Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
13 ottobre 2015 2 13 /10 /ottobre /2015 00:49
Piccola storia senza parole (Mondello Beach, Palermo, ottobre 2015)
Piccola storia senza parole (Mondello Beach, Palermo, ottobre 2015)
Piccola storia senza parole (Mondello Beach, Palermo, ottobre 2015)
Piccola storia senza parole (Mondello Beach, Palermo, ottobre 2015)
Piccola storia senza parole (Mondello Beach, Palermo, ottobre 2015)
Piccola storia senza parole (Mondello Beach, Palermo, ottobre 2015)

Piccola storia senza parole (Mondello Beach, Palermo, ottobre 2015)

Condividi post
Repost0
12 ottobre 2015 1 12 /10 /ottobre /2015 17:39
Sferracavallo, qualcosa è cambiato... e non in meglio
Sferracavallo, qualcosa è cambiato... e non in meglio
Sferracavallo, qualcosa è cambiato... e non in meglio
Sferracavallo, qualcosa è cambiato... e non in meglio
Sferracavallo, qualcosa è cambiato... e non in meglio
Sferracavallo, qualcosa è cambiato... e non in meglio

(Maurizio Crispi) Sferracavallo, il piccolo ridente borgo marinaro alle porte di Palermo, è un luogo nel quale mi piace fare ritorno di tanto in tanto, perchè è stato importante per alcune stagioni della mia vita importante.

Lì, negli anni della mia tarda adolescenza, dal lato dei villini più prestigiosi, a ridosso della propaggine di scogli conosciuta come "Punta Marconi", avevamo sulla stretta costiera rocciosa, dove erano gli scivoli a mare dei più prestigiosi villini della zona (tutti datati dal primo Novecento) una piccola concessione demaniale di pochi metri quadri, sulla quale - nella buona stagione - facevamo montare una piccola cabina di legno.
Fu questa sistemazione a farci abbandonare la tradizione della "capanna" mondellana. Ancora per una breve stagione, Salvatore che non voleva più andare al mare di Mondello a causa dell'impietoso sguardo altrui, si convinse a venire: solo che qui la discesa a mare era più disagevole.

Molti anni prima i miei cugini usavano venire con la loro famiglia a Sferracavallo, dove andavano in affitto, di volta in volta in case diverse.

Quelle di Sferacavallo furono le mie ultime stagioni al mare di stampo adolescenziale, con quelle lunghe ore di nuotate oppure di dolce far niente, a crogiolarsi al sole o a tuffarsi ritetuamente dallo scoglio più alto.
E poi la sera c'era il rito di andare in piazza a mangiare il gelato artigianale al gusto di gelso nero (che, allora, per Palermo era una novità assoluta).
Poi, ogni anno a chiusura di stagione, c'era da seguire la festa patronale dei Santi Medici Cosma e Damiano, che si concludeva con la processione e la vara dei Santi portata daglu uomini della confaternita a piedi scalzi, anche lungo le vie a fondo naturale tutte pietrose e gli spettacolari giochi di fuoco finali.

Per questi motivi, Sferracavallo mi è rimasto nel cuore, anche se non è facile riconoscere questi legami e seguirli dentro di me come sottili corde invisibili che conducono ad anni il cui ricordo è tuttora confuso, poichè allora - negli anni della tarda adolescenza - mi sentivo come uno senza un luogo e senza una patria, costretto a vagare senza mai potermi veramente fermare, sempre all'inseguimento di desideri mai appagati e di una normalità da cui mi sentivo escluso.

Sferracavallo era allora un posto per pochi eletti, dignitoso e tranquillo, avulso dal chiasso e dal brusio delle grandi masse.

Eppure nel corso del tempo qualcosa è cambiato e la natura del villaggio si è trasformata malignamente in parte per via dello sviluppo dei ristoranti in cui, pagando un modico prezzo standard, si mangia un ricco menu a base di pesce (per così dire, dalla A alla Z), in parte perchè con l'Autostrada A9 - e i relativi svincoli posti nelle vicinanze - è diventatata facilmente accessibile con l'auto da persone alla ricerca di sbocchi "festivi" e di divertimenti consumistici di bassa lega, con giostrine da quatto soldi e bancarelle di paccottiglia varia. Ma nello stesso per via dei due grandi centri commerciali di recente sorti da un lato e dall'altro (rispettivamente il "Conca d'Oro" ancora in territorio di Palermo e il "Poseidon" nell'area di Carini, è rimasta tagliata fuori dagli investimenti in attività commerciali (intrattenimento e ristoriazione) di qualità (e ci sarebbe molto da dire su come questi dissennati ipermercati e centri commerciali megagalattici influiscano sui fragili e delicati equilibri su cui si regge il tessuto socio-urbanistico delle periferie). Insomma, sembra essere diventato - soprattutto per quanto concerne - l'atmosfera domenicale un posto per sfigati e derelitti.

