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22 maggio 2019 3 22 /05 /maggio /2019 07:18
Grimm, Fiabe del Focoloare, Einaudi I Millenni, 1969

Le Fiabe dei Fratelli Grimm rappresentano indubbiamente uno degli zoccoli duri su cui poggia gran parte della narrativa favolistica per l'infanzia, anche odierna, e dell'intrattenimento cinematografico. E sono tanti gli autori che per motivi diversi hanno esaminato e studiato l'impianto narrativo delle fiabe e le loro origine. Almeno per ciò che concerne il mondo occidentali uno dei caposaldi e pietra miliare del genere (azzi suo punto di origine) fu rappresentato dall'instacanbile lavorto dei Fratelli Grimm e dal loro lavoro di raccolta e trasformazioni di tradizioni narrative orali in un corps scritto. Da noi in Italia due traduzioni di riferimento sono "Le Fiabe del Focolare" edito a suo tempo da Einaudi nella collana "I MIllenni" sin dal 1951 (che vide successive ristampe)  e una più recente edizione del 2015 per Donzelli, Tutte le Fiabe. Prima edizione integrale 1812-1815.

Alcuni autori hanno percorso e ripercorso le fiabe dei Fratelli Grimm, alcuni riscrivendole secondo la propria sensibilità oppure adeguandole ai tempi moderni, Altri, invece, impegnandosi in uno sforzo esegetico ed interpretativo. Tra i primi non si può non menzionare Angela Carter, con il suo "La Camera di Sangue" (Feltrinelli, 1984), ma anche alcuni insospettabili autori leader di altri generi sono stati plasmati dall'influenza delle fiabe dei Grimm (si veda ad asempio , a proposito dell'archetipo del bosco in cui si perdono i bambini, "La bambina che amava Tom Gordon" di Stephen King).
Tra i secondi, si annoverano molti studiosi sia sul versante della psicoanalisi, come Bruno Bettelheim (con il suo "Il mondo incantato: uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe", Feltrinelli, 1974), sia su quello della Psicologia analitica come Marie-Louise von Franz. In ogni caso, le fiabe dei Fratelli Grimm che furono la risultante di un lavoro certosino di raccolta di racconti dalla tradizione orale e della loro rielaborazione in racconti che incldevano molti elementi difformi, ma anche di successive implementazione, alla maniera dei lavori di ricostruzione archeologica del sito di Cnosso da parte di Evans (una ricostruzione non strettamente filologica, ma "interpretata") fanno riferimento a delle categorie universali e, per questo, persistono nell'immaginario collettivo oppure ci sono già se li consideriamo alla stregua di archetipi. Il bosco, gli animali parlanti, la strega cattiva, il bambino o i bambini che si perdono sempre nel fitto del bosco, le trasformazioni di esseri umani in animali e viceversa e, ovviamente, l'orco che mangia i bambini. E anche chi nella sua saggistica si è occupato di horr e di gotico non ha potuto prescindere dalla necessità di esaminare l'impianto favolistico: in effetti, spesso le fiabe dei Grimm sono oltremodo sanguinarie, per quanto il più delle volte con un lieto fine. Le cose terribili che accadono si possono sempre in qualche modo disfare. In effetti, si può ipotizzare che horr e gotico abbiano anch'essi in quanto generi delle radici profondamente radicate nel sistema delle fiabe in cui, comunque sia c'è sempre l'elemento della paura e del pericolo. Lo stesso Stephen King nel suo saggio sull'horror e sul gotico, "Danse Macabre", non può prescindere da queste radici.

 

Simona Vici, Mai più sola nel bosco, Marsilio, 2019

Simona Vinci nel suo originale percorso in un testo recentemente edito (Mai più sola nel bosco. Dentro le fiabe dei Fratelli Grimm, Marsilio Editore - Collana PassaParola, 2019) conduce il lettore dentro una sua personale rilettura delle fiabe dei Fratelli Grimm in cui si uniscono la sua personale e approfondita conoscenza di queste fiabe derivante dal fatto che esse sono state per lei compagni di lettura di tutta una vita assieme all'emergere di ricordi d'infanzia dove si ritrovano le vere radici della sua vocazione a divenire scrittrice.
E dunque questo libro, in cui gli stilemi del saggio, del memoir e del tributo sono strettamente intrecciati, è anche un tentativo di ripercorrere le origini e alle radici più profonde della sua scrittura.
Ovviamente, leggendo il testo di Simona Vinci, viene immediatamente la voglia di riprendere in mano l'edizione completa de "Le Fiabe del Focolare" per rileggere quelle stesse fiabe cui l'autrice si riferisce in questa sua rivisitazione.

(Soglie del testo) C'è una fiaba in questo libro, e la fiaba racconta di una bambina e di una creatura misteriosa. La Creatura d'acqua scura che striscia nella soffitta è forse il fantasma di un uomo ucciso durante la Resistenza e il cui corpo è stato occultato nello stagno. La Creatura d'acqua scura somiglia - dal buio nel quale la bambina la incontra - al lupo che attende Cappuccetto Rosso, al ginepro che conserva vita e morte nei suoi rami, al fuso di Rosaspina bella addormentata nel bosco, alla mela avvelenata di Biancaneve. La Creatura d'acqua scura torna, come in una favola nera, ad avvertire, raccontare, raccordare la vita adulta e l'infanzia, le colpe e le assoluzioni, i morti propri e quelli degli altri, gli amici perduti e i luoghi ritrovati. Simona Vinci, raccoglitrice di erbe per l'arrosto, fichi per le conserve e storie per queste pagine, continua a dire della sua paura e della nostra, svelando perché abbiamo tutti vissuto nelle fiabe dei fratelli Grimm e come, qualche volta, torniamo a viverci. Un viaggio dentro e fuori "il gusto della paura" di una scrittrice italiana che, per sua stessa ammissione, talvolta vede ancora l'invisibile.
Un viaggio dentro e fuori «il gusto della paura» di una delle più importanti scrittrici italiane contemporanee che, per sua stessa ammissione, l’invisibile, a volte, lo vede ancora
La creatura d’acqua scura che striscia in soffitta è forse il fantasma di un uomo ucciso a Budrio durante la Resistenza e il cui corpo è stato occultato nello stagno. La creatura d’acqua scura somiglia – dal buio nel quale Simona Vinci lo incontra, bambina – alle Cose assiepate dietro i cespugli e che ringhiano nell’udire un rumore di passi, al lupo nei boschi che attende Cappuccetto rosso, agli alberi di ginepro che conservano vita e morte nelle bacche e nei rami, ai briganti antropofagi, ai corvi che sono stati uomini, all’arcolaio di Rosaspina bella addormentata nel bosco, alla mela rossa avvelenata di Biancaneve, alle matrigne tagliagole. La creatura d’acqua scura torna, come le altre, come in una favola, come un gatto nero, famiglio o emissario del male, ad avvertire, salutare, raccontare, raccordare il tempo presente con l’infanzia, le colpe e le assoluzioni, i giochi e i dispetti, i morti propri e quelli degli altri, gli amici perduti e i luoghi ritrovati. I bambini che si crescono con i bambini che si è stati.
Simona Vinci, raccoglitrice di erbe per l’arrosto e fichi per le conserve e di storie per queste pagine, continua a dire della sua paura e della nostra, svelando perché tutti abbiamo vissuto nelle Fiabe dei fratelli Grimm e come, qualche volta, torniamo a viverci. La creatura d’acqua scura non ha intenzioni malvagie, è dolce, e ci abita. Almeno oggi.
«Fin dal suo esordio con Dei bambini non si sa niente, Simona Vinci ha dimostrato di essere una delle migliori scrittrici italiane contemporanee» (la Repubblica)

 

Simona Vinci

L'Autrice. Simona Vinci nata a Milano nel 1970, oggi vive a Bologna. Ha pubblicato Dei bambini non si sa niente (Einaudi Stile libero 1997 e 2018), In tutti i sensi come l’amore (Einaudi Stile libero 1999 e 2018, premio Selezione Campiello 1999), Come prima delle madri (Einaudi 2003, premio Selezione Campiello 2003), Brother and Sister (Einaudi Stile libero 2004), Stanza 411 (Einaudi Stile libero 2006 e 2018), Rovina (Edizioni Ambiente 2007), Strada Provinciale Tre (Einaudi Stile libero 2007), Nel bianco (Rizzoli 2009), La prima verità (Einaudi Stile libero 2016, premio Campiello 2016), Parla, mia paura (Einaudi Stile libero 2017) e In tutti i sensi come l’amore (Einaudi Stile libero 2018). I suoi libri sono tradotti e pubblicati in quindici paesi.

