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11 gennaio 2018 4 11 /01 /gennaio /2018 08:27
Maria Attanasio, Dall'Atlante agli Appennini, Orecchio Acerbo, 2008 (con le illustrazioni di Francesco Chiacchio)

Dall'Atlante agli Appennini (di Maria Attanasio, con le splendide illustrazioni di Francesco Chiacchio), pubblicato nel 2008, è una storia della modernità, nel senso che ha come protagonista il giovanissimo Youssef che, lasciando il piccolo villaggio in cui è nato sui monti dell'Atlante, intraprende un viaggio della speranza - lungo, avventuroso, pieno di incognite e di inceppi - verso l'Italia del Nord per ricongiungersi con la madre lontana dalla quale da tempo non ha più ricevuto notizie.

Il titolo del racconto riecheggia il celebre racconto di Edmondo De Amicis, Dagli Appennini alle Ande, il racconto mensile di Maggio, contenuto nel libro Cuore (pubblicato per la prima volta nella sua interezza nel 1886): diversi sono i luoghi di partenza e di arrivo; diversa l'epoca; diversi i nomi dei personaggi. Ma in fondo il succo della storia è il medesimo.

Ed è anche una storia "edificante" nel senso deamicisiano, in quanto dovrebbe aiutarci a riflettere e far riflettere che, in fondo, nulla è cambiato dai tempi in cui De Amicis ambientava le sue storie, cioè quelli dell'Italia post-risorgimentale.
Allora, negli anni intermedi tra l'Unità d'Italia e l'inizio del Novecento (e forse anche dopo) erano gli Italiani ad andare via alla ricerca di una vita migliore, imbarcandosi sui bastimenti e talvolta sottoponendosi a procedure ne a situazioni di sfruttamento simili a quelle dei moderni migranti.
Questo libro è utile perchè può aiutare a risvegliare coscienze sopite e puà serivre a riesumare antiche memorie di quando eravamo noi, italiani ed europei, ad essere migranti con il nostro carico di speranze e di sogni di una vita migliore.
E' un libro sul presente, sulla diversità e l'emarginazione che chiedono di essere integrate, ma anche per la memoria, oltre che di ferma denuncia nei confronti di chi, senza cuore - ora come nel nostro passato lontano - sfuttta i migranti.

Sicuramente, per il suo elevato potenziale educativo, questo volume andrebbe fatto leggere nelle scuole (cosa che, in effetti, viene fatta, poichè è stato pubblicato da Orecchio Acerbo che si occupa di editoria scolastica), ma soprattutto a taluni dei nostri politici (o meglio gli pseudo-politici) che presumono di sapere molto, ma che in realtà sono ignoranti e digiuni di cultura e di conoscenza della storia (oppure se sanno mentono o fanno finta di non sapere o di non conoscere le lezioni della Storia).

(nota editoriale nel risguardo di copertina) Un ragazzino, poco più di un bambino. La madre lontana, a lavorare in un paese straniero. Qualche saluto dai parenti di ritorno, poche lettere, poi neppure più quelle. E poi la decisione di imbarcarsi per andare a cercarla in quel paese lontano. La fame, il freddo, la paura. Per giungere però, col fiato sospeso, all'atteso lieto fine. Titolo, trama, personaggi, tutto è esplicito e diretto riferimento a Dagli Appennini alle Ande. Ma Marco è diventato Youssef, il suo paese non è ai piedi dell'Appennino ligure ma dell'Atlante marocchino, l'Eldorado non si chiama Argentina ma Italia. Da una delle più interessanti scrittrici siciliane dei nostri giorni, la trasposizione contemporanea di uno dei più noti racconti di Edmondo De Amicis. Romanzo d'avventura e al tempo stesso lirica e dolente partecipazione sia alle sventure dell'emigrazione, sia al dramma della separazione di madre e figlio, Dall'Atlante agli Appennini è anche ferma e radicale denuncia di chi tutto questo sfrutta. Senza Cuore. Alla sua quarta ristampa, una nuova edizione del nostro libro più adottato nelle scuole.

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10 gennaio 2018 3 10 /01 /gennaio /2018 09:44
Douglas Preston e Lincoln Child, La Stanza di Ossidiana, Rizzoli 2017

Ho decisamente nostalgia delle prime storie scritte dalla premiata ditta Douglas Preston/Lincoln Child. Quelle (di cui la prima Relic venne trasposta in un buon film), quasi tutte connesse con il Museo di Storia Naturale di New York, erano storie di intrigo e di indagini poliziesche con elementi horror talvolta preminenti. Ma a poco a poco la vena immaginifica dei due scrittori statunitensi s'è prosciugata e quindi i loro romanzi più tardivi hanno finito con il perdere del tutto quell'elemento horror-fantastico che li rendeva originali per ridursi a capitoli di un'unica interminabile fiction, con una significativa riduzione dei nuovi personaggi messi in scena e una prevalente attenzione sull'agente FBI con licenza speciale, l'eccentrico e acuto Aloysius Pendergast e su i suoi diretti comprimari e agonisti. Attorno a questo personaggio si intrecciano in maniera variabile elementi polizieschi e avventurosi. In maniera sempre più decisa ogni volume pubblicato si pone come diretta continuazione del precedente. Ovvio che un neofita possa entrare nella saga in ogni momento: ma, così come l'impianto narrativo è congegnato, risulta sempre più necessario il riferimento al pezzo di storia precedente.
Insomma, i due scrittori, per quanto sempre documentatissimi nei loro nuovi intrighi, sembrano essersi fossilizzati in una forma di easy writing, tendenzialmente indirizzata allo zoccolo duro dei propri fan.

Così è con l'ultimo volume pubblicato La stanza di ossidiana (The Obsidian Chamber, nella traduzione di Elisa Finocchiaro), pubblicato da Rizzoli nel 2017, in cui ricompara l'agonista di Aloysious, il fratello Diogenes, considerato la pecora nera della famiglia e che alcune storie prima era statocreduto morto per mano della pupilla di Aloysious, Constance Green. La ricomparsa di Diogenes ha come contraltare l'assenza di Aloysious creduto morto al termine dell'avventura precedente, raccontata ne La Costa Cremisi.
Non dico altro, perchè in ogni caso l'intrigo è piacevole e di scorrevole lettura e qualsiasi cosa eliminerebbe il brivido della scoperta.
Diverse volte, mi sono ritrovato a dire che i capitoli della saga che vede L'agente speciale Pendsergast protagonista sono sempre più simili ad un feuilleton ottocentesco, anche per la complicazione all'inverosimile delle loro trame.
Ma tant'è: malgrado ciò ne sono appassionato e me li leggo tutti.
Ma a chiunque consiglierei di andarsi a leggere le prime storie firmate da Preston/Child come il citato Relic, oppure Ice limit.

