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3 aprile 2019 3 03 /04 /aprile /2019 12:18

Il "Diario" è considerato una testimonianza dell'Olocausto: questo è soprattutto ciò che non è.

Dalla òòa quarta di copertinau

Generazioni di lettori si sono abituate ad un approccio al famoso Diario di Anne Frank, in modi che sono stati distorti sia da precedenti edizioni espunte, sia dalla riduzione teatrale e poi cinematografica (si ricordare il famoso film firmato da Frank Capra). Letture che sono state determinate sia da un mal riposto rispetto nei confronti dei pensieri più intimi e crudi espressi da Anne Frank, sia da necessità ideologiche. Bisogna riportare il testo alla sua interezza e leggerlo, innanzitutto come un'opera letteraria di grande valore ed una testimonianza esistenziale, riducendo invece il sovradimensionamento di dolente racconto dell'Olocausto che esso ha ricevuto nel corso del tempo per esigenze ideologiche e/o ermeneutiche, sino a farlo divenire quasi emblema di quell'insieme di eventi e la sua Autrice un'icona quasi universale dell'innocenza ferita e mortificata. Infatti, il Diario che venne bruscamente interrotto dall'irruzione della Polizia olandese - allora al servizio dei Tedeschi invasori - nell'alloggio segreto non ha un suo finale, se non il non detto scaturente da una crescente sensazione di precarietà.
Del modo "vero" in cui si conclude la storia di Anne Frank, prima tradotta ad Auschwitz e poi da lì trasferita con una delle marce della morte a Bergen-Belsen dove morì di Tifo e di privazioni, poco prima della liberazione dei campi di sterminio, si sa da altre fonti e quindi dell'orrore dei mesi successivi all'ultimo aggiornamento non c'è nulla che sia stato scritto personalmente da Anne Frank non si sa nulla.
Questa ed altre considerazioni sull'uso spigliato e traditore del testo-testimonianza di Anne Frank sono contenute in un libro di recente - e meritoria - pubblicazione per i tipi de La Nave di Teseo. Si tratta di Di chi è Anne Frank? (titolo originale: Who Owns Anne Frank? nella traduzione di Chiara Spaziani, Collana Le Onde, 2019).

Il testo di Cynthia Ozick, proposto da La Nave di Teseo, venne originariamente pubblicato sulle pagine del "New Yorker" nel 1997.
Non era mai stato tradotto in lingua italiana.
Con lucidità l'autrice espone i motivi per i quali, secondo lei, il testo originale di Anne Frank sia stato tradito.
Le pagine del manoscritto, infatti, videro una serie di rimaneggiamenti, innanzitutto effettuato dallo stesso padre di Anne Frank e unico sopravvissuto all'Olocausto. Otto Frank, infatti, decise di omettere tutto ciò che ritenne irrilevante dal punto di vista della storia dell'Alloggio secreto: una serie di censure che indubbiamente hanno alterato l'immagine della figlia adolescente, con un'edulcorazione dei pensieri e delle emozioni. Questa prima edizione del Diario portò immediatamente alla costruzione di Anne Frank come "icona", anche perchè ai tempi della prima pubblicazione della Shoah si sapeva ancora bene. Dice la Ozick che ogni storia che si rispetti deve avere un finale e che nel Diario un finale manca. O meglio il finale - aggiunge ancora la Ozick - il lettore lo può conoscere soltanto se ha letto Primo Levi (con il suo I Sommersi e i Salvati) oppure Elie Wiesel (La Notte): quindi in ciò, secondo la Ozick, in stesso il Diario non è una testimonianza dell'Olocausto.
In ogni caso, ella dice, il Diario rivela che Anne Frank aveva della grandi potenzialità di scrittrice e che, se non fosse intervenuto quel tragico finale, avrebbe potuto realizzare grandi cose nel campo della letteratura.

 

Anne Frank, Il Diario. L'alloggio segreto, 12 giugno 1942 - 1° agosto 1944, Winaudi, 2015

Altri tradimenti furono effettuati, come ad esempio, nelle lunghe trattative che portarono alla realizzazione di una sceneggiatura per un lavoro teatrale rivolto al pubblico americano (riduzione curata dopo molte controversie sull'assegnamento del lavoro a Frances Goodrich e a Albert Hackett) e che avrebbe a sua volta ispirato il film - divenuto famoso - di George Stevens (USA, 1957).
O ancora, quando il Diario venne tradotto dall'Olandese al Tedesco, quando riferimenti ai Tedeschi invasori che avrebbero potuto urtare la sensibilità dei Tedeschi vennero ulteriormente espunti.
Solo tardivamente, il testo di Anne Frank venne pubblicato nella sua integrità (e un'edizione critica annotata e corretta di tale testo integrale venne a suo tempo pubblicata da Einaudi) e questo consentì di fare riemergere un'immagine più completa di Anne, certamente meno "buona" in alcuni suoi giudizi ed anche portatrice di sentimenti e di emozioni che potrebbero disturbare il lettore rispetto all'immagine edulcorata che era stata costruita prima proprio grazie a quei rimaneggiamenti del testo.
Insomma, sostiene la Ozick, la storia (e i testi storici e di testimonianze che ci pervengono) non dovrebbero mai essere traditi: soltanto così essi possono continuare a trasmettere intatta la propria forza.
E la stessa cosa è per la Memoria: il ricordo non deve essere mai edulcorato. E questo è un dovere morale.

(dal risguardo di copertina) Apparso per la prima volta nel 1997 sulle pagine del “New Yorker”, questo impetuoso, lucidissimo saggio di Cynthia Ozick strappa il velo di dissimulazione e retorica che negli anni ha ovattato e mistificato la limpida voce di Anne Frank e del suo Diario. Troppo spesso e troppo a lungo oggetto di interpretazioni semplificate e fuorvianti, di appropriazioni indebite, tradimenti e comode “santificazioni”, il Diario è servito da lasciapassare per un’amnesia collettiva – storica e culturale – sulle cause e le circostanze della morte della sua autrice e di milioni di altre vittime dell’Olocausto. La depravazione e la ferocia dei nazisti, il male che ha consumato la protagonista, sono stati attenuati e sorpassati nel tempo dal solo battere della critica, dell’editoria, dei lettori e persino del padre – Otto Frank – sul tema della bontà e della forza umana, utilizzando strumentalmente la voce di Anne per costruire un discorso sul passato tanto rassicurante quanto sterile. Cynthia Ozick, ripercorrendo con il ritmo e la forza che le sono propri, le vicissitudini storiche, editoriali e teatrali del libro universalmente considerato il simbolo della Shoah, ci mette in guardia dalle conseguenze di questa tendenza: ammorbidire la Storia, nel tentativo di renderla più sopportabile, equivale a tradirla; tradirla equivale a negare – in una discesa inarrestabile verso il buio della ragione – ciò che è stato, gettando le basi perché possa avvenire ancora.
Cynthia Ozick, ripercorrendo con il ritmo e la forza che le sono propri, le vicissitudini storiche, editoriali e teatrali del libro universalmente considerato il simbolo della Shoah, ci mette in guardia dalle conseguenze di questa tendenza: ammorbidire la Storia.

(Quarta di copertina) Il "Diario" è considerato una testimonianza dell'Olocausto: questo è soprattutto ciò che non è.

Cynthia Ozik

L'Autrice. Cynthia Ozick è autrice di numerose opere, sia di narrativa sia di saggistica, riconosciute a livello internazionale. Ha vinto il National Book Critics Circle Awards, ed è stata finalista al Premio Pulitzer e al Man Booker International Prize. I suoi racconti hanno vinto per quattro volte l’O. Henry First Prize. Per Feltrinelli ha pubblicato Lo scialle e Eredi di un mondo lucente (2005). Presso Bompiani sono usciti La farfalla e il semaforo (2010), Corpi estranei (2011).

«Era mio dovere allargare il piú possibile la cerchia di coloro che volevano accogliere il messaggio di Anne, e per questo il teatro e il cinema erano i mezzi piú adatti. Dopo molte riflessioni e discussioni con scrittori è stata creata l'opera teatrale. Io sono convinto che essa adempie a una missione, e questa è la cosa piú importante».

