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29 aprile 2015 3 29 /04 /aprile /2015 07:16
Prayer for the Dead. Un'indagine del detective Tony McLean

(Maurizio Crispi) Mi sono imbattuto per la prima volta in un romanzo di James Oswald alcuni mesi fa. Si tratta di uno dei "casi" dell'investigatore Anthony (Tony) McLean della Polizia metropolitana di Edimburgo (James Oswald, Prayer for the Dead. A Detective Inspector McLean , Michael Joseph, 2015).

Quando ho scovato questo volume far mostra di sé in uno scaffale del supermarket londinese, sono rimasto un po' sorpreso, poiché di quest'autore non avevo mai sentito parlare e nemmeno avevo mai visto delle traduzioni in Italiano d'una serie che, oltre a questo, ha già visto pubblicati ben altri cinque capitoli in lingua originale.

Si è trattato dunque di un primo - fortuito - approccio.

In realtà, come ho scoperto in seguito, proprio di recente la casa editrice Giunti ha lanciato due delle indagini di Mclean, rispettivamente Nel nome del Male (2014) e Il LIbro del Male (2014), primo e secondo episodio della serie.
E scartabellando tra i miei libri, già acquisiti, ma non ancora letti, ho trovato il primo dei due: quindi, lo avevo già acquistato, non mi era affatto sfuggito, solo che me ne ero dimenticato.

Ovviamente, sia quello che avevo già "acquisito agli atti", sia quello che ho nel frattempo ordinato, positivamente stimolato dalla  scoperta di "Prayer for the Dead", lì leggerò entrambi quanto prima...

Le storie "mistery" che hanno come protagonista il DI (Detective Inspector) Tony McLean sono ambientate ad Edimburgo e sono in UK molto popolari: Oswald pubblicò il primo romanzo della serie di McLean autonomanete in formato digitale (acquistabile come kindle) che, attraverso Amazon ebbe subito uno strepitoso successo, tanto che la Penguin Book mise sotto contratto l'autore, acquistando in blocco tutti i successivi romanzi.

Tony McLean è un poliziotto un po' fuori dalle righe: di ottima famiglia, ha scelto di fare il poliziotto non per bisogno ma per passione, visto che, per eredità, potrebbe vivere di rendita: per questo motivo è anche visto un po' male dai suoi colleghi di lavoro e soprattutto dai suoi superiori che lo considerano non un vero poliziotto che fa questo lavoro per guadagnarsi la pagnotta, ma uno snob che esercita la sua attività quasi fosse un hobby.
D'altra parte, la sua posizione e il suo statuto mentale lo rendono insofferente della disciplina e sempre pronto ad attivare delle indagini che non gli competono, quando si sente spinto ad approfondire dei dettagli che i suoi colleghi hanno lasciato in ombra e a muoversi in direzioni che, apparentemente, sembrano delle futili divagazioni e che sembrano non portare da nessuna parte.

McLean è poco tollerante delle gerarchie e delle catene di comando: spesso e volentieri per questa sua tendenza a muoversi come un "cane sciolto" attira su di sé le reprimende dei suoi superiori che, tuttavia, devono sempre cedere le armi davanti a intuizioni che spesso e volentieri si rivelano corrette.

Le indagini dell'Ispettore McLean sono indubbiamente "seriali" e le pagine di Prayer for the Dead sono infarcite di riferimenti ad episodi precedenti che si possono comprendere soltanto avendo una buona conoscenza del "canone", sia quello letterario sia quello consacrato dalla serie televisiva.

Nella lettura ho evidenziato una sproporzione tra la parte dell'indagine in cuisi sviluppano le indagine (sono molteplici i casi che vengono attenzionati con caratteristiche convergenti,  e l'epicrisi finali: mi sembra che, da parte dell'autore, vi sia un'attenzione prioritaria sul cesello e sull'articolarsi della storia e sulla "presentazione" dei personaggi (nonché sulla loro veridicità): come a fire che ciò che più conta non è la meta finale, bensì il viaggio: parrebbe che l'aspetto vera mente importante sia quello affabulatorio, con una certa inclinazione a vedere in McLean un cultore della "serendipity", in cui la risoluzione di un caso arriva in modo del tutto casuale, mentre si sta indagando su altre vicende che sono apparentemente del tutto non correlate.

(Dal risguardo di copertina dell'edizione originale). The search for a missing journalist is called off as a body is found at the scene of a carefully staged murder.
In a sealed chamber, deep in the heart of Gilmerton Cove, a mysterious network of caves and passages sprawling beneath Edinburgh, the victim has undergone a macabre ritual of purification.
Inspector Tony McLean knew the dead man, and can't shake off the suspicion that there is far more to this case than meets the eye. The baffling lack of forensics at the crime scene seems impossible. But it is not the only thing about this case that McLean will find beyond belief.
Teamed with the most unlikely and unwelcome of allies, he must track down a killer driven by the darkest compulsions, who will answer only to a higher power. 

Nota sull'autore. James Oswald vive in una fattoria in Scozia, dove nel tempo libero si dedica all'allevamento. Per vent'anni ha scritto solo per passione, finchè un giorno ha deciso di autopubblicare su Amazon il primo thriller della serie dell'ispettore McLean, Nel nome del male: nel giro di pochi mesi l'eBook è stato scaricato da oltre 350.000 lettori. Questo incredibile successo ha attirato l'attenzione di Penguin, che con un'offerta altissima ha acquistato i diritti di tutta la serie, poi venduta in 12 Paesi. Un
successo mondiale, confermato da questo secondo episodio, Il libro del male, che ha suscitato grande entusiasmo di critica e pubblico.

Prayer for the Dead. Un'indagine del detective Tony McLeanPrayer for the Dead. Un'indagine del detective Tony McLean
Prayer for the Dead. Un'indagine del detective Tony McLean
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24 aprile 2015 5 24 /04 /aprile /2015 05:52
Gli Estremi dell'Hard. In due brevi saggi, Maddison e Zecca analizzano le ultime tendenze del Porno contemporaneo

(Maurizio Crispi) I due brevi saggi che compongono l'esile volume scritto a due mani da Stephen  Maddison (docente universitario britannico e studioso dei fenomeni connessi alla sessualità e al porno) e da Federico Zecca (ricercatore e critico cinematografico italiano), dal titolo "Gli estremi dell'hard. Due saggi sul Porno contemporaneo, Mimesis, 2013, collana Cinema/Minima) presentano un indubbio interesse, anche se le tematiche affrontate nei due saggi sono state sviscerate nel volume collettaneo, curato oltre che dallo stesso Zecca da Enrico Biasin e da Giovanna Maina, Il Porno espanso. Dal cinema ai nuovi media (pure pubblicato nel 2011 da Mimesis).
Il primo saggio (di cui è autore Zecca) si occupa del passaggio dal genere "feature" allo stile "gonzo" (con il titolo "La Corporate Pornography Americana: modelli di discorso a confronto") e vi si illustrano le fondamentali differenze - con l'esame di due diversi testi filmici rappresentativi - tra i due generi (un'analisi esaustiva sotto ogni profilo, pur nella concisione).
Maddison, invece, nel secondo saggio, si concentra - anche in questo caso partendo dall'analisi dettagliata di un testo cinematografico - sulla produzione di Max Hardcore, considerato la punta estrema dell'Hard d'oltreoceano e più volte condannato per le sue messe in scena spesso violentemente misogine (il saggio si intitola: "Le Mitologie pornografiche e i limiti del piacere. Max Hardcore e il porno estremo") e tenta di darne alcune coordinate epistemologiche che aiutino l'esegeta a trovare un eventuale senso in produzioni (si tenta perfino  a definirle "opere") che sembrano essere assolutamente demenziali ed offensive.
Secondo Zecca, Max Hardcore rappresenta la "trasgressione", all'interno del vasto campo della trasgressione rappresentato dal Porno (con una differenza fondamentale tra trasgressione "codificata" e rispondente a certi stilemi pre-fissati, e trasgressione "selvaggia"), e la rottura di ogni schema e di ogni stilema precostituito, al punto che le sue produzioni pornografiche non hanno più alcuna attinenza con la stimolazione del piacere, ma sono assoggettate ad altre tematiche che parlano di reificazione e di dominio - e che, piuttosto, si possono considerare un perfetto esempio di "depressione edonistica".
I due saggi, illustranti rispettivamente la transizione dal genere feature al "gonzo" e la singolare cinematografia di Max Hardcore sono efficaci nel far comprendere cosa (e come) stia cambiando nel panorama attuale del Porno, dominato da una crescente digitalizzazione con l'invasione virale della rete di minivideo della durata di una manciata di secondi, fatto sempre più di spettacolarizzazioni acrobatiche, di frammentazioni performative, di rottura di ogni schema attinente ad una rappresentazione regolare della sessualità e forniscono delle chiavi di lettura utili.
Questi due brevi saggio, fa da pendant e va letto ad integrazione del volume ben più consistente e sfaccettato "Il Porno espanso".

