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8 novembre 2013 5 08 /11 /novembre /2013 07:59

Harry Houdini e il modo giusto di sbagliare. Un titolo che parla da sè...(Maurizio Crispi) Harry Houdini fu un personaggio versatile: oltre a calcare le scene come illusionista ed artista dell'evasione, fu anche un intellettuale e uomo di cultura. Nella sua casa, tra l'altro,possedeva una fornitissima biblioteca.
Tempo addietro lessi con molto interesse un saggio psicoanalitico su Harry Houdini, in cui l'autore - lo psicoanalista indipendente (uno dei rappresentanti della corrente psicoanalitica di mezzo, tra ortodossia freudiana e kleinismo: una soluzione molto british) Phillips Adam prendendo spunto dalla sua arte di "escapista", in un saggio geniale ed arguto dal titolo "La Scatola di Houdini. L'arte della fuga" (Ponte alle Grazie, 2002) faceva delle considerazioni generali sull'"arte della fuga", come categoria psicologica e utilizzabile nell'ermeneutica psicoanalitica.
Da allora non ho potuto non interessarmi al personaggio Houdini.

 

Ed è stato così che quando mi sono imbattuto in questo volume che contiene addirittura una selezioni di scritti dello stesso Houdini, non ho esitato a prenderlo, come un reperto prezioso ed interessante.
Si tratta del volume Il modo giusto di sbagliare, ADD Editore (con prefazione di Lorenzo "Jovanotti" Cherubini e postfazione di Teller).

A quanto pare il nostro Jovanotti, trovandosi in una libreria newyorchese, si è imbattuto per puro caso  in questo libro di pensieri del celebre mago, illusionista, escapista, docente sulla pratica dei metodi di evasioni e sulle misure di sicurezza da adottare per il personale della Polizia di New York, ma anche di altre grandi città del mondo. Ha letto il primo capitolo, proprio lì in piedi, come si fa spesso, quando nei banchi di una libreria o di un rigattiere, ci imbattiamo in un libro che ci colpisce fortemente. Lo ha comprato e poi, tornato in Italia, pieno di entusiasmo lo ha consigliato al suo editore.
E devo dire che si tratta di un piccolo libro prezioso, perchè, oltre ad essere arricchito dalle parole introduttive di Jovanotti, si conclude con una postafazione scritta da Teller (la metà grigia di una celebre coppia di maghi ed illusionisti) che in maniera sintetica ci spiega chi fosse stato Houdini.

Cito per esteso un brano per esteso dall'introduzione al volume di Lorenzo "Jovanotti" Cherubini, dal titolo "Vi avverto, questo libro merita", per via dei suoi risvolti nell'attualità che ci circonda.
"Io vado pazzo per quelli che fanno bene le cose. Crescendo me lo ritrovo come un valore fondamentale: mettercela tutta per fare bene quello che si fa. Trovare il modo giusto anche per sbagliare (come dice il titolo di questo libro), se è il caso. Forse perché spno cresciuto in un paese, l'Italia, dove per tanti ann iè sembrata non essere più una cosa necessaria. A volte hanno provato a farmi credere che fosse più importante avere le amicizie giuste,essere in quel posto, bussare a quella porta. Si ha la sensazione, qui, a volte, che addirittura se fai bene una cosa dai fastidio. Il celebre slogan 'L'immaginazione al potere' si è realizzato spesso in 'L'incompetenza al potere'.
Quando un'incompetente è al comando assegnerà posti di responsabilità a incompetenti in una catena che finirà per imprigionare un Paese intero. Per questo i consigli di Houdini sono importanti, per imparare a liberarsi" (ib. pag. 8).

Harry Houdini e il modo giusto di sbagliare. Un titolo che parla da sè...

 

(Dal risguardo di copertina) Houdini, l'illusionista; l'uomo che evadeva dalle prigioni e si liberava da ogni catena; l'attrazione che ai suoi spettacoli richiamava migliaia di persone...
Ma Houdini era molto altro: un collezionista di libri, un amante della scrittura, un acuto osservatore della realtà. "Il modo giusto di sbagliare" racconta i mille aspetti di un genio multiforme: da una parte gli scritti in cui il re degli illusionisti svela i trucchi di alcuni colleghi e sfida chi cerca di imitarlo; dall'altra il suo impegno per smascherare i truffatori dei quali rivela i più ingegnosi artifizi.
Lorenzo "Jovanotti", primo lettore di questo libro, nella prefazione scrive: "È il libro di un mago. Un mago nel senso popolare del termine, uno che sa fare una cosa benissimo. Ci sono maghi calciatori, maghi ballerini, maghi meccanici, maghi elettricisti... Si dice sempre: quello è un mago. Houdini era un mago a fare le sue magie".

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4 novembre 2013 1 04 /11 /novembre /2013 20:15

Il Marito di Dean R. Koontz. Una delle solite trame koontziane che - come sempre - si fa leggere sino in fondo, pur senza grandi slanciCome al solito e con la consueta maestria (sia nella costruzione della trama, sia nella resa degli ambienti e dei personaggi),  Dean R. Koontz ci regala con Il Marito (The Husband, 2006) , Sperling&Kupfer, 2008 e 2010 (con la traduzione di Tullio Dobner che sino a poco tempo fa è stato l'unico ed indefettibile traduttore di Stephen King) una delle sue situazioni-tipo, in cui la vita (apparentemente normale ed inquadrata di una persona) viene sconvolta da eventi impensabili.
In questo caso Mitch, tranquillo e pacifico titolare di una ditta di giardinaggio, si trova a dover fronteggiare il rapimento della moglie (da lui amatissima) con dei rapitori che gli chiedono entro 48 ore un riscatto di due milioni di dollari.
Mitch si trova coinvolto in una spirale di eventi in cui scopre dentro di sè delle risorse inaspettate, mentre al contempo Koontz ci conduce nell'esplorazione dell'universo educativo imposto dai genitori (con l'imposizione di una camera di tortura fondata sulla deprivazione sensoriale) che, come ha prodotto Mitch - esempio di rettitudine e di amore coniugale - così ha prodotto in un altro dei fratelli una capacità di sviluppo distorto e spregevole.
Mitch si trova a dovere fronteggiare - assolutamente inatteso - un evento estremo e, altrettanto inaspettatamente, ritrova dentro di sé le risorse per fronteggiare la situazione con le sfide che comporta: una lotta per la sopravvivenza per sé e per l'amatissima moglie Holly.
I romanzi di Koontz sono consolatori perché sono sempre a lieto fine (oltre ad avere delle trame che ricalcano - mutatis mutandis - uno stesso copione), ma - pur conoscendone l'esito (in cui l'eroe - spesso una persona assolutamente normale riuscirà a venire a capo di tutte le difficoltà) - si leggono tutti d'un fiato. Manca alla fine l'elemento perturbante che solo può derivare da un'ambiguità negli esiti finali, da una non perfetta divisione tra i "buoni" e i "cattivi".
In un certo senso i suoi personaggi sono come dei personaggi mitologici che, appartenti in senso lato alla tipologia dell"eroe" campbelliano,  che devono confrontarsi con una grande prova per poi uscirne indenni e trasformati
In ogni caso, alla fine, i personaggi "vincenti" - nel nome delle forze del bene e della rettitudine - escono dalla vicenda modificati, perché si sono affacciati a dare uno sguardo sul baratro delle forze del male.
In questo, come in altri suoi romanzi.
Ma, a differenza di quanto faccia - per quanto non intenzionalmente, almeno) Stephen King di cui Koontz è stato nei decenni in un certo senso antagonista per quanto concerne la lotta strenua per i primi posti nella top ten delle vendite dei romanzi, manca del tutto nei personaggi di quest'ultimo un rimando ad una riflessione metafisica.

 

(Dal risguardo di copertina) Quando Mitch sente squillare il telefono, ignora che quella chiamata gli sconvolgerà la vita. Qualcuno ha rapito sua moglie e, per restituirgliela viva, gli chiede un riscatto da capogiro. Lui però è un semplice giardiniere privo di mezzi: come può trovare una cifra simile? Da questo momento, il povero ragazzo viene risucchiato in un incubo che travolgerà tutte le sue certezze. E che lo metterà a confronto con la sua strana famiglia ma, soprattutto, con se stesso. In che modo può reagire un uomo remissivo e mite di fronte alla prospettiva di perdere la persona che ama?

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28 ottobre 2013 1 28 /10 /ottobre /2013 05:55

L'Esecutore di Lars Kepler: azione, thriller ed intrigo internazionale magistralmente combinati assieme (Maurizio Crispi) L'Esecutore (Longanesi, 2010) è il secondo romanzo che leggo, della premiata ditta "Lars Kepler", dopo "L'Ipnotista", e non ne sono rimasto affatto deluso, anche se lo scenario della storia, il suo ritmo narrativo e la tipologia dei personaggi sono totalmente diversi.
Probabilmente, proprio per questo.
All'inizio parrebbe di essere nel bel mezzo di un film di azione con delle venature thriller, quando Penelope Fernandez, attivista per il rispetto delle convenzioni internazionali e pacifista, la sorella Viola e Bjorn - fidanzato della prima - si trovano nel mirino telescopico di un killer professionista che mostra una ferrea volontà di sbarazzarsi di loro, mascherando poi la loro morte da incidente.
E, nello stesso tempo, il Direttore di un'importante Agenzia svedese che si occupa delle autorizzazioni per le forniture internazionali d'armi di armi, esplosivi, munzioni viene trovato impiccato nella sua lussuosa dimora: si tratterà di suicidio o di omicidio?
Tutto ruota attorno ad una foto che ritrae il suicida Palmcrona, assieme ad altre importanti personalità di paesi africani e ad un faccendiere e trafficante d'armi, considerato un potente ed intoccabile (ed anche pericoloso se toccato nei suoi interessi o contrastato).
I fili dell'indagine all'inizio sembrano essere disgiunti, ma poi si raccolgono assieme, grazie all'intuito dell'investigatore Joona Linna che è affiancato dall'affascinante Saga Bauer della Sapo.
Indagine e azione (che a volte diventa quasi tumultuosa), sono combinate assieme con magistrale abilità.
Nella seconda parte entra in scena una forte componente psicologica che parte con l'entrata in scena del musicofilo Axel Riessen, subentrante a Palmcrona nella sua delicata funzione: qui, si scoprirà l'essenza stessa del Patto "Paganini" per stringere il quale bisogna mettere in un piatto della bilancia i propri sogni e nell'altro il proprio peggiore incubo.
La lettura procede ad un ritmo che si fa sempre più incalzante: impossibile lasciare questo romanzo a metà.
Alla fine, una "epicrisi" accompagna i diversi personaggi nella loro uscita di scena.
Il romanzo nel suo background generale - come illustra un breve e lapidario postscriptum - fornisce una riflessione sui traffici d'armi internazionali che muovuono fatturati miliardari e che, spesso, con coperture adatte e con connivenze ad alto livello, trasformano delle azioni vietate dalle convenzioni internazionali, in affari possibili e praticabili.