Oggi, il maestoso paesaggio della montagna incombente su Punta Barcarello e sul borgo marinaro crea un netto contrasto con la sporcizia e il degrado imperanti nelle zone pubbliche dello stesso della borgata: quelle che un tempo erano caratterizzate da plizia e nitore.
Dopo i lavori di restauro del fronte del porticciolo, realizzati più di due decenni addietro (quando già da molto tempo tempo avevo smesso di venirci), con la realizzazione di una piccola diga sopraelevata e vista sul mare, di grandi aiuole, abbellite da camminamenti e da panchine, oltre che da una fontana, il tutto è stato lasciato alla deriva.
Naturalmente, questo degrado risente del fatto che la borgata di Sferracavallo non possiede una sua amministrazione autonoma, ma fa parte di una delle circoscrizioni del Comune di Palermo, in cui vige il principio spendere per la realizzazione di grandi opere (con tutta la mangiatoia annessa alla concessione dell'appalto dei lavori) e poi non stanziare nessun capitolo di spesa per la manutenzione ordinaria e straordinaria.
Il fronte del porticciolo di Sferracavallo avrebbe potuto rimanere come un posto splendido, mentre invece sono il degrado e l'incuria a farla da padrone.
Acqua ristagnante (proveniente sia dalla pioggia sia dalle mareggiate), cartacce, resti organici di dubbia origine, puzze e una fauna di frequentatori che provengono dalle borgate infime della nostra bella città: abbigliamenti assurdi e sguaiati, donne grassone che mangiano dolciumi e schifezze varie con le loro boccacce che, sformate come ciabatte vecchie, spalancate senza ritegno lasciano intravedere denti marci e sgangherati, sigaretta alla bocca, perchè fumare è okkei e naturalmente la ciunga che viene rivoltata e rivoltata in bocca come un bolo da ruminante.
Non c'è evoluzione in meglio, quando l'unica maestra di questo sottopopolo è la più deteriore delle Televisioni che vanno in onda.
Programmi spazzatura, sitcom, aste, isoladeifamosi, amici, chilavisto e altre robacce, come il junk food che ingurgitano.

Io può io può, senza ritegno e senza alcuna autocritica.

Da rabbrividire.
Sembra di essere nella fiera degli orrori.

Mi dispiace davvero tanto, ma temo che con l'età io sto diventando un po' troppo razzista, se - in questo caso - di razzismo si può non parlare, o se non è soltanto pura e semplice indignazione per una violenza perpretata all'estetica e al sentimento della bellezza che sempre dovrebbero essere una delle nostre guide.

Condividi post
Repost0
3 ottobre 2015 6 03 /10 /ottobre /2015 07:13
No-ne, no one e cose così
No-ne, no one e cose così

No-ne No one Nessuno

Una casa vuota e silenziosa

Non c’è musica, né danza

Nel riquadro di una finestra foglie verdi mosse dalla brezza
s'agitano,
ma senza suono

In contrasto,
si apre nella mia mente lo scenario
d'una spiaggia affollata piena di gente suoni colori

Ma tu sei fuori da tutto,
disconnesso,
proiettato ad una distanza siderale

Guardare quei colori,
udire quei suoni è come stare a guardare
un film che non comprendi,
parlato in un idioma sconosciuto che non puoi articolare,
sbirciare un mondo abitato da esseri alieni

Rimane la Casa con il suo Silenzio
le sue Ombre
i suoi Fantasmi
e solo un pallido riverbero di ciò che accade all'esterno

Una caverna popolata da idee-ombra
sempre più rarefatte
dove s’approssima un buio più nero
d’una notte senza stelle e senza luna

Condividi post
Repost0
24 settembre 2015 4 24 /09 /settembre /2015 11:23
Una gita a San Vito Lo Capo, un luogo perduto nella memoria e ritrovato
Una gita a San Vito Lo Capo, un luogo perduto nella memoria e ritrovato
Una gita a San Vito Lo Capo, un luogo perduto nella memoria e ritrovato
Una gita a San Vito Lo Capo, un luogo perduto nella memoria e ritrovato
Una gita a San Vito Lo Capo, un luogo perduto nella memoria e ritrovato
Una gita a San Vito Lo Capo, un luogo perduto nella memoria e ritrovato
Una gita a San Vito Lo Capo, un luogo perduto nella memoria e ritrovato
Una gita a San Vito Lo Capo, un luogo perduto nella memoria e ritrovato
Una gita a San Vito Lo Capo, un luogo perduto nella memoria e ritrovato

