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23 novembre 2017 4 23 /11 /novembre /2017 09:24
Paolo Maurensig, Vukovlad. Il signore dei lupi, Mondadori 2006

Il tema della licantropia è un classico dell'horror. Ma l'etichetta di genere non sempre fa un un buon servizio agli autori di piccole opere che in sè sono delle ottime prove letterarie, per quanto dotate di un'impronta specifica. Definire gli ambiti letterari in generi è in realtà una pratica quanto mai asfittica e restrittiva che, nella nostra cultura, ancora permeata dell'estetismo crociano, pone in essere una distinzione fondamentale e netta tra letteratura alta (nei paesi anglosassoni, mainstream) e altre letterature di basse rango che, a stento, possono ambire ad un riconoscimento per le loro capacità di intrattenimento ma che non riescono ad ottenere uno statuto di opera dell'ingegno con valenze di pregio intellettuale, taanto che a tanti scrittori "alti" in ambiti accademici non viene perdonata quasi mai la "macchia" di essersi esercitati in lavori "di basso rango", attribuibili a generi destinati alla fruizione da parte del volgo, ma non certo dell'élite intellettuale.
Vukovlad. Il signore dei lupi (breve romanzo o racconto lungo di Paolo Maurensig, pubblicato da Mondadori nel 2006) rientra perfettamente in questa categoria ambigua, ma ricca di esempi autoriali ragguardevoli.
Il romanzo tratta dell'argomento della licantropia, e più in generale dell'eterno conflitto tra il bene e il male e si presenta come un esempio di perfetto connubio tra il canone proprio di questa tipologia di racconti e l'abilità narratia di cui Maurensig ha dota prova eclettica ed interessante, se si guarda alla sua intera produzione lettararia.
Un anziano, tale Emil Ferenczi, si ritrova a raccontare un intenso - e indimenticabile - episodio della sua giovinezza - avvenuto quando era un soldato dell'esercito ungherese in missione in una sperduta località sui monti della Polonia - all'autore che cercherà di trovare con razionalità una spiegazione all'accaduto.
L'incontro avviene in una località clinatica dove entrambi si trovano in vacanza. E il racconto sembra nascere dall'urgenza di affidare in mani affidabili una testimonianza straordinaria e meravigliosa (oltre che inquietante) prima che l'esperienza di cui è oggetto svanisca definitivamente nelle nebbie dell'oblio.
La narrazione di Ferenczi è perturbante e sfocia al suo termine nella leggenda relativa ad un sant'uomo vissuto da monaco in un convento e con la nomea di aver compiuto dei miracoli.
Tutto il racconto, corredato di premessa (l'incontro con la fonte "primaria) e di una epicrisi finale (con tanto di confutazione relativamente alla piena attendibilità della fonte) culmina nel tentativo di trasformare una leggenda paurosa e ominosa in una narrazione positiva ed edificante, che - ciò nonostante - continua a contenere dei suoi lati oscuri ed inquietanti.
Il racconto è denso di quell'atmosfera tipica dei racconti ottocenteschi di genere che riguardano le storie di vampiri e di licantropi ed anche l'ambientazione e il linguaggio scelto dall'autore sono perfettamente consoni.
Tutta l'ambiguita del nucleo narrativo risiede nel titolo: infatti, "Vukovlad" significa "Signore dei Lupi", e cambiando semplicemente la consonante finale diventa "Vukovlak" che invece significa tout court "licantropo".
Insomma, mi è piaciuto. Una lettura veloce che si beve com un buon vino vecchio.
Dopo aver finito di leggere il corpo centrale della storia e l'epicrisi finale, conviene dare una rilettura alla premessa per riannodare i fili dei due livelli su cui si muove l'intreccio.
Per me una lettura tardiva rispetto alla data di acquisto del volume: comprato appena uscito in libreria nel lontano 2006, è rimasto in standby sino ad oggi.
Il volume non èiù in catalogo è ancora reperibile usato su libraccio.it

(Dal risguardo di copertina). Nell'agosto del 1939, Emil Ferenczi si trova sui monti Tatra, in Polonia, per fronteggiare l'imminente invasione nazista come sottufficiale dei Cacciatori Ungheresi. Nel corso di lunghe marce attraverso una natura selvaggia e ostile, all'apprensione per la concreta minaccia del nemico si intrecciano, in un oscuro crescendo, atavici timori superstiziosi. Alla loro origine, una serie di scomparse e delitti che sono forse l'opera di una bestia spaventosa. La creatura, però, sembra avere i tratti del margravio di quelle terre, Vukovlad. Maurensig si muove sul crinale ambiguo del genere fantastico, costruendo un romanzo nel quale gli eventi si succedono sulle prime con rigore, come il lucido incedere di un cavallo degli scacchi, per poi frangersi subito dopo, travolgendo con sé il lettore nell'alternarsi continuo di logica e superstizione, razionalità e soprannaturale. E l'ambientazione alle soglie della Seconda guerra mondiale innesta, con uno straniamento di grande impatto, i più antichi, ancestrali orrori sul tronco del male della storia.

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17 novembre 2017 5 17 /11 /novembre /2017 07:15
Jean-Marc Ligny, Guerra santa (titolo originale francese: Jihad, nella traduzione di Andrea Grechi), Fanucci, 2002

Ho letto molto tardivamente questo romanzo distopico di Jean-Marc Ligny, Guerra santa (titolo originale francese: Jihad, nella traduzione di Andrea Grechi), pubblicato da Fanucci, 2002.
All'inizio ho fatto fatica, poiché il testo e i dialoghi erano infarciti di parole arabe e la ricerca del rispettivo significato nel piccolo dizionario in fondo al volume mi risultava estenuante. Inoltre, cercavo corrispondenze nello scenario reale e non mi ritrovavo.
Alla fine ho capito che il romanzo scritto nel 1998 (questa la data di pubblicazione in lingua originale) - ben prima dell'attentato alle torri gemelle dell'11 settembre 2001-  proponeva una vicenda impiantata in uno scenario fantapolitico in un ipotetico futuro nel XXI secolo  in cui la Francia, assediata dal terrorismo islamico, aveva visto una svolta fortemente conservativa e repressiva con la messa in campo di feroci milizie anti-terrorismo con regole di ingaggio estreme.
Da questo momento in avanti la lettura  è andata avanti in modo scorrevole.
Decisamente attuale se si considerano  gli eventi contemporanei e l'avanzata delle azioni terroristiche più recenti in territorio francese, ma anche in altri stati europei, come conseguenza di un'estrema radicalizzazione.
Forse proprio per questo, il volume è stato rilanciato in una nuova edizione per i tipi di Timecrime nel 2015

(dal risguardo di copertina) Algeria, regione della Cabilia, inizio del XXI secolo. La guerra civile infiamma il paese. I ribelli sono presi tra i due fuochi dell'Esercito nazionale islamico e delle fazioni integraliste che soffocano ogni libertà. Il villaggio di Aitldja viene attaccato, la giovane Fatima, sorella del ribelle Djamal, subisce le violenze di un mercenario francese, Max Tannart. Francia, un anno dopo. Il Partito nazionale è al potere, e impone con le sue milizie l'ordine "ultraliberale", facendo la guerra agli immigrati che sbarcano clandestinamente sul territorio. Infiltrato in questa Francia protetta da una frontiera elettronica, Djamal è venuto per vendicare la sorella e uccidere l'uomo che l'ha violata. Fantascienza e noir mescolati per ottenere la costruzione di una realtà che, oggi più che mai, possiamo definire possibile.

