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27 settembre 2012 4 27 /09 /settembre /2012 10:10

Incendio di Stoppie a Torre Salsa, ingresso pantano - Foto di Maurizio CrispiIl 22 settembre 2012, approfittando della splendida giornata di sole, ho deciso di ritentare con la gita all'Oasi WWF di Torre Salsa (Montallegro, Agrigento). La gita è riuscita in pieno. Ho goduto di una splendida giornata. Ho rischiato e ho portato con me la cagnetta che in questa circostanza (un po' tardivamente) ha provato il suo primo bagno. O meglio, sono stato io che ho tentato di indurla a divertirsi nell'acqua, portandola di peso un po' discosto dalla riva e facendola immergere: lei è subito tornata a riva, nuotando alla perfezione. Nuota, si tiene a galla, ma evidentemente lei e l'elemento acqua sono bisticciati. In ogni caso, con la sua silenziosa presenza, la Frida mi ha dato una bella compagnia.
Ed ecco di seguito il resoconto della mia giornata.


Alcuni giorni addietro, nel tentativo di arrivare all'Oasi WWF di Torre Salsa, mi aveva fermato l'acqua.

Oggi, avrebbe potuto essere il fuoco e il fumo, dovunque nei terreni coltivati che si aprono nella zona del Pantano, fuochi di stoppie il cui fronte si spostava con la direzione prevalente del soffio del vento, fomando dense cortine fumogene.
Per molto tempo sono rimasto fermando, indeciso sul da farsi.
Poi, quando ho visto che i fumi si diradavano, mi sono lanciato.
Il fondo della strada, invece era perfetto. 
Solo alcuni punti, più in ombra durante il giorno, erano ancora umidi e mollicci.
La spiaggia di Torre Salsa nel primo giorno dell'Autunno - Foto di Maurizio CrispiCome sempre, non appena percorsa la piccola stradina sterrata che si muove sinuosa attraverso i canneti sino alla spiaggia, una visione da levare il fiato: l'apertura su di una spiaggia enorme, quasi irreale nella sua vastità. giallo oro, deserta (al di fuori di una decina di persone sparse e separate da spazi tali da semprare niente più che formichine.
Un luogo fuori da ogni rotta, fuori dal mondo. Irreale. Che ti da l'impressione di essere sbarcato su di un isola deserta, dominata da centinaia di gabbiani che stazionano a lungo sulla sabbia, posandosi a seconda del loro capriccio qua e là. 
Tutta la superficie della spiaggia, resa crostosa e dura dalle pioggie dei giorni precedenti, è fittamente intrecciata delle loro impronte.
Vedo un rapace (che non so identificare) volteggiare alto sullo sfondo abbaccinante di una roccia bianca e scistosa: e il suo volo con il favore delle correnti ascensionale è maestoso.
Siamo forse una decina di Umani sparsi su uno spazio vasto (tanto vasto da dare quasi le vertigini), delimitato dalla roccia friabile e policroma del monte (si va dal grigio quasi nero, al marrone, al bianco gessoso e abbacinante), dal cielo azzurrissimo e terso e dal mare scintillante. E le persone che sono sparse qua e là sull'immensa distesa di sabbia giallastra, sembrano delle fragilissime ed esili silhouette che si stagliano su di un fondale immenso, fatto forse per dei giganti estinti.
Le tribù dei gabbiani che qui imperano formano dove decidono di posarsi un tappeto compatto di soffici piume, palpitante.
Ma, al primo allarme, non appena le sentinelle scorgono una presenza estranea avvicinarsi, ecco che si alzano in volo, guardinghi, in un turbinio d'ali.
Gabbiani in volo a Torre Salsa - Foto di Maurizio CrispiVorrei andar loro vicino, sperando che vedano in me non un estraneo ma una presenza amica, ma nemmeno ho il tempo di formulare questo pensiero mentre cautamente mi avvicino che sono già in volo.
E alcuni di loro si fermano a galleggiare sulla superficie dell'acqua, flottando dolcemente.
Altri rimangono a volteggiare nel cielo.
Ma poi tutti ritornano e si assabbiano in un altro punto della spiaggia a distanza di sicurezza dal molesto visitatore.
La spiaggia è cosparsa di chiazze di guano, di piume remigante e di soffice piumino bianco, che formano una delicata decorazione della sabbia che oscilla lieve nella brezza.
Al ritorno, passaggio da Bovo Marina: una scoperta: una grande spiaggia, un po' più frequentata, ma nemmeno poi tanto.
Padiglioni romantici di legno che si affacciano proprio sulla sabbia.
Porticati e gazebi riparati da grandi teli bianchi che si gonfiano nel vento.
Ultimi scampoli dell'estate.
Pochi ombrelloni aperti che si stagliano in controluce sullo scintillio della superficie marina.
Bagnanti distesi a prendere il sole.
Le figure umane si perdono in un paesaggio immenso - Torre Salsa - Foto di Maurizio CrispiDue turisti nordici con la pelle bianco-eburnea che più bianco non si può sorseggiano, all'ombra, una coca cola. E poi, dopo essersi così rinfrescati, se ne tornano al sole, che per loro é un bene prezioso.
Addento con gusto un panino rustico. 
Il pane di rimacinato é buono e morbido sotto i denti.
Bevo a lenti sorsi una birra ghiacciata godendo di ciò che osservo.
Una coppia vintàge arriva dalla strada e procede verso il mare. Sono un po' azzoppati e ricurvi, eppure - malgrado gli evidenti acciacchi - si tengono teneramente per mano.
Al ritorno, mentre i colori con il sole che arriva radente cominciano a mutare e a farsi più incisivi e netti, si vedono quando mi addentro nell'entroterra - una volta superata la siepe di sentinelle eoliche - campi di stoppie in fiamme, fumo che aleggia, e dovunque odore aspro di paglia bruciata.
C'è uno spicchio di luna alto nel cielo che ormai tende al violetto.
Da una settimana all'altra, i colori cambiano, cambiano le sensazioni.
All'altezza di Sambuca di Sicilia sulla scorrimento veloce Sciacca Palermo - la strada della Liberazione - si è formato un tappo di veicoli.
Autoambulanze, carri attrezzi, mezzi dei Vigili del Fuoco.
Poi il passaggio si sblocca e, al transito, ciò che si vede non è certamente un bel vedere.
Si rattrista il cuore, quando anche soltanto si immagina che qualcuno possa essere morto. Cosa ebbe a dire John Donne al riguardo?

 

Nostalgia del primo giorno dell'autunno in quei teli che sbattono come vele - Bovo Marina - Foto di Maurizio CrispiNessun uomo è un'Isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una Zolla viene portata via dall'onda del Mare,
la Terra ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica o la tua stessa Casa.
Ogni morte d'uomo mi diminusce,
perchè io partecipo all'Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana:
Essa suona per te.

 

Bisognerebbe sempre ricordarsi di queste parole: mai rallegrarsi, se qualcuno muore al posto nostro, ma sempre dolersi di quella morte, come se fosse un'anticipazione della nostra che verrà...
E ciò anche quando chi muore è per te uno sconosciuto: ma ti trovavi come lui a percorrere la stessa strada.
Poteva capitare a te, ma per una serie di coincidenze è capitato a lui o a lei, sulla base del semplice caso o di un disegno imperscrutabile.
Oggi è il primo giorno dell'autunno.
E la ruota del tempo continua a girare...
Ma se ci si accontenta delle cose per come vengono, oggi è stata una bella giornata e, per morire, non son morto.
E, quindi, cosa posso voler di più?

 

 

Foto di Maurizio Crispi

 

Vedi anche questi due miei precedenti reportàge su Torre Salsa

 

 

La Riserva di Torre Salsa: un piccolo paradiso per moderni Robinson

 

 

Torre Salsa reportàge. L'importanza di essere sulla strada

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19 settembre 2012 3 19 /09 /settembre /2012 16:46

Piazza Magione (Palermo) - Foto di Maurizio Crispi(Maurizio Crispi) Piazza Magione. Per molti anni, come lo ricordavo nella mia adolescenza e ancora negli anni dell'Università (per esserci passato del tutto casualmente qualche volta), il grande piazzale alle spalle della Chiesa della Magione, era squallido e desolato, frutto non della guerra (che arrecò sì dei danni, ma ancora non troppo estesi), ma di uno sventramento dissennato compiuto negli anni Sessanta, all'insegna d'un presunto "risanamento edilizio" del centro stroico che sarebbe partito proprio da quel mandamento, sulla base di un provvisorio e discutibile piano regolatore, varato in quegli anni.
Il progetto che nascondeva una vile volontà di impadronirsi del centro storico di Palermo, stravolgendolo, ai fini della speculazione edilizia (all'antivigilia del triste "sacco di Palermo" che seguì a breve a partire dalla fine degli anni Sessanta) venne fortunatamente stoppato.
Rimase quell'insanabile ferita: come se quegli edifici fossero stati radicalmente bombardati e le loro macerie in tutta fretta spianate con le ruspe: un'arida distesa di minuti sfabricici resi compatti dalle pioggia e scintillanti nelle giornate di sole per via dei minuscoli frammenti di vetro che disseminavano il terreno.
Una distesa arida e infertile su cui nemmeno le erbacce allignavano.

