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14 gennaio 2019 1 14 /01 /gennaio /2019 09:13

Accade a Palermo: una miriade di sacchetti di scorie di plastica abbandonati lungo il marciapiedi di una delle vie più importanti della città.
Una lunga teoria di sacchetti ed anche di oggetti singoli, ma più ingombranti, mescolati in un melange di colori con le foglie secche dei platani, inzuppate dalla pioggia.

Maurizio Crispi

Foto di Maurizio Crispi

Accade a Palermo: una miriade di sacchetti di scroie di plastica abbandonati lungo il marciapiedi di una delle vie più importanti della città di Palermo.
Una lunga teoria di sacchetti e di oggetti singoli, più ingombranti, mescolati in un melange di colori con le foglie secche dei platani, inzuppate dalla pioggia.
Ho osservato questo scemio lungo l'asse di via Libertà, nel giorno successivo a quello in cui - nottetempo - è prevista la raccolta differenziata dei rifiuti urbani solidi in plastica (in particolar modo il 4 gennaio mattina).
Sacchetti pieni di rifiuti di plastica, alcuni squarciati, singoli oggetti di plastica voluminosi sparsi lungo il marciapiedi dell'asse viario di via Libertà, quasi che - mentre veniva effettuata la raccolta - gli stessi sacchetti venissero buttati giù ad arte dal camioncino su cui erano stati caricati.
La loro disposizione, infatti, escludeva decisamente il fatto che essi fossero caduti durante la marcia da un camioncino stracarico. Per avallare questa ipotesi i sacchetti e gli oggetti di plastica avrebbero dovuto trovarsi sulla sede stradale, non sul marciapiedi.
Che sia stata una forma di boicottaggio da parte degli addetti dell'azienda preposta?
Insomma, una mano raccoglie, mentre l'altra insozza.
Una vera e propria forma di schizofrenia civica.

Altra causa possibile del malfatto (o misfatto che sia) discende dalla letale commistione di carenza di personale, da utilizzo di mezzi non adeguati e, least but not last, da strafottenza.
Dico questo sulla base di una mia recente osservazione.
Nottetempo, ho sentito dei rumori provenienti dalla mia via e ho guardato dalla finestra.
C'era ferma un camioncino del RAP davanti ad un cancello che dà accesso ad un condominio.
Era al lavoro un unico addetto (oggi, con termine politicamente corretto, dicesi "operatore ecologico", non più "spazzino" o "netturbino", termini entrati nel novero delle parole ingiuriose e per questo desueti) nella veste di factotum, quindi autista ed operatore al tempo stesso.
Con mia somma sorpresa procedeva in questo modo: ha rovesciato il contenuto di un grande contenitore condominiale (era la notte della raccolta organica, in questo caso) sull'asfalto e, quindi, con le mani ha sollevato i singoli sacchetti, lanciandoli nel cassone del camioncino. Tutto ciò che si è sparso per terra, le minuzzaglie, insomma, lo ha lasciato sull'asfalto.
Quindi, quasi allegramente, si è rimesso alla guida ed è ripartito per la prossima tappa.
Non c'è bisogno di altre parole per commentare: credo che ognuno possa trarre le debite conclusioni.

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11 gennaio 2019 5 11 /01 /gennaio /2019 06:56

Nubi plumbee
gravano sulla città al risveglio
pioggia gelida e raffiche di vento
ombrelli che si schiantano
monnezza alla deriva nelle pozze di acqua piovana
foglie secche e oggetti di plastica sparsi
lungo i marciapiedi
quasi fossero stati lanciati ad arte
da netturbini burloni o forse dispettosi
gatti morti, abbandonati da giorni,
si guardano attorno con occhi ciechi,
le cornee opacate e il pelo arruffato
Poi, dopo tanto travaglio e tormento,
si affaccia il sole e scampoli di cielo si aprono nell’azzurro

 

Scampoli di cielo (foto di Maurizio Crispi)

 

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9 gennaio 2019 3 09 /01 /gennaio /2019 10:06

«Fuori la neve continua a scendere silenziosa. È ormai quasi buio. Nella yurta invece è caldo. Bevo l'ultimo sorso dalla tazza e infilo la giacca per tornare al lavoro. Ciclopi, terremoti e bufere facciano quel che devono, io sono Marco Scolastici e dalla mia Itaca non me ne vado piú».

La storia del pastore che ha sconfitto il terremoto.

Marco scolastici, Una Yurta sull'Appennino. Storia di un ritorno e di una resistenza, Einaudi, 2018

Nel volume pubblicato da Einaudi (Collana Stile Libero Big, 2018), Marco Scolastici, giovane pastore dell'Appennino proprio nella zona colpita dal terremoto, racconta la sua storia di resistenza alla catastrofe ambientale. Malgrado le difficoltà, infatti, egli è voluto rimanere vicino alla casa e nella terra dei suoi avi, proprio sopra la faglia: ha deciso di rimanere, assieme ai suoi asini, alle sue pecore e ad una trentina di cani maremmani
Il libro che, in forma di appassionato diario, racconta la storia del suo ritorno a quella terra e della sua ressitenza, si chiama Una Yurta sull'Appennino. Storia di un ritorno e di una resistenza ed è la toccante testimonianza su come si possa amare una terra, al punto da sacrificarsi per non lasciarla, malgrado le calamità naturali: terremoto e neve, in questo caso.
Marco Scolastici che ha scelto di tornare alla terra del bisnonno e del nonno, abbandonando gli studi universitari di Economia e commercio per fare il pastore, ha sentito la chiamata di quelle terre nei pressi di Macereto a due ore d'auto da Roma, come colpito da un'improvvisa vocazione.
Ed è stata la forza di qesta chiamata a indurlo a resistere e rimanere con i suoi animali, anche quando le reiterate scosse sismiche hanno reso la sua casa inagibile e le stalle in pericolo di crollo.
Ha continuato a resistere e, per svernare, ha preso ad abitare in una Yurta mongola.
Le terre di Macereto (nel territorio di Visso nelle Marche) sono state la sua Itaca, a cui dopo aver percorso una lunga strada ha fatto ritorno e a cui ha deciso di rimanere abbarbicato.
Il percorso narrativo è suddiviso in dieci incisivi capitoli, una sorta di idea-lista che lo porta a visitare le tappe essenziali del suo percorso (e ripetendo in ciò un gioco che soleva fare con la sorella Roberta), partendo dalla neve (è sepolto sotto una coltre di neve dopo una tormenta che sembra non finire mai mentre gli animali nelle stalle non possono nè mangiare né bere) e finendo con neve, quando in un empito di coraggio decide di uscire dalla Yurta e lottare per la vita dei suoi animali e per la sua Itaca.
Una storia che è bella, a tratti commovente. Ed un percorso che non è fatto solo di cronaca, ma forse soprattutto di assemblaggio di eventi intimi ed interiori (oltre che a veri e proprio sprazzi di memorie familiari) che offrono - in una tessitura a patchwork - l'intera vita di Marco Scolastici, conducendo il lettore ai perchè più profondi delle sue scelte e della sua resistenza. Apprezzo molto, tra l'altro, che non sia stato utilizzato il tanto abusato termine, oggi, di "resilienza", molto amato - sino all'ossessione - da certi psicologi degli sport di lunga durata ed estremi.
Prima ancora di attenzionarlo in libreria, mi era capitato di sentire su di una rubrica su RAI3 - forse RAI3 Mondo) un'intervista a Marco Scolastici, nella quale si parlava anche del suo libro: da lì ad acquistarlo per leggerlo il passo è stato istantaneo.