(Dal risguardo di copertina) Si chiama Joona Linna ed è di origini finlandesi, ma da anni ormai Stoccolma è la sua casa. Ma Joona Linna non è mai stato in quell'appartamento elegante e lussuoso, da cui proviene una musica struggente e rarefatta. Un brano di violino suonato da un esecutore impareggiabile. Joona Linna non è mai stato nel salottino dell'appartamento: è l'unica stanza totalmente spoglia, priva di arredamento, senza soprammobili, insolitamente vuota.
A parte il corpo.
L'uomo è come sospeso a pochi centimetri dal pavimento e sembra ondeggiare nell'aria seguendo il placido suono del violino, mescolato al ronzio indolente delle mosche.
Aveva ragione il collega che l'ha chiamato sulla scena del delitto: c'è qualcosa di inspiegabile.
Il cadavere fluttuare nel nulla.
Omicidio o suicidio?
Da ispettore della squadra omicidi di Stoccolma, Joona Linna sa che le apparenze sono soltanto il velo ingannatore dietro cui si nascondono i crimini. E i crimini nascono da una cosa sola: i desideri.
L'Esecutore di Lars Kepler: azione, thriller ed intrigo internazionale magistralmente combinati assieme Quello che Joona Linna non sa è che anche i desideri più ambiziosi, anche i sogni più sfrenati possono realizzarsi.
Quello che Joona Linna non sa è che la paura può trasformare qualunque sogno in un orribile incubo.
Quello che Joona Linna non sa é che dai nostri incubi peggiori non ci si può sottrarre nemmeno con la morte.

Gli autori. Lars Kepler è lo pseudonimo dietro cui si nascondono Alexander Ahndoril e Alexandra Coelho Ahndoril.
Vivono a Stoccolma, con le loro tre figlie, a pochi metri dalla centrale di Polizia.
Sono appassionati di cinema e si nutrono di film.
Entrambi scrittori, nel 2009 hanno deciso di sospendere le loro carriere individuali per provare a scrivere un romanzo assieme.
E' così che è nato "L'ipmotista" che ha avuto un enorme - inaspettato - successo di pubblico e di vendite.
In Italia sono state oltre 200.000 le copie vendute.
L'esecutore è il secondo romanzo che ha come protagonista Joona Linna.

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23 ottobre 2013 3 23 /10 /ottobre /2013 13:05

Francesco Crispi. Uno studio biografico coraggioso che va in controtendenza rispetto all'esaltazione retorica e all'ostracismo ideologico(Maurizio Crispi) Si aggiunge alla bibliografia sullo statista Francesco Crispi, già ben rappresentata nella libreria di casa, l'importante studio biografico di Giorgio Scichilone, Francesco Crispi, edito da Flaccovio Editore, 2012 (Palermo), nella collana "Siciliani".

E' un lavoro coraggioso che esprime bene una recente tendenza storiografica che tende a rivalutare la figura di Francesco Crispi, pur con tutte le sue luci ed ombre, rispetto al giudizio totalmente negativo espresso da gramsci e da tutti gli eredi della critica storiografica di stampo gramsciano.
Come annota l'autore, nell'incipit del suo studio biografico, vale per uno studio su Crispi ciò ce egli stesso - in un aneddoto che si racconta su di lui - ebbe a dire orgogliosamente allo storico Petruccelli Della Gattina che, a Palazzo Carignano, lo avvicinò per chiedergli se fosse Mazziniano o Garibaldino: "Io sono Crispi!" - disse, senza aggiungere altro.

Il lavoro di Scichilone offre una revisione della figura dello statista Francesco Crispi e del percorso complesso della sua vita ed è un notevole contributo in controtendenza alla critica gramsciana, che vide in lui un proto-dittatore, un autentico precursore - e personaggio ispiratore - di Mussolini, e pertanto da esecrare, con la conseguenza di un giudizio pesantemente negativo sulla sua traiettoria umana e politica. 
Il giudizio storico pesantemente negativo fece sì che egli venisse "espunto" dai "grandi" del Risorgimento, mentre - legittimamente - accanto a Garibaldi, Mazzini, Vittorio Emanuele II e Cavour, dovrebbe collocarsi proprio lui, sia perché - dietro le quinte - fu dell'impresa dei Mille un artefice altrettanto importante di Garibaldi che ebbe il ruolo di  condottiero (la cui azione fu supportata dall'azione diplomatica e politica proprio di Crispi), sia successivamente, nell'iniziale e travagliata storia politica e parlamentare dell'Italia Unita.
Certo, sempre da questoorientamentostoriografico gli venne ascritta la colpa di essersi comportato alla fine della sua vita, nel momento in cui assunse la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri (con il portafoglio di due dicasteri: quello dell'Interno e quello degli Esteri) nel periodo intercorso tra la bruciante sconfitta di Massaua e la disfatta di Adua, come uomo di destra - lui che era stato sempre considerato di sinistra e che, di fatto, sedette sempre alla sinistra dell'Aula parlamentare.
Gli vennero rimproverati aspramente alcuni errori e altre azioni "repressive" (come fu nel caso del pesante e sanguinoso intervento di repressione dei Fasci siciliani).
Ma fu un uomo pieno di sfaccettature e dalla personalità complessa,
forgiato dalle sue origini albanesi (o, per meglio dire, arberesh) ed impregnato per questo di ideali di solidarietà.
Propositore, senza peraltro riuscirci, di una riforma agraria per far sì che una parte delle terre del latifondo venissero distribuite ai contadini, ma anche autore di un'importante riforma della previdenza sociale (di fatto l'INPS) nacque proprio con una Legge crispina.

Giustamente osserva l'Autore, in chiusura della sua opera che, se non ci fossero stati questi aspetti estremi e contraddittori, semplicemente non ci sarebbe stato Crispi, uno dei grande artefici dell'Unità d'Italia e dell'inizio della vita parlamentare italiana. 

Fu, secondo Scichilone, uno di quegli uomini "rari e maravigliosi" (la definizione è tratta da Machiavelli) che solo di tanto in tanto un'epoca è in grado di esprimere. 

"Francesco Crispi. Uno studio biografico coraggioso che va in controtendenza rispetto all'esaltazione retorica e all'ostracismo ideologicoNon gli sarebbero mancate infatti le virtù necessarie: passione patriottica e prospettiva politica, unite a una non comune ambizione, stinazione e cinismo. Perciò tralasciando la retorica,alla fine questo di Crispi si può dire: il suo apporto all'edificazione dello Stato italiano fu decisivo, e ciò é quanto gli deve essere riconosciuto al netto dell'esaltazione o degli ostracismi contemporanei e storiografici." (ib., pp. 6-7).

Secondo me, il saggio biografico di Scichilone è assolutamente da leggere, proprio per uscire da questa insanabile opposizione tra esaltazione retorica e ostracismi diffusi che hanno gravato sulla figura di Crispi, ma anche perché - attraverso - il dipanarsi del racconto biografico viene magistralmente racconto un periodo fondante della nostra storia.

 

 

Giorgio Scichilone, è ricercatore in Storia delle Dottrine Politiche nell?Università di Palermo. Studioso del pensiero politico di Machiavelli (sul quale ha scritto il saggio Terre incognite. Retorica e Religione in Machiavelli, Franco Angeli, 2013), si occupa di repubblicanesimo e costituzionalismo fino alle problematiche politiche legate all'era della globalizzazione.

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15 ottobre 2013 2 15 /10 /ottobre /2013 08:24

Il sogno di volare. Lucarelli dà vita ad una nuova avventura di Grazia Negro(Maurizio Crispi) Carlo Lucarelli, con "Il sogno di volare" (Einaudi, 2013), ci offre un nuovo piacevolissimo ed arguto romanzo poliziesco (con elementi thriller e noir). E, senza tema di smentita, i romanzi di uno dei componenti storici del gruppo dei "giallisti" bolognesi sono sempre graditi, specie in questo caso, visto che in qui fa ritorno uno dei suoi personaggi più amati, che è l'ispettrice di Pubblica Sicurezza Grazia Negro, al centro di passate indagini (che hanno sempre avuto come scenario Bologna e dintorni), ma soprattutto eroina del "caso dell'Iguana" nel suo precedente romanzo (uno dei primi, quello che gli diede la notorietà al grande pubblico) "Almost Blue".