Sabato 19 settembre 2015, abbiamo colto l'occasione e siamo andati fuori Palermo. Dopo la settimana di stress del ricovero di Gabriel, era proprio quello che ci voleva.
Siamo partiti non troppo presto, giornata incerta, con il cielo che a tratti si rannuvolava - o per meglio dire - si rivestiva d'una patina bianco-lattiginosa che velava il sole, e ci siamo diretti alla volta di San Vito Lo Capo.
Perché proprio a San Vito?
Mah!
Nel mio desiderio c'era quello di arrivare in un luogo dove si potesse stare a contatto con la natura, ma senza grandi folle, ma dove - nello stesso tempo - il mare fosse facilmente accessibile per noi e per Gabriel.
L'idea del bagno di folla vociante e chiassosa mi fa orrore: con l'età sono decisamente peggiorato.
Ma forse anche perché San Vito Lo Capo, fa parte ormai del mio bagaglio di luoghi fantastici, per quanto sia nello stesso tempo una location reale.
E' il fatto che, per la sua posizione geografica, e per la difficoltà e le lungaggini per raggiungerlo via terra lo abbia sempre immaginato come un'isola, un lembo di terra non appartenente alla Terraferma, così come sono molti dei luoghi utopici a cui si può arrivare dopo interminabili viaggi che mettono alla prova la pazienza del viandante o attraversando passaggi perigliosi, elementi che tendono a fare di un luogo - se non consegnarlo di peso al lavorìo della fantasia - in qualche misura una "capsula del tempo".
Nel mio ricordo, San Vito Lo Capo è un luogo di una bellezza magnifica, schietto e sempre poco affollato: ma troppi anni sono passati, in verità, dalla mia precedente visita (forse più di 20, con certezza almeno 15).
Ci siamo fermati, lungo la strada, poco prima di "Purgatorio" (una frazione di Custonaci, il cui nome ha fatto ridere Maureen) attratti da quello che sembrava un luogo di ristorazione rustico e qui abbiamo mangiato: Gabriel - a causa del protrarsi degli scossoni del viaggio in auto, cominciava a manifestare segni di insofferenza.
Ma anche noi avevamo un certo languorino.
Un posto che prima non esisteva del tutto: prima la strada che correva dal bivio con la Statale Palermo-Trapani era totalmente desertico.
Il posto rustico quanto basta era affollato di turisti che mangiavano indolenti seduti a tavoli di tavole di legno quasi grezze con molto gusto e indolentemente.
Anche noi ci siamo assoggettati al ritmo messicano.
Cibo buono, non c'è che dire: alla fine, a coronamento, un'interessante granita di fico d'india.
Abbiamo ripreso la nostra via e, in poco, abbiamo percorso i venti chilometri che ancora ci separavano dalla nostra meta, passando per Castelluzzo che, sempre, per me ha avuto la caratteristica di un'assolata e desertica cittadina messicana con il suo stradone, fiancheggiato da case cubiche con porte e finestre sbarrate e ricoperte da grandi tendoni colorati, a protezione dele soglie (pensate per tenere fuori sia il caldo sia le mosche) sbatacchianti nel vento, per non parlare della sua chiesetta baroccheggiante che sembra venir fori dritta dritta da uno spaghetti-western.
E, finalmente, passando il bivio che porta a Monte Cofano e, poco dopo, quello che sale verso la frazione di Macari, ci si para davanti il grumo di case ai piedi del promontorio che come un grosso dito di gigante si protende verso il mare, coronato - dal lato di Trapani - da una torre di una guardia e - sul versante di Palermo-  da un alto faro bianco svettante verso il cielo.
Ma a parte questa visione, subito prima della nostra discesa, San Vito non l'abbiamo vista: un sacco di automobili, tantissimi motorini, tantissima gente (nei prossimi giorni è fissato un "Couscous Fest" - dal 18 al 27 settembre - una 10 giorni gastronomica con tanta musica di bande moderne e di musicisti di spicco, tra i quali uno dei più attesi era sicuramente Caparezza, ma anche Elio e le Storie Tese). 
Dovunque lodevoli divieti di transito all'interno del paese e nei pressi della spiaggia, con predisposte aree di parcheggio - a pagamento o gratuite - molto distanti dal mare e servizi-navetta gratuiti.
A giudicare dal numero di auto, il paese e la spiaggia dovevano essere stipati di gente, di cui tanti sicuramente attratti dal Festival del Couscous.
Ho detto a me stesso: "Nooooooo! Anche San Vito Lo Capo è stato corrotto dal furore vacanziero che tutto livella!" e ho concluso che lì non potevamo fermarci: il prezzo per raggiungere la spiaggia sarebbe stato troppo alto.
Di San Vito Lo Capo ho il vivido ricordo di un pernottamento durante un mio trekking a piedi da Castellamare a Trapani seguendo le anfrattuosità della costa, ma ricordo anche tante escursioni con gli amici tra l'esordio della primavera e dell'estate, con la possibilità di decidere all'ultimo minuto di un pernottamento improvvisamente in una delle tante stanze di case private messe a pensione.
Ma, ora, quel tempo credo che sia finito: e, anche se non ho constatato direttamente con i miei occhi, penso che la cittadina sia stata corrotta dal verbo vacanziero che funziona come un trita-sassi capaci di annullare ogni diversità e ogni caratteristica unica e originale e che sia pieno di gastronomie che vendono kebab ad ogni pie' sospinto, hamburger di scarsa fattura e poi sacchetti di patatine a profusione, oltre ad ogni genere di junk food, e negozi di ammennicoli per turisti made in Hong Kong.
Rimane solo il posto: ma probabilmente è poco più di un guscio vuoto ed insulso.
La grande montagna alle spalle con i suoi pinnacoli arditi e le gigantesche fessure dove si incunea il vento fa da testimone muto allo scempio.
Ho pensato di dirigerci alla volta della vecchia tonnara (la Tonnara del Secco, a circa tre chilometri dal borgo abitato , in direzione di Scopello) che da sempre mi è piaciuta e di cui pure avevo il ricordo piacevole di pernottamenti improvvisati, sia con il sacco a pelo sia con la tenda nel corso di avventurose trasferte.
Qualche trasformazione del paesaggio circostante, sopravvenuta in anni recenti o addirttura in fieri, mi impedisce inizialmente di beccare la traversina che alla tonnara conduce: è in corso di edificazione nella grande piana desolata che faceva da contorno alla tonnara, un grande resort, ben più di un ettaro di terreno totalmente recintato, un grande edificio in posizione asimmetrica rispetto al resto della proprietà e una grande piscina in corso di definizione attorno alla quale si ergono numerose palme appena messe a dimora per creare la parvenza di un'oasi nel deserto; e poi viali e vialetti e tante altre piante messe pure a dimora, assieme a essenze della macchia mediterranea, quali l'ulivo, il cappero e la palmetta nana. O è una proprietà privata (ipotesi improbabile) o è un investimento per farne un resort di lusso (magari per banchetti o matrimoni), ma è sicuramente uno stravolgimento del posto e delle sue caratteristiche.
La tonnara è un vecchio amico e la rivedo con lo stesso piacere. Non delude le mie aspettative: per le sue caratteristiche può accogliere soltanto pochi. Non ci sono comodità né attrazioni vacanziere, soltanto duri scogli e tratti pianeggianti che ti fanno l'occhiolino, ma che sono aspri e pieni di sassi puntuti che li rendono simili al letto di un fachiro. Ma se ci si accontenta, si può ritrovare con facilmente qualche posticino sul quale accovacciarsi in posizione precaria o addirittura distendersi: l'acqua che lambisce la grande discesa inclinata che serviva per mettere in mare i barconi della tonnara è lambita da una leggera risacca e appare chiara e trasparente.
C'è un silenzio profondo, non offuscato dalle chiacchiere dei pochi convenuti o dal frastuono di device elettrronici.
Insomma, l'antica magia la ritrovo in pieno, assieme a quella di esplorare la scogliera alla ricerca di piccole pozze formatesi con la risacca delle onde più grosse e sul loro contorno delle piccole spiaggette di ciottoli.
Ma tutto è in decadenza. La tonnara sta crollando: il suo muro perimetrale possente è decorato di cartelli che recitano "Pericolo di crollo". Alcune parti dello stesso muro ammalorate sono crollate, lasciando intravedere squarci di azzurro e parte delle strutture interne.
Le porte e le finestre sono sbarrate.
C'è un piccolo varco lungo il muro: le pietre sono crollate e, facendo attenzione, si può sgusciare all'interno.
Quello che si vede dentro è pura desolazione paesaggio di rovine industriali post-apocalittiche.
Grandi capannoni, alcuni con il tetto crollato: questa di San Vito era una tonnara di pesca e di lavorazione dei prodotti derivanti dal tonno. Da qui la sua struttura molto complessa: è un peccato che debba andare in malora così.
Così come è appare soltanto come un relitto del passato, in attesa del definitivo tramonto e del momento in cui tutto tornerà ad essere polvere e pietre, mentre invece potrebbe essere una testimonianza del passato, ricca e articolata.
Potrebbe essere restaurata questa tonnara per farla divenire un centro multi-funzionale che possa ospitare eventi correlati con il mare o anche un museo interamente dedicato alla storia della Pesca del Tonno.
Se fossimo in un altro Stato accadrebbe esattamente questo: la struttura non sarebbe lasciata andare alla deriva in questo modo.
Dopo l'esplorazione delle pozze, qualche lancio di pietre nell'acqua, splash splash, e un bagnetto ristoratore per me, con una breve nuotata (ma da quanti mesi non nuotavo?), ci siamo avviati per fare ritorno alla macchina e, quindi, a casa. Ma, prima di partire, non rinuncio alla possibilità di una sommaria esplorazione dei meandri dell'immensa fabbrica della tonanra, approfittando di un varco nel muro che mi consente di sgusciare all'interno: e qui tocco con mano la desolazione, ma nello stesso tempo di un reperto di "archeologia industriale".
Maureen, spinta da me, ha colto l'occasione per correre per alcuni chilometri lungo la strada statale che fu teatro, sino a non molti anni addietro, della "mitica" 100 km podistica da Trapani a Palermo, poi miseramente affondata nelle panìe di amministrazioni che non hanno un occhio benevole per queste manifestazioni.
Terminale della corsa di Maureen è stato Castellamare del Golfo, in una pasticceria-gelateria del luogo, assai rinomata per tutte le sue produzioni artigianale, a partire dalle cassatelle con ripieno di ricotta fresca che, in particolar modo, al mattino sono un must assieme al caffé o al cappuccino.
Ma anche i gelati e le granite sono ottimi.
Con il bottino d'una bella guantiera di dolci abbiamo, infine, preso la via del ritorno, mentre il sole si tuffava dietro una cortina di nubi, lasciando impressa nella retina una pennellata di rosso acceso.