(Risguardo di copertina) Marco Scolastici era un ragazzo come tanti, iscritto alla facoltà di Economia a Roma, pieno di incertezze sul futuro. Poi un giorno, in un bar, si è imbattuto in una foto su un calendario: ritraeva il vecchio acero di Macereto, il Monte Bove, i pascoli in cui suo bisnonno Venanzio era cresciuto: curandoli, desiderandoli e infine comprandoli. Meno di una settimana dopo Marco ha lasciato la capitale. Il suo è stato un viaggio di ritorno verso casa difficile, talvolta doloroso, e quando pareva concluso la terra ha cominciato a tremare: era il 2016. Il buon senso gli suggeriva di scappare, ma quello sconosciuto altopiano delle Marche per lui era la vita. Non poteva abbandonare le sue pecore, i suoi asini, i maremmani. Cosí ha montato una yurta mongola accanto alla propria casa inagibile e ci ha trascorso l'inverno. Il sisma non sarebbe stato la fine di tutto, ma l'occasione per un nuovo inizio.
«Il silenzio è diluito in tutto ciò che fa parte dell'altopiano. Anche per questo il terremoto è stato sconvolgente: per la prima volta ho sentito le montagne urlare e, dopo l'urlo, i rumori sono diventati gli stessi che si sentono ovunque. È stato cosí per settimane, mesi, poi lentamente la natura ha cominciato a ricucire le cose, come è avvenuto milioni di volte nella storia di questa terra. Tra poco il silenzio tornerà a essere intatto come lo era nelle prime settimane in cui esploravo Macereto alla ricerca del suo sussurro».

L'autore. Marco Scolastici (1988) è originario di Tarquinia, vive sui Monti Sibillini e la sua storia ha superato i confini dell'Italia. La yurta sulle montagne di Visso dove ha trascorso l'inverno del 2016 è diventata un simbolo di speranza e un punto di riferimento per la gente del posto. A trovarlo sugli Appennini sono passati scrittori e artisti di fama internazionale. Il Premio Rigoni Stern gli ha consegnato il riconoscimento «I Guardiani dell'Arca». "Una yurta sull'Appennino" è il suo primo libro.

Marco Scolastici nella sua Yurta (dal profilo facebook di Marco Scolastici)

Marco Scolastici nella sua Yurta (dal profilo facebook di Marco Scolastici)

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3 gennaio 2019 4 03 /01 /gennaio /2019 10:12

Il povero gatto, morto sin dal 22 dicembre 2018, ancora giace senza pace e senza sepoltura: siamo al 6 gennaio 2019, e il servizio competente non si è ancora attivato per la sua rimozione, malgrado le numerose segnalazioni da parte dei cittadini residenti e persino da parte dei Vigili Urbani.
Forse quelli dell'azienda preposta aspettano che quel cadaverino sia totalmente mummificato o, meglio ancora, trasformato in polvere, così potranno recitare, quando interverranno troppo tardivamente, parole di requiem: "Polvere alla polvere...".

Aggiornamento sul mio profilo FB del 7 gennaio

Foto di Maurizio Crispi

Occhio che non vede, cuore che non duole.
In questo casa è l'occhio del Sindaco di Palermo, a non vedere il corpicino di un gatto ucciso per strada già da prima di Natale e lasciato lì, per strada, malgrado le numerose segnalazioni da parte dei cittadini residenti.
La RAP di Palermo (RAP S.p.A. – Risorse Ambiente Palermo) si disinteressa: il povero gatto è lì su quel marciapiede almeno dal 22 dicembre 2018. Anzi, prima era sotto il bordo di quel marciapiedi, parzialmente nascosto da un auto posteggiasta: qualche anima gentile si è premurata di issare il corpicino senza vita sul marciapiedi per evitare che venisse scempiato dalle ruote delle auto in manovra alla ricercha di parcheggio.
Siamo in via Lombardia, una delle vie di una delle residenziali della Palermo chic. A solo pochi metri di distanza c'è l'abitazione del Sindaco di Palermo che si vanta di essere alla guida di una città europea, capitale della cultura e dell'accoglienza, oltre che della solidarietà verso i migranti.
Eppure a meno di trenta metri, proprio al di là della strada e del numero civico in cui è domiciliato, c'è quel corpicino morto che ristagna, sempre più spelacchiato e grigio, mentre all'inizio aveva una folta pellicciotta bianconera.
Sono delle piccole note stonate, queste.
E i Vigili urbani che stazionano davanti alla casa del Primo cittadino non mi vengano a dire che loro hanno assolto il loro compito chiamando la linea telefonica dedicata della RAP, per segnalare il caso e chiedendo una pronta rimozione.
E che pertanto la responsabilità della non-rimozione è di quell'ufficio.
Il solito scaricabarile di competenze e di responsabilità, insomma.
Dicono che, a cavallo del passaggio tra il vecchio e il nuovo anno, la RAP sia in agitazione e che non garantisce più i minimi servizi indispensabili: verissimo, a giudicare dei cumuli di monniezza che si stanno accumulando ogniddove, con buona pace della rsaccolta differenziata.
Il fatto è che, come ho già detto altrove, è che quando tutto è burocratizzato e le competenze sono distribuite in maniera rigida a singoli enti pubblici o privati, il cittadino qualunque viene privato della possibilità di attivarsi autonomamente per risolvere i piccoli problemi oltraggiosi della quotidianità.
In questo caso, si è privati dunque della possibilità di attivarsi personalmente, per rimuovere questo animale morto dal luogo in cui giace, armandosi di pala, sacco della spazzatura e - ovviamente - guanti protettivi. Se un cittadino facesse questa lodevole azione (io ci ho pensato, sì, di attivarmi in prima persona) dove dovrebbe poi portare il cadaverino? Non rischierebbe forse di essere ripreso per aver compiuto un'azione illecita e che non gli compete, poichè esiste un'Azienda addetta a tale bisogna? E se, ad esempio, lo portasse in campagna per seppellirlo nella terra o sotto le pietre non rischierebbe forse di essere sanzionato per inquinamento ambientale?
Ma per tornare al punto, S
ono appunto queste le cose, apparentemente piccole omissioni e negligenze, a non farci onore e e ad offuscare tutti gli sforzi di rendere Palermo una città migliore e i riconoscimenti che la nostra città riceve, come testimonia il bellissimo e documentato articolo uscito su L?Espresso, nell'ultimo numero dell'anno.