(Dal retro di copertina) Tra le numerose conseguenze che ha avuto, la cosiddetta "svolta" digitale ha determinato anche l'irrefrenabile proliferazione della pornografia audiovisiva, portando la circolazione dei materiali hardcore a raggiungere un livello storicamente mai sfiorato in precedenza. Questo volume raccoglie due contributi che, da prospettive diverse ma complementari, indagano gli "estremi" del porno contemporaneo, con lo scopo di fornire al lettore alcune linee guida per orientarsi all'interno di questo magmatico panorama. In particolare, il volume si concentra sulle polarità linguistico-discorsive dominanti che caratterizzano l'odierna produzione a luci rosse, saggiando al contempo i limiti della rappresentazione pornografica del piacere.

Gli autori.
Stephen Maddison è Principal Lecturer in Cultural Studies presso l’University of East London. Ha pubblicato numerosi articoli sulla politica culturale della sessualità in riviste e volumi collettanei, ed è autore di Fags, Hags and Queer Sisters: Gender Dissent and Heterosocial Bonds in Gay Culture (St. Martin’s Press, 2000). Sta attualmente lavorando alla monografia The Myth of Porn. È co-direttore del sito Opengender.
Federico Zecca è assegnista di ricerca presso l’Università di Udine, dove insegna “Ricerche su fonti e archivi cinematografici”. È redattore delle riviste «Cinergie. Il cinema e le altre arti» e di «Cinéma&Cie. International Film Studies Journal». Ha curato, tra l’altro, i volumi Il porno espanso. Dal cinema ai nuovi media (Mimesis, 2011, con Enrico Biasin e Giovanna Maina) e Il cinema della convergenza. Industria, racconto, pubblico (Mimesis, 2012).

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21 aprile 2015 2 21 /04 /aprile /2015 06:48
Ground Zero Ebola. Il coraggioso reportàge di Sergio Ramazzotti sullo stato dell'epidemia di Ebola in Africa: nel nome e nel segno della Peste di Manzoni
Ground Zero Ebola. Il coraggioso reportàge di Sergio Ramazzotti sullo stato dell'epidemia di Ebola in Africa: nel nome e nel segno della Peste di Manzoni

(Maurizio Crispi) Il reportagè di Sergio Ramazzotti, Ground Zero Ebola (Piemme, 2015), è assolutamente da leggere, perchè ci introduce nel pianeta Ebola, rivelandoci cose di cui non abbiamo assolutamente l'idea se non attraverso i notiziari radio-televisivi edulcorati e distratti.
Ebola è un potente agente infettivo di tipo virale che sino a pochi anni era indovato nella foreste umide africane avendo come serbatoio naturale animali della selva che occasionalmente contagiavano gli uomini dei vicini villaggi, dando vita a sporadici focolai endemici, fortunatamente circoscritti, con due ceppi conosciuti, a partire da due focolai epidemici importanti verificatisi in Sudan e in Liberia e Sierra Leone.
E' un agente infettivo sostanzialmente letale e fortemente contagioso principalmente per autiinoculazione, a partire da materiali infatti che hanno contaminato la pelle del corpo e, soprattutto, le mani, fortemente aggressivo, con una crescita esponenziale nelle cellule che vengono distrutte totalmente, per cui è come se il corpo dell'infettato, per dirla con un'immagin fortemente suggestiva, si liquefacesse dall'interno.
Per motivi demografici, tra i quali le guerre interne e i rivolgimenti politici, le condizioni di vita al di sotto del limite della sopravvivenza, si è creato un vasto movimento migratorio dai territori interni della Liberia alla sua capitale Monrovia che ha visto un rapido accrescimento della popolazione che vive in slums in condizioni di miseria inimmaginabile e con questi migranti interni è arrivato Ebola negli slum e ha cominciato rapidamente a propagarsi, malgrado gli interventi di creazione di cordoni sanitari, il reclutamento di volontari e l'attivazione di organizzazioni religiose ed anche non governative.

Ma - a quanto sembra .- la situazione è uscita sotto controllo, anche perchè le condizioni di miseria e di disagio  nell'enorme bidonville di Monrovia sono troppo grandi perchè si possa in qualche modo arginare il contagio, rimuovendoi contagiati e portandoli in strutture sanitarie dove non possano contagiare altri, rimuovendo i corpi di coloro che muoiono in strada, garantendo le condizioni sanitarie di base per limitare il rischio di contaminazione ambientale.

La difesa maggiore è rappresentata dalla candeggina, con continui sprummenti di abiti, corpi e mani, lavaggi continui e, nello stesso tempo, la limitazione di tutti i contatti diretti tra persone: l'imposizione di un nuovo codice di comportamente asdsolutamente aliena dalla cultura afircana che è una cultura relazionale della "fisicità", fatta di strusciarsi di corpi, di strette di mano, di pacche sulle spalle, di abbracci.
L'altro caposaldo è stato quello di cercare di indurre la popolazione di non consumare selvaggina portata dalla selva, fonte di contagio: ma come si fa ad impedire alla persone di nutrirsene, quando non hanno fonti alternative di cibo porteico?

Insomma, la situazione è uscita fuori controllo, gli infettati muoiono per strada e non possono essere raccolti, molti degli infetti rimangono nelle loro case a morire, infettando i familiari che li assistono, i Liberiani con i soldi (i discendenti degli Afro-americani liberati negli USA), avendo anche la cittadinanza statunitense, madano lì le proprie famiglie: e questi sono i privilegiati che hanno una via di scampo.

Quello di Ramazzotti, non nuovo ad inchieste e ad imprese giornalistiche coraggiose ed inusuali condotte con un forte impegno personale e con un lavorio sui propri movimenti interiori, come chiave di lettura di ciò che gli accade interno e con la possibilità di conseguenza di tenere sempre alta la temperatura emozionale, è un reportàge denso e coinvolgente che si muove nel pieno delle suggestioni della Peste manzoniana riattualizzata, tra monatti, untori, appestati e guariti (che, a quanto sembra, sulla base delle stastiche rappresentano solo il 15% dei colpiti) che vengono immediamente considerati come potenziali untori (e, come minimo, guardati con astio e con odio, perchè loro "...ce l'hanno fatta).

