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25 febbraio 2018 7 25 /02 /febbraio /2018 07:45
Michael Connelly, La Svolta, Piemme, 2012

Mickey Haller, avvocato della difesa - il famoso "Lincoln Lawyer" al centro di altri legal thriller di Michael Connelly, in questo romanzo del 2010 (La Svolta, con titolo originale inglese - più significativo - "The Reversal"), pubblicato in Italia da Piemme nel 2012, viene convinto ad accettare un incarico come Avvocato della pubblica accusa in un procedimento penale in cui Jason Jessup, che ha già scontato 24 anni di carcere per aver rapito e ucciso una ragazzina adolescente, deve essere processato per lo stesso crimine poichè un campione contenente liquido seminale raccolta dai vestiti della vittima e analizzato con le moderne tecniche di campionatura del DNA parrebbe scagionarlo. Il caso è intricato e difficile: potrebbe rivelarsi una bomba "politica", poichè nel caso del riconoscimento di una sua non colpevolezza Jessup potrebbe intentare una causa alla California per ottenere un oneroso risarcimento per via degli anni trascorsi in carcere. E' questo il motivo per cui la scelta di rappresentare lo Stato della California cade su Haller, idoneo ad apparire (e ad essere) del tutto indipendente rispetto ad eventuali pressioni di natura politica. Haller accetta l'incarico, a condizione di essere affiancato per le indagini relative al caso (tutto da rifare, non è sufficiente riesumare il fascicolo processuale precedente) da Harry Bosch, altro protagonista insdiscusso di una fortunata serie di romanzi pure scritta da Connelly, alla luce delle sue dettagliate conoscenze sia del modus operandi della LAPD sia dei casi più eclatanti di cronaca nera di cui egli stesso era abile cronista. Anche Bosch (che, tra l'altro, come si è scoperto in un precedente romanzo in cui le traiettorie di vita dei due si sono incrociate, è fratellasto di Haller) è un duro, non facilmente manipolabile: è un investigatore che vuole andare sino in fondo alla ricerca della verità e che pone al vertice dei suoi valori morali quello di consegnare i colpevoli alla giustizia, anche quando - per ragioni di popportunità - si ritrova ad essere ostacolato dai suoi superiori nella scala gerarchica del Dipartimento. Haller chiede inoltre di essere affiancato da un secondo di valore che è l'ex moglie, anche lei giudice dell'accusa, Maggie McPherson, conosciuta nelle aule di giustizia come "Maggie la Spietata" per via della sua inflessibilità.

Haller dovrà vedersela con un agguerrito avvocato della difesa, in questo caso suo ex collega, Clive Royce, conosciuto come Clive l'Astuto. Nella fase della preparazione processuale e a processo iniziato non mancheranno i colpi bassi e i tentativi di demolire la teoria dell'accusa, che cioè anche in questo nuovo processo Jessup debba essere giudicato come colpevole.

L'intreccio procede quindi con una serie di continui colpi di scena giudiziari (che, ancora una volta, introducono il lettore, nel mondo della Aule di Tribunale americano, con procedure per alcuni versi così differenti da quelle europee), ma nello stesso tempo si possono seguire le indagini collaterali di Bosch, impegnato con dedizione alla ricerca di testimoni che possano avere qualcosa di nuovo da dire e dei vecchi, fondamentali, testimoni, ma anche sul fronte delle stranezze comportamentali di Jessup che, indubbiamente, sta tramando qualcosa.
E, ovviamente, più di questo non si può dire per evitare di rovinare il piacere della lettura.
E' un libro per chi ama leggere i romanzi di Michael Connelly, indubbiamente, e ne conosce a fondo l'universo narrativo e gli stilemi.
A chi non avesse letto nessuno dei suoi romanzi consiglierei, tuttavia, di affrontare la lettura prima di alcuni dei primissimi romanzi che vedono Harry Bosch come protagonista.

(Dal risguardo di copertina) Mickey Haller, avvocato della difesa da vent’anni, riceve dal procuratore della contea di Los Angeles l’insolita richiesta di guidare l’accusa in un caso di omicidio. Il presunto assassino, Jason Jessup, dopo ventiquattro anni trascorsi in carcere con l’accusa di aver ucciso una ragazzina, sta per essere scagionato grazie a un recente esame del DNA. Convinto invece della sua colpevolezza, Haller accetta l’incarico, ma vuole accanto a sé il detective Harry Bosch, per trovare le prove che consegnino definitivamente alla giustizia il criminale. Ma il compito è tutt’altro che facile e il loro cammino è intralciato da un’infinità di ostacoli: Clive Royce, l’avvocato difensore di Jessup, abilissimo manipolatore, lo stesso Jessup, che li sfida di continuo, sicuro com’è di cavarsela, e soprattutto una testimone in fuga, che si è lasciata alle spalle l’atroce vicenda e ha fatto perdere le sue tracce. Insieme i due si battono per far luce su un crimine che non può restare impunito e per incastrare l’assassino prima che colpisca di nuovo, prendendo di mira ciò che hanno di più caro. Perché entrambi, al momento, hanno una sola certezza: che il killer ucciderà ancora.

L'autore. Michael Connelly è considerato una delle più grandi star della narrativa americana e raggiunge il primo posto in classifica con ogni suo nuovo romanzo.

I lettori italiani lo hanno accolto con entusiasmo fin dal primo libro pubblicato, Debito di sangue da cui è stato tratto un film diretto e interpretato da Clint Eastwood. I lettori hanno poi imparato a conoscere il detective Harry Bosch, indimenticabile protagonista di molti suoi thriller, tra cui Il ragno, vincitore nel 2000 del Premio Bancarella. In anni più recenti, Connelly ha ideato un nuovo riuscitissimo protagonista, Mickey Haller, che svolge la sua attività dal sedile posteriore di una Lincoln, oltre che in tribunale, e che, nella riduzione cinematografica di The Lincoln Lawyer, ha il volto noto di Matthew McConaughey. Connelly è stato spesso in Italia, tra le presenze eccellenti di numerosi festival: il Festivaletteratura a Mantova, il Noir in Festival a Courmayeur, dove gli è stato conferito il Raymond Chandler Award, e il Festival Internazionale delle Letterature a Roma.
Nel 2016 è stata trasmessa in Italia la serie televisiva Bosch, di cui Connelly ha curato la sceneggiatura.
Tra i suoi ultimi romanzi pubblicati in Italia da Piemme: La strategia di Bosch, Il passaggio, Il dio della colpa
Il passaggio, in particolare, ha segnato il ventesimo "compleanno" di Harry Bosch.

 

 

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23 febbraio 2018 5 23 /02 /febbraio /2018 09:47
Un omaggio fotografico alla storia che, quando ero piccolo, mio padre mi leggeva sempre e che sempre mi affascinava ed inquietava allo stesso tempo.
Un omaggio fotografico alla storia che, quando ero piccolo, mio padre mi leggeva sempre e che sempre mi affascinava ed inquietava allo stesso tempo.
Un omaggio fotografico alla storia che, quando ero piccolo, mio padre mi leggeva sempre e che sempre mi affascinava ed inquietava allo stesso tempo.
Un omaggio fotografico alla storia che, quando ero piccolo, mio padre mi leggeva sempre e che sempre mi affascinava ed inquietava allo stesso tempo.