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10 ottobre 2017 2 10 /10 /ottobre /2017 08:58

Fu allora che Neal Carey commise il suo secondo errore. Avrebbe dovuto chiudere la porta, bloccarla con una sedia e scappare dalla finestra. Se lo avesse fatto, non sarebbe finito in Cina. E Li sarebbe stata ancora viva

Dal sito web Einaudi

Don Winslow, China Girl, Einaudi, 2016

China Girl è il secondo della serie di cinque polizieschi di Don Winslow che hanno come protagonista il giovane investigatore Neal Carey, al servizio di un'organizzazione che rende servizi a ricchi investitori, con discrezione, ad essere pubblicato in traduzione italiana (Don Winslow, China Girl, Einaudi, Stile Libero, nella traduzione di Alfredo Colitto). Il titolo originale The Trail to Buddha's Mirror rispecchia molto di più, che non il titolo italiano, le qualità avventurose e di percorso quasi iniziatico attraverso patimenti e sofferenze che Neal Carey è costretto a compiere.
Neal Carey, anche questa volta (com'è accaduto nel precedente romanzo), non si attiene al mandato che gli è stato dato, ma va al di là: in questo caso, mosso dal sentimento (è per lui amore a prima vista per la bellissima "china girl" Li Lan) si incaponisce a ritrovarne le tracce, benchè i suoi mandanti (e il suo patrocinatore-pigmalione Joe Graham) gli abbiano esplicitamente richiesto di lasciar perdere.
L'intreccio ci conduce con una serie di passaggi rutilanti da Los Angeles, a Hong Komg (e ai misteri della sua "città murata", al cuore della ubertosa provincia cinese del Sichuan.
La voglia di viaggiare del lettore è così pienamente soddisfatta (chi legge romanzi è sempre spinto, oltre che dagli intrecci a leggere per desiderio di conoscenza di nuovi luoghi e per la possibilità di immergersi in contesti culturali e storici del tutto nuovi).
La storia viene marchiata come "thriller", ma in verità il suo imprinting è più quello di uno spy-thriller, poiche dietro la scomparsa del professor Pendleton vi è un vero intrigo internazionale in tutta regola, in cui sono coinvolti i servizi segreti di varie nazioni, con le consuete ambiguità e doppie verità sulle quali il grande Le Carré ci ha ammaestrato e continua ad ammaestrarci.
Non si può dire più nulla sulla trama, a rischio di rovinare al lettore il piacere di scoprirne da sé i dettagli.
C'è da dire, tuttavia, che il romanzo ci conduce - ulteriore motivo di interesse - in un momento storico particolare della Cina contemporanea. Siamo alla fine degli anni Settanta, Ma Ze Dong è da poco morto e ci si avvia al riemergere di Den Xiao Ping sull'oscurantista Banda dei Quattro, con il compito immane di riparare ai danni prodotti dalla Rivoluzione Culturale e dall'imperversare della Guardia Rossa, ricreando quindi un gruppo di professionisti capaci e competenti per condurre la Cina ad essere produttiva nel senso moderno del termine. In questo senso, il romanzo di Winslow si muove nello stesso sfondo di un ottimo poliziesco appartenente alla "serie cinese" del britannico Peter May (Il Maestro di Cadaveri).
Il romanzo di Winslow si legge tutto d'un fiato e ci sono molti passaggi davvero emozionante, come ad esempio la scalata del Monte Emei, ovvero la Montaglia del Spèracciglio Delicato.

(dal risguardo di copertina) Robert Pendleton è un genio della chimica e ha appena brevettato un fertilizzante che potrebbe valere una fortuna. Partito per una conferenza a San Francisco, smette di dare notizie di sé e dei frutti delle sue ricerche. Non c'è da stupirsi se gli Amici di Famiglia, che hanno finanziato il suo lavoro, vogliono scoprire che fine abbia fatto, decidendo anche stavolta di rivolgersi a Neal Carey, il loro uomo migliore. Quella che sembra un'indagine facile si rivela però un incubo. Neal sarà costretto a un lungo viaggio costellato di pericoli, tra la Chinatown di San Francisco e le strade di Hong Kong, fino ad arrivare nella Cina piú profonda e arcaica. E dovrà vedersela con la Cia, con il governo cinese e con un'organizzazione altrettanto letale, che agisce nell'ombra. Ma soprattutto con la bellissima Li Lan: una dark lady, o forse una vittima innocente.

L'autore. Don Winslow, ex investigatore privato, uomo di mille mestieri, è autore di undici romanzi, che lo hanno consacrato come nuovo maestro del noir. Einaudi Stile libero ha pubblicato finora L'inverno di Frankie Machine (ultima edizione Super ET, 2017), diventato un vero e proprio caso letterario, Il potere del cane, La pattuglia dell'alba, La lingua del fuoco e, nel 2011, Le belve, da cui Oliver Stone ha tratto l'omonimo film. Nel 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscito I re del mondo, prequel de Le belve; nel 2013, Morte e vita di Bobby Z; nel 2014 Missing. New York, primo capitolo di una nuova serie poliziesca con protagonista il detective Frank Decker; nel 2015, Il cartello; nel 2016, London Underground, il primo romanzo, di una serie di cinque, che ha come protagonista Neal Carey, L'ora dei gentiluomini e Corruzione.

Il sito web dell'autore è www.don-winslow.com

Neal Carey è un personaggio vincente e convincente.

La Stampa

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27 settembre 2017 3 27 /09 /settembre /2017 09:58

Morningside Heights è un buon punto per partire. Incastrato fra la cima di Central Park e il fondo di Harlem, è un punto di partenza buono come ogni altro per le peregrinazioni di questo flâneur contemporaneo, il narratore nigeriano-tedesco Julius, che nella città-simbolo della modernità incontra persone, luoghi ed epoche differenti, e lascia che ogni impressione germogli in idee per il nostro tempo.
Scritto in una prosa che ricorda quella di W. G. Sebald e J. M. Coetzee, questo poliedrico esordio ha fatto di Teju Cole una delle voci più promettenti e acclamate del panorama letterario contemporaneo.

Dal sito Einaudi - commento al testo riportato nella quarta di copertina

Teju Cole, Città Aperta, Einaudi, 2013

Città aperta del nigeriano Teju Cole (Open City, nella traduzione di Gioia Guerzoni (pubblicato da Einaudi nel 2013, collana I Coralli) è un susseguirsi di capitoli, nei quali Julius, alter ego dell'autore, racconta delle sue passeggiate e dei suoi spostamenti per New York, Manhattan prevalentemente, con delle puntate nei borough adiacenti (non manca il resoconto di una maliconica permanenza a Bruxelles, oltre che vari riferimenti alla sua infanzia e adolescenza nigeriana).