Poi, alla fine degli anni Novanta, il miracolo, coincidente con la "Rinascenza palermitana" voluta dalla Giunta Orlando.
Venne attivato un progetto di recupero dello spiazzale e, benché non potessero più risorgere integralmente gli antichi edifici, si cercò di ricreare il loro sviluppo planimetrico, riesumando di essi la base delle mura perimetrali che, fortunatamente erano sopravvisute allo scempio.
Si delineò, così, un reticolo di vie e cortili, dei quali era rimasto intatto quasi del tutto il selciato e la pavimentazione originale che separava un disegno di edifici riconoscibili nel loro sviluppo planimetrico e di cui si poteva solo immaginare lo sviluppo verticale di un tempo.
Graziose sedute rustiche vennero disposte sui muri perimetrali o ricavate creando nicchie nel loro spessore.
Le aree corrispondenti agli edifici scomparsi, spianate e fertilizzate, vennero trasformate in ridenti prati verdi, curatissimi.
Piazza Magione venne in qualche modo restituita ai Palermitani, trasformata in un grande giardino prativo, dove si poteva passeggiare e prendere, d'estate, il fresco.
Negli edifici sopravvissuti attorno, si è avuto del pari un parziale recupero arichitettonico (che continua, per alcuni edifici, tutto'oggi), con una ripresa ed un ampliamento degli utilizzi precedenti: anche l'antico teatro che qui insisteva venne restaurato e restituito al suo antico utilizzo.
Piazza Magione (Palermo) - Foto di Maurizio CrispiAttorno al piazzale, trasformato in giardino, sono sorti piccoli bar, pub e risotrantini.
Un sogno si è realizzato, ma il sogno altrettanto rapidamente sta svanendo.
Negli ultimi anni ci sono andato spesso, per sedermi ad un bar-ristorantino collocato ad uno dei vertici della piazza: da qui, seduto ad uno dei tavoli esterni, potevo gettare uno sguardo su una delle diagonali grande spazio, intercettando la statua di Padre Pio, collocata tardivamente al centro di un prato verde e la mole del convento sino a pochi anni fa occupato dalle suore dell'ordine fondato da Madre Teresa di Calcutta, poi sfrattate, le cui mura perimetrali fatiscenti sono decorate con interessanti graffiti.
Passavo delle ore, qui, a bere un caffé, a leggere, a fare delle telefonate e, intanto, apprezzavo ciò che guardavo, godendo dell'atmosfera rilassata e poco fracassosa, ma anche dell'intima commistione tra gente del luogo (autoctoni, residenti nelle case che si affacciano sui prati) e i frequentatori esterni, ma anche intimamente soddisfatto delle scarne presenze turistiche, al tempo stesso, visto che la Chiesa della Magione è marginale rispetto ai circuiti turistici "classici".
Un luogo per intimi ed iniziati, si potrebbe dire. Così lo sentivo.
Ci sono tornato qualche giorno fa.

Grande delusione e ho sentito che il sogno si era bruscamente spezzato.
L'entropia e la decadenza che dominano le cose siciliane aveva ripreso, quasi dall'oggi al domani, il sopravvento e il suo implacabile dominio.
Una decadenza mortifera.
I prati prima verdi erano spelacchiati.
Dovunque spazzatura sparsa qua e là, innumerevoli bottiglie di birra e vino vuote, abbandonate indiscriminatamente, anzi lasciate a poltrire a terra quasi con ostenzione provocatoria.
Piazza Magione (Palermo) - Foto di Maurizio CrispiI vialetti incassati, dal selciato di pietra riempiti da baracche e baracchini provvisori - squallidissimi - deserti alla luce del giorno, ma evidentemente prosperosi di attività notturne, realizzati con materiali di risulta di ogni genere per alloggiare il venditore di bibite (più che altro bibite da taverna, vinacci e birre), gli arrostitori, i facitori di panini imbottiti.
E, dovunque sui prati, i segni di bivacchi e di gruppi che si sono fermati a sbevazzare, stendendo dei grandi fogli di cartone per terra o ricavando dei sedili improvvisati dai conci di tufo dei basamenti degli antichi palazzi, rimossi dalla loro allocazioni e spostati qua e là su ciò che rimane del verde prativo.
Un quadro squallido e deprimente.
Mi chiedo, in conclusione: perchè questa città, Palermo - la mia città -, non è in grado di mantenere ciò che ha?
Perchè il senso del bello, dalle nostre parti, viene rapidamente degradato e trasformato in qualcosa di degradato e di umiliato?
Perchè gli organismi preposti ad una qualche forma di manuntenzione e di vigilanza, si lasciano sfuggire le cose di mano così facilmente, così colpevolmente?
Del resto, c'è anche da dire che una città riceve ciò che si merita e che cittadini con poco o punto senso civico sono destinati a subire simili ritorni di fiamma.
Non ci resta che piangere o ...recitare un requiem per la defunta Piazza Magione.
Era defunta, era risorta e ora, logico destino, è tornata ad essere defunta (o sta esalando gli ultimi faticosi respiri).
In fondo, di cosa possiamo lamentarci? Forse è proprio questo ciò che vogliamo e non meritiamo altro.

Piazza Magione a Palermo é situata nello storico quartiere della Kalsa. La piazza prende il nome dalla Basilica La Magione e dall'omonimo convento, ubicati rispettivamente su lato Sud-Est e al centro esatto della piazza. La piazza ha una forma quasi perfettamente quadrata con al centro il già citato convento.
Essa venne a crearsi dopo la seconda guerra mondiale in virtù dei forti bombardamenti che colpirono la città. In seguito, durante gli anni '60, un provvisorio piano regolatore della città di Palermo prevedeva di sfruttare gli spazi vuoti lasciati dai bombardamenti al fine di creare una strada che tagliasse il centro storico da Nord a Sud.
Piazza Magione (Palermo) - Foto di Maurizio CrispiFortunatamente il progetto non ebbe seguito e si decise di preservare i monumenti che sarebbero stati abbattuti per far posto all'arteria viaria.
In ricordo di alcuni degli edifici che un tempo popolavano la piazza sono rimaste alcune delle fondamenta ripristinate e rese stabili, che squarciano volutamente il grande prato verde costruito in occasione della Conferenza ONU contro la criminalità transnazionale tenutasi nel dicembre dell'anno 2000 (nello stesso anno che portò alla realizzazione della "Villa a mare").
I lavori di recupero dell'area furono diretti dai tecnici del Settore Centro Storico del Comune di Palermo.
Negli ultimi anni la piazza è stata riscoperta soprattutto dai giovani che fanno del suo prato punto di raduno serale, grazie anche alla presenza di molti locali e bancarelle attorno al prato, inoltre all'interno della piazza vengono spesso organizzati concerti di ogni tipo e genere musicale.
Da qualche anno la Piazza viene utilizzata per commemorare la strage di Capaci del 1992 essendo il luogo dove il magistrato ha trascorso la sua infanzia.

(da www.amopalermo.com) Una piazza che non era una piazza. La storia di Piazza Magione è piuttosto recente. Si tratta di uno spazio ricavato dagli scempi di una delle peggiori politiche edilizie cittadine.
Sono stati distrutti i palazzi che vi si trovavano e ne è stata ricavata una piazza (anticamente una piazza c'era, ma era la piazza Sant'Euno, ben più piccola.
Una piazza particolare con ancora i resti del passato.
Eppure è diventato uno spazio condiviso e accettato. Ma forse manca un passaggio importante. La piazza Magione non vive ancora una stagione di servizi e commercio che la rendono ancora fin troppo 'deserta' e secondaria rispetto ad altri luoghi a pochi metri di distanza.
Una storia, ad esempio, sicuramente meno onorevole di Piazza Marina, piazza storica da sempre, ma uno spazio forse fin troppo sprecato che dovrebbe essere rivitalizzato in maniera più intelligente.
E quindi fuori le baracche ma dentro una politica di sviluppo del commercio che possa favorire la apertura di botteghe.
Ma altre proposte potrebbero forse trovare una direzione alla piazza che adesso è fin troppo lasciata a sè.
Magari la creazione di eventi spot (simili al mercato domenicale dell'antiquariato in piazza Marina) e sicuramente il rifacimento delle sedi stradali e della piazza Sant'Euno (oggi ancora indecorosa). Mettere più alberi e renderla un giardino vero e proprio e non un po' 'arripizzato' come si presenta oggi.
Riprendere la politica di scavi archeologici (questa è una delle zone più ricche sotto questo punto di vista a Palermo) e riportare a vista i ritrovamenti (così come è stato fatto dietro la Cattedrale).
E magari anche l'apertura del lato sud del Palazzo Bonagia per renderne fruibile l'accesso anche dalla Piazza.

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9 agosto 2012 4 09 /08 /agosto /2012 10:15

La scala dei Turchi (Agrigento) - Foto di Giuliana MontagninHo avuto il piacere di ricevere da Giuliana Montagnin (runner e mia amica FB)  un "piccolo" diario della sua vacanza siciliana lo scorso giugno 2012, diario che per quanto breve e sintetico è risultato per me di lettura emozionante, tanto che all'autrice ho chiesto se potevo rendere pubbliche le sue notazioni. Giuliana mi ha anche inviato delle belle foto a corredo delle sue impressioni.
Giuliana Montagnin è scesa in Sicilia, dalla lontana Trieste, per trascorrere assieme al marito una vacanza di una decina di giorni a casa del figlio, a Porto Empledocle (AG). Per loro é stata un'occasione per girare alcuni luoghi del profondo Sud della Sicilia , ma anche - specificatamente per Giuliana - per "acclimatarsi" alle temperature torride che l'attendevano nella prima settimana di luglio, quando si sarebbe cimentata con la 6 Giorni del Pantano (in Basilicata).
In qualche misura, si potrebbe dire che gli estremi collimano: Trieste e Sicilia, due luoghi d'Italia quasi agli opposti, climaticamente divergenti, ma entrambi con estremi climatici (lì il freddo tagliente e la Bora che nelle giornate buone soffia a 150 km all'ora, se non di più, qui da noi lo Scirocco, con temperature che in alcuni giorni possono suerare i 40°.

Eppure nello stesso tempo vi sono somiglianze e affinità: la vicinanza del mare e la consuetudine con esso e, soprattutto, il fatto che Sicilia e Trieste siano entrambi luoghi di incrocio ed intersezione.
Luoghi in cui sono passati popoli diversi che hanno lasciato tracce: e gli estremi, pur distanti, finiscono con l'essere molto vicini...
Anche la Sicilia è stata a lungo una terra di confine (e di conquista) e una fucina di idee e di fermenti grazie ai diversi popoli che qui si sono insediati. Del nostro retaggio storico occorrerebbe mantenere la memoria, difendendola dagli assalti del tempo e dell'oblio. 

Purtroppo l'ignoranza dilagante svilisce questo patrimonio.