Di questo romanzo che ha un montaggio ed un ritmo incalzante, a tratti quasi caleidoscopico ed onirico, non si può dire molto a dire il vero.
Qualsiasi cosa detta, infatti, rischierebbe di svelare dei dettagli e finierebbe con il condurre il lettore sagace a delle intuizioni anticipate che leverebbero il piacere della lettura. D'altra parte, la "riservatezza" sul finale è proprio quello che raccomanda Lucarelli stesso nel poscritto (di cui viene pure raccomandata una lettura solo a posteriori). E Lucarelli è netto e deciso, minanciando severe punizioni per chi non sarà capace di mantenere il riserbo: "Altrimenti, verrò a prendervi uno per uno, e vi mangerò il cuore" il cuore" a quanti dovessero "tradire" - afferma il nostro Autore, minanccindo quanto dovessero "tradire" (scherzando, naturalmente, ma usando con macabro umorismo una frase che si può leggere nel romanzo).
Quindi, acqua in bocca! Quel che si può dire, invece, è che Grazia Negro è nuovamente alle prese con un nuovo e feroce serial killer che opera in una Bologna molto differente da quella in cui si svolgeva la sua prima indagine dell'"Iguana", un killer che, presto, a causa del suo particolare modus operandi, viene definito "Il Cane". E? una Bologna più cupa e sordida quella che ci si presenta sin dalle prime pagine (malgrado il progresso dei tempi), ormai dominata da crimini "sociali", che coinvolge in misua crescente i cittadini indifesi, deboli, in difficoltà, che finiscono con l'essere vittime o con l'essere reclutati come manovalanza del malaffare (negli abusi edilizi, nello sfruttamento della prostituzione su larga scala, nello sfruttamento della prostituzione, il lavoro al nero). E, dietro a tutto questo, una mafia sempre più tentacolare che opera per il profitto, in un mondo sempre più dominato dall'ingiustizia.
Ma anche per la nostra eroina è passata molta acqua sotto i ponti e, pur avendo conservato intatta la sua freschezza) ha vissuto molte esperienze con le inevitabili crisi emozionali, esperieziali e di coppia.
Ma non dirò altro, se non alcune considerazioni di stile.
Innanzitutto, il fatto che "Il sogno di volare" si può leggere con una sua colonna sonora. Sono frequenti, infatti, le citazioni di canzoni che i personaggi ascoltano e dei relativi testi che posseggono in alcuni casi un valore pregnante rispetto alla lettura. Si tratta di un'impostazione narrativa non nuova per Lucarelli che ha già sperimentato in altre circostanze, offrendo - in alcuni casi (due che io ricordi) - ai suoi lettori una compilation in CD allegata al volume per un ascolto in contemporanea alla lettura.

Strettamente collegata a questa cifra stilistica, vi è la citazione - in epigrafe e poi ancora in momenti cogenti della trama - della canzone di un cantautore emergente Andrea Buffa (accompagnato spesso dalla chitarrista Sonia Ponga Cenceschi), Il sogno di volare (di cui gli Arangara, nel loro stile, hanno fatto una bella cover1): una canzone malinconica e palpitante che, nella forma di una ballata, racconta una storia di emigrazione e di ingiustizie nei confronti dei più deboli, degli indifesi e degli sfruttati che sono gli immigrati clandestini, spesso soggetti senza identità e senza dirittti (ed è proprio per questo una canzone di estrema attualità che andrebbe ascoltata con maggiore attenzione ancor di più oggi, con le notizie di tragedie del mare che si susseguono). E, poi come ultimo elemento, vorrei menzionare qui che Lucarelli introduce tra i diversi caratteri che interagiscono nella sua trama anche uno reale, si tratta del criminologo Massimo Piccozzi , compagno dell'Autore - in qualità di esperto - di numerose trasmissioni TV e coautore di numerosi libri che i due hanno scritto in tandem, ma anche suo amico.

Nel romanzo, Picozzi interviene in qualità di "criminal profiler", dunque interpretando se stesso, senza alcuna licenza poetica.
Si tratta di un piccolo "cammeo", inserito come omaggio all'amico e all'esperto.
"Il sogno di volare" é un romanzo complesso, ricco di spunti, con frequenti colpi di scena e cambi di scenario, quasi con un montaggio cinematografico. E, una volta che ci si è adattati a questa cifra stilistica si legge fluidamente e con impazienza desiderosi di arrivare ad un punto in cui vi possa essere qualche traccia che possa condurre alla risoluzione.

Senza dire altro, tuttavia, da psichiatra-lettore non posso esimermi dal notare che vi si legge una trama dai risvolti molto hitchkochiani, con un piccolo omaggio all'opera capostite per i cultori del noir cinematografico che è Psycho.

 

 

(Sintesi dalla 4^ di copertina) In una Bologna che non è più la stessa, un assassino fa giustizia da sé di fronte all'ingiustizia che vede. A combatterlo c'è solo lei. Grazia Negro. Anche lei non è più la stessa. E di assassini seriali non vorrebbe più sentir parlare. Il romanzo della rabbia di oggi. Assoluta e senza rimedio. Il romanzo dei sentimenti, delle solitudini, dell'incertezza di oggi.

(La recensione di IBS) Grazia è innanzitutto una donna. Chi la conosce sa che vive con Simone, un ragazzo cieco incontrato in occasione di una precedente indagine. Chi la conosce sa che è una donna dura ma sensibile, ferma ma non intransigente. Nel lavoro più che nel privato, ambito in cui sta vivendo parecchie difficoltà. La sua relazione sembra perdere compattezza, la sua voglia di famiglia si scontra con le difficoltà di rimanere incinta. Medici e iniezioni la aspettano nel tentativo di arrivare alla maternità. Nel frattempo Grazia è destinata a occuparsi di un serial killer spietato, di nuovo. Un assassino che morde, un assassino che dilania. Non dovrebbe essere lei a fare le indagini: lavora alla Direzione investigativa antimafia, ma la prima vittima "le appartiene" è parte del suo campo d'azione. Si chiama Vincenzo Cardella ed è il nipote di Carmelo Giannello, "l'anello di collegamento fra le imprese edili controllate dalla famiglia in Emila-Romagna" con un passato da esecutore mafioso. La sua morte potrebbe essere il primo tassello di una guerra di mafia. "Verrò a prendervi uno per uno, stronzi maledetti!" Cosa scatena l'assassino e come sceglie le sue vittime? È davvero legato alla criminalità organizzata o sono altre le motivazioni che lo portano al delitto? E può dietro uno spietato, inesorabile, sanguinario killer nascondersi un'idea di giustizia, di equità e di denuncia sociale? La scrittura di Lucarelli, diventata ancora più netta, limpida, fluida con il passare degli anni, è perfetta per raccontare la Bologna contemporanea, che lascia indietro gli stereotipi abituali, la sua solidità inattaccabile, per entrare nel vortice della precarietà e dell'incertezza.

 

 


Il sogno di volare è una stupenda canzone scritta da Andrea Buffa, un cantautore emergente che, come afferma Lucarelli, farà parlare molto di sé nei prossimi mesi.

"Farà parlare di sé, primo perché la sua canzone ha ispirato Carlo Lucarelli nella redazione del suo prossimo libro (che si chiamerà appunto Il sogno di volare) e poi, perché è bravissimo: la sua voce calda vibra nell’aria suscitando emozioni forti, penetrando l’animo di chi ascolta e restando nella mente per giorni e giorni".

Il sogno di volare racconta di extracomunitari e di morti sul lavoro, di scelte difficili e di sorrisi, di canti meravigliosi e di sogni infranti. Racconta una storia tragica e coraggiosa, una storia che nel nuovo libro di Lucarelli si trasforma in una sensazione che fa paura, un’emozione strana che suscita in un killer una rabbia estrema ma lucida, e che lo porta, inconsapevolmente, a compiere una vendetta atroce contro chiunque la sua mente insana ritenga responsabile.

 

 

 


 

 

 

Eccone il testo:

Da giovane avevo un sogno
Volare come un uccello
Ma adesso che schiaccio l’aria
Col mio peso non mi pare bello
Io volo come un mattone 
Come un sasso, una chiave inglese
Volare senza le ali
È un problema, mi sembra palese
È un problema, mi sembra palese

E questa mattina alle sei
Con il buio ed un vento gelato
Sfrecciavo con il mio ciao
Sembravo un ghiacciolo impazzito
Non volevo far tardi
Col capo che rompe i maroni
Ci paga tre Euro e settanta
All’ora se stiamo buoni
All'ora se stiamo buoni

Cosi Fatima e Mohamed Roberto
Stamane non ho salutato
Ieri sera ero davvero stanco
Però un poco abbiamo giocato
Poi li ho guardati dormire
per un ora coprendo la luce
han sorriso per tutto il tempo
questa vita ancora gli piace 
questa vita ancora gli piace

E volo che volo lento
dal sesto giù al primo piano
ho paura che mai più potrò
dire a mia moglie quanto la amo
quanto mi piace quando i capelli
raccoglie assieme sopra la nuca
che io il canto dell’universo
Lo sento quando la vedo svestita 

E c’è qualcosa che non mi torna
nel poco tempo che mi rimane
che fine ha fatto quel bel ragazzo
che una mattina ha preso il mare
sopra una zattera assieme ad altri cento 
per non morire di guerra o di fame 
dentro una bara semi-affondata
sicuro soltanto di non tornare 

Perché diciamoci onestamente
crepare a trent’anni è proprio un peccato
perché a quel punto almeno a quaranta
nel mio parse sarei arrivato
e questo senza prendere il mare
veder mio fratello morire annegato
e dopo poi venire rinchiuso
senza aver mai commesso un reato
e dopo la fuga finire schiavo
tra i pomodori dal sole bruciato 

E così adesso il sole si spegne
sopra il cantiere ed il cielo tutto
sono incazzato ed ho molta paura 
ma dire male mi pare brutto
voglio che l’ultimo dei miei respiri
si stringa attorno a ciò che ho di più bello
il viso di Laura il riso dei bimbi.

 

 

 

 

 


Note

(1)  Gli Arangara hanno portato in giro con Carlo Lucarelli uno spettacolo Teatro/Canzone per raccogliere fondi da destinare alla costruzione di un asilo a Lakka, in Sierra Leone. In alcune date di questo tour gli Arangara hanno voluto con loro Andrea Buffa. hanno preso il suo testo e lo hanno musicato (tra l'altro, inserendolo in un loro lavoro, Terra di Mari) secondo le proprie idee musicali e nella loro cifra stilistica..