I suoi percorsi si svolgono in giorni della settimana differenti e in orari diversi, senza alcuna abitudinarietà e con l'unica guida del piacere della scoperta di itinerari nuovi.
Non necessariamente c'è una meta in essi: potrebbero definirsi, a tutti gli effetti, forme di erranza metropolitana, in cui l'essenza è il percorso, più che la necessità di arrivare in qualche posto partendo da un altro.

Ci sono scoperte casuali, ci sono incontri con personaggi normali e/o eccentrici, ci sono micro-eventi, ma tutto sembra svolgersi in un continuo bagno di solitudine.

Si potrebbe pensare che la solitudine del passeggiatore sia l'ingrediente necessario alla scoperta che è sempre un mix tra elementi esterni (siano posti, oggetti, eventi, persone) e interni che scaturiscono dalla memoria e dal flusso associativo.

Ed è così che le passeggiate di Julius doventano memorabili per il lettore: nulla di ripetibile tuttavia. Per quanto possa venir la voglia di mettersi sulle tracce di Julius e di ripercorrerne le passeggiate, non si potrebbero emularle utilizzando i suoi capitoli come guida per il flaneur metropolitano nelle strade della Grande Mela.
I percorsi che descrive sono piuttosto eccellenti per delineare un "metodo" di approccio alla realtà circostante, un modo impareggiabile per conoscere il mondo, imparando a conoscere se stessi in un medesimo movimento "sinfonico". Non a caso l'ultimo capitolo descrive un concerto che Julius va a sentire in cui viene messa in scena l'ultima grande sinfonia di Mahler, rimasta incompiuta.
Come i libri di W. G. Sebald, (cui del resto è stato paragonato Teju Cole) Città aperta è incatalogabile. Forse potrei metterlo in compagnia dei libri sul camminare, oppure nella sezione dei libri di viaggio. Ma, in realtà, la cosa da fare che mi sembra più appropriata è posizionarlo (per motivi essenzialmente di risonanza emozionale) accanto ai libri di Sebald e forse metterci assieme anche "Le fantasticherie di un passeggiatore solitario" di Jean-Jacques Rousseau.

(Dal risguardo di copertina) Nato da madre tedesca e padre nigeriano, formato alla Nigerian Military School di Zaria e trapiantato adolescente negli Stati Uniti, lontano da affetti e radici, il narratore Julius, all'ultimo anno di specializzazione in psichiatria, non appartiene a nessun luogo. Quando comincia a vagare per le strade di New York, nell'autunno del 2006, lo fa con il distacco dell'outsider, la profondità dell'intellettuale e l'agio del flâneur. La migrazione degli uccelli è l'occasione per riflettere sul «miracolo dell'immigrazione in natura», ai cartelli che annunciano la chiusura della catena Tower Records fanno da contraltare le meditazioni sulla musica amata, Mahler in testa, e un acquazzone sulla Cinquantatreesima è causa di una precipitosa ritirata nell'American Folk Art Museum e della conseguente fascinazione per la pittura di John Brewster lì esposta. Di casualità in intenzione, Julius si muove nelle geografie newyorchesi incontrando persone di ogni classe e cultura, vedendo scorci scolpiti o in mutamento, lasciando che ogni impressione si depositi sul fondo della coscienza e da lì, come cerchio in uno stagno, si propaghi ad altri cerchi, ad altre impressioni. Molte di esse rilucono attraverso il prisma del colore della pelle: ascoltando un concerto alla Carnegie Hall, il narratore nota stancamente quanto siano rari gli spettatori neri nella sala, e un taxista sulla Sixth si mostra indignato al mancato saluto di un «fratello» come lui. L'outsider Julius rifiuta recisamente quelle istanze di appartenenza («non ero dell'umore per sopportare gente che pretendeva qualcosa da me»), e tuttavia la cartografia del sopruso che, con spirito quasi archeologico, va scavando nelle pieghe della città - quando visita l'antico «luogo di sepoltura per negri» di Brooklyn, o raccoglie il racconto del mite lustrascarpe haitiano o quello rassegnato del giovane liberiano recluso nel centro di detenzione per clandestini del Queens - incide necessariamente la questione identitaria.
Mentre accoglie universi, Julius rimane impenetrabile. La sua storia personale resta semioscura perfino quando affronta un viaggio a Bruxelles per riscoprirla, e così i cerchi sullo stagno si ricompongono su segreti scuri come quell'acqua.

L'autore. Teju Cole, scrittore, storico dell'arte e fotografo, è cresciuto in Nigeria e vive a Brooklyn. Città aperta, il suo primo romanzo, pubblicato da Einaudi nel 2013, ha vinto il PEN/Hemingway Award, il New York City Book Award for Fiction e il Rosenthal Award, ed è risultato finalista al National Book Critics Circle Award, il New York Public Library Young Lions Award, e l'Ondaatje Prize della Royal Society of Literature. Inoltre, è stato giudicato uno dei migliori libri dell'anno da più di venti testate, fra le quali «The New Yorker», «The Atlantic», «The Economist», «The Daily Beast», «The New Republic», «Los Angeles Times», «Salon», «Slate», «New York magazine» e «Kirkus Reviews». Nel 2014, sempre per Einaudi, è uscito Ogni giorno è per il ladro.

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31 agosto 2017 4 31 /08 /agosto /2017 09:30
Gridare amore dal centro del mondo, 2005, Salani

Gridare amore al centro del mondo è il best seller del giovane scrittore giapponese Kyochhi Katayama (pubblicato in traduzione italiana - di Marcella Mariotti - da Salani nel 2005. Da questa "Love story" in stile giapponese sono stati tratti un film (omonimo), che ha avuto un certo successo, e un manga.
E' stato pubblicato per la prima volta in Giappone nel 2001: una storia non lacrimevole  e non stucchevole, non banale, sicuramente in controtendenza in questa nostra epoca - specie nel nuovo secolo -, sempre più caratterizzato dalla dimensione degli "amori liquidi" alla Baumann o degli amori semplicemente sessal-performativi da cui certa parte della modernità è ossessionata. In ogni caso, a diffferenza della Love Story di Erich Segal, Gridare amore è nato proprio come romanzo e non da una semplice idea di sceneggiatura (in quesi casi di pseudo-letteratura in cui ciò che precede è il film, non il test letterario): contiene dunque degli aspetti di profondità e di riflessione sicuramente maggiore e in linea con una sensibilità tutta giapponesi (vedi ad esempio la storia combinata del rapporto tra il protagonista Sakutaro e il nonno che, in fondo nei suoi turbamenti amorosi e nella successiva fase di elaborazione del lutto, si pone nei suoi confronti come una guida discreta).
Benchè i destinatari del romanzo siano indubbiamente dei lettori appartenenti ad una platea giovanile il racconto si legge bene e non vi sono elementi di ruffianeria nei confronti della suscettibilità emozionale di chi legge. E' una storia non a lieto fine. Come tutte le grandi storie d'amore, si tratta di un amore contrastato, in questo caso (e anche in Love Story) dalla fatalità crudele. Ma le storie d'amore devono contenere questo elemento di tragedia: quale narratore riuscirebbe a reggere la narrazione di una storia d'amore idilliaca che si mantiene nel corso del tempo? Anche nel recente film La Storia dell'amore, scaturito dall'omonimo bestseller, l'amore di cui si narra è un'amore contrastato e interrotto dalle circostanze che, ciò nonostante si mantiene solido e puro, attraversando l'oceano e il tempo.
E' strano che Gridare amore io l'abbia letto soltanto ora. In effetti, da quando lo avevo acquistato (soprattutto spinto da una generica curiosità nei confronti della letteratura giapponese) era stato in standby.
Poi, di recente, per via di quelle curiose coincidenze che a volte capitano, mettendo ordine tra alcune carte , ho ritrovato un vecchio ritaglio di giornale senza data (tratto da "Il Venerdì" di Repubblica), in cui si parlava del romanzo e del film che ne é stato tratto). Con questo foglio, sono andato alla ricerca del volume che ho immancabilmente trovato, per riporlo tra le sue pagine. Ma avutolo tra le mani, ho sentito che era giunto finalmente il tempo di leggerlo, dopo tanta attesa.
Molti dei libri che si hanno a casa in standby sonnecchianno, ci sono, ma nello stesso tempo è come se non esistessero. Improvvisamente, un raggio di luce, come quello di uno spotlight per le messe in scena teatrali lo illumina e alora, dalla sua esistenza latente, ritorna a vivere per te e a imporre la sua presenza.
Ed è a questo punto che lo leggi: una viissitudine del genere può capitare soltanto con i "tuoi" libri, quelli che spinto dalle tue voglie di lettore vorace, combinate con una perniciosa tendenza bibliofilica, hai accatastato come legna da ardere in vista dei rigori dell'inverno.
Quando arriva il momento puoi prendere quel ciocco e bruciarlo, per riscaldarti.
In questo caso il momento della lettura è giunto dopo più di dodici anni.
Ho apprezzato questa lettura, tanto più che l'incontro reale è avvenuto fuori dai clamori mediatici che decretano in modo effimero il successo o il fallimento di un libro.