Ma vediamo il racconto di Giuliana.
(Giuliana Montagnin) Si è trattato di una vacanza di una decina di giorni con mio marito a casa di suo figlio a Porto Empedocle AG. Sarà l'occasione per abituarmi al vero caldo anche in vista di una mia gara impegnativa la prima settimana di luglio in Basilicata [la 6 giorni del Pantano], ma è stata anche l'occasione per prendere dimestichezza con gli espletamenti burocratici per viaggiare in aereo [Giuliana solitamente nei suoi spostamenti per raggiungere i diversi teatri di gara preferisce utilizzare i mezzi terrestri]. 
Il duomo di San Giorgio a Ragusa Ibla (Foto di Giuliana Montagnin)Relax qualche allenamento breve su strada, sulla sabbia, qualche giretto, tantissime foto e ... naturalmente ho fatto la dog-sitter di due cagnolini siculi (gli unici nipotini che ho al momento)
Una volta atterrati in tarda serata a Palermo, ci attendeva con la sua auto il figlio di mio marito per portarci a casa sua, praticamente "quasi" in Africa. Poi giunti a destinazione, ci siamo rilassati, siamo andati in spiaggia, abbiamo passeggiato e mangiato del pesce. Siamo anche andati in giro qua e là: visto che già conoscevo la Valle dei Templi, Mazara del Vallo e la Villa dei Mosaici [Piazza Armerina - Villa del Casale], abbiamo cercato di guardare qualcosa di nuovo e siamo così arrivati nel ragusano tra Noto e Ragusa.
Sono stati dei giorni di relax quasi totale e, tra l'atro, mi son risparmiata le pioggie del Nord. 
Ho avuto sempre sole e caldo, mentre alla sera e di notte faceva piuttosto freddo e non me l'aspettavo, perchè noi a Trieste abbiamo poca escursione termica. 
Come novità, rispetto a mie precedenti visite, abbiamo visitato Ragusa, Ragusa Ibla, Noto, Modica (è questa è la città del cioccolato, di cui prima della partenza mi aveva parlato mio marito). Francamente preferisco il fondente, ma ovviamente ho approfittato di alcuni assaggini in un negozio, provando vari gusti aromatizzati con vaniglia, peperoncino, limone, arancia, anice ecc. Abbiamo comperato un paio di cioccolate per il figlio e nuora, loro ne vanno pazzi.
E' stata una vacanza un po' semplice, la casetta che hanno acquistato era ancora da rifinire, situata in un comprensorio alla periferia di Porto Empedocle, dove parecchie villette erano ancora in costruzione e la stradina per giungerci ancora non asfaltata: un vero cantiere, insomma, dove gli operai e camion transitavano nei giorni feriali. 
A pochi passi da quel centro c'era il villaggio Bellavista, questo però già rifinito con le sue villette signorili, un giorno ci ho fatto un allenamento di un'oretta: traffico inesistente e un caldo terribile già alle 8.00 del mattino.
Un'altra località degna di nota è Raffadali, ben curata, anche se tutto sommato quello che mi è rimasto più impresso sono i dolci della Pasticceria-Bar-Gelateria "Le Cuspidi", situata proprio nella piazzetta principale con tanto di fontana e chiesetta. 
Foto di Giuliana MontagninEntri dentro, guardi la vetrina e ti vien voglia di mandare a quel paese allenamenti e ultramaratone, vorresti "strafogarti" di tutto e di più, ma mi son trattenuta e ho finito con il prendere un semplice cannolo con cappuccino.
Un altro pomeriggio l'ho trascorso alle foci del fiume Platani. 
Ci si arrivava seguendo un sentiero attraverso un boschetto di alberi bassi che facevano una gradevole ombra, alcune deviazioni portavano alla spiaggia. 
Sabbia finissima bianca, tutto deserto, ti faceva venire in mente Robinson Crusoe, Venerdì e la sua isola: uno spettacolo insomma, completamente diverso dalle immagini di Rimini o Cesenatico sovraffollate. 
Le foci del fiume alla fine le abbiamo trovate, ma erano solo un piccolo rivolo che si gettava nel mare. 
Non amo per niente la sabbia, preferisco le rocce di Trieste, però quel luogo è da incanto, cammini con i tuoi pensieri e rifletti su tante cose.

 

Le foto sono di Giuliana Montagnin

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19 luglio 2012 4 19 /07 /luglio /2012 06:12

La statua di Carlo V davanti a Palazzo Riso a Palermo - Foto di Maurizio CrispiPalermo è una città di grandissima bellezza e ricchissima di storia, come solo poche altre riescono ad essere.
Sin da quando ero piccolo, mio padre mi ha inculcato questo pensiero. 
Quando mi portava in giro nel centro storico (cosa che accadeva sovente) mi diceva ogni volta: "Palermo è la città più bella del Mediterraneo. E' l'unica città a possedere così tante stratificazioni storiche, tangibilmente evidente in edifici di tutte le epoche storiche e di tutte le diverse dominazioni che si sono succedute nel corso dei secoli. E, in più, - mi diceva - ricordati che non c'è città europea che si affacci sul Mediterraneo che abbia un centro storico così esteso".
E se lo diceva lui che aveva viaggiato in lungo e in largo per l'Europa con l'occhio critico e scrutatore del giornalista, c'era da crederci.
Io ci credevo. E le sue parole mi sono rimaste scolpite nella mente: spesso, tornando a girare per le vie del centro storico di Palermo tornano ad affiorare.
Quando crebbi un po' e cominciai ad affacciarmi anch'io alla fascinosa dimensione del viaggio, ero sempre orgoglioso delle mie origini e non esitavo mai a decantare le bellezze della mia città.
Quando - dopo ognuno dei miei viaggi - facevo ritorno, un po' mi si stringeva il cuore a vedere il degrado, le miserie, l'incultura della maggior parte delle persone che a Palermo ci vivono e ci abitano: ma ciò nondimeno ero contento.
Sentivo che Palermo era - e rimaneva - la Mia città e che per nulla al mondo avrei voluto sostituirla nel mio cuore con un altra.
Anche oggi, è così.
Negli anni passati - con un'interruzione, purtroppo, quando le cose hanno ripreso a segnare il passo - c'è stata la rinascenza di Palermo: alcuni edifici del centro storico sono risorti grazie ad attenti restauri, ma purtroppo questo cambiamento non è avvenuto in maniera omogenea, ma a macchia di leopardo, sicché a zone restaurate e riportate all'antico splendore, se ne alternano - in una logica folle e sconnessa, quasi demenziale - altre in totale degrado, fatiscenti, invase da cumuli di spazzatura e maleodoranti.
Dietro il teatro Massimo, a Palermo, c'era un'arena costruita nel ventennio fascista. Ora è chiusa, il suo spazio interno trasformato in parcheggio. Rimane soltanto la costruizione che ospitava lo schermo, decorata all'esterno con grandi statue a sbalzo - Foto di Maurizio CrispiCamminando per le viuzze del centro storico, ciò che colpisce è il forte contrasto tra edifici storici ristrutturati ed altri che invece sono cadenti e in stato di totale abbandono oppure sottoposto ad interventi che li hanno impoveriti rispetto alla purezza originaria. Ma nello stesso tempo si possono scoprire splendidi edifici che, nel corso dei secoli, hanno subito successivi rimaneggiamenti che li hanno impreziositi, rendoli unici e fruibili come un libro di storia fatto di tanti capitoli diversi: ascoltando una persona esperta che ti illustra le caratteristiche di uno specifico edificio, puoi avere l'impressione che puoi ripercorrere in modo affascinante epoche diverse in un turbinio di personaggi, più noti e meno noti.
E poi, c'è la bellezza di stradine vuote e silenziose, perennemente in ombra, silenziose, benchè si sia poco distante dalle vie più trafficate, percorse da sporadici viandanti a piedi che rimandano ad un'altra fruizione del tempo, non corrosa dalla fretta o dalla velocità a tutti i costi: e, subito dopo, ti imbatti nuovamente in un'isola di degrado e di miasmi fetidi.
C'è il fascino meraviglioso di sapere che, sotto alcune delle vie del centro storico, scorrono due fiumi, il Kemonia e il Papireto che furono successivamente coperti per recuperare spazio edificabile e carrabile alla città in espansione.
Se fossimo in uno qualsiasi dei paesi "civilizzati" del Nord Europa, probabilmente sarebbe tutto splendido (anche se forse un po' asettico). In Inghilterra e in Scozia, ho visto dei luoghi in cui attorno a quattro pietre squadrate, resti di antichi castelli o monasteri caduti in rovina, è sorto un Centro visitatori (ed abbinato piccolo museo), sono stati stesi dei prati come fossero tappeti, sono state allocate deliziose e confortevoli panchine: il massimo della valorizzazione di tutto ciò che riporta indietro alla memoria storica e che è patrimonio della memoria storica e dell'identità di quel popolo.
E' come se noi Palermitani (e forse, in genere, da Siciliani) tendessimo ad essere un popolo senza memoria e senza storia (il che è un paradosso, se si considera che tutta l'enorme, estesissimo centro storico di Palermo, con i suoi quattro mandamenti trasuda storia da ogni muro e dal selciato delle strade). 
Peraltro, la mancanza di storia e d'identità è causa del degrado delle Istituzioni civiche, ma anche del senso di appartenenza ad una comunità.
La Palermo del XXI secolo, paradossalmente, risorge e trova una sua nuova identità composita attraverso le molteplici comunità di extracomunitari che, nella loro nuova città, costruiscono dei propri ed inediti percorsi identitari, identificando dei "luoghi" di memoria e integrandosi con ciò che trovano delle antiche storiche e vivendo questa nostra città come la loro città, come è giusto che sia.
Non è un caso (ed è forse la manifestazione di uno stato di necessità) che la Moschea si trovi proprio in pieno centro in una zona abbastanza contigua alla cittadella araba di un tempo. 
Centro storico di Palermo, nei pressi di Santa Chiara - Foto di Maurizio CrispiE' fonte di meraviglia passare da Ballarò oppure dalla piazzetta prospiciente l'Oratorio di Santa Chiara e vedere gruppi di Africani che chiacchierano placidamente o che giocano con un gioco simile alla nostra dama (un'immagine di calma e tranquillità, anche se in altri orari, magari a tardi notte, dalle parti di Ballarò quando le libagioni sono state copiose, possono scoppiare furibonde risse); oppure vedere le antiche vie con il selciato di pietra percorsi da Maghrebini con il loro abbigliamento tradizionale. 
Tutto questo, in me, riaccende la meraviglia di essere viaggiatore nella mia stessa città e mi riporta indietro nel tempo quando Palermo, città meravigliosa ed impareggiabile e centro di commerci che facevano da cerniera tra l'Africa e il Nord Europa, era una città autenticamente multietnica, crogiuolo di cività e religioni che, serenamente, riuscivano a convivere assieme.
Si diceva che Palermo fosse, un tempo, una "città felicissima" (secondo l'espressione consacrata da uno dei libri dello storico siciliano Rosario la Duca): io credo che potrebbe tornare ad esserlo ancora se soltanto alla stragrande maggioranza dei Palermitani si riuscisse a restituire la memoria delle proprie radici ed un forte senso di identità.