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8 ottobre 2013 2 08 /10 /ottobre /2013 13:36

In (Maurizio Crispi) Missione in Alaska (titolo originale: "Help! A Bear is eating me!) di Mykle Hansen, dopo la sua prima edizione nel 2011, é stato ripubblicato nel 2012 da una editrice Meridiano Zero restyled, con un nuovo titolo che rispecchia maggiormente quello dell'edizione originale: "Aiuto! Un orso mi sta mangiando!".

E' scritto in forma di un lung monologo, mentre il protagonista  della storia Marv Pushkin è intrappolato sotto il suo SUV in Alaska, durante uno stage di pensiero positivo con il gruppo di collaboratori dell'Azienda di cui è Executive Producer.

Marv Pushkin è materialmente bloccato sotto il SUV in avaria che gli è crollato di sopra mentre cercava di cambiarne una ruota scoppiata e, contemporaneamente, mentre l'auto era in precario equilibrio, aveva cercato di nascondersi da un orso che lo puntava.
E' bloccato con le gambe semischiacciate dal semiasse.
E in questa sua condizione di impotenza l'orso si nutre di lui.
La situazione potrebbe essere spassosa se non fosse così tragica.
In questo contesto si sviluppa il suo monologo in cui passa dai toni trionfalistici di chi vuole pensare positivo a tutti i costi e, quindi, si attende i soccorsi, almanaccando anche sui possibili risultati di un'intervento di chirurgia ricostruttiva visto che i piedi sono stati ambedue mangiati dall'orso ingordo, a quelli sempre più allucinati e deliranti di chi è sempre più allo stremo delle forze.
Il fatto è che Marv è proprio antipatico, egocentrico, accentratore, narcisista, opportunista da far schifo, avido, tirannico, e - non irrilevante aaspetto - impasticcato da morire malgrado le sue pretese salutistiche. E si scopre anche che forse - proprio per tutti questi tratti e per le sue attitudini di rampante in carriera che a tutti i costi vuole controllare le vite degli altri - tutti quelli che gli sono vicino, lo detestano.
E adesso, in una sorta di contrapasso, è bloccato sotto il suo lussuoso SUV e in balia degli orsi.
Il monologo si sviluppa in un delirio.

Alla fine, forse, Marv sarà salvato, ma a quale prezzo?

 

Si legge di gusto nel corso di na notte di una notte insonne...


Il romanzo di Mykle Hansen è considerato paradigmatico della cosidetta "Bizarro Fiction".

 

In "Bizarro fiction" è un termine, mutuato dalla lingua inglese, con il quale si indica un genere letterario i cui elementi dominanti sono l'assurdo, la satira, il surrealismo, il nonsenso e il grottesco. La Bizarro fiction mischia fantasy, horror e fantascienza, anche se di solito è considerato un sottogenere del fantasy. Si tratta di un genere influenzato dal movimento Ero guro e dalle opere di Franz Kafka, Chuck Palahniuk, Lewis Carroll e Damon Knight.

 

(Sintesi) Intrappolato in una remota foresta dell'Alaska, rintanato sotto il suo SUV per difendersi da un orso che ha già assaggiato i suoi piedi, Marv Pushkin - avido e narcisista executive manager di una megacorporation di Seattle, cultore del Pensiero Positivo dalla spassionata idiosincrasia per la natura incontaminata - aspetta pazientemente che la civiltà intervenga in suo soccorso sotto forma di squadra di ranger, elicottero o ambulanza. Come unico kit di sopravvivenza recuperato con una strategica manovra di cric: salamini piccanti texani e un paio di birre con cui ingoiare tutta una scorta di antidolorifici da sottobanco. Ma perché cavolo si è lasciato tentare da un'improbabile spedizione aziendale di caccia all'orso - mirata a rinforzare lo spirito di squadra - nel cuore della "trendissima zona selvaggia"? Tra improperi e ciniche freddure, egocentrico e sfacciatamente arrogante, Marv ammicca al lettore travolgendolo nel suo irresistibile stream of consciousness sociopatico fatto di allucinazioni ursine, tirate sulla presunta stupidità del genere umano - per non parlare di quello animale - e misogini attacchi a moglie e amante. Il romanzo più folle e scorretto di uno dei maestri della "bizarro fiction".

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5 ottobre 2013 6 05 /10 /ottobre /2013 17:28

Il Viceré di Ouidah. Un romanzo di Bruce Chatwin sull'Africa, sul sincretismo e sui meticciati culturali(Maurizio Crispi) Finalmente, dopo circa 20 anni da quando lo comprai, ho rimesso mano a "Il Vicerè di Ouidah" di Bruce Chatwin (1991) e ne ho portato a termine la lettura. In effetti, era l'ultima delle opere di Bruce Chatwin, purtroppo prematuramente scomparso, da leggere per me : evidentemente, si era fatto il tempo per completarne la lettura.
Il vicerè di Ouidah (titolo originale: "The Viceroy of Ouidah", 1980) di Bruce Chatwin (Adelphi, 1983) nacque da un'idea dello stesso Chatwin quando, a seguito di una sua visita nel Dahomey, apprese la storia del negriero Francisco Felix de Sousa, che aveva stabilito ai primi dell'Ottocento un fiorente traffico di schiavi sulla costa del Benin (in una zona che ancora oggi è chiamata, non a caso Costa degli Schiavi), tanto fiorente da essere battezzato come "Il più grande trafficante di schiavi" del suo tempo..
Vari accenni a questa visita li ritroviamo in altri libri dello stesso Chatwin (ad esempio, in  "Che ci faccio qui?"[1]), dove apprendiamo i rischi e le difficoltà incontrate nel raccogliere il materiale (venendo il Dahomey interessato in quello stesso periodo da un colpo di Stato) e le perplessità di critici ed editori verso l'opera (ritenuta "barocca" ed eccessivamente violenta).
In seguito, tuttavia i diritti di realizzazione di un film ispirato all'opera vennero acquistati da Werner Herzog, che ne ricavò un film (che vede tra l'altro la collaborazione di Klaus Kinski nelle vesti di Dom Francisco), dal titolo Cobra Verde[2].
[Cobra verde è un film del 1987, scritto e diretto da Werner Herzog, ispirato al romanzo Il Viceré di Ouidah di Bruce Chatwin, incentrato sulla tratta degli schiavi. Questo film decretò la fine del fortunato sodalizio cinematografico tra Herzog e il suo "attore-feticcio" Klaus Kinski (insieme lavorarono in cinque film): Kinski esasperò il regista con i suoi atteggiamenti dispotici, in particolare in questo film impose di sostituire il direttore della fotografia Thomas Mauch, da sempre collaboratore nei film di Herzog, con un altro. Herzog accettò, ma in seguito non volle più lavorare con Kinski pur continuando a riconoscergli le sue straordinarie doti di attore.]

Sempre nel citato "Che ci faccio qui?", una raccolta di appunti diaristici di viaggio e di abbozzi di interviste con personaggi più o meno celebri, Chatwin descrive alcune fasi della realizzazione del lungometraggio.
"Sin dall'incipit, il romanzo evoca un'ambientazione estranea al lettore occidentale, schiudendogli l'immagine di un'Africa oscura e lacerata dal contrasto tra la modernità e il passato. Ed è proprio sul continuo rimando al passato che Chatwin costruisce una storia fatta di sangue e sofferenza, uniche costanti in un mondo solo apparentemente in mutamento".
Il Viceré di Ouidah. Un romanzo di Bruce Chatwin sull'Africa, sul sincretismo e sui meticciati culturaliSembra cogente per una decodifica dell'intero romanzo (se tale si può definire) la riflessione offertaci dall'Autore sul fatto che l'unica possibilità per il protagonista di integrarsi in un ambiente ostile e così dissimile da quello da cui proviene, sia quello di assumere molte delle abitudini della popolazione locale, creando una sintesi unica tra Brasile (il paese di provenienza) e l'Africa nera, nel periodo di transizione tra una fase in cui la tratta "atlantica" degli schiavi  era ancora fiorente a quella in cui venne per sempre bandita (è del 1821 la legge inglese con la quale si decise di perseguire severamento lo schiavismo internazionale) e coloro che la praticano vengono considerati degli odiosi fuorilegge.
Viene così illustrato uno degli aspetti meno discussi del colonialismo, spesso negletto oppure coperto con l'oblio della storia, perché imbarazzante rispetto all'etnocentrismo europeo: quello della nascita, nelle sue prime fasi, di meticciati culturali che poi, dai governi di origine, vennero banditi perchè considerati erosivi rispetto alla necessità di mantenere il primato della cultura e delle abitudini europee.
Dire che il libro sia un romanzo "anomalo" che illustra un periodo della tratta degli schiavi è riduttivo (certo, da questo punto di vista, specie oggi ha una sua innegabile attualità perchè a partire da esso si possono innestare riflessione sulla "moderna" tratta degli schiavi, punteggiata di immani tragedie - come quella accaduta proprio nei giorni passati al largo della costa di Lampedusa - e di sofferenze).
Penso, invece, che tutta l'architettura di esso sia centrata attorno ai colori violenti di un'Africa che, irriducibile alla trasformazione, finisce con l'inghiottire e con il trasformare inevitabilmente le civiltà e le culture che vi si accostano, con la pretesa di poter agire da dominatori e che, se abbandonati a se stessi, finiscono con il soccombere schiacciati dalla lusinghe di un clima lussureggiante, ma anche dalla sua crudeltà.
Sono sufficienti poche generazioni per trasformare i discedenti degli Occidentali che vi si stabiliscono se non sono le malattie e il clima ad averla vinta.
C'è una forma di grande omologazione attraverso le vie del metticiato e non solo di quello culturale, sicchè delle proprie origini dopo alcune generazioni rimane ben poco, se non una forma pagana di quello che si potrebbe definire un culto "sincretico" degli antenati.
Sì, questo libro di Chatwin è sulla tratta degli schiavi, ma soprattutto è una rappresentazione allucinata e policromica dell'Africa Nera e dell'impossibilità di addomesticarla.
Ed è facile fare un collegamento con il conradiano "Cuore di tenebra", omolango Francisco da Silva, con il tenebroso Kurtz..