 

(Nota editoriale nel risguardo di copertina) L’agente speciale Aloysius Pendergast è disperso. Il suo corpo non è ancora stato individuato e col passare dei giorni la speranza di trovarlo vivo sembra affievolirsi sempre di più.
 Constance, la sua storica assistente, è annichilita dal dolore e cerca conforto rifugiandosi nelle stanze sotterranee della residenza di famiglia di Riverside Drive; a niente servono le attenzioni di Proctor, la fedele guardia del corpo di Pendergast, che tenta di rassicurarla. Nella casa, però, un’ombra è in agguato. Una figura sinistra e minacciosa, che emerge dal passato e che all’improvviso trascina Constance via con sé. Proctor si lancia in un inseguimento mozzafiato sulle tracce del rapitore fin nei luoghi più remoti e lontani, dalla Mauritania alla Namibia al Botswana. Eppure, proprio nel momento in cui l’uomo sembra avvicinarsi alla soluzione, tutto si ribalta e un altro complesso ingranaggio comincia a muoversi: dov’è la vera Constance? Il rapitore non ha forse un volto conosciuto?
La stanza di ossidiana è una caccia all’uomo tra- volgente e adrenalinica, capace di condurre il lettore attraverso una serie di camere vuote, dentro un labirinto impossibile in cui la soluzione, l’uscita, la fine sperata sembra essere sempre dietro l’angolo.

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4 gennaio 2018 4 04 /01 /gennaio /2018 10:59

Ecco che d'un tratto spariscono "turbanti, veli, kippa, talari" e che di tutte queste ostentate identità religiose (altrettante "incarnazioni dell'uomo sandwich") non resta più niente (la ragione, che quando dorme genera mostri, quando è svegli opera miracoli).

Sette del Corriere della Sera

Marc Augé, Le tre parole che cambiarono il mondo, Raffaello Cortina Editore, 2016

Marc Augè, grande antropologo francese e creatore tra l'altro del concetto di "antropologia del vicino" come strumento di studio del mondo contemporaneo e dei suoi fenomeni, con il libello Le tre parole che cambiarono il mondo (La Sacrée semaine qui changea la face du monde, nella traduzione di Daniela Damiani), publicato da Raffaello Cortina Editore, 2016,  ha voluto mettere in scena un racconto futuribile di fantascienza "politica" (o anche fantapolitica), un filone della SF che ha avuto in passato ampio spazio e che consente di estrapolare fenomeni dell'attualità sino alle loro più estreme e aberranti conseguenze o, viceversa, di tentare di trovare soluzioni ai problemi che nel presente affliggono l'Umanità.
Riferendoci ad un'altra opera di Augè, sipotrebbe parlare forse anche di un piccolo esempio di etnofiction.

Augé dall'alto della sua cultura, si può ben permettere un simile divertissement. Che poi divertissement tanto non è, poiché tra le righe vi è molta serietà e ponderazione.
Nell'utilizzare Papa Francesco e le sue dissacranti - inaspettate - parole nel corso della benedizione Urbi et Orbi, nella Pasqua del Signore 2018 (un evento ormai a noi molto vicino), parole che daranno il via ad una serie di sconcertanti eventi che, appunto, cambieranno il mondo radicalmente, egli - in epigrafe - doverosamente porge le scuse per averlo utilizzato come protagonista del suo espediente letterario, chiedendogli di dispensargli la sua "clemente indulgenza". Le parole fatidiche sono "Dio non esiste", che pronunciate da un Papa - come si può ben immaginare - portano con sé straordinari effetti, nel senso di un totale e improvviso abbattimento dei fondamentalismi/fanatismi e dell'inizio di un'era di reale convivenza pacifica tra le Genti.
Ciò che Augé vuol dirci, tuttavia, nel dispiegare il geniale retroscena che si cela dietro le parole pronunciate ex cathedra dal Papa è che, se si potesse in qualche maniera, eliminare l'Irrazionale che alberga nei meccanismi della Mente umana e che sta alla base delle credenze erronee, se potesse trionfare la razionalità, non ci sarebbero più le Religioni e, di conseguenza, i fondamentalismi, pilotati da gente senza scrupoli, non farebbero più presa su nessuno.

Una bella utopia (il ritorno in qualche modo di un'aspirazione illuministica), su cui certamente vale la pena riflettere.

(Risguardo di copertina) Il giorno di Pasqua del 2018, nel tradizionale discorso urbi et orbi, il papa, dopo un lungo silenzio, esclama a gran voce: “Dio non esiste”. Tre parole che gettano nello sconcerto cristiani, ebrei, musulmani, agnostici, atei, e scatenano uno tsunami nel mondo intero.
È l’inizio di una settimana folle, che incendierà il pianeta e farà piazza pulita di ogni sentimento religioso. Ma che cosa ha spinto il sommo pontefice a un intervento così intempestivo? In tempi di massacri nel nome della religione, questa favola contemporanea, visionaria e insolente, che tiene il lettore con il fiato sospeso, lascia trasparire gli accenti di una fede illuministica nella ragione: forse, senza la violenza che a volte il sentimento religioso comporta, la fratellanza tra gli esseri umani non sarebbe più un’utopia.