 

 

Gridare amore dal centro del mondo, manga (graphic novel)

(Dal risguardo di copertina) Sakutaro sta andando in Australia, ma la sua non è una semplice gita: porta con sé le ceneri di Aki, morta a soli diciassette anni di leucemia. L'Australia è la terra che Aki ha sempre sognato, ed è là che lui disperderà i suoi resti. Amare una persona significa pensare che lei viene prima di tutto, è questo che ha sempre pensato. Ma lei ora non c'è più. Pagina dopo pagina, entriamo nei ricordi di Sakutaro, assistiamo al suo primo incontro con Aki, agli appuntamenti dopo la scuola e al loro dolce avvicinamento. E infine alla malattia, al ricovero, alla disperata fuga dall'ospedale. Una passione che si rispecchia in una vicenda antica, quella del nonno di Sakutaro, che ha amato a sua volta, per cinquantanni, una donna che non ha mai potuto sposare e al cui ricordo è incrollabilmente fedele, fino a spingersi a compiere un atto estremo. Ma il loro amore non è limitazione di un sentimento: Sakutaro e Aki vivono una felicità totale, che la malattia crudele di Aki esalta nel dolore, e che la sua morte recide dun colpo, lasciando nell'anima di Sakutaro un silenzio assordante.  Da questo romanzo, grande successo in Giappone, Taiwan e Corea, sono stati tratti un film, una serie televisiva e dei manga.

 

« Amare una persona significa pensare che lei viene prima di tutto il resto. Se non avessimo abbastanza cibo, darei a te la mia parte. Se avessimo pochi soldi, piuttosto che acquistare qualcosa per me, comprerei quello che tu desideri. Se mangi qualcosa di buono tu, è come se avessi la pancia piena anch'io, se sei felice tu, allora lo sono anch'io. Questo significa amare una persona. »

Kyōichi Katayama. Gridare amore dal centro del mondo

Una Love Story made in Japan, ma non altrettanto melensa e banale
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26 agosto 2017 6 26 /08 /agosto /2017 08:30
Dave Eggers, Ologramma per il Re, Mondadori

Ci sono dei momenti nella vita in cui tutto sembra andare a rotoli, le soddisfazioni lavorative sono poche o nulle, ci sono delle carenze sul fronte degli affetti: insomma nulla va per il verso giusto.
Anche il corpo è sotto l'influenza di questo stato di cose, diventa goffo o si ammala.
Si vorrebbe un cambiamento, ma non si muove nulla nella palude in cui naviga senza direzione in una deriva esistenziale. Anzi quanto più si sente la necessità di un cambiamento, tanto più ci si sente imprigionati in questo stato di cose.
Poi, magari, succede che in presenza di circostanze diverse, laddove si profila all'orizzonte l'ennesimo fallimento (che sembra ribadire ulteriormento l'impasse a cui è giunta quell'esistenza), si verifica il capovolgimento anelato. Il fallimento (secondo un metro di giudizio apparentemente oggettivo) si trasforma in cambiamento e in rimessa in movimento della speranza.
E' quello che racconta Dave Eggers con una prosa lieve, in Ologramma per il Re (titolo originale: A Hologram for the King, nella traduzione di Vincenzo Mantovani), pubblicato da Mondadori (2013-14) e successivamente trasformato in film (con il titolo italiano: "Aspettando il Re").
Nella storia, Alan Clay, cinquantenne statunitense divorziato e sull'orlo della bancarotta, è inviato in Arabia Saudita dalla compagnia per la quale lavora a capo di una squadra che deve ottenere l'appalto di fornitura dei servizi informatici (tra i quali un'avveneristica tecnologia di comunizazione in tempo reale tramite ologrammi delle persone) per la King Abdullah Economic City, una città avveniristica in costruzione nel mezzo del deserto.
Alan e i suoi giovani collaboratori scoprono però presto che la loro missione è più difficile del previsto, il re è assente e nessuno dei suoi collaboratori sembra sapere quando questi si presenterà per assistere alla presentazione dei prodotti della ditta fra cui spicca un sistema per le videoconferenze basato sugli ologrammi. Si sentono abbandonati e costretto ad un'attesa logorante nel mezzo del nulla. Alan si trova costretto a passare le giornate in attesa, viaggiando fra il cantiere della futura città e il suo modernissimo e asettico hotel a Gedda e, sottoponendosi ad una revisione di eventi fallimentari della sua vita passata, familiare e lavorativa, che vengono illustrati attraverso numerosi flashback.
Fra un viaggio e l'altro stringe amicizia con Yusef, il suo giovane autista, che lo introduce pian piano alla vita reale del grande paese arabo e alle sue mille contraddizioni.
Nello stesso tempo, si trova a riflettere sulla sua situazione esistenziale, sulla sua goffaggine e sui motivi per cui tutto sembra andarsene a rotoli, con una generale sensazione di incloncludenza.
Una crisi della mezza età incipiente, si direbbe: quando si prendono le misure dei propri fallimenti (anche se, a ben guardare, nella vita reale ciò che prevale è il fallimento piuttosto che il successo, dal momento che solo di rado in fortniatissime circostanze si può dire di essere riusciti a realizzare al 100% i propri progetti).
Da tempo, Alan si è accorto di un bozzo che gli è cresciuto nel collo e ad esso attribuisce alcuni dei suoi mali "esistenziali", immaginando che si tratti di un tumore maligno che invia le sue dispettose e inesorabili propaggini nel suo sistema nervoso.
Sarà Yusef, dopo un suo maldestro tentativo di auto-estirpazione, ad accompagnarlo in un avveniristico ospitale di Gedda, dove avviene l'incontro - sotto molti aspetti - taumaturgico con la dottoressa Zahra.
Alla fine, avverrà l'incontro con Re Abdullah, dopo tanta attesa, quasi che il Re fosse un personaggio ineludibile: ma la tecnologia dell'ologramma non verrà acquistata alla ditta che Alan rappresenta. Apparentemente la spedizione in Arabia Saudita parrebbe un fallimento, ma non lo è per Alan dal punto di vista esistenziale
La sua vicenda è una bella storia di "formazione" di un uomo giunto alla crisi della sua mezza età e che s'interroga sul senso della sua vita e sui motivi per cui si è arenato in una situazione percepita come di "stallo" e di incombente e totale malfunzionamento, per non parlare della percezione di un fallimento su tutti i fronti.
L'attesa prolungata e poi il fugace incontro con il Re sembrerebbe rientrare pienamentein questa dimensione di deriva, ma solo apparentemente.
L'elusione dell'incontro, prima, e poi il non interesse a stipulare un affare, non rappresentano, in definitiva una sconfitta o uno scacco.
L'attesa, come in un campo tenuto a maggese che nell'apparente inattività si rigenera, ha creato dentro le Alan le premesse per un cambiamento interiore e lo ha rinforzato rispetto alle sue derive esistenziali.
Si aprono per lui una via di uscita e la speranza di un cambiamento.
Il romanzo di Dave Eggers si chiude così, con un finale indeterminato che, tuttavia, lascia supporre nuovi eventi e sviluppi prima impensabili.
Ma lui (l'autore) congeda così il suo protagonista, proprio quando è alle soglie di un possibile cambiamento. In fondo, la cosa più importante è - come sempre - il percorso, mai la meta: un percorso che è fatto di eventi e di incontri casuali (a volte in circostanze straoridnarie), ai quali ci si deve abbandonare, anche se inizialmente non si è condizione di coglierne un senso. E' come se le cose avvenissero per una sorta di effetto cumulativo...
Il film che ne è stato tratto e immesso sul mercato italiano con il titolo "Aspettando il Re" (A Hologram for the King, scritto e diretto nel 2016 da Tom Tykwe) che riesce bene a cogliere il senso della sofferenza esistenziale di Alan e, in definitiva, del suo stato depressivo, è nel finale più esplicito: forse per necessità di cose, poiché nella visione dei film maker hollywoodiani occorre fornire allo spettatore/fruitore un finale consolatorio e non è sufficiente avergli dato solo stimoli alla riflessione, in modo tale che egli poi per il protagonista (ma soprattutto per se stesso) possa costruire un più esplicito finale.
Ma, nel complesso, il fim - malgrado questa improvvisa accelerazione che, nelle ultime battute, viene impressa alla vita di Alan Clay, rendendo esplicito ciò che il lettore può soltanto immaginare - è nel complesso aderente al testo.
Tom Hanks nei panni di Alan Clay è perfetto (come sempre)...