simbolo dell'intero territorio: la Tonnara del Secco, tappa obbligatoria per chi vuole conoscere la storia di questi luoghi. Degli aristocratici edifici facevano da contorno all'antica Tonnara, le cui reti venivano calate a pochi metri dalla riva per catturare i grossi tonni che in primavera percorrevano numerosi le acque del golfo di Castellammare nella loro corsa per la riproduzione.  Chi ha avuto la fortuna di assistere alle mattanze di San Vito Lo Capo, ricorda che i proprietari se ne stavano con i loro ospiti comodamente seduti sul terrazzo del "Palazzotto" mentre, a pochi metri di distanza, la "ciurma" faceva mattanza.  Le reti ormai non vengono più calate dal 1969, ma il luogo è ancora pieno di fascino ed i pescatori che lo frequentano raccontano volentieri come avvenivano le mattanze.  Accanto agli immobili della tonnara si possono ancora oggi ammirare i resti di antichissimi impianti di lavorazione del pesce, che risalgono al IV secolo prima di Cristo.  Qui si lavorava il pesce - anche tonni - che veniva catturato nel mare prospiciente.  Le vasche erano realizzate in cocciopesto e "in elevato", con una canaletta di scolo per lo scarico delle acque della lavorazione a mare.  Questa location è stata scelta per diversi film e fiction tra cui il famoso "Cefalonia". Nella foto, si può vedere uno scorcio della Tonnara del Secco, quando ancora aveva una parvenza di vita.

simbolo dell'intero territorio: la Tonnara del Secco, tappa obbligatoria per chi vuole conoscere la storia di questi luoghi. Degli aristocratici edifici facevano da contorno all'antica Tonnara, le cui reti venivano calate a pochi metri dalla riva per catturare i grossi tonni che in primavera percorrevano numerosi le acque del golfo di Castellammare nella loro corsa per la riproduzione. Chi ha avuto la fortuna di assistere alle mattanze di San Vito Lo Capo, ricorda che i proprietari se ne stavano con i loro ospiti comodamente seduti sul terrazzo del "Palazzotto" mentre, a pochi metri di distanza, la "ciurma" faceva mattanza. Le reti ormai non vengono più calate dal 1969, ma il luogo è ancora pieno di fascino ed i pescatori che lo frequentano raccontano volentieri come avvenivano le mattanze. Accanto agli immobili della tonnara si possono ancora oggi ammirare i resti di antichissimi impianti di lavorazione del pesce, che risalgono al IV secolo prima di Cristo. Qui si lavorava il pesce - anche tonni - che veniva catturato nel mare prospiciente. Le vasche erano realizzate in cocciopesto e "in elevato", con una canaletta di scolo per lo scarico delle acque della lavorazione a mare. Questa location è stata scelta per diversi film e fiction tra cui il famoso "Cefalonia". Nella foto, si può vedere uno scorcio della Tonnara del Secco, quando ancora aveva una parvenza di vita.