Otto Frank, padre di Anne Frank

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21 marzo 2019 4 21 /03 /marzo /2019 08:41

Un giovane nigeriano torna a casa dopo quindici anni vissuti a New York. Ma Lagos è una città immensa, pullulante di storie e di vita, un'allucinazione febbrile che si sottrae allo sguardo. Ogni giorno è per il ladro è il diario di un ritorno impossibile in cui nostalgia, amore e rabbia indicano il sentiero di una peregrinazione affascinante e inquieta.

Quarta di copertina

Teju Cole, Ogni giorno è per il ladro, Einaudi, 2014

La voce narrante di Ogni giorno è per il ladro (titolo originale: Every Day is for the Thief, nella traduzione di Gioia Guerzoni, Einaudi Editore - Collana I Coralli) - 2014), opera dolente di Teju Cole, è la stessa di "Città Aperta" (già pubblicato presso Einaudi).  Si tratta di uno studente di Medicina che, dopo dieci anni di assenza, fa ritorno in visita in Nigeria, nella sua città natale: e si tratta di un vero e proprio alter ego dell'autore.
Il libro si articola in 19 brevi capitoli, intensi e ciascuno corredato da una fotografia dello stesso autore.
Dopo le sebaldiane peregrinazioni per New York, Teju Cole ci accompagna in una visita nei luoghi a lui conosciuti della sua Nigeria e negli incontri con i familiari, i parenti e gli amici da tempo persi di vista.
Il suo occhio e la sua mente devono tornare ad adattarsi alle differenze, nonché al divario tra il passato ricordato e il presente vissuto, allo scarto tra memoria e realtà, e nello stesso tempo riprendere consuetudine con le bellezze e con le cose ammirevoli che, nonostante la corruzione e le disfunzioni, in Nigeria e a Lagos ci sono.
Come in Città Aperta di tratta di percorsi soggettivi, in cui i luoghi e la mente sono in costante connessione. I luoghi attivano e catalizzano i contenuti mentali e da questi incontri nascono narrazioni che rievocano il passato e attraversano il presente: come ha mostrato Sebald nella sua prosa autobiografica soggettiva non si può essere viaggiatori ed esploratori )o anche viandanti della vita) oggettivi, poichè la connessione tra la realtà osservata e lo scenario interiore che contemporaneamente si va muovendo è continuamente variabile e colui che ne vuole scrivere può soltanto registrare questi continui slittamenti tra interno ed esterno.
I racconti, capitolo per capitolo sino all'avvicinarsi del giorno temuto (ma anche atteso) della partenza e delle inevitabili separazioni, sono pervasi dalla nostalgia di un impossibile ritorno.

(Risguardo) Le città si aprono intorno a chi le attraversa come un paesaggio e si chiudono come una stanza, diceva Benjamin. Ed è cosí per il narratore di questo libro, un nigeriano che torna nel suo paese dopo quindici anni vissuti a New York. È fuggito da Lagos quasi di nascosto, per motivi misteriosi forse anche per lui: certo c’entrano la morte del padre e un risentimento mai elaborato per la madre. Ecco, rabbia e amore sono la coppia che definisce il rapporto con la sua città: una metropoli enorme, brulicante di vite e di storie in una quantità che stordisce, avamposto della modernizzazione globale e allo stesso tempo calviniana città invisibile. Il testo è accompagnato da diciannove fotografie dell’autore, diciannove immagini che fanno da controcanto ai capitoli come una storia parallela, diversa eppure puntata verso la stessa direzione: sia le parole sia le immagini, in fondo, si interrogano sugli ostacoli della visione. Lagos è una città difficile da vedere – nelle foto di Cole appare spesso sfocata, nascosta dalla griglia di un recinto, da una tenda, da un finestrino offuscato dalla pioggia, dalla ragnatela di un vetro rotto. Allo stesso tempo le parole del narratore (studente di Medicina e aspirante scrittore come il protagonista di Città aperta) sono, è vero, di una lucidità che confina con la spietatezza, ma anche segretamente fessurate dalla malinconia, dall’irrequietezza, dal rancore di chi è stato tradito. Un appannamento dello sguardo che è quello proprio dell’amore.

Hanno detto (quarta di copertina)
«Teju Cole «ci insegna a guardarci intorno e a cercare chiavi e risposte» (Goffredo Fofi, «Internazionale»)
«Cole parla del proprio tempo senza parlare del proprio tempo. Perché le domande piú grandi – quelle di cui si nutre la letteratura fondamentale – sono sempre le stesse» (Cristiano de Majo, «Rivista Studio»)
«Leggendo Teju Cole «si scopre come è fatto l’essere umano»  (Francesco Longo, «Europa»)


L'Autore. Teju Cole, scrittore, storico dell'arte e fotografo, è cresciuto in Nigeria e vive a Brooklyn. Città aperta, il suo primo romanzo, pubblicato da Einaudi nel 2013, ha vinto il PEN/Hemingway Award, il New York City Book Award for Fiction e il Rosenthal Award, ed è risultato finalista al National Book Critics Circle Award, il New York Public Library Young Lions Award, e l'Ondaatje Prize della Royal Society of Literature. Inoltre, è stato giudicato uno dei migliori libri dell'anno da più di venti testate, fra le quali «The New Yorker», «The Atlantic», «The Economist», «The Daily Beast», «The New Republic», «Los Angeles Times», «Salon», «Slate», «New York magazine» e «Kirkus Reviews».

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10 marzo 2019 7 10 /03 /marzo /2019 05:20
Gino Pantaleone, Alice in Wonderland 'mPalermu, Qanat Edizioni, 2018

Ho trovato per puro caso, nella libreria che frequento di solito un piccolo volume che ha subito catturato la mia attenzione per via sia del titolo sia della bella immagine di copertina: è "Alice in Wonderland 'mPalermu", scritto da Gino Pantaleone (con illustrazioni di Monica Saladino e note di Maria Alessia Misiti), Qanat Edizioni, Palermo, 2018. L'ho letto subito, di getto, ammirandone le belle illustrazioni che lo corredano.

In questo piccolo libro un'Alice delle Meraviglie rediviva, inseguendo le tracce del Bianconiglio, si ritrova ad esplorare in un magico itinerario alcuni dei luoghi più celebrati di Palermo e così, lungo un percorso che accende in lei il senso della meraviglia, si ritrova a fare degli incontri con strani personaggi che le raccontano storie e curiosità legate ad una città come Palermo di grande fascino perché ha alle sue spalle una storia più che bimillenaria.
Si attiva così un percorso gioioso che è insieme storico, architettonico, artistico, ma finanche gastronomico nel quale, trattandosi di quella famosa Alice, alcuni incontri hanno un carattere assolutamente fantastico e surreale.
In aderenza al personaggio letterario, alcune frasi dei dialoghi sono riportate in lingua inglese (e ciò anche nel desiderio di creare un testo dagli usi molteplici in campo didattico). Ma in ogni caso si tratta di un libro godibile per tutti che rappresenta un tentativo lieve e non meramente didascalico di diffondere la conoscenza di Palermo e di attivare su questa città delle forme di story telling.
Non a caso il volume è stato pubblicato nel 2018, anno in cui Palermo è stata "capitale italiana della cultura".

Il volume è arricchito dalle belle illustrazioni di Monica Saladino, autrice anche dell'immagine di copertina, e dalla nota didattica di Maria Alessia Misiti.
Considerando la qualità del volume, è un vero peccato che la casa editrice non abbia fatto molto per divulgarlo: allo stato, infatti, non è disponibile la sua scheda, nè sul sito di Qanat, né su IBS.

L'autore. Gino Pantaleone (Palermo, 1959) è poeta e scrittore palermitano. Ha pubblicato tre raccolte di poesie, Urla di dentro (1995), Io così, se volete (1997), Il vento occidentale (2007) e due saggi Non dobbiamo aver paura (2012) e Il gigante controvento – Michele Pantaleone, una vita contro la mafia (2014).