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24 agosto 2017 4 24 /08 /agosto /2017 09:42
La Panchina privata e i due viandanti-lettori

Una panchina viene proclamata, a chiare lettere blu, come "proprietà privata"...
Ma chi sarà colui che ne rivendica la proprietà a chiare lettere blu?
A meno che non sia la panchina stessa a rivendicare la proprietà di se stessa, affermando così con forza la propria mission che è quella di accogliere su di sè chiunque voglia sedercisi...
Un giorno, due - dopo aver a lungo vagabondato lungo i viali della villa, all'alba deserti - hanno scelto proprio quella "panchina privata" per sedercisi. Sembravano dei viaggiatori, piuttosto che degli abitanti della posto: entrambi portavano sulle spalle un piccolo zaino e, anche se ciò potrebbe non significare nulla, sì, avevano un aspetto da stranieri. Una coppia.
Molto meticolosamente hanno sistemato sulla panca di pietra un asciugamo ripiegato con il quale hanno parzialmente ricoperto la scritta e, e quindi, si sono seduti comodi, con gli zaini ai loro piedi, ma vicini stretti, esprimendo in ciò confortevolezza come due piselli nella culla avvolgente del loro baccello. Si sono seduti volgendo le spalle al sole che lanciava sugli alberi e gli arbusti e sull'erbetta verde i suoi primi raggi obliqui. Dopo aver rovistato nei rispettivi zaini, hanno tirato fuori dei libricini (misteriosi ed alchemici, mi verrebbe da dire) e hanno cominciato a leggere assorti, tenendosi sempre accosti, ma nello stesso separati nel silenzio della lettura.
Li ho lasciati, così, assorti in quella lettura condivisa.
E ho proseguito il mio cammino, come sempre calato nell'identità di passer-by che avvista e osserva, ma che poi si lascia alle spalle cose, eventi e relazioni perchè il mondo deve continuare a svolgersi sotto i suoi piedi.
Ma l'immagine dei due seduti su quella panchina a leggere tranquilli gomito a gomito è tornata a visitarmi più volte.
Perchè hanno scelto proprio quella panchina "privata" - mi sono chiesto?
Ma forse, proprio per via della scritta: in fondo, non abbiamo considerato una terza ipotesi a proprosito delle funzioni della panchina: se la panchina è un luogo pubblico, adibito alla sosta e alla condivisione, è nello stesso tempo uno spazio privato, in cui chi ci si siede si colloca in una dimensione atemporale - del tutto sua - dalla quale può osservare ciò che accade al mondo che fugge in avanti - o che resta indietro - e privato, una sua (o loro) bolla privata in cui si può fare tutto ciò che ci piace o semplicemente stare senza fare, solo andando verso se stessi.

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22 agosto 2017 2 22 /08 /agosto /2017 09:12
Michael Connelly, Il Passaggio, Piemme Edizioni, 2017