Un omaggio fotografico alla storia che, quando ero piccolo, mio padre mi leggeva sempre e che sempre mi affascinava ed inquietava allo stesso tempo.

La storia de Il PIfferaio di Hamelin mi è sempre piaciuta. Mio padre soleva leggermela (dando ampio spazio alla recitazione, così da far emergere anche con la voce, con la mimica e con la gestualità i diversi personaggi) da un libricino illustrato che lui stesso mi aveva regalato. Io ne ero affascinato, ma anche spaventato.
E tutte le mie emozioni si riversavano sempre su quel povero bambino che, per essere claudicante, non riesce a tenere il passo con tutti gli altri bimbi e rimane escluso per sempre dalle false delizie promesse dalla musica ammaliante del pifferaio. Naturalmente, c'era anche lo sdegno nei confronti della dubbia onesta del Podestà e dei suoi consiglieri che si rifiutano di dare al Pifferaio il compenso pattuito e che poi, a causa di ciò, vengono duramente puniti.

Il titolo originale della storia (di origine germanica) è molto più prosaico e nella traduzione suonerebbe come "Il Cacciatore di topi di Hamelin". La magia del titolo della storia è rispecchiata invece nella lingua inglese (compresa la traslazione poetica fattane da Robert Browning) e in italiana. In Inglese vi è in più la nota di colore che manca nel titolo italiano: "The Pied Piper of Hamelin".

Il pifferaio di Hamelin (in tedesco Der Rattenfänger von Hameln, letteralmente Il cacciatore di topi di Hameln) è il soggetto di una leggenda tedesca ambientata nella città di Hameln o Hamelin, in Bassa Sassonia. È anche nota come Il pifferaio magico o titoli similari.
Nella sua versione base, che fu oggetto di trascrizione dei fratelli Grimm e messa in poesia da Wolfgang Goethe e dall'inglese Robert Browning, narra di un suonatore di piffero (dotato di magivi poteri) che, su richiesta del Borgomastro, allontana da Hamelin i ratti al suono del suo strumento; quando la cittadinanza rifiuta di pagarlo per l'opera, questi si vendica irretendo i bambini del borgo al suono del piffero e portandoli via con sé per sempre (a quanto pare, il suono evoca in coloro che lo ascoltano, delle visioni sinestesiche di cose, luoghi, cibi estremamente attraenti, cibo per i topi e una specie di Paese di Bengodi per i bambini, inducendo in essi uno stato di trance che, letteralmente li rapisce, sino alla loro rovina e al loro annientamento. I topi che infestavano Hamelin annegano tutti. I bambini invece vengono inghiottiti dalla montagna. In emntrambi i casi, tuttavia, rimane un testimone che ha subito l'attrazione del piffero magico, ma non ha potuto camminare lestamente come tutti gli altri : entrambi i sopravissuti rimarrano per sempre con la nostalgia di quelle visioni seducenti.
La leggenda del pifferaio nacque intorno alla seconda metà del XIII secolo e parrebbe correlata alla peste che imperversava in Germania in quel periodo, il cui agente, il bacillo Yersinia pestis, trovava un efficace vettore nel ratto (roditore anche noto come «pantegana»). Un'altra possibile origine della leggenda parrebbe essere il repentino abbandono della città da parte di circa 130 ragazzi, probabilmente emigrati per andare a lavorare altrove nel Paese. Meno probabile appare essere una teoria secondo la quale i giovani abitanti di Hameln sarebbero morti in blocco per via di un'inondazione o, ancora, rapiti da qualche setta o annegati nel fiume Weser.

 

Helen McCabe, Piper. Il Pifferaio Magico, Leone Editore, 2014

Di recente, mi è capitato di leggere un romanzo che rivisita la storia del Pifferaio di Hamelin in chiave horror e che è a tutti gli effetti un pmaggio al poema di Robert Browning che, in calce alla storia, viene riportato per esteso.
Si tratta di Piper. Il pifferaio Magico di Helen McCabe, pubblicato da Leone nel 2014 (collana Mysteria).
Qui, il Pifferaio diventa un essere che sopravvive ai secoli, risvegliandosi periodicamente per andare in caccia di nuove prede, e muovendosi sempre in compagnia di temibili e mordaci topi dai denti aguzzi.
E gli elementi de Il Pifferaio magico, trasposti nell'inquietante figura di Diep Koppelberg, ingaggiato da una scuola americana per bimbi disabili, ci sono tutti.

(Dal risguardo di copertina) Arva, Romania: la giovane Anka Petrescu muore in circostanze misteriose, e le indagini della polizia si scontrano con il muro di silenzio degli abitanti del villaggio. Chi è l'assassino, e quali antichi, orrendi riti si tramandano di generazione in generazione ad Arva? Sunny Mead, Stati Uniti: la famiglia Durrant accoglie Diep Koppelberg, affascinante insegnante di musica dal talento prodigioso, quasi magico, ma dal passato oscuro. Un misterioso individuo trama nell'ombra, una presenza inquietante che sconvolge le vite degli sfortunati che capitano sulla sua strada.
 

E naturalmente la Storia del Pifferaio Magico non potè non sollecitare l'estro creativo di Walt Disney

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15 febbraio 2018 4 15 /02 /febbraio /2018 08:52
Salvatore Migliore, I diritti delle persone con fragilità nelle sentenze della magistratura e nelle proposte organizzative e finanziarie

A Palermo, lunedì 19 febbraio 2018, alle ore 15.30, nella sala convegni "Lanza" dell'Orto Botanico (in Via Lincoln n. 2), avrà luogo la presentazione del nuovo saggio scritto da Salvatore Migliore, dal titolo: "I diritti delle persone con fragilità nelle sentenze della magistratura e nelle proposte organizzative e finanziarie". L'incontro sarà una preziosa occasione per confrontarsi su rapidi interventi politico-amministrativi in modo che la Regione Siciliana possa garantire al meglio i diritti dei disabili.
Fra gli altri interverranno anche gli assessori regionali Armao e Lagalla.
La presentazione del volume di Salvatore Migliore, inoltre, potrà servire sia ad un rilancio dell'attenzione culturale ai temi della disabilità, sia ad un'inversione di tendenza pratica, concreta, reale, dell'atteggiamento degli organi istituzionali nei confronti delle persone con disabilità e dei loro familiari.

 
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12 febbraio 2018 1 12 /02 /febbraio /2018 08:56

Lavie Tidhar non è uno scrittore da mezze misure ... ricorda il primo Philip K. Dick

The Guardian

Lavie Thidar, Wanted (Osama), Gargoyle Editore, 2013

Wanted di Lavie Thidar (il cui titolo originale è Osama, nella traduzione di Lorenzo Vetta e Alessandra Campanozzi), è uno degli ultimi titoli comparsi nel corso del 2013 nel catalogo della Gargoyle, prima che chiudesse i battenti di una onorevole e meritoria attività, per quanto molto specializzata. Wanted viene definito un thriller, ma è in realtà un romanzo rispondente ai parametri della cosiddetta "slipstream", cui vengono ascritte opere letterarie di narrativa fantastica a cavallo dei confini che separano le convenzioni di un genere da quelle di un altro o altri, e che pertanto non si possono agevolmente collocare nei confini di uno solo di essi, si tratti di fantascienza o di fantasy rispetto alla narrativa cosiddetta mainstream (nel senso di "narrativa convenzionale e maggioritaria", priva di elementi fantastici).