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10 maggio 2019 5 10 /05 /maggio /2019 09:53
Antonio Ferrara, Bambino di guerra, Siké Edizioni (Collana La Biblioteca di Nellina), 2019

Si legge con coinvolgimento e costernazione Bambino di guerra (Siké Edizioni, Collana La Biblioteca di Nellina, 2019), il breve testo di Antonio Ferrara, ciascun blocco di caratteri accompagnato da una illustrazione a piena pagina, 25 in totale, che narrano una storia per immagini curda e poetica al tempo stesso.
Quasi si trattasse, con le immagini disposte serialmente, del tabellone di un moderno contastorie. La voce narrante è quella di un bambino africano che è stato reclutato per diventare un bambino-soldato. Una voce, la sua triste e cruda al tempo stesso. Il luogo è un imprecisato paese dove imperversa la guerra: quindi questo racconto-denuncia assume un valore universale, privato com'é di particolarismi e di specifiche geolocalizzazioni.

Il nostro narratore racconta di tutto - in forma coincisa ed incisiva - dallA CRUDA iniziazione (il dovere assistere all'amputazione delle braccia della sorellina a colpi di machete) ad una possibile salvezza.
Il racconto nel finale così si trasfigura, poichè presenta uno spiraglio, una via di uscita all'incubo. 
Ma è noto quanto siano grandi le difficoltà nel salvare i bambini-soldato dal baratro in cui sono stati fatti precipitare con la sopraffazione e a metterli in una strada di possibile riabilitazione.
Il volume è corredato di una prefazione scritta da padre Alex Zanotelli con il titolo "Rendiamo tabù la guerra", in cui viene brevemente esaminata la situazione di guerre permanenti in molte parti del continente africani e dei suoi perché (tra cui la fabbricazione e l'esportazione di armi leggere da parte dei paesi del blocco occidentale (e l'Italia, a quanto pare, ha il triste primato di essere la seconda produttrice di armi leggere dopo gli USA), ma anche i perché del reclutamento di tanti bambini a fare i soldati, spingendoli a compiere atti di crudeltà efferata. E soprattutto nella sua prefazione viene denunciata l'efferata crudeltà messa in atto nei confronti di bambini ai quali, inducendoli con la violenza ad esercitare violenza, viene di fatto rubata l'infanzia.
Bambino di guerra fa pensare molto al romanzo (ma fondato su fatti veri) di Uzodinma Iweala, Bestie senza patria (Einaudi, Stile Libero, 2006) in cui si racconta la storia di un bambino, Agu, costretto a diventare soldato dai ribelli del suo paese e a obbedire agli ordini di uomini-belva come Comandante" e a uccidere nei più brutali dei modi per non essere ucciso a sua volta. Il divario temporale tra i due volumi mostra che il problema emrgente alle soglie del nuovo secolo e tuttora attuale e drammatico, pur nella profonda differenza tra le due scritture. Ma - sulla spinta di un desiderio di approfondimento - possiamo anche ricordare qui il libro memoir di Ismael Beah, Memorie di un soldato bambino edito da Feltrinelli che, ambientato questa volta in uno specifico paese, la Sierra Leone, condurrà il lettore in una realtà storica ancora antecedente e cioè agli anni Novanta del secolo scorso. E per completare questa carrellata di riferimenti bibliografici non possiamo dimenticare il drammatico saggio di Peter Warren Singer "I signori delle mosche", edito da Feltrinelli nel 2006 e il reportàge "Soldatini di piombo" che una raccolta di storie vere di bambini-soldato tra Uganda e Sierra Leone, trascritte ed elaborate da Giulio Albanese, giornalista e missionario, nel tentativo di affrontare la dolorosa vicenda dei bambini-soldato.

(Ultima di copertina) In venticinque drammatici affreschi – in cui il testo si alterna al bianco, nero, ocra e rosso delle illustrazioni – si racconta la realtà in cui ancora oggi, nel terzo millennio, sono costretti a vivere migliaia di ragazzi africani. Questo è un libro in cui si narra della “guerra” africana. Non una nello specifico, ma le tante guerre che in maniera più o meno eclatante non hanno mai cessato di togliere vita e speranze all'Africa.
Dalle pagine sapientemente costruite dall'autore emerge il dramma personale e sociale dei bambini-soldato. Ragazzi che, nemmeno adolescenti, vengono letteralmente rubati alle loro famiglie dai signori della guerra e trasformati in ubbidienti e impassibili carnefici. Ma anche ubbidienti e impassibili vittime.

Antonio Ferrara

L'autore. Antonio Ferrara è srittore, illustratore e formatore. Nato a Portici (Na), dove ha vissuto fino all’età di vent’anni, si è trasferito a Novara sul finire degli anni Settanta, dove ha lavorato come educatore in una comunità alloggio. Ha ricevuto diversi premi, tra i quali il «Premio Andersen», nel 2012 per il miglior libro oltre i 15 anni, e nel 2015 come illustratore. Nel 2017 è tra i vincitori del «Premio Letteratura Ragazzi» della Fondazione Cassa di Risparmio di Cento. Nel 2018 ha vinto il 61° Premio Bancarellino.

Uzodimna Iweala, Bestie senza patria (titolo originale: Beasts of No Nation, nella traduzione di Alessandra Montrucchio), Einaudi (Collana Stile Libero), 2006

Uzodimna Iweala, Bestie senza patria (titolo originale:Beasts of No Nation, nella traduzione di Alessandra Montrucchio), Einaudi (Collana Stile Libero), 2006

Non è un memoir personale, ma è stato scritto in forma di romanzo a partire da testimonianze raccolte ed è quindi fondato su fatti realmente accaduti.
(quarta di copertina) Un Paese africano senza nome. Una guerra civile di cui non si conoscono né ragioni né scopi. E un bambino che il padre incita a fuggire. Ma quando il mondo è dominato dalla brutalità, la fuga non è salvezza. È una inarrestabile discesa all'inferno.
Fino a poco tempo fa, nel villaggio si viveva bene. Si facevano feste, si mangiava di tutto. Agu e il suo amico Dike giocavano per strada, davanti al sorriso delle donne e dei vecchi. La mattina andavano a scuola, la domenica in chiesa. E ogni sera, Agu si faceva leggere da sua madre qualche pagina della Bibbia, affascinato dalle mille storie che conteneva. Poi, però, è arrivata la guerra. Agu, costretto a diventare soldato per i ribelli, deve ora obbedire agli ordini di uomini-belva come Comandante. Deve uccidere nel piú brutale dei modi, per non essere ucciso. Impara tutte le atrocità. Solo la fantasia, l’amicizia, la nostalgia della famiglia gli permettono di resistere alla violenza e alla fame. Gli permettono di sopravvivere, come una bestia braccata, una bestia senza patria.
Con un linguaggio tagliente come la lama di un machete eppure capace di improvvisi squarci di poesia, Bestie senza una patria racconta una storia di vita e di morte, la storia di un bambino obbligato a crescere, e a perdere l’innocenza, nel peggiore dei modi (e dei mondi) possibili.
Hanno detto
"Una delle rare occasioni in cui leggi un’opera prima e pensi: questo ragazzo diventerà molto, molto bravo"  (Salman Rushdie)
" Un’opera urgente, potente e viscerale, che annuncia l’arrivo di un grandissimo talento" (Amitav Gosh)

L'autore. Uzodinma Iweala è nato nel 1982 negli Stati Uniti. Bestie senza una patria è il suo primo romanzo e ha ricevuto alcuni tra i piú prestigiosi premi letterari per esordienti, tra cui il New York Library's Young Lions Prize.

Peter Warren Singer, I Signori delle mosche. L'uso militare dei bambini nei conflitti contemporanei, Feltrineli Editore (Collana i Campi del Sapere), 2006

Peter Warren Singer, I Signori delle mosche. L'uso militare dei bambini nei conflitti contemporanei, Feltrineli Editore (Collana i Campi del Sapere), 2006, con un contributo di Alessandro Del Lago.