(Maurizio Crispi) E' una mia personale missione leggere tutti i romanzi di Connelly, anche se devo dire che è molto difficile stare al passo con le nuove uscite, al ritmo di una all'anno (almeno), se contemporaneamente voglio coltivare anche altre letture.
Per qualche tempo sono rimasto indietro con la lettura delle nuove uscite che, allineate in bella mostra su di uno scaffale, attendevano pazienti il loro turno, ma finalmente sto recuperando il tempo perduto, al costo di averne letti almeno cinque uno di seguito all'altro.
Con "Il Passaggio" (titolo originale: The Crossing, nella traduzione di Mariagiulia Castagnone, Piemme, 2017), Connelly ha celebrato il 20° compleanno di Harry Bosch, l'infaticabile detective del LAPD (Los Angeles Police Department).
Le indagini di Harry Bosch sono sempre intricate e i i loro fili spesso si biforcano o si intrecciano. Di rado, con la scoperta (apparente) di un colpevole l'indagine si conclude: spesso c'è un colpo di coda ulteriore che lascia stupito il lettore, proprio quando aveva conquistato la sensazione di aver compreso tutto.
Il Passaggio segue "La Strategia di Bosch", ultima indagine di Harry prima del pensionamento.
Qui, egli si ritrova titolare di un'attività di investigazione privata e viene ingaggiato dal fratellastro Mickey Haller, anche conosciuto (da una serie collaterale di romanzi si Connelly che lo vedono protagonista) come "the Lincoln Lawyer", questa volta nel ruolo di penalista nella difesa di un uomo condannato di un delitto di cui si proclama innocente, al punto di voler negare qualsiasi patteggiamento.
Il passaggio di Bosch (ovvero l'attraversamento di una linea da lui sino a qualche tempo ritenuta invalicabile) consiste proprio in questo passo: quello di mettersi al servizio di una avvocato difensore, consapevole - alla luce delle sue pregresse esperienze - del fatto (o della regola aurea) che non sempre chi ha il ruolo del Difensore vuole la verità, poiché - ad ogni costo - il suo obiettivo "istituzionale" è piuttosto quello di salvaguardare il proprio cliente e che, dunque, uno dei suoi compiti principali è quello di invalidare le evidenze.
Bosch accetta l'incarico con molte reticenze ed entra nell'indagine a pieno regime, soltanto quando si convince che l'accusato possa essere davvero innocente, come si proclama.
L'indagine al servizio della difesa, già nel muovere i primi passi, sembra toccare degli interessi che non devono essere scalfiti: sia Haller sia Bosch sono oggetto di attentati e intimidazioni. Amche questi fatti comvicono Bosch a stare dalla parte di Haller.
Alla fine si giungerà alla soluzione dell'enigma giudiziario, ma - a quel punto - Bosch continuerà ad indagare a briglia sciolta per conto proprio: non è soddisfatto del fatto che il cliente di Haller sia prosciolto, ma vuole andare alla ricerca del vero colpevole per consegnarlo alla Giustizia.
Come tutti i romanzi di Connelly anche questo me lo sono bevuto in pochi giorni soltanto.
Il bello della saga di Bosch, come quella di Haller è che i loro protagonisti principali vanno vivendo la loro vita, fanno le le loro scelte, i propri errori, invecchiano, hanno figli, i figli crescono, si separano o divorziano, si risposano: e, quindi, man man che il lettore si bea delle vicende poliziesche, intanto i suoi protagonisti si incanutiscono assieme a lui. E ciò a  differenze di altre saghe vche vedono coinvolti altri personaggi-icona del Poliziesco, in cui il Detective di turno (ed eventualmente il suo comprimario che svolge sempre la funzione di "narratore), sembrano fluttuare in una sorta di limbo a-temporale e non sembrano essere toccati dallo scorrere dele normai vicende umane. Rifacendosi al noto parallelismo tra indagine psicoanalica e indagine poliziesca, l'investigatore di questa tipologia di storie - come lo Psicoanalista per il suo paziente - è una sorta di archetipo che rimane sempre eguale a se stesso, imperscrutabile e sfingeo, possibilmente collocato (rappresentato) all'interno della sua stanza-santuario, nella quale (e solo di rado fuori da essa, ma la stragrande maggioranza del lavoro di investigazione si svolge dentro quelle quattro mura sacrali) si dispiega l'attiva d'indagine con i suoi risvolti deduttivo-abduttivi.
Ciò che piace di Bosch è il suo procedere attraverso le vicissitudini della vita, mantenendosi fedele alla sua mission che è quella di investigare e di assicurare i colpevoli alla giustizia.
Badiamo bene che l'apparato giudiziario-investigativo americano è totalmente diverso da quello della maggior parte dei paeisi europei, in cui le indagini partono dalla Magistratura inquirente di cui le forze di Polizia e i Carabinieri sono soltanto il braccio investigativo: ed è questa profonda diversità che rende autonomi i detective nella loro azione di ricerca-investigazione a rendere possibile che alcuni di loro possano assurgere al rango di eroi (per quanto umani, troppo umani) o a quello di canaglie: si veda, ad esempio, il recente romanzo di Don Winslow, Corruzione (The Force, nella traduzione di Alfredo Colitto, Einaudi Stile Libero, 2017) che illustra appunta l'ascesa e la caduta di un detective della polizia newyorkese (NYPD), uomo di punta della unità speciale "The Force", iastituita per lottare in alcuni distretti di New York contro alcuni reati maggiori, quali il traffico di droga e di armi.

(dal risguardo di copertina) Harry Bosch è nato con una missione, quella di cercare la verità e operare per la giustizia. Ma ora che è in pensione questi due obiettivi devono essere accantonati. È un nuovo capitolo della sua vita che si apre, un capitolo in cui è ancora più solo, anche perché sua figlia tra poco partirà per il college. Un capitolo in cui deve riempire le giornate e darsi uno scopo. E così Harry cerca di mettere in atto un progetto a cui pensava da tempo, quello di riparare una vecchia Harley-Davidson che stazionava nel suo garage.
Non ci riuscirà. Non perché gli manchi la capacità, ma perché il suo fratellastro, l'avvocato Mickey Haller, ha bisogno di lui. Un suo cliente, un giovane nero con un passato tumultuoso, è accusato di aver ucciso una donna, una funzionaria molto in vista della municipalità di Los Angeles. Ma Haller è convinto che non sia lui il colpevole e chiede a Bosch di portargli le prove della sua innocenza. Per Harry significa ricominciare a indagare, questa volta senza distintivo, senza il supporto di una struttura organizzata come quella della polizia, e soprattutto a favore della difesa, una mossa che non lo rende affatto felice. Si deciderà a farlo solo quando si rende conto che l'accusato è davvero innocente, e non sarà facile. Chi l'ha intrappolato, e perché? Harry non smetterà di scavare finché, in un crescendo ricco di suspense, porterà alla luce un intrigo brutale basato sulla avidità, il ricatto, la corruzione.

 

Michael Connelly

L'autore. E' una delle più grandi star della narrativa americana, Michael Connelly raggiunge il primo posto in classifica con ogni suo nuovo romanzo. I lettori italiani lo hanno accolto con entusiasmo fin dal primo libro pubblicato, Debito di sangue, da cui è stato tratto un film diretto e interpretato da Clint Eastwood. Poi hanno imparato a conoscere il detective Harry Bosch, indimenticabile protagonista di molti suoi thriller, tra cui Il ragno, vincitore nel 2000 del Premio Bancarella.
In anni più recenti, Connelly ha ideato un nuovo riuscitissimo protagonista, Mickey Haller, che svolge la sua attività dal sedile posteriore di una Lincoln, oltre che in tribunale, e che, nella riduzione cinematografica di The Lincoln Lawyer, ha il volto noto di Matthew McConaughey. Connelly è stato spesso in Italia, tra le presenze eccellenti di numerosi festival: il Festivaletteratura a Mantova, il Noir in Festival a Courmayeur, dove gli è stato conferito il Raymond Chandler Award, e il Festival Internazionale delle Letterature a Roma.
Nel corso del 2016 è stata trasmessa in Italia la serie televisiva intitolata a Bosch, di cui Connelly ha curato la sceneggiatura.
Il suo ultimo romanzo pubblicato è La strategia di Bosch.
Il passaggio segna il ventesimo "compleanno" di Harry Bosch.