La trama narrativa si muove in un piano temporale (o per meglio dire in una dimensione parallela) in cui non c'è stato il fenomento del terrorismo fondamentalista (e dove, dunque, non si sono verificati i grandi attentati che hanno funestato il l'inizio del XXI secolo.
Un mondo sovrappopolato è inondato dai romanzi pulp di un certo Mike Longshott, nei quali (in particolar modo nella serie spionistica Vigilante) si introduce come personaggio fantastico Osama Bin Laden. Solo in questa realtà letteraria è avvenuto il crollo delle Twin Towers (ed una serie di altri eventi nefasti).

Joe, il protagonista, è un investigatore privato con un'attività sonnolenta e certamente non rigogliosa. Viene ingaggiato da una giovane donna perche si metta sulla tracce dell'autore della serie Vigilante, e perchè faccia ciò la sua committente gli garantiscedei fondi pressocchè illimitati per far fronte alle spese necessarie.
Joe prende coscienziosamente ad indagare, inseguendo le esili tracce di un personaggio che si rivela essere sempre più misterioso ed inafferabile, mentre altri (la cui identità rimane altrettanto misteriosa) cercano di ostacolarlo e dissuaderlo.
In questo percorso, la ricerca di Joe divine sempre più onirica con continui spostamenti da Vientiane (dove è ubicato il suo ufficio) a Parigi, Londra e New York, con un mistero che si va infittendo sempre di più, sino a quando la verità inquietante (e, per Joe, sconvolgente) non comincia ad affiorare.
Ai capitoli che riguardano la vicenda di Joe, si intercalano dei brevi inserti che sono delle vere e proprie citazioni dei romanzi di Mike Longshott e che, appunto, descrivono quegli attentati che nel mondo di Joe non sono mai avvenuti.
Il ritmo è incalzante e l'idea di base è buona, tanto che il romanzo di Thidal ha conquistato nel 2012 il World Fantasy Award for Best Novel, spuntandola contro due big del calibro di Stephen King e George R. R. Martin.

 

(dal risguardo di copertina) Joe è un detective privato alla vecchia maniera e vive in un mondo in cui gli attacchi dell'11 settembre non sono mai avvenuti, anzi fanno parte della realtà immaginaria di una famosa serie di romanzi che hanno come protagonista la figura, altrettanto immaginaria, di Osama bin Laden. Un giorno Joe riceve la visita di una misteriosa donna, che lo ingaggia per trovare proprio Mike Longshott, l'autore di quei libri; inizia così un'avventura paradossale fra Laos, New York, Londra, Parigi e, ovviamente, Kabul. Man mano che l'indagine di Joe progredisce, le cose si fanno sempre più strane e le certezze del detective cominciano a trasformarsi in lancinanti dubbi, tanto da portarlo a non essere più sicuro nemmeno della sua stessa identità. Così, in un mondo senza terrorismo globale, Joe si ritrova ad affrontare nemici oscuri che cercano di impedirgli di scovare la verità che sta sotto a quella che lui ha sempre considerato la realtà. "Wanted" è un romanzo dai contorni noir in cui i confini fra reale e immaginario si confondono, in cui il thriller internazionale si tramuta in storia alternativa, e in cui Lavie Tidhar delinea uno sconcertante ritratto dei nostri tempi.
 

Lavie Thidar

L'autore. Lavie Tidhar (in ebraico: לביא תדהר‎?) (Afula, 16 novembre 1976) è uno scrittore israeliano la cui opera spazia fra numerosi generi, fra i quali la fantascienza, il fantasy e lo slipstream.
Il suo romanzo Wanted (Osama) ha vinto il World Fantasy Award for Best Novel del 2012, battendo i romanzi di due big, nientemeno che 22/11/'63 di Stephen King e A Dance with Dragons di George R. R. Martin.
Il suo romanzo Wolf (titolo originale: A Man Lies Dreaming) ha vinto il Jerwood Fiction Uncovered Prize, nella categoria Best British Fiction.
Tidhar è cresciuto nell'atmosfera comunitaria di un Kibbutz israeliano. All'età di 15 anni ha iniziato a viaggiare molto, ed ha sfruttato le sue esperienze di viaggio in molte sue opere.
Da ragazzo, volendo scrivere una ricerca sugli autori di fantascienza israeliani, scoprì che non ve n'era nessuno.
Ha vissuto a lungo in Gran Bretagna e Sud Africa, ma anche in Laos e Vanuatu. Nel 2013 Tidhar viveva a Londra.

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30 gennaio 2018 2 30 /01 /gennaio /2018 09:58

Conosce tutto di te. Vede ogni tuo gesto. Quello che non sai è se vuole proteggerti o farti del male.

Dalla quarta di copertina di "Io ti Controllo"

Gina Wohlsdorf, Io ti contrtollo, Einaudi, 2017

Presupposto della sicurezza (nel senso del termine inglese "security", ovvero la protezione da atti intenzionali che potrebbero ledere cose o persone), oggigiorno, è il controllo totale (o comunque sempre più capillare) dell'ambiente. E come si sa la Sicurezza è divenuta una delle ossessioni del XXI secolo. Anche se è ben noto che qualsiasi misura di sicurezza, anche la più sofisticata prima o poi può essere elusa.
A partire dal problema della sorveglianza dei carcerati nelle prigioni, gli uomini si posero presto il problema del controllo, senza dover ricorrere necessariamente ad uno stuolo di guardiani, inmpegnati in estenuanti turni di guardia.
A risolvere questo problema arrivò il britannico Jeremy Bentham, un filosofo e giurista "utilitarista", che con il suo dispositivo architettonico (ma in primis filosofico) il cosiddetto "Panopticon" (o "Panottico").
Si tratta di un dispositivo carcerario in base al quale i guardiani stavano in una struttura architettonica centrale (avendo tra l'altro la possibilità di entrarne e uscirne non visti, mentre i detenuti erano alloggiati in edifici connessi a quello centrale in modo tale che tutto fosse in corrispondenza visiva da parte dei guardiani. In una struttura siffatta i prigionieri, all'interno dei loro bracci, avevano una relativa libertà di movimento. La struttura panottica, tra l'altro, consentiva degli interventi immediati laddove sorgessero dei problemi.
Il filosofo francese Michel Foucault si interesso molto del dispositivo panottico nel suo studio sulle istituzioni totali manicomiali e carcerarie in particolare (si veda, ad esempio, il suo saggio "Sorvegliare e punire. La nascita della prigione", Einaudi).
Prima di Michel Foucault e delle sue teorizzazioni sui dispositivi di sorveglianza e, eventualmente, di punizione, ci fu George Orwell con la sua utopia negativa (ispirata allo stalinismo di quegli anni), 1984, nella quale Il Grande Fratello (e chi per lui) può seguire capillarmente ogni cittadino, avendo la facoltà di interloquire con lui e di interferire con le sue azioni, fermandolo (e punendolo) oppure attivando su di lui delle procedure di ricondizionamento che ne assicurino la sottomissione, laddove egli manifesti deviazioni comportamentali rispetto alla regola o esca dal solco del conformismo prescritto.
Nel campo della narrativa di intrattenimento abbiamo su questa falsariga un pregevole esempio nel romanzo di Ira Levin, Scheggia (titolo originale: Sliver), da cui fu tratto un film avvincente con titolo omonimo (Sharon Stone protagonista: in questo racconto, il proprietario di uno stabile tiene sotto stretto controllo per mezzo di un sistema segreto di videocamere a circuito chiuso tutti i suoi inquilini e ciò al fine di soddisfare i suoi impulsi da psicopatico ed assassino che, prima di compiere le azioni più efferate, vuole essere, sotto un certo punto di vista come un dio che sa tutto delle sue vittime potenziali, fin nei più minimi dettagli