Un reportàge coraggiosissimo, per realizzare il quale l'autore si è esposto in prima persona: in un viaggio all'Inferno e ritorno.
Mi sento di consigliarne la lettura a tutti coloro che vogliono saperne di più sullo stato delle cose dell'epidemia di Ebola in Liberia (e, implicitamente, sui rischi che corriamo).
Emerge un quadro sconfortante, indubbiamente, ed anche qualche nota di preoccupazione sulla "pochezza" dei controlli che sono stati attivati nei confronti di chi arriva dai paesi africani dove è in corso l'epidemia: Ramazzotti non è stato fermato al suo arrivo in Italia, come sarebbe stato doveroso, in considerazione della sua provenienza, ma è stato lasciato andare: é stato lui ad autodenunciarsi e ad affrontare a casa propria, il prescritto periodo di 21 giorni di quarantena.

Insomma, Ebola è un agente virale potente, da non prendere sotto gamba, questo ci dice Ramazzotti, con il suo lungo racconto che si muove tra l'oggettività del giornalista d'inchiesta e una soggettività densa di angoscia.

In fondo, le tifoserie Ultrà della squadra di calcio del Palermo hanno hanno fatto un errore di valutazione di grossa entità, battezzando nelle loro scritte urbane ed extraurbana la squadra avversaria del Catania "EBOLA": le scritte di "Catania Merda" sono state sosituite quasi tutte da "Catania EBOLA": quindi, involontariamente, non un epiteto offensivo, ma un tributo alla potenza e alla letalità della squadra avversaria di sempre.

(dal risguardo di copertina) «Sono appena sbarcato da un Paese, la Liberia, di quattro milioni di assassini. Quasi un milione è concentrato nella capitale, Monrovia. Assassini sono tutti: giovani, meno giovani, donne, bambini. Spero di essere perdonato per queste parole: non ne trovo di più adeguate. Loro non hanno colpa. La colpa è della paranoia che in me, dopo tre settimane in quella città, ha preso il sopravvento sulla ragione. È così che ti riduce la psicosi da Ebola: vedi chiunque come un potenziale killer. E sono certo che molti considerassero me allo stesso modo.
I nuovi princìpi che regolano i rapporti sociali sono semplici: se tocchi la persona sbagliata, muori. Tocchi la persona che ha toccato la persona sbagliata, muori. Sali sul taxi sbagliato, muori. Per distrazione ti stropicci un occhio o ti accendi una sigaretta con la mano che ha toccato la cosa o la persona sbagliate, muori.
Tre settimane dopo, quando il mio volo Monrovia-Bruxelles-Milano è atterrato all’aeroporto, non è successo niente di speciale. Gli oltre cento passeggeri, fra i quali c’ero anch’io, si sono riversati attraverso il molo senza che su quelle persone fossero fatti controlli di alcun genere, tranne quello del bagaglio a mano. Il che non avrebbe nulla di sconcertante, se non fosse che la maggior parte di quei passeggeri erano in fuga dal loro Paese devastato dall’epidemia di Ebola. E che quel volo, per la cronaca, era lo stesso sul quale, solo 11 giorni prima, aveva viaggiato Thomas Eric Duncan, il cittadino liberiano che poi ha proseguito per Dallas, dove è morto…»

Quando da ragazzo leggeva della peste nei Promessi Sposi, Sergio Ramazzotti non avrebbe mai pensato di trovarsi un giorno immerso in una simile apocalisse. Invece ha visto i morti per le strade, la città stretta d’assedio da un nemico invisibile e spietato. Ha lavorato con una squadra di “monatti”: volontari che a rischio della vita raccolgono i corpi. Ha parlato con i pochi sopravvissuti al virus e raccolto le loro incredibili testimonianze. È entrato nei lazzaretti dove il personale medico lavora in condizioni difficilissime e anche solo sfiorarsi per sbaglio può significare la morte. Una cosa è certa: senza il sacrificio quotidiano di questi umili e sconosciuti eroi, Ebola sarebbe già fuori controllo. Qualsiasi cosa ci riservi il futuro.

Sull'Autore. Nato a Milano nel 1965, Sergio Ramazzotti è autore di centinaia di reportage da tutto il mondo, apparsi sulle principali testate italiane ed europee. Ha pubblicato tra l’altro il bestseller Vado verso il Capo (Feltrinelli), cronaca di una traversata di tredicimila chilometri compiuta con i mezzi pubblici da Algeri a Città del Capo.

Ha vinto il premio di giornalismo Enzo Baldoni e l’International Photography Awards di Los Angeles.

Leggi il primo capitolo di Ground Zero

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15 aprile 2015 3 15 /04 /aprile /2015 12:05
Raccolto di sangue. Un buon esempio del neo-gotico britannico, a firma di Sharon Bolton
Raccolto di sangue. Un buon esempio del neo-gotico britannico, a firma di Sharon Bolton
Raccolto di sangue. Un buon esempio del neo-gotico britannico, a firma di Sharon Bolton
Raccolto di sangue. Un buon esempio del neo-gotico britannico, a firma di Sharon Bolton

(Maurizio Crispi) Gli ingredienti della letteratura gotica ci sono tutti in Raccolto di Sangue (The Blood Harvest), pubblicato da Mondadori nel 2011 e scritto dalla britannica Sharon J. Bolton, una delle più promettenti rappresentanti del Gotico inglese di ultima generazione (in effetti nella recente mostra sul Gotico inglese, allestita a Londra tra il 2014 e la prima metà del 2015, Sgaron Bolton è uno degli ultimi e più recenti autori ad avere ricevuto l'onore di un'inclusione).

C'è un villaggio i cui abitanti sembrano condividere qualche segreto di troppo e che, in ogni caso, mantengono delle abitudini ancestrali, inquietanti, come ad esempio riti sanguinari di propiziazione della fertilità; c'è la casa dove degli abitanti di città (la famiglia dei Fletcher) si sono trasferiti a vivere, ma che è stata costruita sul terreno di un antico cimitero; ci  sono delle presenze perturbanti che sembrano cercare come interlocutori privilegiati dei bambini e che "osservano" non visti; c'è un personaggio strano che ricorda il "Gobbo di Notre Dame" e che assolve alla funzione del "mostro" oscuro, sintantoché non si arriva a qualche chiarimento; , ci sono cripte, passaggi e cunicoli sotterranei.
La storia, ambientata nel borgo antico di Heptonclough (non esistente) nel profondo delle brughiere inglese (Moors), andando a Nord verso il confine con la Scozia si pone all'incrocio tra storie di fantasmi e le storie horror: il mistero aleggerà irrisolto, mentre si scoprono una serie di morti di bimbi, che sembrano collegate tra loro da un unico filo rosso.
Il lettore e gli stessi personaggi brancolano nel buio, sino alla soluzione finale che arriverà attraverso gli sforzi congiunti del nuo pastore, Harry e della psichiatra Evi.
E' una bella lettura, più affascinante per il suo intreccio e per il sovrapporsi dei piani narrativi che non per il disvelamento finale, che in un certo senso banalizza la vicenda e la riporta da un piano di oscuri riferimenti sovrannaturali a quello della plausibilità scientifica e della epicrisi di una crime storia di stampo hitchkockiano, con tanto di movente psicologico dei delitti ed un excursus nel territorio dell'abuso all'infanzia, in quanto generatore di mostri.

Come in tutte le storie gotiche il godimento sta tutto nell'intreccio e nel sorgere e lievitare degli elementi perturbanti, non nella conclusione, specie quando dall'atmosfera gotica si passa quasi con sforzo a quella di una crime story che, invece, vuole un suo disvelamento, razionale e attendibile, oltre che supportato dalle evidenze.