 

Leggi il primo capitolo
 

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28 luglio 2017 5 28 /07 /luglio /2017 10:33
Donato Carrisi, Il Maestro delle Ombre, Longanesi, 2016

Nel suo ultimo romanzo, Il Maestro delle Ombre (per i tipi di Longanesi, 2016), Donato Carrisi propone un poliziesco sullo sfondo apocalittico di una Roma sull'orlo del collasso.

Infatti (questo è il contesto del romanzo), nella Città Eterna si verifca una concomitanza infausta di eventi: a causa di un'ondata di maltempo che sta per abbattersi sulla città, viene programmata un'interruzione dell'erogazione di cotrrente elettrica per riparare una delle centrali andate in tilt. L'erogazione del servizio è programmata per 24 ore e, contestualmente, per motivi di ordine pubblico, viene emanato un coprifuoco e i cittadini vengono esortati a non uscire di causa.
Intanto a causa delle precipitazioni ininterrote il Tevere in piena esonda e la città viene allagata.
Su questo sfondo di tregenda Marcus che lavora al servizio del Tribunale delle Anime, si ritrova ad indagare su d'un efferato omicidio, ed è chiamato in causa a causa delle anomalie colte in esso e nel modus operandi dell'esecutore, oltre che delle eccezionalità che presenta e, con lui, anche Sandra Vega, ex fotorilevatrice della Polizia Scientifica e ora agente di PS.
A partire da quel primo omicidio (di cui esiste un'atroce registrazione video) I due, con una serie di svolte impreviste, seguono una strada investigativa che è costellata da una serie di uccisioni, alcune delle quali mascherate come dovute ad incidenti o ad intenti autolesivi.
La situazione della città è cupa e catastrofica e sembra attualizzare le paure di Papa Leone X, quando in una sua bolla aveva decretato che "mai mai mai" la Città Eterna sarebbe dovuta rimanere al buio.
A parte l'intreccio, sviluppato con la consueta abilità, ciò che intriga di questo romanzo è lo sfondo.
"... l'idea di questa storia mi è venuta il 19 febbraio 2015 quando, in occasione della partita di calcio Roma-Feyennoord, gli hooligans olandesi ... -  spiega lo stesso autore in una nota conclusiva - in pochi minuti devastarono piazza di Spagna danneggiando irrimediabilmente la fontana della Barcaccia.
Il giorno successivo, ancora infuriato e indignato, andai a sedermi nello studio del mio amico professore Massimo Parisi e gli domandai, candidamente, come avrei potuto distruggere la Città Eterna in meno di ventiquattro ore. Lui non si scompose e mi disse: 'Semplice, fai piovere incessantamente per due giorni e manda in tilt una centrale elettrica: dopo poche ore ci sarà il caos': Poi impiegò un'intero pomeriggio a spiegarmi le conseguenze catastrofiche che una così banale combinazione di eventi avrebbe avuto sulla vita di ogni romano"
(pp357-358).
Ma è anche rilevante, la parte dell'intreccio che si svolge nel sottosuolo di Roma, seguendo i percorsi labirintici delle catacombe che, ancora oggi mettono in connessione antichi palazzi nobiliari e ovviamente ciò rappresenta la spina dorsale dei romanzi che vedono come protagonista Marcus e, cioè, l'attività della Penitenzieria Apostolica che, nella trasfigurazione romanzata fatta da Carrisi, diviene il "Tribunale delle Anime".

 

Donato Carrisi, Il Maestro delle Ombre, Longanesi, 2016

(Dal risguardo di copertina) Con Il maestro delle ombre Donato Carrisi apre le porte dell’archivio criminale più imponente della Storia dell’umanità: un nuovo viaggio nel cuore del Male…
Una tempesta senza precedenti si abbatte sulla capitale con ferocia inaudita. Quando un fulmine colpisce una delle centrali elettriche, alle autorità non resta che imporre un blackout totale di ventiquattro ore, per riparare l’avaria.
Le ombre tornano a invadere Roma. Sono passati cinque secoli dalla misteriosa bolla di papa Leone X secondo cui la città non avrebbe «mai mai mai» dovuto rimanere al buio.
Nel caos e nel panico che segue, un’ombra più scura di ogni altra si muove silenziosa per la città lasciando una scia di morti… e di indizi.
Tracce che soltanto Marcus, cacciatore del buio addestrato a riconoscere le anomalie sulle scene del crimine, può interpretare. Perché Marcus è sì un prete, ma appartiene a uno degli ordini più antichi e segreti della Chiesa: la Santa Penitenzieria Apostolica, conosciuta anche come il tribunale delle anime. Ma il penitenziere ha perso la sua arma più preziosa: la memoria. Non ricorda nulla dei suoi ultimi giorni, e questo dà un enorme vantaggio all’assassino.
Soltanto Sandra Vega, ex fotorilevatrice della Scientifica, può aiutarlo nella sua caccia. Sandra è l’unica a conoscere il segreto di Marcus, ma ha sofferto troppe perdite nella sua vita per riuscire ad affrontare nuovamente il male. Eppure, qualcosa la costringe a essere coinvolta suo malgrado in questa indagine…
Ma il tramonto è sempre più vicino, e il buio è un confine oltre il quale resta soltanto l’abisso.

Donato Carrisi

L'Autore. Donato Carrisi è nato nel 1973 a Martina Franca e vive a Roma. Dopo aver studiato giurisprudenza, si è specializzato in criminologia e scienza del comportamento per poi diventare sceneggiatore di serie televisive e per il cinema.
È una firma del Corriere della Sera ed è l’autore dei romanzi bestseller internazionali Il suggeritore, Il tribunale delle anime, La donna dei fiori di carta, L’ipotesi del male,Il cacciatore del buio e La ragazza nella nebbia tutti pubblicati da Longanesi.
Ha scritto e condotto su Rai 3, il sabato in prima serata, la trasmissione Il sesto senso.

Il booktrailer

Leggi anche i seguenti posto su questo magazine

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25 luglio 2017 2 25 /07 /luglio /2017 11:15
Stefano Malatesta, L'Upmo dalla Voce Tonante. Storie dall'America del Sud, Neri Pozza, 2014