Condividi post
Repost0
24 settembre 2015 4 24 /09 /settembre /2015 10:00
La mucca e la porta murata

(Maurizio Crispi) Una mucca nera se ne sta ostinatamente ferma nei pressi di un antico portone murato.
Il cartello con la scritta "Vietato entrare" e il correlato simboletto di "pericolo" appaiono come una ridondanza comunicativa, visto che - salvo ad essere provvisti di una grossa mazza, di un palanchino gigantesco o di una carica di esplosivo - non c'è alcuna possibilità di transitare (break through) attraverso quel passaggio, aprendosi una breccia, come la famosa "Breccia di Porta Pia".
Vedere la mucca starsene ferma accanto al portone fa pensare.
Sembrerebbe quasi che la pia bovessa avvertendo l'attrattiva di succosi pascoli all'interno, indugi al limitare della soglia, aspettando che, per un qualche miracolo, nella cortina muraria si apra un passaggio.

Forse anche la mucca avverte le vibrazioni del genius loci racchiuso all'interno della muraglia.
E ciò a dimostrazione che il passaggio delle soglie delle wellsiane "door in the wall" sia universale...
Ma - naturalmente - questa è tutta una mia elucubrazione di stampo letterario, perchè si sa che la frequentazione della letteratura induce a fare dei salti pindarici e delle improbabili associazioni - probabilmente la mucca - e qui é di nuovo la letteratura ad entrare in campo con Hemingway - ha solo trovato una sua "querencia", cioè un luogo dal quale potrebbe risultare molto difficile farla sloggiare.

Condividi post
Repost0
24 settembre 2015 4 24 /09 /settembre /2015 06:44
L'albero-orecchio ci ascolta

L'albero-orecchio è sempre lì.

Noi cresciamo, invecchiamo, ci raggrinziamo, moriamo.

E l'Albero-Orecchio è sempre lì, sempre intento ad espandersi e a divenire più grande e più possente, moltiplicando le radici che lo sostengono e che diventano a loro tronchi.

E, intanto con quel suo gigantesco orecchio ascolta ciò che il mondo ha da dirgli.
Quando gli passate accanto, ricordate sempre di dirgli una parolina di saluto.
Oppure, se volete, potete andargli vicino e confidargli a bassa voce i vostri segreti e le vostre piccole pene.
Lui saprà ascoltarvi, con quel suo orecchiaccio di legno...

Alcuni si chiedono se quell'orecchio sia stato sempre lì, si dai primi anni di vita dell'Alberorecchio, anche quando non era visibile ad occhio nudo, oppure se non sia spuntato in tempi successivi della lunga vita del gigante che, da un certo punto in avanti, era divenuto avido di contatti con noi umani.

Nessuno potrà mai dirimere un tale quesito.

Io appartengo alla prima corrente di pensiero e voglio pensare che l'orecchiaccio ci sia stato sempre.

L'albero-orecchio ci ascolta
Condividi post
Repost0
24 agosto 2015 1 24 /08 /agosto /2015 17:44
Quell'urlo di dolore
Quell'urlo di dolore
Quell'urlo di dolore

Cammino per un viale alberato

una miriade di occhi enormi mi guardano minacciosi

occhi che come quello di un ciclope-lepre non possono esserer mai chiusi

 

Mi sento osservato da tutti questi occhi

puntati verso di me

 

Gli alberi mi guardano e non favellano,

eppure a modo loro mi parlano

Un paio di loro ha un ampio squarcio

nella corteccia morbida che lascia a nudo

il morbido midollo sottostante

e soto si suppongono

nervi scoperti ed esacerbati

 

Bocche urlanti

impegnate in un muto urlo di dolore

assordante

indicibile

Chi mi ha fatto male?

Chi ha lacerato la mia carne?

Un grido straziante ed inarticolato

come quello di Polifemo

dopo l'accecamento

 

E, a causa di quell'urlo,

gli occhi che guardano

sembrano ora minacciosi ed ostili

 

E i rondoni sono tutti volati via

con un frullo d'ali

Condividi post
Repost0
22 agosto 2015 6 22 /08 /agosto /2015 04:35
Un pomeriggio all'Orto Botanico di Palermo

(Maurizio Crispi) Il 19 agosto 2015, è per noi stata l'occasione di fare una bella passeggiata nel celebrato "Orto Botanico" di Palermo, ubicato nell'antico Piano Sant'Erasmo, con i suoi dieci ettari di estensione e proprio accanto alla monumentale "Villa Giulia".

E' indubbiamente l'Orto Botanico un grande retaggio dell'epoca dei Lumi e un segno tangibile della vision dei regnanti borbonici - e ferdinanedea in particolare - che, pur essendo alla guida di una "piccola" monarchia, non volevano essere da meno dei propri cugini di più grande levatura europea in termini di aperture culturali e di iniziative di grande prestigio. E il nascente Orto Botanico di Palermo ebbe - proprio all'epoca del suo impianto e nei primi decenni dell'Ottocento dei visitatori illustri che trassero da quelle passeggiate elementi di incanto e di ammirazione, come il grande Goethe che dedicò molti giorni del suo Grand Tour alla visita della Sicilia.

Per Maureen è stata la prima visita in assoluto, per me no.

