprile /2018 09:44
Fabio Ceraulo, Palermitando, Leima, 2014

Una città è fatta di luoghi, di monumenti e di persone, non solo viventi ma di quelle che si sono succedute di generazione in generazione. E una città vive delle sue memorie storiche, quelle ufficiale, tramandate nei documenti e negli archivi, ma soprattutto delle storie e degli aneddoti che possono essere raccontate e tramandate, da una generazione a quella successiva, magari con successive aggiunte ed interpunzioni che le rendano più colorite. Tutte memorie che oggiorno sono a rischio di disgragarsi con il frammentarsi del tessuto vivo hce teneva assieme la gente, malgrado il trascorrere degli anni e l'avvicendarsi delle generazioni.

E proprio per questo le città vivono una loro vita pulsante che è fatta di storie (e microstorie) che vengono riportate con delle narrazioni eminentemente orali.

Fabio Ceraulo, palermitano DOC, è un appassionato raccoglitore di queste storie e porta avanti questa attività attraverso un sito web ed un gruppo Facebook che è aperto ai molti contributi dei molteplici suoi frequentatori, tutti accomunati dalla passione per Palermo. Già, ci ha regalato una selezione di queste storie in un suo primo volume, Palermo nascosta, pubblicato alcuni anni fa da Dario Flaccovio.
E' seguito a distanza di pochi anni, una nuova raccolta "Palermitando" (Leima, 2014) che ci fornisce un'immagine forse più intima della Palermo di un tempo e sin quasi ai nostri giorni: "I racconti qui narrati ci regalano ora brividi, ora emozioni, ci strappano un sorriso e ci fanno versare una lacrimuccia.Hanoo i colori, i sapori e gli odoridella città dove sono nati, Palermo, con il suo fascino e le sue contraddizioni. Una Palermo il cui cuore , oggi, sembradover cedere da un momento all'altro. Ma almeno, grazie all'opera di Fabio Ceraulo ...la memoria non si sgretola e crolla, come qualche vecchio edificio del centro storico." (dall'introduzione di Carmelo Galati).

O per dirla con le parole dello stesso Autore: "Questa raccolta di storie palermitaneè nata dall'esigenza, ma soprattutto dal piacere, di continuare a scoprirela città, i suoi abitanti, la sua umanità" (ib. p. 179).
In un certo senso, si tratta di un'opera collettiva, in cui più voci e più tradizioni orali convergono in un unico testo, a patchwork, che narra di un unico oggetto che è Palermo e la palermitanità, con la sua gente comune, a volte miserevole, altre ironica e beffarda.
E Fabio Ceraulo ne è il cantore, essendosi assunto il compito di far transitare delle tradizioni narrative squisitamente orali in un testo scritto, così come ha fatto a suo tempo Roberto Alajmo nel suo "Repertorio dei pazzi della Città di Palermo".
Come in Palermo nascosta, questo volume è suddiviso in tre parti, rispettivamente: Anime inquiete di periferia, Racconti dei quartieri antichi e Drammi e gioie nei mercati popolari.

(Nota editoriale) Fabio Ceraulo torna in libreria con un'antologia composta da trentasei racconti che come una cartina interattiva di Palermo raccontano il passato antico e "folk" del capoluogo siciliano. Ceraulo prende per mano il lettore e gli mostra le radici più profonde di questa città. Cogliendo l'essenza di Palermo, la sua cultura pregna di atmosfere e di sapori perduti, ma anche di folklore, di fanatismo religioso, di mistero e superstizione. Il viaggio comincia dai quartieri periferici: con piglio da cronista l'autore riporta alla luce storie, aneddoti e leggende legate a zone come Falsomiele, Pallavicino o Cruillas. Spostandosi, poi, dai confini della città al cuore pulsante di Palermo, l'autore dà testimonianza di alcuni personaggi unici che hanno popolato i vicoli del centro o gli antichissimi mercati palermitani, tratteggia con ironia perfino le gesta di spiritelli dispettosi. Lettori, turisti o semplici curiosi, affascinati da quel gusto nostalgico del "c'era una volta", potranno trovare in "Palermitando" un patrimonio che vale la pena salvare e custodire nella memoria, per opporsi a un mondo che tutto, e presto, dimentica.