Sono un accanito lettore dei libri di Stefano Malatesta. Non me ne perdo uno: appena sui banchi del mio libraio ne vedo uno nuovo, mi ci tutto a capofitto.
So che non resterò mai deluso, sia dal punto di vista della sorpresa e della scoperta del Novum, sia dal punto di visto dello stimolo intellettuale sia, infine, per la possibilità di immergermi in una prosa diaristica che per me è divenuta consuetudinaria.
I suoi libri sono in genere frutto della rivisitazione "ragionata" dei suoi articoli già pubblicati, articolo da "terza pagina", anche se la terza pagina dei quotidiani non esiste più da tempo...
Quindi, Malatesta, più che nei suoi articoli, lo leggo nei libri: e nei libri gli articoli, in maniera più palese e grazie anche alla disposizione tematica dei capitoli si possono apprezzare come un tutto unico, una grande tela che ancora Malatesta non ha finito di affrescare, frutto dei suoi viaggi e dei suoi incontri molteplici e memorabili, con gente comune e con uomini di cultura.
Il volume L'uomo dalla Voce Tonante. Storie dell'America del Sud (Neri Pozza, 2014) è tutto dedicato all'America Latina, da Cuba alla Terra del Fuoco, dalla costa del pacifico e quela atlantica.
Il volume è suddiviso in tre parti, precedute da una breve prefazione dello stesso autore che ci racconta delle radici del suo interesse per i paesi dell'America Latina, a partire dal golpe di Pinochet, un viaggio in cui fu accompagnato da Saverio Tutino, allora corrispondente de L'Unità per l'America Latina. Le tre parti sono rispettivamente: "Il mondo australe e la Terra del Fuoco", in cui - passo dopo passo - Stefano Malatesta racconta alcuni dei passaggi di Bruce Chatwin alla scoperta della Patagonia, ma compie anche delle peregrinazioni assolutamente originali ed inedite; "Due artisti e nove scrittori" in cui parla di scrittori ed artisti che hanno prodotto delle opere memorabili per la comprensione dell'America Latina; e, infine, "Viaggi e Scoperte", in cui egli esamina testi e narrative di viaggio fondamentali per la comprensione dell'America del Sud.
Il bello dei libri di Malatesta è che introducono il lettore a molteplici riferimenti letterari e, quindi, lo inducono ad un confronto continuo con conoscenze letterarie - e non già - acquisite, oppure alla scoperta di cose nuove e dunque anche alla voglia di approfondimento.
Qualcuno potrebbe forse rimproverare a Malatesta un certo sussieguo che deriva dal fatto di essere egli uno che ha molto viaggiato e che ha incontrato tante persone importanti e di sottolineare di continuo (implicitamente) di essere un Viaggiatore: ma questo piccolo vezzo glielo si perdona volentieri, poichè in tutta la sua produzione lettraria egli non cessa mai di meravigliare i suoi lettori, appassionandoli all'incontro continuamente mutevole con l'Altro e alla conoscenza di luoghi di cui ci fornisce una veduta insolita o decisamente arricchita da vertici di osservazioni inediti.
E' bello imbattersi attraverso la lettura dei suoi articoli in citazioni letterarie di libri già conosciuti, ma anche trarne suggestioni per nuove letture e nuove esplorazioni.Malatesta possiede indubbiamente la magia di far compiere al suo lettore fedele straordinari viaggi nel tempo e nello spazio,
Dove collocare i libri di Malatesta, nella propria biblioteca personale? Essi sono sicuramente a cavallo tra la Narrativa di viaggio e l'Avventura, generi che - in definitiva - coincidono, anche se la seconda sviluppa dei temi fiction, per quanto fondati su fatti e luoghi reali. E, d'altra parte, molti dei titoli di questi volumi, come nel caso di questo, "L'Uomo dalla Voce Tonante" (pensiamo ad esempio al salgariano "La Crociera della Tuonante") o "Il Napoletano che domò gli Afgani" rivelano una forte - e nemmeno tanto implicita - impronta salgariana, o anche altri titoli che, apparentemente meno esotici e più nostrani, ciò nonostante evocano luoghi altri e frontiere lontane, come "La Pescatrice del Platani" oppure "Il cane che andava per mare...".

(dal risguardo di copertina) Uno scrittore cileno dell’Ottocento ha detto una volta che gli europei in visita nell’America del Sud parlano sempre di vulcani, selve amazzoniche, tempeste di Capo Horn, poiché non possono fare a meno di celebrarne la natura selvaggia. Anche Malatesta parla della natura del continente australe, ma i veri protagonisti di questo libro sono gli indios della Terra del Fuoco considerati da Darwin l’anello mancante tra la scimmia e l’uomo, mentre avevano un vocabolario con oltre cinquanta parole per dire “mangiare il pesce”; megalomani come Popper che, proclamatosi re e imperatore della Terra del Fuoco, batteva moneta d’oro con la sua effige; sindacalisti contadini che, come Facon Grande, lavoravano nelle grandi aziende della Patagonia e venivano passati per le armi dai militari argentini; scrittori come Francisco Coloane, grande cantore del mondo australe con i suoi personaggi: cercatori d’oro, allevatori di cavalli, briganti che danno la caccia agli indios per incassare la taglia messa sul loro capo.
Malatesta è stato ovunque, con tutti i mezzi possibili e anche impossibili. Ma questo non è un libro semplicemente deambulatorio. I racconti che lo compongono cominciano sempre con un viaggio ma finiscono altrove: nella storia, nella geografia, nell’antropologia, nella letteratura.
Il risultato è un corpus romanzesco estremamente compatto sotto l’apparente divisione dei capitoli. Un romanzo dell’America latina che si muove secondo una direzione sudnord, da Capo Horn fino al Messico, alternando momenti drammatici – quali i funerali di Pablo Neruda – e altri improntati alla Luxe, calme et volupté, per dirla con Matisse, come le ore trascorse in un bar all’Avana, a fumare interminabili cohiba, a bere innumerevoli daiquiri e a contemplare la mirada fuerte dei cubani nei confronti delle loro giovani donne, puntualmente accompagnata dai piropos, quei complimenti barocchi e ironici che piacciono tanto alle ragazze dell’Avana.
L’Avana, coi suoi pittori surrealisti e i suoi grandi scrittori; Buenos Aires, più europea delle città europee; la Tierra del Fuego, coi suoi ghiacciai che s’insinuano nelle foreste e, in fondo, il mare tempestoso di Cabo de Hornos dove si incontrano l’Atlantico e il Pacifico: i luoghi magici dell’America del Sud narrati da un grande scrittore di viaggio.

Pareri espressi.
«Malatesta sa raccontare con fascinazione sempre divertita e maliziosa» (Panorama)
«Stefano Malatesta scava con la mente nel tempo, e lì ritrova la generosità di pensare e di esprimersi» (L’Espresso)

L'Autore. Stefano Malatesta è nato a Roma dove si è laureato in Scienze Politiche. Ha cominciato a viaggiare molto presto e da allora non ha mai smesso. È stato vice-amministratore di una piantagione di tè alle Seychelles quando queste isole erano una colonia inglese, documentarista di animali, cronista di nera, inviato di guerra.
Per la Repubblica scrive da oltre venticinque anni critiche d’arte, recensioni di libri e commenti e soprattutto racconti di viaggio sempre sulle tracce di qualcosa o di qualcuno, riprendendo una certa tradizione del "recit de voyage" quasi scomparsa nei giornali italiani e oggi fin troppo praticata. Oltre alle prime guide alla natura in Italia, ha scritto L’armata Caltagirone, Il cammello battriano, Il cane che andava per mare e altri eccentrici siciliani, Il grande mare di sabbia, Il napoletano che domò gli afghani.
Dirige la collana di letteratura di viaggio «Il cammello battriano» per la casa editrice Neri Pozza; ultimo della lista, pubblicato a giugno 2017 sempre nelle edizioni Neri Pozza, si intitola "La vanità della cavalleria e altre storie di guerra".
Ha vinto numerosi premi letterari come il Premio Albatros Palestrina, L’Este-Ferrara, il Comisso, il Settembrini Regione Veneta, il Premio Barzini per il miglior inviato speciale dell’anno e il Chatwin.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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