(quarta di copertina) Questo libro è uno studio serio su come sta cambiando il modo di fare la guerra. Il fenomeno dei bambini soldati è la spia e insieme l’aspetto più atroce di tale trasformazione. La loro presenza sui campi di battaglia è una novità dei conflitti contemporanei: dall’Europa (Balcani, Kurdistan turco) all’Asia (Medio Oriente, fascia caucasica, Sri Lanka, Sudest asiatico), dall’Africa (Sierra Leone, Sudan, Congo) all’America centro-meridionale i bambini vengono ‟reclutati” negli eserciti regolari e irregolari. L’uso sempre più massiccio di bambini soldati nasce dalla fine della Guerra fredda e dall’instabilità che la globalizzazione comporta nella maggior parte dei paesi post-coloniali. Qui, dove gli stati sono fragili, la disponibilità di armi letali e poco costose consente anche a gruppi piccoli, spesso privi di sostegno popolare, di trasformarsi in bande armate che si battono per il controllo delle risorse economiche. Il ‟reclutamento” dei bambini diventa sistematico proprio perché risponde alle esigenze di questi nuovi conflitti: sono facilmente manipolabili, imparano in fretta a maneggiare armi leggere e letali, non costano e sono sostituibili. Vi hanno fatto ricorso piccoli gruppi guidati dai ‟signori della guerra”, ma anche eserciti di stati sovrani, come l’Iran, e il loro utilizzo va diffondendosi in tutto il mondo. L’uso dei bambini cambia le guerre e le rende più violente e atroci. Per stroncarlo bisogna fare in modo che non sia più conveniente. Singer propone che lo si dichiari crimine contro l’umanità. Gli adulti responsabili devono essere giudicati da tribunali ad hoc e da tribunali internazionali. I bambini, al contrario di quanto avviene oggi, non devono essere perseguibili, nonostante siano responsabili di reati gravissimi, proprio perché bambini. Al loro recupero – lungo e difficilissimo e al quale è dedicato l’ultimo capitolo – vanno riservate risorse importanti: la loro riabilitazione è il primo passo per arginare il dilagare della violenza.

L'Autore. Peter Warren Singer ha studiato a Princeton e a Harvard. Insegna a Princeton. È stato consigliere dell'esercito statunitense per le questioni legate al fenomeno dei bambini soldati. È autore di Corporate Warriors. The Rise of the Privatized Military Industry (Cornell University Press, 2003).

Giulio Albanese, Soldatini di piombo. La questione dei bambini-soldato, Feltrinelli Editore, 2007

Giulio Albanese, Soldatini di piombo. La questione dei bambini-soldato, Feltrinelli Editore, 2007

(Quarta di copertina) Giulio Albanese racconta una serie di storie incentrate sul dramma dei bambini soldato in Uganda e in Sierra Leone, due realtà emblematiche per tutti coloro che si battono contro l'arruolamento dei minori. Due paesi in cui la violenza devastante del mondo degli adulti non lascia speranze a un'umanità ancora imberbe, piegata con strumenti di pressione fisica e psicologica a combattere senza pietà: vera e propria ‟carne da cannone” al servizio del gioco del potere degli adulti. Rapiti all'età di dieci-undici anni, i bambini vengono convinti di essere invincibili attraverso strani riti magici di derivazione animistica e dal rilascio progressivo sottopelle di sostanze amfetaminiche. Talvolta la loro cieca violenza è rivolta contro gli stessi villaggi dove sono cresciuti, fatto che poi vanifica, alla fine del conflitto, ogni strategia di reinserimento nelle famiglie di origine.

‟Super Soldier ha nove anni quando viene sequestrato in Sierra Leone dai ribelli del Fronte unito rivoluzionario (Ruf). Qualcuno ha l'ardire di raccontargli che avrebbe dovuto combattere per il bene dei suoi genitori. Peccato che erano stati proprio quei sanguinari aguzzini a massacrare l'intera sua famiglia. Poi tenta di fuggire ma viene catturato nuovamente. Per punizione gli vengono impressi a fuoco sul petto i caratteri del Ruf…”

L'Autore. Giulio Albanese (Roma 1959) ha vissuto in Africa per diversi anni, dove ha svolto la duplice attività giornalistica e missionaria. È stato per alcuni anni in Kenya direttore del ‟New People Media Centre” e di due testate sull'attualità africana in lingua inglese: il ‟New People Feature Service” e il ‟New People. Magazine”. Nel 1997 ha fondato MISNA (Missionary Service News Agency), agenzia di stampa on line in tre lingue (italiano, inglese e francese), un progetto editoriale che ha riscosso un notevole successo a livello internazionale. Collaboratore di varie testate giornalistiche, tra le quali ‟Radio Vaticana”, ‟Avvenire”, ‟Espresso” e ‟Radio Rai”, ha già pubblicato Sudan: solo la speranza non muore (Emi, 1994), Ibrahim amico mio (Emi, 1997), Il mondo capovolto (Einaudi, 2003) e Hic sunt leones. Africa in nero e in bianco (Paoline 2006). Nel luglio del 2003 il presidente Carlo Azeglio Ciampi lo ha insignito del titolo di Grande Ufficiale della Repubblica Italiana per meriti giornalistici nel Sud del mondo. Con Feltrinelli ha pubblicato Soldatini di piombo (2005, 2007).

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15 novembre 2018 4 15 /11 /novembre /2018 10:09
Agatha Christie, Ordeal by Innocence

(Maurizio Crispi) Le Due Verità è il titolo italiano di Ordeal by Innocence, il romanzo di Agatha Christie, che è considerato un classico del giallo d'investigazione, al di fuori dei filoni che hanno come protagonisti prinicipali Poirot o Miss Marple: stando alle dichiarazioni dell'autrice, è stato uno dei romanzi da lei scritti che preferiva in assoluto, assieme a "E' un problema".
Da questo romanzo è stato tratto, nel 1984, il film "Prova d'Innocenza" con Donald Sutherland, Christopher Plummer e Sarah Miles. E successivamente, molto di recente solo nel 2018, ha ispirato una miniserie in tre puntate, mandata in onda dalla BBC, sempre con il titolo originale, Ordeal by Innocence.

Questa la trama. Il dottor Calgary si reca dalla famiglia Argyle per una ragione molto importante: Jacko Argyle, morto in carcere, non ha ucciso la madre adottiva, Rachel Argyle, e perciò è stato condannato ingiustamente. Infatti, al momento del delitto, il giovane si trovava insieme a lui, cosa che però Calgary, per motivi di salute, non riuscì a testimoniare al processo. Una volta fatto questo annuncio, la reazione della famiglia non è quella che Calgary si aspetta. Egli credeva che gli Argyle sarebbero rimasti sollevati nel scoprire l'innocenza del giovane Jacko, invece essi ne sono sconvolti: se non è stato Jacko a compiere il delitto, vuol dire che il colpevole è ancora tra gli Argyle. Il dottor Calgary si impegnerà a condurre indagini, parallelamente a quelle della polizia, per assicurare che gli innocenti non paghino per le colpe altrui.

E' dunque un classico intreccio d'investigazione.
Un delitto è stato commesso qualche tempo prima.
L'incriminazione di un colpevole presunto, schiaccato dalle evidenze è avvenuta, poiché egli non ha potuto portare elementi di conferma al suo alibi.
A distanza di quasi due anni dal fatto, ormai troppo tardivamente, Calgary dà la conferma dell'alibi del colpevole per scagionarlo: senonchè si può solo riabilitare, ma nel frattempo è morto in carcere.
La notizia dell'innocenza del colpevole anzichè essere accolta dalla famiglia con letizia, suscita imbarazzo. Perchè? E' ovvio, perchè si rimette tutto in gioco e le caratterstiche dell'omicidio portano a pensare - come del resto prima - al fatto che l'omicida sia uno dei familiari stretti. Insomma, che si sia trattato di una cosa di famiglia.

Partono così, contemporaneamente, un'indagine ufficiale ed altre due, non autorizzate, una dall'interno della famiglia e una dall'esterno (mossa dallo stesso Calgary che, avendo rimesso in moto tutto con le sue dichiarazioni, adesso sente il dovere morale di fare qualcosa per rimediare).
E, alla fine, si delinea una verità diversa da quella a cui tutti credevano o meglio da quella verità che tutti si sforzavano di lasciar apparire all'esterno (lasciando che "i panni sporchi si lavassero in famiglia")..
E nel condurre il lettore attraverso queste successive rivelazioni Agatha Chirstie è maestra.
L'intreccio è quello tipico dei suoi migliori romanzi, in cui tutto avviene all'interno di un gruppo ristretto, in cui ciascuno aveva dei rapporti con la vittima e aveva anche delle ragioni valide (i moventi) per agire contro di lei.