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10 luglio 2012 2 10 /07 /luglio /2012 11:31

leone-morente-di-Lucerna.jpg

 

Quando ero piccolo, la mamma mi portava frequentemente a Villa Giulia, una delle più antiche ville palermitane, e qui  passavamo interi pomeriggi, specie d'estate quando lei era libera dalla Scuola.

Andare a Villa Giulia, per me, era una festa: erano disponibili (in affitto) delle biciclettine con le rotelle per tenere l'equilibrio.

Prendere la bici per mezzora era certamente un must. Salivo su quella bici e molto placidamente me ne andavo in giro, esplorando viali e vialetti, mentre mia madre si spostava dietro di me tenendomi d'occhio.Ho un bellissimo ricordo di quei pomeriggi, lì. 

Ma la vera ed autentica meraviglia delle visite a quel giardino era andare a vedere il vecchio leone nella sua gabbia che si trovava dal lato opposto all'ingresso alla villa da via Lincoln. Dicono che, da quel lato, ci fosse anche una gabbia popolata dalle scimmiette: ma io non ho memoria di averle mai viste.
C'erano anche delle voliere: ma anche quelle, al tempo della mia infanzia, già desolatamente vuote.
Insomma, la gabbia con il leone era quanto rimaneva - almeno nelle intenzioni originarie - d'un vero e proprio mini-zoo di impianto ottocentesco.

Quello di Villa Giulia era - per la verità - un leone assai mansueto e con la criniera molto spelacchiata e verosimilmente pulciosa, probabilmente vecchissimo: un vecchio patriarca quasi cieco, della cui possanza di un tempo rimaneva benn poco.

Si diceva che un Circo di passaggio, essendo uno dei suoi leoni entrato nell'età pensionabile e non più utilizzabile per lo spettacolo, lo avesse donato alla Città di Palermo.

Fu così che questo leone solitario e triste - un po' scheletrito - divenne parte essenziale della Villa Giulia e oggetto di contemplazione meravigliata da parte dei bambini.

E, a quei tempi, bastava veramente poco per trarre dalle cose motivo di meraviglia e stupore.
Quel leone faceva sognare scenari fantasticati, la giungla, i romanzi d'avventura e Salgari.
Dicono che, nottetempo, in quegli anni in cui non v'erano rombo di moto di grossa cilindrata, né strombazzate di clacson né rumore di auto in corsa o musihe sguaiate e rimbombanti dagli stereo delle auto sparate al massimo volume, gli abitanti della zona potevano udire i ruggiti del leone che, secondo una consuetudine mai sopita e malgrado l'età avanzata, affermava con quel richiamo, il suo dominio triste: che era quello di un Re senza più regno.
Il nome stesso che gli era stato attribuito la diceva lunga su questo Re della Foresta spodestato dal suo dominio: alcuni sostengono che venisse chiamato con il nome bonario di "Ciccio".
Ma io con questo nome non lo sentii mai chiamare.

Poi dopo qualche anno, da un giorno all'altro, non ci fu più, quel vecchio leone: la gabbia rimase desolatamente vuota e, nel corso degli anni, finì con l'attutirsi quel puzzo di selvatico, misto all'afrore di carne cruda un po' frollata, che si poteva avvertire avvicinandosi alla sua "casa".
Del pari finirono con il tacere per sempre i suoi ruggiti.

Dopo anni consumati nella solitudine e nella tristezza, il leone passò a miglior vita e fece ritorno in forma di spirito indomito alla sua Savana dalla quale forse era stato strappato da cucciolo, appena nato.

Per i bambini di quel tempo, di quel vecchio leone (che nell'immaginario era diventato il "Leone"per antonomasia) è rimasto soltanto un nostalgico ricordo.
Purtroppo, di quel leone, non esiste alcuna documentazione fotografica: almeno che io sappia. Forse, tempo addietro, il grande conoscitore di cose palermitane Rosario La Duca, scrisse su di lui un pezzo nella rubrica di curiosità storiche e architettoniche che teneva sul Giornale di Sicilia..
Ma delle cose da lui scritte, c'è poca traccia nel web.

 

 

 

 


Su Villa Giulia

 

(Serena Marotta) Nel 1787 Johann Wolfgang Goethe lo aveva definito “il più meraviglioso angolo della terra” ed è qui che – durante le sue visite – si fermava per leggere Omero. Siamo all’interno di Villa Giulia, la prima villa comunale realizzata a Palermo e la terza in Europa. Costruita tra il 1775 ed il 1777 per volere del pretore Antonio La Grua, marchese di Regalmici, prende il nome da quello della moglie del vicerè Marcantonio Colonna.

L’ingresso principale, realizzato in stile neoclassico, oggi rovinato e in disuso, si affaccia sulla passeggiata a mare. I visitatori accedono ormai dalla Porta Carolina, ingresso secondario aperto nel 1864 su via Lincoln. Il cuore della villa è rappresentato dalla grande piazza delle esedre, con quattro edicole di Damiani Almeyda. Al centro della piazza si trova una vasca, opera di Ignazio Marabitti, con un putto-Atlante che regge il dodecaedro, orologio solare a dodici facce (oggi gli orologi originali non esistono più) inventato alla fine del XVIII secolo dal matematico palermitano Lorenzo Federici.

La principale opera d’arte all’interno di questo “salotto all’aperto” è la fontana del Genio di Palermo, opera del Marabitti, sistemata in un’esedra alla fine del “viale del mare”. Intorno alla statua del Genio sono disposti una serpe, un cane e una cornucopia: simboli della Prudenza, della Fedeltà e dell’Abbondanza. E ancora: la statua della Rabbia, dell’Ira e dell’Invidia, spostate qui nel 1779. Nell’Ottocento, poi, furono sistemati lungo i viali i busti di De Spuches, Pacini, Petrella, Leopardi, Donizetti, Bellini, Sac. Messina e Pietro Novelli. Infine, ci sono le gabbie vuote che, un tempo, ospitavano il leone e la piccola colonia di scimmie.

 

 

Nella foto: Il leone morente di Lucerna - A Lucerna in Svizzera vi è un monumento chiamato "il leone morente" (Löwendenkmal) che praticamente è stato scolpito nella roccia naturale per ricordare le guardie svizzere cadute nel 1792 durante la rivoluzione francese. Mark Twain ne parla come del più tragico e commovente pezzo di roccia del mondo... e, ammirandolo, dà proprio questa sensazione.

 

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24 giugno 2012 7 24 /06 /giugno /2012 06:03

Veduta di PerinaldoDi quando in quando torno volentieri a Perinaldo, per l'esattezza da quando conobbi questo piccolissimo nell'entroterra ligure nel lontano 2002 o 2003, grazie al mio amico Franco Ranciaffi di Sanremo che qui organizzava una gara trail (molto bella) di 30 miglia, la Devil's Trail 30 miles.

Ci sono venuto tre volte per la gara e, successivamente, ogni volta che sono passato da quelle parti ho amato farvi una sosta e il pernottamento (sempre nello stesso albergo: lo ammetto, sono un abitudinario, ma del resto sino al tempo della mia ultima visita non ve n'erano altri), per vivere l'atmosfera che vi si respira.

Su Perinaldo, paesino sperduto sulla cresta d'un colle in fondo alla Valle Crosia, si potrebbero dire tante cose.

Per esempio, che è un borgo di origini antiche, costruito in una posizione tale che fosse sempre al riparo dalle alluvioni e dalle piene: cosa non faceva, nei tempi antichi, la capacità di osservazione dei nostri antenati, ma anche la piena disponibilità dello spazio geografico, quando era prefeibile un posto disagiato, ma sicuro, rispetto ad un altro che offrisse maggiore agi, ma dove la sicurezza dai cataclismi naturali - almeno quelli prevedibili - fosse certa!

Oppure si potrebbe dire che diede i nataili ai Cassini di cui uno - Giovanni Domenico Cassini, lo scopritore di quattro satelliti di Giove - venne invitato per l'importanza delle sue scoperte a risiedere come astronomo di corte nientemeno che alla Corte dei Re di Francia.

O ancora che, ospitò - di passaggio da uno dei suoi viaggi in Italia - Napoleone Bonaparte.

Queste ed altre cose si potrebbero dire di Perinaldo, che è tutto da visitare e da camminarci in lungo e in largo, leggendo lapidi ed iscrizioni che raccontano le sue memorie nei personaggi e nei fatti memorabili, ma è soprattutto nell'atmosfera che vi si respira che si possono osservare i suoi pregi.

 

Una statua commemorativa per Giovanni Domenico Cassini a PerinaldoNel silenzio, per esempio, un silenzio quasi totale, benchè la parte più moderna del borgo sia percorsa da una strada asfaltata: ma ci sono solo le auto dei residenti (e loro l'auto la usano ben poco, solo se devono scendere nel fondovalle o andare al lavoro nei boschi circostanti) e quella di qualche rado turista. Perinaldo non si trova su di una grande strada di transito e bisogna venirci apposta. Il silenzio rotto soltanto dalla musicalità dei richiami canori degli uccelli e da qualche raglio d'asino più lontano.