Oggi, 4 gennaio 2019, il gatto è ancora lì.

Foto di Maurizio Crispi

5 gennaio 2019

Il gatto continua a giacere sul marciapiedi sempre più spelacchiato e tristanzuolo

Foto di Maurizio Crispi. Il gatto morto di Via Lombardia (5 gennaio 2019)

Al 7 gennaio 2019, la situazione è scandolasamente immutata.
E, alla fine, ...tra il l'8 e il 9 gennaio il corpicino è stato finalmente rimosso e il marciapiedi è ritornato libero da quell'inquitante e triste presenza...

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3 dicembre 2018 1 03 /12 /dicembre /2018 06:49
Shaun Blythell, Una vita da Libraio, Einaudi, 2018

Una vita da Libraio (titolo originale: The Diary of a Bookseller, nella traduzione di Carla Palmieri) è l'appassionante diario giornaliero di un libraio dell'usato, Shaun Bythell, proprietario del negozio "The Bookshop" a Wigtown ("The Biggest Bookshop in Scotland") . Ed è proprio un libro che tutti coloro che amano i libri dovrebbero leggere e che mostra come è vivere la propria vita in mezzo ad una collezione viva e mobile (sempre nuovi volumi entrano, altri escono) di oltre centomila volumi.
Il volume di Shaun Bythell è rassicurante, anche: perchè mostra come sia possibile che i nostri libri, quelli che abbiamo raccolto nel corso di una vita, che abbiamo amato, letto e riletto e della cui presenza accanto a noi siamo costantemente consapevoli) possano avere un futuro interessante e vivo, se cadono nelle mani di uno come Bythell.
Purtroppo, in Italia, manca ancora totalmente - fatte salve alcune eccezione soprattutto per ciò che concerne i libri "antichi" - la cultura deil'usato
Mancano dei negozi qualificati in cui librai appassionati facciano incetta e facciano circolare libri appartenuti ad altri, il cui triste destino è purtroppo quello di finire nella bottega di rigattieri (dove sono sotto valutati, il più delle volte) o di essere mandati al macero.
Solo Libraccio - in Italia - e il più specializzato MareMagnum fanno commercio di libri usati (in quest'ultimo è possibile trovare libri altrimenti irreperibili): è questo è già un bene. Ma se uno che - per le circostanze della vita - si trovasse a disporre del lascito di un cospicuo quantitativo di libri e non potesse tenerli, le possibilità di venderli a qualcuno che sappia valorizzarli sono davvero scarne.
E così, noi lettori che abbiamo tanti libri ci interroghiamo angosciati sulla fine che questi faranno, quando non ci saremo più.
Questo è uno dei motivi per leggere il libro di Shaun Blythell, ma l'altro è vedere come emerga quotidianamente un amore sconfinato per i libri: in effetti, un lavoro come questo lo si può fare solo amandoli, i libri.
Il suo diario si snoda mese per mese, con annotazioni pressocchè giornaliere, a volte brevi, altre volte più lunghe. E' costante il rapporto con i libri, ovviamente e poi con l'infinita varietà di frequentatori del suo negozio: ne emerge da ciò una tipologia umana infinita, una vera e propria zoologia dei frequentatori di libri che non sempre sono individui che li amano o li leggono. E dietro a questi personaggi in carne in ossa si celano dietro i libri acquisiti e poi messi invendita le ombre di coloro che li hanno posseduti: "A parte il fatto che è una cosa antipatica da dire ad un venditore di libri usati, chi può sapereper quali mani siano passati i volumi che ho in negozio? Mani di ogni genere, senza dubbio: dai sacerdoti agli assassini. Per alcuni la storia che si nasconde dietro un libro usato è un mistero che emoziona e che accende l'immaginazione: Ricordo che un tempo discutevo con un'amica sul significato delle annotazioni e dei commenti a margine. Anche a questo riguardo ci sono opinioni discordanti, e a voltechi acquista i nostri libri tramite Amazon ce li rimanda indietro perchè ha scoperto degli appunti scritti a manoche a noi erano sfuggiti. Per me queste cosenon sminuiscono il valore di un libro; al contrario, sono aggiunte affascinanti, sguardi nella mente di un'altra persona che ha letto quelle stesse pagine" (ib., annotazione di martedì 4 gennaio, pp, 356-257).
Emerge (ma tutto questo viene detto con bonomia e con tanta ironia) che i "veri" lettori sono una razza rara (e, in Italia, una razza quasi in via di estinzione); a riprova dello scritto autobiografico "Ricordi di Libreria" di George Orwell che, mentre scriveva il suo "Fiorirà l'Aspidistra", si trovo a lavorare per sbarcare il lunario come commesso in un bookshop dove entrò pieno di idealità sul vendere libri per dover poi constatare che le sue rappresentazioni sui lettori e sui frequentatori di un bookshop erano destinate a cadere a pezzi. Per questo motivo, ogni mese del diario di Bythell è introdotto  da un'epigrafe con un brano scelto delle singolari memorie di George Orwell.
Shaun Bythell è anche uno degli organizzatori del Wigtown Book Festival che a partire dalla sua data di nascita nel 1998 è assurto ad una popolarità sempre crescente.
Le note di questo diario coprono esattamente l'arco di un anno, dal 5 febbraio 2014 e al 4 febbraio dell'anno successivo (2015). Come scrive l'Autore in epilogo, egli ha tenuto regolarmente un diario sulle attività del suo bookshop e sulla galleria di clienti che lo hanno frequentato (alcuni dei quali trasfigurati in veri e propri "personaggi"), anche oltre la data in cui ha deciso di dare alle stampe queste sue notazioni.
Nel momento in cui scrive l'epilogo è il 1° novembre del 2016, egli aggiunge, e cade il quindicesimo anniversario del giorno in cui egli acquistato il negozio.