I Gialli di Agatha Chirstie sono sempre arguti ed ingegnosamente costruiti.Tutti gli elementi vengono offerti al lettore per identificare il colpevole (come si può verificare, rileggendo il romanzo retrospettivamente dopo essere arrivati alla sua conclusione).
Ma di rado ci si riesce...
Infatti, alcuni lettori di gialli, non sopportando l'incertezza della non conoscenza, prediligono saltare subito alla conclusione e quindi leggere con calma l'intreccio, già sapendo come la storia andrà a finire.

E, dobbiamo dirlo, prima di concludere questa nota, di tanto in tanto occorre ritornare ai "classici" del Giallo e alle finezze di stroie che scandagliano l'animo umano alla ricerca dei moventi psicologici del crimini e che rifuggono dal rappresentare scene truculente o di azione, mutuate dalle cinematografia, in una sempre più marcata mescolanza degli strumenti dell'espressività artistica letteraria.
Sono incursioni che fanno bene.
Devo la lettura di questo romanzo dellla "Signora del Giallo" a mio figlio Francesco che me ne ha regalato una copia, di una recente riedizione, alcuni Natali addietro (forse nel 2014).


(Le soglie del testo in Inglese. Da Wikipedia) Ordeal by Innocence is a work of detective fiction by Agatha Christie and first published in the UK by the Collins Crime Club on 3 November, 1958 and in the US by Dodd, Mead and Company the following year. The UK edition retailed at twelve shillings and sixpence (12/6) and the US edition at $2.95. It is regarded by critics as one of the best of her later works, and was also one of Christie's two favourites of her own novels, the other being Crooked House.

The novel is also noted for being one of Christie's darkest works, alongside such classics as Ten Little Niggers, with a strong focus on the psychology of innocence.

Plot. While serving a sentence for killing Rachel Argyle, his foster mother – a crime he insisted he didn't commit – Jacko Argyle dies in prison. Two years later, the man who could have supported Jacko's alibi suddenly turns up; and the family must come to terms with the fact not only that one of them is the real murderer, but also that suspicion falls upon each of them. Christie's focus in this novel is upon the psychology of innocence, as the family members struggle with their suspicions of one another.

The witness, Arthur Calgary, believes that, when he clears the name of their son, the family would be grateful. He fails to realise the implications of his information. However, once he does so, he is determined to help and to protect the innocent by finding the murderer. To be able to do so, he visits the retired local doctor, Dr MacMaster, to ask him about the now-cleared murderer, Jacko Argyle. Dr MacMaster states that he was surprised when Jacko killed his mother. Not because he thought that murder was outside Jacko's 'moral range', but because he thought Jacko would be too cowardly to kill somebody himself; that, if he wanted to murder somebody, he would egg on an accomplice to do his dirty work. Dr MacMaster says "the kind of murder I'd have expected Jacko to do, if he did one, was the type where a couple of boys go out on a raid; then, when the police come after them, the Jackos say 'Biff him on the head, Bud. Let him have it. Shoot him down.' They're willing for murder, ready to incite to murder, but they've not got the nerve to do murder themselves with their own hands". This description seems to be a reference to the Craig and Bentley case which had occurred in 1952.

While two outsiders attempt to find the murderer, it is an insider – Philip Durrant – whose clumsy efforts to uncover the truth force the killer to kill again. Ultimately it is revealed that the murderer was indeed acting under the influence of Jacko Argyle, and that the failure of his (carefully planned) alibi was, in hindsight, an ironic stroke of fate. Jacko was not, in fact, innocent after all and had a hand in the death of his foster mother. The killer is revealed to be Kirsten Lindstrom, the Argyle family housekeeper. Kirsten let Jacko die in prison because she and Jacko were either having an affair or Jacko was telling Kirsten that he was in love with her. But once Kirsten learned that Jacko was secretly married, she decided not to confess to her role in Rachel's murder in court and abandoned Jacko to his fate.

Trailer del film del 1984

Trailer della miniserie BBC

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27 aprile 2017 4 27 /04 /aprile /2017 07:42

Paul Theroux, Nel cuore di Chicago, RizzoliNel cuore di Chicago (titolo originale: Chicago Loop, nella traduzione di di Gianni Pilone-Colombo), pubblicato da Rizzoli (nella collana che fu sicuramente di belle scelte, Mistral), nel 1991, è un interessante romanzo dell'eclettico Paul Theroux, sua opera non degli esordi e contenuta in numero di pagine, a differenza di numerose delle sue successive produzioni sia nell'ambito della narrativa (fiction) sia della nonfiction e, per di più, con un'ambientazione né "esotica", né di viaggio.
Come è noto, Theroux, personaggio dalla vita mobile e certamente non sedentaria, ha scritto anche degli straordinari diari di viaggio, frutto di sue esperienze avventurose, con una certa sintonia letteraria con il grandissimo ed ineguagliato viaggiatore-scrittore Bruce Chatwin, assieme al quale ha firmato un piccolo volume sulla Patagonia (pubblicato da Adelphi).
Le prime righe del risguardo di copertina sono piuttosto ingannevoli, in quanto portano il lettore che nel romanzo si sia alle prese con un serial killer.
Le cose stanno un po' diversamente, ma non mi prononcerò su di esse per timore di rovinare a qualcuno il piacere della lettura, anche se mi pare alquanto improbabile che qualcuno lo possa leggere, poiché è introvabile negli ordinari circuiti librari (ma ce n'è qualche copia disponibile sul mercato dell'usato nel web).
Si tratta piuttosto di un romanzo di colpa ed espiazione, con una tematica vagamente dostoijevskiana, condita da un'interessante incursione nel campo della doppia personalità, dell'identità di genere e del transgender, oltre che nella tematica degli "appuntamenti al buio" che, a quei tempi (prima dell'avvento della rete), venivano portati avanti per mezzo di inserzioni sulla carta stampata. Un po' uno psico-thriller, se vogliamo, in cui gli elementi noir e pertinenti ad una sessualità distorta fanno più che altro da contorno ad una vicenda essenzialmente psicologica: con una forte segno sull'effetto impriogionante di scelte ed ossessioni che si tramutano in prigione soffocante dalla quale si può uscire soltanto con scelte dirompenti. Non a caso il titolo dell'edizione originale inglese contiene il termine "loop" che se da un lato ha una valenza geografica poichè il "Chicagfo Loop" è il centro storico della zona finanziaria e degli affari di Chicago, dall'altro lato il "loop" è una sorta di anello ricorsivo in cui un individuo si ritrova catturato, costretto a ripetere sempre le stesse cose. 
Si legge con piacere, anche se la prosa di Theroux (ma questa è soltanto la mia opinione personale) non sempre é agevole ed accattivante.
Si tratta di un romanzo che è stato "trovato" a casa in un momento di riorganizzazione dei miei libri, giacente in uno scaffale dove lo avevo riposto al momento dell'acquisto, potrei dire "secoli addietro". Ma anche per lui è giunto il tempo di essere aperto e letto...

 

(dal risguardo di copertina) Un'afosa estate a Chicago, una catena di raccapriccianti assassinii, compiuti da un criminale spietato che sceglie le proprie vittime tra le donne giovani e nubili. E che riesce a a sfuggire abilmente alla polizia. Intanto, in un quartiere ricco della metropoli, Parker Jagoda, un affermato uomo d'affari, batte le strade oppresse dalla calura appagando un suo vizio segreto. Neppure la bellissima moglie, Barbara, sa sa quale tremenda ossessione si annidi dietro le piccole perversioni, da lei conosciute e assecondate, dell'uomo. Un'ossessione ai limiti della follia che esplode in un crescendo di colpi di scena fino a tramutarsi in devastante senso di colpa, preludio di un agghiacciante destino.