Marc Augé

L'Autore. Antopologo ed etnologo francese, Marc Augé ha rivestito il ruolo di Direttore di ricerca all'ORSTOM (oggi IRD) fino al 1970, quindi "directeur d'études" presso l'EHESS di Parigi, ha compiuto numerose missioni in Africa, in particolare in Costa d'Avorio e in Togo. Dalla metà degli anni Ottanta ha diversificato i suoi campi d'indagine. Ha quindi compiuto diversi viaggi in America Latina.  
Partendo da un osservatorio più vicino, in Francia e in particolare Parigi, si dedica ormai da molti anni alla costruzione di una "antropologia dei mondi contemporanei".
La fama in ambito scientifico arriva con le sue ricerche sul campo in Costa d’Avorio e nel Togo concernenti la malattia, la morte e i sistemi religiosi (Le Rivage alladian, 1969; Théorie des pouvoirs et idéologie, 1975; Pouvoirs de vie, pouvoirs de mort, 1977; trad. it. 2003).
Ma la popolarità più ampia è arrivata con l'analisi negli spazi moderni (autogrill, centri commerciali...) basati sull'assenza di storia e identità. Nasce così la sua celeberrima teoria dei 'nonluoghi' (ripresa dalla concettualizzazione di Foucault), espressa in Un ethnologue dans le métro (1985; Un etnologo nel metrò, Elèuthera 1992) e Non-lieux: introduction a une anthropologie de la surmodernité (1992; Nonluoghi. Introduzione ad una antropologia della surmodernità, Elèuthera 1993).
Tra le sue altre opere ricordiamo Le temps en ruines (2003; trad. it. Rovine e macerie. Il senso del tempo, 2004 Bollati Boringhieri), La mere d’Arthur (2005; La madre di Arthur, Bollati Boringhieri 2005), L'anthropologie (2004, L'antropologia del mondo contemporaneo, Elèuthera 2006).
Nel saggio Le métro revisité (2008; Il metro rivisitato, Raffaello Cortina 2009) torna a interrogarsi su questo luogo per eccellenza dello spazio pubblico dove circolano opinioni, povertà, musica e sogni.
Ricordiamo ancora l'autobiografia intellettuale La vie en double (2010,  Straniero a me stesso. Tutte le mie vite di etnologo, Bollati Boringhieri 2011) e un altro saggio che narra alcuni aspetti molto personali dell'autore accanto alla riflessione generale sul tema: Le temps sans âge (2014; Il tempo senza età. La vecchiaia non esiste, Raffaello Cortina editore 2014). Tra le altre sue pubblicazioni ricordiamo: I giardini del Lussemburgo (2015), Il dio oggetto (2016) La guerra dei sogni. Esercizi di etno-fiction (2016) e il saggio Momenti di felicità (2017).

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29 dicembre 2017 5 29 /12 /dicembre /2017 09:06
Dean R. Koontz, La voce della notte, Bompiani (Tascabili), 2003

Molti dei romanzi del primo Koontz prima che raggiungesse la notorietà sono stati pubblicati non in hard cover ed erano indubbiamente mediamente più brevi dei romanzi della sua maturità.
E in questa prima fase Koontz si è dilettato a scrivere di vari generi, prima di conquistare una sua cifra più definita con una prosa che assume in alcuni tratti una modalità trasognata che si interseca variamente con il dispiegarsi di alcune situazione estreme.
La voce della notte (The voice of the night, nella traduzione di Maria Barbara Piccioli), pubblicato in lingua originale nel 1986, ha fatto la sua comparsa in traduzione italiana solo sei anni dopo, nel 1992, con RCS Libri) ed è stato più volte ristampato in edizioni tascabili. L'ultima in ordine di tempo, quella nei Tascabili Bombiani del 2003.
La soglia del testo - cioè la nota situata in quarta di copertina - promette grandi cose, ma il risultato è modesto e il Lettore rimane lievemente deluso.
E' come se nei suoi passi iniziali Koontz volesse descrivere ciò che accade in termini di dinamiche relazionale nel costiuirsi di una cooppia di futuri serial killer, in cui uno dei due (Roy Borden) è l'elemento dominante, con un profilo fortemente psicopatico e fondamentalmente amorale. Mentre il suo deuteragonista, un Colin timido ed impacciato, sembra trovare in lui un punto di riferimento autorevole e un plinto su cui appoggiare anacliticamente una sua personalità ancora debole ed incerta, che lo rende sovente vittima di azioni di bullismo da parte degli alunni della scuola che frequenta.
E questo è l'esordio: tuttavia poi l'azione devia, come se l'autore non avesse la forza o il coraggio di esplorare questa tematica sino alle estreme conseguenze. Avrebbe voluto essere cattivo, ma non c'è riuscito sino in fomdo. Ma questa è una cifra ricorrente anche nelle opere successive di Koontz, anche in quelle più sofisticate e complesse: la tendenza a voler dare ai suoi lettori una soluzione che sia sempre consolotaria e rassicurante, malgrado i più tortuosi - e, a volte, terribili - percorsi seguiti dai suoi personaggi. Una differenza profonda rispetto a Stephen King le cui storie, per quanto spesso con un (parziale) lieto fine, si presentano con una maggiore carica perturbante. In ogni caso, per entrambi gli scrittori, vale il principio fondamentale dello story telling: quello cioè _ al di là dell'etichettatura di genere - di costruire dei percorsi affabulativi per i loro personaggi. Ciò che conta non è la conclusione (come nei gialli classici), ma il viaggio attraverso le righe.
Infatti, per tornare al nostro romanzo, Colin che - nel frattempo - si innamora di una coetanea - grazie alla acquistata sicurezza come indubbio vantaggio dello stare all'ombra di Roy - e ne è ricambiato, decide di fermarsi dal percorrere questa strada e rompe il patto di sangue con il suo mentore che, a questo punto, prende a perseguitarlo.
Colin decide allora di interrompere questa spirale di violenza, per salvare se stesso e la sua ragazza.
E si va così verso il finale.
Non è dunque un romanzo cattivo, come ci sarebbe aspettati date le premesse e come prometteva la nota di copertina.
Finisce con l'essere un romanzo moraleggiante, con un finale quasi lieto, ma si fa leggere.
Cìè da interrogarsi quali saranno i destini di Roy e della sua ragazza, forgiati da una così dura prova.
Ma questo l'Autore non ce lo dice.

(dalla quarta di copertina) Il timido, goffo, impacciato Colin ha improvvisamente trovato il suo migliore amico in Roy Borden, che - al contrario di lui - ha tutto per piacere e riuscire con successo. Ma è proprio l'amicizia tra i due ragazzi che spinge Colin a seguire Roy in una investigazione che riguarda un orrendo crimine commesso vent'anni prima. L'amicizia dei due adolescenti assume l'aspetto di un'ossessione, poi quello di una sinistra avventura. E' l'inizio di una discesa agli inferi che sconvolge tutta la tranquilla cittadina di Santa Leone.