 

Retro di copertina

Retro di copertina

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28 febbraio 2019 4 28 /02 /febbraio /2019 08:57
Elie Wiesel, Il Mondo sapeva. Discorso alla Svizzera, Giuntina, 2019

A distanza di quasi vent'anni da quando fu pronunciata, viene pubblicata in un denso libricino il testo di una conferenza tenuta da Elie Wiesel nell'ottobre del 1999: è stata pubblicata in edizione bilingue (Italiano e Francese) con il titolo "Il Mondo sapeva. La Shoah e il nuovo Millennio. Discorso alla Svizzera" (trascrizione dall'originale francese e traduzione in Italiano ad opera di Sibilla Destefani, curatrice a tutti gli effetti), Giuntina (Collana Le Perline, 2019).

In questo testo, breve ma denso, è contenuta integralmente una conferenza che Elie Wiesel tenne nell'ottobre del 1999 (il 7 ottobre, per la precisione), nell'Aula Magna dell'Universittà di Friburgo. Di quel discorso, venne fatta una registrazione audio che venne custodita per quasi vent'anni da Raniero Fratini e consegnata nel 2018 a Sibilla Destefani, curatrice del volumetto che vede ora le stampa e traduttrice del testo.
Il contesto del discorso fu un convegno internazionale, organizzato dalla Federazione svizzera delle Comunità Israelitiche (FSCI), dedicato al tema della Svizzera di fronte al suo passato (è noto che la Svizzera aveva chiuso in modo totale le sue frontiere agli esuli ebrei che cercavano di sfuggire all'aggravarsi delle persecuzioni naziste).
In questa conferenza, Elie Wiesel, premio Nobel per la Pace 1986, si interroga sul rapporto tra passato e futuro e sulla necessità di poter custodire e perpetuare in ogni modo la memoria del passato - per quanto dolorosa essa possa essere - per poter garantire l'esistenza di un Futuro. Senza un passato trasmesso non in maniera asettica, ma in modo vivo e palpitante, non può esserci un futuro, poiché le radici vere ed autentiche degli uomini stanno nel passato.
La questione sollevata da Elie Wiesel è di fondamentale importanza ed è di portata generale: infatti, pur avendo un suo valore specifico se riferito alla persecuzione degli Ebrei e alla Shoah, ha nello stesso tempo un valore più generale. E Auschwitz, in questo senso, non si può soltanto considerare una tragedia degli Ebrei soltanto, ma dell'intera Umanità.
Con Auschwitz (e con tutti gli altri campi di concentramento, anche se Auschwitz ne rappresenta il paradigma) venne messo in atto qualcosa di indicibile: ed è per questo che, dopo anni di silenzio e di chiusura in sé, molti dei sopravvissuti cominciarono a raccontare le loro esperienze, condensale in storie (e molti di loro, tuttavia nel loro raccontare, si fermarono alle soglie dell'orrore e degli orrori che ebbero a sperimentare, poichè a detta di alcuni loro - come ad esempio l'italiano Piero Terracina - l'orrore ultimo è indicibile).
Il raccontare fu importante, come anche da parte dei narratori che avevano vissuto in prima persona quelle terribili esperienze fu il creare un certo numero di testimoni di seconda generazione che potessero raccogliere quelle narrazioni. Questo story telling che così si perpetua non attiene ad una vicenda ormai lontana nel tempo e destinata a divenire icona di un'atrocità (anzi, vero e proprio paradigma dell'Atrocità), in quanto come afferma Piotr M.A. Cywinsky (Direttore del Museo e Memoriale di Auschwitz-Birkenau) all'esperienza dei campi non c'è e non ci sarà mai una fine (cfr. "Non c'è una fine. Trasmettere la memoria di Auschwitz", Bollati Boringhieri, 2017) e questa esperienza occorre costantemente ripensarla e rielaborarla, adattandola ovviamente al presente, sicchè sempre più la si possa considerare un qualcosa che attiene all'Uomo universale e diventi bagaglio vivo di conoscenze e riflessioni per potere efficacemente combattere l'Orrore che costantemente può ripresentarsi con cento volti diversi.
E infatti, avverte Wiesel già consapevole di questi aspetti al tempo della conferenza, bisogna saper sfuggire alla banalizzazione della memoria e alla sua divulgazione come mero oggetto di consumo. In questo ambito, vi è anche un interrogativo pesante, al quale è difficile dare una risposta: come gestire la consapevolezza che, mentre gli Ebrei venivano sterminati, il consesso delle nazioni sapeva cosa stava accadendo? E che nessuna delle nazioni in guerra contro la Germania nazista prese dei provvedimenti per cercare di fermare l'orrore? Su questo tema si potrebbero citare molti esempi: uno, il più eclatante forse, fu quello del transatlatico tedesco Saint Louis che partito da Anversa per portare quasi 1000 Ebrei nel nuovo mondo fu costretta a fare ritorno con il suo carico umano, poiché nè Cuba, né gli Stati Uniti, né il Canada acconsentirono lo sbarco degli esuli. Guardando a questa tragica vicenda e al suo esito (degli Ebrei costretti a sbarcare di nuovo in Europa dopo la loro estenuante pregrinazione per i mari soltanto poco più di 200 sopravvissero alle persecuzioni) e paragonandola a quanto avviene oggi nel mondo, in un momento in cui i sovranismi e gli isolazionismi senza cuore e senza umanità tendono a prevalere, non si può che essere d'accordo con le parole di Elie Wiesel.
Il testo è stato suddiviso dalla curatrice in quattro parti "tematiche" per rendere più fluida la lettura e focalizzare l'attenzione del lettore.
Il titolo è stato coniato appositamente, poiché non è stato possibile risalire al titolo con cui Elie Wiesel aveva presentato , al tempo dell'organizzazione del congresso, la sua relazione.
A mio avviso, può essere molto suggestivo, leggere il testo, ascoltando in concomitanza la voce dello stesso Wiesel che parla, cosa resa possibile dal fatto che la Casa editrice ha messo a disposizione la registrazione audio del discorso originale.

(quarta di copertina) Nell’ottobre del 1999, nell’aula magna dell’Università di Friburgo, Elie Wiesel pronuncia un discorso incentrato sul rapporto tra passato e futuro dal quale emerge l’interrogativo: come fare i conti con un passato gravido di orrori come quello dell’Europa del Novecento? Che fare dei cumuli di cadaveri, dei bambini assassinati, della complicità silenziosa di chi sapeva ed è rimasto a guardare? Questo discorso di Wiesel, finora inedito, rappresenta un formidabile appello a resistere alla tentazione della violenza e alla banalizzazione della memoria. E sullo sfondo Wiesel ci pone una domanda sempre attuale: se Auschwitz non è riuscito a eliminare l’ingiustizia, cosa potrà riuscirci?
Edizione bilingue in italiano e francese.

Per ascoltarlo vai alla sheda del libro nel sito web della casa editrice

Elie Wiesel

L'Autore. Nato nel 1928 a Sighet, in Transilvania, Elie Wiesel venne deportato ad Auschwitz e Buchenwald. Dopo la guerra ha fatto per alcuni anni il giornalista in Francia e poi si è trasferito a New York. Nel 1986 ha ricevuto il premio Nobel per la pace. Oggi, con la sua fondazione difende i diritti dell'uomo nel mondo, lavora per la pace e contro la povertà. Di lui la Giuntina ha pubblicato La notte, Credere o non credere , Il testamento di un poeta ebreo assassinato, Il processo di Shamgorod, L'ebreo errante, Il quinto figlio, La città della fortuna, Cinque figure bibliche e Il Golem.

 

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17 febbraio 2019 7 17 /02 /febbraio /2019 09:30

"...d'un tratto mi balenò, per così dire nella mente la rivelazione dell'unica cosa veramente comica al mondo. Questo non significa che ci siano molte cose non comiche. E che non lo sono sino in fondo, perchè tutte hanno un lato tragico. Questa invece lo è sempre, immancabilmente. E' la scorreggia. Ridi pure, se vuoi, ma così facendo mi darai solo ragione. Sì, la scorreggia é sempre buffa, non la si può mai prendere sul serio. La più dilettevole tra le umane debolezze.

Paul Auster, Notizie dall'interno, Einaudi, 2014, p. 158

Un esempio di scorreggia infuocata (dal web)

Riprendo qui una mia nota, originariamente pubblicata nel mio profilo Facebook, il 18 dicembre 2018: con qualche piccolo miglioramento rispetto all'originale.