 

George Orwell, 1984

Oggi, il dispositivo di Bentham è dovunque: viviamo in un mondo panottico, in cui l'occhio vigile di sempre più telecamere a circuito chiuso ci tiene d'occhio e ci registra nelle nostre azioni quotidiani: e di ciò talvolta siamo avvisati preventivamente, talaltra no.
Nulla sfugge alla registrazione continua. E tutto ciò è ovviamente - in una società di liberi cittadini (apparentemente) - all'insegna della tutela della sicurezza degli stessi individui e del contesto sociale più ampio, ma è nello stesso tempo un elemento indubbio di forte limitazione delle libertà personali e della privacy, valori a cui viene richiesto di rinunciare in cambio della "sicurezza".
Io stesso ne ho sperimentato una tipologia "soft" per così dire, ma che a quei tempi (fine anni Settanta) all'avanguardia. Ero alla scuola di specializzione di Milano guidata da un cattedratico bravo e accogliente nei confronti delle modalità più moderne - "scientifiche" - di far psichiatria, ma nello stesso ambizioso e affamato di potere. L'edificio dove mi trovavo ospitava una divisione di Pschiatria d'urgenza per quei tempi decisamente all'avanguardia perchè la Riforma psichiatrica italiana non era stata ancora attuata. Bene, il "Capo" aveva equiggiato tutte le stanze con un sistema di altoparlanti e microfoni incorporati nelle pareti di ogni stanza: con questi dispositivi la cui attivazione/disattivazione poteva essere governata soltanto da lui (all'interno della sua stanza dove si trovava la complessa centralina rice-trasmittente) egli non soltanto poteva ascoltare tutte le conversazione (senza che si sapesse mai quando era in ascolto, oviamenter), ma poteva interferire con le conversazioni in corso o poteva convicoare con urgenza chiunque dei suoi collaboratori nella Stanza del Comando. E queste chiamate, ovviamente, erano molto temute. Nello stesso il fatto di sapere che in qualsiasi istante egli potesse essere in ascolto faceva sì che, sempre, si cercasse di essere molto misurati con le parole e ligi ai compiti istituzionali assegnati a ciascuno.
Insomma, un'applicazione - apparentemente a fin di bene - delle strategie del Grande Fratello e sicuramente al servizio della paranoia del potere.

Io ti Controllo di  Gina Wohlsdorf (con il titolo originale "Security. A Novel", nella traduzione  di Alfredo Colitto), pubblicato da Einaudi nel 2017 (Collana Stile Libero Big) parla proprio di questo.
In un grande avveniristico albergo di lusso per VIP, il Manderley Resort, dotato di tutte i possibili e immaginabili confort, ma anche di un imponente apparato di sorbeglianza che abbina il principio della sicurezza a quello delle massime garanzie della privacy, a due giorni dall'inaugurazione fervono i preparativi. Solo il personale dell'hotel al completo è presente per comnpletare i lavori in vista della grande festa d'esordio.
E, intanto due killer spietati - di cui uno, indubbiamente, fortemente psicopatico - vanno uccidendo ad uno ad uno i membri dello staff. Non si sa - e non si saprà - chi siano i loro mandanti e perchè mettano in scena questa sequenza di efferati delitti. Lo fanno e basta. Vengono solo ventilate, in corso d'opera, possibili ipotesi. Ma non è questo quello che conta: cio, il sapere perchè fanno quello che fanno. Cò che conta è l'incalzare degli eventi che si susseguono come se fossero presentati ed esposti nei dettagli da un narratore che sembra essere onnisciente.
Questo è tutto quello che si può dire d'una trama avvincente ed incalzante, senza rovinare il piacere della lettura.
Il montaggio narrativo con i suoi frequenti cambiamenti di scena e, in alcuni casi, con la scrittura di eventi che si svolgono in contemporanea con l'introduzione di parti di pagina screitte a due o a tre colonne, ha un suo perchè ed è sempre meglio comprensibile alla luce di indizi continuamente sparsi nel testo e delle rivelazioni finali, sino alla conclusione, felice per i due protagonisti ma devastante per il resto dello staff e forse anche per il futuro dell'Hotel. E solo alla fine si comprenderà pienamente il perchè della particolare titolazione che è stata data ai singoli capitoli.
Si tratta indubbiamente di una prova narrativa che meriterebbe di essere trasformata in film, in un thriller dalle tinte forti e dal ritmo incalzante.

(nota nel risguardo di copertina) Due assassini si muovono per i corridoi vuoti di un albergo di lusso, tra stanze impeccabili e sale silenziose e sfolgoranti, dove tutto è pronto per un'inaugurazione che non avverrà mai. Perché, a uno a uno, i membri dello staff vengono isolati e uccisi. E prima che la notte finisca, mentre i superstiti lottano per la vita, si farà strada una verità inquietante: al Manderley Resort c'è sempre qualcuno che guarda.
Mancano solo quattro giorni alla serata di apertura del Manderley, l'hotel piú esclusivo del mondo. Il prestigioso resort sul mare offrirà ai suoi fortunati clienti il massimo in termini di lusso e sicurezza. Tessa è la persona incaricata dell'organizzazione e, nonostante l'arrivo inaspettato e spiazzante di Brian, il suo amico d'infanzia, ogni cosa sembra andare per il meglio. Ma due killer con il volto coperto iniziano a eliminare in maniera sistematica i membri del personale sotto gli occhi impassibili di centinaia di telecamere. Chi li manda? Cosa vogliono? E perché la Security non interviene? Tessa e Brian dovranno usare tutta la loro intelligenza e il loro coraggio per uscire vivi da quel luogo di sogno che si è trasformato in una trappola.
L'Autrice. Gina Wohlsdorf è nata a Bismarck, in North Dakota, e si è laureata all'Università di Tulane prima di prendere un MFA in scrittura creativa all'Università della Virginia. Io ti controllo è il suo primo romanzo.