Nel profumo dell'aria, soprattutto alle soglie dell'estate, quando si coglie forte ed intenso, sontuoso e quasi stordente, il profumo dei tigli.

Nei colori. Nel verde intenso dei tigli, e in quello argenteo degli ulivi, nella opulenza dei viticci e delle foglie di vite, nella bellezza dei ciliegi carichi di frutti che,  svettando dagli orti recintati di mura delle case più antiche, trasmettono una snsazione di gioia e opulenza, per quantro frugale.

Nel fatto che ci siano voci in conversazione che rimbalzano da una casa all'altra, soprattutto là dove i vicoli si fanno più stretti, assicurando ai viandanti un'ombra quasi perennne, protezione dal gelo d'inverno e dal caldo, d'estate.  E sono voci provenienti da corpi che rimangono per lo più invisibili: eppure ci sono e raccontano storie di convivenza e convivialità urbana che noi - abitanti delle metropoli fumose e cacofoniche - abbiamo dimenticato. Le voci possono essere sentite soltanto se risuonano nel silenzio 

Nel fatto, altrettanto commovente, di poter vedere le signore che escono di casa senza un motivo particolare e vanno a sedersi sulle panchine che sono un arredo onnipresente delle viuzze e degli slarghi e vi si siedono in conversazioni, allietate dalla fresca ombra degli alberi fronzuti che fanno da bordura alle vie principali.

E si può osservare nella presenza di fontanelle chioccolanti e nei bevai a cui arrivano fiotti di acqua gelida che sembrano intonare dei monologhi per proprio conto e che uno può interpretare a modo proprio, se vuole...

Nel vedere tanta gente che si raccoglie, alla mattina presto e poi all'imbrunire, quietamente nei pochi bar a conversare, lanciando ogni tanto, piccole perle di saggezza popolare: "I soldi sono fatti così: più li conti e meno ne hai. Anche se li conti cento volte, non aumentano, anzi diventano sempre di meno"- come sentii dichiarare un vecchietto sdentato e biascicante.

Si osserva anche nel fatto che un paesello così piccolo che raduna solo poche centinaia di anime, sia governato da un'Amministrazione comunale che si preoccupa del benessere e della sicurezza dei suoi cittadini (evidente, per esempio, nella puntuale informazione sulla prevenzione del rischio incendi boschivi) oppure che si presta a cause di solidarietà sociale, come nella dichiarazione di disponibilità ad ospitare - con il coinvolgimento dei cittadini - nei mesi estivi dei bambini provenienti dalle zone terremotate (in occasione del recente terremoto che ha scolnvolto il territorio dell'Emilia).

E infine nella presenza di una piccola coraggiosa farmacista, che gestisce una Farmacia altrettanto piccola ma essenziale per il benessere degli abitanti di Perinaldo e che ha scelto di lavorare qui, perchè Perinaldo é il posto che le piace, un luogo che trova esattamente fatto a misura per se stessa e per le proprie esigenze. E lo preferisce di gran lunga a location dove il lavoro da farmacista magari potrebbe essere un po' più remunerativo. Sicché resiste, sfidando incertezze e avversità.

 

 

 Dal sito ufficiale del Comune di Perinaldo. Perinaldo (in provincia di Imperia) è posta su uno splendido crinale, a 572 m sopra il livello del mare e si affaccia sopra un anfiteatro naturale coperto da argentei e secolari uliveti che, intercalati da fasce di ginestre, mimose e vigneti, accompagnano lo sguardo giù sino al mare. La vista di cui si gode affacciandosi qui come da un balcone si estende dai più lontani profili dei monti Bignone, Ceppo, Toraggio, Pietravecchia e Grai fino al mare.

Perinaldo offre uno dei centri storici più suggestivi e meglio conservati dell'entroterra ponentino, un'eccellente stazione climatica di villeggiatura, una natura pressoché incontaminata, ricca di essenze e profumi mediterranei, una gastronomia tipica con gusti ancora barocchi ed una varietà faunistica veramente eccezionale.

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23 maggio 2012 3 23 /05 /maggio /2012 13:29

Malizia Sexy BarDa tanto tempo, nei pressi di casa mia, c’è una grande insegna ammiccante che pubblicizza un locale “sexy”. Di giorno la si nota per le sue dimensioni, di notte è, invece, pulsante di luci colorate, rosse, bianche e blu.
Tra l’altro, a creare un curioso ed imbarazzante contrasto, l’insegna campeggia - per nulla discreta - su di un piazzale su cui si affaccia anche la chiesa rionale: insomma, un modo metropolitano per mettere assieme, con molta disinvoltura, il diavolo e l’acqua santa, per così dire…
Dall’insegna parrebbe che si tratti di un locale dedicato alla lap dance (o, meglio, come sarebbe più corretto dire alla “pole dance”), ma più di questo null’altro si può dedurre solo guardando la figurina femminile stilizzata che vi è rappresentata. La parola “sexy” che si interpone tra “malizia” e “bar”, tuttavia, sembra essere messa lì appositamente per attivare le fantasie "lussuriose" di potenziali visitatori.
Di tanto in tanto, compaiono per le strade della città, grandi cartelloni pubblicitari annuncianti l’arrivo a Palermo di questa o quella diva del porno che si esibirà proprio in questo locale e promettendo agli avventori serate hot.
Tante volte, mi sono ripromesso di andare  a darci un’occhiata per verificare se le promesse e le lusinghe fossero reali, oppure soltanto una boiate, come è spesso per simili locali, in cui le promesse solitamente sono molto più roboanti di quanto poi vi accada realmente.
Un giorno ho deciso andarci per constatare di persona e per dare risposta ai miei quesiti...
Mi sono avviato a serata già inoltrata, un po’ dopo mezzanotte, di sabato.

L'insegna luminosa, a vivaci colori rossi e blu di luce pulsante, ne segnala la presenza da lontano: "Malizia Sexy Bar", dice la scritta completata dalla sagoma di una donnina avvinta attorno ad un palo di lap dance.

Ma cos’è la Lap dance? L’espressione, dal termine inglese lap, (in Italiano, grembo) sta ad indicare un tipo specifico di danza “erotica", in cui lo spettatore - abitualmente di sesso maschile (ma ci sono anche le versioni per utenti in gonnella, se pensiamo ai numerosi spettacoli per sole donne in occasione della ricorrenza della Festa della Donna dell’8 marzo, secondo un’usanza di affermazioni di pari opportunità anche nella trasgressione, invalsa soprattutto negli ultimi anni), è seduto e la ballerina si trova in contatto fisico (da cui il nome) o a breve distanza. Le ballerine di Lap dance sono spesso, ma non necessariamente, stripper; questo tipo di danza prevede numerose varianti. Fra i due attori ci possono essere toccamenti reciproci, della ballerina nei riguardi dello spettatore e dello spettatore nei riguardi della ballerina.

Malizia Sexy Bar. La rampa di ingressoIn Italia il termine è tuttavia usato – erroneamente - per indicare un altro tipo di danza, la Pole dance, in cui la ballerina su un palco rialzato attorno e su una pertica compie evoluzioni artistiche spettacolari, senza contatto con gli spettatori, ma che nella sua versione "erotica" svolta in locali per adulti è solitamente abbinata allo spogliarello e ad interazioni simili a quelle della lap dance vera e propria. I limiti ai toccamenti sono definiti dalle leggi locali. In Italia, una sentenza della Corte di Cassazione (la n° 13039 del 21 marzo 2003), stabilisce che i palpeggiamenti da considerare fuorilegge sono quelli che «siano tali da produrre eccitazione in un soggetto normale», che tuttavia una sentenza del dicembre 2004 per fatti svoltisi in provincia di Teramo rende parzialmente legittimi con alcuni presupposti e partendo dal concetto di comune senso del pudore. La sentenza recita infatti: «Nel circolo in cui si svolgevano gli spettacoli potevano accedere, a pagamento e previo tesseramento – il che comunque rappresentava un ulteriore filtro anche se meramente formale – solo coloro che volevano assistere a spettacoli di lap dance, adeguatamente pubblicizzati come tali e inoltre contempla ed addirittura presuppone il coinvolgimento degli spettatori nell'esibizione dell'artista. Per questo anche contatti e toccamenti, descritti negli atti, fra le due ballerine ed i clienti, non possono essere considerati un inatteso e imprevisto fuori programma idoneo ad offendere il senso del pudore dei presenti… Nessuno di essi, infatti, al momento dell'irruzione dei Carabinieri, palesava disagio, disturbo, o soltanto sorpresa per il contenuto erotico dello stesso, ma anzi tutti dimostravano vivo interesse ed entusiasmo» (Sentenza della terza sezione penale della Corte di Cassazione del dicembre 2004). In molti locali in cui si pratica la Lap dance è possibile anche assistere a "spettacoli privati" (privé) in cui la ragazza si spoglia per un solo cliente e si lascia toccare, entro certi limiti. Il cliente non può spogliarsi, per la ragazza è invece previsto generalmente il nudo integrale.

Ma torniamo a noi, dopo questa lunga premessa “erudita” che ci serve per contestualizzare le mie osservazioni.
Per entrare, ho dovuto scendere per una ripida rampa di accesso ad un garage sotterraneo.
Ho visto quasi alla fine della rampa, una porta di ferro, dipinta di rosso, aperta e mi ci sono infilato, affacciandomi su di uno stretto vestibolo, arredato come la biglietteria di un cinema o di un teatro.
Nessun documento di identità è richiesto all'ingresso.
Per il diritto d’ingresso ho dovuto pagare solo €10.00 euro ...il costo di una consumazione, come ha spiegato il cassiere.
“Qualsiasi… cosa… birra, drink alcoolico etc?” – chiedo io, esitante,  per evitare di incorrere in qualche fatale errore al bancone del bar.
"Qualsiasi consumazione, salvo a prendere un Dom Perignon o altro, perché allora si dovrà pagare la differenza. Ma non credo proprio che Lei vorrà acquistare una bottiglia di Dom Perignon…" - avverte il cassiere.
“No certo” - faccio io, ma avendo compreso l’antifona (e il sottile avvertimento implicito)…

"A che ora chiudete?" - domando.