(Dal risguardo di copertina) Quando Alice e Gareth Fletcher decidono di trasferirsi con i loro figli Tom, Joe e Millie nel piccolo e tranquillo villaggio di Heptonclough, nello Yorkshire, sono convinti di aver trovato il posto perfetto dove vivere serenamente. Ma quel luogo è davvero quello che sembra? I Fletcher, infatti, hanno appena il tempo di stabilirsi prima di scoprire che sono tutt'altro che benvenuti. Qualcuno pare fermamente intenzionato ad allontanarli dal paese, dapprima con stupidi scherzi, poi con minacce sempre più pericolose. Anche il giovane e brillante Harry Laycock, il nuovo parroco arrivato in paese pieno di ottimismo e buone intenzioni, percepisce da subito l'energia oscura e sinistra che pervade la chiesa e il cimitero, proprio il posto in cui i piccoli Tom e Joe, giocando, fanno uno strano e inquietante incontro... Quando Tom inizia a fare sogni terrorizzanti e a nutrire preoccupazioni esagerate nei confronti della sorellina Millie, i genitori si rivolgono a una psichiatra, Evi Oliver. D'accordo con il parroco, dal quale è pericolosamente attratta, la donna non è affatto convinta che il bambino soffra di allucinazioni e anzi crede alle sue parole più di quanto vorrebbe. Nel tentativo di svelare il mistero che grava sul villaggio, Harry ed Evi cercheranno insieme di trovare una spiegazione agli eventi sempre più angosciosi che si susseguono con ritmo incalzante nell'arco di pochissimi giorni e che si collegano alla tragica scomparsa di tre bimbe nel corso degli ultimi anni e alla minaccia incombente del rapimento di Millie. Raccolto di san gue è un romanzo dalle atmosfere gotiche e claustrofobiche, con il quale Sharon Bolton si conferma una delle voci più interessanti nel panorama del thriller anglosassone.
 

Notizie bio-bibliografiche sull'autrice. Sharon J Bolton was born and brought up in Lancashire, the eldest of three daughters. As a child, she dreamed of becoming an actress and a dancer, studying ballet, tap and jazz from a young age and reading drama at Loughborough University.
She spent her early career in marketing and PR before returning to full-time education to study for a Masters in Business Administration (MBA) at Warwick University, where she met her husband, Andrew. They moved to London and Sharon held a number of PR posts in the City. She left the City to work freelance, to start a family and to write.
She and Andrew now live in a village in the Chiltern Hills, not far from Oxford, with their son and the latest addition to the family: Lupe, the lop-eared lurcher. Her daily life revolves around the school run, walking the dog and those ever-looming publishing deadlines.

Il booktrailer

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8 aprile 2015 3 08 /04 /aprile /2015 06:17
La scatola a forma di cuore. Una storia di fantasmi in versione noir, a firma di un "figlio d'arte"La scatola a forma di cuore. Una storia di fantasmi in versione noir, a firma di un "figlio d'arte"

(Maurizio Crispi) Ho cominciato a leggere La scatola a forma di cuore (Joe Hill, Sperling&Kupfer, 2007), piuttosto tardi, rispetto a quando l'avevo acquistato (poco dopo la sua uscita in libreria).

E' arrivato il tempo: l'ho preso dal mucchio e ho cominciato a scorrerne le pagine. Mi è piaciuto: è una ghost story in versione noir che procede con numerosi colpi di scena, sino allo scioglimento finale, con qualche strizzamento d'occhio al mito di Orfeo e Euridice e una versione in "fantasmese" dell'eterna lotta tra bene e male.

Si presenta con un taglio narrativo e con una topica che Stephen King, nelle sue storie, non aveva mai affrontato: quindi, a Joe Hill, figlio d'arte, spetta il riconoscimento dell'originalità rispetto all'opera paterna, anche se lo stile lascia intuire al lettore una profonda conoscenza delle opere del genitore e l'assorbimento dei suoi stilemi che vengono riprodotti in una forma nuova e accattivane.

Pareri discordi nel web: a me, è piaciuto. Forse proprio per trovare una mia serenità di giudizio mi sono astenuto dal leggerlo subito sulla base della meraviglia "E' il romanzo del figlio di Stephen King"!

L'ho letto quando ormai mi ero dimenticato di averlo e quando, per caso, rimettendo a posto altri libri, ci sono inciampato di sopra. Su questo romanzo mi sento di poter esprimere un giudizio assolutamente positivo: se si prende come metro di giudizio il potere intrinseco d'una narrazione di captare l'attenzione del lettore, sarebbe sufficiente il riscontro di questa qualità per poterne decretare la bontà.

In più, avendo letto una miriade di ghost story devo anche dire che il marchingegno narrativo mi è risultato abbastanza originale, pur nel rispetto dei topoi propri del genere.

(Dal risguardo di copertina).Il protagonista, mito invecchiato del rock death-metal, è un collezionista del macabro: un ricettario per cannibali, un cappio da boia di seconda mano, un film snuff. Ma niente può competere con quell'oggetto in vendita su Internet: "Vendesi il fantasma del mio patrigno al miglior offerente..." dice l'annuncio. E l'uomo ha già la carta di credito in mano. Per mille dollari diventa l'unico proprietario di un abito che appartiene a un uomo morto. Il protagonista non ha paura. È da una vita che gestisce una serie di fantasmi: quello di un padre molestatore, delle amanti abbandonate senza cuore, degli amici traditi. Ma quello che gli porta il corriere in una scatola a forma di cuore non è un fantasma come tutti gli altri. L'ex proprietario dell'abito è "morto e vegeto" ed è ovunque: dietro la porta della camera da letto, seduto nella Mustang, in piedi davanti alla finestra, dentro lo schermo gigante del suo televisore, nel corridoio con un rasoio affilato appeso a una catena nella sua mano scheletrica. E sempre in attesa. Per trarre piacere da una lettura niente deve essere dato per scontato: devi poter provare meraviglia ed essere sorpreso da ciò trovi nella pagina scritta.

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7 aprile 2015 2 07 /04 /aprile /2015 18:22
La Vendetta del Diavolo di Joe Hill (Horns). Non è facile essere un figlio d'arte, ma Joe Hill se la cava e tenta le sue vie

(Maurizio Crispi) Come é noto Joe Hill è uno dei figli di Stephen King. Ha iniziato la sua carriera di scrittore, sotto falso nome, per rivelare il suo vero nome, soltanto dopo che aveva cominciato ad avere un certo successo. E ciò per evitare di influenzare l'eventuale apprezzamento dei lettori.
Dopo le sue prime prove d'autore, è stato reso noto che egli fosse figlio di tanto padre,
Per alcuni versi, un'imbarazzante parentela: come accade a tanti musicisti, figli di genitori musicisti che sembrano costretti a rimanere in qualche misura nell'ombra del padre, troppo grande per venire fuori dal suo alone. Basti pensare ad Jakob Dylan nel confronto con il padre Bob: lo ascolti perchè sei incuriosito del nome che porta e poi lo metti da parte.
Ciò dipende dal fatto che quando si legge o si sente un figlio d'arte interpretare uno dei suoi pezzi, si è inevitabilmente portati a pensare al rispettivo padre. Di rado lo si riesce a vedere come autore (o artista) a se stante. con le proprie originalità e le proprie pecche, che si uniscono in un mix unico ed irripetibile. Dietro il figlio si va sempre alla ricerca di un padre: e si manca il punto di dare a questo nuovo scrittore emergente un'identità e un posto.

Joe Hill è dunque un figlio d'arte e bene ha fatto nella prima parte della sua carriera ad occultare la sua ingombrante parentela. Ciò nonostante, per alcuni, ora che è stata rivelata la sua vera identità, risulta difficile non fare paragoni con il padre, cercando affinità con i suoi costrutti letterari di questi.