In questo senso, come inno al al sincretismo, è un'opera letteraria essa stessa sincretica che si pone al crocicchio tra saggio di storia, libro di avventura, fiction, memoir di viaggio, saggio biografico.
Dove collocarlo nella propria libreria di casa o in quella libreria mentale che ci portiamo nella testa come il professore di sinologia del romanzo di Canetti?
Arduo da decidere. Persino il settore dei libri salgariani meriterebbe di essere preso in considerazione per una collocazione a dimora di questo testo.
Io sceglierò la via più facile, mettendolo accanto agli altri libri di Bruce Chatwin tutti - del resto - sui generis e di difficile catalogazione.

(Recensione  di Scatasta pubblicata in L'Indice 1991, n. 5, in occasione dell'edizione 1991, esattamente la sua la sua 2^) Pubblicato in Inghilterra nel 1980 e in Italia per la prima volta nel 1983, "Il viceré di Ouidah" viene ora opportunamente ristampato da Adelphi, sempre nella traduzione di Marina Marchesi. Si tratta a mio parere del migliore romanzo di Chatwin, dalla "prosa insopportabilmente barocca" (come lamentava un recensore anglosassone perplesso all'uscita del libro) e libero da quei fastidiosi vezzi stilistici e da quell'atteggiamento fra il decadente e lo snob che sono probabilmente l'aspetto più deteriore della produzione di Chatwin. "Il viceré di Ouidah" non possiede la struttura stentata, disomogenea, inquieta che era il limite e la forza di "Le vie dei canti", segno da una parte dell'impossibilità di scrivere un libro sul nomadismo e dall'altra della paura dell'autore di morire prima di concluderlo. Si tratta dunque di un romanzo di facile lettura, biografia romanzata dello schiavista brasiliano Francisco da Silva, vissuto per molti anni in Africa a metà del secolo scorso: la narrazione inizia e termina cent'anni dopo la morte di Francisco con la celebrazione di una messa e un pranzo in suo onore organizzati dai suoi discendenti "sempre più scuri di pelle e ormai più numerosi delle cavallette, sparsi da Luanda al Quartiere Latino" ("Il viceré di Ouidah", p 12).
Il Viceré di Ouidah. Un romanzo di Bruce Chatwin sull'Africa, sul sincretismo e sui meticciati culturaliSe il segno distintivo di "Le vie dei canti" era il nomadismo della narrazione che fungeva da contrappunto all'argomento del libro, "anche in "Il viceré di Ouidah" la pulsione che spinge il protagonista a muoversi finché gli è possibile è l'ansia del viaggio, la ricerca disordinata di una conoscenza istintiva e totale. Ma un altro aspetto di "Le vie dei canti", il suo interesse per la contaminazione, il suo carattere meticcio, è presente anche in questo romanzo precedente, sul piano dello stile più che del contenuto: il linguaggio di Chatwin è sincretista, unisce immagini e parole di struggente dolcezza e di atroce crudezza nella stessa frase, con uno stile che lo stesso autore definisce "spoglio e cesellato". C'è sempre nelle frasi di Chatwin un elemento incongruo, una presenza che non aiuta a conferire alla frase consenso immediato ma la invita piuttosto a sfuggire a esso. Uniti al suo gusto per l'accumulazione, mantenuti appena un po' più del necessario per farli apparire fuori luogo, apparentemente inutili e dunque significativi, gli elementi incongrui fanno la narrazione, la caratterizzano come una storia di Chatwin: i carillon svizzeri che insieme a "divani di jacaranda, un servizio da toilette di opalina, un letto goanese", un pianoforte e un biliardo vengono acquistati dal protagonista per la sua casa nel Dahomey; i costumi della "Semiramide" di Rossini indossati da una corte africana; "cibo, sangue, piume e Gordon's Gin" sparsi sul letto di Francisco morto; l'altarino "con Cristo e gli Apostoli, che sedevano a tavola con davanti un pollo di gesso. Gli occhi del Signore erano color turchese e la testa era irta di veri capelli rossi" (p: 48); le profezie dello schiavista, frutto di un raggelante delirio.
Chatwin riesce a creare un personaggio negativo ma al tempo stesso "forte", sa renderlo affascinante nella sua potenza, tanto da farci quasi affezionare a lui nonostante tutto o quasi, nella sua vita ci ripugni. E non a caso nel testo compaiono dei riferimenti a una delle 'villains' più affascinanti della letteratura inglese, Lady Macbeth: "Lavami le braccia! Guarda! Guarda! Queste macchie mi mangiano le braccia!" (p. 142); "Se ne stava a fissare accigliato le sue mani e gridava: 'Acqua e sapone'" (p. 119)
Il mondo in cui il protagonista vive non è un mondo caduto, ma solo perché non c'è nulla da cui cadere, uno stato edenico a cui tornare. Non è tale il Brasile, terra natale di Francisco, anche se alla fine il vecchio schiavista muore letteralmente dalla voglia di tornarvi. E neppure l'infanzia è un mondo felice nel ricordo, infestata com'è dalla fame, dalla carestia e dalla morte. Sola speranza è il movimento frenetico, la pulsazione del cuore e dei genitali, la strada dell'istinto. Ma salvezza, comunque non ce n'è . Il mondo è impregnato di inganni e tradimenti, regnano solo e ovunque sangue e torture. Il mondo di Francisco è quello che ha conosciuto a sette anni, quando viveva con un prete che lo baciava in una camera da letto "che puzzava d'incenso e di fiori morti". Se da una parte c'è un re che non riesce "a resistere alla tentazione di accumulare teschi" con la sua corte di amazzoni guerriere che strappano un mormorio di disperazione anche in Francisco quando le vede strangolare dei bambini di un villaggio nemico, dall'altra c'è il mondo altrettanto spietato del commercio e dello schiavismo, europeo o brasiliano. E che il mondo non sia cambiato, che il tradimento e l'inganno continuino a dominarlo, traspare dalla vicenda di una delle figlie di Francisco, abbandonata dall'inglese che aveva amato, o, per arrivare alla realtà contemporanea, dalla figura del tenente colonnello Zossoungbo Patrice che, mentre nessuno lo vede, fa un gesto d'irrisione verso il ritratto del presidente dell'attuale Benin, si lascia corrompere anche in cambio di poco denaro e schiaccia indifferentemente con i suoi stivali una begonia (p. 23) o uno scarafaggio (p. 149).
Né l'amore, carnale, filiale, paterno o altro, redime il mondo, anche se per breve tempo può sembrare così. L'amore fin dall'inizio del romanzo è visto nelle sue forme più degradate: "La verginità veniva violata con la stessa facilità con cui si apriva un baccello. [La figlia di Francisco] conosceva fin da bambina il riso volgare delle donne quando fiutavano lo straccio macchiato di sangue. I suoi fratellastri avevano cercato di violentarla. Le sue sorellastre facevano una smorfia di disprezzo se erano avvicinate da qualcuno più scuro di loro, ma erano sempre pronte a fare le puttane con i marinai bianchi" (p. 36).
L'unica "speranza di consolazione" per Francisco "in quelle notti inquiete era il gioco di violentare vergini". Come il Kurtz di Conrad, dunque, Francisco da Silva non torna dal suo viaggio nel cuore della tenebra ma scopre che l'orrore è ovunque e non c'è viaggio n‚ vita che non abbia in sé quella tenebra, quel lato oscuro che si può placare col nomadismo, fisico e culturale insieme, ma mai vincere.

Viene a questo punto il sospetto che Chatwin sia un manierista, un cultore dell'orrido che usa materiale di scarto (sangue, sesso, violenza) per creare, con distaccato snobismo, un mondo "orribile che ha dentro di sé un cuore selvaggio", come direbbe Lula di "Cuore selvaggio", ma purtroppo il mondo di Chatwin non è solo una finzione narrativa, come dimostrano due brani contenuti in "Che ci faccio qui?", collegati in modo più o meno diretto a "Il viceré di Ouidah".
Nel primo, "Un colpo di stato", Chatwin, in cerca di materiale per il suo libro su Francisco da Silva, viene coinvolto in un tentativo di colpo di stato, scambiato per un mercenario, imprigionato, minacciato di fucilazione, processato e liberato.
Infine, a cena con un francese conosciuto in quella circostanza, analizza le varie versioni del colpo di stato, ma tutte gli appaiono false e ingannevoli.
Il secondo brano, "Werner Herzog nel Ghana", riferisce la visita di Chatwin sul set del film "Cobra verde di Herzog, tratto da "Il viceré di Ouidah". In questo brano ci sono preziose indicazioni sullo stile di Chatwin ("Poiché era impossibile scandagliare la mentalità misteriosa dei miei personaggi, mi sembrava che restasse soltanto una soluzione: raccontare la storia attraverso una sequenza di immagini cinematografiche", p. 173), ma anche uno squarcio sul mondo reale che è insieme sintomatico dello stile contaminato di Chatwin di cui si è detto, dolce e crudele insieme: "Il soldato che mi aveva in consegna tubava melodiosamente: 'Ils vont tuer, massacrer mˆme'".