(Soglie del testo) Si può avere una vita avventurosa anche seduti su uno sgabello.
Un paesino di provincia sulla costa scozzese e una deliziosa libreria dell'usato. Centomila volumi spalmati su oltre un chilometro e mezzo di scaffali, in un susseguirsi di stanze e stanze zeppe di erudizione, sogni e avventure. Un paradiso per gli amanti dei libri? Be', piú o meno…
Dal cliente che entra per complimentarsi dell'esposizione in vetrina, senza accorgersi che le pentole servono a raccogliere la perdita d'acqua dal tetto, alla vecchietta che chiama periodicamente chiedendo i titoli piú assurdi, alle mille, tenere vicende di quanti decidono di disfarsi dei libri di una vita. The Book Shop, la libreria che Shaun Bythell contro ogni buonsenso ha deciso di prendere in gestione, è diventata un crocevia di storie e il cuore di Wigtown, villaggio scozzese di poche anime. Con puntuta ironia, Shaun racconta i battibecchi quotidiani con la sua unica impiegata perennemente in tuta da sci, e le battaglie, tutte perse, contro Amazon. La sua è l'esistenza dolce e amara di un libraio che non intende mollare. Con l'anticipo dell'edizione italiana, Shaun sta finalmente ricostruendo il tetto della sua libreria.


«Stavo uscendo dalla cucina con la mia tazza di tè quando un tizio in giacca da lavoro e pantaloni di poliestere una spanna piú corti del normale mi è rovinato addosso e me l'ha quasi fatta cadere. - È mai morto nessuno qui? - mi ha chiesto poi. - Nessuno ci ha ancora lasciato le penne cadendo da una scaletta?
- Non ancora, - gli ho risposto, - ma speravo proprio che oggi fosse il gran giorno».

 

L'Autore. Shaun Bythell è il proprietario della libreria The Book Shop di Wigtown e uno degli organizzatori del Wigtown Book Festival. Tutto quello che si deve conoscere di lui lo si può leggere nell'introduzione al suo volume.

È possibile fare un tour virtuale nella libreria grazie al video pubblicato dall’autore tramite il suo account Youtube

Una storia incantevole per chi crede che un libro sia per sempre

Einaudi, soglie del testo

(Approfondimento) La dimostrazione che si può avere un’esistenza avventurosa anche seduti su uno sgabello  (di Giuseppe Culicchia, «la Repubblica»). Dal sito web Einaudi

Shaun Bythell a trentun anni e un mese diventa proprietario di una libreria dell'usato nel cuore di Wigtown, un paesino sulla costa scozzese. Non ha ancora letto il saggio Ricordi di libreria di Orwell, altrimenti avrebbe avuto un «salutare avvertimento» su ciò che lo attendeva.
Nel 2014 inizia a scrivere un diario in cui racconta il suo mondo e quello dei lettori, veri o finti, che entrano nel suo negozio, una sorta di grotta di Aladino frequentata da clienti abituali, che sanno quello che vogliono, e altri che si fingono interessati ma che in realtà non subiscono il fascino della lettura: alcuni sono cortesi, colti, altri scortesi, maleducati o stravaganti.
Il risultato di questi appunti è Una vita da libraio, un «delizioso diario di un mestiere che si può fare solo con amore e, nel suo caso, con una buona dose di humor inglese, anzi scozzese. La dimostrazione che si può avere un’esistenza avventurosa anche seduti su uno sgabello» (Enrico Franceschini, «il venerdì – la Repubblica»).
Shaun è un libraio che non intende mollare,  «ma tre le righe non di rado spassosissime si percepisce la rabbia di un animale consapevole di appartenere a una specie in pericolo, visto che ad assottigliarsi è anche il numero di coloro che si ostinano a compare libri in libreria non solo per abitudine o perché incredibilmente non hanno ancora un computer, ma perché sanno che l’unico modo per garantire la sopravvivenza delle librerie è farle lavorare. Da ex collega, ringrazio Shaun Bythell per questo divertente cahier de doléances. Ne condivido la passione, l’amarezza e anche la rabbia» (Giuseppe Culicchia, «la Repubblica»).
Bythell  vive circondato da libri, circa centomila volumi distribuiti in stanze che si rincorrono come un labirinto, zeppe di erudizione; esce per entrare nelle case di chi vuole liberarsene, a volte trova tesori, altre volumi apparentemente invendibili. I suoi sopralluoghi sono vere avventure, il senso di attesa che prova prima di varcare la soglia non ha paragoni; scopre testi ma anche persone, e il viaggio dentro quelle abitazioni raccontano tanto di chi le ha abitate.
Nonostante le difficoltà, per l’autore diventare libraio è stata la scelta migliore della sua vita, come ha ammesso a Enrico Franceschini per il venerdì – la Repubblica: «vendere libri è come fare il kamikaze: quando decidi, non c’è modo di tornare indietro».

Shaun Bythell, author of The Diary of a Bookseller, talking at an event within his bookshop during Wigtown Book Festival, with music from The Bookshop Band.