Quella di Paul Auster, serissimo scrittore, ma con il senso dell'ironia, è un'affermazione decisamente vera, molto allineata a quella famosa frase di Montaigne che fa "Si haut que l'on soit placé on n'est jamais assis que sur son cul" che lo zio Luigi, fratello di mia madre, ai vertici della carriera militare, ma con uno spiccato senso dell'ironia, soleva spesso ripetere.

Insomma culo e scorregge sono eguali per tutti e, secondo Paul Auster, queste ultime sono, in assoluto, la cosa più buffa che è data all'uomo di produrre.

E sul fatto che, in generale, di fronte ad una scorreggia o - per meglio dire - investiti da essa acusticamente e/o olfattivamente, tenendo conto dell'esistenza dei peti silenziosi), non si può che ridere, nemmeno su questo ci piove. Ancora di più quando si è nei panni del "subdolo artigliere" (ovverossia colui che produce scorregge non rumorose, ma estremamente puzzolenti), al centro di un nobile - ed ignaro - consesso. E sull'intrinseca comicità delle scorregge e dei riti messi in atto dallo scorreggiatore esplicito, ognuno avrebbe molti divertenti episodi da citare. Come il caso di uno che, nel bel mezzo di riunioni salottiere in cui si bivaccava sino a tarda ora, ogni qualvolta avesse pronta una scorreggia da liberare si alzava in piedi (effetto amplificato dalla sua imponente statura) e puntando il dito al cielo emetteva un peto sonoro e prolungato e talvolta la sua performance era seguita da scroscianti risate, mentre in altri casi cadeva nell'indifferenza generale, quasi fosse un evento normale, come un brontolio di tuono fuori dalla finestra, che non è considerato tale da interferire con le umane attività: e queste sono state una mie osservazioni personali.

Ma che dire delle scorregge che "uccidono"?. Come nel caso della notizia (bufala o no che sia): "Credeva che fosse una scorreggia ed é morto asfissiato".

Oppure cosa dire delle scorreggie "infuocate" che sono una dimostrazione tangibile del loro mefitico potere? Per intendere quelle che incendiate dallo scorreggiatore medesimo mediante la fiamma di un accendino all'atto dell'emissione, si trasformano in palle e gettiti di fuoco, impressionanti effetti pirotecnici, per quanto effimeri?

Insomma ci sono scorregge e scorregge ed io, personalmente, non riderei mai della scorreggia sganciata da un aguzzino che si accinge a torturarmi con strumenti medievali. Non la prenderei mai come un qualcosa che allegerisce la tensione del momento con una risata liberatoria.

Ma, a parte questo caso drammatico (e, forse, non realizzabile, poichè di norma gli aguzzini hanno uno scarsissimo, se non assente, senso dell'ironia e si pigliano molto sul serio), Paul Auster ha ragione, penso...

"Ed ei avea del cul fatta trombetta": e tutta la cupa rappresentazione dell'Inferno dantesco non ci ha esentato dal ridere di grasse risate, quando ci siamo imbattuti in questo verso. Non soprenderà riconoscere che, al tempo in cui Paul Auster, scrisse la fraae citata, egli studiava Letteratura alla Columbia University di New York e che aveva da poco letto l'Inferno di Dante.

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3 febbraio 2019 7 03 /02 /febbraio /2019 10:17
James Sallis, La Falena, Giano, 2005

James Sallis è uno scrittore black american, nato in uno stato del Sud dove ha vissuto per gran parte della vita (pur con una lunga parentesi europea). E' un personaggio eclettico e versatile, sia nella vita, sia nella scrittura. Ha insegnato letteratura in un'Università del Sud, ha fatto il traduttore e il curatore, ha scritto saggi rilevanti e si è dedicato, tra le molte cose alla narrativa fiction e poliziesca. Tra le sue molte prove narrative vi è la serie che ha come protagonista l'investigatore nero Lewis (Lew) Griffin che è, in sostanza, un alter-ego dell'autore. Infatti, Griffin è un investigatore privato molto sui generis che inserisce questa attività in quella più costante di docente di letteratura universitario e di scrittore, avendo tuttavia un passato tormentato e vario: è stato bodyguard, infatti, prima di una caduta a capofitto nell'alcoolismo, sino a toccare il fondo per poi rimergerne, ma senza una totale astensione, poichè - occasionalmente - non disdegna di fare ritorno all'alcool inteso come scacciapensieri e relax sociale. Ha anche avuto alcune storie sentimentali, per alcune delle quali ha dei rimpianti. Nella sua attività di investigazione è sagace ma anche irruento, nel senso che a volte perde il lume e manda tutti all'ospedale.
Ne "La Falena" (Titolo originale: Moth, nella traduzione di Luca Conti), pubblicato da Giano Editore, (Collana NeroGiano, 2005) il compito che si è assunto è quello di ritrovare la figlia di una sua vecchia fiamma, una donna a cui non ha mai voluto dichiarare il suo amore e che poi ha perso. Questa ricerca ha inizio dopo la sua morte, per assolvere ad una promessa fatta, ma anche spinto dal peso in lui della scomparsa - anni prima - di un figlio. E nel cercare Alouette, invischiata in una storia di tossicodipendenza e probabilmente alla deriva, si imbatte nella figlia di lei, nata prematura a causa dell'abuso in gravidanza di sostanze psicoattiva da parte della madre: una "crack baby", a forte rischio di non sopravvivenza..
Troverà alla fine Alouette, ma senza poterla salvare sino in fondo. Ma ci ha provato.
E' un romanzo che si svolge nel profondo sud degli States, tra Louisiana e Arkansas e una buona parte della vicenda è on the road, intessuta di incontri e di storie.
Lew Griffin è un personaggio che vive intensamente, ma è nello stesso tempo immerso nella nostalgia di ciò che avrebbe potuto essere e non è mai stato per via della sua incapacità di dichiarare le cose e gli stati d'animo sino in fondo: una vita che non conosce trionfalismi, ma solo cose riuscite a metà, tali da lasciare bei ricordi, ma anche un bruciante senso di nostalgia per via della loro incompiutezza.
Mi è piaciuto: e una volta presa la necessaria confidenza con un investigatore così bizzarro e atipico, non ho potuto più lasciarne la lettura sino alla fine.

(risguardo di copertina) Baby Girl McTell. Nata: 15 settembre. Peso: 600 grammi. Madre: Alouette. Sono i dati della crack baby che Lew Griffin ha rintracciato in un ospedale di Clarksville, nel profondo Sud. Potevo reggerla nel palmo della mano senza problemi. Ci è arrivato cercando Alouette, la figlia che LaVerne voleva rivedere e che Lew si è impegnato a ritrovare. Per pagare almeno in parte il debito con la donna degli anni difficili, l'amore di una vita. Morta, quando sembrava salva. E così Griffin è di nuovo in strada, col cuore pesante e il diavolo alle calcagna. E Griffin dovrà scendere ancora di più nell'inferno del passato, per affrontare i propri demoni e la violenza che esplode in lui, mentre cerca di afferrare il fantasma di Alouette e della propria esistenza.

James Sallis

L'Autore. James Sallis è nato a Helena, Arkansas, nel 1944, e qui ha studiato. Romanziere e musicista, saggista e poeta, biografo e traduttore dal francese e dal russo (Queneau, Cendrars, Lermontov, Pasternak), ha scritto numerosi romanzi, quattro raccolte di poesie e una biografia di Chester Himes. Con Giano ha pubblicato Il bosco morto (2008), oltre a La Falena.
Ha vissuto a lungo a Londra e in varie parti d'America, prima di stabilirsi a Phoenix, in Arizona.
Agli inizi degli anni Novanta ha inaugurato una serie di sei romanzi noir dedicati all'investigatore privato Lew Griffin, grazie al quale ha ottenuto grande notorietà.
Nel 2003 ha dato il via a una nuova serie di libri con protagonista John Turner, ex agente di polizia con un passato da carcerato.
Dal suo romanzo "Drive" il regista Nicolas Winding Refn ha tratto un film interpretato da Ryan Gosling. I libri di James Sallis sono pubblicati in Italia da Giano/Neri Pozza, e sono tutti tradotti da Luca Conti.

 

 

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26 gennaio 2019 6 26 /01 /gennaio /2019 10:37

I libri mi conoscono meglio di chiunque altro.
Mi fido solo di loro.
Perché sanno sempre darmi le risposte che cerco.