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4 aprile 2018 3 04 /04 /aprile /2018 21:40
Correre nell’estremo Sud della Sicilia: e da qui è partito il trekking più lungo del mondo (un ritorno)

Una recente gita all'Isola delle Correnti e a Porto Palo di Capo Passero mi hanno spinto a riesumare un mio "vecchio" scritto relativo ad un'esperienza di campeggio (e di corse quotidiane) propria a Isola delle Correnti, un luogo per me magico e carismatico.
Eccomi qui di nuovo a distanza di più di dieci anni, e a oltre trent'anni dalla mia prima visita. Quasi che per apprezzare il mistero e il fascino di un luogo occorresse sobbarcarsi ad una periodicità pluridecennale.
E ho notato che i luoghi sono cambiati ben poco, continuando ad esercitare immutato il loro straordinario fascino.
Io forse sono cambiato, con la consapevolezza di essere ovviamente (l'età anagrafica canta) più vecchio.
L'immutabilità di taluni luoghi e il fatto che siano intrisi di linee di forza e di energia suscita certamente elementi di riflessione sulla propria impermanenza e fragilità, in un'identificazione quasi totale con i granelli di sabbia che rotolano nel vento (o nei frammenti di alghe spiaggiate) e si fermano soltanto poco tempo cristalizzati in transeunti costellazioni, in forme precarie che vengono rapidamente smantellate e riassemblate in un gioco continuo ed estenuante.
L'isola, le correnti che si formano al confluire di due mari, la vicinanza alla terra d'Africa, l'ignoto e l'imponderabile al di là del braccio di mare dai colori cangianti sotto un cielo immenso e il profilo lontano di cargi che navigano verse mete ignote, sono elemento di meraviglia e di stupore: il confronto tra tutto questo e la propria personale impermanenza non può che generare un sentimento intenso di malinconia e di struggimento

(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)

(foto di Maurizio Crispi)

1.

All’inizio di un agosto di alcuni anni fa sono stato con mio figlio Francesco in campeggio, in un posto remoto della Sicilia. Nell’affrontare una vacanza così, il mio desiderio era quello di far fare a mio figlio, per alcuni giorni, l‘esperienza del campeggio “stanziale”, ma anche – per me – quello di ritornare in luoghi che non visitavo da più di vent’anni.

Per pura ventura, proprio due giorni prima della partenza, è venuto fuori su “La Repubblica” un servizio su due pagine su Marzameni e sulla zona di Capo Passero, portati alla ribalta dell’attenzione dal fatto che, negli ultimi giorni di Luglio, vi aveva luogo il Festival Internazionale del Cinema di Frontiera, con la proiezione in anteprima di alcuni film di grande interesse: per inciso, proprio Marzamemi, con la sua antica tonnara e la piazzetta selciata con un basolato di pietre e circondata da vetusti edifici, è stata teatro delle riprese di alcuni film, tra cui il più noto è Sud di Salvadores. Il redattore dell’articolo si esprimeva con parole di puro entusiasmo nei confronti di questi luoghi e dava indicazioni di un piccolo camping, non chiassoso, privo di animazione e di altre menate consimili, adatto a chi fosse desideroso di una residenzialità tranquilla e quieta.

È qui che ci siamo diretti. Da Palermo, l’attraversamento della Sicilia per arrivare in questa zona è una cosa lunga: abbiamo compiuto infatti un viaggio di oltre 350 chilometri.

La distanza rimane tuttora uno dei motivi per cui questa parte della Sicilia, pur bellissima e suggestiva, è frequentata da pochi Siciliani, all’infuori degli abitanti delle Province di Ragusa e Siracusa che giocano praticamente in casa.

La bellezza del posto e il suo essere così inusuale, ancora poco contaminato da modelli di vita globalizzanti, ci ha ricompensati della fatica del viaggio.

Il campeggio, inaspettatamente di proprietà di un Toscano legnoso e cotto dal sole che si è trapiantato in Sicilia (rivelando in ciò un trend rispetto a quello usuale), non ha deluso le aspettative: anche se per alcuni, alla ricerca di divertimenti facili e chiassosi, potrebbe apparire quasi austero e spartano, con la mancanza di qualsiasi forma di “animazione” e, purtroppo, dominato da alcune regole restrittive, finalizzate a tenere lontani gli “scrocconi” che, a quanto pare, hanno impazzato nei primi anni della sua ancora breve vita.