La vendetta del diavolo (Sperling&Kupfer, 2012, titolo originale: Horns, nella traduzione di Andrea Carlo Cappi) è il nuovo romanzo tradotto in Italiano dopo Una scatola a forma di cuore (Sperling&Kupfer, 2007) e una raccolta di racconti, Ghosts (per i tipi della stessa casa editrice, 2009).
Proprio in questi mesi è andato in distribuzione nelle librerie il complesso NOS4A2. Ritorno a Christmasland (Sperling&Kupfer, 2014). Joe Hill si dà da fare per uscire dall'ombra lunga del padre: per esempio, ha partecipato in collaborazione all'elaborazione di numerose graphic novel.

Il primo romanzo e la raccolta di racconti, infatti, si muovono all'interno del genere delle storie di fantasmi, poco battuto da King padre.
NOS4A2 sembra essere decisamente più complesso ed ambizioso con una sua originalità, ma ne dirò in seguito.
Tornando a La vendetta del diavolo, la storia di Ignatius Perrish a cui dopo una notte di bagordi spuntano delle autentiche corna di diavolo possiede indubbiamente delle qualità allegoriche. Se uno ci si accosta, immaginando di trovare un romanzo horror con i ritmi narrativi ele epifanie tipici di Stephen King, rimarrà ovviamente deluso.

Non ci sono veri elementi in questa storia che possiede piutto sto delle qualità allegorico-satiriche, mentre si va dipanando una conversazione che si estende nel passato di Ig Perrish, nella sua cerchia di amici, nela storia del suo fidanzamento e della storia d'amore con la bella Merrin sino alla uccisione di lei in circostanze misteriose e poco chiare, ma di cui Ig viene ritenuto - a torto - il principale sospetto.

Le corna che crescono sulla fronte di Ig hanno una singolare proprietà: inducono le persone con cui Ig entra in contatto a dire senza peli sula lingua ciò che veramente pensano o hanno pensato (e quindi, inevitabilmente, anche su ciò che hanno fatto).

Ig, a poco a poco, mentre si tuffa negli eventi del passato in un'ultima analitica rimemorazione, va scoprendo dei tasselli mancanti all'uccisione di Merrin e finisce con lo scoprire chi è stato il colpevole di quella morte che ha sconvolto la sua vita.

Storie dentro storie: questa è proprio una delle caratteristiche di King, ma il modo in cui sono trattati la materia narrativa e il soggetto sembrano essere del tutto originari.

Vi è in più, nella filigrana della narrazione, un'ardita interpretazione a proposito del Diavolo: che cioè il Diavolo possa essere uno strumento del Bene, in quanto intervenendo sula scena per mettere ordine nelle cose e per punire i veri colpevoli è in qualche misura uno strumento della giustizio divina.

Al di là delle stroncature di alcuni lettori che hanno cercato in questo romanzo una cifra horror di pura marca kinghiana, si tratta di una lettura godibile che, tuttavia, procede senza brividi eccessivi, imponendo al lettore più un'impegno mentale ed intellettuale che non un coinvolgimento emozionale.

Dal romanzo Horns è stato tratto nel 2013 un film con lo stesso titolo, con l'interpretazione di Daniel Radcliff nella parte di Ignatius Perrish.

(dal risguardo di copertina) Ignatius Perrish ha passato tutta la notte tra alcol ed eccessi. Il mattino dopo si sveglia con i postumi di una sbronza tremenda, un mal di testa infernale... e un paio di corna che gli spuntano sulla fronte. In un primo momento Ig pensa che siano un'allucinazione, o il prodotto di una mente alterata dalla rabbia e dal dolore. Nell'ultimo anno ha vissuto in un solitario purgatorio personale, dopo la morte della sua amata, Merrin Williams, violentata e assassinata in circostanze mai chiarite. Un esaurimento nervoso sarebbe la cosa più naturale del mondo. Ma non c'è niente di naturale in queste corna, fin troppo reali. Un tempo Ig godeva una vita di privilegi: aveva sicurezza, soldi e un posto nella società. Aveva tutto, e anche qualcosa in più: aveva Merrin, e il loro amore fatto di sogni a occhi aperti e magia. Ma l'assassinio della fidanzata si è abbattuto su Ig come una maledizione: pur essendo innocente, agli occhi della gente è lui l'unico colpevole, e si è comprato l'assoluzione grazie al suo denaro. Tutti, ormai, l'hanno abbandonato. Tutti, tranne uno: il suo demone interiore. Posseduto da un nuovo, terrificante potere e con nuove, spaventose sembianze, per Ig è arrivato il momento di trovare il mostro che ha ucciso Merrin e ha distrutto la sua vita. Essere buono non lo ha portato da nessuna parte. È il momento di una piccola vendetta. È tempo che il diavolo riscuota ciò che gli spetta...

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26 marzo 2015 4 26 /03 /marzo /2015 07:15

E' finalmente uscito nelle librerie italiane, in traduzione, l'atteso Revival di Stephen King, con un fisiologico scarto rispetto alla sua distribuzione in lingua originale.

Nei paesi anglofoni, d'altra parte, è già annunciata a breve (per il 2 giugno 2015) l'uscita di un suo nuovo romanzo, con il titolo "Finders Keepers".
Seguendo il link inserito sotto, è possibile leggere la recensione di Revival, scaurente da una lettura in lingua originale
.

(Dal risguardo di copertina dell'edizione italiana) Più di cinquant'anni fa, in una placida cittadina del New England, un'ombra si allunga sui giochi di un bambino di sei anni. Quando il piccolo Jamie alza lo sguardo, sopra di lui si staglia la figura rassicurante del nuovo reverendo, appena arrivato per dare linfa alla vita spirituale della congregazione. Intelligente, giovane e simpatico, Charles Jacobs conquista la fiducia dei suoi parrocchiani e l'amicizia incondizionata del bambino: per lui il pastore è un eroe, soprattutto dopo che gli ha "salvato" il fratello con una delle sue strepitose invenzioni elettriche. Ma l'idillio dura solo tre anni: la tragedia si abbatte come un fulmine su Jacobs, tutto il suo mondo è ridotto in cenere e a lui rimane solo l'urlo disperato contro il Dio che lo ha tradito. E il bando dal piccolo Eden che credeva di avere trovato. Trent'anni dopo, quando Jamie avrà attraversato l'America in compagnia dell'inseparabile chitarra che l'ha reso famoso, e dei demoni artificiali che ha incontrato lungo il cammino, l'ombra di Charles Jacobs lo avvolgerà ancora: questa volta per suggellare un patto terribile e definitivo. "Revival" è il racconto di due vite, quella che King ha vissuto e quella che avrebbe potuto vivere, attraverso due personaggi formidabili per potenza e fragilità, due uomini ai quali accade di incontrare il demonio e di affondare nel suo cuore di tenebra.
(La recensione di IBS) "In un certo senso la nostra vita è veramente un film. I protagonisti sono i famigliari e gli amici. Tra i comprimari rientrano vicini, colleghi, insegnanti e le conoscenze occasionali. Non mancano i ruoli minori: la giovane cassiera del supermercato con il sorriso carino, il barista affidabile del locale all’angolo, i tipi con cui vi allenate in palestra tre giorni alla settimana. Però a volte compare nella vostra esistenza qualcuno di estraneo a tali categorie. Una specie di jolly, che ogni tanto sbuca dal mazzo nel corso degli anni, soprattutto in un momento di crisi". Questo l'incipit di un romanzo che ti cattura sin dall'inizio e che ti rivela la sua natura di romanzo della memoria e della rimemorazione, tra le altre cose.
Questo libro è per alcuni degli scrittori che hanno costruito le fondamenta della mia casa”, annuncia King nell’esergo di Revival, la sua ultima fatica. Ebbene, sin dalla dedica che vede coinvolti autori del calibro di Mary Shelley, Bram Stoker e Arthur Machen, solo per citarne alcuni, è evidente la virata dell’autore di Shining verso l’horror e il paranormale.
Ma il romanzo, pur essendo intriso di elementi soprannaturali, è fortemente realistico grazie alla narrazione in prima persona di chi, sin da sei anni, è stato contagiato dall’ombra della pazzia megalomane: il piccolo Jamie.
Fondamentale, nello sviluppo della storia, è l’incontro tra il bambino e Charles Jacobs, un mistico che avrà una forte ascendenza sul percorso psicologico e spirituale di Jamie. Le loro vite si incroceranno molto spesso nell’arco della vita con profonde conseguenze per entrambi. Il loro legame diventerà una sorta di “patto col Diavolo”, e Jamie scoprirà che la rinascita – il Revival del titolo - ha molti, reconditi, significati.
Un romanzo scuro ed elettrizzante sulla dipendenza, il fanatismo, e ciò che potrebbe esserci al di là della vita. Un nuovo capolavoro del “re”, che si inserisce nella grande tradizione americana di Frank Norris, H.P. Lovecraft ed Edgar Allan Poe.