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27 dicembre 2017 3 27 /12 /dicembre /2017 08:32

Forse sono un fantasma. Forse sono morto in un punto imprecisato in mezzo al mare. Qualcosa è successo. Lo so, lo sento. Qualcosa di spaventoso. Forse sono affogato. Forse il mare ha gettato sulla spiaggia solo il mio corpo. Mentre il mio spirito, separato dal corpo, si sollevava dalla sabbia. Forse è per questo che non trovo tracce di me.

Dal primo capitolo

Perter May, Il Sentiero, Einaudi Stile Libero Big, 2017

Peter May con Il Sentiero (Coffin Road, nella traduzione di Alessandra Montrucchio), pubblicato da Einaudi (Stile Libero Big) nel 2017, regala sempre ai suoi fedeli lettori dei romanzi appassionanti. Sino ad ora di tutti i romanzi pubblicati in lingua italiana e di uno non ancora tradotto, letto in lingua originale, nessuno mi ha deluso.
Anche questa volta May è riuscito a tenermi saldamente incollato alla pagina dall'inizio alla fine. Nel caso dei romanzi ambientati nelle Ebridi esterne, come quelli che costituiscono la precedente trilogia, e di questo che si pone fuori da essa, l'ambientazione di per sé vale la lettura della storia, se non altro per la capacità di far viaggiare il lettore, mentre è seduto nella sua stanza, in paesaggi di bellezza forte e selvaggia e di indurlo con un'irresistibile attrazione fascinosa ad andare a visitare quei luoghi.
Qui, siamo alla prese con un personaggio reduce da quello che sembra un naufragio su di una spiaggia dell'isola di Lewis, nelle Ebridi Esterne, e che ha perso totalmente la memoria di se stesso. Non sa chi sia, cosa faccia, quali siano i suoi interessi e le sue attività, perché sia lì, esattamente in quel posto.
Tutto è un'enigma per lui. Scoprirà a poco a poco pezzi di sé in un percorso tortuoso e pericoloso (analogo alla ricomposizione di un puzzle con molti pezzi mancanti) anche, perché a quanto sembra qualcuno gli vuole del male o vuole qualcosa da lui. Il percorso di riconquista della memoria, del proprio Sè e della propria storicità smarrita andrà avanti sino all'epifania finale.
Il romanzo è intitolato in epigrafe "alle api" e si potrebbe definire, in un certo senso, un "ecothriller": ma su questo aspetto non dico null'altro per non rovinare ai lettori che verranno il piacere della scoperta.
Anche su questi aspetti - come su quelli ambientali e paesaggistici - il romanzo di Peter May è solidamente documentato e rivela - oltre che una conoscenza diretta dei luoghi -  importanti studi preparatori per raccogliere il materiale necessario.
Insomma, mi è piaciuto e ne consiglio la lettura.

(Risguardo di copertina) Un uomo fradicio e intirizzito si risveglia su una spiaggia sconosciuta. Non ricorda nulla, né di quel che è successo né di sé: ogni memoria è svanita. Aiutato da un'abitante del luogo, recupera qualche brandello della propria identità. Vive in un cottage sull'isola di Harris nelle Ebridi, e sta conducendo delle ricerche sul mistero di tre guardiani scomparsi nel 1900 dal faro locale. Ma i file che dovrebbero contenere i capitoli del libro sono vuoti. L'unico indizio è una mappa su cui è tracciato un sentiero, la Via delle Bare, che attraversa l'isola. L'uomo non sa dove conduca, ma sa che seguirlo potrebbe essere il solo modo di ritrovare sé stesso e la verità. Con la consueta maestria, Peter May ci riporta fra i panorami incantati delle isole Ebridi in un romanzo che intreccia i colpi di scena di un thriller alle emozioni di un viaggio nell'anima, e nel futuro, dell'umanità.

Peter May

Sull'Autore. Peter May è nato a Glasgow nel 1951 e vive in Francia. Giornalista e autore di innumerevoli serie televisive, ha scritto una quindicina di romanzi. L'isola dei cacciatori di uccelli (Einaudi Stile Libero 2012) è il primo volume di una trilogia ambientata sull'isola di Lewis, e ha ottenuto uno straordinario successo di critica e pubblico in Gran Bretagna e in Francia, dove è stato insignito del prestigioso Prix Les Ancres Noir.
Nel 2013 Einaudi Stile Libero ha pubblicato il secondo volume della trilogia, L'uomo di Lewis, e nel 2015 il terzo e conclusivo, L'uomo degli scacchi.
Di grande interesse è la serie di romanzi con ambientazione cinese contemporanea, furtto di una serie di viaggi annuali da lui compiuti, i cosiddetti "China Thriller" di cui solo tre sono stati tradotti in italiano e pubblicati da Piemme, ma purtroppo non facilmente reperibili.
E si può menzionare anche la serie di romanzi, ad ambientazione francese, che hanno come protagonista l'investigatore-enologo Enzo McLeod (nessuna traduzione in Italiano, almeno sinora, per questa serie).

«Una storia meravigliosa, una scrittura tagliente e un messaggio importante».

The Oxford Times

«Un ecothriller brillante e ricco di colpi di scena».

The Guardian

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25 dicembre 2017 1 25 /12 /dicembre /2017 10:07
Edith Bruck, La Rondine sul Termosifone, La Nave di Teseo, 2017

Mi sono imbattuto nel testo autobiografico di Edith Bruck, La rondine sul termosifone, pubblicato da La Nave di Teseo (Collana Oceani) nel 2017, ascoltando - durante una trasmissione di Farheneit (RAI 3)  - un'interessante intervista con l'autrice. Ho subito pensato che valesse la pena leggerlo e l'ho immediatamente ordinato in libreria.
Edith Bruck racconta con grande coraggio il declino nella senilità del suo marito e compagno di una vita, il poeta e regista Nelo Risi, sino alla fine.