Il campeggio, ancora non troppo affollato nella prima settimana di Agosto, era dominato dal silenzio e dai rumori della natura, dalle vibrazioni del vento incessante e dal mugghiare delle onde.

2.

 

Abbiamo trascorso alcuni giorni con la sensazione di essere quasi in un altro mondo, in una sorta di Finisterre siciliana, una terra alla fine delle terre, un luogo dotato di fascino e magia: uno dei pochi posti, a parte le piccole isole, dove – senza muovere un passo - è sufficiente volgere le spalle e lo sguardo di 180 gradi per osservare sia il sorgere del sole che il tramonto.

Nelle escursioni nei paesi vicini (Porto Palo di Capo Passero, Pachino, Marzameni) siamo rimasti colpiti da questo aspetto “antico”, evidente anche nelle attività commerciali: quasi nessun negozio dove fossero in vendita i soliti oggetti griffati e di artigianato etnico,  empori confusi dove erano in vendita in maniera confusa ed affastellata gli oggetti più disparati, combinazioni improbabili di merceria-cartoleria-libreria in un mix di mercanzie disparate e affastellate.

Le poche cartoline reperibili erano autenticamente “antiche”: foto in bianco e nero, sbiadite che mostravano i luoghi di un tempo nella loro solitaria ed essenziale bellezza.

Il nostro campeggio era ubicato proprio in corrispondenza del Capo dell’Isola delle Correnti (che è il punto  geografico più a Sud dell’Italia e della Sicilia). Sull’Isola delle Correnti – dal nome indubbiamente romantico ed evocativo – c’è un ampio edificio in parte dirupo e vandalizzato, l’antico Faro della Marina Militare, la cui lanterna - come del resto accade ormai  per la gran parte dei Fari Italiani – funziona in modo automatizzato con il timer per cui non c’è più bisogno delle figure romantiche di un tempo che li presidiavano, “i guardiani del faro”. 

Qui, al Faro dell’Isola delle Correnti, l’ultimo Guardiano del Faro che lo abbia custodito – secondo ciò che si racconta – si era fatto portare un pianoforte (davanti al quale lo si può immaginare seduto ad esercitarsi nelle notti di tempesta…).

La piccola isola, su cui si erge l’edificio solido e basso del faro, è separata dalla terraferma da uno stretto braccio di mare, dal fondale molto basso,  che, anni fa era stato abolito con la costruzione di un molo di pietra percorribile con gli automezzi in modo tale che per andare e venire non fosse più necessaria un’imbarcazione.

Poi, in anni più recenti, i marosi e la natura, assieme alla mancanza di manutenzione, hanno in gran parte distrutto questo manufatto, lasciandone soltanto la parte radicata nella terraferma, che pure ha risentito della violenta azione delle correnti, cosicchè i grossi blocchi di calcestruzzo di cui era fatta sono stati spostati e in parte accavallati gli uni agli altri.

Per visitare il faro, occorre passare questo braccio di mare a guado: a condizione che le onde e il vento non siano troppo forti.

La natura è selvaggia: il sole d’estate picchia ardente, i venti soffiano incessanti, spesso grosse onde si abbattono sulla riva. Ma il capo dell’Isola delle Correnti, avendo due versanti, gode del privilegio di averne quasi sempre uno prospiciente su acque tranquille: quest’ultimo è per il piacere dei bagnanti più sedentari, mentre gli amanti del surf, del windsurf e del più alla moda kite-surf hanno sempre di che divertirsi su quello esposto al vento.

La spiaggia sospinta dai venti pressoché è in continuo movimento e presenterebbe un aspetto continuamente cangiante, se non fossero state predisposte delle palizzate fitte per trattenere la sabbia che, quando soffia il vento, è implacabile ed invadente, tanto da ricoprire immediatamente teli da mare, libri ed altri oggetti, gli stessi bagnanti nel giro di poco tempo.