'Wake up, genius.' So begins King's instantly riveting story about a vengeful reader. The genius is John Rothstein, a Salinger-like icon who created a famous character, Jimmy Gold, but who hasn't published a book for decades. Morris Bellamy is livid, not just because Rothstein has stopped providing books, but because the nonconformist Jimmy Gold has sold out for a career in advertising. Morris kills Rothstein and empties his safe of cash, yes, but the real treasure is a trove of notebooks containing at least one more Gold novel.  Morris hides the money and the notebooks, and then he is locked away for another crime. Decades later, a boy named Pete Saubers finds the treasure, and now it is Pete and his family that Bill Hodges, Holly Gibney, and Jerome Robinson must rescue from the ever-more deranged and vengeful Morris when he's released from prison after thirty-five years.  Not since Misery has King played with the notion of a reader whose obsession with a writer gets dangerous. Finders Keepers is spectacular, heart-pounding suspense, but it is also King writing about how literature shapes a life - for good, for bad, forever.
'Wake up, genius.' So begins King's instantly riveting story about a vengeful reader. The genius is John Rothstein, a Salinger-like icon who created a famous character, Jimmy Gold, but who hasn't published a book for decades. Morris Bellamy is livid, not just because Rothstein has stopped providing books, but because the nonconformist Jimmy Gold has sold out for a career in advertising. Morris kills Rothstein and empties his safe of cash, yes, but the real treasure is a trove of notebooks containing at least one more Gold novel.  Morris hides the money and the notebooks, and then he is locked away for another crime. Decades later, a boy named Pete Saubers finds the treasure, and now it is Pete and his family that Bill Hodges, Holly Gibney, and Jerome Robinson must rescue from the ever-more deranged and vengeful Morris when he's released from prison after thirty-five years.  Not since Misery has King played with the notion of a reader whose obsession with a writer gets dangerous. Finders Keepers is spectacular, heart-pounding suspense, but it is also King writing about how literature shapes a life - for good, for bad, forever.
'Wake up, genius.' So begins King's instantly riveting story about a vengeful reader. The genius is John Rothstein, a Salinger-like icon who created a famous character, Jimmy Gold, but who hasn't published a book for decades. Morris Bellamy is livid, not just because Rothstein has stopped providing books, but because the nonconformist Jimmy Gold has sold out for a career in advertising. Morris kills Rothstein and empties his safe of cash, yes, but the real treasure is a trove of notebooks containing at least one more Gold novel.  Morris hides the money and the notebooks, and then he is locked away for another crime. Decades later, a boy named Pete Saubers finds the treasure, and now it is Pete and his family that Bill Hodges, Holly Gibney, and Jerome Robinson must rescue from the ever-more deranged and vengeful Morris when he's released from prison after thirty-five years.  Not since Misery has King played with the notion of a reader whose obsession with a writer gets dangerous. Finders Keepers is spectacular, heart-pounding suspense, but it is also King writing about how literature shapes a life - for good, for bad, forever.

'Wake up, genius.' So begins King's instantly riveting story about a vengeful reader. The genius is John Rothstein, a Salinger-like icon who created a famous character, Jimmy Gold, but who hasn't published a book for decades. Morris Bellamy is livid, not just because Rothstein has stopped providing books, but because the nonconformist Jimmy Gold has sold out for a career in advertising. Morris kills Rothstein and empties his safe of cash, yes, but the real treasure is a trove of notebooks containing at least one more Gold novel. Morris hides the money and the notebooks, and then he is locked away for another crime. Decades later, a boy named Pete Saubers finds the treasure, and now it is Pete and his family that Bill Hodges, Holly Gibney, and Jerome Robinson must rescue from the ever-more deranged and vengeful Morris when he's released from prison after thirty-five years. Not since Misery has King played with the notion of a reader whose obsession with a writer gets dangerous. Finders Keepers is spectacular, heart-pounding suspense, but it is also King writing about how literature shapes a life - for good, for bad, forever.

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25 marzo 2015 3 25 /03 /marzo /2015 06:28
L'Uccello Dipinto di Jerzy Kosinsky. Un romanzo che, alla sua uscita, generò molte polemiche e tanto scalpore

Ritorna in libreria, grazie ad una nuova edizione, curata da Minimum Fax, il romanzo di Jerzy Kosinsky (autore di Presenze), L'Uccello Dipinto.

(La presentazione del volume nella 4^ di copertina) Ambientato durante la seconda guerra mondiale in un paese dell’Europa dell’Est, L’uccello dipinto è la storia di un bambino ebreo e della sua miracolosa ricerca della salvezza. Allo scoppio del conflitto la famiglia lo nasconde in un villaggio di campagna e lo affida alle cure di un’anziana bambinaia, sperando di risparmiargli le violenze dell’esercito invasore; ma dopo la morte della donna inizia per lui un solitario vagabondare nel tentativo di ricongiungersi ai genitori. Tra le atrocità dei soldati tedeschi e quelle dei contadini – che lo credono un ebreo o uno zingaro in possesso di poteri malefici – il bambino scoprirà sulla natura umana molto più di quanto la sua giovane età avrebbe dovuto consentirgli.

Fin dalla sua uscita, nel 1965, L’uccello dipinto destò scalpore su entrambi i lati della Cortina di Ferro, divenendo uno dei libri più controversi nell’era della guerra fredda. Cinquant’anni dopo, caduto il velo delle ideologie, questo romanzo insieme autobiografico e universale continua a parlarci, con il coraggio e l’eloquenza dei grandi classici, del problema della libertà individuale e della violenza della società.

Il romanzo è preceduto da un'introduzione dello stesso autore.

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15 marzo 2015 7 15 /03 /marzo /2015 13:02
Oltre il vasto oceano. La storia di una famiglia, di un'infanzia, di una città

(Maurizio Crispi) Oltre il vasto oceano. Memoria parziale di Bambina di Beatrice Monroy (Avagliano, 2014) è - se mi si può consentire questa espressione che successivamente cercherò di sostanziare - un libro prezioso.
Ed è innanzitutto tante cose diverse: la sua preziosità è nell'essere ad un tempo stesso complesso e lieve.