 

 

 

Il Viceré di Ouidah. Un romanzo di Bruce Chatwin sull'Africa, sul sincretismo e sui meticciati culturali(Sintesi) La vicenda si apre con la rievocazione, da parte della famiglia da Silva, degli antichi fasti della loro casa, un tempo ricca e potente sotto la guida del capostipite Dom Francisco Manoel da Silva, un negriero sbarcato sulla costa del Dahomey per avviarvi il commercio degli schiavi. La vicenda ha del paradossale, poiché tutti i discendenti di Dom Francisco, pur rimpiangendo la pratica della Tratta, sono essi stessi di colore, sebbene pronti a disprezzare coloro che sono appena più scuri di loro. Unica eccezione è data da Mama Wewè, una donna più che centenaria, figlia di Dom Francisco, ridotta da anni su un letto, chiusa in uno sdegnoso silenzio. Il suo grido di agonia interrompe la riunione di famiglia. Tutti i suoi familiari accorrono al suo capezzale, interrogandola sulla fine del patrimonio della famiglia. Ella tuttavia non risponde, assorta nel ricordo del padre, che nella sua mente assume i connotati del Cristo in persona, il liberatore dalle sofferenze e dalla morte, colui che riscatterà le miserie del mondo moderno.
A partire da questo punto, si innesta la narrazione vera e propria. Viene tracciata l'esistenza di Francisco dalla sua infanzia nelle desolate terre del Sertao. Da lì si dipana un'esistenza avventurosa e piena di vicissitudini, avente tuttavia come unico denominatore la violenza e la spregiudicatezza. Decisiva si rivelerà la sua amicizia con il figlio di un ricco proprietario terriero, Joaquim Coutinho, che lo porrà sotto la sua protezione conducendolo con sé nella sua casa, il forte di Tapuitapera presso Bahia.
Qui Francisco vede per la prima volta il mare e si approfondisce quel senso di irrequietezza che lo caratterizzerà in futuro. Il forte di Tapuitapera tuttavia acquista agli occhi di Francisco un significato fortemente simbolico, diventando il simbolo della certezza, della solidità eternamente ricercata e agognata ma mai raggiunta. Nel forte inoltre Francisco approfondisce il suo rapporto con la dimensione materiale degli oggetti, che diventano anch'essi un fine, una prova tangibile della raggiunta soddisfazione al proprio travaglio interiore (qui Chatwin riprende un'idea che approfondirà con Utz).

L'amicizia con Coutinho giunge tuttavia al termine e Francisco si trasferisce nella città di Bahia, trovando lavoro presso un venditore di attrezzature per schiavi. In seguito si incontrerà nuovamente, in maniera casuale durante l'inseguimento di uno schiavo fuggitivo, con Joaquim, nel frattempo entrato nella Tratta a seguito della crisi delle attività di allevamento del padre. Francisco riceve da Joaquim un'offerta di collaborazione per conto di un'associazione di aristocratici brasiliani, intenzionati a speculare sulla tratta degli schiavi. Dopo vari ripensamenti Francisco accetta e viene investito del rango di luogotenente presso il forte portoghese di Sao Joao Baptista de Ajuda, in Dahomey. Si appresta quindi a partire, assistendo prima dell'imbarco ad una messa propiziatoria per il viaggio. Nella descrizione di questo evento Chatwin accentua il carattere pagano della vicenda, riproponendo l'antitesi sa sacro e profano che sarà uno dei fili conduttori dell'intero libro. Colpisce il contrasto tra la crudezza della realtà e la comune aspirazione delle persone, anche le più crudeli, ad una dimensione mistica e ultraterrena di pace.
Il viaggio verso l'Africa del brigantino negriero sul quale Francisco si era imbarcato si conclude un pomeriggio torrido e allucinante, descritto con forte realismo da Chatwin. Il contatto con l'Africa è quantomeno sconvolgente e stravolge la narrazione, nella quale si innestano elementi comuni alla produzione letteraria sull'argomento (si pensi a Joseph Conrad). Francisco trova il forte distrutto, con il solo tamburmaggiore Taparica sopravvissuto alla strage che i locali avevano perpetrato. Progressivamente riesce tuttavia a riprendere la situazione sotto controllo, grazie all'aiuto dello Yovogan, il ministro del re del Dahomey per il commercio degli schiavi.
Il Viceré di Ouidah. Un romanzo di Bruce Chatwin sull'Africa, sul sincretismo e sui meticciati culturaliNel corso degli anni Francisco si adatta progressivamente alla sua sistemazione, cedendo al cosiddetto "mal d'Africa". I traffici procedono positivamente e può ormai considerarsi un uomo ricco ed appagato. Fondamentale è la costruzione di Simbodij, la Grande Casa, tentativo di replicare il forte di Tapuitapera e tutto ciò che simboleggia. Un senso di insoddisfazione, che egli cerca di nascondersi acquistando oggetti costosi e rari e stuprando vergini, lo mina tuttavia dall'interno. La nostalgia per il Brasile giunge ad un livello patologico e morboso, conducendolo ad uno stato di profonda prostrazione, alla disperata ricerca di notizie dalla sua terra, che si concretizza in una fitta corrispondenza con Joaquim Coutinho, che tuttavia si mostra freddo con lui.
A seguito del blocco dei traffici di schiavi da parte della marina britannica, in ottemperanza del trattato che aboliva la Tratta del 1821, viene danneggiato economicamente e si pone in cattiva luce con il re del Dahomey, non potendo più soddisfare le richieste di questi. Privo dell'appoggio del vecchio Yovogan, da Silva viene imprigionato con un pretesto dal re e condotto nella capitale del regno. Qui viene condannato a morte, ma essendo bianco la sua esecuzione non può essere effettuata, in quanto non esistono precedenti in proposito. Francisco viene quindi immerso in una vasca piena di indaco, per tingergli la pelle di nero. L'espediente si rivela fallimentare e il re decide di graziarlo. A questo punto lo ritroviamo a corte, dove stringe amicizia con il fratello del re, Kankpè, con il quale fa un patto di sangue. Con l'aiuto di questi da Silva ritrova la sua libertà e si rifugia fuori dal regno.
Kankpè nel frattempo conduce con successo una rivolta contro il fratello, imprigionandolo; inviando in seguito degli emissari da Francisco per offrirgli il monopolio della tratta nel suo regno. Francisco inizialmente diffidente accetta quando Taparica gli si fa incontro. Ritornato alla sua vita di un tempo da Silva aiuta il re (divenuto suo fratello di sangue) a riorganizzare il regno, trasformandolo in una efficiente macchina bellica nelle mani di Kankpè. Questi, spinto dall'ambizione e dalle pressioni dei suoi ministri, decide di muovere guerra alle popolazioni limitrofe. Francisco partecipa attivamente alle varie campagne che si susseguono, finché, disgustato da un massacro particolarmente efferato compiuto da un reggimento di Amazzoni (donne guerriere a servizio del re), decide di rinunciarvi. Ciononostante, il re continua l'offensiva, decidendo l'attacco alla roccaforte di Abeokuta, difesa dagli Egba, una popolazione posta sotto il protettorato britannico. Due missionari inglesi addestrano gli Egba all'uso delle armi da fuoco, cosicché l'attacco del re di Ouidah si conclude con la sua disastrosa sconfitta. Nel frattempo gli Inglesi hanno anche attaccato la flotta negriera di Dom Francisco, distruggendola.
Il da Silva accentua la morbosità e i suoi tratti eccentrici, maturando un forte odio per i bianchi, avviando un contrastante quanto anomalo approccio alle fede, che si manifesta attraverso la sua adesione a culti sincretici e misterici locali. Ulteriori problemi vengono dati dall'arrivo di numerosi ex-schiavi liberati, desiderosi di ritornare nelle terre dei loro avi. Completamente impreparati a ciò che li attende, vengono colti dalla disperazione constatando la durezza delle condizioni di vita locali e l'insalubrità del clima. Dom Francisco decide di aiutarli, distribuendo loro appezzamenti di terreno sulla costa e impiegando i più istruiti tra questi come assistenti. Il più intraprendente di questi, Jacinto das Chagas, diventa il suo braccio destro. Il re nel frattempo manifesta l'intenzione di prendere in sposa una moglie non-africana, e la scelta cade sulla giovane figlia di Jacinto, che verrà sposata per procura da Francisco, per poi raggiungere il consorte (non potendo i re di Ouidah per tradizione vedere il mare). L'astio di Jacinto e della sua giovane figlia verso il re si focalizzano su Dom Francisco, che progressivamente viene scalzato dal suo collaboratore, che comincia ad intrattenere relazioni con compratori di schiavi cubani e statunitensi, coprendo questa attività illegale con il commercio delle noci di cola. Anche Dom Francisco decide di avviare quest'ultima attività, collaborando con una ditta francese. Inizialmente tutto sembra procedere positivamente, ma l'emissario della ditta viene richiamato in patria a causa delle malversazioni di Jacinto das Chagas. Un'ulteriore colpo della sorte gli viene inferto dall'incendio dello stabilimento di lavorazione della cola, a causa dell'esplosione di una delle noci.
Lo troviamo alla fine della sua esistenza abbandonato da tutti e odiato dai suoi stessi figli, trascinandosi sulla spiaggia in un ultimo, estremo tentativo dettato dalla disperazione di ricongiungersi alla sua terra, il Brasile, che viene tratteggiato con i caratteri di un Paradiso Terrestre, agognato e irraggiungibile. Nella stessa incrollabile convinzione vivrà la sua ultima figlia, Eugenia (Mama Wewè), che nei suoi ultimi istanti di vita vedrà schiudersi a lei le porte del palazzo d'oro di Bahia (che nella sua immaginazione simboleggiava il Paradiso) ad opera di uno sconosciuto dagli occhi azzurri che la chiamava per nome, in un processo di identificazione-sovrapposizione della figura paterna con quella del Cristo. Questo è probabilmente il punto più significativo del romanzo: si compie il miracolo dell'Eucarestia e si raggiunge l'unione metafisica tra Cielo e terra, tra Divino e materiale, tra la realtà e ciò che rimane semplice immaginazione.
Il brusco ritorno alla crudezza dell'evento della morte in tutta la sua materiale brutalità si compie definitivamente spostando la narrazione dal flashback, attraverso il quale si era dipanata la narrazione, al presente.
L'Africa, con tutto il suo carico di barbarie riemerge alla superficie, portando con sé i detriti del passato colonialista. Siamo lontanissimi dall'immagine di progresso dell'Europa e ancor più da quella dell'America (non a caso nessuno dei discendenti è stato in America). Il progresso si limita all'introduzione della civiltà materialistica occidentale in un contesto primitivo, producendo fortissimi squilibri in un tessuto sociale dilaniato dagli odi razziali e dalla dittatura. Il romanzo si chiude con tragica ironia con il ritratto di un giovane ufficiale dell'esercito del Benin (nuovo nome del Dahomey dopo la rivoluzione) che schiaccia uno scarafaggio sotto il tacco del suo stivale da combattimento immaginando di arringare la folla sotto lo sguardo di uno zibetto impagliato con le zampe inchiodate a scherno della Crocifissione; un'immagine fortissima che rende efficacemente la vanità e la caducità delle ambizioni umane dinanzi al tempo e l'inconsistenza del singolo dinanzi alla Storia.