Subito all’interno della stretta fascia costiera, il territorio prevalentemente pianeggiante con qualche ondulazione è intensamente coltivato con il sistema delle serre, dove si produce soprattutto una varietà di pomodoro ormai rinomato che è il “ciliegino” di Pachino.

Ma Pachino è ben nota anche per la produzione di un vino rosso piuttosto robusto.

3.

Naturalmente ogni giorno mi dedicavo alla mia corsa, anche se il sole picchiava duro sulla mia testa, tanto da indurmi spesso a trasformare la canotta in un improvvisato turbante. Ogni giorno cambiavo percorso: le alternative non mancavano e non c’è mai stato modo di annoiarsi. Ho corso lungo la spiaggia sia in direzione di Siracusa (costa orientale della Sicilia) sia in direzione ovest (verso Capo Formica a circa tre chilometri dal punto del campeggio). Oppure sceglievo di avventurarmi nel fitto intrico di strade provinciali ed interpoderali che si dipanavano attraverso una lunga teoria di serre, dove già cominciavano i lavori per avere tutto pronto, in prossimità dell’inizio della produzione autunnale ed invernale.

Grande solitudine nella mia corsa: lunghi silenzi interrotti soltanto da rare automobili in transito, dal ronzio di una sega elettrica o dal picchiare ritmico di un martello; in tutta la settimana avrò visto meno di dieci podisti locali.

Mi sentivo una specie rara. Un giorno, correndo lungo una polverosa strada interpoderale, mi sono imbattuto in un edificio rustico utilizzato come magazzino e capanno per gli attrezzi. In alto sulla porta, c’era scritto a caratteri cubitali, un po’ sbiaditi dal tempo: “FATEVI I C.ZI VOSTRI!!!”.

Mi sono chiesto se l’anonimo proprietario di questo rustico non avesse espresso con questa perentorio invito e con tanta vigoria l’animo dei luoghi che, in effetti, non fanno nulla per corteggiare e sedurre i visitatori “stranieri” (e già rientrano in tale definizione  tutti coloro che  vengono dalle altre province siciliane).

Considerando che il podista ruspante risultava una specie davvero rara e di difficile avvistamento, mi sono ritrovato a dedurre che, in questa zona della Sicilia, il podismo amatoriale sia ancora poco praticato: insomma, indubbiamente, non è ancora entrato nel costume della gente. Nel profondo sud della Sicilia e, in genere, dell’Italia meridionale probabilmente vige il pregiudizio che indossare canotta e pantaloncini sia un modo di vestirsi poco “virile”: quindi, soprattutto nei paesi piccoli, molti nemmeno ci si mettono per timore di essere denigrati dai propri compaesani.

Non è un caso che la maratona di Ragusa e quella di Siracusa nella loro ancora breve vita abbiano raccolto ben poche adesioni da parte dei podisti locali. 

Mi è piaciuto particolarmente correre da queste parti: oltre ad apprezzare la solitudine, il silenzio, la sensazione di avere la strada tutta per me, correndo mi ritrovavo a fantasticare sul “trekking più lungo del mondo”, che – a quanto sembra – è partito proprio dal Capo dell’Iisola delle Correnti, non molti anni fa.

Il primo giorno di permanenza sono subito andato a visitare l’isola e il faro, assieme a mio figlio. Sull’estrema punta della terraferma, la mia attenzione è stata attratta da un grosso cippo di pietra su cui era fissata una targa di ottone, ossidata dalle intemperie e dalla salsedine.

Con una certa difficoltà ho potuto leggere le frasi che vi erano incise e che ho voluto trascrivere in un taccuino.

 

Eccole

 

CLUB ALPINO ITALIANO

SICILIA

ISOLA DELLE CORRENTI

 

Estremità meridionale "Sentiero d'Italia", il trekking più lungo del mondo. Da questo punto a Trieste, varcando gli Appennini e le Alpi, attraverso le uguali diversità del nostro paese percorrono 5500 chilometri.