Si apprezzano della sua scrittura, la grande sincerità e si vede nella filigrana di ogni pagina e di ogni breve, essenziale, capitolo il forte sentimento amoroso nei confronti del marito sia sotto il profilo affettivo, sia sotto quello della condivisione intellettuale di tante cose.
Edith Bruck dà testimonianza del progressivo declino della mente del compagno, ridotta a manifestazioni sempre più essenziali e sempre più frammentata, anche se di tanto in tanto riemergono sprazzi di una grande luminosità e dell'ingegno e dell'acutezza intellettuale di un tempo.
La Bruck procede accanto a lui, assistendolo amorevolmente, ma non senza manifestare in alcune circostanze dubbi, perplessità, qualche volta anche rabbia, per intemperanze da parte del compagno smarrito in un'oscurità che si fa vieppiù grande, che  - assieme al momentaneo vacillare di un atteggiamento di paziente empatia  - possono essere comprensabile, pur non essendo da parte di chi li sperimenta pienamente tollerabili.
Superabili, se la spinta motivamente è quella dell'accudimento amorevole, sempre e malgrado tutto, in nome di ciò che è stato e che, sotto le rovine della mente, c'è sempre.
Eppure, nell'interazione tra i due, pur in una trama sempre più disorganizzata, si vede un percorso e uno scambio di affetti e di sentimenti che, pur ridotto all'osso talvolta e disorganizzato, persiste nel tempo e persisterà sino al buio finale.
L'amore, gli affetti, sono il filo rosso che conducono la storia e danno un senso alle interazione agli scambi verbali, talvolta un po' folli e surreali, sempre scarni. Ed su questi sentimenti che si fonda il rispetto profondo nei confronti dall'Altro che si va allontanando sempre di più, risucchiato dalle tenebre e da una sempre più estesa smemoratezza del momento presente e del passato come insieme organizzato di ricordi.
Chi è presente, chi può ancora ricordare, chi dà con il suo esserci continuità storica al momento presente, rappresentà il testimone e il datore di senso, quando da un guazzabuglio di parole e di pensieri disorganizzati emergono in sprazzi di lucidità piccoli ricordi che come tessere di un puzzle possono essere ricollocati in una trama più ampia, o in quei rari momentiin cui il riconoscimento pare di nuovo possibile.
L'affetto e la memoria di chi rimane presente rappresentano anche il baluardo della rabbia e della collera di chi, invischiato nel processo di progressivo insenilimento, sente che sta perdendo se stesso e la propria memoria in una nebbia sempre più fitta che, presto, diverrà buio e totale oblio, di Sè, ma anche dell'Altro.
Ed è proprio questo il bello di questa storia ed qui che, nei singoli capitoli, si ritrova il filo rosso di una grande forza, dell'intensità degli affetti e della capacità di tenere viva la fiamma del sentimento amoroso.
Questo racconto autobiografico dovrebbe essere letto, a mio avviso, da tutti coloro che si ritrovano ad assistere un familiare con un Alzheimer o con una demenza senile: un grande insegnamento a non essere presi da un alienante smarrimento.

(le soglie del testo) Testimone dell’orrore della Shoah, cui ha dato voce nelle sue opere tradotte e premiate in tutto il mondo, Edith Bruck torna con un memoir tenero e struggente, in cui la grande storia e le sue tragedie si affacciano come sfondo al racconto intimo dell’amore e della dedizione per suo marito, il poeta Nelo Risi, scomparso nel 2015. Edith Bruck ha scelto di stargli accanto sino alla fine, trascorrendo con lui, accanto a lui, gli anni della progressiva malattia che lo ha allontanato dal mondo, dai suoi ricordi, dagli affetti, dal lavoro.
Non è, questa, una storia d’amore immune da ferite o difficoltà, né la celebrazione di una vita assieme priva di contrasti, contraddizioni, lontananze. Ma è una storia in cui il senso di una condivisione profonda – senza dubbi o alibi – è la forza di una mano che stringe e sostiene l’altra – nell’assenza, nel riposo, nella paura, nella tenerezza – e viene restituito nella sua verità più umana, divenendo luce e ispirazione, unico filtro attraverso cui si può ancora parlare della bellezza dell’amore.
Protagonista del libro è il poeta Nelo Risi, terzo marito della scrittrice, scomparso nel settembre 2015. Edith Bruck le è stata accanto sino alla fine, trascorrendo con lui, accanto a lui, gli anni della progressiva demenza, che lo ha allontanato dal mondo, dai suoi ricordi, dagli affetti, dal lavoro. Ne emerge non solo il ritratto di un grande poeta, ma quello di una donna straordinaria che, memore del dolore subito dai nazisti, ha deciso di rimanere al fianco dell'uomo amato. Così che il ritratto di un amore diventa l'occasione per fare un bilancio della propria vita e del proprio rapporto con l'amore e con gli uomini.
Dall'orrore dei Lager all'amore per il marito Nelo Risi: le passioni di una vita distillate in racconto autobiografico.


 

Edith Bruck

L'Autrice. Edith Bruck, di origine ungherese, è nata in una povera, numerosa famiglia ebrea. Nel 1944, poco più che bambina, il suo primo viaggio la porta nel ghetto del capoluogo e di lì ad Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen. Sopravvissuta alla deportazione, dopo anni di pellegrinaggio, approda definitivamente in Italia, adottandone la lingua. Nel 1962 pubblica il volume di racconti Andremo in città, da cui il marito Nelo Risi trae l’omonimo film. Nelle sue opere ha reso testimonianza dell’evento nero del xx secolo. Ha ricevuto diversi premi letterari ed è stata tradotta in più lingue. Nelle sue opere il più delle volte ha reso testimonianza dell’evento nero del XX secolo. Nella lunga carriera ha ricevuto diversi premi letterari ed è stata tradotta in più lingue. Tra gli altri, è traduttrice di Attila József e Miklós Radnóti. Ha sceneggiato e diretto tre film e svolto attività teatrale, televisiva e giornalistica.
In Italia ha pubblicato: Il silenzio degli amanti (Marsilio), Chi ti ama così (Marsilio 1994), L'amore offeso (Marsilio 2002), Lettera da Francoforte (Mondadori 2004), Specchi (Storia e Letteratura 2005), Andremo in città (L'Ancora del Mediterraneo 2006), Quanta stella c'è nel cielo (Garzanti 2009), Privato (Garzanti 2010), Mio splendido disastro (Lampi di Stampa 2011), La donna dal cappotto verde (Garzanti 2012), Quanta stella c'è nel cielo (Garzanti 2014), Il sogno rapito (Garzanti 2014), Signora Auschwitz. Il dono della parola (Marsilio 2014), Chi ti ama così (Marsilio 2015).