Impossibile visitare tutti i suoi anfratti, ma il tempo è stato sufficiente a cogliere la sua atmosfera, i suoi odori, i suoi cromatismi, passando da un'area all'altra e ammirando alcune specie botaniche di gran pregio.
Guasta indubbiamente una certa trascuratezza decadente che, in altri luoghi similari nel mondo, non sarebbe consentita: si ravvisano pochi mezzi - comprese le risorse umane - per la necessaria manutenzione, ma anche l'assoluta mancanza di iniziative atte a rendere la location ancora più accattivante per i turisti e i visitatori di passaggio, come ad esempio un bar o un piccolo caffé in un luogo ombreggiato.
Non guasterebbe nemmeno iniziative per i più piccini: ma Palermo, come può constatare chi è abituato ad altre realtà, non è un luogo "friendly" per i bambini, come ad esempio un'area giochi, dove i bambini giocando possano imparare alcuni elementi essenziali della botanica.

Questa "severità" dipende in parte dal fatto che l'Orto Botanico è tuttora parte dell'Università di palermo e che è nato come "istituzione dotta", non certo per l'intrattenimento del volgo.

Ma si può senz'altro dire che, in generale, in Italia - per quanto concerne iniziative "pubbliche" per i piccini - vige il vuoto totale: mentre i privati con le loro attività "a pagamento" si rimpinguano le tasche.

Per quanto l'Orto Botanico sia sede di occasionali iniziative culturali (come ad esempio delle piccole mostre estempraneo nall'interno del piccolo spazio museale da cui si accede dopo il transito dalla biglietteria), è tuttora ampiamente sottoutilizzato rispetto alle sue potenzialità e i suoi spazi architettonici, in primo luogo il Gymnasium, anzichè rimanere come sterile mausoleo, potrebbe essere sede di scenogragfiche esposizioni.
Indubbiamente, sotto questo profilo, manca un piano organico di sviluppo con una pianificazione annuale delle iniziative e, parallelamente, dei progetti di raccolta fondi. Per esempio, non si capisce perchè qui in Italia, le istituzioni museali non possano prevedere la figura di "soci" o "membri" che pagando una quota annuale possano acquisire il diritto all'accesso per tutto l'anno senza pagare il biglietto, più altri bonus, come la possibilità di partecipare ad iniziative culturali correlate. Questo approccio, praticato altrove con successo, consente di avere un surplus di fondi che poi possono essere investiti per potenziare l'attività dell'Istituzione in oggetto. 

Ma, sotto questo profilo, viviamo in una presitoria che non riusciamo ad abbandonare.

O, anche, potrebbero essere benvenute iniziative "didattiche" per i bambini, come si usa fare in altri paesi culturalmente più evolutivi, come ad esempio - per dirne una - dei percorsi tematici attraverso il parco, per giocare ed apprendere nello stesso tempo, oppure delle forme di "caccia al tesoro", sempre con ispirazione tematica.

Mi sono ricordato che, meno di un anno dopo la morte della mamma, con Tatà, vi abbiamo passato una splendida mezza giornata, in una fredda domenica d'inverno.

E' quella visita fu bella, come è stato bello ed emozionante ricordarlo (compresa la rocambolesca ricerca di un bagno per disabili per un 'improvvisa necessità di Tatà).

Alcune delle nostre fotoAlcune delle nostre foto
Alcune delle nostre fotoAlcune delle nostre foto
Alcune delle nostre fotoAlcune delle nostre fotoAlcune delle nostre foto

Alcune delle nostre foto

(Presentazione dell'Orto Botanico di Palermo nel sito web) L'Orto Botanico dell'Università di Palermo è una tra le più importanti istituzioni accademiche italiane. Considerato un enorme museo all'aperto, esso vanta un'attività di oltre duecento anni che ha consentito anche lo studio e la diffusione, in Sicilia, in Europa e in tutto il bacino del Mediterraneo, di innumerevoli specie vegetali, molte originarie delle regioni tropicali e subtropicali. La peculiarità di questo Orto è, oggi,rappresentata dalla grande ricchezza di specie ospitate che ne fanno un luogo ricchissimo di espressioni di flore diverse.

L'Herbarium Mediterraneum è ospitato all'interno dell'Orto botanico. Le sue raccolte ammontano a circa 500.000 exsiccata, collezionati a partire dal XVIII secolo e provenienti per lo più dalla Sicilia e dall'intera area mediterranea. Questa collezione - in gran parte composta da briofite, alghe, funghi e specie vascolari - supporta il lavoro di un grande numero di studiosi e rappresenta uno strumento fondamentale per la ricerca nel campo della sistematica, dell'ecologia, della fitogeografia e dell'evoluzione. Questo sito fornisce l'accesso ai dati dell'Erbario e alle immagini dei singoli exsiccata. Il database online è, oggi, ancora in fase di sviluppo sebbene circa 90.000 campioni sono già consultabili online.

Un pomeriggio all'Orto Botanico di PalermoUn pomeriggio all'Orto Botanico di Palermo
Un pomeriggio all'Orto Botanico di Palermo

Un po' di storia. L’origine dell’Orto Botanico di Palermo risale agli ultimi decenni del XVIII secolo, epoca in cui ha inizio, nel regno di Napoli e di Sicilia, una fase storica connotata da numerose riforme e da grandi aperture nel segno della cultura europea di marca illuministica.

Evento determinante fu, nel 1779, la fondazione della Regia Accademia degli Studi di Palermo, corrispondente all’attuale Università: con l’istituzione della cattedra di Storia naturale e Botanica, l’Accademia ottenne dal Senato cittadino di potere usufruire di un modesto appezzamento di terra sul Baluardo di Porta Carini per destinarlo ad Orto botanico che servisse alla ostensione dei ‘semplici’, ovvero alla coltivazione delle piante medicinali utili all’insegnamento.