Citazione dal testo (in copertina)

Stephanie Butland, La libreria dove tutto è possibile, Garzanti 2018

Sempre più spesso, negli ultimi anni, capita di imbattersi in libri siano essi di saggistica, diaristica o di narrativa in senso stretto, in cui è posta al centro dell'attenzione la relazione con i libri, oppure una riflessione sull'avere libri o sul comprarli, in una gamma di sfaccettature che vanno  dall'interesse per il contenuto in sé dei libri alla più pura passione bibliofilica. In un'epoca in cui il libro tradizionale (quello cartaceo, per intenderci) è tenuto sotto assedio dall'editoria kindle e in cui le piccole librerie indipendenti sono messo sotto scopa dal mercato librario online sempre più invadente ed aggressivo, questo trend è sintomatico di un tentavo di valorizzare e di riportare in auge il più autentico e puro amore per i libri, in cui si mescola inscindibilmente il piacere di scoprire contenuti sempre nuovi con tutto ciò che di sensoriale attiene al rapporto con l'oggetto-libro. Noi, accaniti lettori dobbiamo essere sicuramente grati a questi scrittori che ci conducono per mano in un territorio di riflessioni sul libro come oggetto mentale e come oggetto su cui polarizzare la propria libdo in senso lato.
"Un libro è come un fiammifero nell'attimo fumante tra lo strofinamento e la fiamma" (p. 11)
"Una libreria non è magica, ma a poco a poco può guarire il tuo cuore" (p. 309)
Tra queste due frasi è racchiusa l'intesa storia di crescita e di formazione della protagonista di "La Libreria dove tutto è possibile" di Stephanie Butland (titolo originale: Lost for Words, nella traduzione di Elisabetta Valdré, Garzanti editore - Collana Narratori Moderni - 2018).
Loveday Cardew lavora in una libreria di York che tratta soprattutto libri usati, ama profondamente i libri e la lettura, ma anche - privatamente - scrive delle poesie.
Loveday piuttosto vive chiusa in se stessa, essendo sostanzialmente diffidente nei confronti del prossimo e degli uomini, pur circondata dai libri che raccontano di vite altrui e di sentimenti.
Per questo motivo, la nostra eroina rifugge dal coinvolgimento in relazioni di lunga durata, poiché teme di imbattersi in sgradite sorprese.
I libri in mezzo ai quali Loveday vive sono il suo mondo e la sua fortezza.
Ama i libri a tal punto che, di quando in quando, decide di farsi tatuare sulla pelle gli incipit di quelli che, per lei,sono stati più significativi e che le hanno impartito delle lezioni di vita.
I libri per per Loveday non sono soltanto fidati amici, ma anche maestri e guida, anche se, in alcuni casi, possono riservare delle sorprese e condurre il lettore in luoghi della mente dove non si vorrebbe mai andare, per mantenere una rispettosa distanza distanza da tutto ciò che, nella vita, ci ha traumatizzato.
In questa esistenza blindata, tuttavia, cominciano a succedere delle cose che generano inquietudine, ma che, nello stesso tempo, spingono Loveday a ridurre il livello di guardia, ad attenuare le diffidenze e ad intraprendere cautamente nuove relazioni.
Da un lato resterà traumatizzata nuovamente, ma nello stesso tempo conoscerà Nathan, gentile e premuroso, e poeta. E con lui comincia a frequentare dei reading poetici, venendo anche allo scoperto con alcune delle sue composizioni.
Per via di queste circostanze Loveday si trova a dover attivare un confronto serrato con il suo passato e con i suoi fantasmi: solo quando sarà venuta a termini con questo fardello ingombrante (in parte rimosso), Lovejoy potrà finalmente intraprendere un suo percorso davvero creativo.
"Lost for Words" è una bellissima storia sui libri e sulla lettura, ma anche un esempio davvero intenso sul modo in cui, a volte, i libri possano davvero salvare la vita.
Le ambientazioni tra York e Whitby (luogo legato all'infanzia di Loveday) sono davvero affascinanti.
Il volume, nell'edizione italiana, è completato dal testo di una conversazione con l'autrice.

 

(quarta di copertina) "Stavo riflettendo sull’eventualità di un tatuaggio musicale, ma gli incipit dei libri sono tutt’altra faccenda. Non provo rammarico per nessuno dei miei, neppure per Jane Eyre o I bambini della ferrovia che mi sono fatta tatuare sulle scapole. Adesso il primo, Anna Karenina, sembra prevedibile. Ma quando avevo diciassette anni e avevo appena scoperto la letteratura russa, mi sembrava che Tolstoj parlasse alla mia anima".


(risguardo) Nel cuore di York, nel Nord dell’Inghilterra, c’è una piccola e fornitissima libreria. È il rifugio preferito della giovane Loveday Cardew. L’unico luogo che sia mai riuscita a chiamare casa. Solo qui si sente al sicuro. Solo qui può prendersi cura dei libri proprio come i libri si prendono cura di lei. Perché è attraverso le loro pagine che la giovane libraia riesce a comunicare le emozioni e i sentimenti più profondi: la solitudine di Anna Karenina; la gioia di vivere di La fiera della vanità; le passioni travolgenti di Cime tempestose.
Fino al giorno in cui comincia a ricevere misteriosi pacchi ricolmi dei libri con cui è cresciuta, e inizia a pensare che qualcuno stia cercando di mandarle un messaggio. Qualcuno che, forse, la conosce bene e che conosce anche la sua infanzia, divisa tra una madre assente e una donna che ha cercato di esserne il sostituto. Un’infanzia piena di ricordi difficili. Loveday non ha la minima idea di chi possa essere e del motivo per cui il misterioso mittente si ostini a non lasciarla in pace. Sa solo che non può più continaure a nascondersi e a fare finta di niente: se vuole costruirsi un futuro diverso, migliore, deve affrontare il passato che ha fatto di tutto per lasciarsi alle spalle. Al suo fianco, pronto ad aiutarla a raccogliere tutto il coraggio di cui ha bisogno, c’è il brillante e dolcissimo Nathan, poeta in erba, l’unico che sembra conoscere la strada per arrivare al suo cuore. A poco a poco, con i suoi versi pieni di speranza, riesce a scalfire il guscio che Loveday si è costruita intorno e a regalarle la promessa di una felicità che lei, in fondo, non vede l’ora di afferrare. La libreria dove tutto è possibile è un esordio brillante e originale che ha saputo conquistare il cuore dei librai di tutto il mondo. Nessun’altro romanzo è riuscito a dipingere in modo altrettanto emozionante e delicato la realtà quotidiana di una libreria e la passione di un libraio che, da custode della letteratura, ne fa dono a piccoli e grandi lettori. Perché la libreria è il luogo giusto per trovare la risposta a tutte le nostre domande: basta saper ascoltare e fidarsi di quello che i libri hanno da raccontarci.

Stephanie Butland

L'autrice. Stephanie Butland vive con la famiglia in Northumberland.
Quando non è impegnata a scrivere nel suo piccolo studio sulla riva del mare, cerca di stimolare le persone a pensare con maggiore creatività.
Ha scritto un libro in cui racconta la sua esperienza di paziente con il cancro al seno che ha vinto la sua battaglia con la malattia (Come ho sconfitto il cancro. Una storia vera, Newton Compton, 2012)

 

"Una lettura irrinunciabile. Loveday è un personaggio affascinante e sfaccettato che non dimenticherete tanto facilmente"

Daily Mail (appraisal in quarta di copertina)

Aprendo il file allegato si possono leggere le prime pagine

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19 gennaio 2019 6 19 /01 /gennaio /2019 08:52
Stephen King, Elevation, Hodder&Stoughton, 2018