«L'amoroso racconto di una malattia, di una coppia che l'affronta insieme tenendosi fino all'ultimo per mano.» -

Paolo Conti, Sette, Corriere della Sera

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24 dicembre 2017 7 24 /12 /dicembre /2017 10:33
AUtori Vari, 666, Edizioni Leima, 2016

I 18 racconti contenuti nell'antologia 666 (Edizioni Leima, 2016) sono stasti selezionati attraverso un contest letterario, promosso in occasione del Palermo Horror Fest 2015: si trattò di un concorso letterario, promosso dagli organizzatori del festival in collaborazione con la Casa editrice Leima, avente come tema il numero della Bestia e aperto soltanto ai racconti brevi del Terrore, un genere questo dalla ben consolodata tradizione. I iacconti, suddivisi in tre diverse sezioni composta ciascuna da 6 racconti (rispettivamente Criminal Minds, Ghost Whisperer, The X-Files) promuovono giovani scrittori emergenti e sono tutti di buona qualità, capaci di evocare in modi originali atmosfere horror, evocando e citando, ma rifuggendo del tutto da quel banale lavoro di copiatura che contraddistingue tanta letteratura di genere.

Ogni racconto esprime una visione autonoma ed è caratterizzato da uno stile curato che è indubbiamente permeato dall'impronta personale di ciascun autore: e alcuni di essi sono davvero pregevoli e si concludono con inattese zampate. Del resto - come insegna Stephen King che, a volte nelle sue prefazioni o postfazioni indirizzate al suo "Fedele Lettore", fornisce dei commenti sulla sua bottega di scrittura - non è mai sufficiente avere una buona idea e svilupparla: a volte il racconto rimane smorto ed incompleto sino a quando l'autore non trova una conclusione o una chiusura che, per ottenere il desiderato effetto perturbante, deve essere inattesa, imprevedibile.
Dietro le quinte dei 18 racconti i "grandi" dell'horror e del fantastico perturbante - con qualche puntata nello splatter - ci sono tutti, il che testimonia anche della passione cult per questo genere, coltivata da ciascun autore.

Il volume, inoltre, globalmente è ben curato arricchito com'è dalla prefazione (dal titolo "La morte (s)corre sul fiume") di Stefano Leonforte, curatore peraltro dell'antologia, e da una sezione finale con le schede bio-bliografiche dei giovani scrittori emergenti.
Insomma, da leggere.

(dalla quarta di copertina) "In queste pagine troverete zombi e dissacranti banchetti antropofaghi, deriva truculenta della moderna società dello spettacolo," distopie occulte e raccapriccianti che imbrattano di frattaglie - e abbondanti dosi di sangue le già angosciose intuizioni di Matrix, killer mascherati (del resto siamo ad Halloween, e le ispirazioni non solo letterarie, ma in celluloide, in questo caso, non si contano neppure) e smanie omicide alla american psycho... Lasciatevi cullare da questa corrente di sangue. Voltate pagina. Sospendete l'incredulità e abbandonatevi al piacere della paura. Ma ricordate: scorre la morte, su questo fiume. E probabilmente, un volta approdati ai vostri lidi domestici, così intimi, familiari e rassicuranti, non troverete più il coraggio di fissare le tenebre che vi scrutano da oltre la finestra. E in quel caso, mi raccomando: non spegnete la luce." (Stefano Leonforte)

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28 novembre 2017 2 28 /11 /novembre /2017 09:42
Fulvio Viviano, Soffro con un cane. Dialoghi con Nando sull’amore, Il Palindromo, Collana Kalispera, 2016

Soffro con un cane. Dialoghi con Nando sull’amore di Fulvio Viviano (Il Palindromo, Collana Kalispera, 2016) si legge davvero in un soffio leggero. E' a portata di ogni lettore, perché parla ai sentimenti e racconta di un'amicizia forte ed intensa nell'eterno rapporto che rapporto che lega l'Uomo al Cane, ma è - ovviamente - particolarmente adatto ad una platea di "amanti dei cani", di coloro cioè che considerano il proprio cane come un amico alla pari con il quale condividere una parte della propria vita.
Sono esclusi dalla possibilità di potere interagire empaticamente con il diuturno dialogo - profondamente autobiografico - tra Fulvio Viviano e il cane Nando coloro che vedono il cane in maniera utilitaristica oppure coloro che scelgono di legare  sè un cane in sostituzione di qualcosa d'altro mancante nelle proprie vite e che ne divengono dipendenti, forzando il cane in un ruolo che non gli è proprio (ad esempio, nella figura di un bambino assente).
Detto questo, nella tipologia di relazione uomo-cane adombrata dai piccoli dialoghi con Nando, il cane e l'uomo, legati da un rapporto amicale, diventano sempre più simili, dal momento che l'uomo - con il proprio cane stabilisce una relazione empatica in cui si verificano flussi comunicativi alimentati dalla fantasia, ma anche e soprattutto dalla identificazione proiettiva, tenendo anche nel conto che il fatto - per dirla in termini comuni - che il proprio cane diventa in certo modo lo "lo specchio della nostra anima". L'Uomo plasma il Cane a sua somiglianza, ma il Cane influenza in qualche maniera l'Uomo: e - come si dice comunemente - cane e padrone finiscono con l'assomigliarsi: nel bene come nel male, tanto che il cane "feroce" è in realtà un prodotto della ferocia e dell'aggressività degli uomini che li tengono con sé e li trasformano a proprio immagine e somiglianza.
Per non parlare della possibilità di canalizzare le emozioni e di esprimere i sentimenti. In questa capacità, i cani sono autentici maestri di vita: è ciò è confermato dalla tesi di alcuni etologi i quali sostengono che nel corso del processo di domesticazione, il cane abbia nello stesso tempo "domesticato" l'uomo, arricchendo il suo lessico emozionale e la sua capacità di esprimere sentimenti.
Si direbbe, in altri termini, che gli uomini siano divenuti pienamente umani proprio a causa della vicinanza con i cani.
Fulvio parla con Nando, talvolta è Nando a parlare con Fulvio in dialoghi brevi e brevissimi, talvolta fulminanti, ma sempre lievi e delicati: in cui comunque Fulvio rispetta e d° voce alla "caninità" di Nando.
La realtà più dura e difficile accettare del rapporto uomo-cane è che la durata di vita del cane è più breve rispetto a quella umana, sicché il più delle volte il "padrone-amico" ha la consapevolezza che l'arco vitale del proprio cane è a termine: e che quella relazione privilegiata è destinata a finire. Solo di rado un cane sopravvive al prio "padrone": ed è là che si manifestano pienamente le capacità del Cane di provare ed esprimere sentimenti autonomi, come adombrano alcune vicende esemplari realmente accadute e tramandate a future memoria per la loro emblematicità (si veda, ad esempio, il celebre caso di Hachiko).
Proprio per questo spesso i cani meritano pienamente una sepoltura con tutti i crismi sulla quale piangere, rievocare nostalgicamente e portare fiori (e si vedano al riguardo i casi di cimiteri dedicati ai cani di famiglia, come quello che si può visitare a Villa PIccolo di Cala Novella (nei pressi di Capo d'Orlando).
E' il caso di Nando che si avvicina alla fine della sua felice esistenza e che non vorrebbe lasciare il suo Fulvio in un momento esistenziale difficile con il desiderio di vedere il compimento di una relazione sentimentale problematica.
La lettera finale - una sorta di testamento spirituale che Nando scrive per "Osso", che è l'amore tormentato di Fulvio - vale da sola tutto il libro.
Il bello, a sottolineare la natura del rapporto che lega Nando a Fulvio - è che, nel risguardo di copertina dove si trovano solitamente le essenziali notizie biografiche sull'autore, c'è uno spazio specifico dedicato a Nando, al quale viene conferita, dunque, piena dignita autoriale.
Vediamo cosa viene detto di Nando: "Nando Maria ha 15 anni. E' un concentrato di razze, ma come il suo capobranco è affetto dalla Sindrome di Peter Pan. Nel suo caso la Sindrome di Peter Can".