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25 gennaio 2018 4 25 /01 /gennaio /2018 08:14
Folco Terzani, Il Cane, il Lupo e Dio, Longanesi, 2017

Il Cane, Il Lupo e Dio, di Folco Terzani (Longanesi - collana La Gaja Scienza - edito nel 2017), accompagnato dalle splendide illustrazioni, di cui alcune a doppia pagina, di Nicola Magrin, è un'opera che incanta, ammaestrando nello stesso tempo.
E' storia di avventura per alcuni versi che rimanda a storie note ed amata, quali - tanto per citare esempi illustri - Zanna Bianca o Il Richiamo della Foresta, ma si pone nello stesso come metafora ed allegoria. O anche la si può leggere come romanzo di formazione che si trova ad ad avere come protagonista un cane solo e abbandonato: il Cane.
Già! Tutta la storia comincia con un abbandono e una perdita indicibile, il crollo di un intero mondo fatto di sicurezze ma anche di confini ristretti e ben delimitati. E si sa che la crisi, il punto di rottura dovuto ad una perdita o a un inatteso lutto, può innescare dei processi di cambiamento. Crolla un mondo e occorre mettersi a ricostruire, in un certo senso.
A partire dall'abbandono, si snoda per il Cane un viaggio sorretto da una visione potente ed ineffabile, lungo l'Antica Via, sino alla sfuggente Montagna della Luna.

Potrebbe essere anche, per questo motivo, una parabola su quello che potrebbero le nostre vite.
E, nello stesso tempo, vi è - come filo conduttore - la filosofia del ritorno alla natura come strumento unico per avvicinarsi al Divino immanente nelle cose, per raggiungere un abbraccio con l'Universo intero con le sue pulsazioni e con la sua armonia: una visione olistica che non può essere appresa attraverso un insegnamento teorico impartito da terzi, ma conquistata faticosamente passo dopo passo attraverso l'immersione nella wilderness e l'esposizione a situazioni estreme e metabolizzata in modi originali e personalissimi nel mix con l'insieme delle proprie esperienze di vita.
E ovviamente questo percorso è realizzabile non casualmente, ma soltanto se è sorretto da una forte "vision", da un "sogno" che spinge ad andare avanti in un'inesausta cerca in cui si è soli fondamentalmente, anche se è possibile l'incontro con temporanei maestri ai quali spetta solo il compito di indicare possibili direzioni, ma mai la Via: trovare la propria Via è una faccenda assolutamente individuale.

E' - ancora - una storia sulle mete che ci poniamo e che vogliamo a tutti i costi raggiungere, anche se molti sono gli inceppi lungo la via e gli ostacoli da superare: e, quindi, è anche una grande metafora del nostro pellegrinaggio attraverso la vita.
Questo libro - per tutti questi elementi - può essere letto su molteplici livelli e, indubbiamente, potrebbe piacere a tutti, anche agli ultrarunner e a coloro che coltivano il raggiungimento di mete estreme.

(nota editoriale nel risguardo di copertina) Il Cane, da sempre abituato alle comodità e sicurezze della vita domestica, si ritrova improvvisamente abbandonato per strada, convinto che senza il suo amato padrone non riuscirà a sopravvivere. Appare allora un Lupo misterioso che lo condurrà alla scoperta della natura selvaggia che la città nasconde e proibisce. Comincia così un lungo pellegrinaggio, un viaggio iniziatico verso nord in compagnia di un branco di lupi, attraverso grotte, cascate, boschi, monti e tempeste di fulmini. Per sopravvivere, il Cane imparerà suo malgrado a cacciare e sarà costretto ad affrontare moltissimi pericoli, sino all’arrivo alla bianchissima Montagna della Luna dove, immerso nella luce accecante dei ghiacciai, dovrà finalmente confrontarsi con la domanda più grande di tutte.
In una straordinaria armonia di parole e immagini, una storia semplice e profonda sulla natura, l’amicizia e il senso del divino.

 

Folco Terzani, Il Cane, il Lupo e Dio, Longanesi, 2017

 

L'Autore. Folco Terzani, scrittore e documentarista, è nato a New York nel 1969 ed è cresciuto in Asia. Si è laureato a Cambridge e ha frequentato la New York University film School. Ha lavorato per quasi un anno alla Casa dei Morenti di Madre Teresa di Calcutta,
esperienza dalla quale ha tratto il documentario Il primo amore di Madre Teresa.
Nel libro La fine è il mio inizio (Longanesi, 2006) ha raccolto le sue ultime conversazioni con il padre Tiziano, a partire dalle quali ha poi scritto la sceneggiatura dell’omonimo film con Bruno Ganz ed Elio Germano. Nel 2013 ha pubblicato A piedi nudi sulla terra e, nel 2017, Ultra (con Michele Graglia).

Raramente mi è capitato di navigare una scrittura così lucida ed essenziale e mi auguro che un libro così prezioso possa presto diventare un classico nelle nostre scuole.

Il Manifesto

Il Cane, il Lupo e Dio. Una grande allegoria del nostro pellegrinaggio attraverso la vita
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18 gennaio 2018 4 18 /01 /gennaio /2018 09:31

Palermo si può raccontare attraverso la sua storia più celebre, attraverso le sue bellezze artistiche famose in tutto il mondo. Ma si può raccontare anche, come fa Ceraulo, attraverso le esistenze e gli aneddoti della gente che ci vive e ci ha vissuto.
Le città, infatti, sono fatte delle loro storie...
Quelli raccontati in Palermo nascosta ...non sono eventi tali da far costruire monumenti o lapidi, quanto aneddoti che lasciano piccole cicatrici, segnali sbiaditi, rughe: tutti insieme delineano l'espressione più intima della città.

Dalla prefazione di Alli Traina

Fabio Ceraulo, Palermo nascosta, Dario Flaccovio Editore 2012

Leggendo il volume di Fabio Ceraulo, palermitano DOC, dal titolo Palermo nascosta (Dario Flaccovio Editore, 2012) pieno di storie e aneddoti su una Palermo inedita e poco conosciuta, non si può non pensare a quel grande conoscitore (il più grande, forse) di Palermo che fu Rosario La Duca, il quale - grande storico di Palermo e studioso, teneva una rubrica settimanale  sul Giornale di Sicilia dal titolo "La Città perduta", articoli che poi confluirono in una serie di volumi, in cui i sinogoli capitoli erano corredati di foto e di piantine, all'occorrenza. Fabio Ceraulo si pone esattamente in quella tradizione e in quel solco che è quello di raccontare Palermo, le sue cose nascoste, i suoi aneddoti e le sue storie: tutte cose che, senza questo sforzo, andrebbero sicuramente perdute, a meno di non sobbarcarsi a faticose e laboriose ricerche in archivio.
Le storie raccolte da Fabio Ceraulo si pongono, tuttavia, secondo una prospettiva lievemente diversa dal vertice di osservazione di Rosario La Duca. Questi andava alla ricerca di tracce della memoria da storico e le immortalava nei suoi documentatissimi articoli, facendo riferimento, la dove serviva, a preziose fonti scritte o di altro genere. Fabio Ceraulo, invece, si pone il compito di tramandare, fissandoli sulla carta, dei racconti orali, raccolti da conoscenti, amici  e parenti e da quanti abbiano voluto condividere ciò che era di loro conoscenza. Ma entrambi, sicuramente, pur nella differenza di prospettiva sono animati da una forte passione per la loro città (per non parlare di  u'attitudine esplorativa e di instancabile curiosità).