Elevation (Hodder&Stoughton, 2018) è un magistrale romanzo breve di Stephen King, ancora non tradotto in Italiano.
Ambientazione, come è stato per "Gwendy's Button Box" è Castle Rock, cittadina d'invenzione letteraria ubicata nel Maine dove si svolgono molti dei romanzi del primo periodo narrativo di Stephen King.
E, curiosamente, non si tratta di una storia horror in senso stretto, ma di una narrazione lieve di sentimenti, di nostalgie, di transiti da uno stato all'altro e di addii.
In breve, il protagonista, Scott Carey, si accorge un bel giorno che il suo peso ha cominciato a diminuire quotidianamente senza che si manifesti nella sua complessione alcun cambiamento evidente.
Si tratta d'un evento che nulla ha a che fare con la fisiologia o con la patologia.
Non si sa il perché e il per come. Semplicemente accade.
A partire da questo incipit che rappresenterà la chiave di volta narrativa e che è, indubbiamente, un omaggio a Richard Matheson e al suo magistrale romanzo "Tre millimetri al giorno" (ricordato, peraltro, in epigrafe ma non solo, poichè il protagonista del romanzo di Matheson si chiama esattamente nello stesso modo: è sempre Scott Carey, insomma, anche se in un'altra situazione e in un differente contesto) si sviluppa una vicenda delicata di amicizia, di affetti e - come dicevo prima - di addii. E si notano molte simmetrie e relazioni duali: alla fine,  lo Scott Carey di Elevation varcherà da solo la frontiera che lo separa dall'indicibile, lasciando dietro di sé delle belle memorie.
Il racconto, benchè breve, offrer al lettore nei suoi sviluppi molte sorprese e si articola in vari passaggi sino alla conclusione, che qui non diciamo, anche se - osservando bene l'illustrazione in sovraccoperta che dice senza dire - qualcosa si puà intuire. Il titolo si ispira ad una riflessione di Scott Carey che compare nel bel mezzo di una sua prestazione sportiva amplificata (e anche questo punto rappresenta un momento topico del plot), mentre la cassetta postale che entra nell'immagine di copertina come supporto del titolo è parte di un altro momento clou della narrazione.
In ogni caso, ciò che si offre al lettore è un viaggio alla scoperta delle proprie potenzialità in un momento di transizione - o meglio di transito - il cui esito rappresenta il passaggio verso l'ignoto che è poi il succo del famoso romanzo di Matheson cui Paul Auster dedica - in suo memoir, Notizie dall'interno, 2013 - un'approfondita analisi (con riferimenti anche al film che ne fu tratto negli anni Sessanta, con il titolo The Incredible Shrinking Man) nel cercare di descrivere l'effetto perturbante che ebbe in lui adolescente quel racconto.

Ho letto Elevation con grande piacere, commuovendomi perfino nel finale. Uno dei capitoli centrali racconta di una corsa locale charity, la Thanksgiving 12k Run, meglio detta dai locali The Turkey Trot, descritta con grande vividezza e verosimiglianza: e, per questo capitolo, la storia potrà sicuramente piacere a molti runner.

(Dal risguardo di copertina) Castle Rock is a small town, where word gets around quickly. That's why Scott Carey wants to confide only in his friend Doctor Bob Ellis about his strange condition: he's losing weight, without getting thinner, and the scales register the same when he is in his clothes or out of them, however heavy they are. Scott also has new neighbours, who have opened a 'fine dining experience' in town, although it's an experience being shunned by the locals; Deidre McComb and her wife Missy Donaldson don't exactly fit in with the community's expectations. And now Scott seems trapped in a feud with the couple over their dogs dropping their business on his lawn. Missy may be friendly, but Deidre is cold as ice. As the town prepares for its annual Thanksgiving 12k run, Scott starts to understand the prejudices his neighbours face and he tries to help. Unlikely alliances form and the mystery of Scott's affliction brings out the best in people who have indulged the worst in themselves and others.
From master storyteller Stephen King, our 'most precious renewable resource, like Shakespeare in the malleability of his work' (Guardian), comes this timely, upbeat tale about finding common ground despite deep-rooted differences.
Compelling and eerie, Elevation is as gloriously joyful (with a twinge of deep sadness) as 'It's a Wonderful Life'.

Includes illustrations by Mark Edward Geyer.

'Stephen King's slim new novel tackles weighty matters'

New York Post (appraisal citata in sovraccoperta)

He remembered that day in his yard, flexing his knees, leaping, and catching the branch of the tree. He remembered running up and down the bandstand steps. He remembered dancing across the kitchen floor as Stevie Wonder sang 'Superstion'. This was the same. Not a wind, not even a high, exactly, but an elevation. A sense that you had gone beyond yourself and could go farther still.

Elevation, pp. 85-86

Stephen King, Elevation (traduzione di L. Briaschi), Sperling&Kupfer (Collana Pandora), 2019

"Elevation" è stato pubblicato in traduzione italiana all'inizio del 2019, nella traduzione di L. Briasco, sempre per i tipi di Sperling&Kupfer (Collana: Pandora).

Queste le soglie del testo.
Un racconto di rara intensità, che è anche un omaggio ai suoi maestri, in cui King si prende la libertà, più che legittima, di dare una possibile risposta alle tristi derive del nostro tempo.
(risguardo di copertina) Scott Carey sta percorrendo senza fretta il tratto di strada che lo separa dal suo appuntamento. Si è lasciato alle spalle la casa di Castle Rock, troppo grande e solitaria da quando la moglie se n'è andata, se non fosse per Bill, il gattone pigro che gli tiene compagnia. Non ha fretta, Scott, perché quello che deve raccontare al dottor Bob, amico di una vita, è davvero molto strano e ha paura che il vecchio medico lo prenda per matto. Infatti Scott sta perdendo peso, lo dice la bilancia, ma il suo aspetto non è cambiato di una virgola. Come se la forza di gravità stesse progressivamente dissolvendosi nel suo corpo. Eppure, nonostante la preoccupazione, Scott si sente felice, come non era da molto tempo, tanto euforico da provare a rimettere le cose a posto, a Castle Rock. Tanto, da provare a riaffermare il potere della parola sull'ottusità del pregiudizio. Tanto, da voler dimostrare che l'amicizia è sempre a portata di mano.

Hanno detto:
«Esercizio di stile con l'anima, Elevation propone una serie di lezioni morali all'America trumpiana ma lo fa regalando in cambio un guizzo crativo purissimo» (Francesco Pacifico, Robinson)

«Un piccolo libro su un uomo normale che, in circostanze straordinarie, supera l'odio per vivere con gentilezza e dignità» (The Washington Post)
«King è la nostra risorsa rinnovabile più preziosa» (The Guardian)

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17 gennaio 2019 4 17 /01 /gennaio /2019 08:29

Nino Di Matteo è stato - ed è -  il magistrato più minacciato d'Italia. Perchè? Ma perchè ha portato avanti, assieme ad altri magistrati altrettanto valorosi, l'inchiesta giudiziaria sullo scellerato patto stato-mafia che, consumato negli anni 1992-1994, fu preceduto dall'uccisione di Falcone, della Morvillo, di Paolo Borsellino e delle relative scorte e fu punteggiato da altri eventi intimidatori e da attentati dinamitardi che hanno cercato di portare terrore e instabilità ai più alti vertici dello stato.
Nino Di Matteo è andato avanti, malgrado le minacce, l'indifferenza e la denigrazione, soltanto spinto dal desiderio di giungere ad una verità giudiziaria incontrovertibile.
Ha dovuto lottare anche contro la tiepidezza dei politici e dei governanti, se non contro una loro aperta ostilità, facendo i conti anche con organi di stampa "di regime", portati a minimizzare e a utilizzare principalmente la strategia del silenzio.
E intanto Di Matteo, superscortato e costretto ad una vita blindata assieme alla famiglia, ha portato avanti il suo compito di servitore di uno Stato che, per essere credibile, ha bisogno di verità incontrovertibili e di giustizia vera.
Chi vive a Palermo avrà spesso notato un corteo di grandi gipponi blindati con i vetri oscurati muoversi da un capo all'altro della città. Di Matteo viaggiava sempre all'interno di una di queste vetture, super scortato e superprotetto da minacce che sono state concrete e tangibili.
Ho avuto modo di vedere questo corteo con i miei occhi visto che abito a poca distanza dalla sua abitazione, oppure, qualche volta in autostrada.
Ma, a parte questa visibilità estemporanea, di ciò che egli faceva si sapeva ben poco. I giornali locali e nazionali hanno sempre dedicato ben poco spazio all'inchiesta giudiziaria sul patto stato-mafia e, poi, alle diverse fasi del processo in Corte d'Assise d'Appello, durato ben cinque anni.
Non avendo informazioni di prima mano sui quotidiani e non avendo io occasione di frequentare nel web siti di informazione alterrnativa, sapevo soltanto che Nino Di Matteo stava indagando su quello scellrato patto.
Ora, a sentenza emessa (il patto stato-mafia ci fu), esce un libro intervista in cui Nino Di Matteo sollecitato dalle domande del giornalista Saverio Lodato racconta di quel'inchiesta sino al suo esito giudiziario: un libro fondamentale per sapere tutto quello che i giornali stampati, con i loreo silenzi e con le loro omissioni non ci hanno mai detto.