Fulvio Viviano, giornalista e scrittore, è un figlio d'arte. Per vivere fa il cronista e lavora per Sky Tg24. Ma se potesse tornare indietro farebbe il veterinario. Ha all'attivo due libri Fuori tempo Massimo (Vittorietti) e Come la Mentos nella Coca Cola (Imprimatur 2014).In attesa di arrivare alla pensione cerca di godersi la vita come può.

(dal risguardo di copertina) “Soffro con un cane” è un diario di bordo. Dialoghi semiseri tra un eterno Peter Pan e il suo fidato cane Nando. Tra i due il più saggio è, ovviamente, il cane. È lui che dispensa perle di saggezza e dà consigli su come affrontare la vita e il rapporto di coppia. Un rapporto che non decolla. Ma lui, Nando, lo sa che Lei, la Lei del suo padrone, prima o poi arriverà. O almeno questo è ciò che spera, perché lui, purtroppo, ha fatto il suo tempo. E di lasciare solo il suo capobranco non vuole sentirne parlare.
I proventi di questo libro contribuiranno a sostenere il “Rifugio del cane abbandonato” di Palermo.


 

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24 novembre 2017 5 24 /11 /novembre /2017 10:08

Era bianco e aveva gli occhi e la bocca di ghiaia nera, probabilemnte presa dal passo carraio e per braccia due ramoscelli di melo.
- Dio santo, - ansimò.
- E' solo un pupazzo di neve.

Dal sito Einaudi

Jo Nesbø, L'uomo di neve, Einaudi Stile Libero Big, Einaudi, 2017

L'uomo di neve del giallista scandinavo (più specificatamente norvegese) Jo Nesbø (titolo originale: Snømannen, nella traduzione di Eva Kampmann), è stato pubblicato di recente da Einaudi (Stile libero Big, 2017), in concomitanza dell'uscita nelle sale cinematografiche del film che ne è stato tratto. In realtà, la palma della prima pubblicazione in traduzione italiana di quest'opera di Nesbø, uscita in lingua originale nel 2007, è stata della casa editrice Piemme.  L'uscita del film e la sua visione sono stati per me occasione per mettere mano alla lettura del romanzo.
Il film in sé mi é piaciuto, anche se la sua trama mi é risultata un po' aggrovigliata, forse per un eccesso di compressione d'una vicenda narrata nel libro in più di 500 pagine a fitti caratteri.
La lettura, venuta dopo, non è stata dunque per me la stanca ripetizione di una vicenda già nota e privata del fondamentale elemento della suspence, ma è risultata polarizzante ed anche monopolizzante rispetto ad altri libri in cantiere.
Ho avuto modo di notare che alcuni elementi della narrativa sono stati arbitrariamente modificati (proobabilmente per accorciare) e che alcuni personaggi sono stati deliberatamente omessi (sempre per introdurre una necessaria brevità) o semplicemente accennati, ma non delineati a pieno tondo.
La storia scritta - oltre che più appassionante - è più comprensibile e lineare, per quanto complessa, anche perchè vengono esplorati in modo più esaustivo alcuni importanti antefatti.
La suddivisione per capitoli titolati (e datati, sicchè risulta più facile distinguere tra il passato remoto e il presente dell'indagine sui delitti dell'Uomo di Neve) rende molto semplice al lettore l'orientamento e il ritorno ad alcuni momenti preccedenti che possedevano un'importanza cruciale non immediatamente compresa.
Il detective Harry Hole, con un passato tormentato e sull'orlo di una ricaduta nell'etilismo, ha una funzione determinante per via delle competenze di killer profiler, da lui acquisite in USA,nel dipanarsi di una vicenda che con mille vicoli ciechi prosegue sino alla risoluzione finale e all'identificazione dello spietato killer.
La "serie Harry Hole" è la più cospicua nella multiforme ed eclettica produzione letteraria di Nesbø che è autore anche di gradevoli libri per l'infanzia.
Prima lettura di quest'autore, da me pienamente apprezzata, tanto da indurmi a desiderare di leggere anche gli altri giù presente nel "deposito" casalingo delle letture da fare e di procurarmi quelli mancanti all'appello, magari cominciando da quelli che vedono Hole come protagonista.

"Con la prima neve lui ucciderà ancora"
(soglia del testo in prima copertina).

Jo Nesbo (fonte delle foto Wikipedia)

(dal risguardo di copertina)Una notte, dopo la prima neve dell'anno, il piccolo Jonas si sveglia e scopre che sua madre è sparita. La sciarpa rosa che lui le aveva regalato per Natale è avvolta al collo del pupazzo di neve che, inspiegabilmente, quel giorno è apparso nel loro giardino. Ma quando anche una seconda donna scompare nei dintorni di Oslo, i peggiori presentimenti dell'ispettore Harry Hole sembrano prendere davvero corpo. È evidente che si trova a fronteggiare un serial killer per la prima volta in Norvegia.