 

 

 

 


Note

 

[1] E' il volume in cui Bruce Chatwin raccolse, negli ultimi mesi prima della morte, quei pezzi dispersi della sua opera che avevano segnato altrettante tappe di una sola avventura, di tutta una vita intesa come «un viaggio da fare a piedi». Al seguito di Indira Gandhi o in visita da Ernst Jünger, alla ricerca dello yeti o in quartieri malfamati di Marsiglia, a cena con Diana Vreeland o con Werner Herzog nel Ghana o con un geomante cinese a Hong Kong, Chatwin è sempre in viaggio e osserva ogni esperienza con lo sguardo penetrante di chi, a partire da qualsiasi cosa, vuole andare il più lontano possibile. «Era uno straordinario narratore di favole, inesauribile come Sheherazade ... sembrava avere divorato tutti i testi esoterici possibili ed era un vero e proprio zingaro, un imitatore straordinario – la sua versione della signora Gandhi era davvero perfetta – e un viaggiatore di primissima categoria» - come ebbe a dire di lui Salman Rushdie.

 

[2] Cobra verde è un film del 1987, scritto e diretto da Werner Herzog, ispirato al romanzo Il Viceré di Ouidah di Bruce Chatwin, incentrato sulla tratta degli schiavi. Questo film decretò la fine del fortunato sodalizio cinematografico tra Herzog e il suo "attore-feticcio" Klaus Kinski (insieme lavorarono in cinque film): Kinski esasperò il regista con i suoi atteggiamenti dispotici, in particolare in questo film impose di sostituire il direttore della fotografia Thomas Mauch, da sempre collaboratore nei film di Herzog, con un altro. Herzog accettò, ma in seguito non volle più lavorare con Kinski pur continuando a riconoscergli le sue straordinarie doti di attore.

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1 ottobre 2013 2 01 /10 /ottobre /2013 09:32

In una futuribile società corrotta, i miti cittadini sono stritolati da una macchina giudiziaria corrotta e trasformati in mercenari/giustizieri(Maurizio Crispi) Nel romanzo "Io non sono come voi" (Gargoyle, 2013), arrivato tra i i cinque finalisti del Premio Urania, assegnato nel 2012, Italo Bonera manifesta una forte vocazione sociologica, condita di elementi noir, ma - a mio avviso - non c'è molto del thriller, come altri hanno sostenuto nelle loro recensioni.
Elementi qualificanti per definirlo tale ce ne sono ben pochi, mentre è apprezzabile la costruzione futuristica e cupa di una società orwelliana in salsa italiana, dove le differenze tra le nazioni - in un vortice di globalizzazione - si sono fatte molto sfumate  e dove si è delineato - sempre più forte e netto - il divario tra i ricchi (e coloro che hanno ammassato, con la corruzione e il malaffare, grandi capitali) e il resto della popolazione, fatta per lo più di sfigati che vivono di miseri stipendi, condannati a vivere come un gregge paziente e remissivo.
La nomenklatura di questa società corrotta è dedita al controllo repressivo dei suoi cittadini: chi, del gregge, osa alzare la testa, viene subito bollato come un pericoloso delinquente e come un destabilizzatore dell'establisment dalla polizia corrotta e condannato come pericoloso criminale da giudici compiacenti.
Coloro che, a causa di una vendetta o per giustizia sommaria o per bisogno libidico di altri di fare un mero esercizio di potere, vengono condannati, sono posti tra l'alternativa di scegliere tra un lungo periodo di carcere duro (al quale le possibilità di sopravvivenza con il mantenimento della propria integrità fisica e, soprattutto, mentale) sono ben poche, ad un periodo di ingaggio in una milizia mercenaria che svolge compiti di polizia internazionale nel mondo intero con l'esecuzione di pericolose azioni di commando (la famigerata "Brigata terza").
E' attraverso questo percorso che il protagonista del romanzo, un innocuo professore di scuola che vorrebbe a tutti i costi far valere il principio della libertà individuale e del ragionamento dialettico, ma sostanzialmente mite, viene trasformato in un soldato addestrato che sopravvive a molte dure prove e che, dopo il suo congedo, diventa un temibile giustiziere che decide di vendicarsi dei torti subiti (e inqualche modo di porre rimedio alla più generale ingiustizia imperante nella società), ma senza più alcuno scrupolo morale.
Alla fine, il nostro eroe negativo avrà l'abilità di tirarsi fuori dalla spirale di violenza nella quale è entrato, senza che tuttavia si abbia alcuna correzione di un sistema iniquo e ingiusto che continuerà a sfornare feroci mercenari che si trasformeranno dopo il congedo in  giustizieri altrettanto pericolosi, in una spirale di violenza che si manterrà comunque, anche quando i singoli individui sono riusciti a venirne fuori per rifarsi una vita.
Il romanzo di Bonera si legge con interesse, anche perché, dopo "1984" di George Orwell, propone un interessante metafora del nostro tempo e delle dinamiche repressive e di controllo che si nascondono dietro un'apparente libertà per tutti.
Uno scenario che rispetto all'opera visionaria di Orwell è aggiornato di circa un secolo.
La lezione morale che se ne trae è che un sistema corrotto l'avrà sempre vintas e che, nemmeno da giustizieri, la si potrà spuntare.

Per puro caso (o per disattenzione) il volume della Gargoyle é uscito con lo stesso titolo del il romanzo di Alessandro Berselli, Io non sono come voi (Pendragon, 2007) che si qualifica come un noir a sfondo psicologico.

 

 

In una futuribile società corrotta, i miti cittadini sono stritolati da una macchina giudiziaria corrotta e trasformati in mercenari/giustizieri(Dal risguardo di copertina) Nell’anno 2059, durante una calda serata estiva, un uomo sta tranquillamente fumando la sua sigaretta seduto sul sagrato di una chiesa, quando viene arrestato per avere preso le difese di un ragazzo extra-comunitario aggredito dalla polizia. Potrebbe essere un evento del tutto insignificante se non fosse che, per pagare il suo inesistente debito con la giustizia, viene condannato a prestare servizio allo Stato come mercenario.
Ignara vittima sacrificale di un regime totalitario mascherato da democrazia, per il mite professore questa è l’occasione per sperimentare un piacere sino allora sconosciuto: il piacere di uccidere. Privato della sua natura, l’uomo senza nome  deciderà di vendicarsi contro tutti coloro che hanno risvegliato in lui il demone. 
Nel bel mezzo della sua cruenta missione vendicativa, però, si rende conto che qualcosa non torna, che alcuni importanti dettagli sono stati trascurati e la sua vita, come quella dei suoi amici, è in pericolo.


Nota biografica sull'autore. Italo Bonera è nato a Brescia nel 1962. Nel 2004 con American Dream ha vinto il premio Fredric Brown per racconti brevi indetto da Delos Books. Ha firmato insieme a Paolo Frusca il romanzo di storia alternativa Ph0xGen!, finalista al premio Urania 2006 e pubblicato nel 2010 da Mondadori nel volume Un impero per l’inferno per la collana Millemondi Urania. Io non sono come voi si è qualificato tra i cinque finalisti del premio Urania (Mondadori) assegnato nel luglio 2012.

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26 settembre 2013 4 26 /09 /settembre /2013 10:54

Magarìa. Una bella favola che acquista vigore grazie alle illustrazioni solari e mediterranee di Giulia Orecchia(Maurizio Crispi) Andrea Camilleri si lancia con Magarìa (pubblicato da Mondadori nella collana "Contemporanea, 2013) nella narrativa favolistica per l'infanzia (ma non solo, ovviamente).
Non si tratta tuttavia di una novità assoluta, poiché il semplice testo fu pubblicato per la prima volta su "L'Unità" il 18 dicembre 2005, quale strenna di Natale per i fedeli lettori.
Rivede ora la luce in volume, arricchito dalle solari e policrome illustrazioni di Giulia Orecchia.

E' la storia di un nonno e di una bambina che hanno la consuetudine a passeggiare tra i fichi d'india e sulla riva del mare, mentre il nonno racconta alla piccola Lullina, la sua "picciliddra", delle belle favole.
Ma un giorno Lullina è distratta ed ha in mente una storia più bella: sicché, in un rovesciamento di ruoli, sarà lei a raccontare al nonno, che però non le crede , perchè si parla di un incontro fantastico (che Lullina dà per reale) e di parole magiche che consentono di sparire e poi di ritornare.

"Firiri, borerò, parupazio, stonibò, qua non stò".
Questa è la prima parte della formula magica di cui parla Lullina che - non stando nella pelle per l'eccitazione - vuole mettersi alla prova, seduta stante. 
Ed ecco che pronunciate le magiche parole, la picciliddra scompare e il nonno rimane da solo.
Vane sono le le sue ricerche, vane sono quelle dei Carabinieri che il nonno chiama sul luogo della scomparsa della picciliddra.

Anzi, di più, il povero nonno frastornato non viene creduto ed è, seduta stante, accusato della scomparsa della piccola ed imprigionato.

E poi? Come va a finire la storia?
Non si può raccontare, ma si può dire soltanto che Camilleri regala ai suoi lettori ben tre possibili finali.
E ognuno potrà scegliere quello che preferisce.

Magarìa. Una bella favola che acquista vigore grazie alle illustrazioni solari e mediterranee di Giulia OrecchiaIl volume è impreziosito dai disegni di Giulia Orecchia che, per le sue illustrazioni di volumi per l'infanzia, ha vinto il Premio Andersen - Il mondo dell'infanzia per ben tre volte.

 

La storia è narrata con quella prosa intessuta di quei sicilianismi (non strettamente pertinenti al dialetto siciliano in senso stretto, ma liberamente ispirati ad esso) che tanto hanno deliziato gli appassionati lettori di Camilleri.