Il volume di Ceraulo è suddiciso in tre parti che sono "Spiriti e sortilegi" (con un'attenzione a fatti e misteri venati di occultismo e parapsicologia),  "Memorie di Guerra" (che raccoglie testimonianze dei tempi della guerra) e e, infine, "Anime Palermitane" su persone protagonisti di piccole storie quotidiane o di fatti memorabili.

Dice l'Autore, nella sua premessa: "Questa raccolta di aneddoti su Palermo nasce dalla mia passione per la città in cui sono nato e vivo. Mi piace aggirarmitra vicoli, piazze e mercati per scoprirne i tesori e le magagne, per approfondire la conoscenza di luoghi e monumentie anche per accompagnare in giro, per diletto, chi vuole passeggiare insieme a me ed esplorareo ri-esplorare i vari quartieri, In queste mie pereregrinazioni ... mi sono ritrovato ad essere una specie di catalizzatore di piccole e grandi strori, di leggende metropolitane, di 'si dice', di episodi bizarri, di presunti "misteri" e di curiosità" (p.7).
E tutto questo l'Autore ha voluto condividerlo in questo volume, e prima ancora in un serbatoio primario di immagini e storie che è stata l'omonima pagina Facebook da lui creata. Il punto davvero meritevole è quello di aver trasformato racconti e testimonianze orali raccolti da terzi e propri ricordi personali relativi ad eventi trasmessi lungo l'asse transgenerazionale all'interno della sua stessa famiglia in documento scritto che potrà certamente sopravvivere all'estinguersi delle fonti che con un passaparola si sono tramandati il ricordo di eventi, di fatti strani, misteriosi e inquietanti.

Leggendo il libro, a chi è Palermitano, possono venire in mente molte altre storie oppure quelle esposte risuonano bene, perchè si innestano in racconti che ciascuno dei palermitani DOC - come l'autore - ha raccolto da bambino.

Per esempio, sarei portato a collocare nella sezione "Spiriti e sortilegi" una piccola storia che mi raccontava mia madre e che sucitava sempre in me una forte impressione. Ed era un racconto che, per il suo contenuto, mi cominciò a farmi solo quando ero più grande.

La famiglia della mamma era numerosa e per questo motivo, in relazione ad esigenze crescenti di spazio, ma anche di confortevolezza, si spostarono di frequente da un'abitazione all'altra, finchè dopo la morte del nonno finirono con lo stare in una casa di proprietà.

Per un certo periodo andarono ad abitare in un edificio della Palermo storica a più piani (costruito a fine Ottocento, probabilmente) il cui prospetto finiva ad angolo acuto. Si dice, nella cultura popolare, che gli edifici i quali - nella loro planimetria - presentino un angolo acuto possono essere infestati dagli spiriti.

Mia madre mi raccontava che in tutto il periodo in cui stiedero in quella casa si verificarono una serie di eventi gravi, tra i quali ci fu il Tifo che colpì uno dei suoi fratelli maggiori (il Tifo in era pre-ambiotica era una malattia grave e ad esito incerto, poichè richiedeva una convalescenza prolungata, una volta superato la fase dell'effervescenza frebrile, ed anche perchè proprio nella fase di remissioni erano possibili delle complicanze mortali (perforazione intestinale ed emorragie endoaddominali).
In famiglia, a causa di questa malattia vissero in un periodo di quasi lutto, temendo il peggio ad ogni momento. Ma alla fine mio zio superoò la malattia e si rimise.
Per tutta la durata della malattia, ma anche nei periodi antecedenti - così mi diceva mia madre - venne avvistato più volte un monaco incappucciato che saliva o scendeva le scale dell'edificio.
Purtroppo, non ho i dettagli specifici di quella casa: non c'è più nessuno dei testimoni di quell'evento a cui chiedere.

(nota editoriale sul risguardo di copertina) Piccole e grandi storie, leggende metropolitane, chiacchiere e “si dice”, presunti misteri e tante curiosità. C’è tutto ciò, e altro ancora, in Palermo Nascosta, raccolta di narrazioni orali che Fabio Ceraulo ha messo insieme passeggiando per Palermo e imbattendosi in parenti, amici, conoscenti ed estranei che avevano voglia di raccontare ricordi a un “esploratore urbano” come lui.
Ne viene fuori una città in cui si tramandano bizzarre vicende di spiritismo, si custodiscono amare memorie dell’epoca garibaldina e delle due guerre mondiali e si delineano ritratti di personaggi – alcuni illustri e molti sconosciuti – che hanno lasciato traccia di sé, nel bene o nel male, fra i loro contemporanei.
Senza alcuna pretesa di storicità, l’autore Fabio Ceraulo riporta con taglio semplice e immediato le dicerie, i piccoli accadimenti e le esperienze agre o divertenti che da secoli, o da appena una generazione, passano di bocca in bocca per le strade e le piazze di una "Palermo nascosta" che merita di essere svelata.

L'autore. Fabio Ceraulo è un palermitano d.o.c., nato e cresciuto nel centro storico, a cento metri dalla Vucciria e a centocinquanta dal Capo. Dopo la maturità classica ha intrapreso varie attività lavorative che lo hanno portato a fare anche esperienze all’estero. Attualmente lavora nel settore turistico e cura il blog “Palermo nascosta” (che ha dato il titolo a questo libro) e un omonimo gruppo su Facebook. Tramite quest’ultimo, organizza delle “passeggiate storiche” alla scoperta della città, seguite e apprezzate da un folto manipolo di appassionati.

Fabio Ceraulo, Palermitando, Leima, 2014

Nel 2014, Fabio Ceraulo è tornato in libreria con un secondo libro di racconti e storie palermitane: un vero e proprio seguito ideale di "Palermo nascosta".
Si tratta del volume Palermitando, edito da Leima, una nuova e coraggiosa realtà locale.
"Palermitando" è un ideale percorso di un viaggiatore che entra in città dalle zone periferiche, si addentra per i quartieri storici, fino a terminare il suo itinerario nel cuore di Palermo: i tre mercati popolari.
Fabio Ceraulo passeggiando raccoglie storie e vicende di gente comune, che racconta i propri ricordi con la solita ironia palermitana. Storie divertenti, ma anche violente. Storie misteriose alternate a fatti di vita quotidiana.
Anche questo libro, come il precedente, è suddiviso in tre sezioni che sono: "Anime inquiete di periferia", "Racconti dei quartieri antichi" e "Drammi e gioie nei mercati popolari". Più un racconto finale, molto toccante e commovente, che si diatacca un pò dal resto del contesto. Le storie sono brevi, taglienti e molto dirette.
Tra i titoli, "Il figlio del lupo", "Il licantropo dell'Acquasanta", "L'ira del falegname", "Chi è quell'uomo?", "La leggenda di Casanova", "La notte dell'apocalisse".
La prefazione di Palermitando è stata scritta dall'attore palermitano Carmelo Galati ("Il capo dei capi", "La siciliana ribelle", "Il giovane Montalbano", "Braccialetti rossi").