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2 dicembre 2018 7 02 /12 /dicembre /2018 10:53

Mi capita sovente di sognare di un appartamento segreto.
Un posto che sembra essere quasi un rifugio, al quale soltanto io ho l'accesso.
Si trova ubicato in un grande palazzo, nell'intercapedine tra due altri appartmenti: ed in comunicazione con entrambi attraverso porte a scomparsa, occultate ad arte, che soltanto io posso aprire.
E' un appartamento attrezzato del minimo necessario, ma sostanzialmente di aspetto monacale: benchè sia segreto ed invisibile è dotato di finestre che si aprono all'esterno e che ne consentono aereazione e una buona illuminazione con la luce del giorno.
Dall'appartamento si accede ad un'enorme terrazza che occupa l'intera superficie dell'edificio.
Di fatto, questa terrazza è un enorme giardino pensile dove crescono piante da fiori e anche alberi che nel corso del tempo sono diventati enormi e ramificati sino a formare una vasta foresta incolta.
Non ho mai avuto tempo di curarla nelle mie fugaci visite, poichè c'è sempre qualche evento imprevisto che mi distoglie dal curarmi del mio giardino.
Ogni tanto, nei miei sogni, mi aggiro nei meandri di qesta piccola foresta, sorprendendomi ogni volta nello scoprire che nuovi virgulti sono cresciuti, fino a formare un fitto sottobosco e che alberetti prima piccoli sono diventati enormi e fronzuti.
Ogni tanto mi affaccio alla ringhiera e vedo dei bambini che nei cortili sottostanti giocano e si rincorrono, ma nessuno di loro si accorge mai di me che li osservo dall'alto. E' come se da questo rifuggio segreto nessuno mi potesse vedere e, d'altra parte, è impossibile qualsiasi comunicazione a voce, in considerazione dell'altezza.
Qualche volta nei sogni, sono all'esterno dell'appartamento, e mi soffermo a trastullarmi con l'idea che posso entrarci qando voglio, passando in rassegna le diverse stanze che lo compongono: trattandosi di una cosa che sento solo ed esclusivamente mia non ha davvero importanza entrarci, perchè so che sono l'unico a possedere le chiavi di questo piccolo regno nascosto.
Altre volte, invece, mi aggiro al suo interno, ma sempre senza particolarmente soffermarmi in una stanza o nell'altra: ma i sogni non mi dicono mai cosa faccio quando sono al suo interno. In effetti, le stanze sono spoglie, come in attesa di essere occupate.
Le porte d'accesso sono nascoste e soltanto io ne conosco il segreto: mi sorprendo a volte che questo appartamento possa esistere ignorato da tutti.
A volte mi chiedo come ciò sia possibile: a volte, mi rispondo dicendo che l'appartamento si trova in un'intercapedine di cui nessuno conosce l'esistenza e in cui io, per qualche bizzarria della sorta, mi sono imbattuto. Altre volte, contagiato dalle mie letture di fantascienza, mi dico che si tratta piuttosto di una porta verso un altro mondo che, tuttavia, rimane in un rapporto di stretta contiguità con quello da cui provengo. Ma questo pensiero è di per sé inquietante, poichè a volte mi trovo a pensare che le porte d'accesso possano chiudersi definitivamente anche per me, proprio quando sono al suo interno. O anche - con un pensiero più ardito - penso che possa essere una camera per il teletrasporto di cui ignoro il meccanismo di funzionamento.
Sì, sembra essere decisamente una dimora da vivere in solitudine, quasi fosse la dimora di un eremita che ha fatto il voto del silenzio, ma quando sono lì dentro o sulla sua soglia, non mi sembra mai che mi manchi qualcosa di essenziale. E dire che, nel corso delle mie visite, non ho mai visto al suo interno, alcun libro, o cd. C'è sì uno spazzolino da denti nel bagno che presenta tracce d'uso.
L'altro giorno, per la prima volta, ho sognato che Gabriel era con me dentro quell'appartamento segreto. Un po' giocavamo assieme, un po' Gabriel faceva qualcosa per cui io lo rimproveravo. Malgrado questi piccoli screzi, avevo la netta sensazione che io e lui stavamo bene assieme, come quando ci ritroviamo a giocare assieme.
Quest'ultimo sogno, a differenza degli altri simili, era molto lungo: mi dava un una percezione soggettiva di interminabilità.
Mi svegliavo e ripiombavo nel sonno per sognare lo stesso scenario, oppure - mi sono poi detto - i risvegli non erano reali e facevano pure parte di quel sogno. Non saprei.
Ma, ad un certo punto, mi sono angosciato: ho pensato di essere intrappolato lì dentro una volta per tutte e di non poterne uscire più: come se il paradiso segreto stesse per trasformarsi in una prigione dalla quale non ci sarebbe più stata una fuga possibile.
Una sorta di concamerazione segreta della mia mente, nella quale sarei rimasto bloccato per sempre.
Un luogo, dal quale non potrei più essere recuperato, come se un dio che gioca con l'Universo potesse decretare: "Quelle porte che erano per aperte per te, ora saranno chiuse per sempre e tu non potrai mai fare ritorno".
E, a questo punto di quest'ultimo sogno, mi sono risvegliato in preda ad una profonda ed inesprimibile angoscia.


 

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2 ottobre 2018 2 02 /10 /ottobre /2018 08:43
(foto di Maurizio Crispi)

(foto di Maurizio Crispi)

Alcuni anni fa scrissi per un periodico freepress, diretto da Valentina Gebbia, un articolo sulle Magnolie, nel quale in particolare raccontavo dell'Albero-orecchio, cioè di una grande magnolia nei pressi del luogo in cui abito a Palermo, sul cui tronco appare in rilievo un enorme orecchio. Si tratta proprio di un orecchio: non occorre molto sforzo di fantasia per individuarlo. E' lì ed è palese, indiscutibile.
L'Albero-orecchio è sempre lì, eterno, immutabile e per questa sua natura fa pensare agli Ent-Alberi dell'universo di Tolkien: le magnolie, del resto, hanno in sè questa caratteristica che le fa apparire un archetipo dell'eternità, alberi in continua espansione e crescita, grazie alle loro radici pensili che, protendendosi dall'alto e raggiungendo il suolo in un n movimento geocentrico, si trasformano rapidamente in nuovi tronchi.
Le magnolie attivano fortemente la fantasia.


E ancora di più questo straordinario Albero-orecchio.
L'Albero-orecchio è stato tema di costanti narrazioni con mio figlio Francesco, quando ci passavamo accanto e lo osservavamo.
Ed è tornato ad essere di altre narrazioni con mio figlio Gabriel.
La narrazione che segue è stata la più recente che ho voluto proporre qui, poichè per il momento non riesco a trovare il file dell'articolo originario che non è mai stato diffuso online.