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1 gennaio 2017 7 01 /01 /gennaio /2017 15:46

Stephen King, Fine Turno (End of Watch), Sperling & Kupfe, 2016(Maurizio Crispi) Vado forse controcorrente se affermo che "Fine Turno" (End of Watch) di Stephen King (Sperling&Kupfer, 2016) mi è piaciuto, come mi sono piaciuti i due volumi precedenti della trilogia che ha come protagonista il detective in pensione Billy Hodges (e i suoi due comprimari) nel confronto/duello con il malvagio Brady Hartfield che, dalla sua stanza d'ospedale, riesce ad architettare un piano diabolico per portare a termine ciò che era rimasto incompiuto.
Stephen King "non" è uno scrittore di genere, per quanto alcuni lo vogliano inchiodare a questa etichetta. Nel corso del tempo "il re" si è cimentato in varie direzioni, esplorandone le potenzialità con risultati diversi, ovviamente, e non sempre condivisibili. Ma, come per tutti gli scrittori che abbiano il coraggio di non rimanere legati ad un unico stereotipo narrativo il giudizio d'un lettore attento deve tenere d'occhio l'opera narrativa nel suo complesso, con tutte le divagazioni, le sperimentazioni, i percorsi (compresi i vicoli ciechi) che l'Autore ha voluto seguire.
La trilogia di Hodges e dell'agenzia investigativa "Finders Keepers" va appunto collocata in questa luce. E, di volta in volta, le opere di Stephen King vanno lette facendo attenzione alle soglie del testo e alle epigrafi. Come Revival era dedicato ad alcuni dei maestri dell'Horror e sopra a tutti a H. P. Lovecraft, indiscusso pilastro del Gotico, la trilogia di Mr Mercedes trova i suoi ispiratori in alcuni scrittori del genere poliziesco e, in particolare, è dedicata nel suo incipit a Ed McBaine al poliziesco metropolitano.
Detto questo, ciò che più affascina nell'opera narrativa di King è la capacità affabulatoria che si distende in lunghi percorsi in cui i personaggi vengono magistralmente costruiti e fatti vivere.
Non a caso Stephen King si paragona sovente a Charles Dickens, gigante della letteratura del Novecento e non certo di genere.
Fine Turno, come i due romanzi che lo hanno preceduto si legge bene e appassiona, anche se non c'è suspense, dal momento che il montaggio degli eventi è predisposto dallo sguardo onnisciente del narratore.
Ma ciò che piace è il dispiegarsi della narrazione, appunto: ed è questa la qualità che fa di Stephen King un grande scrittore.

Stephen King, End of Watch, (Edizione UK)(dal risguardo di copertina) Dopo Mr. Mercedes e Chi perde paga, King ha scritto l'atteso capitolo conclusivo della sua trilogia poliziesca, nella quale l'autore, come ci ha ormai abituato, combina il suo impareggiabile senso della suspense con uno sguardo lucidissimo sulla fragilità umana.
In un gelido lunedì di gennaio, Bill Hodges si è alzato presto per andare dal medico. Il dolore lo assilla da un po' e ha deciso di sapere da dove viene. Ma evidentemente non è ancora arrivato il momento: mentre aspetta pazientemente il suo turno, infatti, Bill riceve la telefonata di un vecchio collega che chiede il suo aiuto, e quello della socia Holly Gibney. Ha pensato a loro perché l'apparente caso di omicidio-suicidio che si è trovato per le mani ha qualcosa di sconvolgente: le due vittime sono Martine Stover e sua madre. Martine era rimasta completamente paralizzata nel massacro della Mercedes del 2009. Il killer, Brady Hartsfield, sembra voler finire il lavoro iniziato sette anni prima dalla camera 217 dell'ospedale dove tutti pensavano che sopravvivesse in stato vegetativo. Mentre invece la diabolica mente dell'Assassino della Mercedes non solo è vigile, ma ha acquisito poteri inimmaginabili, tanto distruttivi da mettere in pericolo l'intera città. Ancora una volta, Bill Hodges e Holly Gibney devono trovare un modo per fermare il mostro dotato di forza sovrannaturale. E a Hodges non basteranno l'intelligenza e il cuore. In gioco, c'è la sua anima. Dopo "Mr. Mercedes" e "Chi perde paga", King ha scritto il capitolo conclusivo della sua trilogia poliziesca, nella quale l'autore, come ci ha ormai abituato, combina il suo senso della suspense con uno sguardo lucidissimo sulla fragilità umana.
Stephen KingDalla trilogia di Bill Hodges sarà tratta una miniserie TV diretta da Jack Bender.

Di Fine turno è stato detto:
«Per le legioni dei suoi fan, Fine turno, combinazione tutta kinghiana di horror e mystery, è il finale perfetto della trilogia di Bill Hodges» - Publishers Weekly
«Il re non delude» – Andrea Vitali, Il Venerdì di Repubblica
«Di uno scrittore come King, che è sulla cresta dell'onda da molti decenni, si potrebbe pensare che è a corto di idee. E invece eccolo servirci uno dei thriller più originali degli ultimi tempi: un libro spettacolare, emozionante, avvincente» - Library Journal
«King riesce ancora splendidamente a fare la sua magia.» - The Associated Press
«King è abilissimo nell'imbastire il suo nuovo romanzo horror, che tocca argomenti sensibili come quello della depressione e del suicidio» - Luca Crovi, il Giornale.it

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30 aprile 2016 6 30 /04 /aprile /2016 08:27
Giacomo Casanova in un ritratto di Alessandro Longhi (ritratto presunto)

Giacomo Casanova in un ritratto di Alessandro Longhi (ritratto presunto)

(Maurizio Crispi) American Casanova. Le nuove avventure del leggendario seduttore, curato da Maxim Jakubwoski (Mondadori, 2009) é un romanzo collettaneo, scritto a più mani, in cui ciascun aurtore si è assunto il compito di scriverne una parte capitolo di questa saga erotica di un Casanova redivivo, con una vicenda che si va sviluppando da un capitolo all'altro, per progressive aggiunzioni in una vera e propria sarabanda di avventure all'insegna dell'erotismo.
Per Casanova che si risveglia misteriosamente nella nostra epoca, il mondo è cambiato, ma - stranamente - altre sono rimaste identiche: e tra queste i rituali del sesso e dell'eros "modificati", alla luce dei gusti dilaganti nel XX secolo.

American Casanova. Le nuove avventure del leggendario seduttoreE dunque il nostro Giacomo Casanova si ritrova presto in un vortice di torbide avventure alla ricerca della - anch'essa - rediviva O (se ricordate la O di Histoire d'O), di cui presto si ritrova ad essere perdutamente innamorato, tanto da essere disposto a sobbarcarsi alle prove più estreme e severe, per trovarla e poi ritrovarla, traendone tuttavia da queste prove imprevisti piaceri.
Abbandonata presto Venezia sulle tracce di O, Casanova apporda negli Stati Uniti e qui, con l'aiuto di occasionali "maestri" che lo rendono edotto di usi e costumi del XX secolo (ma solo fino ad un certo punto, perchè egli potrà imparare soltanto attraverso l'esposizione diretta alle più diverse esperienze), inizia un carosello di viaggi che lo portano da New York alla California e quindi passando dalla Florida di nuovo in California e, infine, a New York, esplorando tutte le nuove frontiere del libertinismo sessuale, come il sesso di gruppo, il sadomaso, il bondage, il fetish e perfino una singolare esperienza di naked skydiving: e da libertino della sessualità da ogni esperienza Casanova trae piacere senza porsi alcun problema, né sperimentare sensi di colpa, inclusa l'estrinsecazione di una sua omosessalità latente.
Casanova e il suo membro ringiovanito, tornato a nuovi turgori, sono pronti ad affrontare tutte le nuove avventure che l'epoca contemporanea offre loro.
Da leggere per divertirsi, più che altro: alcune descrizioni di copule, improbabili accoppiamenti, situazioni estreme sono davvero ben fatte (e soprattutto ben scritte), con molto sadomaso e bondage che ne rappresentano l'apoteosi finali.
Casanova e O finiscono con il diventare in queste pagine due effettive icone pop di una estrema declinazione di una vita dedicata alla pansessualità.


(Dal risguardo di copertina) Venezia, 2005. Giacomo Casanova si sveglia in una stanza familiare. Il suo ultimo ricordo è di essere morto la notte prima, ma egli si ritrova giovane e, soprattutto, sessualmente al massimo della sua potenza. Si avventura quindi per le calli di una Venezia non poi così mutata, in cerca di una spiegazione a questa strana resurrezione. Le donne sono belle come sempre e il fascino di Casanova non ha perso smalto: in poco tempo riesce a sedurre Cristiana, cameriera in un bar, e con lei si getta in un'avventura ad alto tasso erotico.