“Chiediamoci perché politica, istituzioni, cultura, abbiano avuto bisogno delle parole dei giudici per cominciare finalmente a capire... Un manipolo di magistrati e di investigatori ha dimostrato di non aver paura a processare lo Stato. Ora anche altri devono fare la loro parte.”

Nino Di Matteo (quarta di copertina)

“Volevo che nelle pagine di questo libro parlasse il magistrato, parlasse l’uomo, protagonista e testimone di un processo destinato a lasciare il segno.”
Saverio Lodato

Saverio Lodato (quarta di copertina)

La testimonianza del pm più minacciato d'Italia. Le verità che molti volevano nascondere

Fascetta

Nino di Matteo e Saverio Lodato, Il patto sporco. Il processo Stato-Mafia nel racconto di un suo protagonista, Edizioni Chiare Lettere, Collana Principio Attivo Interviste e Réportage, 2018

In "Il patto sporco. Il processo Stato-Mafia nel racconto di un suo protagonista" (Edizioni Chiare Lettere, Collana Principio Attivo Interviste e Réportage, 2018), Nino Di Matteo, sollecitato dalle domande di Saverio Lodato, illustra tutto l'arco dell'iter giudiziario che ha condotto, alla fine, ad una sentenza di condanna in cui in maniera incontrovertibile si afferma la verità giudiziaria che il patto scellerato tra Stato e  Mafia ci fu, proprio al culmine degli anni delle stragi di mafia (1992-1994) e ci racconta una storia esemplare. Quella di un giudice caparbio che vuole andare sino in fondo alla ricerca della verità (anche al prezzo di dover vivere una vita blindata), malgrado le intimidazioni, i depistaggi, i tentativi di insabbiamento, le menzogne e le omissioni, il tiepido appoggio di politici altolocati di destra e di sinistra, se non la loro aperta opposizione, le campagne di denigramento in cui si è cercato di farlo apparire come uno che andava alla ricerca di verità risibili.
Gli anni dell'inchiesta, nella conversazione tra Nino Di Matteo e Saverio Lodato, ci sono tutti, dai primi passi sino a quando si è andati a processo, con un procedimento giudiziario in Corte d'Assise, lungo e accidentato, durato cinque anni e che ha, infine, portato il 19 luglio 2018, ad una sentenza liberatoria per coloro che avevano creduto a Di Matteo (e al gruppo di valorosi magistrati che si erano impegnati con lui per il trionfo della verità), una sentenza di condanna - storica ed epocale - per le parti implicate, supportata da un dispositivo articolato in migliaia di pagine (per l'esattezza, 5252).
Leggendo questo libro, ci si rende di quanto gli organi di stampa (soprattutto qelli cartacei, ma anche i conduttori di rubriche televisive di dibattiti a cui sono sempre invitati i soliti noti) abbiano attivamente disinformato su questi temi o non abbiano voluto informare correttamente: e, inoltre, si possono collocare tutti i passaggi del percorso dell'inchiesta giudiziaria e del processo nella giusta prospettiva.
Oltre alla parte dell'intervista in senso stretto, il volume è corredato da un commento di Nino di Matteo sui punti focali del dispositivo di sentenza (Questa storia la Corte d'assise di Palermo l'ha ricostruita così, pp.123-145) e da una serie di articoli, in appendice, di Saverio Lodato, pubblicati nel corso degli anni su fonti di stampa alternative (pp.147-207).
E' un libro che tutti dovrebbero leggere, poichè - come afferma Di Matteo - "...esso intende poter rappresentare un piccolo contributo alla realizzazione di un importante obiettivo: la conoscenza della verità presupposto e viatico irrinunciabile a libertà e domocrazia" (ib., p. 145).

Oggi questa sentenza rappresenta la piattaforma più solida sulla fondare un reale e storico cambiamento. Ma, come sempre, saranno in tanti a remare contro. E lo faranno, anzi lo stanno già facendo, ricorrendo alla sperimentata strategia di sempre: il silenzio, il nascondimento dei fatti, il tentativo di minimizzare il significato di ciò che è stato accertato. "Loro" continueranno ad agire così. Hanno iniziato a farlo ventiquattr'ore dopo una sentenza che li ha spiazzati e preoccupati, facendo subito scomparire quel processo dal riflettore dei "media". "Loro" sono tanti e sono forti perchè ancora in grado di manovrare importanti leve del potere; "Noi" abbiamo il dovere di raccontare, discutere, cercare di diffondere la conoscenza e la consapevolezza di ciò che è successo e che non deve più accadere.

Nino Di Matteo (ib. p.145)

(dal risguardo di copertina) Gli attentati a Lima, Falcone, Borsellino, le bombe a Milano, Firenze, Roma, gli omicidi di valorosi commissari di polizia e ufficiali dei carabinieri. Lo Stato in ginocchio, i suoi uomini migliori sacrificati. Ma mentre correva il sangue delle stragi c’era chi, proprio in nome dello Stato, dialogava e interagiva con il nemico.
La sentenza di condanna di Palermo, contro l’opinione di molti “negazionisti”, ha provato che la trattativa non solo ci fu ma non evitò altro sangue. Anzi, lo provocò. Come racconta il pm Di Matteo a Saverio Lodato in questa appassionata ricostruzione, per la prima volta una sentenza accosta il protagonismo della mafia a Berlusconi esponente politico, e per la prima volta carabinieri di alto rango, Subranni, Mori e De Donno, sono ritenuti colpevoli di aver tradito le loro divise. Troppi i non ricordo e gli errori di politici e forze dell’ordine dietro vicende altrimenti inspiegabili come l’interminabile latitanza (43 anni!) di Provenzano, la cattura di Riina e la mancata perquisizione del suo covo, il siluramento del capo delle carceri, Nicolò Amato, la sospensione del carcere duro per 334 boss mafiosi.
Anni di silenzi, depistaggi, pressioni ai massimi livelli (anche dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano), qui documentati, finalizzati a intimidire e a bloccare le indagini. Ora, dopo questa prima sentenza che si può dire storica, le istituzioni appaiono più forti e possono spazzare via per sempre il tanfo maleodorante delle complicità e della convivenza segreta con la mafia.

Nino Di Matteo

Gli autori. Sostituto procuratore della Repubblica a Caltanissetta e poi a Palermo, Nino Di Matteo è ora sostituto procuratore alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. Ha indagato sulle stragi dei magistrati Chinnici, Falcone, Borsellino e delle loro scorte, e sull’omicidio del giudice Saetta. Pm in processi a carico dell’ala militare di Cosa Nostra, si è occupato anche dei processi a Cuffaro, al deputato regionale Mercadante, al funzionario dei servizi segreti D’Antone, e alle “talpe” alla procura di Palermo. Diverse amministrazioni comunali (tra queste Roma, Milano, Torino, Bologna, Genova) gli hanno conferito la cittadinanza onoraria per il suo impegno nella ricerca della verità. È autore dei libri “Assedio alla toga” (con Loris Mazzetti, Aliberti) e “Collusi” (con Salvo Palazzolo, Rizzoli).

Saverio Lodato

Saverio Lodato è tra i più autorevoli giornalisti italiani in materia di mafia, antimafia e Sicilia. Per trent’anni è stato inviato de “l’Unità” in Sicilia e oggi scrive sul sito antimafiaduemila.com. Ha scritto: “Avanti mafia!” (Corsiero Editore); “Quarant’anni di mafia” (Rizzoli); “I miei giorni a Palermo” (con Antonino Caponnetto, Garzanti); “Dall’altare contro la mafia” (Rizzoli); “Ho ucciso Giovanni Falcone” (con Giovanni Brusca, Mondadori); “La linea della palma” (con Andrea Camilleri, Rizzoli); “Intoccabili” (con Marco Travaglio, Rizzoli); “Il ritorno del Principe” (con Roberto Scarpinato, Chiarelettere); “Un inverno italiano” (con Andrea Camilleri, Chiarelettere); “Di testa nostra” (con Andrea Camilleri, Chiarelettere).