A partire dal 1781, l’Orto ebbe sede su quel baluardo dove prima si conservava la polveriera pubblica; ben presto però lo spazio a disposizione si rivelò angusto e inadeguato alle esigenze didattiche, incapace di ulteriore sviluppo, tanto che, qualche anno dopo la sua fondazione, si iniziarono le pratiche per un suo trasferimento. La nuova sede venne individuata nel piano di S. Erasmo, su una piccola porzione delle terre della Vigna del Gallo possedute dal duca Ignazio Vanni d’Archirafi, accanto alla pubblica Villa Giulia sorta nel 1777.

Il nuovo Orto venne impiantato nella nuova sede a partire dal 22 febbraio 1789. Nel dicembre del 1795, con la conclusione dei lavori, cominciati appena sei anni prima, esso fu solennemente inaugurato.

L’Orto appena inaugurato e di cui fu primo direttore Giuseppe Tineo (1795-1812), si estendeva su uno spazio di soli 12 mila metri quadrati circa. Inizialmente ebbe ingresso sulla via che conduceva dallo Stradone di Sant’Antonino, l’attuale via Lincoln, al Piano di Sant’Erasmo e che lo separava dalla Villa Giulia; successivamente, completati i lavori del Ginnasio, fu possibile accedere all’Orto dall’attuale ingresso sul fronte del nuovo complesso monumentale.

Il giardino era ripartito in quattro appezzamenti rettangolari (quartini) separati da due viali ortogonali, con le collezioni ordinate da Bernardino da Ucria secondo il sistema di Linneo; corredavano l’impianto del giardino fontane e vasche fra cui, all’estremità meridionale, il magnifico Aquarium, dono dell’allora arcivescovo di Palermo, Filippo Lopez y Royo.

Il complesso monumentale si componeva di un edificio centrale, il Gymnasium, sede della Schola Regia Botanices, che oltre a una sala ottagonale per conferenze comprendeva una galleria di studio, l’Herbarium, e l’alloggio per il direttore.

Lateralmente vi erano un Calidarium e un Tepidarium.
Tutto, ad eccezione dell’Acquarium, era stato realizzato secondo il progetto dell’architetto francese Leòn Dufourny, il quale, costretto a rientrare nel 1793 in Francia per motivi politici, non assistette né alla conclusione dei lavori né all’inaugurazione dell’Orto.

Tra il 1796 e il primo ventennio del XIX secolo, furono operati diversi ampliamenti che conferirono all’Orto l’assetto poi conservato fino al 1896. Parti della Vigna del Gallo furono, infatti, acquisiti lungo l’estremità meridionale e occidentale dell’Orto, per impiantarvi un boschetto esotico e ricavarvi lo spazio dove fu poi sistemato il Giardino d’inverno.

La planimetria dell'Orto Botanico di Palermo

Successivamente fu anche annesso lo stradone che separava l’Orto dalla Villa Giulia e nel 1819, durante la direzione di Vincenzo Tineo, subentrato nella carica di direttore al padre Giuseppe, fu possibile un nuovo ulteriore ampliamento che permise di accrescere la superficie dell’Orto di quasi un ettaro e di ingrandire, così, il boschetto già esistente.

I quarantaquattro anni di direzione di Vincenzo Tineo furono caratterizzati da numerosi tentativi, mai andati a buon fine, di aggiungere altri spazi all’Orto, al fine di renderlo il più possibile adeguato alle necessità della botanica, scienza nuova e in continua evoluzione.

Le difficoltà incontrate nel tentativo di annettere nuovi spazi devono spiegarsi, probabilmente, in relazione agli eventi che si verificarono in Sicilia durante la prima metà del XIX secolo: i moti del ’20 e del ’48 generarono, infatti, una conflittualità tra Napoli e Palermo che portò in frantumi il Regno; la Sicilia, in seguito alla creazione del Regno delle Due Sicilie, venne ridotta a lontana provincia e finì con l’essere amministrata nel malgoverno e nella speculazione; venne meno, soprattutto, l’interesse per tutti quei centri di cultura, ora ritenuti causa di tali nefasti eventi e potenziale focolaio di fermenti rivoluzionari.

Ebbe così fine il periodo in cui sovrani e nobiltà facevano a gara per promuovere le scienze, periodo che aveva visto la nascita dell’Orto e i suoi primi ampliamenti, ed ebbero inizio anni contrassegnati dal più totale oscurantismo. In un tale frangente storico divenne quasi impossibile cogliere l’occasione per ottenere un nuovo ampliamento: i tentativi del Tineo, come accennato, furono ripetutamente scoraggiati dall’ostruzionismo delle locali autorità che opponevano continui e pretestuosi ostacoli. Anche il suo successore, Agostino Todaro , cercò in tutti i modi di dotare l’Orto di spazi adeguati anche attraverso un’eventuale permuta.

L’intento era quello di scambiare un fondo non direttamente confinante con l’Orto che l’Università aveva acquistato nel 1820 con un terreno limitrofo, appartenente ai duchi Archirafi. La permuta e il conseguente ampliamento trovò soluzione solo nel 1906 con l’allora direttore, Antonino Borzì, dopo quasi cinquant’anni di lotte e lungaggini burocratiche.

Con l’ulteriore acquisizione di un terreno fino ad allora appartenuto al vivaio comunale e ceduto, dallo stesso Comune, quale indennizzo per la parte sottratta all’Orto sul lato di Via Archirafi per la realizzazione degli attuali istituti scientifici della Facoltà di Scienze, si pervenne a quello che è l’assetto attuale.