E', innanzitutto,un tributo che Beatrice Monroy ha voluto "costruire" per i suoi antenati, quelli che nell'infanzia la guardavano severi dai quadri di famiglia, ma èanche un memoir della propria infanzia e una storia della sua famglia in fieri, attraverso i diversi momenti della sua formazione personale,dall'infanzia all'età adulta, passando dall'adolescenza sempre tormentata e qui caratterizzata dala ricerca di un'identità che non fosse semplicemente quella della legacy aristocratica della sua famiglia, nel confronto con una storia ngombrante che affonda la sue radici sino ad un passato lontano, addirittura nella Spagna della lotta contro i Mori e della Conquista e che,con il suo peso, si estende nel presente: un passato fatte di storie tramandate e raccontate da una generazione all'altra, a volte roboanti, ma sempre con una loro verità.
Ma nel racconto di Beatrice Monroy, costruito formalmente in modo del tutto originale, c'è un continuo altalenare tra il passato e l'attualità dei diversi momenti della sua vita: come in tutti i racconti brillanti ed efficaci di memorie personali che emergano a condizione che non vengano esposti in maniera puramente didascalica, anche qui c'è un via vai continuo tra presente e passato,poichè - quando si ricorda - se non si ha l'intendimento di scrivere una biografia o un trattato di storia - o di micro-storia - i ricordi tramandati e quelli che possono ricevere il conforto di documenti giacenti negli archivi di famiglia non possono non essere intrecciati con i ricordi personali, poichè le memorie di famiglia possono scaturire soltanto dalla rievocazione dei racconti che sono stati più volte ascoltati e pertanto non possono prescindere dai momenti e dai contesti in cui sono stati ricevuti.
Nel racconto di Beatrice Monroy, c'è anche il confronto con una grande figura che è quella del padre Albertto, scienziato di fama internazionale e ultimo principe di una casata plurisecolare: una figura sfaccettata, piena di doti, complessa.
Il racconto è anche un modo per sistemare in qualche modo il rapporto con una figura giganteggiante.
E' sempre così quando si cresce in una famiglia che abbia memorie storiche e che vanti personaggi di assoluto rilievo nel passato o ancor di più nella contemporaneità: gli epigoni, gli ultimi discendenti della linea, devono procedere con una grande fatica per trovare un loro posto nel mondo originale, che non sia solo ed esclusivamente situato nella lunga ombra gettata dai propri padri e dai propri antenati, anche al prezzo di allontanarsi per periodi interi e tentare esperienze alternative, per poi fare ritorno con una propria identità solidamente costruita che sia una sintesi delle proprie storie familiari e di ciò che si è visto e sperimentato nel mondo.
C'è tanto nel racconto di Beatrice Monroy e si rimane incantati dall'intreccio di storie, che passano con eleganza e fluidità dal passato lontano al presente più o meno vicino, dando continuamente, sprazzi storici della Sicilia e di Palermo (e, aggiungerei, anche di Napoli, visto che in periodi della sua vita, l'autrice vi ha vissuto assieme al padre).

Due parole in merito al titolo e all'immagine di copertina, come soglie al testo.

Oltre il vasto oceano fa riferimento alle origini della famiglia Monroy, che ha il suo inizio con la spedizione che porta alla conquista spagnola del Messico, ma è anche collegato alle esperienzae di viaggio e di permanenza all'estero in luoghi disparati dell'autrice da bamina, al seguito dei genitori, quando il padre si spostava nel laboratorio statunitense di Woods' Hole nel Massachussets per i suoi stage di studio sulla biologia marina: esperienze di viaggio precoci che hanno fatto maturare in lei - da bambina e poi da adolescente - di non appartenere a nessun luogo, ma che le hanno consentito nello stesso tempo di allargare ed arricchire incredibilmente i propri vertici di osservazione sul mondo.

Memoria parziale di Bambina: perchè la scrittrice riconosce con modestia che non può ricordare e rievocare tutto, poichè il filtro che adopera è la sua visione di bambina, sempre selettiva e parziale. Ma c'è nell titolo anche "Bambina" che ricorda, come il padre chiamava la figlia Beatrice, ultima nata di tre sorelle e che, nei voti dei genitori, avrebbe dovuto essere un maschio.E quindi c'è anche Bambina che si misura con un padre, una madre, un passato familiare: tutto ciò che viene assorbito per il tramite dei nostri familiari e che ci forgia sin dalle prime età.

Non si può disconoscere che l'immagine di copertina, assieme al titolo, abbia una importante funzione come soglia al testo oscillante tra memoria onirica e ricordo storicamente situato. La giovane donna (o fanciulla), senza età e senza tempo, che guarda verso il mare vuoto dà corpo al vasto oceano e all'orizzonte lontano evocati dal titolo, ma nello stesso tempo quest'immagine è completata dalla metà di illustrazione sul retro: che, a chi conosce i luoghi, consente di avvertire immediatamente un senso di familiarità e la percezione di essere a casa, quasi.

Ed è infine, Oltre il vasto oceano, uno splendido tributo alla storia di una città che ha visto straordinari splendori, indicibili orrori, cumuli di nefandezze e che adesso, come annota tristemente l'autrice, è sprofondata in un'abissale decadenza.

Una città decade, quando i suoi cittadini perdono la memoria delle loro radici e non sanno più rispondere a domande come: "Chi sono?", "Da dove vengo?", "Dove vado?", perchè nessuno ha mai raccontato loro le storie di ciò che è accaduto in un passato remoto o anche molto vicino.

Credo che un libro come questo che si può leggere come memoria storica di un luogo e delle persone che vi hanno vissuto daparte di coloro che quel luogo lo conoscono, o anche soltanto come straordinaria storia di fantasia per chi non ha mai avuto dimestichezza con luoghi e persone, possa aiutare a preservare qualche cosa dalla decadenza a cui siamo condannati in questi tempi tristi e aiutarci a recuperare alcune delle nostre radici.

Le narrazione dell'autrice è supportata da numerosi documenti originali ed inediti, provenienti dal suo archivio personale e familiare: ed è questa, ovviamente una ricchezza in più della sua storia.

Oltre il vasto oceano. La storia di una famiglia, di un'infanzia, di una città
Oltre il vasto oceano. La storia di una famiglia, di un'infanzia, di una città

Con questo libro, Beatrice Monroy é stata la vincitrice della prima edizione del concorso letterario “Kaos”. La scrittrice è stata premiata il 26 gennaio 2014, a Montallegro, a conclusione del festival dell'editoria, della legalità e dell'identità siciliana promosso dall’Associazione Top Stage presieduta da Angela Indelicato con la direzione artistica di Peppe Zambito.
Il libro racconta la grande epopea dell'antica famiglia aristocratica dei Monroy - la famiglia della scrittrice - siciliana, ma di ascendenze spagnole, insignita di vari titoli nobiliari e spesso ricordata perché ad essa appartenne il celebre condottiero spagnolo Hernán Cortés Monroy.
Intorno a questa città - ha spiegato l’autrice nel corso della cerimonia di consegna del premio, assegnato da una giuria presieduta dallo scrittore Giacomo Pilati - si è dipanata la misteriosa storia della famiglia Monroy, con avventure fanfarone e racconti mitici. Da Masaniello a Luchino Visconti, sono molti i personaggi noti che entrano nel racconto ambientato anche in altri luoghi: la Francia, la Spagna, Napoli, l'America”.

(Presentazione del volume nel sito web della Casa editrice Avagliano) Ascesa e rovina di una grande famiglia aristocratica a metà strada tra la leggenda e la storia. E' la grande epopea di una famiglia aristocratica. Figlia di due scienziati che spostavano la loro residenza in riferimento al loro lavoro, la protagonista, assieme alle sorelle, cresce con strane regole e con la sensazione di essere ovunque straniera e nello stesso tempo abitatrice di ogni mondo. Al centro c’è Palermo. Luogo di partenza e luogo di approdo. Intorno a questa città, c’è stata quindi la misteriosa storia aristocratica della famiglia, i Monroy, con avventure fanfarone, racconti mitici da ascoltare nel silenzio del grande cerchio famigliare. Da Masaniello a Luchino Visconti, dai Mille al terremoto del Belice, sono molti i personaggi e i fatti noti evocati nel libro. Vi ritroviamo anche molti luoghi, la Spagna, l’America, le Galapagos, Bergamo, Milano, Napoli. Il libro ha una struttura originale e mescola narrazione storica a memoria personale.