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22 aprile 2016 5 22 /04 /aprile /2016 00:22
Dio benedica il Capitano Vere! Un film e un romanzo che sono rimasti vividamente impressi nella mia memoria

"La Storia di Billy Budd, gabbiere di parrocchetto" (romanzo postumo di Herman Melville), nell'edizione italiana per i tipi di Bompiani, con prefazione pregevole di Eugenio Montale, autore altresì della traduzione), è per me un libro importante per me, quasi cult.
Quando ero appena decenne mio padre mi portò a vedere il film in bianco nero che ne era stato tratto (1962), con Terence Stamp nella parte di Billy Budd e Peter Ustinov (peraltro anche regista del film) nei panni del Capitano Vere.
Il poster del film (1962), Billy Budd, diretto da Peter UstinovIo, pur piccolo, rimasi molto colpito dalla scena finale con l'impiccagione di Billy Budd che a me parve vittima di un'ingiustizia e assurto al ruolo di santo..
Quando tornammo a casa, papà prese dalla libreria la copia del romanzo e mi lesse ad alta voce la parte di uno dei capitoli finali in cui si raccontava lo stesso fatto, con il suo climax emozionale quando Billy Budd, prima dell'esecuzione comminata per il suo delitto (ma impropriamente nel flusso narrativo melvilliano, poichè il capitano vere prima di decidere ciò, avrebbe dovuto consultarsi con un Ammiraglio in rispetto delle regole vigenti) grida davanti a tutto all'equipaggio e agli ufficiali e sottufficiali schierati: "Dio benedica il capitano Vere".
Billy Budd é una sorta di presenza angelicata (che secondo alcuni interpreti del testo melvilliano rappresenta la forza della natura che, in quanto tale, non può integrarsi nel mondo degli uomini), piombato nel rude mondo della marineria militare britannica, gentile e affabile con tutti, benvoluto e capace, pronto ad accollarsi qualsiasi compito gli fosse richiesto tanto che il capitano Vere pensava di promuoverlo presto ad un rango superiore per sfruttare al meglio le sue capacità.
Benvoluto da tutti, fuorché dal cupo e luttuoso Maestro d'armi di fortuna John Claggart che prende ad angariarlo e a stargli addosso (si direbbe oggi a mobbizzarlo), fintantoché all'ennesima provocazione Billy Budd reagisce e lo colpisce, uccidendolo (un omicidio preterintenzionale, si direbbe oggi secondo il linguaggio giuridico), ma siccome tra l'equipaggio della nave da guerra serpeggiavano malumori che erano giunti all'orecchio degli ufficiali, Billy Budd per via di quel gesto, psicologicamente motivato, viene accusato non solo di insubordinazione e di omicidio, ma anche di tentativo di ammutinamento, come se il suo gesto fosse stato espressione di una rivolta che covava ancora senza aver avuto ancora palesi manifestazioni.
Una storia che Melville trasse da un libello che circolava ancora ai suoi tempi e che raccontava questo episodio "vero", in cui Billy Budd diveniva una sorta di Cristo redivivo che veniva impiccato per via dei peccati commessi da altri e che, tuttavia, perdonava il suo giustiziere e lo assolveva chiedendo per lui la benedizione di Dio.
Il film e quel libro da cui papà mi lesse il punto più alto, mi rimasero impresse ed ebbero per me un potente influsso formativo.
Questo volume di cui vedete la copertina è uno dei libri che mi sono più cari e di dà i brividi pensare che papà e mamma, pur con le loro magre risorse, in tempo di guerra continuavano a comprare e a leggere romanzi che poi costituirono il nucleo iniziale della loro biblioteca di narrativa.
E, attraverso questo piccolo episodio, non possa fare altro che ribadire quanto sia stata importante l'azione continua di mio padre nell'mpliare i miei orizzonti, nelforgiarmi lasciandomi però libero di seguire i miei percorsi e di ammpliare i miei orizzonti, facendomi sempre vedere qualcosa "al di là", con la grande lezione di vita che la curiosità e la voglia di sapere devono essere alla base di tutto il nostro operare.
Ed ecco di seguito il brano topico, quello che mio padre mi lesse al nostro ritorno a casa. E ricordo quella lettura vividamente, come fosse ieri, con le inflessioni di voce opportunamente modulate da papà per rendere bene tutto il pathos della scena.

 

Una volta, in alto mare, l'impiccagione di un marinaio era fatta generalmente sul pennone di trinchetto. Nel caso presente, per particolari motivi, era stato prescelto l'albero maestro. Assistito dal cappellano il prigioniero fu condotto sotto un pennone di quest'albero. Fu osservato allora, e commentato più tardi, che l'ottimo uomo in questa scena finale non perdette tempo nelle formalità di rito. Scambiò alcune parole col condannato, ma l'autentico Vangelo era piuttosto nell'aspetto e nelle maniere che nella sua lingua. Gli ultimi preparativi furono condotti innanzi rapidamente da due nostromi e l'esecuzione stava per compiersi. Billy era in piedi col viso rivolto a poppavia. Al momento estremo le sue sole parole, pronunciate senza alcun impedimento, furono queste: "Dio benedica il capitano Vere". Tali sillabe, così inattese da parte di un uomo che aveva il vergognoso laccio attorno al collo; questa benedizione di un convinto di fellonia mandata verso i posti d’onore e detta con l’accento melodiosodi un uccello che sta per spiccarsi dal ramo, ebbe un effetto formidabile, accresciuto anche dalla rara bellezza del giovane marinaio, fatta più spirituale dalle ultime e sì cocenti esperienze.
enza volere, come se la gente della nave fosse il veicolo di una corrente elettrica, con un sola vocedall’aalto e dal basso, un grido si levò: “Dio benedica il capitano Vere”. E in quell’istante Billy dovette essere in tutti i cuori come già era in tutti gli occhi. (p.182-183)

Herman Melville, La storia di Billy Budd, Bompiani, 1942

Il testomelvilliano è stato oggetto di una trasposizione in opera lirica (arrangiamento musicale su libretto di Edward Morgan Forster e Eric Crozier) da parte di Benjamin Britten.

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8 aprile 2016 5 08 /04 /aprile /2016 08:11
Il Cartello. Don Winslow narra con crudezza e brutalità le vicende del Narcotraffico Messico/USA e della "Guerra alla Droga"

(Maurizio Crispi) Le vicende narrate nel recente romanzo scritto da Don Winslow e ultimo ad essere stato tradotto in lingua italiana (Il Cartello, Einaudi, Stile Libero, 2015) s'innestano con un gap di alcuni anni su quelle de "Il Potere del Cane", che coronava una serie di romanzi sul narcotraffico al confine tra USA e Messico. Vi si riprende un filo che, in effetti, non era stato interrotto, a parte il fatto che l'agente Art Keller, dopo quelle vicende, si era ritirato a vivere in un monastero nel deserto, alla ricerca di pace. Ma Keller viene convinto a rientrare in servizio per lottare contro il potente Adan Barrera, signore del narcotraffico che ha posto - a quanto sembra - una taglia sulla sua testa. I due sono alla ricerca di una vendetta reciproca: entrambi sono stati responsabili di morti disumani. Anche chi lotta contro il narcotraffico finisce con il macchiarsi di eguali crimini brutali e violenti, nulla conta se questi vengono sono "provocati" nel corso di un gioco strategico e non eseguiti direttamente.
Il Cartello racconta appunto questo titanico scontro che coinvolge la maggior parte degli Stati messicani e gli Stati uniti, con le inevitabili connivenze in alto loco.
E le cose vanno avanti, sino ad una temporanea conclusione che, d'altra parte - come si può arguire facilmente - è soltanto punto d'inizio d'un nuovo acerrimo scontro, tutto giocato su equilibri strategici continuamente mutevoli, in cui di tanto in tanto dei pezzi saltano via o vengono sacrificati. Il romanzo che è stato equiparato alla "Guerra e Pace" del Narcotraffico, procede per oltre 1000 pagine, senza dare requie al lettore per la violenza e la brutalità di cui ogni singolo capitolo trasuda.
S'impara molto leggendo il fitto intreccio predisposto da Winslow (che - come per i romanzi precedenti - si è ultra-documentato): soprattutto sulle strategie che sono alla base dei due schieramenti apparentemente contrapposti ma - in realtà - sinergici nel mantenere lo status quo, tutto a favore delle grandi holding di fabbricanti di armi e di tecnologie da guerra. Colpisce anche l'inesistenza/pochezza delle forze istituzionali messicane o della loro collusione con l'una e l'altra parte: le decisioni vengono preso solo se si è alla ricerca di vantaggi oppure se si è intimoriti dalla minaccia di ritorsioni.
Sono soltanto pochi quelli che, in un simile scenario in cui un'intera nazione è abbondanata al potere dei narcotrafficanti, si oppongono o cercano di mantenersi aderenti alla propria coscienza morale: sono anzxi sempre di meno, poichè chi si poone o non rimane allineato vine brutalmente falciato.
Colpisce subito prima dell'esordio del romanzo un elenco fittissimo di ben due pagine con i nomi di tutti i giornalisti che sono stati uccisi o sono scomparsi durante l'arco di tempo in cui il romanzo stesso è stato scritto. E ad essi - e al loro coraggio - il romanzo é dedicato.