Il cassiere, che funge anche da sorvegliante-cerbero, ma assai poco arcigno, anzi quasi mellifluo, risponde: "Alle 3.00 si chiude la porta esterna, ma il locale rimane aperto sino a tardi".

"Si può fumare dentro?" - chiedo ancora.

"No - mi risponde - perché è un locale aperto al pubblico".

Entrando, mi sono trovato immesso in un ampio spazio, da cui è ritagliata una specie di anticamera con tavolini e un bancone da bar, dove si ammassano numerose persone tra cui molte ragazze discinte con culi e cosce ben visibili, coperte da minimi perizomi e da altri capi di lingerie e corpetti aderenti.
E' tutto un cicaleccio di conversazioni...

Alcuni, vestiti di scuro, hanno all'orecchio i classici auricolari del personale addetto alla sicurezza.

Al di à dell'anticamera, vi è un ampio spazio rettangolare, in penombra, tavolini e sedie addossati alle pareti, divanetti leopardati e, al centro, due lunghe pedane rettangolari, ciascuna con dei gradini per salirvi sopra e ciascuna fornita di tre pali cromati che vanno ad agganciarsi al soffitto e che servono per le esibizioni di lap dance. Questo spazio rettangolare mi è in parte familiare perché, pur essendo le immagini “leccate” e realizzate ad arte con ottiche grandangolari che lo fanno apparire ampio e maestoso, l’ho visto ampiamente illustrato nel sito web del Malizia.

Le ragazze tutte alte (ma è solo un'impressione fallace perché tutte hanno calzari con zeppe d’uno spessore stratosferico) sono le lap-danzatrici (o meglio pole-danzatrici) che, di lì a poco, si esibiranno sulla pedana e al palo

Oltre ad esibirsi a turno nella performace sciatta (e poco avvincente sia sotto il profilo erotico sia sotto quello semplicemente atletico) sono anche delle "entraineuse” nel senso più classico della parola: infatti, non appena adocchiano un "cliente" seduto a bere qualcosa da solo, a turno gli si avvicinano, si siedono accanto a lui e cominciano a blandirlo e a lisciarselo.

"Che ci fai qua tutto da solo”?

"Dai, offrimi qualcosa da bere…".

"Vuoi che andiamo nel privé”?.

Malizia Sexy Bar a Palermo. Di fornte la parrocchia rionale: il diavolo e l'acqua sante per così dire...Tutte parlano con accento straniero, sembrerebbe che siano brasiliane o giù di lì, sicuramente tutte foreste, non certamente indigene…
Tutte hanno nomi d'arte fantasiosi ed improbabili, tipo "Chanel". Degli altrimenti, talmente erano insulsi, non ricordo nulla.

Agli eventuali rifiuti, dopo aver insistito, quasi al limite della molestia, a volte indugiando in toccamenti non richiesti, se ne vanno indispettite per essere soppiantate dopo un po' da un'altra loro collega che ritorna alla carica.

Ce n'è di tutti i tipi: bionde, brune, smilze e formose, ma devo dire ispirano poco sotto il profilo dell'Eros, mi sembra che siano tutte lì a recitare una parte, perché così si deve fare, per selezionare e attirare nella loro "trappola" i gonzi.

"Ma perché non vuoi offrirmi niente da bere?"

"Non ti piacciono le donne?" – fa una che si è accomodata sulle mie ginocchia, insinuando la mano nella mia camicia e strizzandomi il capezzale e facendo anche una mimica quasi a sottolineare che è soddisfatta della consistenza del pettorale sottostante.
“Quanti anni hai”?

“62”
“No, non è possibile!”
Ma perché non vuoi offrirci qualcosa da bere?”
“Non mi interessa”.
“Ma allora perché sei qui tutto solo”

“Mi piace osservare quello che succede”

“Mah, non riusciamo a capirti”.
Poi quando vedono che tutti i tentativi di blandirmi falliscono si alzano spazientite e se ne vanno.

E così via...
Via una, dopo qualche istante un’altra si fa sotto.
Ma, intanto, con questo profluvio di domande sono io a spazientirmi (e credo che chiunque finirebbe per avere questa reazione a meno che non sia un gonzo, oppure sia arrivato in questo luogo per esercitare semplicemente il potere del denaro), perché si comprende bene che questi approcci reiterati sono puramente strumentali, delle pantomime fatte ad arte e, se ad essi si dovesse in qualche modo dare una risposta aprendo spiragli, si avvierebbe un’interazione del tutto finta.
Tutti questi approcci fano affiorare in me il ricordo di una serata a Roma tanto tempo fa in compagnia di due miei colleghi (eravamo lì per seguire un convegno). Uno dei due era alquanto vanesio e superficiale e si lanciava sempre in approcci inopportuni con rappresentanti dell’altro sesso, prendendo spesso degli abbagli colossali.
Dopo cena passeggiavamo per Via Veneto lui fu attratto da un’insegna luminosa in una via laterale… allora si parlava di “night club”, con un imbonitore davanti alla porta che, molt tristemente decantava i piaceri che si sarebbero potuti trovare all’interno, e, affisse in una bacheca, delle foto di danzatrici.
Si accese di entusiasmo immediato, il collega: “Dai entriamo! Andiamo a vedere dentro” – ci fece perentorio. E a noi non resto altro da fare che entrare al suo seguito.
Appena arrivati nello spazio interno in penombra, illuminato solo da luci soffuse, e arredato con divanetti, poltroncine e piccoli tavoli, in un battito di ciglia, tre tizie procaci, ma non discinte come le ballerine del “Malizia”, vennero a sedersi al nostro tavolo ed attaccarono bottone. Io e l’altro collega eravamo poco propensi a dare spazio a quest’approccio e tiepidi: invece, l’altro teneva bordone alla conversazione, sollecitato nel suo narcisismo (per la verità, dilagante). E, di lì a poco, comparvero sul nostro tavolo – quasi per incanto – una bottiglia di champagne e dei flute. Bevemmo e conversammo (noi due, i dissidenti, sempre con scarso entusiasmo). Il collega invece toccava il cielo con un dito e si vedeva chiaramente che era esaltato e al massimo dell’eccitazione possibile.
Andammo avanti per un po’… Poi lo richiamammo all’ordine e gli dicemmo, come fosse un bambino: “Dai, ora andiamo che è tardi”. Alla porta ci presentarono il conto: la bellezza di 240.000 lire che, all’epoca, erano bei soldi. È chiaro che noi due ci rifiutammo di pagare e imponemmo al nostro amico di provvedere lui ad un conto così salato. Qualche tempo dopo, su di un quotidiano a tiratura nazionale venne fuori un trafiletto nel quale si raccontava che era stato sventato un giro di locali romani (tutti nei dintorni di Via Veneto) che lucravano – con questo tipo di meccanismo – imponendo a sprovveduti e a gonzi tariffe salatissime per una semplice consumazione, il cui prezzo veniva incrementato a dismisura (e ovviamente senza rilascio di alcuno scontrino fiscale).
Ma torniamo al Malizia, dopo questa digressione in un remoto passato…

Il DJ, un tipo basso e tracagnotto, con berretto a visiera bianco, jeans e polo rossa, inanella una serie di pezzi house. la musica non è male, forse a tratti troppo rumorosa.

Ogni tanto scende dalla sua postazione elevata confinata in una delle estremità strette del vasto rettangolo della sala e si mescola con gli altri addetti alla sicurezza di cui condivide onori ed oneri: anche lui come gli altri è fornito di un walkie-talkie che tiene attaccato alla cintola.

Sua è la voce che annuncia i cambi di scena e le diverse esibizioni di lap/pole dance.

I momenti consacrati alla Lap dance sono di una noia mortale: i movimenti delle donnine al palo, sinuosi e stereotipati, più che altro di maniera, non ispirano, non eccitano, ma nemmeno meravigliano per le loro virtù acrobatiche e, sostanzialmente, lasciano indifferenti...
Così come sono vestite (discinte) rimangono. non c'è una componente di striptease, quell’eccitazione legata al passaggio dal corpo coperto che lascia indovinare, alla progressiva spoliazione, sino alla totale nudità e magari alla meraviglia della fica depilata...

Tutt'attorno, nella penombra, quasi mestamente (per non dire lugubremente) seduti nelle poltroncine addossate alle pareti e ai piccoli tavolini rotondi, ci sono uomini soli oppure piccole comitive maschili.
Ad alcuni tavoli, ci sono un uomo e una donna assieme intenti in ilare conversazione, ma la donna fa parte dell'arredo del locale: è una delle dancer-enraineuse. Qui, ci sono delle conversazioni che vanno avanti fitte, ma anche fioccano le ordinazioni... E c'è un gran movimento di vassoi e di bevande, portate al tavolo.

Ad un certo punto, sulla una delle pedane viene portata una poltroncina rivestita di un drappo rosso... E comincia uno dei momenti clou della serata, che è a tutti gli effetti un abbozzo di lap dance in senso stretto.
La lap dancer sale sulla pedana e si esibisce... Poi scende e seleziona uno degli astanti, un individuo basso e pacchionello (o, per meglio dire, grassottello) e lo conduce sulla pedana, facendolo sedere sulla poltroncina predisposta. Il tizio segue docilmente, ridanciano, nemmeno fosse un cagnolino tenuto al guinzaglio dalla sua padroncina che, come ricompensa per la sua obbedienza, si attende l’elargizione di un saporito bocconcino.

Poi, la bionda con le tette di una buona Quarta si esibisce davanti a lui: e si fa slacciare il minuto reggiseno.

Un po’ dopo, si siede sulle sue gambe e prende a contorcersi sul suo grembo. Il tizio le poggia le mani sulle tette, le stringe e le carezza ostentatamente, lanciando sguardi complici agli amici che sono rimasti seduti addossati alla parete. Insomma, vorrebbe fare la sua parte di maschio, ma si tratta di una semplice pantomima.