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13 marzo 2015 5 13 /03 /marzo /2015 05:32

Simon Kernick, Il dovere di Uccidere, Mjavascript:void(0)ondadori, 2003Proprio di recente,mi è capitato di leggere un romanzo di Simon Kernick, noto giallista inglese, dal titolo Il Dovere di Uccidere (originale: "The Business of Dying"), pubblicatoda Mondadori nel 2002 in hard cover e nel 2003 nei Tascabili.

Come sono arrivato a leggere, adesso, un romanzo pubblicato più di 10 anni fa?
La risposta è semplice: quando acquisti libri ad un ritmo tale d anon poterli leggere subito capita a volte che molti rimangano da parte (o in stand-by), come riserva di "legna da ardere" o con la funzione di dare risposta ad improvvise curiosità e/o altrettantor epentini desideri di lettura.
Questo volumeche, tra l'altro, l'avevo comprato con una promozione remainder: dopo di che, era rimasto a giacere in un mucchio (di libri) per anni, sino a quando in occasione dello spostamento di parte della montagna di libri accumulata nella camera da letto non mi è capitato tra le mani.

Nel deisderio di raccogliere più elementi di conoscenza, onde potere collocare il volume in modo più appropriato (nazionalità dell'autore, genere, cose così), l'ho aperto e l'ho sfogliato: l'incipit mi è piaciuto e, così, seduta stante, ho cominciato a leggerlo.

E' stata sin da subito una lettura dominnte: ha scalzato infatti - con il suo ritmo di noir d'azione che s'interseca con quello dell'indagine poliziesca di stampo tradizionale - altre letture in corso.

Il Dovere di uccidere, terzo della produzione letteraria di Kernick (sino al 2013 sono stati ben 15 i romanzi che ha pubblicato), fu il romanzo che gli fece conseguire per la prima volta, dopo i primi due sfortunati tentativi, successo di critica e di pubblico.
E' la storia di Dennis Milne, un poliziotto della Polizia metropolitana londinese, corrotto e esecutore di "lavori" sporchi a pagamento, ma nello stesso tempo portatore di un suo senso etico della giustizia e - per così dire - umanitario nel suo modo di condurre le indagini sui più disparati eventi criminosi nella sua qualità di ispettore.

Tra i romanzi di Kernick sono molti quelli che hanno per protagonista Dennis Milne.

Dopo essere stato attenzionato dall'editoria italiana, con la pubblicazione di questo romanzo in hard cover e successivamente nei tascabili, Kernick non ha più riscosso più interesse ed è stato declassato ad autore da includere nella collana dei Gialli Mondadori: infatti, solo unaltropaio di romanzi, peraltro introvabili, sono stati pubblicati in questa collana. E poi niente più: e, d'altronde, il pubblico è impietoso e tende immediatamente a declassare un autore che non viene più pubblicato in hard cover e che abbia un posto di risalto con le sue nuove uscite sui banchi delle librerie destinati ad accogliere i best seller.
Un peccato, perchè a mio avviso Kernick èun autore che merita, poiché a giudicare da questo suo "Il Dovere di Uccidere", sa scrivere con nerbo, xcon senso del ritmo ed inserendo gli elementi giusti in un flusso narrativo che sappia anche tenere nel debito conto la psicologia dei personaggi.


(dal risguardo di copertina) Dennis Milne é un killer a pagamento che in una fredda notte londinese fa fuori tre uomini apparentemente innocenti. Ma è anche un poliziotto modello che, poche ore dopo il delitto, è di nuovo sulle strade per indagare sul ritrovamento del cadavere di una giovane prostituta sgozzata. La prima di una serie. E' una strana situazione quella in cui si trova: deciso a venire a capo dell'intrigo, scopre l'esistenza di un filo perverso che lega gli omicidi delle prostitute, il suo "datore di lavoro" e gli uomini che ha ucciso. Sarà un vero e proprio viaggio infernale, allucinato e drammaticoin un universo di corruzione e depravazione, quello che porterà Dennis a comporre tutti i tasselli del mosaico. E la soluzione sarà per luiun tragico verdetto, a cui, pur nella premonizione del disastro non tenterà neanche di sottrarsi. Un thriller aspro e appassionante dal ritmo serrato e coinvolgente. L'opera di esordio di un nuovo talento della crime story.

(Presentazione dell'edizione inglese, da Wikipedia) The Business of Dying is a novel written by Simon Kernick. His first novel, Kernick introduces the character Dennis Milne who becomes the lead character in several novels. The story is a crime thriller which follows Milne, a full-time police officer and part-time hitman whose targets turn out to be customs officers and an accountant. The novel was published in the United Kingdom in 2002 by Bantam and in the United States in 2003 by St. Martin's Minotaur.
A book reviewer for The Daily Telegraph wrote that the novel is an "auspicious debut which leaves me looking forward eagerly to Mr Kernick's next book." The reviewer in Booklist wrote "Kernick's debut is compelling, dark, and suspenseful" and that "while there are a few places where his unusual plot fails to convince, Kernick clearly has a promising future". The reviewer in Publishers Weekly wrote "Kernick does a masterful job of making Milne sympathetic, despite his callous brutalities, by combining a captivating first-person narrative with emotionally complex characterization. The portrayal of the harsh realism of the mean city streets is complemented by the revelations of the secret lives of the supporting characters with their masks of public respectability. Powerful prose, tight plotting and a clever fair-play puzzle add up to a remarkable first effort."
The reviewer for the Library Journal wrote: "Told with clarity and wit, this is an unusual but effective approach to the British police procedural from a new voice. Strongly recommended."[4] The review in Kirkus Reviews says "Nicely plotted and briskly paced, with a voice not unlike James M. Cain's in Double Indemnity".
Sull'autore. Simon Kernick (born 25 January 1966 in Slough, Berkshire) is a British thriller/crime writer now living in Oxfordshire with his two daughters Amy and Rachel. Kernick attended Gillotts School, a comprehensive in Henley-on-Thames, Oxfordshire. Whilst he was a student his jobs included fruit-picker and Christmas-tree uprooter. He graduated from Brighton Polytechnic in 1991 with a degree in humanities.
Kernick had a passion for crime fiction writing from a young age and produced many short stories during his time at polytechnic. After graduating Kernick joined MMT Computing in London in early 1992, where a relative was the Chairman and Managing Director. He left the company after four years in the hope of trying to secure a publishing deal. Despite interest from a number of publishers Kernick was unable to secure a deal, so he joined the sales force of the specialist IT and Business Consultancy Metaskil plc in Aldermaston, Berkshire in 1998 where he remained until he secured his first book deal The Business of Dying in September 2001.
His novel Relentless was recommended on Richard&Judy's Summer book club 2007.
It was the 8th best-selling paperback, and the best-selling thriller in the UK in the same year.

 

______________________________________
Sito web ufficiale dell'autore: http://www.simonkernick.com/

About: http://www.simonkernick.com/about/

Simon Kernick in Wikipedia: http://en.wikipedia.org/wiki/Simon_Kernick

 

 

La copertina dell'edizione originale e Simon Kernick in una foto recenteLa copertina dell'edizione originale e Simon Kernick in una foto recente

La copertina dell'edizione originale e Simon Kernick in una foto recente

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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