I romanzi di Don Winslow sono irresistibili: appena ne esce uno nuovo non posso fare a meno di correre in libreria e procurarmene una copia che leggo a spron battuto, infrangendo ordini di lettura e priorità preesistenti.
La"guerra alla droga" non è fatta per vincere, ma è fine a se stessa: il progetto sottinteso è che debba durare per sempre per alimentare i traffici (apparentemente leciti) di armi, movimentazione di captali da vertigine e per sostenere equibilibri politici e alleanze, in una movimentazione che di necessità deve essere continua.
In Medi e in Estremo Oriente ci sono gli scenari di guerra per portare la "democrazia", ma in realtà per sostenere gli interessi delle nazioni che vogliono accapararsi il controllo delle risorse, mentre nelle Americhe c'è la Guerra alla Droga che è pur sempre una guerra sostenuta da logiche occulte: una guerra fatta non per essere vinta, ma per durare, solo con qualche cambiamento di scenario e con la l'avvicendarsi di nuovi "nemici pubblici n°1".

Don Winslow(dalla quarta di copertina) A dieci anni da Il potere del cane torna, in tutta la sua potenza epica, la guerra sanguinaria al narcotraffico. E la sfida tra i cartelli messicani e il loro peggior nemico, l'agente della Dea Art Keller. Adán Barrera, capo del cartello della droga piú potente del mondo, è rinchiuso in un carcere di San Diego in isolamento. Art Keller, l'agente della Dea che lo ha arrestato dopo avergli ucciso il fratello e lo zio, vive nascosto in un monastero del New Mexico, dove fa l'apicoltore e cerca di dimenticare una vita di menzogne e false identità. Quando Barrera riesce a farsi trasferire in un carcere messicano e a riprendere le redini del cartello, la guerra della droga riparte con una brutalità senza precedenti. Anche Keller è costretto a tornare in azione immergendosi in un mondo nel quale onesti e corrotti, vittime e assassini, si trovano dall'una e dall'altra parte della frontiera.

L'autore. Don Winslow, ex investigatore privato, uomo di mille mestieri, è autore di undici romanzi, che lo hanno consacrato come nuovo maestro del noir. Einaudi Stile libero ha pubblicato finora L'inverno di Frankie Machine(ultima edizione «Super ET», 2009), diventato un vero e proprio caso letterario, Il potere del cane, La pattuglia dell'alba, La lingua del fuoco e, nel 2011, Le belve, da cui Oliver Stone ha tratto l'omonimo film. Nel 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscito I re del mondo, prequel de Le belve; nel 2013, Morte e vita di Bobby Z; nel 2014 Missing. New York, primo capitolo di una nuova serie poliziesca con protagonista il detective Frank Decker; nel 2015, Il cartello.

Hanno detto di questo romanzo:
«Il cartello è il Winslow migliore. Intenso, brutale, profondo. Atmosfera impressionante, trama magistrale. Una botta di metanfetamina pura» (James Ellroy)
«Don Winslow è un maestro e questo libro lo dimostra una volta di piú» (Michael Connelly)
«Se Il potere del cane era quasi perfetto. Il cartello è semplicemente straordinario» (Lee Child)
«Il cartello è un'opera monumentale
» (The New York Times)

Leggi i primi capitoli (asnteprima in .pdf)

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6 aprile 2016 3 06 /04 /aprile /2016 23:39
Figli con le Ali. Una mamma racconta la sua vita con la figlia portatrice della rara Sindrome di Angelman: "Mia figlia non è invisibile"

La Sindrome di Angelman è una rara sindrome su base genetica determinata da un difetto nella duplicazione cromosomica. E' stata descritta per la prima volta dal pediatra britannico Harry Angelman in tre bambini, suuoi pazienti.
Una mamma di Palermo (ex insegnante e ora impegnata attivamente nell'associazionismo), Fiorella Acampora, ha deciso di raccontare la storia della figlia Ester che ha 37 anni ed è affetta appunto da questa sindrome che nel suo caso venne diagnosticata solo dopo un percvorso difficile e tortuoso (e molte lotte), in un libro che ha voluto intitolare "Figli con le Ali".

Il suo racconto illustra le difficoltà che un genitore con figlio disabile deve affrontare nella gestione quotidiana e nell'organizzazione di vita e, nello stesso tempo vuole lanciare un appello contro l'invisibilità cui sono costretti figli disabili e genitori, spesso lasciati da soli ad affrontare queste sfide e costretti a contare sull'Associazionismo che nasce appunto per sopperire al disinteresse della società e delle istituzioni.
Il titolo del libro si ispira ai modi in cui Angelman ebbe l'intuizione che lo portò ad identificare la sindrome che prese poi il suo nome: ciò accade guardando il dipinto di un pittore rinascimentale che raffigurava un soggetto che aveva le stesse fattezze di quei bambini di cui egli si stava occupando.
Harry Angelman, visitando il Museo di Castelvecchio, si trovò di fronte alla tela di Giovanni Francesco Caroto, "Fanciullo con disegno" (noto anche come "Giovane con disegno di pupazzo") riscontrando - con sua sorpresa - nel ritratto del fanciullo varie somiglianze con quei suuoi piccoli pazienti che ridevano moltissimo ed avevano movimenti a scatti degli arti e del tronco.
Decise dunque a descrivere in letteratura medica i propri studi compiuti su tre ragazzi con il saggio "Puppet Children" (letteralmente “ragazzi burattino”), pubblicato nel 1965.
Solo dopo molti anni di ricerche si scoprì che nel mondo esistevano parecchi di questi pazienti, affetti da quella che venne da allora chiamata Sindrome di Angelman.

Qual'è il messaggio di base che emerge dal racconto coraggioso di Fiorella Acampora?
Questo: "Non perdere mai la speranza e lottare di continuo contro l'invisibilità".

Fiorella Acanfora, madre di Ester, 37 anni, nel libro "Figli con le ali" descrive la sindrome di Angelman spiegando cosa significa per una famiglia confrontarsi ogni giorno con la disabilità: "Il messaggio che cerco di dare è di non perdere mai la speranza" (fonte: superabile.it)

"Figli con le ali" è un libro che accende i riflettori sulla malattia rara chiamata Sindrome di Angelman, scritto da Fiorella Acanfora, mamma di Ester, che oggi ha 37 anni, per condividere con i lettori le difficoltà quotidiane che caratterizzano la vita di una famiglia di fronte alla disabilità.
Il libro è stato presentato nei giorni scorsi nella sede di Palermo di Libera presso "La bottega dei sapori e saperi della legalità".
Per l'occasione oltre alla stessa autrice sono intervenuti Giovanni Pagano, referente di Libera e la garante delle persone con disabilità Giovanna Gambino.

"Il libro - afferma Giovanna Gambino - è un contributo importante per coloro che vivono con un familiare con disabilità. La storia di Ester e della sua famiglia è un percorso di cambiamento attraverso le difficoltà: uno spaccato vivo di chi ogni giorno deve affrontare tutte le problematiche legate alla malattia che non sempre sono adeguatamente supportate dai servizi. Proprio per questo oggi occorre mettere insieme tutte le forze per garantire la qualità della vita a chi è disabile a partire dai servizi. Dobbiamo lavorare tutti per un avanzamento culturale a più livelli finalizzato a migliorare il sistema". "'Figli con le ali' è un libro di speranza in cui è molto forte la voglia di andare avanti nonostante tutto - continua la garante Gambino -. Abbiamo una famiglia che si è messa in gioco e si è rimodellata sulla base delle esigenze della figlia con disabilità. Sicuramente può considerasi un modello familiare di chi decide di non chiudersi con il suo problema ma di diventare un modello forte aperto alle relazioni umane e pronto a camminare e a crescere con gli altri".

"Mia figlia non è rara ma soprattutto non è unica e non è invisibile - sottolinea Fiorella Acanfora -. E' difficile riuscire a far capire e a trasmettere agli altri quello che vive una famiglia con una figlia con la sindrome di Angelman. Il testo vuole essere anche informativo sulla malattia. Il libro, prima della sua pubblicazione, ha avuto tre anni di gestazione perché dovevamo trovare chi sposasse questa causa e decidesse che l'intero ricavato fosse destinato a due organizzazioni: Futuro semplice onlus che è l'organizzazione che si occupa delle persone con disabilità intellettiva a Palermo e l'organizzazione nazionale sindrome di Angelman Or.S. A. che cura, invece, l'aspetto della ricerca".