Poi la danzatrice gli tira via la camicia, lasciandolo a torso nudo.

In una seconda fase, il tizio viene invitato ad alzarsi e a distendersi a terra. La danzatrice, a questo punto, si sfila anche il perizoma, rimanendo eretta e totalmente nuda, davanti al tizio che sembra letteralmente strisciare ai suoi piedi. Poi si abbassa e prende a strusciarsi sul corpo dell'avventore, poi – momento che dovrebbe essere hot, ma è solo comico - gli slaccia i pantaloni e glieli abbassa leggermente, lasciando vedere a tutti le mutande (mentre osservo questa scena, mi chiedo come sarebbe stato se per caso il tizio fosse stato senza le mutande, oppure se le avesse avute poco pulite: e mi viene un po’ da ridere).
Il DJ commenta i momenti piccanti e cerca di trasmettere al pubblico un entusiasmo all'erotizzazione che pare del tutto assente in questa piccola esibizione “burocratica” del nudo.

Da un sacchetto posto vicino alla poltroncina drappeggiata di rosso (un sacchetto che, evidentemente, contiene alcuni strumenti indispensabili alla performance), la danzatrice tira fuori una banana e con molta lentezza la spella e la lecca. Poi, la mette tra le mani del tipo che docilmente continua a starsene disteso a terra a pancia all’aria, intimandogli di tenerla ben dritta. Fatto ciò, afferra una bomboletta di panna spray e asperge la banana ritta di morbida panna: comincia a leccarla per poi affannarsi in una pantomima di succhiamento della banana, per poi mangiarsela tutta sino alla radice...
Dopo aver fatto ciò, si mette a cavalcioni – accennando di nuovo una danza da “grembo”, (ovvero "lap") e all'uopo ancheggiando e sculettando, sopra il pover'uomo che si sta prestando alla sceneggiata e che, per quanto può, cerca di tenere alta la sua dignità, dandosi da fare, allungando le mani, palpeggiando e toccando (senza che, anche in questo ancora una volta, trapeli la benché minima componente di erotismo in chi guarda)...

L'atto finale, ampiamente commentato dal DJ con salaci battute, consiste nel calmare i bollori della cavia prescelta calandogli l'elastico delle mutande e infilandoci dentro dei cubetti di ghiaccio.
“Abbassiamo la temperatura!” – sbeffeggia il DJ - Ed ora un applauso di incoraggiamento! Forza, vi sento un po’ mosci! Ragazzi, un pizzico di entusiasmo!"
E, all'invito, parte un applauso stentato.
Il tizio si alza, si ricompone, tirandosi su i pantaloni e se ne va, confuso, lasciando per terra sulla il portafoglio rigonfio (non si accorge di averlo smarrito), ma uno degli amici che lo attendono a bordo pedana provvede per lui e lo recuperarlo…

Il prescelto deve per qualche minuto rimettersi dallo stordimento, ma certamente nei prossimi giorni avrà di che raccontare agli amici che non c’erano, magari arricchendo il tutto di dettagli piccanti e di cose mai avvenute….

In vari momenti ho rischiato di addormentarmi: tra un’esibizione e l’altra le pause erano prolungate, la musica ipnotica e ipnagogica…
Il gin fizz che avevo preso al bar e che avevo sorseggiato lentamente per farlo durare e avere di che controbattere alla richiesta di ulteriori ordinazioni, cominciava a fare il suo effetto: e ogni tanto nei momenti di pausa, mi si chiudevano gli occhi.
“Che fai? Sei venuto qui per dormire?” – dice una nel corso dell’ennesimo attacco sferrato alla mia volontà di non cedere all’isolamento.
E di nuovo: “Se non vuoi offrirci da bere, che cosa sei venuto a fare qui?”.
“Mah! Niente… - rispondo io – Sono venuto a curiosare. Sono uno scrittore e avevo bisogni di raccogliere delle osservazioni per un romanzo che sto scrivendo”.
E ancora una volta, altrettanto rapidamente di com’erano arrivate, sorprendendomi nel dormiveglia, se ne vanno sculettando, nei loro panni discinti.
Insomma, non ho trovato alcun appeal in Malizia Sexy Bar e nelle sue messe in scena. Nessuna forma di erotismo piccante e trasgressivo (e la malizia promessa nel nome dov’era finita di casa?): ho provato solo una noia davvero mortale, per la stanca rappresentazione di un eros mortifero, malamente recitato e del tutto deprivato della fantasia: indubbiamente meglio (per la loro esplicita e ruvida franchezza), allora, sono le situazioni in cui uno può osservare dal vivo persone reali che si toccano, si succhiano a vicenda e scopano, come accade in certe spiagge naturiste libertine (vedi ad esempio quello che accade a Cap d’Agde, in Francia, luogo che è stato consacrato in un famoso romanzo del romanziere francese Houllebecq) e nei Privé spinti.
Là non c'è l'aspetto mercenario, perché il più delle volte si tratta di messe in scena da parte di persone "normali" che amano dare spettacolo di sé (in un gioco di interscambio duttile tra esibizionismo e voyeurismo), ma che nello stesso amano guardarsi attorno e vedere gli altri impegnati in varie forme di sesso agito, non solo in locali ad hoc, ma anche negli spazi aperti, che prediligono, in altri termini, la condivisione della trasgressione sessuale o meglio del sesso vissuto fuori dagli schemi e svincolato dal "sentire".
D'altra parte, i neurofisiologi e i sessuologi concordano sul portato di certe ricerche che tendono a confermare che è la rappresentazione del coito e di ogni forma di accoppiamento a produrre un'attivazione corticale (arousal) di certe aree del cervello, individuabile elettroencefalografiche. Quasi si trattasse di un’attivazione primitiva da parte di uno stimolo universalmente condiviso e, indubbiamente, potente, più potente di qualsiasi condizionamento culturale (visto che poi – in segreto, perché molto pochi sono disposti ad ammetterlo - la fruizione del porno tocca trasversalmente ampie fasce della popolazione maschile e femminile di tutte le culture e di tutte le latitudini e trae sempre molti consensi).

Ma quello che accade in questo locale è veramente una messinscena povera (e, tra l'altro, spogliata di qualsiasi stimolo sulla fantasia): una specie di trampolino di lancio per immettere i più sprovveduti (i gonzi, pronti a farsi spremere per una bottiglia di champagne, ordinata per godere della compagnia di una ragazza seminuda) oppure coloro che sono disposti a spendere ingenti cifre di denaro per il sesso mercenario in contesti in cui la regola principe è che molti soldi debbano essere spillati e dove soltanto secondariamente (e dubitativamente)  qualche vantaggio sessuale di tipo mercenario sarà reso accessibile.

 

Il Malizia Sexy Bar di Palermo ha un suo sito web, completo anche di una carrellata di immagini sugli interni del locale (ma “astratti”, cioè non in uso), di rassegna stampa, di una carrellata di immagini sulle pornostar che sono state ospiti e si sono esibite.
La “rassegna stampa” offre in verità degli articoli (più che altro dei brevi trafiletti, scannerizzati) “embedded”, scarsamente veritieri, scritti da persone che - se hanno vistato il locale - o lo hanno fatto in occasione di una qualche specie di serata inaugurale (in cui alcuni degli aspetti che io commento, erano per forza di cose ridimensionati) o vi hanno gettato soltanto uno sguardo distratto, uno sguardo incapace di vedere al di là: e, in ogni caso, si tratta di artefatti superficiali, scritti con la logica del senso comunece privi del tutto di una componente soggettiva che, ai fini dell’analisi di ciò che veramente accade in un determinato contesto, funge da potente strumento per un approccio cognitivo a più dimensioni e completo (un vero e proprio scandaglio che consente di raccogliere le molteplici stratificazioni che si nascondono allo sguardo ordinario).

 

Tour per immagini del locale



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25 marzo 2012 7 25 /03 /marzo /2012 21:03

DSC01845.JPG

 

L'infinita tipologia delle panchine non finisce mai di sorpendermi.

E' stupefacente vedere le variazioni con cui si presenta questo oggetto del nostro panorama percettivo.

Sono incredibili le possibilità combinatorie di materiali, di tecnica costruttiva, di foggia, di contesto e di luogo: e ogni volta il risultato è diverso e originale.

Se poi ci si aggiunge l'effetto del nostro sguardo introspettivo e delle nostre proiezioni, allora il gioco è fatto: la panchina diventa un oggetto universale che, dal particolare vertice di osservazione che ci regala (e se la possiamo guardare dall'esterno, nello stesso tempo ogni singola panchina può divenire un nostro punto di osservazione, se la utilizziamo per la sua naturale funzione, cioè per sedervisi oppure per sdraiarsi su di essa, o per conversare, o semplicemente stare in quiete mentre gli altri attorno a noi si affannano e vanno veloci), consente di raccontare a noi stessi una storia del mondo, continuamente in bilico tra realtà esterna e mondo interno.

Si potrebbe dire pertanto che il mondo può stare tutto in una panchina, oppure - viceversa - che potrebbero bastare le panchine, nelle loro infinite variazioni - a rappresentare il mondo.

Certo è che, da quando lessi il libricino di Sebaste e da quando è nato il gruppo Facebook sulle panchine (Quelli Ke le panchine), che soprattutto negli ultimi tempi ha visto una crescita esponenziale della partecipazione e di contributi visuali, di pensieri, di riflessioni e di link, camminando per le strade non faccio che accorgermi sempre di nuove panchine e non faccio che rimanere meravigliato dalle molteplici possibilità combinatorie con il loro contesto, dalle atmosfere che generano, dai pensieri, dalle sensazioni e dalle emozioni che ogni singola panchina avvistata elicita in me osservatore e potenziale fruitore.

Il mondo diventa una panchina, per alcuna versi.

Ma c'è anche da chiedersi: cosa sarebbe il mondo senza le panchine?