 

A ricordo dei "Cammina Italia 1997" 7 Dicembre 1997

 

Cippo in Arenaria di Muggia

Dono dell'Associazione XXX Ottobre - CAI Trieste

 

Provincia Regionale di Siracusa - Azienda Provinciale Turismo -

Comune di Porto Palo di Capo Passero

 

 

Di questa esperienza di campeggio, mi sono portato a casa molte cose, tra cui la struggente melanconia del suono di uno strumento musicale, ricavato dal tronco scavato di eucalipto (appartenente alla cultura degli aborigeni d’Australia e, dunque, antichissimo) che alcuni ragazzi catanesi avevano portato con sé, suonandolo sino a notte tarda, a volte con l’accompagnamento di una chitarra. Un suono che entrava direttamente nelle viscere, dolorosamente, e che si intonava con le sirene delle navi che passavano giorno e notte, sulla linea dell’orizzonte,  e che facevano sognare di paesi lontani.

Palermo, il 24.8.2005

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9 marzo 2018 5 09 /03 /marzo /2018 11:41
Pinguini

Un tempo Villa Sperlinga, il piccolo parco cittadino di Palermo a pochi passi da casa mia, era il mio dominio incontrastato per le le passeggiate mattutine con il mio cane.
Di mattina presto (bei tempi!), c'ero soltanto io e scorrazzavo in lungo e in largo, correvo, saltavo, gioiovo e mi fermavo persino a fare ginnastica sulle panchine di pietra. Qualche volta arrivava la mia amica Sofia e scambiavamo quattro chiacchiere serene e poi ciascuno proseguiva per la sua strada.
Poi, da un giorno all'altro, è arrivato un branco di pinguini che ha colonizzato la Villa, proprio in quella fascia oraria e ne ha preso quasi esclusivo possesso.
I pinguini di Villa Sperlinga, ebbene sì!
Si muovono a piccoli passi dondolanti, con i piedi sporti di lato a papera, e tengono saldamente il controllo del centro della villa sicché non è più possibile seguire delle traiettorie libere in giro per il giardino...
Non ci si puà avvicinare alla tribù dei pinguini, poichè - come per incantesimo - ci si troverebbe ad essere immediatamente trasformati in pinguini che ciondolano e dondolano, attorniati da un piccolo manipolo di canpinguini che lì seguono in questi piccoli e goffi spostamenti, seguiti da fasi di totale immobilità.
La tribù dei pinguini è ovviamente guidata da un capotribù, la cui livrea nera è sormontata da una cresta di fitto piumaggio bianco...
Un pinguino insolito, ma tant'é.
Il capo pinguino dispensa ai canpinguini che lo attorniano cibo e premi di cui è sempre riccamente fornito
Oltre ai canpinguinim ci sono molti canpinguini fantasma ... essi appartengono al regno dell'invisibile, ma se si fa attenzione si potrà scorgere l'aria tremare lievemente al loro passaggio, come quando la calura estiva che promana dal suolo rende indistinti i contorni di ciò che si trova nella distanza.
Ogni mattina, dunque, percorro il perimetro della Villa e posso soltanto contemplare in distanza la pinguinesca tribù i cui componenti come tanti soldatini si muovono tutti all'unisono, come un manipolo di buffi soldatini...
Poi, al termine delle loro pinguinesce evoluzioni si ritirano con lento piede sino ad un vicino luogo di ristoro, dove hanno una loro esclusiva mangiatoia e, quindi, sino al mattino successivo, scompaiono...
Presenti all'appello, fanno adunanza sono con qualsiasi tempo, in ogni stagione... per loro la Villa Sperlinga è tutto.
Mi chiedo se un giorno potrò scorrazzare nuovamente in assoluta libertà nello spazio aperto della villa, soprattutto percorrendola nelle sue diagonali. Mi sovvengo a pensare con nostalgia a quella libertà di vagare che ora mi è stata sottratta.
Per adesso quegli spazi mi sono preclusi: per quanto riguarda me, non ho alcun desiderio di trasformarmi anch'io in un pinguinesco pinguino.
Ma sono pessimista: credo che per me l'età d'oro di Villa Sperlinga non tornerà più.

Nella caligine del primo mattino
ho visto pinguini felici
muoversi in branco
nella iridescenza violetta della plumbagine in fiore

(luglio 2018)

I pinguini sono sempre lì, ogni santo giorno, anche ad Agosto

Anche nel Solleone

Amo i pinguini di Villa Sperlinga

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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