Certamente, si ha un ulteriore conferma anche con questo volume che Camilleri sia un ottimo intrattenitore e narratore di storie, senza peraltro raggiungere mai delle vette sublimi: uno scrittore di successo che ha fatto della scrittura un mestiere più che un arte.

Ma in ogni caso - potrà piacere o no - la sua prolificità è davvero fonte di meraviglia.

Ai posteri l'ardua sentenza.

 


(Dal risguardo di copertina) A Lullina piace moltissimo passeggiare con il nonno e ascoltarlo mentre racconta storie incredibili inventate apposta per lei. Ma un giorno il nonno si accorge che la sua picciliddra è distratta e pensierosa e quando le chiede cosa non va lei confessa: tutto dipende da un sogno, il più bizzarro e stravagante che abbia mai fatto. Un omino minuscolo, tutto vestito di giallo, le ha rivelato la formula magica per far scomparire le persone, e Lullina muore dalla voglia di fare una prova! Fi ri ri ri, borerò, parupazio, stonibò, qua non sto: appena le sette parole misteriose escono dalla sua bocca la bambina scompare. Prima incredulo e poi disperato, il nonno si mette a cercarla dappertutto, invano. Possibile che quelle sette parole mammalucchigne abbiano sprigionato una magia tanto potente? Provare per credere! In questa favola sorprendente, con tre possibili finali, il Maestro Andrea Camilleri celebra la fantasia e la curiosità dei bambini. Nelle smaglianti illustrazioni di Giulia Orecchia risplendono i colori di una Sicilia piena di fascino e magia. Età di lettura: da 8 anni.

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24 settembre 2013 2 24 /09 /settembre /2013 07:56

I segreti del Lazarus Club. Un mistery che ruota attorno ai progressi della scienza nella Londra vittoriana(Maurizio Crispi) Il romanzo di Tony Pollard (I segreti del Lazarus Club, Gargoyle - Collana Gargoyle Extra, 2013) è indubbiamente interessante sia per l'ambientazione storica, sia per le tematiche trattate.
Mostra i fermenti del mondo scientifico nella metà del XX secolo e gli effetti delle fede crescente nello scientismo di marca positivista nel determinare grandi innovamenti e nell'aprire uno sguardo verso avveniristici scenari.
Il Lazarus Club è una libera associazione di uomini liberi, costituita dalle menti più eccelse dell'epoca che, nel pieno del regno della Regina Vittoria (sono i tempi in cui venne costruito il primo tunnel sotto il Tamigi) si riunisce periodicamente per dibattere di temi specifici riguardanti le diverse frontiere della scienza e lo stato dell'arte di nuove futuribili applicazioni: che possono essere i criteri di costruzione del nuovo sistema fognario londinese, oppure la progettazione del più grande transatlantico di tutti i temi (Il "Great Eastern"), sino alle scoperte più recenti nel campo della fisiologia umana.
Attraverso questi incontri si creano fertili interfacce tra diverse discipline scientifiche con la possibilità di applicazione trasversali. Qualche scoperta ancora troppo innovativa in un specifico campo, per effetto della "serendipity" - e avendo le intuizioni giuste -, può divenire il motore propulsore di altre applicazioni in settori del tutto diversi ed inaspettati.
In un certo senso, il Club Lazarus è una poderosa "macchina per pensare": ma - come si scoprirà nel corso del romanzo - ci possono essere alcuni intenzionati ad utilizzare queste grandi possibilità euristiche per fini moralmente non accettabili, perseguendo la propria ossessione o la propria cupidigia.
Come quello che vorrebbe tentare di impiantare in un cadavere un cuore artificiale per ridargli vita, sospinto da ossessioni demiurgiche degne di Frankenstein, oppure l'altro che ha utilizzato la scoperta di un meccanismo perfetto per creare un siluro esplosivo che sarebbe una perfetta macchina da guerra e che, qualora dovesse cadere nelle mani sbagliate, potrebbe causare cambiamenti epocali del corso della storia.
In fondo, il libro apre una riflessione sui cattivi usi della scienza e sul fatto che, senza alcuni principi morali di base, la scoperta scientifica in sé può condurre a nefaste conseguenze.
Il libro è costruito con grande abilità, utilizzando per gli scopi della fiction, personaggi storici e realmente esistiti, come il progettista e costruttore del Great Eastern,
Isambard Kingdom Brunel oppure Florence Nightingale, la cosiddetta "signora con la lanterna" e ispiratrice di più moderni cirteri per la formazione del personale infermieristico..
Gli scenari, prevalentemente quelli della Londra vittoriana (ma anche di altri luoghi dove il protagonista e voce narrante si sposta di volta in volta) sono appassionanti, e riconducono ad una grande competenza dell'autore anche in merito alla cosiddetta "archeologia industriale" di cui la stessa Londra odierna è ancora ricca, se soltanto pensiamo all'immensa area indicata con il nome di "docklands".
Il mistery è ben costruito e congegnato, ma il suo unico difetto è la lentezza ed una certa farraginosità, con capitoli eccessivamente lunghi che non possono essere interrotti, a meno che non si voglia perdere il filo della narrazione.

Si legge alla fine per dovere: il semplice piacere intellettuale non è sufficiente ad accendere la passione del lettore.
Mancano, nella ricetta, le scintille e gli ingredienti della passione.
C'è il mestiere, indubbiamente, ma non l'arte.

 

 

(Dal risguardo di copertina) Londra, 1857. La città vittoriana del progresso, della tecnologia e della scienza è sconvolta da una serie di efferati omicidi di prostitute. L’ispettore Tarlow consulta il chirurgo George Phillips per avere un’opinione su uno dei cadaveri rinvenuti. Quando un cuore umano viene ritrovato avvolto in un fazzoletto recante le iniziali del nome del dottore, il poliziotto comincia a nutrire dei sospetti, specialmente dopo aver scoperto che Phillips non disdegna le case di malaffare. Nel frattempo, nel porto della città fervono i lavori di ultimazione della Great Eastern, il gigantesco bastimento a opera dell’ingegnere Isambard Kingdom Brunel.
Proprio Brunel, un giorno, fa la sua comparsa nella sala di Anatomia dell’ospedale St. Thomas, dove il dottor Phillips è intento a sezionare un cadavere davanti ai suoi studenti. L’eccentrico e geniale ingegnere mostra subito un enorme interesse verso l’attività del chirurgo. Tra i due inizia, così, un’assidua frequentazione e il celebre progettista invita il giovane medico ad affiliarsi al Lazarus Club. A far parte di tale club sono alcune tra le menti scientifiche più brillanti dell’epoca, le quali – nelle periodiche riunioni – confrontano le loro avanzatissime idee e presentano le loro audaci invenzioni. Phillips viene designato segretario, pertanto dovrà redigere i verbali di tutti gli incontri che hanno luogo. Ma c’è chi usa il club per fini segreti e personali e il dottor Phillips finisce per trovarsi nella spinosa condizione di doversi, da un lato, discolpare da un’accusa ingiusta e, dall’altro, di evitare che una creazione straordinaria, destinata a mutare il destino dell’umanità, raggiunga mani sbagliate.

(Nota editoriale) Chi volesse leggere un mystery a regola d’arte dal sapore vintage e un giallo con venature horror troverà ne I segreti del Lazarus Club ciò che cerca.
Caso letterario in Inghilterra, forte di ben due diverse edizioni (è uscito, nel 2008, per la piccola etichetta indipendente Michael Joseph e, nel 2009, per i tipi della più famosa Penguin), quello di Tony Pollard è un suggestivo viaggio nella Londra vittoriana dove, trainate da un ritmo scoppiettante e vivace – in un vortice di svolte improvvise, colpi di scena e false piste –, verità storica e fiction si fondono con maestria.
ll chirurgo George Phillips, protagonista e voce narrante del romanzo, entra infatti in contatto con personaggi realmente esistiti del coté scientifico britannico di metà Ottocento: tra cui, oltre all’ingegner Brunel, il genetista e scienziato Charles Darwin, l’infermiera Florence Nightingale, il costruttore John Scott Russell, l’ingegnere Joseph William Bazalgette, il matematico Charles Babbage, il chimico e fisico Michael Faraday.
I segreti del Lazarus Club. Un mistery che ruota attorno ai progressi della scienza nella Londra vittorianaIl libro diventa così uno straordinario tributo alla vitalità dell’invenzione, alla sua energia creatrice dovute alla fiducia nel progresso scientifico, fiducia derivante da una particolare prospettiva – che domina con prepotente seduzione l’intero testo –, quella dello scienziato-creatore, cultore per antonomasia della speranza nel mondo e nei propri simili.
Sviscerando narrativamente tali temi, Tony Pollard restituisce con brillantezza lo spirito positivista del Vittorianesimo, non dimenticando di strizzare l’occhio al Frankenstein di Mary Shelley e di omaggiare indirettamente anche il grande Jules Verne, dato che è proprio sulla nave Great Eastern che si svolge il suo celebre romanzo Una città  galleggiante..

Nota biografica sull'autore. Tony Pollard (1965) è un archeologo e dirige il Centro di Archeologia Battlefield presso l’Università di Glasgow. È il co-presentatore di una serie della BBC e co-fondatore del Journal of Conflict Archaeology. Ha scritto numerosi saggi e articoli di archeologia e di storia militare e curato diversi libri. I segreti del Lazarus Club, suo strepitoso esordio nella narrativa, è pubblicato in Inghilterra da Penguin.

Hanno detto:
Incredibilmente ingegnoso, clamorosamente vitale (Daily Telegraph)
Incredibilmente ingegnoso Un romanzo affascinante (The Times)
Un thriller cupo e terribile con più cadaveri di Sweeney Todd (Harper’s Bazaar)

 


Scheda. Tony Pollard, I segreti del Lazarus Club (titolo originale: The minutes of the Lazarus Club an d The secrets of the Lazarus Club)), Gargoyle (Collana Gargoyle Extra), 2013, nella traduzione di Benedetta Tavani, p. 528.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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