In fondo - a ben guardare - sotto tutti i cieli, qualsiasi sia la lingua parlata da chi vi si siede, le panchine parlano un linguaggio universale che tutti sono in grando di intendere: se ci si siede in una panchina e se questa seduta la si condivide con qualcun altro, credo che ci si possa intendere davvero con poco...

La panchina diventa così l'oggetto-simbolo per una possibile ecumene tra i popoli più diversi.

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6 marzo 2012 2 06 /03 /marzo /2012 10:23

Panchine innevate, alla luce di un lampioneCosa sono le panchine, esattamente?

E' una bella domanda che può lasciare campo aperto ad una molteplicità di risposte.

Alcune cose si possono velocemente dire, nel tentativo di costruire un abbozzo di panchina-pensiero...

Ma, certamente, un discorso sulle panchine non può esaurirsi nella loro descrizione come pezzi di arredo urbano oppure in una loro rappresentazione utilitaristica di luoghi ideati per consentire la sosta e il riposo del viandante.

Sì, sono questo, ma nello stesso tempo sono anche molto altro ancora.

Innanzitutto, la panchina - dovunque sia collocata - rappresenta un punto di intersezione tra un tempo lento ed un tempo che, invece, scorre veloce (oggi, sempre piu' veloce, tra l'altro: immaginaniamo ad esempio una panchina collocata nel punto in cui passi il binario di Un treno ad alta velocità)... Chi siede su una panchina, nel momento in cui lo fa, si mette fuori dal tempo veloce degli altri ed entra in un tempo rallentato e pigro...

Ciò gli consente di osservare la realtà da un'altra prospettiva, che fa sembrare la velocità a cui si muove il mondo un po' da comica finale.

In piu', mettendosi fuori dal tempo veloce, ci si colloca in un punto di osservazione privilegiato e, allora, ci si accorge che accadono cose che, quando indaffarati e trafelati siamo trascinati in avanti senza sosta dalla freccia del tempo, non avremmo mai potuto osservare.

La panchina, ancora, è un luogo con una sua spazialità, che - avendo delle regole temporali sue proprie - è anche extra-spaziale (potrebbe anche essere una navicella dei desideri, un tappeto magico, una macchina del tempo e quant'altro): un luogo che consente di decollare con la mente verso un "Altrove".

La panchina è un luogo in cui accadono delle cose, come ci ha insegnato il bel film di Nanni Moretti: la gente vi si ferma, vi legge o il libro o un giornale, vi interagisce, vi conosce nuove persone; sulla panchina ci si addormenta per un sonnellino ristoratore, ci si può fare una merendina o mettere in atto un bel picnic; ci si incontra con una nuova - futura - fidanzata, ci si bacia e ci si accarezza, sempre godendo di questo statuto extra-temporale ed extra-spaziale...

Mettersi a sedere su di una panchina - rispetto al mondo degli altri - è come indossare un mantello dell'invisibilità alla maniera di Harry Potter...

Infine le panchine possono essere fotografate, interpretate, lette, narrate e ri-narrate...

A questo riguardo, ci sono due modi di fotografare le panchine: uno è quello di riprendere la panchina in sé, quella non "abitata" (né da umani, né da animali: spesso ci sono i gatti che se ne impossessano, come nel caso de Le Panchine di Perinaldo). In questa eventualità, attraverso il vuoto e l'assenza, quella panchina rimanda ad una scena (o a un suo ipotetico modo d'uso) che può essere colmato da chi la osserva (e la fotografa e, fotografandola, la interpreta). Sempre in questo caso, il vuoto e l'assenza consentono a ciascun osservatore di costruire una propria storia su quella panchina oppure di utilizzarla come luogo delle sue proiezioni mentale: ed ecco che la panchina viene popolata dai suoi fantasmi interni, dalle sue visioni, oppure viene investita dalla policromia delle emozioni dell'osservatore.

L'altro modo è quello di fotografare la panchina "abitata" (che è un modo piu' ampio per dire "utilizzata"): allora la panchina assume il valore di una cartina al tornasole antropologica e sociologica...

Ed è "narrata" da chi in quel momento la sta vivendo.

Ma, anche in questo caso, con la fotografia, ancora una volta si interpreta e si narra una storia che non necessariamente è coincidente con quella di chi in quel momento sta seduto sulla panchina.

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18 febbraio 2012 6 18 /02 /febbraio /2012 09:17
La nostalgia: un sentimento che ci fa continuamente muovere tra passato e futuro

capozafferano.jpgLa nostalgia è un sentimento che scaturisce dalla consapevolezza (a volte chiara e netta, a volte oscura ed indefinibile) della mancanza di qualcosa che non c'è più a cui si vorrebbe tornare, ma è anche il desiderio struggente di ciò che si vorrebbe raggiungere senza riuscirci...

Ma, in entrambi i casi, la matrice comune è il sentimento della mancanza, in definitiva, di qualcosa che abbiamo conosciuto bene in una fase precoce della nostra vita e a cui, sempre, nel tempo che ci è dato vivere, vorremmo potere ritornare.

"Nostos", del resto, sta a significare nella lingua greca "ritorno", mentre l'etimo della seconda parte della parte è "Algos", vale a dire "dolore", "sofferenza". Quindi, "nostalgia" è dolore per il ritorno.

Ma il ritorno dove?

Se si pensa alle peripezie avventurose di Odisseo, la sua nostalgia profonda è per la patria, la moglie e il figlio, per il suo cane Argo, per le sue terre, per la sua camera nuziale edificata attorno ad un enorme ceppo di ulivo, trasformato in talamo.

Quindi, la matrice più profonda della nostalgia è rappresentata dalla "patria" che è, in definitiva, la base più profonda della nostra identità, ma anche la fucina in cui si sono forgiati i nostri affetti e il nostro sentire: patria intesa come luogo natio, come terra d'origine in cui sono le nostre radici, ma anche come rapporto forte ed indelebile con il corpo materno, quello da cui siamo usciti nel mondo e che ci ha forgiato alla vita.

La nostalgia omerica nell'Odissea è tutto questo, ma - con la stessa matrice - è anche il dolore per tutto ciò che Ulisse non ha ancora conosciuto e che egli vorrebbe incontrare...

Cosicchè le due specie di nostalgia operano dentro di lui, lacerandolo: vive le sue scoperte e i suoi nuovi incontri, con lo stesso spirito con cui tornerebbe nella nativa Itaca, se potesse.

Capo ZafferanoCiò conferisce alle sue avventure il gusto dolceamaro della malinconia (stato d'animo che, per alcuni versi, consente una conoscenza pensosa e profonda delle cose, molta centrata sul sentire).

Dopo diversi mesi (forse, addirittura, più di un anno) sono tornato con mio fratello alla casetta vicino al mare, per risolvere un problema tecnico.

La casa era asciutta e pulita, malgrado la non frequentazione, ma il giardino (a cui in altri periodi della mia vita ho lavorato assiduamente) mi è apparso incolto.

Alcuni alberi li ho trovati morti, corrosi dalla salsedine, altri avrebbero bisogno di un'energica potatura.

Le aiuole dovrebbero essere zappate e ripulite dalle erbe infestanti, le foglie secche rimosse.
Tanto lavoro da fare: ma su quello non c'è probema...

Ci si rimboccano le maniche e si fa ciò che deve essere fatto...

Piuttosto, in modo prepotente, sono stato sommerso dalla malinconia, cioè dalla "nostalgia": una sensazione traboccante come un liquido che fuoriesce da una coppa troppo piena ...

Perchè è accaduto questo?

Per essere ritornato in un luogo che, nelle varie vicissitudini della mia vita, da solo, con le mie compagne, con mio figlio, con mia madre e mio fratello ho frequentato assiduamente per diversi decenni della mia vita... Tante immagini si sono succedute nella mia mente: ho collocato ai loro posti i fantasmi di chi non è più e gli avatar di chi vive e li ho mescolati tutti assieme, facendoli interagire, come accadeva in passato... Mi sono ricordato di momenti tristi e di momenti belli, di fasi di acuto entusiasmo e di profonda disperazione...

Ho ricordato i miei cani che tutti si sono succeduti all'interno di questo giardino e di uno di loro (una femmina di pastore tedesco il cui nome era Zeudi) di cui io stesso scavai la fossa ai piedi di quel muretto a secco, ora tutto ricoperto dalla crescita selvaggia delle piante infestanti.

E questo mentre la mia cagnetta Frida scondizolava e saltava eccitata da un'aiuola all'altra...

Mi sono ricordato dei momenti di silenzio e delle chiacchiere.

Di altri periodi in cui sentivo dentro di me un vuoto profondo e di altri in cui sperimentavo - forte ed intensa - la nostalgia per ciò che non avevo, ma anche dei momenti di soddifazione e appagamento, in cui mi pareva di aver toccato il cielo con un dito.

Ma, soprattutto, mi hanno colpito il silenzio profondo interrotto soltanto dalle strida dei gabbiani che volteggiavano in alto oltre la cresta del monte incombente e dal picchiettare della pioggia sul tetto.

Anche loro afflitti dalla solitudine e dalla nostalgia di qualche luogo, forse.

Mi ha colpito l'uggiosità del giorno, con quei continui rovesci di pioggia e nevischio, il freddo stizzoso, le montagne lontane insolitamente rivestite di neve, ma anche quell'improvviso squarcio tra le nubi da cui si è visto arrivare - come una benedizione - un frammento di raggio sole.

Ecco, la nostalgia ci fa stare sospesi, quasi in bilico, tra il passato (di gioie e di dolori, ma sempre il nostro passato) e il futuro che ancora non conosciamo e che ci aspetta con le sue incertezze...

La nostalgia, obbligandoci a tenere uno sguardo (come quello di Giano bifronte) proiettato in entrambe le direzioni ci fa andare avanti, costringendoci a non perdere il contatto con ciò che siamo stati (e con i luoghi da cui veniamo) e obbligandoci sempre a cercare in ciò che ci attende qualcosa che ci sia familiare e congeniale...

Nello scarto, si aprono immensi spazi di conoscenza e possibilità di incontri con il novum che ci possa fare meravigliare e gioire ancora una volta.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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