 

L'Albero-orecchio con Gabriel (foto di Maurizio Crispi)

Tanto tempo fa un uomo si è fermato ai piedi di questa magnolia ed è rimasto fermo a lungo a pensare, ammirato dalla bellezza dell'albero e dalla sua densa e fresca ombra, dalle sue radici pensili e dalle radici enormi che fuoriuscivano dal terreno rivelandosi come le sinuose creste ossee di qualche dinosauro che lotta per liberarsi dalla terra in cui è sepolto..
L'albero, rapito dalle buone vibrazioni di questo passante, preso dalla meraviglia e da un empito di benevolenza, ha cominciato a protendere le sue radici aeree verso costui.
L'uomo, in contemplazione estatica, non si è mosso e le radici hanno preso a crescere e ad inglobarlo nel legno.
L'uomo nel giro di poco si è fatto uomo-radice ed infine albero.
L'unico segno distintivo del suo essere stato uomo è l'orecchio che è rimasto a sporgere verso l'esterno, quasi a suggellare il suo desiderio di poter rimanere in contatto con il mondo, benché ormai nella forma e nella sostanza di un albero.
L'albero-orecchio (che contiene dentro di sé quell'uomo) vuole ascoltare le storie di chi passa accanto a lui.
Grazie alla trasfusione dell'umanità di quel passante nella materia vivente e silenziosa di cui sono fatte le piante quella magnolia è divenuta un essere sociale e vuole ascoltare le storie del mondo.
Ecco perchè, quando ci si trova a passare vcicino a quel grande orecchie conviene bisbigliare delle storie: le storie di ciò che si è visto, di ciò che si è sentito dire, anche semplicemente delle storie fantastiche inventate di sana pianta oppure anche attingendo al repertorio di storie fiabesche e di avventure. Io per conto mio amo raccontargli le storie di Sinbad il marinaio e quella di Ali Baba e i quaranta ladroni.
E ogni tanto gli racconto anche la storia di quell'uomo che, tanto avendo ammirato quella possente Magnolia, è divenuto uomo-radice.
Giusto nel caso che l'uomo-radice avesse perso memoria delle sue origini.
Se tu, passante, quando ti trovi a sfiorare quel gigantesco orecchio, gli sussurrerai delle storie, l'albero poi sarà benevolo con te e le sue radici di rispetteranno...
Potrai allontanartene tranquillamente, senza esserne avviluppato.
Ma la scelta è tua, in fondo.
Potresti desiderare, in fondo, di diventare anche tu Albero-radice.

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4 settembre 2018 2 04 /09 /settembre /2018 07:11
Devozione

E' capitato in un piccolo paesino delle Madonie (Locati, frazione del Comune di Bompietro), in Sicilia. Nel pieno del caldo pomeriggio estivo, le strade assolate come in un borgo messicano, un uomo anziano ha attraversato zoppicando la piazza dominata da un antica chiesa: e più che una camminata è stata una perigliosa traversata, a piccoli passi traballanti, un pellegrinaggio. Quindi, l'uomo si è fermato ai piedi della scalinata e, alzate le braccia al cielo, ha pregato immobile, tutto torto per via dell'essere sciancato, per oltre 5 minuti.
Poi, di nuovo zoppicando, piegato sul suo bastone, ha riattraversato la piazza e si è seduto su di una panchina sul lato in ombra, accanto ad un compaesano che già vi si era fermato a prendere il fresco.
Una preghiera suggestiva e commovente, espressione di una forte devozione, la cui espressione avviene fuori dal luogo di culto e da momenti codificati istituzionalmente, senza la mediazione - spesso presente - tra il divino-trascendente e il singolo uomo.
Alcuni gesti devozionali hanno una valenza universale. E possono essere identici, malgrado le differenze di storia, cultura, tradizioni e credo religioso. Tutte queste sono mere contingenze: la sostanza è identica e riconduce ad una pratica religiosa, selvaggia, insita nell'essere umano, e non necessariamente codificabile all'interno di specifiche professioni di fede religiosa e dell'appartenenza ad una congrega piuttosto che ad un'altra. E questo fatto accomuna e ci fa sentire parte di un tutto.
L'anziano uomo di Locati in preghiera ai piedi della scalinata della Chiesa madre mi ha particolarmente colpito, perchè, immediatamente, mi ha richiamato alla mente un'altra immagine, relativa ad un altro tempo e ad un altro luogo.
Si tratta di una foto che ho scattato in Nepal nel 1992, dove ho colto un anziano in atteggiamento devozionale davanti alla statua che raffigura il Dio Elefante, Ganesh in altri termini, che poichè fu incaricato dal dio Vishnu di creare il mondo danzando, è considerato il Dio degli inizi o anche del Buon Auspicio, quello che si prega in prossimità di un cambiamento o dell'inizio di un viaggio e - per estensione - davanti a scelte e a decisoni che potrebbero avere degli effetti imprevedibili.

Katmandu, Nepal, 1992 (foto di Maurizio Crispi)
Preghiera davanti all'effige del Dio Ganesh, Katmandu (Nepal), 1992 (foto di Maurizio Crispi)

 

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20 agosto 2018 1 20 /08 /agosto /2018 09:13
Francesco D'Agostino e Sandro Riotta (foto), La Meschita. Il quartiere Ebraico di Palermo, Kalçs (collana Le Tessere), 2018