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11 gennaio 2018 4 11 /01 /gennaio /2018 08:27
Maria Attanasio, Dall'Atlante agli Appennini, Orecchio Acerbo, 2008 (con le illustrazioni di Francesco Chiacchio)

Dall'Atlante agli Appennini (di Maria Attanasio, con le splendide illustrazioni di Francesco Chiacchio), pubblicato nel 2008, è una storia della modernità, nel senso che ha come protagonista il giovanissimo Youssef che, lasciando il piccolo villaggio in cui è nato sui monti dell'Atlante, intraprende un viaggio della speranza - lungo, avventuroso, pieno di incognite e di inceppi - verso l'Italia del Nord per ricongiungersi con la madre lontana dalla quale da tempo non ha più ricevuto notizie.

Il titolo del racconto riecheggia il celebre racconto di Edmondo De Amicis, Dagli Appennini alle Ande, il racconto mensile di Maggio, contenuto nel libro Cuore (pubblicato per la prima volta nella sua interezza nel 1886): diversi sono i luoghi di partenza e di arrivo; diversa l'epoca; diversi i nomi dei personaggi. Ma in fondo il succo della storia è il medesimo.

Ed è anche una storia "edificante" nel senso deamicisiano, in quanto dovrebbe aiutarci a riflettere e far riflettere che, in fondo, nulla è cambiato dai tempi in cui De Amicis ambientava le sue storie, cioè quelli dell'Italia post-risorgimentale.
Allora, negli anni intermedi tra l'Unità d'Italia e l'inizio del Novecento (e forse anche dopo) erano gli Italiani ad andare via alla ricerca di una vita migliore, imbarcandosi sui bastimenti e talvolta sottoponendosi a procedure ne a situazioni di sfruttamento simili a quelle dei moderni migranti.
Questo libro è utile perchè può aiutare a risvegliare coscienze sopite e puà serivre a riesumare antiche memorie di quando eravamo noi, italiani ed europei, ad essere migranti con il nostro carico di speranze e di sogni di una vita migliore.
E' un libro sul presente, sulla diversità e l'emarginazione che chiedono di essere integrate, ma anche per la memoria, oltre che di ferma denuncia nei confronti di chi, senza cuore - ora come nel nostro passato lontano - sfuttta i migranti.

Sicuramente, per il suo elevato potenziale educativo, questo volume andrebbe fatto leggere nelle scuole (cosa che, in effetti, viene fatta, poichè è stato pubblicato da Orecchio Acerbo che si occupa di editoria scolastica), ma soprattutto a taluni dei nostri politici (o meglio gli pseudo-politici) che presumono di sapere molto, ma che in realtà sono ignoranti e digiuni di cultura e di conoscenza della storia (oppure se sanno mentono o fanno finta di non sapere o di non conoscere le lezioni della Storia).

(nota editoriale nel risguardo di copertina) Un ragazzino, poco più di un bambino. La madre lontana, a lavorare in un paese straniero. Qualche saluto dai parenti di ritorno, poche lettere, poi neppure più quelle. E poi la decisione di imbarcarsi per andare a cercarla in quel paese lontano. La fame, il freddo, la paura. Per giungere però, col fiato sospeso, all'atteso lieto fine. Titolo, trama, personaggi, tutto è esplicito e diretto riferimento a Dagli Appennini alle Ande. Ma Marco è diventato Youssef, il suo paese non è ai piedi dell'Appennino ligure ma dell'Atlante marocchino, l'Eldorado non si chiama Argentina ma Italia. Da una delle più interessanti scrittrici siciliane dei nostri giorni, la trasposizione contemporanea di uno dei più noti racconti di Edmondo De Amicis. Romanzo d'avventura e al tempo stesso lirica e dolente partecipazione sia alle sventure dell'emigrazione, sia al dramma della separazione di madre e figlio, Dall'Atlante agli Appennini è anche ferma e radicale denuncia di chi tutto questo sfrutta. Senza Cuore. Alla sua quarta ristampa, una nuova edizione del nostro libro più adottato nelle scuole.

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10 gennaio 2018 3 10 /01 /gennaio /2018 09:44
Douglas Preston e Lincoln Child, La Stanza di Ossidiana, Rizzoli 2017

Ho decisamente nostalgia delle prime storie scritte dalla premiata ditta Douglas Preston/Lincoln Child. Quelle (di cui la prima Relic venne trasposta in un buon film), quasi tutte connesse con il Museo di Storia Naturale di New York, erano storie di intrigo e di indagini poliziesche con elementi horror talvolta preminenti. Ma a poco a poco la vena immaginifica dei due scrittori statunitensi s'è prosciugata e quindi i loro romanzi più tardivi hanno finito con il perdere del tutto quell'elemento horror-fantastico che li rendeva originali per ridursi a capitoli di un'unica interminabile fiction, con una significativa riduzione dei nuovi personaggi messi in scena e una prevalente attenzione sull'agente FBI con licenza speciale, l'eccentrico e acuto Aloysius Pendergast e su i suoi diretti comprimari e agonisti. Attorno a questo personaggio si intrecciano in maniera variabile elementi polizieschi e avventurosi. In maniera sempre più decisa ogni volume pubblicato si pone come diretta continuazione del precedente. Ovvio che un neofita possa entrare nella saga in ogni momento: ma, così come l'impianto narrativo è congegnato, risulta sempre più necessario il riferimento al pezzo di storia precedente.
Insomma, i due scrittori, per quanto sempre documentatissimi nei loro nuovi intrighi, sembrano essersi fossilizzati in una forma di easy writing, tendenzialmente indirizzata allo zoccolo duro dei propri fan.

Così è con l'ultimo volume pubblicato La stanza di ossidiana (The Obsidian Chamber, nella traduzione di Elisa Finocchiaro), pubblicato da Rizzoli nel 2017, in cui ricompara l'agonista di Aloysious, il fratello Diogenes, considerato la pecora nera della famiglia e che alcune storie prima era statocreduto morto per mano della pupilla di Aloysious, Constance Green. La ricomparsa di Diogenes ha come contraltare l'assenza di Aloysious creduto morto al termine dell'avventura precedente, raccontata ne La Costa Cremisi.
Non dico altro, perchè in ogni caso l'intrigo è piacevole e di scorrevole lettura e qualsiasi cosa eliminerebbe il brivido della scoperta.
Diverse volte, mi sono ritrovato a dire che i capitoli della saga che vede L'agente speciale Pendsergast protagonista sono sempre più simili ad un feuilleton ottocentesco, anche per la complicazione all'inverosimile delle loro trame.
Ma tant'è: malgrado ciò ne sono appassionato e me li leggo tutti.
Ma a chiunque consiglierei di andarsi a leggere le prime storie firmate da Preston/Child come il citato Relic, oppure Ice limit.

 

(Nota editoriale nel risguardo di copertina) L’agente speciale Aloysius Pendergast è disperso. Il suo corpo non è ancora stato individuato e col passare dei giorni la speranza di trovarlo vivo sembra affievolirsi sempre di più.
 Constance, la sua storica assistente, è annichilita dal dolore e cerca conforto rifugiandosi nelle stanze sotterranee della residenza di famiglia di Riverside Drive; a niente servono le attenzioni di Proctor, la fedele guardia del corpo di Pendergast, che tenta di rassicurarla. Nella casa, però, un’ombra è in agguato. Una figura sinistra e minacciosa, che emerge dal passato e che all’improvviso trascina Constance via con sé. Proctor si lancia in un inseguimento mozzafiato sulle tracce del rapitore fin nei luoghi più remoti e lontani, dalla Mauritania alla Namibia al Botswana. Eppure, proprio nel momento in cui l’uomo sembra avvicinarsi alla soluzione, tutto si ribalta e un altro complesso ingranaggio comincia a muoversi: dov’è la vera Constance? Il rapitore non ha forse un volto conosciuto?
La stanza di ossidiana è una caccia all’uomo tra- volgente e adrenalinica, capace di condurre il lettore attraverso una serie di camere vuote, dentro un labirinto impossibile in cui la soluzione, l’uscita, la fine sperata sembra essere sempre dietro l’angolo.