L'intervista integrale di Paolo Borrometi per il Tg2000, al sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo, storico magistrato del pool che ha istruito il processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, e autore insieme al giornalista Saverio Lodato del libro "Il patto sporco".

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12 gennaio 2019 6 12 /01 /gennaio /2019 07:14

I libri che abbiamo letto e conservato, quelli che abbiamo accumulato, quelli che teniamo sempre con noi anche se non li abbiamo mai aperti: una biblioteca è capace di raccontare una vita a volte meglio di qualsiasi biografia. Alberto Manguel ha scritto un'elegia struggente ma non nostalgica, dolce ma non rassegnata sul nostro amore per i libri. E su come essi siano, insieme alle librerie e alle biblioteche pubbliche, la base del vivere civile.

Dalla quarta di copertina

Alberto Manguel, Vivere con i libri. Un'elegia e dieci digressioni, Einaudi, 2018

Alberto Manguel, Vivere con i libri. Un'elegia e dieci digressioni (nella traduzione di D. Sacchi), scritto dall'eclettico saggista e romanziere Alberto Manguel e pubblicato da Einaudi (Collana frontiere) nel 2018 è un opera tra il saggio e il memoir che tutti coloro che amano i libri (e, in particolare, quelli cartacei) dovrebbero leggere, poichè vi troveranno numerosi e labirintici spunti di identificazione in tutto ciò che concerne le propire abitudini di lettura e il proprio rapporto con i libri e con la propria biblioteca privata.
Si potrebbe dire che l'elegia di Manguel e le sue dieci digressioni siano da un lato una dichiarazione d'amore inesausto, dall'altro una sorta di viaggio circolare e in profondità, sia diacronica sia sincronica, dentro le sue biblioteche personale, cresciute nel corso degli anni per successive stratificazioni e apporti, attraverso un continuo farsi e disfarsi, impacchettamenti e spacchettamenti in funzione dei suoi continui spostamenti da un un luogo all'altro del mondo legati alle sue personali vicissitudini di vita.
E i suoi libri, da un capo de mondo all'altro lo hanno sempre accompagnato, pur essendo ad ogni nuovo spostamento aumentati di numero sino a raggiungere la ragguardevole cifra di oltre 35.000 volumi, risorgendo ogni volta dopo periodi di letargo, più o meno lunghi, a nuova vita sotto un nuovo cielo e con altre disposizioni.
Ricordo che, nell'unico grande trasloco che io ricordi della mia vita da ragazzo, fu per me causa di una grande eccitazione (e orgoglio) vedere partire stivati in grandi scatoloni che occupavano da soli un intero camioncino i libri dei miei genitori (e i miei) per il loro viaggio dalla vecchia casa a quella nuova e del loro spacchettamento al centro di una grande stanza dove rimasero disposti in grandi mucchi, in attesa di essere risistemati e ridistribuiti (e di questo processo sono davvero magistrali le descrizioni di Manguel).
Con considerazioni autentiche e palpitanti che, tutte, rimandano al rapporto con i libri e con le bibliotece private, ma anche pubbliche, le "digressioni" di Mandel sono vive, emozionanti, ma anche borgesiane (ed anche non si può non pensare a Umberto Eco e alle sue narrazioni, a partire da quella de "Il Nome della Rosa che ha, appunto, al suo centro una grandiosa biblioteca): non bisogna dimenticare che Manguel fu, per un periodo di quasi qauttro anni, il lettore di libri ad alta voce per Borges ormai cieco.
Nel caso che non sia mai capitato di leggere altri libri di Manguel, Vivere con i libri è una lettura che fa venire la voglia immediata di procurarsi tutti gli altri siano essi opere di narrativa oppure saggi .
Come, appunto, è nel mio caso. Per me, infatti, è immediatamente scattata la molla della curiosità e della voglia di approfondimento.

(dal risguardo di copertina) Alberto Manguel ha scritto un'elegia struggente ma non nostalgica, dolce ma non rassegnata sul nostro amore per i libri. E su come essi siano, insieme alle librerie e alle biblioteche pubbliche, la base del vivere civile. «Manguel ha tracciato una cartografia dell'eros della lettura. È il Don Giovanni delle biblioteche». «Uno scrittore scrive quello che può, un lettore legge quello che vuole», disse una volta Jorge Luis Borges. Intendeva che il lettore gode di una libertà che allo scrittore è preclusa: libertà di immaginare e di imparare, certo, ma anche libertà di leggere o non leggere un libro, di decidere cosa è o non è un classico, di ignorare le mode o gli obblighi di lettura. Un lettore o è libero o non è. Forse non è eccessivo definire Alberto Manguel, scrittore, traduttore, critico, direttore della Biblioteca nazionale argentina, il «lettore definitivo». E infatti nel corso di una vita intera dedicata ai libri ha costruito una biblioteca personale di oltre 35 000 volumi. Ma cosa succede quando si ritrova a dover traslocare dalla sua casa nella Loira a un piccolo appartamento newyorkese? Succede che deve scegliere quali volumi portare con sé e quali lasciare in un deposito, passarli in rassegna, uno dopo l'altro, e ascoltare la loro voce. La biblioteca di Manguel, a parte una manciata di esemplari, non possiede volumi particolarmente rari: è composta tanto di umili tascabili quanto di volumi rilegati in pelle, di novità luccicanti e di malconci libri che si porta dietro in ogni trasloco fin da quando era bambino, libri belli e libri brutti. Il fatto è che i libri raccontano tutti una storia. Non solo quella che c'è scritta dentro (che a volte non è nemmeno la piú importante), ma quella che si portano dietro. Perché ogni biblioteca è un luogo di memoria: sugli scaffali si succedono non solo i volumi ma anche il ricordo di quando leggemmo quel determinato testo, la città in cui l'abbiamo comprato, la persona che ce lo consigliò, il piccolo o grande dolore che quella lettura ha saputo lenire. Una libreria è una collezione di malinconie e di gioie, un repertorio di persone amate o dimenticate, un tributo alla speranza (o all'illusione) che quell'inerme massa di carta possa in qualche modo restituirci l'immagine degli individui che siamo. Cosí, mentre imballava la sua biblioteca e ne ascoltava la voce, Manguel ha scritto questa luminosa elegia con «dieci digressioni» che è tanto un diario di letture quanto una meditazione appassionata e urgente sulla lettura nel tempo presente; un'autobiografia e una riflessione sull'importanza delle biblioteche pubbliche e delle librerie per cucire insieme il tessuto civile di una comunità; una storia d'amore e di libertà degna di Eco e di Borges.

Alberto Manguel

L'autore. Trascorre l'infanzia a Tel Aviv dove il padre era ambasciatore presso lo Stato d'Israele. Le prime lingue che usa sono l'inglese e il tedesco (parlato con la governante), al ritorno in Argentina, quando ha sette anni, inizia a parlare spagnolo. Inizia giovanissimo a lavorare in libreria e qui incontra Jorge Luis Borges che, ormai cieco, gli chiede di andare a casa sua per leggergli dei libri, cosa che farà dal 1964 al 1968. Nel frattempo completa gli studi. Nel 1968 lascia l'Argentina prima che inizi il periodo più oscuro della dittatura e si sposta in vari paesi europei: Francia, Inghilterra, Italia, va poi a Tahiti, svolgendo sempre attività di traduttore, redattore e curatore di libri.
Nel 1982 va, e vi resta per oltre vent'anni, a Toronto prendendo anche la nazionalità canadese. Si trasferisce poi definitivamente a Poitou-Charentes nella Francia Occidentale.

Tra i suoi numerosi libri, ricordiamo: Una storia della lettura (Mondadori), La biblioteca di notte (Archinto), Una storia naturale della curiosità (Feltrinelli).

Hanno detto:
 

«Manguel ha tracciato una cartografia dell’eros della lettura. È il Don Giovanni delle biblioteche»

The Guardian

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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