"La malattia purtroppo in passato non era facilmente diagnosticabile. Soltanto dopo 26 anni, passando da un ospedale all'altro, sono riuscita ad avere finalmente la giusta diagnosi per mia figlia. Nonostante tutto, il messaggio che cerco di dare - continua Fiorella Acanfora - è quello di non perdere mai la speranza perché se ce l'ho fatta io con mia figlia che oggi ha 37 anni ce la possono fare anche tanti altri. Da parte mia il desiderio è anche quello che i lettori possano conoscere come meglio approcciarsi con chi ha questa malattia e con i suoi familiari senza lasciarsi travolgere dalle persone e dalle situazioni che non hanno i tempi e i modi dei nostri figli. E' inoltre anche un invito alle istituzioni perché possano avere sempre di più la giusta attenzione al mondo della disabilità".

L'autrice ha scelto di intitolare il libro "Figli con le ali", perché colui che ha scoperto questa malattia come patologia genetica rara negli '70 è il dottor Angelman.
Lo studioso in Italia ha scoperto che un dipinto del pittore Giovanni Caroto aveva le sembianze dei suoi piccoli pazienti e quindi si è reso conto che tutti questi ragazzi avevano erano accomunati da un'espressione molto allegra.
Angelman viene associato anche ad angeli e ad ali e infatti il simbolo della fondazione americana che studia la malattia è proprio un paio di ali.
Fiorella Acanfora è stata insegnante per 25 anni.
Dopo la nascita della figlia è stata costretta a lasciare l'insegnamento, senza diritto alla pensione.
Negli anni successivi ha fondato un'organizzazione di solidarietà familiare "Futuro semplice onlus" ed il Centro socio-educativo "La tartaruga" gestito dalla stessa associazione dove si sperimentano nuovi percorsi educativi per persone adulte con disabilità intellettiva.

 

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26 marzo 2016 6 26 /03 /marzo /2016 08:04
Un'ombra anche tu come me. Nel breve romanzo di Giancarlo Narciso doppio omaggio a Chandler e a Soriano

(Maurizio Crispi) Ho da poco finito di leggere "Un'ombra anche tu come me" di Giancarlo Narciso (PerdisaPop, collana Babelsuite, 2008). Mi è piaciuto parecchio e l'ho letto velocemente, totalmente assorbito, in parte durante una coda allo sportello in banca, tanto che non mi sono accorto di nulla quando hanno chiamato il mio turno.

In esso, mi è piaciuta la dimensione del viaggio esotico (da Bali verso le più estreme ed isolate isole dell'Indonesia, paradisi dei surfisti più estremi) e anche il fatto che non c'è un'unica verità ma molte diverse verità che si scontrano, entrando in conflitto, per ricombinarsi generando nuove configurazioni. Verità e maschere tra le quali si deve scegliere.
Mi sono chiesto se il protagonista, ingaggiato da Daniela per ricercare il "fratello" scomparso, sia il Rodolfo Capitani di Zanzare a Zanzibar (che ancora mi manca), di Singapore Sling e Incontro a Daunanda. Ho cercato di rintracciarne il nome, all'interno del testo, ma non l'ho trovato (qui mi è venuto in soccorso lo stesso autore che mi ha rammentato che, forse all'inizio, compare il suo nome, Jack ed è così che lo chiama la sua "committente").
In ogni caso anche se non è quel Rodolfo, gli è molto simile (o forse è simile a all'autore, di cui riflette le esperienze e i gusti, tra i quali l'amore sviscerato per Lombok e le più sperdute isole dell'Indonesia).
Da qui la sostanziale sensazione di identità...
E' stata una lettura veramente piacevole ed intrigante, con i diversi ingredienti ben mixati ed una elettrizzante sferzata finale e con un viraggio quasi chandleriano del personaggio principale...
Citerei come curiosità che il verso immediatamente precedente a quello che da il titolo al romanzo nella strofa in epigrafe è stato utilizzato dallo scrittore argentino Osvaldo Soriano per titolare un suo romanzo ("Un'ombra ben presto sarai"): un interessante e non voluto "gemellaggio" attraverso una soglia del testo strettamente imparentata.

"Quella donna era una maestra nell’arte di calpestarmi i nervi. Improvvisamente ebbi un vago presentimento di tifoni a prua, ma ormai ero in ballo e da tempo ho sviluppato una certa avversione a tornare indietro una volta mollati gli ormeggi. E poi, al diavolo, avevo accettato un lavoro che prometteva di farmi guadagnare in un mese quanto guadagno di solito in un anno e non ero disposto a rinunciare solo per via di qualche nuvola scura all’orizzonte. Che diavolo, vai per mare, devi essere disposto ad affrontare una tempesta".

(Dal risguardo di copertina) Daniela, donna attraente, appena passata la trentina, benestante, va in Indonesia alla ricerca del fratello. Jack, indebitato fino al collo accetta di aiutarla. Fra i due, circondati da sciami di zanzare e occhi malvagi che li spiano dal buio, si crea una intimità fatta di bugie e omissioni che metterà in pericolo lo scopo della missione, qualunque esso davvero sia.


Giancarlo NarcisoL'autore. Giancarlo Narciso, milanese, divide equamente il suo tempo fra Riva del Garda e l'isola di Lombok, in Indonesia. Fra gli altri, è autore della trilogia di Rodolfo Capitani, composta da Le zanzare di Zanzibar, Singapore Sling (vincitore premio Tedeschi 1998 e soggetto del film RAI Belgrado Sling) e Incontro a Daunanda (vincitore del prestigioso Premio Scerbanenco per il miglior noir italiano del 2006). Con lo pseudonimo di Jack Morisco è autore di una fortunata serie di romanzi di spionaggio pubblicati da Mondadori.

La casa editrice. Perdisa Pop. A un certo punto, il mondo ha cominciato a correre, e a sommergerci di storie, immagini e musiche. La novità è presto stata un'altra: a quelle storie, quelle immagini, quelle musiche, potevamo aggiungere le nostre. È ancora così, è sempre più così. I libri Perdisa Pop sono un universo in estensione.
Babele Suite. collana ideata da Luigi Bernardi, é fatta di gioielli editoriali, con autori affermati e giovani scrittori alle prese con l'arte della scrittura breve, piccoli grandi libri da leggere, regalare, collezionare.

 

Ed ecco cosa dice lo stesso Giancarlo narciso, agganciandosi ed ampliando la breve nota che ho scritto.
Una delle meraviglie di internet e dei social, quella di potere interfaccarsi direttamente con gli Autori.

 

 

 

Desolato per il ritardo nel rispondere, ma giuro che, per motivi che mi sfuggono, solo ora ho visto la notifica del tuo messaggio.
Rispondendo di getto:
Il riferimento a "Un 0mbra ya pronto seras" è ovviamente voluto e il motivo è che io sono un fan di Raymond Chandler (Singapore Sling è un dichiarato plagio de "Il lungo addio") e Soriano ha scritto "Triste, solitario e final", prendendo a prestito un passaggio proprio di quel romanzo e usando Philip Marlowe come personaggio. A quel punto ho dovuto rendere omaggio anche a Osvaldo.
Il personaggio di "Un ombra lo mismo que yo", Jack, scrittore squattrinato di romanzetti di spionaggio fa dichiaratamente il verso al suo autore (anch'io solevo rifugirami a Lombok per scrivere storie per Segretissimo Mondadori sotto lo pseudonimo di Jack Morisco), con qualche differenza (io nella Folgore non ci sono mai stato, non mi butterò mai con un paracadute da nulla più alto di un piano rialzato e non ho mai sparato con un'arma da fuoco) e il Rodolfo Capitani di "Le zanzare di Zanzibar", "Singapore Sling" e "Incontro a Daunanda" è un mio alter ego, con tutte le differenze che sussistono fa quanto uno è veramente, come si vede e cosa vorrebbe essere. Comunque il personaggio in "Un'ombra anche tu come me" si chiama appunto Jack, e mi sembra che così si presenti all'inizio e che così lo chiami Daniela.
Grazie per i complimenti che ricambio per aver colto in pieno lo spirito della novella.

Giancarlo Narciso

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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