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4 gennaio 2018 4 04 /01 /gennaio /2018 10:59

Ecco che d'un tratto spariscono "turbanti, veli, kippa, talari" e che di tutte queste ostentate identità religiose (altrettante "incarnazioni dell'uomo sandwich") non resta più niente (la ragione, che quando dorme genera mostri, quando è svegli opera miracoli).

Sette del Corriere della Sera

Marc Augé, Le tre parole che cambiarono il mondo, Raffaello Cortina Editore, 2016

Marc Augè, grande antropologo francese e creatore tra l'altro del concetto di "antropologia del vicino" come strumento di studio del mondo contemporaneo e dei suoi fenomeni, con il libello Le tre parole che cambiarono il mondo (La Sacrée semaine qui changea la face du monde, nella traduzione di Daniela Damiani), publicato da Raffaello Cortina Editore, 2016,  ha voluto mettere in scena un racconto futuribile di fantascienza "politica" (o anche fantapolitica), un filone della SF che ha avuto in passato ampio spazio e che consente di estrapolare fenomeni dell'attualità sino alle loro più estreme e aberranti conseguenze o, viceversa, di tentare di trovare soluzioni ai problemi che nel presente affliggono l'Umanità.
Riferendoci ad un'altra opera di Augè, sipotrebbe parlare forse anche di un piccolo esempio di etnofiction.

Augé dall'alto della sua cultura, si può ben permettere un simile divertissement. Che poi divertissement tanto non è, poiché tra le righe vi è molta serietà e ponderazione.
Nell'utilizzare Papa Francesco e le sue dissacranti - inaspettate - parole nel corso della benedizione Urbi et Orbi, nella Pasqua del Signore 2018 (un evento ormai a noi molto vicino), parole che daranno il via ad una serie di sconcertanti eventi che, appunto, cambieranno il mondo radicalmente, egli - in epigrafe - doverosamente porge le scuse per averlo utilizzato come protagonista del suo espediente letterario, chiedendogli di dispensargli la sua "clemente indulgenza". Le parole fatidiche sono "Dio non esiste", che pronunciate da un Papa - come si può ben immaginare - portano con sé straordinari effetti, nel senso di un totale e improvviso abbattimento dei fondamentalismi/fanatismi e dell'inizio di un'era di reale convivenza pacifica tra le Genti.
Ciò che Augé vuol dirci, tuttavia, nel dispiegare il geniale retroscena che si cela dietro le parole pronunciate ex cathedra dal Papa è che, se si potesse in qualche maniera, eliminare l'Irrazionale che alberga nei meccanismi della Mente umana e che sta alla base delle credenze erronee, se potesse trionfare la razionalità, non ci sarebbero più le Religioni e, di conseguenza, i fondamentalismi, pilotati da gente senza scrupoli, non farebbero più presa su nessuno.

Una bella utopia (il ritorno in qualche modo di un'aspirazione illuministica), su cui certamente vale la pena riflettere.

(Risguardo di copertina) Il giorno di Pasqua del 2018, nel tradizionale discorso urbi et orbi, il papa, dopo un lungo silenzio, esclama a gran voce: “Dio non esiste”. Tre parole che gettano nello sconcerto cristiani, ebrei, musulmani, agnostici, atei, e scatenano uno tsunami nel mondo intero.
È l’inizio di una settimana folle, che incendierà il pianeta e farà piazza pulita di ogni sentimento religioso. Ma che cosa ha spinto il sommo pontefice a un intervento così intempestivo? In tempi di massacri nel nome della religione, questa favola contemporanea, visionaria e insolente, che tiene il lettore con il fiato sospeso, lascia trasparire gli accenti di una fede illuministica nella ragione: forse, senza la violenza che a volte il sentimento religioso comporta, la fratellanza tra gli esseri umani non sarebbe più un’utopia.

Marc Augé

L'Autore. Antopologo ed etnologo francese, Marc Augé ha rivestito il ruolo di Direttore di ricerca all'ORSTOM (oggi IRD) fino al 1970, quindi "directeur d'études" presso l'EHESS di Parigi, ha compiuto numerose missioni in Africa, in particolare in Costa d'Avorio e in Togo. Dalla metà degli anni Ottanta ha diversificato i suoi campi d'indagine. Ha quindi compiuto diversi viaggi in America Latina.  
Partendo da un osservatorio più vicino, in Francia e in particolare Parigi, si dedica ormai da molti anni alla costruzione di una "antropologia dei mondi contemporanei".
La fama in ambito scientifico arriva con le sue ricerche sul campo in Costa d’Avorio e nel Togo concernenti la malattia, la morte e i sistemi religiosi (Le Rivage alladian, 1969; Théorie des pouvoirs et idéologie, 1975; Pouvoirs de vie, pouvoirs de mort, 1977; trad. it. 2003).
Ma la popolarità più ampia è arrivata con l'analisi negli spazi moderni (autogrill, centri commerciali...) basati sull'assenza di storia e identità. Nasce così la sua celeberrima teoria dei 'nonluoghi' (ripresa dalla concettualizzazione di Foucault), espressa in Un ethnologue dans le métro (1985; Un etnologo nel metrò, Elèuthera 1992) e Non-lieux: introduction a une anthropologie de la surmodernité (1992; Nonluoghi. Introduzione ad una antropologia della surmodernità, Elèuthera 1993).
Tra le sue altre opere ricordiamo Le temps en ruines (2003; trad. it. Rovine e macerie. Il senso del tempo, 2004 Bollati Boringhieri), La mere d’Arthur (2005; La madre di Arthur, Bollati Boringhieri 2005), L'anthropologie (2004, L'antropologia del mondo contemporaneo, Elèuthera 2006).
Nel saggio Le métro revisité (2008; Il metro rivisitato, Raffaello Cortina 2009) torna a interrogarsi su questo luogo per eccellenza dello spazio pubblico dove circolano opinioni, povertà, musica e sogni.
Ricordiamo ancora l'autobiografia intellettuale La vie en double (2010,  Straniero a me stesso. Tutte le mie vite di etnologo, Bollati Boringhieri 2011) e un altro saggio che narra alcuni aspetti molto personali dell'autore accanto alla riflessione generale sul tema: Le temps sans âge (2014; Il tempo senza età. La vecchiaia non esiste, Raffaello Cortina editore 2014). Tra le altre sue pubblicazioni ricordiamo: I giardini del Lussemburgo (2015), Il dio oggetto (2016) La guerra dei sogni. Esercizi di etno-fiction (2016) e il saggio Momenti di felicità (2017).

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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