E' di recente uscito in libreria (2018), per i tipi di Kalòs (collana Le Tessere), il volume La Meschita. Il quartiere ebraico di Palermo, scritto da Francesco D'Agostino, con le fotografie di Sandro Riotta. Il volume è nato dalla passione di Francesco D'Agostino, professore di matematica, ma instancabile raccoglitore di memorie e di notizie documentali sull'antico quartiere ebraico di Palermo, passione che ha prodotto articoli ed anche un volume (assieme a Loredana Fiorello) concepito per le scuole, con una disamina storica del percorso degli Ebrei dalla Diaspora alla Shoah.
Da questa sua passione, con il pieno sostegno dell'Istituto Siciliano Studi Ebraici cui Francesco D'Agostino è affiliato, mentre Sandro Riotta ne è collaboratore esterno e amico, sono nati anche degli specifici percorsi guidati all'interno della Meschita, di cui lo stesso professore è stato il promotore, non mancando - come è (o come dovrebbe essere) in tutte le imprese culturali -  di creare un piccolo "vivaio" di conoscitori a cui trasmettere una così preziosa legacy.
Gli studi di Francesco D'Agostino, la creazione di un itinerario per visitare i luoghi dello storico insediamento ebraico di Palermo, l'adozione da parte dell'Istituto scolastico presso il quale egli insegnava dell'intera area della Meschita, la trasmissione delle sue conoscenze ad alcune guide autorizzate, la predisposizione di una mappa che ha dato corpo e sostanza all'itinerario, sono stati passi fondamentali che hanno dato risonanza a questo corpo complesso di tracce della memoria, tanto che - secondo la testimonianza di alcuni - si è incrementato notevolmente il flusso di visitatori di cultura ebraica che arrivano a Palermo desiderosi di arricchire di un ulteriore tassello la loro storia.

Il volume, arricchito dalla prefazione di Evelyne Aouate, Presidente dell'Istituto Siciliano Studi Ebraici di Palermo, è suddiviso in tre diverse sezioni: una "Breve storia" (pp. 19-63) che traccia la storia della presenza ebraica a Palermo, dagli anni del loro primo insediamento di cui si abbia una documentazione storiica alla Diaspora siciliana, con alcuni brevi ulteriori capitali sugli Ebrei convertiti in Sicilia (i "cristiani neofiti"), sulla Presenza ebraica a Palermo dopo la proclamazione del Regno d'Italia, e su "La Rinascita dell'Ebraismo a Palermo", che si estende sino ai nostri giorni con l'evidenziazione di alcuni importanti eventi, culminati nell'assegnazione alla piccola comunità ebraica della città di uno specifico spazio per il culto, identificato con l'Oratorio del Sabato, tra l'altro significativamente incluso nell'area dell'antico quartiere. Questa sezione suddivisa in brevi incalzanti capitoli, è corredata da un ricco apparato di note.
Segue una sezione dedicata all'"Itinerario" (pp. 65-67), corredata di piantina, che presenta in tutti i dettagli l'itinerario per la visita della Meschita, con tutti i necessari approfondimenti su ciò che, nel corso della visita, può essere oggetto d'interesse.
Questa sezione è arricchita dalla foto realizzate da Sandro Riotta, che ritraggono immagini di insieme ma anche importanti dettagli sui quali l'attenzione del lettore (e del visitatore) deve essere necessariamente richiamata: e questo sforzo certosino di mettere assieme parole ed immagini crea un effetto narra
tivo intrigante che consente di usare il volume non solo come testo di approfondimento storico, ma anche come autentica guida e supporto per la visita (con dettagli informativi validi anche per i palati più esigenti).
Questa sezione è anch'essa corredata da un apparato di note.
All'itinerario all'interno del quartiere ebraico vero e proprio sono state aggiunte quattro location "fuori carta", in quanto ritenute importante e preziose testimonianze dell'ebraismo a Palermo, sino alla contemporaneità: quindi non solo Palazzo Steri, dove avevano sede le celle dell'Inquisizione, ma anche - spingendoci sino ai nostri giorni - il Giardino dei Giusti, ubicato in via Alloro 80 e inaugurato nel 2008.
Segue un breve capitolo "Visita a volo d'uccello della Meschita", curato da Sandro Riotta e chiude il volume, infine, una cospicua bibliografia che, assieme alle note, testimonia dell'importante sforzo documentario nella costruzione del testo.
Il volume che, in forma ancora più compiuta di precedenti pubblicazioni, già opera dell'infaticabile Francesco D'Agostino, rivela una delle basi fondamentali della vocazione multietnica di Palermo, è stato presentato con grande successo di pubblico (malgrado all'evento fosse stato un orario alquanto scomodo) il 10 giugno 2018, all'Orto Botanico di Palermo, in occasione della manifestazione cultural-libraria dedicata all'editoria indipendente, Una Marina di Libri, che - alla sua nona edizione - si è svolta tra il 7 e il 10 giugno.
Il volume è il secondo in uscita della Collana "Le Tessere", inaugurata di recente dalla casa editrice: una collana che vuole mettere assieme, appunto, come se fossero le tessere di un puzzle, pezzi importante dell'identità storica e culturale di Palermo, "capitale di storia e di cultura, dalle mille identità". Di questa giovane collana, il primo volume pubblicato è stato dedicato alla figura di Costanza di Altavilla.

In considerazione dell'interesse - anche all'estero - suscitato dall''identificazione dell'antico quartiere ebraico di Palermo e delle narrazioni che ne sono scaturite in molteplici vesti, il volume - e qui affermo ciò come umile estensore di questa recensione - sarebbe meritevole di una nuova edizione bilingue, per renderlo più facilmente frubile da parte di una più vasta platea.
Alla data della prima pubblicazione della presente recensione, il volume occupa già un lusignhiero 38° posto nella classifica dei libri di argomento storico più venduti in Italia nel corso del 2018.

 

Alla presentazione ufficiale del volume "La Meschita" (Una Marina di Libri", Palermo, 19 giugno 2018) - Foto di Maurizio Crispi

(Nota editoriale di presentazione) Non è dato sapere quando gli ebrei giunsero a Palermo, la prima notizia certa della loro presenza risale al 598 d.C. Intorno all’anno Mille, poco fuori le mura meridionali e sulle rive del non più visibile torrente Kemonia, gli ebrei palermitani edificarono il loro sobborgo, l’harat al-Yahud (quartiere dei giudei), e vi abitarono sino all’espulsione del 1492. La Giudecca, a cui si accedeva attraverso la Porta di Ferro (Bab al-hadid), era suddivisa in due contrade: la Meschita e la Guzzetta, un dedalo di vicoli, piazzette, orti e giardini. La realizzazione della via Maqueda prima e della via Roma poi ne causò lo sventramento, sconvolgendo l’assetto viario originario. La Guzzetta fu quasi completamente cancellata, della Meschita rimangono invece poche e rare tracce. Nel percorrere le strade così come si presentano oggi, con un po’ d’immaginazione il visitatore attento, seguendo l’itinerario qui proposto, può scoprire il fascino che questi luoghi conservano e tornare a respirare antiche atmosfere.