Sull'Autore. Jo Nesbø (Oslo, 1960) ha giocato a calcio nella serie A del suo Paese, ha lavorato come giornalista freelance, ha fatto il broker in borsa e, last but not least, è uno degli autori di crime più importanti al mondo. Della serie con protagonista l'ispettore Harry Hole, presso Einaudi ha pubblicato: Il leopardo, Lo spettro, Polizia, Il pipistrello, Scarafaggi, Nemesi, Il pettirosso, La stella del diavolo, Sete e L'uomo di neve. Presso Einaudi sono usciti anche i thriller Il cacciatore di teste, Il confessore, Sangue e neve e Sole di mezzanotte. Nella uniform edition in Super ET, con le copertine di Peter Mendelsund, sono finora usciti: Il pipistrello,Lo spettro, Scarafaggi, Il leopardo, Nemesi, La stella del diavolo, La ragazza senza volto, Sole di mezzanotte, Il confessore, Polizia e Il pettirosso.

Leggi l'estratto dei primi capitoli

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23 novembre 2017 4 23 /11 /novembre /2017 09:24
Paolo Maurensig, Vukovlad. Il signore dei lupi, Mondadori 2006

Il tema della licantropia è un classico dell'horror. Ma l'etichetta di genere non sempre fa un un buon servizio agli autori di piccole opere che in sè sono delle ottime prove letterarie, per quanto dotate di un'impronta specifica. Definire gli ambiti letterari in generi è in realtà una pratica quanto mai asfittica e restrittiva che, nella nostra cultura, ancora permeata dell'estetismo crociano, pone in essere una distinzione fondamentale e netta tra letteratura alta (nei paesi anglosassoni, mainstream) e altre letterature di basse rango che, a stento, possono ambire ad un riconoscimento per le loro capacità di intrattenimento ma che non riescono ad ottenere uno statuto di opera dell'ingegno con valenze di pregio intellettuale, taanto che a tanti scrittori "alti" in ambiti accademici non viene perdonata quasi mai la "macchia" di essersi esercitati in lavori "di basso rango", attribuibili a generi destinati alla fruizione da parte del volgo, ma non certo dell'élite intellettuale.
Vukovlad. Il signore dei lupi (breve romanzo o racconto lungo di Paolo Maurensig, pubblicato da Mondadori nel 2006) rientra perfettamente in questa categoria ambigua, ma ricca di esempi autoriali ragguardevoli.
Il romanzo tratta dell'argomento della licantropia, e più in generale dell'eterno conflitto tra il bene e il male e si presenta come un esempio di perfetto connubio tra il canone proprio di questa tipologia di racconti e l'abilità narratia di cui Maurensig ha dota prova eclettica ed interessante, se si guarda alla sua intera produzione lettararia.
Un anziano, tale Emil Ferenczi, si ritrova a raccontare un intenso - e indimenticabile - episodio della sua giovinezza - avvenuto quando era un soldato dell'esercito ungherese in missione in una sperduta località sui monti della Polonia - all'autore che cercherà di trovare con razionalità una spiegazione all'accaduto.
L'incontro avviene in una località clinatica dove entrambi si trovano in vacanza. E il racconto sembra nascere dall'urgenza di affidare in mani affidabili una testimonianza straordinaria e meravigliosa (oltre che inquietante) prima che l'esperienza di cui è oggetto svanisca definitivamente nelle nebbie dell'oblio.
La narrazione di Ferenczi è perturbante e sfocia al suo termine nella leggenda relativa ad un sant'uomo vissuto da monaco in un convento e con la nomea di aver compiuto dei miracoli.
Tutto il racconto, corredato di premessa (l'incontro con la fonte "primaria) e di una epicrisi finale (con tanto di confutazione relativamente alla piena attendibilità della fonte) culmina nel tentativo di trasformare una leggenda paurosa e ominosa in una narrazione positiva ed edificante, che - ciò nonostante - continua a contenere dei suoi lati oscuri ed inquietanti.
Il racconto è denso di quell'atmosfera tipica dei racconti ottocenteschi di genere che riguardano le storie di vampiri e di licantropi ed anche l'ambientazione e il linguaggio scelto dall'autore sono perfettamente consoni.
Tutta l'ambiguita del nucleo narrativo risiede nel titolo: infatti, "Vukovlad" significa "Signore dei Lupi", e cambiando semplicemente la consonante finale diventa "Vukovlak" che invece significa tout court "licantropo".
Insomma, mi è piaciuto. Una lettura veloce che si beve com un buon vino vecchio.
Dopo aver finito di leggere il corpo centrale della storia e l'epicrisi finale, conviene dare una rilettura alla premessa per riannodare i fili dei due livelli su cui si muove l'intreccio.
Per me una lettura tardiva rispetto alla data di acquisto del volume: comprato appena uscito in libreria nel lontano 2006, è rimasto in standby sino ad oggi.
Il volume non èiù in catalogo è ancora reperibile usato su libraccio.it

(Dal risguardo di copertina). Nell'agosto del 1939, Emil Ferenczi si trova sui monti Tatra, in Polonia, per fronteggiare l'imminente invasione nazista come sottufficiale dei Cacciatori Ungheresi. Nel corso di lunghe marce attraverso una natura selvaggia e ostile, all'apprensione per la concreta minaccia del nemico si intrecciano, in un oscuro crescendo, atavici timori superstiziosi. Alla loro origine, una serie di scomparse e delitti che sono forse l'opera di una bestia spaventosa. La creatura, però, sembra avere i tratti del margravio di quelle terre, Vukovlad. Maurensig si muove sul crinale ambiguo del genere fantastico, costruendo un romanzo nel quale gli eventi si succedono sulle prime con rigore, come il lucido incedere di un cavallo degli scacchi, per poi frangersi subito dopo, travolgendo con sé il lettore nell'alternarsi continuo di logica e superstizione, razionalità e soprannaturale. E l'ambientazione alle soglie della Seconda guerra mondiale innesta, con uno straniamento di grande impatto, i più antichi, ancestrali orrori sul tronco del male della storia.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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