Ad Antonino Borzì, oltre al merito di avere portato a termine il tanto desiderato ampliamento del 1906, si deve anche la creazione, nel 1913, del Giardino coloniale.

Parallelamente alle lotte compiute per l’ampliamento dell’Orto seguirono, a partire dagli ultimi decenni del XIX secolo, quelle finalizzate alla difesa del suo spazio. Prima il piano regolatore del 1886, successivo ad un’epidemia di colera, poi quello di ricostruzione del 1946 prevedevano lo smembramento dell’Orto e la costruzione di un asse stradale proprio al suo interno. Alla tenace opposizione del Todaro prima e di Francesco Bruno, direttore dell’Orto tra il 1939 e il 1968, poi si deve la salvaguardia della sua integrità.

Sarà Bruno ad ottenere, nel 1954, dopo una personale battaglia che coinvolse anche il mondo accademico e culturale palermitano, il voto unanime del Consiglio comunale di Palermo, con cui si deliberava la definitiva e integrale conservazione dell’Orto Botanico.

Condividi post
Repost0
21 agosto 2015 5 21 /08 /agosto /2015 01:33
Il Muro del Pianto anche a Palermo

Anche Palermo ha il suo muro del pianto: quello dove i peccatori dovrebbero andare a piangere per cercare espiazione alle proprie e quello dove gli innocenti dovrebbero andare a pregare per ottenere quei miracoli di cui la città avrebbe tanto bisogno.
Il bello é che questo "muro del pianto" si trova nella "cattivissima" o "disgraziatissima"  - almeno di nome - via Scannaserpe, traversa di Via Resuttana..

Scannaserpe è il nome della zona, che anticamente era occupata dal vastissimo “fondo Scannaserpi”, così denominato dal soprannome dei fratelli Simone e Vincenzo D’Abbeni, detti appunto Scannaserpi, che avevano ricevuto la concessione del terreno nel 1603 da donna Diana Abbate.
Nella piazzetta omonima ed attigua alla via, vi è la Villa Marraffa, con il suo interessante arco d’ingresso alla corte. Un tempo la villa apparteneva ai frati domenicani e, successivamente, passò in mano alla famiglia Marraffa. Oggi è sede di una succursale della scuola media Vittorio Emanuele Orlando.

I Scannaserpi sono entrati a far parte della tradizione popolare come sinonimo di povertà e sfortuna.
Un detto dice: “Siamo ridotti come Scannaserpi, nudi, morti di fame e senza scarpe” indicando proprio l’attraversamento di un periodo negativo.

Muro del Pianto a Palermo (via Scannaserpe) - Foto di Maurizio Crispi

Muro del Pianto a Palermo (via Scannaserpe) - Foto di Maurizio Crispi

Condividi post
Repost0
16 agosto 2015 7 16 /08 /agosto /2015 17:29
Vite liquide
Vite liquideVite liquideVite liquide

A Palermo, c'è una location, in via Notarbartolo, quasi di fornte all'antica Villa Pottino (unica sopravissuta al furore edilizio degli anni 80 (persino all'incendio e alle bombette intimidatorie) e a poca distanza dall'Albero Falcone, sempre carico di memorie dele lotte per la Legalità. Si tratta del un tempo prestigioso bar Bar Cyro's, uno dei simboli del salotto buono della Palermo "moderno, poi passato alla gestione  Matranga: adesso, è da nni abbandonato. Sopravvivono al lusso di un tempo, il porticato antistanto in legno che creava all'ingresso una zona d'ombra abbellita da numerose piante e le strutture in legno che decoravano porte e vetrine, dando loro un aspetto di raffinato lusso antico. 
In quel porticato, divenuto no man's land  e - forse nell'interno la cui porta d'accesso a doppia anta é tenuta chiusa da un manico di scopa - si è insediato un homeless, il quale rivendica in qualche modo - a buona ragione - diritti di proprietà 8 , comunque, più modestamente di uso). 

Nel porticato, fa bella mostra  di sé una brandina ripiegata, con tanto di materasso, corredata da un cartello che invita i passanti a non toccare la "rete". La scopa con quella scopa vecchia messa di sbieco serve a distogliere eventualiintrusi dal tentare di introdursi all'interno. Nel porticato sono disposti ammeniccoli vari e paraphernalia, tpici di una vita randagia
Basta poco per crearsi una "casa" essenziale: pur nele sue carasteristiche precarie e francescane si vede un desiderio di ordine e di decoro domestico.
E' uno dei tanti esempi di quelle vite liquide - o ancora più "di scarto" - di cui parla Zygmunt Bauman che si innestano negli interstizi e nei vuoti del nostro mondo fatto di sprechi: anche questo tuttavia è un modo di vivere, che deve essere rispettato, anche perchè spesso gli homeless si accontentano di quel poco che hanno (salvo delle eccezioni) e non chiedono altro.
Gli puoi offrire un ricovero temporaneo quando fa molto freddo, ma difficilmente accetteranno di stare in una casa, assoggettandosi a delle regole precise.
Ma si deve constatare che a Palermo gli homeless aumentano sempre di più, sfidando le intemperie del caldo o del freddo estremi, parallelamente con il ridursi del denaro pubblico messo a disposizione per le strutture front di prima assistenza e di prima accoglienza.

 

Condividi post
Repost0

Mi Presento

  • : Frammenti e pensieri sparsi
  • : Una raccolta di recensioni cinematografiche, di approfondimenti sulle letture fatte, note diaristiche e sogni, reportage e viaggi
  • Contatti

Profilo

  • Frammenti e Pensieri Sparsi

Testo Libero

Ricerca

Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


frammenti-e-pensieri-sparsi.over-blog.it-Google pagerank and Worth