Note biografiche sugli Autori

Francesco D'Agostino (a sinistra) e Sandro Riotta

Francesco D’Agostino (Palermo, 1949), laureato in Matematica, si dedica all’insegnamento sino al 2009. Con altri docenti è coautore di due manuali scientifici per la scuola. È socio dell’Istituto Siciliano di Studi Ebraici.
Nel 1996, nell’ambito del progetto “Palermo apre le porte” ha coordinato un gruppo di studenti nell’adozione della Giudecca di Palermo.
Dal 2001 ha curato momenti d’incontro-testimonianza tra studenti palermitani e sopravvissuti dei campi di sterminio nazisti.
È autore con Loredana Fiorello del libro Gli ebrei dalla Diaspora alla Shoah (2014). Di recente, insieme a Sandro Riotta ha curato il pieghevole “La Giudecca, l’antico quartiere ebraico di Palermo” per conto dell’Assessorato alla Cultura Città di Palermo.


Sandro Riotta nasce (nel 1951) e vive a Palermo. Ex funzionario dell’AMG Energia, è in pensione dal 2011. È amante della storia siciliana e della fotografia.
Ha collaborato alla pubblicazione di saggi storici:
Nino Alfano e Cosimo Scordato (a cura di), La chiesa di San Francesco Saverio nell’Albergheria, Editrice Abadir, 2011 - n. 2 della collana «Siciliæ Mirabilia» della Facoltà Teologica di Sicilia, con una breve relazione corredata da foto sulla scoperta, fatta da lui stesso, di una “correzione storica” (eseguita poco dopo il 1711) dell’incisione della lapide celebrativa;
Francesco Lomanto (a cura di), Rosario La Duca - Una vita per la città - Relazioni, interviste e testimonianze, Salvatore Sciascia Editore, 2013 - n. 5 della collana «Cattedra per l'Arte cristiana di Sicilia - Rosario La Duca» della Facoltà Teologica di Sicilia, con una sua personale testimonianza;
Gandolfo Librizzi, No, io non giuro - Le lettere a Mussolini di Giuseppe Antonio Borgese, Navarra Editore, 2013 - n. 12 della collana «Officine», pubblicato su iniziativa della Fondazione G. A. Borgese di Polizzi Generosa, e Francesco D’Agostino e Loredana Fiorello, Gli Ebrei dalla Diaspora alla Shoah - Il Leviatano e la minoranza ebraica tra relazioni e pregiudizi, scambi e persecuzioni, Pietro Vittorietti Edizioni, 2014, con la sua attività di editing.
Collabora con l’Istituto Siciliano di Studi Ebraici di Palermo per le svolgimento di attività di studio e di ricerca dello stesso e partecipa all’organizzazione di eventi per la divulgazione della storia e della cultura ebraiche.

Le foto sono state realizzate da Maurizio Crispi in occasione della presentazione del volume a "Una Marina di Libri". Seguono due foto realizzate (Sandro Riotta?) in occasione di una delle visite guidate al quartiere La Meschita".
Le foto sono state realizzate da Maurizio Crispi in occasione della presentazione del volume a "Una Marina di Libri". Seguono due foto realizzate (Sandro Riotta?) in occasione di una delle visite guidate al quartiere La Meschita".
Le foto sono state realizzate da Maurizio Crispi in occasione della presentazione del volume a "Una Marina di Libri". Seguono due foto realizzate (Sandro Riotta?) in occasione di una delle visite guidate al quartiere La Meschita".
Le foto sono state realizzate da Maurizio Crispi in occasione della presentazione del volume a "Una Marina di Libri". Seguono due foto realizzate (Sandro Riotta?) in occasione di una delle visite guidate al quartiere La Meschita".
Le foto sono state realizzate da Maurizio Crispi in occasione della presentazione del volume a "Una Marina di Libri". Seguono due foto realizzate (Sandro Riotta?) in occasione di una delle visite guidate al quartiere La Meschita".
Le foto sono state realizzate da Maurizio Crispi in occasione della presentazione del volume a "Una Marina di Libri". Seguono due foto realizzate (Sandro Riotta?) in occasione di una delle visite guidate al quartiere La Meschita".
Le foto sono state realizzate da Maurizio Crispi in occasione della presentazione del volume a "Una Marina di Libri". Seguono due foto realizzate (Sandro Riotta?) in occasione di una delle visite guidate al quartiere La Meschita".
Le foto sono state realizzate da Maurizio Crispi in occasione della presentazione del volume a "Una Marina di Libri". Seguono due foto realizzate (Sandro Riotta?) in occasione di una delle visite guidate al quartiere La Meschita".
Le foto sono state realizzate da Maurizio Crispi in occasione della presentazione del volume a "Una Marina di Libri". Seguono due foto realizzate (Sandro Riotta?) in occasione di una delle visite guidate al quartiere La Meschita".
Le foto sono state realizzate da Maurizio Crispi in occasione della presentazione del volume a "Una Marina di Libri". Seguono due foto realizzate (Sandro Riotta?) in occasione di una delle visite guidate al quartiere La Meschita".

Le foto sono state realizzate da Maurizio Crispi in occasione della presentazione del volume a "Una Marina di Libri". Seguono due foto realizzate (Sandro Riotta?) in occasione di una delle visite guidate al quartiere La Meschita".

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4 agosto 2018 6 04 /08 /agosto /2018 08:30
Saluto al sole

Il sole sorge ancora
al di là dell'ampia fabbrica circolare, enorme
un'astronave piombata giù dal cielo
da tempo immemore
ora incatenata al suolo

La sfera infuocata del sole s'affaccia dall'orlo del suo perimetro più alto
dissipando velocemente lo scuro della notte

Gabbiani e rondini,
scuotendo via il freddo e l'umido,
prendono quota
volteggiano ed intrecciano voli,
ciascuno secondo le proprie geometrie

Le rondini soprattutto sembrano allinearsi
in direzione del fuoco dell'astro nascente,
come in un immane sforzo migratorio

Ma poi cambiano rotta all'improvviso
dissipandosi in mille voli rifratti

Il loro era solo un saluto al sole e alla vita

(Foto di Maurizio Crispi)

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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